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09 luglio 2026

La balera da due soldi di Georges Simenon


 

IL SABATO DEL SIGNOR BASSO
Un tardo pomeriggio radioso. Un sole quasi languido nelle strade tranquille della Rive Gauche. E ovunque la gioia di vivere, sui visi, nei mille rumori familiari della strada. Ci sono giorni come questo, in cui l’esistenza è meno banale, e i passanti sui marciapiedi, i tram e le auto sembrano uscire da una fiaba.

Cosa spinge un investigatore come il commissario Maigret a seguire un’indagine, che nemmeno sarebbe la sua, e tralasciare al suo posto casi più importanti?
Il contesto, sicuramente: sappiamo come lo appassionino i crimini nati all’interno delle eleganti case della borghesia parigina, storie di gelosia, di avidità, dove più che arrivare al colpevole, a Maigret preme scoprire il perché.
Ma a volte anche è anche il caso, come in questa indagine che porterà il celebre commissario ad andare a spasso per la campagna francese tra “balere da due soldi” e singolari compagni di bevute molto libertini.

A parlargli di questa “balera” è un criminale che ha appena arrestato, Jean Lenoir, che in carcere sta aspettando la sentenza di condanna a morte (il romanzo è ambientato nella Francia degli anni 30).

«Mai sentito parlare della balera da due soldi, vero? Be’, se va a fare un giro da quelle parti, si ricordi che fra i clienti abituali c’è un tizio che sotto la mannaia, domani, ci starebbe meglio di me...».

Non avendo più nulla da perdere, Lenoir racconta di una certa serata di tanti anni prima quando lui e il socio si imbattono in una strana coppia, un uomo che si porta appresso un altro spingendolo come un sacco e caricandolo in macchina:

Giriamo per un sacco di strade... Il tizio che guida ha l’aria di cercare qualcosa, di essersi sbagliato... Alla fine arriva al canale Saint-Martin, e allora capiamo cosa cerca... Ha indovinato anche lei, eh?... Il tempo di aprire e richiudere la portiera, e il corpo era già a mollo...

Lenoir aveva rivisto quello stesso signore pochi mesi prima proprio in questa “balera”, anche lui meriterebbe di fargli compagnia sulla ghigliottina.
Un cold case, dunque, si direbbe oggi: ma chi è il presunto morto, lanciato nel canale? E dove si trova questa balera? Il caso, dunque: un pomeriggio, prima di prendere il treno e raggiungere la signora Maigret in vacanza, Maigret si imbatte in un cliente di un negozio che parla proprio di questa “balera”:

«Faccia conto che mi serve per uno scherzo... Un matrimonio finto che organizziamo con qualche amico alla balera da due soldi...
Ecco come nasce una indagine, su un assassino senza nome che frequenta una balera che nemmeno si sa dove si trovi, alla ricerca di un cadavere che forse non è mai stato riconosiuto canale: il caso, l’intuizione, la curiosità. Maigret si mette ad inseguire questa persona, Marcel Basso, commerciante in carbone, in giro per Parigi: il negozio di cappelli, un alberghetto dove si accompagna con una signora, che poi si scoprirà essere la sua amante. E infine eccola questa locanda, tra Morsang e Seine-Port, dove Basso si riunisce ad una strana compagnia di amici, tutti travestiti come persone di campagna, pronti ad inscenare un finto matrimonio.

C’è un medico, Basso il commerciante di carbone, il signor Feinstein camiciaio e la sua esuberante signora e un signore inglese, James, che colpisce Maigret per la sua flemma e la capacità di continuare a bere senza ubriacarsi.

Il commissario si unisce a questa strana compagnia e comincia ad osservare questa strana compagnia, passando le loro vite al microscopio: gli atteggiamenti, le relazioni, di queste persone che tutte le domeniche si trovano qui a ballare e ascoltare musica (che esce da una pianola dopo aver inserito delle monete, i famosi “due soldi”).

Maigret si trova a trascurare le altre indagini, la moglie che lo aspetta in Alsazia, tutto pur di continuare ad osservare queste persone, a bere i suoi pernod assieme all’inglese, James, che lo considera quasi un amico.
Finché non esplode un dramma: nel corso di una di queste feste, esplode un colpo di pistola che uccide il camiciaio. Del delitto viene accusato un altro membro della compagnia, che però riesce a sfuggire dalla polizia.

Che cosa fece scattare la serratura? Maigret non avrebbe saputo dirlo con esattezza. Forse il languore della sera? Forse la casetta bianca con le sue due finestre illuminate, in netto contrasto con quell’invasione carnevalesca?

Lo scatto della serratura: quando i fatti a cui sta assistendo iniziano a prendere una certa direzione consentendogli di entrare nella dimensione del caso. L’indagine sul morto e sulla fuga del presunto responsabile consentiranno a Maigret di comprendere le dinamiche dietro le coppie coinvolte nell’indagine e risolvere anche il “cold case” sul morto nel canale.
Il commerciante che ha fatto il passo più lungo della gamba, i debiti, relazioni clandestine nate e poi naufragate. E persone che affrontano la disperazione col bere:

Aveva l’impressione di aver toccato il fondo della più nera disperazione. No! Nera non era il termine giusto! Una disperazione grigia e scialba! Una disperazione senza parole, senza ghigni beffardi, senza contorsionismi. Una disperazione al pernod, un pernod che tuttavia non dava ebbrezza.

Le piccole mediocrità della borghesia francese che tanto attirano il commissario che, arrivato alla fine dell’indagine, è ben felice di rifugiarsi nella placida tranquillità della vita in famiglia.


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13 maggio 2026

Maigret e il ladro indolente di Georges Simenon

 

Qualcosa fece un gran rumore vicino alla sua testa e Maigret cominciò a dimenarsi, imbronciato, quasi spaventato, annaspando con un braccio sopra la coperta. Era consapevole di trovarsi nel proprio letto, e anche della presenza di sua moglie, che era più sveglia di lui ma non osava aprir bocca e restava in attesa al buio.

Ma cosa ne sanno questi nuovi giudici, cresciuti studiando solo le carte, i codici, i regolamenti, su come di fa un’indagine, come si interroga un sospettato, come ci si mette sulle tracce di un criminale? Solo chi ha conosciuto i ladri, i rapinatori, quelli che sfruttano le prostitute le sanno queste cose. Sanno come ragionano, quali precauzioni prendono per difendersi e come prenderli in castagna in un interrogatorio.
Ma questi metodi, quelli dei poliziotti vecchio stampo, sono metodi vecchi. Pedinamenti, appostamenti che durano anche ore, a qualunque ora, al freddo. Anche il voler entrare nella mente di un criminale, come ha sempre fatto Maigret, o i “piedipiatti” della sua generazione, non serve a niente.
Sono questi i pensieri, un po’ tristi, che girano nella testa del commissario, mentre si appresta ad uscire in una notte di inverno, dopo ave ricevuto una telefonata dall’ispettore Fumet. Un altro della vecchia guardia, capace di fare il suo mestiere ma destinato a non fare carriera perché in difficoltà nella scrittura dei rapporti.
Anche questa telefonata, un morto trovato da due agenti in pattuglia: un altro commissario, uno di quelli giovani imbevuti di teoria, l’avrebbe dimenticata. Ma Fumel, e Maigret, no, perché quel morto ha qualcosa di strano:

Un uomo di una certa età... Più o meno la mia... Per quello che ho potuto capire non ha niente in tasca, nessun documento... Ovviamente il corpo non l’ho spostato... Non so perché, ma mi sembra che ci sia qualcosa di strano e ho preferito telefonarle…

Arrivato sul posto, Maigret crede di riconoscere il morto, la conferma arriverà successivamente incrociando i dati del casellario: si tratta di Honoré Cuendet, un ladro che il commissario aveva incontrato più volte nella sua “carriera” criminale, arrivando persino ad interessarsi della sua strana vita e a stimarlo, quasi.
Cresciuto in Svizzera, un passato nella legione da cui era scappato senza motivo, così come senza motivo sembravano i furti di cui era stato accusato.

