Visualizzazione post con etichetta Pio La Torre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pio La Torre. Mostra tutti i post

29 luglio 2023

Perché Rocco Chinnici

 Come mai la mafia, ovvero la commissione presieduta da Totò Riina, decise di uccidere Rocco Chinnici, il capo dell'ufficio Istruzione nel tribunale di Palermo, il 29 luglio 1983?

Perché quell'autobomba, quell'attentato così sanguinario, per cui i giornali titolarono "Palermo come Beirut".

Perché voleva fare come Caselli a Torino, creare un pool antimafia nell'ufficio istruzione (più magistrati a seguire le indagini, centralizzazione delle informazioni, non disperdere i processi di mafia ma cercare di analizzarli in un unico filone)?

Anche per questo certo.

Ma la colpa grave di Chinnici è stata quella di voler entrare dentro le banche, usando come leva la legge voluta dal segretario PCI Pio La Torre, il sequestro dei beni ai mafiosi.

Obiettivo dell'azione di Rocco Chinnici era andare ad attaccare i mafiosi e i loro capitali, andare ad attaccare le banche, i professionisti che aiutavano e aiutano i mafiosi a gestire i loro beni. Quei miliardi frutto della speculazione edilizia e del traffico della droga.

La forza della mafia non stava solo nelle armi, ma anche nel potere del denaro, con cui comprarsi la protezione da quella rete di persone perbene che fanno parte della zona grigia. Quei colletti bianchi poi accusati di quel reato, il concorso esterno, che questo governo (con qualche imbarazzo e con un parziale dietro front) vorrebbe riformare.

Quel governo che ricorda le vittime della mafia, senza però la volontà di affrontare la questione dei rapporti tra mafia e politica, tra mafia e imprenditoria, tra mafia e finanza.

«Ma cosa credete di fare all'ufficio istruzione? La devi smettere Chinnici di fare indagini nelle banche, così rovini tutta l'economia siciliana .. ». 

Chinnici veniva accusato, dai vertici della Procura palermitana (negli anni in cui venivano uccisi il prefetto, il presidente della regione, il segretario regionale PCI,..) di voler bloccare l'imprenditoria siciliana con le sue indagini: a Chinnici veniva chiesto di insabbiare le indagini sui potenti e di sotterrare Falcone con tanti processetti

Foglio del 24 novembre 1981. Appunto relativo al 18 maggio 1982. 
ore 12 - Vado da Pizzillo per chiedere di applicare un pretore in sostituzione a La Commare dal momento che il Csm ha deciso che la competenza è del presidente della corte. Mi investe in malo modo dicendomi che all'ufficio istruzione stiamo rovinando l'economia palermitana disponendo indagini ed accertamenti a mezzo della guardia di finanza. 
Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone in maniera che "cerchi di scoprire nulla perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla". Osservo che ciò non è esatto in quanto sono stato proprio i giudici istruttori di Palermo che hanno - inconfutabilmente - scoperto i canali della droga tra Palermo e gli Usa e tanti altri fatti di notevole gravità. 
Cerca di dominare la sua ira ma non ci riesce. Mi dice che verrà ad ispezionare l'ufficio (ed io lo invito a farlo); è indignato perché ancora Barrile non ha archiviato la sporca faccenda dei contributi (miliardi per la elettrificazione delle loro aziende agricole); l'uomo che a Palermo non ha mai fatto nulla per colpire la mafia che anzi con i suoi rapporti con i grossi mafiosi l'ha incrementata. 
Pizzillo con il complice Scozzari ha "insabbiato" tutti i processi nei quali è implicata la mafia, non sa più nascondere le sue reazioni e il suo vero volto. Mi dice che la dobbiamo finire, che non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche.

E' importante ricordare queste cose, oggi dove abbiamo un governo che non vuole disturbare gli imprenditori che vogliono fare, che non vuole disturbare troppo gli evasori. Che non ama chi si mette a fare le pulci su come spenderemo i soldi del PNRR, i miliardi che arriveranno al nord al centro e anche al sud..

30 aprile 2022

Pio La Torre – il comunista siciliano


Il 29 aprile aprile 1982 un commando mafioso uccideva a Palermo il segretario del partito comunista siciliano, assieme al suo autista Rosario di Salvo.

Un omicidio non solo mafioso: Pio La Torre non era solo un dirigente comunista, aveva conosciuto la mafia da vicino come figlio di contadini, aveva visto la mafia crescere il suo potere all’ombra dei latifondisti e dei loro rappresentanti politici nella DC.

Sapeva dove bisognava colpire la mafia, sui suoi beni, sulla sua impunità: la legge Rognoni La Torre, che il parlamento italiano approvò solo dopo la morte del prefetto Dalla Chiesa, ucciso sempre a Palermo nel settembre dello stesso anno, era pensata proprio per questo.

Essere mafioso era un reato di per sé ed in quanto tale i beni dei mafiosi potevano essere sequestrati.


Per la prima volta i mafiosi erano riconosciuti esplicitamente come criminali e li si poteva colpire nei loro patrimoni. Ma la condanna a Pio La Torre arrivò anche per il suo impegno, assieme al PCI, contro i missili americani a Comiso.


È molto interessante rileggere questa pagina della nostra storia, specie alla luce della guerra in Ucraina e alle accuse fatte ai pacifisti di essere utili idioti della Russia.

La Torre aveva capito che non era con le armi che si costruiva la pace ma, soprattutto, che il progetto di Comiso era un bel favore alla mafia locale, con tutti i suoi agganci a Palermo e Roma.


Questo era Pio La Torre, anche questo era il partito comunista: chissà che direbbe oggi quel comunista di Putin, della guerra, delle morti sul lavoro, dei responsabili nei supermercati che si permettono di far perquisite le dipendenti, di Amazon che multa chi sta troppo tempo nel bagno ...

30 aprile 2021

Aspettando un nuovo primo maggio

Il tema del salario minimo sparito dal recovery plan (o piano di resilienza) e in generale la riforma degli ammortizzatori sociali ferma al palo.

Un mondo del lavoro che si è spinto così avanti da essere tornati al cottimo e ai lavoratori schiavizzati: penso ai dipendenti di Amazon che ci consegnano la merce "in un click" e che devono correre, correre, affinché Bezos sia sempre più ricco.

Ma della gig economy ci sono anche i rider di Glovo che hanno scoperto, da un giorno all'altro, che la paga per ogni consegna era dimezzata, ma in compenso avrebbero preso dei bonus extra.

Aspettiamo ancora una volta il primo maggio sperando un giorno di rivedere se non il sol dell'avvenire, almeno che il lavoro sia rispettato, ben pagato e tutelato. Dove le morti bianche sono una disgraziata eccezione, non un numero a cui si fa assuefazione.

Ma dobbiamo accontentarci di molto meno: del record delle vaccinazione a fine mese del generale sempre in divisa, del battimani colmi di entusiasmo al pnrr, il vecchio recovery plan che curerà tutti i mali.

Ma non si occuperà di salario minimo, non si occuperà delle politiche sulla casa, non si occuperà dei rider e nemmeno dei pendolari che purtroppo per loro non viaggiano in alta velocità.