Ma per il magistrato accorso sul posto, non c’è nessuna indagine da fare: si tratta di un omicidio per un “regolamento di conti”, come a dire, finché si ammazzano tra di loro i criminali meglio non sprecare energie. Questo il modo di pensare dei signori del palazzo di Giustizia:

Ristrutturazione: così la chiamavano. Giovanotti istruiti e beneducati, che provenivano dalle migliori famiglie della Repubblica, studiavano nei loro uffici silenziosi soluzioni efficaci per tutti i problemi.

Ma quel morto ha qualcosa di strano: nessun criminale avrebbe infierito sul corpo in quel modo. E poi, come mai il cadavere è stato spostato? Perché Honoré non è stato ucciso in Bois de Boulogne? Chi l’ha spostato, e perché?

Honoré era un ladro con una sua etica: mai armato, amava studiare le ville dei signori per giorni, per settimane, osservando la vita delle persone dall’esterno. Per poi capire il modo come entrare in casa, quando le vittime erano al suo interno.

«Vuoi dire che per lui è come un vizio?».

«Forse la parola è troppo forte, ma sospetto che fosse una mania, che lui provasse un certo piacere a introdursi nell’intimità delle persone.»

Inizia così un’indagine in cui ufficialmente Maigret non è coinvolto, sarà perfino costretto a mentire e chiedere di mentire per non farsi scoprire a questo omicidio che per la procura è un caso chiuso.
Perché ufficialmente Maigret è impegnato su una serie di rapine su cui la Procura è allarmata per la “recrudescenza della criminalità”.

A questo era ridotto il loro mestiere: a dover proteggere non la vita delle persone, la loro incolumità, ma i beni posseduti dallo Stato, dalle famiglie della borghesi, dalle banche, dalle assicurazioni. Queste sono le indagini che interessano ai pezzi grossi.

In realtà, il nostro compito principale è di proteggere prima di tutto lo Stato, il governo, qualunque esso sia, le istituzioni, poi la moneta e i beni demaniali, la proprietà privata e solo dopo, ma proprio all’ultimo posto, la vita degli individui...

Anche qui, Maigret una certa idea su chi sta dietro queste rapine, ce l’ha in testa ma, troppo orgoglioso per parlane col procuratore, decide di muoversi coi suoi uomini sotto traccia, tenendo d’occhio i vecchi membri di una banda, su cui aveva già indagato e che erano tornati in libertà.

In questo romanzo, dove il commissario si avvicina, tristemente, all’età della pensione, emergono tutti i tratti distintivi del suo carattere: la difficoltà se non l’insofferenza nel tenere i rapporti coi “piani alti”, che siano la Procura o la stessa polizia. Quelli che chiedono il tatto, il guanto di velluto quando si parla di indagare le persone perbene, gli intoccabili.

E, dall’altra parte, la forte empatia con gli ultimi, quelli che la vita ha costretto a dover prendere una brutta strada per sopravvivere, come le prostitute. O le persone dotate di una intelligenza che lo incuriosisce, come questo “ladro indolente”, una persona capace di osservare con pazienza le sue vittime, di passare ore a leggere le riviste, i libri, per informarsi, perché “la sua testa non stava mai ferma”.

La morte di Cuendet lo addolorava e lo rattristava. Ce l’aveva personalmente con i suoi assassini, come se lo svizzero fosse stato un amico, un compagno, o comunque una conoscenza di lunga data.

Se il povero Honoré non potrà avere giustizia, perché “è stato un regolamento di conti”, e il giudice non accetterebbe mai la verità che Maigret – deus ex machina di tutta questa storia – ha scoperto, troverà il modo di ricompensare questi ultimi, a modo suo, anche non rispettando fino in fondo le regole.

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09 gennaio 2026

Maigret è prudente di Georges Simenon

 


«Salve, Janvier».
«Buongiorno, capo...».
«Buongiorno, Lucas. Buongiorno, Lapointe...».

A quel punto Maigret si lasciò sfuggire un sorriso. E non soltanto perché il giovane Lapointe sfoggiava un completo nuovo, molto attillato, di un grigio pallido marezzato di sottili fili rossi, ma perché quella mattina sorridevano tutti..

Può un romanzo giallo cominciare senza un delitto?

In questo racconto di Simenon il commissario capo Maigret si trova a dover aprire un’indagine che parte dalla scoperta di un cadavere ma da una lettera anonima, che gli arriva sulla scrivania in una mattina di primavera.

Fra non molto sarà commesso un delitto, probabilmente tra qualche giorno.

Non è la lettera di un pazzo o di un mitomane: lo stile, la scelta delle parole, perfino la scelta del tipo di carta, molto particolare, fanno subito scattare un campanello di allarme nella testa di Maigret.

Lo scrivente ci tiene a far sapere dell’imminenza di questo delitto e che Maigret ne fosse messo al corrente. Come se.. come se volesse cercare di impedire questo delitto.

Cominciò così un caso che avrebbe dato a Maigret più grattacapi di tanti delitti sbattuti in prima pagina.

Col supporto dei suoi ispettori, il commissario riesce a risalire da dove è stata spedita la lettera: è l’appartamento di un avvocato, l’avvocato Parendon, che da anni usa questa carta. Tutto troppo facile, forse. Ma non sarà così: tutto il racconto è ambientato nelle stanze di questo appartamento, dentro un contesto grandioso, importanto, che si affaccia ai giardini dell’Eliseo. Ma dentro cui si respira un’aria chiusa.

Maigret è messo in difficoltà anche dall’ambiente dentro cui deve indagare: l’avvocato si occupa di civile, esperto di diritto marittimo, ed è sposato ad una delle figlie di un importante giudice di Cassazione, il giudice Gassin de Beaulieu, “il genere di clientela che Maigret temeva di più”.

In quell’ambiente monumentale l’uomo sembrava ancora più piccolo di quanto non fosse in realtà, piccolo e gracile, singolarmente leggero.

L’avvocato Parendon non per nulla impressionato dalla visita del commissario anzi, si dimostra felice di questo incontro perché avrebbe voluto chiamarlo già da tempo, per condividere con lui la sua passione per l’articolo 64 del Codice penale

«Non è imputabile di crimine o delitto chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era incapace di intendere e di volere, o costretto da una forza alla quale non ha potuto opporre resistenza».

Maigret ha modo di conoscere gli altri “abitanti” della villa: la moglie, i domestici, il maggiordomo, i due figli.. fino ad arrivare alla segretaria, la signorina Vague, l’unica a dimostra un sentimento che va oltre la stima verso l’avvocato, lo “gnomo” che incuriosisce tanto Maigret.

Come candidamente ammette lei stessa, ha avuto dei rapporti nello studio con Parindon non nascondendo che forse, in qualche occasione, lei stessa li avrebbe potuti sorprenderli perché vivevano in “una casa dove non si poteva mai essere certi di non essere spiati”.

Chi ha voluto, mandando quella lettera - la prima di tre – far si che Maigret entrasse in quella casa e ponesse le due domande, da investigatore, ai membri della famiglia?
Lo scrivente, nella seconda lettera, arriva a rimproverare Maigret per lo zelo con cui si è mosso:

«Signor Maigret, ha sbagliato a venire prima di ricevere la seconda lettera. Adesso tutti sono in allarme, il che rischia di far precipitare gli eventi. Ormai il delitto può essere commesso da un momento all’altro, e sarà anche per colpa sua.

«La credevo più paziente, più riflessivo. Pensa davvero di poter scoprire i segreti di una famiglia in un pomeriggio?

«È più ingenuo e forse più vanitoso di quanto pensassi. A questo punto non posso più aiutarLa. L’unica cosa che posso consigliarLe è di proseguire l’inchiesta senza prestar fede a quello che le diranno.

«La saluto, malgrado tutto, con ammirazione».