Chi si occupa oggi in parlamento di loro? Il governissimo che ha dentro un pezzo di destra e un pezzo di centro sinistra?

Le famiglie sotto sfratto, i rider, le persone che hanno o stanno perdendo lavoro per le delocalizzazioni (o per la crisi) non sono i ristoratori, capaci di smuovere le decisioni di Draghi sulle riaperture e sui colori delle regioni.

Ci dovremo aspettare una estate molto calda, non solo dal punto di vista delle temperature, se pensiamo ai licenziamenti e agli sfratti che arriveranno.

Se lo chiedeva Montanari ieri sera a Piazza Pulita: chi rappresenta oggi gli ultimi in Parlamento?

Nel piano di ripresa e resilienza si parla tanto di concorrenza, eppure si mantengono le attuali condizioni di semi monopolio in settori strategici come energia, telecomunicazioni e trasporti (sull'AV in particolare), col rischio che così Enel e Eni continuino ad usare gas e carbone come fonte per le centrali (anche perché in questo paese non si aumenterà la spesa per la ricerca pubblica). Si chiama greenwashing, altro che svolta green.

Aspettando il primo maggio che verrà, mi viene da dire che più che ad un piano per le "next generation", questo del governo sia un piano per le past generation, dove è più importante fare un ponte sullo stretto o l'alta velocità degli asili per i bambini. E penso anche che domani ci toccherà sentire le solite frasi di circostanza sul lavoro.

Comunque in questo secondo anno di pandemia, per qualcuno le cose sono andate bene ("andrà tutto bene", vi ricordate?): AstraZeneca ha raddoppiato i propri profitti nel primo trimestre 2021.

PS: mentre aspettiamo questo primo maggio non possiamo non dimenticare l'anniversario della morte di Pio La Torre, ucciso dalla mafia (per una oscura convergenza di interessi tra mafia e politica, come per altri delitti eccellenti) a Palermo nel 1982.

A proposito, avete ancora sentito parlare di lotta alle mafie in questi mesi?

30 aprile 2019

Pio La Torre, la mafia, la politica del gattopardo


Nato nel 1927 in una frazione miserabile di Palermo, Altabello di Baida, La Torre è stato mandato a lavorare nei campi fin da bambino, ha diviso la sua stanza con una folla di fratelli e una capra, ha conosciuto la luce elettrica solo da ragazzo e la scuola solo per le insistenze di sua madre.Dal 1945 è iscritto al Partito Comunista, organizzatore di braccianti, detenuto al carcere dell'Ucciardone per diciassette mesi per occupazione di terre, consigliere comunale a Palermo, deputato nazionale, membro della Commissione antimafia, segretario regionale del PCI siciliano. Sa che cosa è la mafia, perché la vede da quanto è bambino, conosce a memoria i nomi di sindacalisti e attivisti ammazzati. Non è un banchiere, ma sa come circolano i soldi e conosce tutti gli appalti che hanno cementificato la città di Palermo. Non è un sociologo, ma sa quanto si guadagna con la droga e la strada che prendono i soldi, verso Milano e verso New York. Non è un politologo, ma è rimasto allibito quando quando è stato stabilito che nella città di Comiso, in provincia di Ragusa, verrà costruita una grande base americana, dotata di missili nucleari per contrastare quelli dell'Unione Sovietica. Ha spiegato al suo partito che sarà la mafia a gestirlo, ma quando parla di queste cose nelle riunioni di Botteghe Oscure non sente il calore della lotta e dell'impegno; e anche a Palermo nel suo partito lo giudicano un uomo all'antica, un romantico. E anche un po' un disturbatore.Nel 1980 ha presentato una proposta di legge tanto semplice quanto rivoluzionaria: la mafia va considerata «associazione a delinquere» e i beni dei mafiosi vanno confiscati. Tutto il testo non è più lungo dii una paginetta, ma non ha trovato nessuno nel partito che mettesse la firma accanto alla sua.Gli unici che gli sono stati vicini sono stati un giornalista, Alfonso Madeo, e due giovani sostituti procuratori di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La sua legge è finita nel cassetto. Allora ha scritto una lettera al presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, in cui gli ha spiegato come stanno le cose – in breve: l'Italia sta per essere divorata dalla mafia – e Spadolini lo ha cortesemente ricevuto e ha ascoltato stupito; ha garantito che farà avanzare l'iter della sua proposta di legge. Poi Pio La Torre è tornato a Palermo e ha organizzato una manifestazione da centomila persone a Comiso – la più estrema delle periferie – in cui, il 4 aprile, hanno sfilato comunisti, pacifisti, monaci buddisti, ragazze inglesi molto determinate. Ovvero la solita schiuma della terra che si oppone al corso della Storia.Da Patria, di Enrico Deaglio

Il 30 aprile 1982 la mafia uccideva Pio La Torre assieme al suo autista, Rosario di Salvo: la sua colpa (agli occhi della mafia gravissima) era quella di aver portato avanti una proposta di legge rivoluzionaria.
Essere mafiosi era reato e, per quel reato, lo Stato poteva confiscarti tutti i beni.
Sembra una cosa semplice, ma questa legge rimase nel cassetto per mesi e ci volle l'indignazione per un altro cadavere eccellente, il prefetto Dalla Chiesa, affinché il PCI e il governo la ritirasse fuori.
Conosceva la mafia avendola vista da vicino, Pio La Torre, ma era anche un uomo solitario nella sua battaglia: nemmeno nel suo partito quella lotta a viso aperto contro la mafia si voleva portare avanti.
Significava mettersi contro un pezzo dello Stato, il mondo delle banche e della finanza (attraverso cui passavano i miliardi dei mafiosi), dei costruttori (che usavano l'arma del ricatto del lavoro) e anche mettersi contro un pezzo vasto di politica.
La legge Rognoni La Torre, il 416 bis, è stata una rivoluzione come anche una rivoluzione la stagione antimafia seguita alle stragi di Falcone e Borsellino.
Ma una rivoluzione serve a poco se non c'è vera discontinuità politica (e anche nelle imprese e nella finanza) tra un prima e un dopo: si dice che la Sicilia sia un laboratorio politico dove sperimentare nuove alleanze. Qui si è preparato il 61 a zero di Forza Italia nel 2001, qui i partiti sono in mano ai soliti capibastone, che si rivendono al miglior offerente.
Fino a pochi anni fa era il PD ad essere chiamato “partito acchiappavoti” per la campagna acquisti di ex lombardiani, cuffariani e altro.
Oggi tocca al nuovo che arriva (e che sa già di vecchio): quel Salvini che fa il pienone nelle piazze della Sicilia sperando di prendere il posto di Berlusconi.
Ieri sera Report ci ha raccontato del sistema Montante, della sua ragnatela di spioni, magistrati, giornalisti, con cui consolidava il suo potere e portava avanti la sua finta immagine di paladino dell'antimafia.
Combattere la mafia costa fatica, costa sacrifici, significa rischiare la pelle, anche l'isolamento da parte della politica ignava che preferisce non vedere.
Finché la lotta alla mafia sarà fatta solo da chiacchiere e chiacchieroni, avremmo purtroppo ancora bisogno di eroi come Pio La Torre (che pure ci sono, penso all'ex presidente del parco dei Nebrodi, Antoci).