Quali sono i segreti da scoprire dunque nella villa dei Parendon? Maigret percepisce che in quella villa sta covando qualcosa, che si respira una certa tensione. Tra i due coniugi, ad esempio, così diversi: tanto ossessionato lui dalle sue ricerche, dal suo lavoro, dal trascurare gli eventi mondani e le feste come invece vorrebbe la moglie.
Chi è che sta commettendo un delitto?

È l’avvocato, che è impazzito per le sue ossessioni, per il suo volersi rinchiudere dentro le mura del suo studio per lavorare a questo articolo del codice penale?
Oppure la moglie, col suo atteggiamento altero, distaccato, duro ..

Un gruppo di persone aveva parlato con lui, aveva risposto alle sue domande, si era quasi confessato. E doveva proprio essere lui, accidenti, a stabilire chi mentiva e chi diceva la verità.

Maigret si deve muovere con cautela nelle stanze dell’appartamento dei Perindon, ma spinto dalla sua solita “curiosità” nel capire i perché (della tensione dentro la famiglia Perindon, dei risentimenti tra i propri membri, sull’autore delle lettere) porterà avanti questa indagine col suo metodo, i faccia a faccia coi diversi protagonisti, con cui fa emergere il loro vero volto.
Un lavoro da psicologo, o forse da stregone: d'altronde non è forse vero che il giovane Maigret aveva studiato medicina per due anni, dovendo poi abbandonare gli studi per motivi familiari?

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04 agosto 2025

Maigret a Vichy di Georges Simenon


 «Li conosci?» domandò a voce bassa la signora Maigret vedendo il marito voltarsi a guardare la coppia che avevano appena incrociato. Anche l’uomo si era voltato, e aveva sorriso. Anzi, per un attimo era parso addirittura tentato di tornare sui propri passi e stringere la mano al commissario.

Anche in vacanza, quasi imposta dal suo medico per ripulirsi da tutto lo stress del suo lavoro, il commissario Maigret non riesce a dismettere i panni dell’investigatore.
In questo romanzo troviamo Maigret a Vichy assieme alla moglie: non è qui per divertimento, aveva confidato all’amico, dottor Pardon, di qualche episodio di capogiro a cui non aveva dato peso.

«Meglio morire da giovane che vivere in uno “stato di malattia”». Per «stato di malattia» Maigret intendeva quella fase della vita in cui si tengono costantemente sotto controllo il cuore, lo stomaco, il fegato e i reni..

Così alla fine Pardon, vincendo la sua diffidenza nel curarsi, l’aveva mandato in questa località dove i francesi potevano curarsi seguendo una dieta accurata e bevendo l’acqua che sgorga direttamente dalle fonti.
Immerso in una folla di persone come loro, coppie di mezza età o persone singole, passeggiando per la città, Maigret si trova ad osservare le persone che incrocia: persone con qualcosa di particolare che attira la sua attenzione, come quel signore che lo osserva sorridendo e che si scoprirà poi essere un tizio che il commissario aveva arrestato anni prima. O come quella signora, sempre vestita di lilla, che incrociano sempre la sera: non è solo il colore dell’abito, sempre lo stesso, ma più il suo atteggiamento ad incuriosire Maigret e signora.

«Secondo te è vedova?». Avrebbero potuto chiamarla la signora in lilla, perché indossava sempre qualcosa di lilla.

Deve essere una persona solitaria, visto che non si accompagna mai con nessuno, non incrocia la parola con altri, durante i concerti il suo sguardo è rivolto sempre avanti, mai alle persone attorno.

Per Maigret la signora in lilla apparteneva a quella che si sarebbe potuta chiamare la cerchia degli intimi, di coloro che aveva notato fin dal primo momento e che lo incuriosivano.

Nonostante la “docilità” (che sorprende anche madame Maigret) con cui segue le cure (niente vino, niente aperitivi ..), l’occhio del commissario rimane vivo, anche se per gioco: che lavoro farà quella persona? Avrà mai avuto un marito quella signora in lilla?

Una mattina, sul quotidiano locale Maigret legge una notizia che lo colpisce: quella signora, che ora ha un nome, Helene Lange, è stata uccisa nel suo appartamento, strangolata da un assassino che non ha portato via nulla.

La signora Maigret sapeva bene che tipo di dramma stesse vivendo il marito. Prima aveva resistito alla tentazione di recarsi alla sede della polizia, adesso si era imposto di non attraversare la strada, avvicinare l’agente per dire chi era e farsi accompagnare nell’appartamento.
La natura di Maigret prende il sopravvento e così, quasi senza accorgersi, si trova davanti casa della morta, dove viene riconosciuto dal commissario che riceve le indagini, che era stato un suo ispettore al Quai.

«Un delitto a scopo di rapina?» borbottò.
«Sicuramente no».
«Passionale?».
«Poco probabile.

Una testimone ha visto un uomo allontanarsi dal palazzo dove viveva la donna, senza poter dare altre informazioni oltre che fosse un “omone grande e grosso...”.
Combattuto tra lasciar perdere le sue curiosità o andare avanti, Maigret si trova alla fine dentro l’indagine: non è solo la sua natura di poliziotto, è qualcosa che lo aveva colpito di quella donna, non il vestito, ma nello sguardo, nel suo atteggiamento, nel suo contegno, che “tradivano una certa fierezza”.
Una donna molto “soddisfatta” della sua vita, questa è la definizione più calzante che Maigret riesce a dare a Helene, che continua a rivedere seduta di fronte al chiosco.

Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi, arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità.
Chi era Helene Lange? Cosa aveva fatto prima di arrivare a Vichy?
Aveva avuto delle relazioni con altri uomini, prima di ritirarsi a quella vita così solitaria, che pure sembrava non pesarla?

.. il commissario continuava a sforzarsi di aggiungere ogni giorno un nuovo tassello al ritratto della signorina Lange, una donna che leggeva solo romanzi sentimentali, romantici, benché il suo sguardo fosse, a volte, di una durezza più che reale.
L’arrivo a Vichy della sorella, all’apparenza così diversa per il suo atteggiamento così spavaldo, non fa che aumentare la sua curiosità. C’è qualcosa nel loro passato che è legata al delitto di oggi?
Perché Francine, questo il nome della sorella, sembra veramente voler nascondere qualcosa a Maigret e agli altri investigatori.

L’indagine sull’assassinio diventa per Maigret una indagine sulla morta, è questo il suo metodo per risolvere un caso.
Così Maigret si ritrova ad osservare, questa volta con occhio da commissario, le persone che incrocia per strada, alle fonti, nei ristoranti. Tra loro c’è l’assassino, ne è sicuro: un uomo, sicuramente accompagnato dalla moglie, a cui deve tener nascosto il suo segreto, qualcosa nel suo passato. Una persona di cui Maigret inizia perfino ad intuirne la personalità.

Ancora una volta Simenon costruisce un romanzo perfetto: perfetto per i dialoghi dove nessuna parola è di troppo, perfetto per come sa descrivere i luoghi e le persone della borghesia francese, tante piccole pennellate che danno colore alla tela.
Un romanzo dove l’investigatore arriva alla scoperta dell’assassino andando a scavare nella psicologia delle persone che si trova davanti, un passo alla volta: perché più che il chi, a Maigret interessano i perché: Maigret non è un giudice che deve emettere una sentenza, ma una persona capace anche di comprendere le ragioni del male, tanto da fargli confessare, di fronte alla moglie “Spero che lo assolvano”.

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20 febbraio 2025

L’ombra cinese di Georges Simenon

 

Le dieci di sera.

I cancelli del giardino al centro di place des Vosges erano chiusi; la piazza era deserta: solo le tracce lucide lasciate dalle macchine sull’asfalto e il canto ininterrotto delle fontane, gli alberi senza foglie e la linea monotona dei tetti che si stagliavano uniformi contro il cielo.

Sotto i magnifici portici che cingono la piazza non più di tre o quattro negozi avevano ancora le vetrine illuminate. In uno di essi il commissario Maigret vide una famiglia seduta a cena in mezzo a una gran quantità di corone mortuarie di perle finte.

È sempre un buon momento per leggere un romanzo di Simenon (e ne troverete sempre uno che non avete ancora letto): questo è il consiglio che posso dare ai tanti lettori ma anche ai tanti aspiranti scrittori, non solo di romanzi giallo.

Questo “L’ombra cinese” è un piccolo gioiello, un esempio su come si possa scrivere un romanzo credibile e intenso in poco più di 140 pagine: ogni parola è stata pesata, limata, senza perdersi in lunghe descrizioni.

Come in altri romanzi della serie, il commissario Maigret viene chiamato ad indagare su un delitto avvenuto in places Des Vosges dentro gli uffici in un palazzo signorile dentro cui vivono diverse famiglie.

È stata la portinaia ad avvisarlo, dopo aver scorto, dietro una finestra, il corpo del signor Raymond Couchet, un imprenditore che era riuscito a diventare finalmente ricco, partendo dalla provincia dopo tanti insuccessi:

Le luci delle finestre cominciavano a spegnersi. Sul vetro smerigliato si stagliava ancora, simile a un’ombra cinese, la sagoma del morto.

Dietro le finestre degli appartamenti che si affacciano sull’ingresso Maigret osserva altre ombre degli abitanti di questo microcosmo, tante “ombre cinesi” che si aggiungono a quella del morto.

Osservando il palazzo, il commissario notò un’altra finestra con la luce accesa e, dietro alla tenda color crema, il profilo di una donna. Era piccola e magra, come la portinaia.

Sono le ombre dei tanti osservatori di quel delitto: la signora Martin, che scoprirà poi essere stata la prima moglie del morto, la portinaia, che fa di tutto per evitare schiamazzi che possano disturbare la gravidanza della signora Saint-Marc. Poi Roger, il figlio del morto, che ogni tanto andava a trovarlo nei suoi uffici per chiedergli dei soldi. La piccola Nine, l’ultima amante di Couchet, con cui passava le serate lontano dalla sua seconda moglie.

Su un angolo della scrivania c’era, aperto, il bollettino della polizia con le foto segnaletiche di una ventina di ricercati. Quasi tutte facce dai tratti bestiali, che portavano il marchio della depravazione.

«Ernst Strowitz, condannato in contumacia dal Tribunale di Caen per aver ammazzato una contadina sulla strada per Bénouville...».

E la postilla, in rosso:

«Pericoloso. Gira sempre armato».

Un tipo destinato a vender cara la pelle. Maigret, tuttavia, avrebbe preferito aver a che fare con lui piuttosto che con quel vischioso grigiore, con quelle storie di vicende familiari, con quel delitto ancora inesplicabile ma che sospettava atroce.

Nonostante dalla cassaforte siano stati rubati dei soldi, Maigret intuisce subito che questa tragedia è nata da dentro al palazzo, non è stato un ladro solitario ad uccidere Couchet con un colpo di pistola.

Così il commissario deve trovare i fili invisibili che legano assieme queste persone, così distanti anche socialmente, eppure tutte legate al morto: cominciando dalla coppia dei Martin, lui impiegato all’anagrafe dall’aspetto così ordinario, costretto a sopportare le recriminazioni della moglie, per quella vita di fatiche.

Sembrava uscita pari pari da un album di famiglia, e il suo aspetto si intonava perfettamente con quello del marito impiegato all’Anagrafe.

Nine, l’ultima amante, piccolina, giovane, che grazie all’incontro con Couchet aveva potuto conoscere un po’ della bella vita di Parigi

«Nine... Nine Moinard, ma tutti mi chiamano soltanto Nine...». «Era da molto che conosceva Couchet?». «Da circa sei mesi...». Non c’era bisogno di farle tante domande. Bastava guardarla. Una ragazza abbastanza carina, ancora inesperta.

Poi la seconda moglie, proveniente da una famiglia importante, tale da mettere il signor Couchet in soggezione e doversi trovare un’amichetta come Nine.

Senza esserne nemmeno gelosa:

«Non era gelosa?». «All’inizio sì... Poi mi sono abituata... Credo comunque che mi volesse bene...». Era abbastanza carina, ma priva di verve e di fascino. Lineamenti sfocati. Un corpo fragile. Una sobria eleganza..

Poi il figlio Roger, debole e annichilito dalle droghe e che vive grazie alle elemosine del padre.

Infine, la pazza, un’anziana inquilina del palazzo che si mette ad urlare nel palazzo ogni volta che la sorella la lascia sola per andare ad origliare dietro le porte delle case.

Si respira un’aria strana dentro quel palazzo, non solo per le grida della pazza: una pazzia che cova come cenere sotto la brace, causata da anni di rancore, di invidia per una ricchezza ambita ma mai raggiunta... un altro dramma borghese che Simenon riesce a raccontare ancora una volta con una disarmante sincerità.

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25 gennaio 2023

L’impiccato di Saint-Pholien Georges Simenon

 

Il delitto del commissario Maigret

Nessuno si accorse di quello che succedeva. Nessuno sospettò che nella sala d'aspetto della stazioncina ferroviaria, dove tra l'odore di caffè, birra e limonata solo sei passeggeri aspettavano il treno con aria abbattuta, si stesse svolgendo un dramma.

Erano le cinque del pomeriggio e calava la notte. Le lampade erano state accese ma, attraverso i vetri, si potevano ancora distinguere nel grigiore del marciapiede i funzionari, tedeschi e olandesi, della dogana e delle ferrovie, che battevano i piedi per riscaldarsi.

Perché la stazione di Neuschantz è situata all'estremo nord dell'Olanda, alla frontiera tedesca.

C'è un uomo che sta viaggiando su un treno dal Belgio verso la Germania: è vestito con abiti logori, il visto smunto, l'aspetto "malaticcio", non capisce una parola di tedesco. Nella sala d'aspetto della stazione di confine di Neuschanz c'è un altro uomo che lo osserva, col cappotto del bavero alzato per non farsi notare, che lo seguirà fino alla stazioni di Brema dove scendono entrambi. Il primo, in un angolo, si mette a fumare, il secondo, sempre nascosto, non lo sta perdendo di vista:

Fumava tenendo la sigaretta incollata al labbro inferiore, e bastava questo piccolo particolare a esprimere stanchezza o sdegnosa noncuranza. Ai suoi piedi, una valigetta di fibra, di quelle che si vendono in tutti i grandi magazzini – nuova.

Nella calca della stazione di Brema il secondo uomo ha scambiato la valigia di tela con quella del primo che, non accorgendosi di niente, si mette alla ricerca di un albergo dove sostare.

Qui la scena si ripete: l’uomo che segue ha preso una stanza adiacente quella dell’uomo con la valigia e lo osserva dal buco della serratura. Lo osserva mentre apre la borsa per scoprire che non è la sua, che qualcuno l’ha derubato, forse un ladro.. E la sua reazione è quasi incredibile:

E fu la fine: estrasse di tasca una rivoltella, spalancò la bocca e premette il grilletto.

Inizia così, con un suicidio senza ragioni apparenti, questo romanzo di Georges Simenon col commissario Maigret: è lui l’uomo col cappotto dal bavero alzato che sta seguendo l’uomo “dall’aspetto misero”. Lo aveva visto in un bar a Bruxelles (Maigret era lì per lavoro) mentre contava dei soldi mettendoli in fascette di carta di giornale e, incuriosito dal suo atteggiamento sospetto, lo aveva seguito fin sul treno. Senza una valida ragione, quell’uomo non stava commettendo un reato, forse avrebbe potuto essere un truffatore, ma non era nella sua giurisdizione. Non ci sarebbe nessun motivo per interessarsi di quell’uomo, se non per quella curiosità verso il mistero della vita umana che è una parte fondamentale del carattere del commissario.