30 aprile 2018

Pio La Torre – una vita contro la mafia

Domani 1 maggio, è la festa del lavoro e oggi, 30 aprile, è l'anniversario della morte di Pio LaTorre, segretario del PCI siciliano, ucciso da un commando della mafia a Palermo nel 1982.



Lavoro, un lavoro che dia dignità a tutti, anche agli ultimi, che non sia sfruttamento o ricatto.
E mafia, che vuol dire vivere liberi dal peso di questo sfruttamento su lavoro, vita privata. Che vuol dire ottenere come concessione del boss, del potente, ciò che è tuo diritto.
La casa, le cure mediche, un posto di lavoro.

Come si capisce, sono due temi che intrecciano lavoro e contrasto alle mafie, non solo al sud, ma in tutto il paese.
Sono due temi storici della sinistra: di quella sinistra che sta dalla parte degli ultimi e non dai signorotti locali, che si occupa di abbattere le disuguaglianze, gli ostacoli che impediscono agli ultimi di migliorare le loro condizioni.

Di lavoro e di mafia si era occupato in tutta la sua vita di politico Pio La Torre: da siciliano, sapeva comprendere il linguaggio della mafia e aveva intuito quale fosse la strada per combatterla. Andare a colpirla nel suo patrimonio, con la confisca dei beni.
Si deve a Pio La Torre la legge poi approvata l'indomani dell'omicidio del prefetto Dalla Chiesa: il 416 bis, l'associazione di stampo mafioso, che prevedeva appunto che la confisca dei beni ai boss.
Per mostrare ai cittadini la forza dello Stato, capace di mettere a nudo il re.

Lavoro e contrasto alle mafie sono stati i grandi assenti nella campagna elettorale passata e perfino in queste settimane dove si è parlato di un programma per un governo di cambiamento.
Argomento dimenticati anche nel discorso alla nazione del segretario di fatto del Partito Democratico che pure ha rivendicato le sue leggi, le sue riforme.
I contratti attivati, i posti di lavoro. Come se il lavoro, cardine di questa Repubblica democratica, fosse solo un numero da misurare.
All'argomentazione del sud assistenzialista, che ha bisogno del reddito di cittadinanza, nessuno ha ricordato al senatore Renzi che se il sud è in queste condizioni è per colpa di una classe politica e dirigente che è quasi sempre la stessa. Che si passa il potere di padre in figlio.
E le liste elettorali al sud, per tutti i partiti, sono lì a dimostrarlo.
Dai De Luca ai Navarra, ai Cardinale ..
Dalla Chiesa, a chi gli chiedeva perché la mafia avesse ucciso Pio La Torre, rispondeva “per tutta una vita”.
Non solo mafia, ma anche per le sue lotte per un partito comunista libero dalle connivenze coi poteri opachi dell'isola (che ai suoi tempi voleva dire ad esempio i Salvo), per una amministrazione trasparente.
Non solo mafia: Falcone, a proposito dei delitti politici, Mattarella, Reina, La Torre, parlò di "omicidi in cui si realizza una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che presuppongono un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina".

Ecco, non si è voltato pagina allora, e nemmeno oggi.

30 aprile 2017

Di primarie e di radici storiche a sinistra

Dalla Chiesa, a chi gli chiedeva perché la mafia avesse ucciso il segretario PCI Pio La Torre, rispose: “per tutta una vita”.
Per tutta una vita contro la mafia, contro i soprusi, contro le cooperative anche rosse colluse con la mafia.

Il procuratore al processo del tribunale fascista contro Antonio Gramsci disse “dobbiamo impedire a questo cervellodi ragionare”. Il cervello di una politico di sinistra, che non accettava compromessi, che non accettava la soppressione della libertà con la dittatura fascista.

A 35 anni dalla morte del segretario Pio La Torre, a 80 anni dalla nascita di Antonio Gramsci, quella parte di centro sinistra che oggi si presenta alle primarie dovrebbe fermarsi un attimo e guardarsi alle spalle. Guardare quelle che sono le vere radici della sinistra.

E vedere quello che è diventata oggi, in quel partito chiamato Partito Democratico che si appresta a votare per il segretario – candidato presidente del Consiglio per le future elezioni.

È vero: oggi non c'è più la dittatura fascista (anche se il fascismo è una malattia ancora presente nella nostra società) e le mafia ha cambiato pelle. Ma ci sono ancora gli esclusi e gli emarginati. Le mafie sono entrate nei consigli comunali, regionali, sono entrate nelle imprese, fanno impresa.
Portano voti a questo o quel candidato in cambio di favori che possono essere appalti, leggi che non devono essere approvate o da approvare ..

Oggi la sinistra, o centro sinistra, o forse centro e basta cosa è diventata: il partito dei bonus, dei selfie con Marchionne, della deregolamentazione arrivata col jobs act e coi voucher.
Il partito che, lo dicono i numero, ha portato il paese ad avere il boom in esportazioni di armi e con un'alta disoccupazione giovanile.
E, per chi non ha più memoria, Pio La Torre aveva manifestato contro i missili americani a Comiso, che avrebbero portato la Sicilia sul fronte della guerra alla Libia (oltre ad essere un favore ai mafiosi).
Il partito che oggi cerca consenso andando a prendersi voti al centro e a destra.
Il partito che oggi guarda con interesse al Macron francese.
Il partito del non andate a votare al referendum sulle trivelle (e Gramsci era quello che "odio gli indifferenti").

Il partito i cui candidati alle primarie, nel confronto televisivo, parlano di legittima difesa, di Alitalia dimenticandosi degli errori commessi .
Il partito che al 25 aprile, festa della Liberazione, in cui a sventolare doveva essere il tricolore, è invece sceso in piazza in #tuttoblue.
Il partito che alle elezioni (quelle regionali in Campania che hanno visto trionfare De Luca) non ha saputo o voluto contrastare i voti poco chiari che arrivavano da liste con candidati vicini alle mafie.

Nel libro “Chi ha ucciso Pio LaTorre” si riportano le testimonianze della giornalista Chiara Valentini di Panorama, di cui l'onorevole era un fonte, e della collega Adriana Laudani:
"Ritiene che il PCI o una sua parte avesse rapporti consociativi con i Salvo [Nino e Ignazio, esattori delle tasse sull'isola, considerati organici a cosa nostra]?Un dipendente delle esattorie - un comunista molto serio - mi raccontò che, secondo alcune voci assai fondate, i Salvo passavano soldi al partito. In quel periodo si aprì persino una polemica interna perché la figlia di un prestigioso deputato regionale comunista era stata raccomandata dai Salvo per un posto di lavoro.

Il partito che ha portato il giornale fondato da Antonio Gramsci nelle mani di imprenditori che poi avrebbero ricevuto favori in appalti pubblici.
Non basta chiamarsi compagni, come ha fatto Renzi al lingotto, per dirsi di sinistra.
« Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini »(Antonio Gramsci, Lettera alla madre, 10 maggio 1928)

Ecco, oggi, quando andate a votare, pensare a quanta storia abbiamo alle spalle e al futuro che ci aspetta.
Una sinistra di governo che si alleerà con la destra berlusconiana per portare avanti le politiche già viste negli anni passati, una serie di partitini a sinistra del centro sinistra, inconsistenti e al momento incapaci di unirsi tra loro.
E gli elettori costretti ancora una volta a votare il meno peggio, perché altrimenti arriva il babau.
La Le Pen in Francia o i populisti in Italia.