Come in altre indagini di Maigret, anche questa partirà dal morto: in tasca aveva dei documento a nome di Louis Jeunet, ma sono sicuramente falsi. Addosso aveva dei vestiti di poco valore, chissà a chi stava spendendo quei soldi che il giorno prima contava nel bar. Cosa conteneva quella valigia di tela tanto da indurlo al suicidio, una volta scoperto di averla smarrita?
Un vestito da uomo, con qualche strappo e che nemmeno corrispondeva alla taglia del morto.
Chi era quell’uomo? Come mai quella scelta drammatica nella stanza di quell’albergo di Brema? E cosa rappresentava per lui quel vestito?
A Parigi, giunto al Quais des Orfevres, Maigret riceve una visita di una donna nel suo ufficio: si tratta di una commerciante in rue Picpus che ha riconosciuto la foto del morto che Maigret ha fatto pubblicare su tutti i giornali. Si tratta del marito della signora, Louis, che aveva abbandonato la famiglia due anni prima a seguito di un litigio con la suocera. Louis sembrava covare dentro un dolore profondo – racconta la moglie al commissario – un dolore che riusciva a placare solo bevendo, fino ad ubriacarsi.

«Non so come spiegarle… Eppure ho sempre sentito che qualcosa non andava! … Ecco, per dirle, era come se Louis non appartenesse al nostro mondo, come se quell’atmosfera a volte lo opprimesse… Era molto tenero…».

Per ricostruire l’enigma di quest’uomo Maigret si mette sulle tracce degli spostamenti di Louis da Parigi dall’albergo di infimo ordine dove viveva, fino a Reims, dove era stato per diversi giorni e poi Liegi. In tutti questi spostamenti Maigret si imbatte sempre in un uomo d’affari che aveva già incontrato nell’obitorio di Brema, il signor Van Damme. Strano personaggio questo Van Damme: si attacca a Maigret, si interessa al morto, gli offre il pranzo e arriva perfino ad offrirgli un passaggio in auto dal Belgio a Parigi.

Attorno alla figura magra e al viso smunto del vagabondo di Neuschanz e di Brema sembravano addensarsi molteplici misteri. Delle ombre si agitavano, come sulla lastra fotografica quando la si immerge nel rivelatore. E bisognava precisarne i contorni, mettere a fuoco i visi, a ciascuno di essi attribuire un nome; bisognava ricostruire personalità, intere esistenze. Per il momento, al centro della lastra c’era solo un cadavere privo di indumenti, una testa che i medici tedeschi avevano rimaneggiato per restituirle il suo aspetto normale e che si stagliava nettamente nella luce cruda.

C’è qualcos’altro che smuove il commissario in questa indagine su un suicidio: Maigret si sente in parte responsabile della morte di Louis, se gli avesse scambiato la valigia, non per dispetto ma per studiarne le reazioni, sicuramente quell’uomo non avrebbe schioccato le dita per poi spararsi in bocca.
Come in tutti i delitti, anche in questo c’è qualcosa di personale: anche la sfida con questi personaggi in cui si imbatte, oltre a Van Damme, ha qualcosa di personale. Sono persone di varia estrazione sociale che Maigret incrocia nei suoi spostamenti, come se sapessero dove lui stava dirigendosi. Cosa vogliono da Maigret? E cosa li legano al morto? E cosa vogliono dire quei disegni macabri con uomini impiccati che Maigret trova a casa di uno di costoro?

«Un primo disegno a penna rappresentava un impiccato che dondolava appeso a una forca sulla quale stava appollaiato un corvo enorme. E l'impiccagione era il leitmotiv di almeno una ventina di opere, a matita, a penna, ad acquaforte.

Il segreto di quelle vite è legato ad una vecchia storia di tanti anni prima, in un brutto Natale in una casa di Liegi, in rue du Pot-au-noir, dove un gruppo di giovani aveva giocato a sentirsi degli Dei.

Andrà fino in fondo, Maigret, arrivando anche a rischiare la propria vita, tutto pur di scoprire quel mistero. Cosa era successo di così drammatico tanti anni prima, cosa rappresentava per il morto quel vestito. E cosa ci faceva a Brema, quel giorno.

Maigret arriverà a risolvere il mistero e nuovamente si troverà a dover indossare i panni del giudice, amministrando la giustizia con le sue leggi.

«Sai che ti dico, vecchio mio? Dieci casi come questo e do le dimissioni… Perché sarebbe la prova che lassù c’è un Dio galantuomo che si incarica di fare il poliziotto…».

Vero, però, che chiamando il cameriere aggiunse:

«Ma non preoccuparti!… Non ci saranno dieci casi come questo…

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08 gennaio 2023

Il defunto signor Gallet di Georges Simenon


Il primo contatto fra il commissario Maigret e il morto, con il quale avrebbe poi vissuto per settimane in una sconcertante intimità, avvenne il 27 giugno 1930 in circostanze banali, penose e indimenticabili al tempo stesso. Indimenticabili soprattutto perché da una settimana la Polizia giudiziaria non faceva che ricevere dispacci con cui si annunciava che il 27 sarebbe arrivato a Parigi il re di Spagna e si ricordavano le misure da adottare in casi del genere. Per l’appunto, il capo della Polizia giudiziaria era a Praga, dove partecipava a un congresso di polizia scientifica, e il vicecapo era dovuto andare nella sua villa sulla costa della Normandia perché uno dei figli era ammalato. Maigret era il commissario più anziano e doveva perciò occuparsi di tutto, con un caldo soffocante e l’organico ridotto ai minimi termini a causa delle ferie.

Il defunto signor Gallet è il terzo giallo scritto da Georges Simenon nel 1931 con protagonista il commissario Maigret : in una torrida estate parigina, mentre i suoi colleghi sono occupati da una visita istituzionale come scritto nell’incipit, Maigret si trova da solo a doversi occupare di un delitto avvenuto in una stanza dell’Hotel de Loire, a Sancerre. Il morto, Emile Gallet, era un rappresentante di una ditta che vende monili in argento ed è stato ucciso da un colpo di pistola (e da una coltellata) nella sua stanza: Maigret si vede costretto, con una certa malavoglia, a doversi precipitare presso la villa del defunto a Saint-Fargeau, costruita su un terreno lottizzato, dove incontra la vedova, la signora Gallet:

Era una signora sulla cinquantina, decisamente sgradevole. Nonostante l’ora, il caldo, l’isolamento della villa, si era già agghindata di seta viola pallido, e non aveva un solo capello fuori posto.

Le prima sensazioni di Maigret in questo caso sono di disagio, non solo per il caldo e per il doversi spostare a piedi da un luogo all’altro. Disagio per l’atteggiamento delle persone che incontra, disagio perché non riesce a costruirsi in testa l’immagine del morto: un uomo che vestiva con la finanziera, un vestito quasi fuori moda, un uomo che era a dieta, come racconta la moglie. A completare l’immagine una barbetta rada e una bocca sottile. Ma sono immagini, sensazioni, che Maigret non riesce a fissarsi in mente, nonostante i due incontri col morto, il primo con quella sua foto sopra il pianoforte, il secondo sul tavolo dell’autopsia.
Anche l’incontro col figlio del morto, che lavora in banca a Parigi e torna a casa dai genitori solo una volta a settimana, lascia in Maigret una sgradevole impressione, di fredda lucidità se non quasi di astio

Sul suo viso ossuto, con i tratti molto marcati, dallo sguardo scialbo e vagamente equino, non un fremito traspariva.

Chi era Emile Maigret? Che cosa faceva quando era in famiglia? Il commissario ha bisogno di mettere a fuoco l’immagine del morto, che gli appare inafferrabile, di respirare la sua stessa aria, la sua stessa atmosfera: è il metodo Maigret, il suo modo di portare avanti le indagini, uno stile che quasi gli costa uno sgarbato rimprovero del morto.