Andate a votare dunque, ma votate consapevoli.


30 aprile 2016

Il comunista e il generale – in ricordo di Pio La Torre

Una Smith&Wesson per il comunista Pio La TorreA 55 anni, Pio La Torre fa rapidamente le pratiche per ottenere il porto d'armi per sé e per il suo amico e autista Rosario di Salvo. Compra due pistole Smith&Wesson; i due non sanno come usarle, ma pensano siano un deterrente.Nato nel 1927 in una frazione miserabile di Palermo, Altarello di Baida, La Torre è stato mandato a lavorare nei campi fin da bambino, ha diviso la stanza con una folla di fratelli e una capra, ha conosciuto la luce elettrica solo da ragazzo e la scuola solo per insistente di sua madre.Dal 1945 è iscritto al partito comunista, organizzatore di braccianti, detenuto al carcere dell'Ucciardone per diciassette mesi per occupazione di terre, consigliere comunale a Palermo, deputato nazionale, membro della Commissione antimafia, segretario regionale del PCI siciliano.Sa che cosa è la mafia, perché la vede da quando è bambino , conosce a memoria i nomi di decine di sindacalisti e attivisti ammazzati. Non è un banchiere, ma sa come circolano i soldi e conosce tutti gli appalti che hanno cementificato la città di Palermo. Non è un sociologo, ma sa quanto si guadagna con la droga e la strada che prendono i soldi verso Milano e verso New York. Non è un politologo, ma è rimasto allibito quando è stato stabilito che nella città di Comiso, in provincia di Ragusa, verrà costruita una grande base americana, dotata di missili nucleari per contrastare quelli dell'Unione Sovietica. Ha spiegato al suo partito che sarà la mafia a gestirlo, ma quando parla di queste cose nelle riunioni a Botteghe Oscure non sente il calore della lotta e dell'impegno; e anche a Palermo nel suo partito lo giudicano un uomo all'antica, un romantico. E anche un po' un disturbatore.Nel 1980 ha presentato una proposta di legge tanto semplice quanto rivoluzionaria: la mafia va considerata «associazione a delinquere» e i beni mafiosi vanno confiscati. Tutto il resto non è più lungo di una paginetta, ma non ha trovato nessuno nel suo partito che mettesse la firma accanto alla sua. Gli unici che sono stati vicini sono stati un giornalista, Alfonso Madeo, e due giovani sostituti procuratori di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La sua legge è finita in un cassetto. Allora ha scritto una lettera al presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, in cui gli ha spiegato come stanno le cose – in breve: l'Italia sta per essere divorata dalla mafia – e Spadolini lo ha cortesemente ricevuto e ascoltato stupito; ha garantito che farà avanzare l'iter della sua legge. Poi Pio La Torre è tornato a Palermo e ha organizzato una manifestazione di centomila persone a Comiso – la più estrema delle periferie – in cui, il 4 aprile, hanno sfilato comunisti, pacifisti, monaci buddisti, ragazze inglesi molto determinate. Ovvero, la solita schiuma della terra cge si oppone al corso della storia.Però adesso Pio La Torre ha una Smith&Wesson. Anche se non sa dove metterla. 
Salvatore Riina, il mitragliatore ThompsonSalvatore Riina ha appena tre anni in meno di Pio La Torre, è nato a Corleone che sta a sessanta chilometri da Altarello di Baida. Poverissimo anche lui, quando aveva 13 anni e insieme al suo padre e un fratello stavano maneggiando una bomba americana inesplosa per vendere la polvere da sparo, è rimasto l'unico sopravvissuto. Questo nuovo segretario regionale del Partito Comunista se lo ricorda quando era ragazzo, è già disturbava, a Corleone, con i suoi discorsi. Che cosa combinato nella vita?Niente, tanto è vero che la sua legge non la vuole firmare nessuno. A 52 anni Salvatore Riina è invece un capitalista miliardario, con un piccolo esercito di killer che farebbe invidia a chiunque.I suoi killer ammazzano Pio La Torre la mattina del 30 aprile nel quartiere Zisa di Palermo, con fucili mitragliatori americani Thompson, pistole Colt 45, colpi di grazia. Le due Smith&Wesson appena comprate dai comunisti non hanno fatto in tempo a materializzarsi.Ai funerali, il segretario del PCI Enrico Berlinguer dice che Rosario di Salvo ha risposto al fuoco, forse ferendo uno dei killer; Sandro Pertini annuncia: «prepariamoci a una lunga guerra»; Giovanni Spadolini assiste attonito. Dall'altoparlante collocato su una Fiat 127 escono le note dell'Inno alla gioia di Beethoven, i turisti stranieri scattano le fotografie del folklore siciliano. Al posto di Pio La Torre, il PCI nominerà segretario regionale Luigi Colajanni, un giovane diregente affabile e mondano che per anni accompagnerà il PCI nella sua discesa elettorale e che oggi vive a Malindi in Kenia.Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato 58 esimo prefetto di Palermo con vaghi poteri speciali, è arrivato a Palermo con un volo di linea da Roma, vestito in borghese e con un paio di occhiali neri, in tempo per partecipare alle esequie.Pio La Torre lo aveva conosciuto da giovane, sulla piazza di Corleone, nel 1949, quando il generale era capitano dei carabinieri («qui la nostra presenza finisce al tramonto e nella notte comincia il potere della mafia», aveva lasciato scritto) e il comunista era un giovane attivista.Avevano simpatizzato. A 62 anni, il generale, vedovo da quattro anni, si è appena sposato con Emanuela Setti Carraro, crocerossina milanese, di trent'anni più giovane di lui e si avvicina al pensionamento per limiti d'età.

Da “Patria 1978 – 2008” Enrico Deaglio, Il saggiatore.

34 anni fa i killer della mafia uccidevano a Palermo il segretario regionale del PCI Pio La Torre: il comunista che sapeva riconoscere il linguaggio della mafia, conosceva l'impero miliardario che aveva messo in piedi grazie al traffico della droga, soldi che prendevano la via del nord, in mano a manager più presentabili che quel rozzo contadino coi “peri ncretati” che era Riina.
Aveva capito come combattere la mafia per vincere una volta per tutte la guerra: la confisca dei beni e l'introduzione del reato di stampo mafioso.
Colpirli nei loro beni materiali: una legge che porta il nome di La Torre Rognoni, arrivata dopo la morte del segretario, come anche il 416 bis arrivò solo dopo la morte del prefetto Dalla Chiesa.
Così stavano le cose in Sicilia: prefetti con super poteri sulla carta, una lotta alla mafia delegata a molti volenterosi ma ostacolata dai palazzi del potere.
Il partito comunista dopo La Torre ha perso la sua battaglia contro le mafie, in Sicilia.
La Torre oggi passerebbe per uno di quei pazzi forcaioli, quelli che vedono ladri dappertutto, che chiedono ostinatamente ai colleghi sotto inchiesta di fare un passo indietro, perché la presunzione di innocenza non c'entra niente. Lasciamola alla magistratura.
I partiti, devono fare pulizia, la famosa questione morale sollevata anche da Enrico Berlinguer.
Quanto sono distanti questi giganti dai nani di oggi, dal partito della nazione...