«Lei sta indagando sull’assassinio o sulla vittima?» chiese il giovane, articolando lentamente le parole.
«Saprò chi è l’assassino quando conoscerò bene la vittima..»

Emile era poco amato dalla famiglia di lei, che non apprezzava la sua assenza di ambizioni, l’essersi accontentato di rimanere un anonimo rappresentante di commercio. Eppure, appena Maigret inizia a scalfire la superficie della sua vita, ecco che spuntano dei particolari strani: il signor Gallet quando era in viaggio, si faceva chiamare Clement, come ad esempio era conosciuto a Sancerre. Non solo, nonostante la moglie ricevesse da anni le cartoline del marito, non era più dipendente della ditta Niel da diciotto anni.

Ogni caso criminale ha una sua caratteristica, che si coglie più o meno rapidamente e che spesso fornisce la chiave del mistero. E la caratteristica di quel caso non era forse la mediocrità? Mediocrità a Saint-Fargeau: mediocre la villa, e meschino l’ambiente, con il ritratto del ragazzino vestito da prima comunione alla parete e quello del padre con la finanziera troppo stretta sul pianoforte! E ancora mediocrità a Sancerre: villeggiatura a buon mercato, albergo di second’ordine! Ogni particolare contribuiva ad accentuare quel grigiore.

Maigret deve portare avanti questa indagine in prima persona, spostandosi continuamente, senza sosta, anche inforcando la bici, dall’hotel dove è morto Gallet, alla casa della vedova, a Parigi dove lavora il figlio e dove abita con la sua amante. Deve immergersi nella vita di provincia del morto e soprattutto nel suo passato. Un caso rognoso, perché non è stato un semplice furto e nemmeno un “banale” omicidio in una stanza chiusa. Perché nessuno dei possibili sospettati ha un alibi che lo scagiona, lo mette a distanza da quella stanza dove tutto è avvenuto.
Deve affidarsi alla scienza, dunque: in questo romanzo compare un giovane Moers, del gabinetto della scientifica, che lo aiuterà a mettere assieme i pezzi di questo puzzle in cui il commissario si mette a ricostruire tutta la scena del crimine, arrivando perfino a ricostruire un manichino con le sembianze del morto, quel colpo di pistola sparato a distanza e quella coltellata al cuore.
Come mai Gallet dopo il primo colpo non è scappato, come mai non ha gridato, come mai nessuno ha sentito niente?
Da una parte il metodo scientifico, la ragione, dall’altra le impressioni che pure in Maigret hanno un peso nell’arrivare all’assassino, come pure la sua capacità di analisi psicologica dei personaggi che man mano incontra.

«Da troppo tempo sentivo che in questa storia c’era qualcosa che suonava di falso.. Non cerchi di capire! … Quando tutti gli indizi concreti concorrono ad imbrogliare le cose invece che a semplificarle, vuol dire che non funzionano..

«E in questo caso non c’era assolutamente niente che funzionasse… Tutto suonava falso … Lo sparo e la coltellata… La camera sul cortile e il muro… L’ecchimosi al polso sinistro e la chiave perduta.

«E anche i tre possibili colpevoli!

«Ma soprattutto Gallet, che suonava falso sia da vivo che da morto!

La rivelazione dell’enigma, della verità, del perché di quel delitto, sarà la più grande soddisfazione di Maigret, tanto che si prenderà la scena nelle pagine finali con la ricostruzione del delitto: come emergerà in tutti gli altri gialli della serie, al commissario quasi non importa assicurare l’assassino alla giustizia, arrivando anche a sostituirsi alla giustizia.  

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22 agosto 2022

Gli scrupoli di Maigret di Georges Simenon

 

Succederà un paio di volte in un anno al Quai des Orfèvres, e può durare talmente poco che non c'è il tempo di accorgersene: dopo un periodo frenetico durante i quali casi si susseguono senza tregua, magari tre o quattro tutti insieme - al punto che gli uomini si ammazzano di lavoro e gli ispettori a forza di notti in bianco hanno gli occhi rossi e mettono su un'area stranulata -, all'improvviso calma piatta, il vuoto si direbbe, a stento inframmezzato da rare telefonate senza importanza.

L’ufficio di Maigret, al famoso Quai des Orfèvres, è in un momento di calma piatta, dove gli ispettori possono riposarsi dopo lo stress accumulato nel corso delle indagini e dove Maigret può oziare al caldo del suo ufficio, dove la sua storica stufa in ghisa è stata sostituita dal riscaldamento centralizzato.
Tra l’altro ha appena ricevuto una telefonata dal dottor Pardon, un medico di famiglia che l’aveva aiutato in un precedente caso, sull’esito della visita fatta alla moglie. Non c’è niente di cui preoccuparsi, ma gli anni passano per tutti e due, è arrivato il momento delle medicine, delle cure, di quelle che Maigret chiama “riparazioni”:

L'anno prima era toccato a lui, tre settimane di assoluto riposo. E adesso sua moglie. Significava che piano piano avevano raggiunto l'età dei piccoli acciacchi, delle riparazioni da nulla ma necessarie, un po' come le auto che, tutto a un tratto, hanno bisogno di passare quasi ogni settimana in officina.

In questo momento di relativa calma per la squadra omicidi, nel suo ufficio riceve la visita di un signore: all’inizio Maigret nemmeno riesce a seguire il discorso, anche per il torpore causato dal caldo del suo ufficio ma soprattutto perché il commissario non riesce a capire dove questa persona voglia arrivare. Si tratta di un commesso di un importante negozio per giocattoli, una persona come tante, che confessa a Maigret di avere le prove che la moglie lo stia avvelenando:

«Sono convinto che da parecchi mesi, cinque o sei almeno, abbia intenzione di uccidermi. Ecco, commissario, il motivo per cui sono venuto da lei personalmente. Non ho prove precise, gliene avrei parlato subito, ma posso fornirle tutti gli indizi che ho raccolto. Sono di due tipi. Innanzitutto quelli morali, i più difficili da spiegare, come lei sa, perché in genere si tratta di cose piccole irrilevanti in sé, ma che messe insieme acquistano un senso.

Quante telefonate strambe arrivano ogni settimana al suo ufficio? E quante persone strane si è ritrovato davanti alla sua scrivania, nella sua carriera? Maigret potrebbe anche lasciar perdere quanto il signor Xavier Marton gli ha raccontato: la scoperta di veleno in un ripostiglio, addirittura essere andato, di sua volontà, da uno specialista, per capire se sia pazzo o meno.
Ma, ci sono gli scrupoli: Maigret non sarebbe Maigret se non fosse un funzionario di polizia capaci di farsi domande, di porsi dei problemi anche di coscienza nei confronti delle persone che incontra e che chiedono di lui.
Così decide di portare avanti una sua indagine, molto discretamente, senza sollevare troppo polverone, per non creare problemi al signor Marton e per non avere lui, Maigret, problemi con la procura (dove i giudici hanno meno scrupoli di lui) e col capo della polizia giudiziaria

«Lei non ha nessuna responsabilità.»

«Ufficialmente e professionalmente no. Ciò non toglie che se domani o settimana prossima uno dei due, lui o lei, passasse a miglior vita, io penserei che è colpa mia.»

C’è un’altra cosa, che fa ancora accrescere i dubbi su questa storia e a spingerlo a portare avanti questa indagine (senza pezze d’appoggio dei superiori): la visita nel suo ufficio della signora Marton. Tanto il marito ha l’aria così dimessa, tanto la moglie ha invece un’aria più ricercata, non perché vesta dei capi di lusso, è qualcosa che Maigret percepisce nel suo modo di esporre la sua versione dei fatti (sulle paranoie del marito), sulla sua sicurezza apparente

Certo il marito non era brutto e con ogni probabilità si guadagnava da vivere decorosamente. La signora Marton aveva un'altra classe, però. La sua eleganza non aveva nulla di ostentato di volgare e neanche la sua spigliatezza. Già nella sala d'attesa Maigret aveva notato le scarpe di eccellente qualità e lussuosa borsetta.

L’indagine, che non può essere una vera indagine perché non c’è stato (ancora) un morto, racconta uno spaccato familiare molto particolare: marito e moglie che non si parlano, ciascuno preso dalle sue aspirazioni, realizzate o mancate, ciascuno chiuso nel suo astio. Il caso del signor Marton, partito con i sospetti di un marito sulla moglie, si trasforma in un rompicapo, un puzzle dove è difficile incastrare i pezzi nel verso giusto, solo “che nel suo caso i pezzi erano esseri umani”.
Chi ha ragione dei due? Il signor Marton o la moglie? Maigret arriva a consultare alcuni libri per approfondire il tema delle nevrosi umane, col risultato di ritrovare tutte le patologie descritte in Marton.

«Sono molto perplesso. È una specie di indagine a rovescio. Di solito prima c'è un delitto e soltanto quando è stato compiuto dobbiamo cercare il movente. Questa volta abbiamo il movente ma il delitto ancora no…»

Possiamo considerare da un certo punto di vista Gli scrupoli di Maigret come un giallo “anomalo”, sia per come si sviluppa la storia ovvero su un delitto che potrebbe essere commesso, per le cautele con cui deve muoversi il commissario, alle prese con un mondo che non conosce (almeno nella teoria dei sacri testi), quello delle nevrosi e delle paranoie.

Ma rimane un romanzo in cui ancora una volta Maigret va a scavare dentro la vita delle persone per trovare la risposta alle sue domande. I perché di un certo odio, delle tensioni. Questo è il suo mestiere, altri si sarebbero occupati di stabilire le colpe e assegnare le pene.

«Chiama la procura, e se Comélieu è tornato avvertilo che sarò da lui tra pochi minuti.»

La sua parte era finita. Il resto riguardava i giudici, e Maigret non li invidiava affatto.

La scheda del libro sul sito dell'editore Adelphi

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16 luglio 2022

Il morto di Maigret, di Georges Simenon


 

«Mi scusi, signora ...»

Era riuscito ad interromperla, finalmente, dopo alcuni minuti buoni di pazienti tentativi.

«Lei mi sta dicendo he sua figlia la avvelena a poco a poco ...»

«E' la verità...»

«Poco fa ha sostenuto con altrettanta sicurezza che suo genero fa in modo di passare vicino alla domestica nel corridoio per versare del veleno nel suo caffè o in uno delle sue numerose tisane».

«E' la verità...»

«Eppure...» Maigret consultò, o finse di consultare, gli appunti presi durante il colloquio, che durava da più di un'ora «prima mi ha detto che sua figlia e suo genero si odiano...»

«E' la pura verità, signor commissario».

È una giornata come tante, al Quai: su pressione di un ministro, il commissario Maigret è costretto ad ascoltare i complotti di una signora, vedova di un consigliere di Stato, che teme che i suoi parenti la stiano avvelenando. Finché non arriva una telefonata, anche questa molto particolare, che almeno distoglie Maigret da quell’inarrestabile parlare di veleni e di tentati omicidi:

«Pronto!.. E' lei? ...»

«Commissario Maigret, si...»

«Mi scusi, il mio nome non le direbbe niente...Lei non mi conosce, ma ha conosciuto mia moglie, Nine... Pronto! ... Bisogna che le dica tutto molto in fretta, poiché potrebbe arrivare...»

La prima cosa che Maigret pensò fu: «Ci siamo! Un altro pazzo... Dev'essere la giornata...»

Inizia così una delle inchieste più intense e sfiancanti di Maigret: con una telefonata di una persona che fa appello proprio al commissario che lo aiuti, qualcuno lo sta seguendo per ucciderlo. Una denuncia che potrebbe lasciare ai suoi ispettori, ma che invece segue in prima persona. Come se avesse un presentimento: non si tratta di un altro pazzo, quell’uomo che non lascia detto il suo nome, che sta scappando da un bistrot all’altro, ha veramente paura. Così, la telefonata di un ritrovamento di un cadavere, nella notte, non lo coglie di sorpresa. Si tratta di quella persona, del suo morto. Il morto di Maigret.

Ma cos'ha di speciale quel morto, tanto da attirare tutta l'attenzione del commissario Maigret, da costringerlo a seguire quel caso di omicidio così da vicino, seguendo da vicino i lavori del medico legale, le analisi del capo della scientifica, il dottor Moers. Tanto da abbandonare gli altri casi e dedicare tutta la sua attenzione su quell'uomo, accoltellato e abbandonato morto in Place de la Concorde?

Tanto da costringere un suo ispettore a mettersi dietro il bancone del bar, il Petit Albert, il bar gestito dal morto. E di rimanere anche lui dentro quel bar, cercando nel locale e nella casa dell'uomo tutti i dettagli intimi della sua vita...

Perché quel morto, quell'uomo che lo aveva chiamato al telefono per chiedergli aiuto perché inseguito da alcuni brutti ceffi che volevano fargli la pelle, è il suo morto.

Era ridicolo quel piede senza scarpa, lì sul marciapiede, accanto all’altro con la scarpa di capretto nero. Era nudo, intimo. Non pareva appartenere a un morto. Maigret si allontanò e andò a raccogliere la seconda scarpa, rimasta a sei o sette metri dal corpo.

Dopo non disse più niente. Aspettava fumando. Altri curiosi si avvicinarono al gruppo, commentando a voce bassa. Poi il furgone si fermò vicino al marciapiede e due uomini sollevarono il cadavere. Sotto, il suolo era pulito, senza tracce di sangue.

«Lei ha finito, Lequeux, aspetto il suo rapporto».

Fu allora che Maigret prese possesso del morto. Salì sul furgone accanto all’autista e piantò in asso tutti.

Si comportò così per tutta la notte, e per tutta la mattina seguente: si sarebbe detto che il corpo gli appartenesse, che quel morto fosse il suo morto.

Aveva così paura questo pover'uomo, che al telefono non aveva mai detto al commissario il suo nome ("lei non mi conosce"), tanto da scappare da un locale all'altro, rimanendo però sempre nel suo quartiere, fra l'Hotel De Ville, la Bastille e il fauburg Saint Denis. Perché il povero Albert, il nome si scoprirà poi, era uno dei tanti parigini radicati nel suo territorio, nel suo quartiere. Un po' come lo stesso Maigret, che tanto ama il boulevard Richard Lenoir e da cui mai si sposterebbe.

Ma chi erano queste persone che lo hanno inseguito per ucciderlo? Che minaccia poteva aver mai rappresentato per loro questa persona, che viene descritta a Maigret, quando interrogherà le persone che lo conoscevano, come una persona sempre sorridente, con una faccia simpatica. Il cameriere perfetto.

E che fine ha fatto la moglie? Nine, che Maigret dovrebbe conoscere, sebbene al momento non riesca a collegare il nome ad alcun volto..

Come mai – sono tante le domande che Maigret si trova per la testa in questa indagine quasi personale – chi lo ha ucciso lo ha scaricato lontano dal luogo del delitto, in una piazza come Place de la Concorde, dove prima o poi qualcuno avrebbe ritrovato il corpo? Se gli assassino avessero voluto sbarazzarsi del cadavere avrebbero potuto gettarlo nella Senna.

Quello che per il dottor Paul era solo un problema teorico, aveva agli occhi di Maigret un risvolto umano più profondo. L'aveva sentita lui la voce di quell'uomo. Era come se lo avesse visto, lo aveva seguito passo passo da un bistrot all'altro nella sua corsa angosciosa attraverso certi quartieri di Parigim sempre gli stessi nella zona Chatelet-Bastille.

Così Maigret mobilita i suoi ispettori, lascia perdere gli altri fascicoli e si getta in questa indagine, arrivando al fine a scoprire l’identità del morto, Albert, e il suo bistrot. Ma non basta: per stanare gli assassini arriva a far riaprire il locale, con un suo agente, per cercare di raccogliere tutte le informazioni sul morto, sulla moglie Nine.