Letture consigliate
Chi ha ucciso Pio La Torre, di Paolo Mondani e Armando Sorrentino
Uomini soli di Attilio Bolzoni

I pezzi mancanti, Salvo Palazzolo

30 aprile 2015

Pio La Torre e la sua battaglia archiviata

In Sicilia il nuovo corso renziano del pd sta portando ad un'imbarcata di cuffariani e lombardiani, dentro il pd regionale del segretario Faraone.
Effetto delle larghe intese, quelle per cui è difficile distinguere destra e sinistra. Candidati di destra eletti alle primarie del PD.
Ma anche esponenti del PD come Crisafulli che, alle scorse elezioni nazionali, erano considerati incandidabili e che oggi reclamano la poltrona di sindaco.
Archiviata definitivamente la questione morale, perché il Pd ormai è apertamente post ideologico (anche se poi abbraccia le idee care alla destra berlusconiana), in Sicilia si ha l'impressione che si voglia archiviare anche la questione mafiosa.
Che fine ha fatto la battaglia di pulizia dentro il partito (erede dell'ex PCI) che Pio La Torre voleva portare avanti in Sicilia negli anni '80?
La lotta contro i boss per contro i loro beni, per l'introduzione del reato di associazione mafiosa (il 416 bis che fu approvato solo dopo l'omicidio del prefetto Dalla Chiesa). La lotta contro la base missilistica di Comiso.
La lotta contro le cooperative rosse che facevano affari assieme (e grazie) ai boss mafiosi.
"Appena arrivato in Sicilia, Pio La Torre scopre che alcune cooperative avrebbero pesanti infiltrazioni di mafia. Il segretario del Pci ha le idee chiare sul da farsi: chiede di espellere dal partito alcuni esponenti delle coop di Bagheria e Villabate.Uno di loro, Nino Fontana, non è solo un compagno di provincia: fra il 4 aprile 1981 e il 18 febbraio 1982 è stato anche amministratore delegato di “Tele L’Ora spa”, la società che gestisce la televisione di denuncia che porta il nome del glorioso quotidiano del pomeriggio.
Quei sospetti di alleanze spregiudicate sono una delle tracce che il giudice istruttore Giovanni Falcone segue, per cercare di dare una ragione all’omicidio di La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo. Questa pista insieme alle altre. Perché La Torre è l’uomo di tante denunce, è l’ispiratore della legge per il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi, è anche l’animatore del movimento per la pace.I mafiosi e i loro complici possono avere molte ragioni per uccidere Pio La Torre. E un investigatore deve vagliarle tutte, le ragioni dei sicari e dei mandanti, alla ricerca di un movente preciso. Ma sulle denunce che riguardano i comunisti infedeli di Bagheria e Villabate, Falcone non riesce ad andare avanti. Qualcosa è stato sottratto con cura dall’archivio del Partito Comunista."

Probabilmente qualcuno oggi, nel giorno del suo assassinio (fu ucciso a Palermo il 30 aprile 1982, assieme all'autista Rosario Di Salvo), dirà pure che l'azione del Partito democratico è nella scia del suo lavoro.
Una bugia.
Cosa direbbe oggi Pio La Torre su queste larghe intese, imbarazzanti?
Su queste transumanze di candidati da destra a sinistra.

Su questa politica che vive di emergenze, che ha delegato alla magistratura il compito di selezionare (quando riesce) i cattivi amministratori dai buoni.
Su questa politica che non riesce ad avere una linea chiara sulle confische ai mafiosi, sul voto di scambio.

Così, per ricordare
- Uomini soli di Attilio Bolzoni
- Chi ha Ucciso Pio La Torre, di Paolo Mondani e Armando Sorrentino

01 maggio 2014

Pio la Torre, il politico che sapeva parlare due lingue

Dice Attilio Bolzoni che Pio La Torre è stato ucciso dalla mafia perché sapeva parlare due lingue, il siciliano e l'italiano. Sapeva spiegare nei palazzi della politica il linguaggio mafioso, i suoi meccanismi, dove basava il suo potere.
E, soprattutto, cosa si doveva fare per colpire al cuore il potere mafioso: colpire i patrimoni dei mafiosi e colpire i mafiosi in quanto tali.
Principi che sono le basi del reato 416 bis del c.p.
Per questo è stato ucciso: perché spiegava che il mafioso non era solo coppole e lupara, ma banchieri, politici, imprenditori col titolo.
L'aveva capito 32 anni fa, anche se per arrivare all'approvazione della legge La Torre Rognoni sulla confisca dei beni si dovette aspettare il sacrificio di un altro uomo di stato, il prefetto Dalla Chiesa.



Ma ancora oggi si fa fatica a far passare questi principi, nella legislazione antimafia. L'agenzia per la confisca dei beni che non ha personale per funzionare. Le banche sono ancora restie a chiudere i canali dell'evasione, a denunciare i mafiosi. E la politica, come ha dimostrato di recente il governo con l'approvazione dell'articolo 416 ter, ancora deve fare i conti con la sua coscienza. La politica che pure La Torre denunciava, i maggiorenti DC in Sicilia ieri, i politici condannati per concorso esterno oggi, ha bisogno ancora oggi dei voti della mafia. E la mafia ha ancora bisogno dell'appoggio, degli appalti, dei favori della politica (magari a sua insaputa, che così non si rischia nulla).

30 aprile 2013

Pio La Torre - qualcuno era (veramente) comunista



Chissà direbbe oggi, con davanti agli occhi il governo PD-PDL, uno come Pio La Torre.  Il suo partito, o meglio il partito dalle ceneri del suo ex partito, che deve accettare tutti i diktat del cavaliere. L'ex portaborse Alfano, ministro degli interni. 

Qualcuno era comunista, ma per davvero. E l'ha pagato con la vita, la sua lotta contro la mafia. Quella mafia con cui non si può convivere.

01 luglio 2012

Chi ha ucciso Pio La Torre, di Paolo Mondani e Armando Sorrentino

Ci sono libri che sono come delle passeggiate in montagna: all'improvviso, dopo ore che cammini su quel percorso in salita, ti guardi alle spalle e tutto il panorama ti si apre davanti. Riesci a vedere più cose, se guardi dall'alto.
Il libro dell'avvocato Armando Sorrentino e del giornalista Paolo Mondani funziona proprio così: racconta dell'omicidio del segretario regionale PCI Pio La Torre da un altro e più alto punto di vista.

Non è stata solo la mafia ad uccidere il segretario La Torre: il commando che lo ha ucciso, assieme al suo autista guardaspalle Rosario Di Salvo, era composto da soldati mafiosi, ma a questa morte si è arrivati, come per altri omicidi politici del periodo 1978-1982 in Sicilia (e non solo) grazie a quella convergenza di intenti tra potere mafioso, e potere finanziario-massonico ad esso legato, di cui ha scritto il giudice Falcone nella sentenza ordinanza di rinvio a giudizio per il maxi processo.

Proprio questi erano gli intrecci, tra criminalità, massoneria finanza e mondo istituzionale, che l'onorevole aveva saputo cogliere, ben prima di altri (anche all'interno del suo stesso partito): a cominciare dal vero volto del banchiere Michele Sindona, le ragioni del suo viaggio in Sicilia nel 1979 (nei mesi in cui veniva ucciso il consigliere Cesare Terranova a Palermo e Giorgio Ambrosoli a Milano), gli interessi economici che si nascondevano dietro gli appalti pubblici della regione Sicilia, per le dighe, per l'agricoltura e le cooperative agricole, nel settore delle costruzioni.
Sindona che era venuto nell'isola per il suo progetto golpista e separatista: pedina in un gioco di più ampio respiro internazionale, che metteva assieme mafia, servizi segreti e apparati americani.
Come era già avvenuto nel 1943 con l'arrivo di Lucky Luciano, che avrebbe trasformato la mafia rurale in Cosa Nostra: anche in quegli anni sull'isola si parlava di separatismo, di banditismo e strani contatti si registravano tra persone dello stato e mafiosi (come la vicenda di Portella della Ginestra racconta).
E' provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l'assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l'assassinio del presidente della regione Piersanti Mattarella. I gangster siculi-americani che hanno accompagnato Sindona in Sicilia hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di tipo anti-comunista e la maestrina Longo ha dichiarato che Sindona, mentre era suo ospite, era in contatto con generali americani. Ecco perché gli omicidi politici compiuti dal terrorismo politico-mafiso in Sicilia nel '79 e nell' 80 non possono essere esaminati come singoli episodi.Dagli appunti di Pio La Torre.

Già nella relazione di minoranza in commissione antimafia nel 1976, aveva parlato di terrorismo mafioso: la mafia, che per alcuni uomini di stato ancora non esisteva, non era solo un gruppo limitare come gli altri. Cosa nostra andava considerata alla stessa stregua del brigatismo rosso, anzi più pericolosa del brigatismo. Proprio per il suo voler cercare l'appoggio negli uomini dello stato (mentre per le BR lo stato era qualcosa da abbattere).
La Torre aveva messo assieme i fatti di sangue dei delitti eccellenti siciliani, per leggere il filo rosso che li legava: Reina, Mattarella (e Aldo Moro a Roma), Cesare Terranova, il procuratore Costa, il capitano Basile .. la mafia (e non solo la mafia) aveva ucciso quei politici progressisti che avrebbero potuto cambiare il corso politico in Sicilia. Per questo si deve parlare di terrorismo politico-mafioso.
Eversione nera, finanza, massoneria, Gladio, servizi occulti (La Torre fu pedinato da uno di questi servizi fino a 10 giorni prima della sua morte). 
La Torre aveva fatto coincidere la stagione degli omicidi eccellenti con la messinscena del rapimento di Sindona e i suoi rapporti con la destra americana. Riteneva che la nuova cosa nostra corleonese avesse in testa un progetto politico condiviso con alcuni capi della Dc. E gridava ad ogni comizio che con la base di Comiso la Sicilia sarebbe diventata
«terreno di manovra di spie, terroristi e provocatori di ogni risma al soldo dei servizi segreti dei blocchi contrapposto». Parallelamente Dalla Chiesa ragiona su un progetto criminale che vede insieme mafia , massonerie deviate, terrorismo di destra e apparati dello Stato sotto supervisione atlantica. Chinnici indaga sulle «presenze» statunitensi e i mandanti politici dei fatti di Portella che in quel primo maggio del 1947 provocarono una strage lasciando il lavoro sporco alla banda Giuliano, esattamente come ritiene che la mafia abbia ucciso La Torre e Dalla Chiesa in associazione con altri interessi. Non è difficile trarre una conclusione: La Torre, Dalla Chiesa e Chinnici scoprono un network di strutture criminali in relazione tra loro e muoiono per questo.Dal capitolo “L'uomo che sapeva troppo”, pagine 163-164

Il primo capitolo del libro ripercorre gli ultimi giorni di vita del segretario: la paura e la consapevolezza dei rischi che stava correndo. Ma anche la determinazione nel voler portare avanti il suo lavoro in Sicilia: la pulizia all'interno del suo partito (i dirigenti del partito che facevano affari con le famiglie mafiose, le cooperative di Bagheria e Villabate). "Dammi tempu ca ti perciu" ripeteva riferendosi al suo lavoro come segretario regionale, datemi tempo che ti buco, che ti penetro, che ti cambio.
Forse anche perché lasciato solo, o in minoranza dai suoi stessi compagni, non ci riuscì.

Nel libro, c'è spazio per un'intervista all'ex segretario PCI Natta, che racconta degli scontri tra le diverse anime del PCI, non solo in Sicilia. L'ala migliorista di Macaluso, Bufalini (e Napolitano), aperta all'alleanza con PSI e DC, e l'ala movimentista, slegata alla segreteria e ai centri di potere.


Un altro capitolo è dedicato al processo che si tenne per l'omicidio. Sorrentino, assieme all'avvocato Zupo, fu parte civile per conto del partito comunista. Assieme, cercarono di svolgere il proprio incarico cercando di andare oltre la soluzione ovvia, ovvero il semplice delitto mafioso (quella cui purtroppo arrivò la magistratura).
Per quale motivo Cosa Nostra decise di uccidere questo importante uomo politico? Per l'impegno contro la base missilistica di Comiso (che avrebbe trasformato l'isola in una terra di spie)? Per la sua proposta di legge che prevedeva l'introduzione del reato mafioso e la confisca dei beni?
Perché La Torre aveva capito da tempo cosa stava diventando, o cosa era già diventata Cosa Nostra? Perché si voleva impedire alla Sicilia un nuovo corso politico, che mettesse fine alla politica consociativa del PCI, assieme alla Democrazia Cristiana?
La DC di Gioia, Salvo Lima, di Ciancimino e di Andreotti.


Ecco cosa scrive nel 1976, nella relazione di minoranza dell'Antimafia, il deputato comunista Pio La Torre: «Il sistema di potere mafioso continua a dominare la vita di zona della Sicilia occidentale. La D.C. trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere dominato dalla famiglia Salvo di Salemi che, come è noto, controlla le famose esattorie di cui tanto si è interessata la nostra commissione».


E ancora , sempre nella relazione : "L'onorevole Gioia non batté ciglio e proseguì imperterrito nell'opera di assorbimento delle cosche mafiose nella DC".

Nel libro sono riportate le testimonianze della giornalista Chiara Valentini di Panorama, di cui l'onorevole era un fonte, e la collega Adriana Laudani.
"Ritiene che il PCI o una sua parte avesse rapporti consociativi con i Salvo [Nino e Ignazio, esattori delle tasse sull'isola, considerati organici a cosa nostra]?Un dipendente delle esattorie - un comunista molto serio - mi raccontò che, secondo alcune voci assai fondate, i Salvo passavano soldi al partito. In quel periodo si aprì persino una polemica interna perchè la figlia di un prestigioso deputato regionale comunista era stata raccomdanata dai Salvo per un posto di lavoro.
Nell'esattoria dei Salvo?No, l'avevano sistemata in un abanca, ma l'intermediazione dei Salvo divenne di pubblico dominio e la osa inquietò molto i giovani come me. Il vecchio ceppo del Partito comunista, nato dalle lotte contadine, aveva una sua cultura politica antagonista nella battaglia sociale, ma assolutamente subordinata in quella istituzionale. Parlo dei Macaluso, dei Michelangelo Russo, dei Salvo Rindone."
E c'è anche la storia del prestito al PCI e a Paese Sera da parte del Banco Ambrosiano, anche dopo che si scoprì essere guidato da un esponente della P2. Prestito che causò un certo imbarazzo nel partito.