Fino a poche ore prima il morto non aveva ancora un nome, era una figura vaga e incerta. Adesso non solo Maigret possedeva una sua fotografia, ma si muoveva nella sua casa, tra i suoi mobili, toccava i vestiti che erano stati suoi, ne maneggiava gli oggetti personali.

Stanco, sfiancato dalle ore di sonno perse e dal quel suo muoversi per i quartieri di Parigi, Maigret alla fine riuscirà a stanare dal loro covo “un incubo fetido che puzzava di grasso e di sudore”, questa banda di belve assassine, per dare giustizia a quel morto, con cui aveva sentito subito una vicinanza, per quel suo scappare ma rimanendo sempre nel suo territorio. Come Maigret, appunto.

Questo giallo colpisce per come Simenon descrive la sua Parigi, una ragnatela di quartieri e strade, lungo cui fa muovere il suo Maigret. Arrivati alla fine si capisce anche il perché di questa scelta: questo romanzo è stato scritto negli anni successivi alla guerra, quando l’autore era volato in America a Tucson. Nostalgia della sua città, dei colori, delle luci, dei rumori della sua Parigi?

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20 maggio 2022

I sotterranei del Majestic di Georges Simenon


 

La gomma di Prosper Donge

Il rumore secco di una portiera. Un’altra giornata aveva inizio. Il motore in folle. Forse Charlotte stringeva la mano al tassista. Poi l’auto si allontanò. Dei passi, la chiave che entrava nella serratura, lo scatto di un interruttore.
Lo schiocco di un fiammifero in cucina e il leggero sibilo di un fornello a gas che si accendeva. Con la lentezza di chi ha passato la notte in piedi, Charlotte salì le scale troppo nuove, entrò piano in camera e girò l’interruttore. Si accese una lampada schermata da un fazzoletto rosa con una ghianda di legno a ciascun angolo.
Prosper Donge teneva gli occhi chiusi.


Ha un inizio quasi straniante, per essere un giallo, questo I sotterranei del Majestic, scritto nel 1934 da Georges Simenon: una scena di vita familiare come in tante famiglie, forse resa un po’ particolare dal fatto che Charlotte e Prosper vivono assieme vedendosi per pochi attimi. Lui responsabile alla caffetteria all’Hotel Majestic a Parigi di giorno, lei con un impiego in un locale notturno.
Ma è tutto il racconto ad avere un qualcosa di diverso, rispetto ad altri gialli con Maigret: l’ambientazione, prima di tutto, in quel dedalo di corridoi, stanze, locali sotto l’hotel, i “sotterranei del Majestic” dentro cui tutti gli inservienti si muovono come fossero in un labirinto. O in un acquario

In effetti quel vasto sotterraneo illuminato tutto il giorno artificialmente gli ricordava un museo oceanografico. In ogni locale, dietro le vetrate, si agitavano in numero variabile degli esseri viventi. Andavano avanti e indietro, trasportavano oggetti pesanti, pentole o pile di piatti, azionavano montavivande o montacarichi e afferravano di continuo certi piccoli arnesi che accostavano l'orecchio.

Dentro quell’acquario Prosper Donge, arrivato con un lieve ritardo per una gomma bucata alla sua bici, scopre un cadavere di una donna all’interno l’armadietto numero 89.

.. probabilmente lo avevano ficcato lì dentro in piedi e solo in seguito si era ripiegato su sé stesso. Era una donna sui trent’anni, biondissima – ma di un biondo artificiale -, con un vestito nero di lana leggere.

Si tratta di Mrs Clark, moglie di un imprenditore americano venuto a Parigi per affari assieme alla moglie, al figlio, all’istitutrice e alla governante.

La sera precedente il marito era partito per un viaggio di lavoro a Roma, mentre la signora era uscita, per poi rientrare all’albergo. Cosa ci faceva a quell’ora del mattino in quel dedalo di corridoi, stanze, muri grigi, la signora Clark? Aveva un appuntamento con qualcuno? Col suo assassino?
Un caso ostico, sia perché la morta era cittadina americana e il giudice che segue il caso, il procuratore Bonneau, invita Maigret a non importunare la famiglia Clark, “è meglio che lei ne resti fuori”, gli dice.

E poi per tutte quelle domande che iniziano a girargli per la testa su questa donna, sul luogo insolito dell’omicidio. Tanto da seguire personalmente a casa la persona che ha scoperto il cadavere, Prosper. Un brav’uomo, dall’aspetto particolare anche lui come tutta la storia, per i suoi capelli rossi e quella faccia sgraziata da un vaiolo mal curato.

Maigret quasi si dispiace di fargli quelle domande, sulla morta, su quel corpo lasciato dentro un armadietto, uno dei pochi rimasti aperti: perché sul volto di Prosper vede la paura di sentirsi accusato di un delitto che non ha commesso

«“Hanno ucciso qualcuno del personale?” chiese sorpresa ma senza emozione.
«“No, però è successo nei sotterranei... È questo lo strano della faccenda... Provi a immaginare una cliente, una cliente facoltosa, scesa al Majestic con il marito, il figlio, una governante e un’istitutrice... Un appartamento da più di mille franchi al giorno... Bene, questa donna viene strangolata alle sei del mattino, e non in camera sua ma nello spogliatoio dei sotterranei... Perché con ogni probabilità è lì che è stato commesso il delitto... Che cosa ci faceva una così nei sotterranei?... Chi ha potuto attirarla là sotto e come?... E per giunta a un’ora in cui gente come lei di solito è ancora immersa in un sonno profondo...”.
«Le parole di Maigret non sortirono un grande effetto: Charlotte aveva aggrottato le sopracciglia come se le fosse venuta un’idea ma l’avesse subito scartata. Poi aveva lanciato un rapido sguardo a Prosper che si stava scaldando le mani sopra la stufa – mani bianchissime, dalle dita quadrate, coperte di peli rossi».

Col signor Clark Maigret si fa meno problemi, nonostante le raccomandazioni del giudice, nonostante la distanza della lingua (il commissario non sa dire una parola di americano), specie dopo aver scoperto della relazione di quest’ultimo con l’istitutrice.

Maigret viene invitato a star al suo posto, a non immischiarsi con la famiglia Clark (e il tema del posto di ognuno ritornerà nel corso della storia), ma ancora una volta riuscirà a fare di testa sua: nonostante ci siano solo prove indiziarie contro Prosper, il giudice ne decide l’arresto e così Maigret decide di andare fino a Cannes per indagare sul suo passato.

E dal suo passato arriveranno i perché del delitto nei sotterranei dell’hotel. Una storia di amore non corrisposto, di tre donne in cerca di fortuna, senza trovarla. E di un falsario capace di entrare nelle vite degli altri…

<<Ciascuno al suo posto>>, si disse <<chi dietro le quinte, chi nelle sale e nella hall... I clienti da una parte, il personale dall'altra...>>. Non che ci trovasse qualcosa di male. Figuriamoci! Ognuno al proprio posto, attorno a lui ognuno faceva quel che doveva fare. Non c'è niente di strano se una ricca straniera beve te, fuma sigarette e rinnova il guardaroba. Ed è altrettanto normale che un maitre porti un vassoio, che una cameriera rifaccia i letti e che un lift manovri l'ascensore... Insomma, ciascuna aveva il proprio ruolo, chiaro e legittimo.

Per un proletario come Maigret, figlio del tenutario dei conti di Saint-Fiacre, ma sempre uomo di campagna, quel clima dentro l’albergo e dentro l’indagine, dove ognuno deve stare al suo posto, provoca un certo disagio: è come la metafora di una certa mentalità classista, a cui però non si adeguerà, mostrando ancora una volta il suo aspetto umano. 

L'assassino verrà svelato nel finale del racconto portando tutti i protagonisti della vicenda nella stessa stanza, come fossimo in un giallo di Agata Christie.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

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