Il contesto internazionale.

Gli ultimi due capitoli parlano di mafia e servizi, di Gladio (non solo l'apparato dei servizi che doveva servire in funzione di guerriglia in caso di invasione sovietica) e dei legami tra massoneria, servizi deviati, estremismi e mafia. La Torre fu seguito dai servizi fin dal 1952, come era logico, essendo un esponente di spicco del maggiore partito comunista europeo. Meno chiaro è quale apparato “occulto” si occupò della sua pratica dopo il 1976, quando il Sid dichiarò in una sua relazione, che non era più interessata al suo monitoraggio. 
Sono forse i capitoli più interessanti del libro perchè permettono di comprendere quale fosse il contesto storico e politico di quegli anni in cui si stava uscendo dalla strategia della tensione. Sono gli ultimi anni di potere del blocco sovietico, prima del suo crollo: anni in cui per mostrare i muscoli, Mosca invade l'Afghanistan e compie importanti azioni navali nel Mediterraneo.
Dall'altra parte gli Usa decidono di installare dei missili balistici in Sicilia, a Comiso. Perchè proprio in Sicilia, se devono essere puntati a est? La Torre comprende prima di altri che dietro quei missili si nascondessero altri interessi, e aveva messo in relazione quegli anni, con quelli della fine della seconda guerra mondiale, con le spie dell'OSS a fare avanti indietro per l'isola e tessere rapporti con la mafia.
Sono gli anni di Ustica, della bomba alla stazione di Bologna, e anche della mattanza dei corleonesi, degli omicidi politici contro quelle persone che avrebbero potuto cambiare la politica sull'isola
Gli omicidi di Palermo, almeno quelli più importanti, sono stati decisi da un tribunale internazionale composto da personaggi di altissimo livello. Sono omicidi molto pensanti, di uno stile diverso da quello mafioso tradizionale. Sono una vera sfida allo Stato, alla società civile. Accanto al terrorismo delle Br, si vuole aprire un altro fronte, quello del terrorismo di stampo mafioso. Ci troviamo di fronte a un magma oscuro e manca la volo tà di venirne a capo. Anche è perché la Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori fa parte di questo gioco. Ed è per questo che non sembra disposta, oggi come non lo era ieri, a tagliare il nodo dei rapporti tra mafia e potere.Relazione al PCI siciliano del 1982, di Pio La Torre


Secondo il collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che entrò nell’organizzazione Gladio per il tramite di un compagno di università, e che conobbe qui l'agente di polizia Emanuele Piazza che lavorava per i servizi segreti (ucciso in seguito da esponenti mafiosi nel 1990 che ne disciolsero nell’acido il corpo), Gladio sarebbe stata responsabile, nel corso degli anni ’80, di una serie di clamorosi omicidi, fra i quali quello di Pio La Torre. 

Anche questa sarebbe stata una pista che il processo per il suo omicidio avrebbe dovuto seguire, se non ci fosse stata di accontentarsi della “forma dell'acqua”. Ovvero, il volersi fermare alle responsabilità della cupola mafiosa, che decise quelle morti, in perfetta solitudine.



I due autori chiudono così questo libro, con queste parole amare:
Non sapremo mai come sarebbe stata la storia d'Italia se Mattarella e La Torre, se Moro e Berlinguer avessero vissuto per intero la loro vita. Abbiamo presente come è andata. E non c'è molto altro da dire.
Il link per ordinare il libro su ibs.

La scheda del libro sul sito di Castelvecchi editore.
Il sito del centro studi Pio La Torre.
L'archivio Pio La Torre alla camera, con i documenti sulla legge che porta il suo nome sulla confisca dei beni ai mafiosi.

Altre letture:
Uomini soli, di Attilio Bolzoni
La santissima Trinità, di Nicola Tranfaglia

23 maggio 2012

Uomini soli di Attilio Bolzoni

“Fortunato il paese che non ha bisogni di eroi”.
Bertold Brecht

Nessuno di loro voleva diventare un eroe, uno di quelli che viene ricordato durante le celebrazioni, con tanto di fanfara e corona, per poi tornare nel dimenticatoio.
Uomini soli perchè, quasi in solitudine, hanno portato avanti nel loro lavoro una battaglia contro cosa nostra, per i diritti civili dei siciliani, per il rispetto della legge.

Il bel libro di Attilio Bolzoni, che queste persone le ha conosciute di persone (loro e i loro collaboratori nella polizia, nei carabinieri nel Tribunale), ha il pregio di raccontare le vite di questi uomini mentre erano vivi.
E dunque lontano dalla retorica che anche oggi emerge per le celebrazioni della strage di Capaci.
Se sono diventati eroi è perchè una parte dello Stato (lo stesso stato di cui loro facevano parte) non ha fatto il proprio dovere: esponenti politici che remavano contro le proposte di legge di  Pio La Torre sulla confisca die beni ai mafiosi. 
Il governo che non concesse a Dalla Chiesa i poteri speciali che gli aveva promesso.
Gli attacchi e il fango che furono gettati addosso al pool, a Chinnici, a Falcone, a Borsellino per il loro voler indagare laddove non si doveva.
Le banche, i grandi costruttori e i cavalieri del lavoro che prendevano gli appalti pubblici di Palermo, gli amministratori locali della Sicilia.
E ovviamente anche le famiglie mafiose.

Forse a volte ci dimentichiamo, ma è un passo su cui Bolzoni ritorna spesso, che fino al 1982 il reato di mafia non esisteva, sebbene Cosa nostra avesse già fatto omicidi e stragi.
Fino al 1992, e per questo dobbiamo ringraziare sempre tutto il pool di Palermo e i giudici che han lavorato al maxi, nessun mafioso era mai stato condannato all'ergastolo.
E' servito il sangue di Falcone e Borsellino, delle rispettive scorte (e di tutti gli altri magistrati, poliziotti, carabinieri), la forte indignazione della società civile affinchè venissero approvate le riforme di Falcone: il 41 bis, la legge sui pentiti, la superprocura.

Nonostante questo, a cadavere ancora caldo, c'era sempre una parte dello stato (il nostro stato), che con i boss di Cosa Nostra sedeva a tavolino per la trattativa. Per quella convergenza di interessi di cui Falcone stesso parlò.
Dopo la caduta del muro di Berlino, dopo il crollo dei partiti con Tangentopoli, si doveva voltare pagina. Sia nei partiti, sia dentro la mafia.
Mentre i problemi della Sicilia, il lavoro, l'acqua nelle case, le fogne, sono ancora lì in attesa di qualcuno che nello stato voglia risolverli.

Si può comprare il libro di Bolzoni singolarmente (qui per ordinarlo su ibs), oppure assieme al film documentario di Paolo Santolini, con le musiche di Stefano Bollani.

Altre letture:

Il link per ordinare il libro su ibs.
La pagina dell'iniziativa editoriale di Repubblica.
Technorati:  

17 maggio 2012

Uomini soli - Pio La Torre



Uomini soli, la storia di quattro italiani lasciati soli nella loro lotta contro la mafia.
Pio La Torre è il primo personaggio la cui vita ci viene raccontata da Attilio Bolzoni nel suo libro: nel suo caso, fu il suo stesso partito, a lasciarlo solo nella sua battaglia personale contro i mafiosi e contri i politici a disposizione dei primi.


Finisce in carcere nel 1950, per l'occupazione a Polizzello del feudo di Santa Maria del Bosco del barone Inglese. Terreni lasciati incolti dai nobili mentre i contadini dell'isola facevano la fame. Finisce all'Ucciardone, dopo essere stato arrestato (e sputato) dai poliziotti. Dall'11 marzo 1950, rimarrà in stato di carcerazione preventiva per un anno e mezzo.
Passano altri mesi e Pio La Torre resta in galera. Abbandonato, dimenticato anche dai suoi compagni di partito. Dentro il PCI siciliano la lotta è aspra. Da una parte la dirigenza regionale con il segretario Girolamo Li Causi, dall'altra la federazione provinciale di Palermo con Pancrazio De Pasquale, Pio La Torre e altri giovani compagni.Il primo è accusato di interpretare una linea eccessivamente parlamentarista, gli altri di essere troppo movimentisti, di pensare solo all'occupazione delle terre, di guardare con simpatia anche a Danilo Dolci, il sociologo pacifista, il sognatore, l'agitatore sociale appena sceso da Trieste per mettersi a capo delle rivolte con i suoi scioperi alla rovescia in tutte le campagne della Sicilia occidentale.Lo scontro è duro. A Palermo si riunisce il comitato regionale, presente anche il vice segretario nazionale Pietro secchia. E' un processo in puro stile staliniano. Contro Pancrazio De Pasquale e tutti gli altri che, nel partito, sono al suo fianco.Sono incolpati di 'attività frazionistica'. De Pasquale viene destituito da segretario della Federazione. Lo spediscono prima alla scuola di partito a Frattocchie, poi a Genova. In esilio.Pio La Torre resta da solo. E sempre in galera. 
pagina 23 
Come si vede, la lontananza del partito dai movimenti di protesta è storia antica, non è solo cosa di oggi, del PD e del movimento di Grillo.
Pio La Torre fu ucciso dalla mafia, ma non è solo un omicidio di mafia: come disse Falcone quelli di Mattarella, La Torre Dalla Chiesa, sono 
"omicidi in cui si realizza una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che presuppongono un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina".


La Torre era un siciliano nato nella Sicilia più povera, ad Altarello di Baida: aveva visto crescere il potere dei corleonesi scesi dalle campagne nella città, con la loro fame di rispetto e piccioli.
E aveva anche visto crescere ed espandersi il potere dell'ala DC di Salvo Lima, Vito Ciancimino, D'Acquisto, Gioia: appalti dati agli amici degli amici (mafiosi), carrozzoni della regioni per fare assunzioni clientelari, palazzi cresciuti uno accanto all'altro, i missili Cruise a Comiso, sui terreni comprati dalle famiglie mafiose.
Uno che si era impegnato in Parlamento affinchè l'essere mafioso diventasse reato, affinché la mafia venisse affrontata come una questione nazionale, non un problema di costume.
Mafia, una parola che veniva pronunciata poco frequentemente, anche da prefetti, giudici e questori: la mafia non esiste, è solo un'invenzione dei comunisti "per colpire la Democrazia cristiana e la moltitudine di siciliani che la votano" (così diceva il card. Ruffini all'inaugurazione di un cantiere).

La Torre sapeva tradurre il siciliano in italiano e soprattutto sapeva dove colpire la mafia: i soldi.
Gli stessi soldi che legavano assieme certe cooperative del Pci con imprese della borgata di Villabate e Ciaculli, con uno di questi amministratori, Nino Fontana, con Michele Greco e altri prestanome di Bernardo Provenzano.
Per questo è stato ucciso il 30 aprie 1982: per la sua vita di battaglie contro cosa nostra.

"I pezzi mancanti" di Salvo Palazzolo.
Il link per ordinare il libro su ibs.

04 febbraio 2010

Così parlava Pio La Torre

"Non solo abbiamo perso i voti, dopo il 1976, abbiamo perso gli iscritti e abbiamo presentato il volto di un partito in crisi [..] risulta evidente che il nostro partito non è riuscito a stare al passo con i profondi cambiamenti che avvenivano nella realtà economica e sociale dell'isola e negli orientamenti culturali della gente [..]. Abbiamo bisogno come l'aria dell'ingresso di nuove energie nelle file del partito e di altri che si affianchino a noi nelle forme più varie e originali."

Pace, lavoro e autonomia. Un partito rinnovato per la Sicilia
14 gennaio 1982, IX congresso regionale del PCI - relazione di Pio La Torre

Cosa intendeva Pio La Torre, ucciso dalla mafia il 30/4/1982? La spiegazione nelle motivazioni della sua morte. Chiedeva al suo partito di rinnovarsi e ripulirsi dai legami con la mafia, come prima di lui volevano fare Piersanti Matarella e Michele Reina per la Democrazia Cristiana.
Lo spiega nel suo libro "I pezzi mancanti" Salvo Palazzolo:

Appena arrivato in Sicilia, Pio La Torre scopre che alcune cooperative avrebbero pesanti infiltrazioni di mafia. Il segretario del Pci ha le idee chiare sul da farsi: chiede di espellere dal partito alcuni esponenti delle coop di Bagheria e Villabate.
Uno di loro, Nino Fontana, non è solo un compagno di provincia: fra il 4 aprile 1981 e il 18 febbraio 1982 è stato anche amministratore delegato di “Tele L’Ora spa”, la società che gestisce la televisione di denuncia che porta il nome del glorioso quotidiano del pomeriggio.

Quei sospetti di alleanze spregiudicate sono una delle tracce che il giudice istruttore Giovanni Falcone segue, per cercare di dare una ragione all’omicidio di La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo. Questa pista insieme alle altre. Perché La Torre è l’uomo di tante denunce, è l’ispiratore della legge per il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi, è anche l’animatore del movimento per la pace.
I mafiosi e i loro complici possono avere molte ragioni per uccidere Pio La Torre. E un investigatore deve vagliarle tutte, le ragioni dei sicari e dei mandanti, alla ricerca di un movente preciso. Ma sulle denunce che riguardano i comunisti infedeli di Bagheria e Villabate, Falcone non riesce ad andare avanti. Qualcosa è stato sottratto con cura dall’archivio del Partito Comunista.

Sono passati anni ma ai partiti nati dal Partito Comunista, il PD e i vari partitini con la falce il martello, si chiede la stessa cosa. Ovvero un partito aperto che faccia scelte nette nei confronti della mafia.