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24 maggio 2021

Anteprima Report – le stragi di mafia, i tubi dell'acqua e i diritti televisivi

 


In occasione dell'anniversario della strage di Capaci, Report ritorna sulla trattativa stato-mafia e su quella zona grigia tra le istituzioni e la mafia, quelle “menti raffinatissime” che hanno portato avanti la campagna di delegittimazione contro Falcone e il pool antimafia, che hanno pianificato le stragi terroristico-mafiose della stagione 1992-1993 e, negli anni precedenti, i delitti politici di magistrati e politici (da Dalla Chiesa a Mattarella).

Un omaggio a tutte le donne e uomini che hanno lottato contro la mafia senza ambiguità, consapevoli di quello che rischiavano e che oggi, celebrazione dopo celebrazione, rischiamo di trasformare in santini, solo dei nomi che non ci dicono più nulla.

Il servizio di Paolo Mondani toccherà diversi punti oscuri nella storia della lotta alla mafia: la mancata cattura di Provenzano grazie alle rivelazioni del pentito Ilardo (per primo aveva raccontato della convergenza di interessi dietro certi delitti politici, delle connivenze tra mafiosi ed esponenti dei servizi), la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993. Secondo diversi collaboratori di giustizia nel covo Riina aveva documenti che avrebbero fatto saltare lo stato e che sarebbero stati consegnati a Messina Denaro, documenti che oggi gli darebbero quel suo potere di ricatto.

C'è dell'altro, un documento fatto recapitare al giudice Di Matteo, dal titolo “Protocollo fantasma”, dice invece che quella perquisizione fu fatta. Ma i documenti non furono sequestrati.

Nel servizio si parlerà anche di verbali sequestrati dal Ros nel 1998 e lasciati dentro cassetti chiusi, documenti riportati alla luce durante il dibattimento del processo d'appello sulla trattativa: in quei documenti era disegnato l'impero finanziario di Bernardo Provenzano.

Di un libro uscito nel 2008, Lettere a Svetonio, contenente delle lettere di Messina Denaro, che contenevano dei messaggi precisi per i sui interlocutori.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.

Chi gestisce i diritti televisivi

Il servizio sull'Imaie, l'ente che gestisce i diritti televisivi in Italia è stato rimandato più volte per dare spazio ad altri servizi più attinenti all'attualità.

E' l'ente che incassa i diritti ogni volta che le immagini di Padre Pio passano in televisione, ma è anche l'ente che è in debito col santo, anzi, con la sua televisione.

Le registrazioni padre Pio sono state raccolte in dischi e diffuse per radio e TV, che hanno pagato alla Imaie i contributi per l'opera, come anche per spezzoni di film e di video: sono diritti che, secondo la legge, non devono essere pagati agli artisti ma a questo ente preposto.

Ente che deve 1835 euro a Padre Pio, ovvero a Tele radio Pio, titolare dei diritti: ma l'ente non aveva comunicato l'esistenza di questi crediti, come nemmeno di quelli dovuti alla banda dei Carabinieri o della Guardia di Finanza.

Il direttore generale dell'ente Maila Sansaini ha replicato che, secondo la legge, era sufficiente pubblicare sulla Gazzetta questi crediti col nominativo del titolare dei diritti, “se il titolare richiedeva i diritti, l'istituto pagava, se nessuno si faceva vivo, i soldi erano persi dopo 3 anni.”

In realtà la legge del 1992 diceva altro: Imaie avrebbe dovuto contattare direttamente il creditore all'inizio di ogni trimestre e comunicare loro l'ammontare dei compensi dovuti.

La scheda del servizio: Il vecchio e il nuovo di Emanuele Bellano con la collaborazione di Greta Orsi, immagini di Matteo Delbò e Cristiano Forti, ricerca immagini di Paola Gottardi, montaggio di Igor Ceselli

Ogni volta che vediamo un film o una fiction in televisione o ascoltiamo un brano alla radio gli attori, i musicisti e i cantanti che hanno interpretato quell'opera maturano dei diritti: si chiamano diritti connessi al diritto d'autore e vengono pagati da canali televisivi, network radiofonici o piattaforme streaming. Non vengono versati direttamente ai loro proprietari, cioè agli artisti, ma a soggetti intermediari che devono provvedere a ripartirli con precisione e poi a distribuirli. Fino al 2009 il soggetto intermediario era unico e si chiamava Imaie (Istituto per la tutela degli artisti, interpreti ed esecutori). Dopo trent’anni di attività è stato estinto. Chiudendolo la prefettura di Roma ha stabilito che l'Imaie non è stato in grado di svolgere il compito per cui era stato creato. Al momento della chiusura aveva in pancia cento milioni di euro di diritti incassati e mai versati agli artisti legittimi proprietari. Estinto l'Imaie nel 2010 è stato costituito il Nuovo Imaie, stesso direttore generale e stessi dipendenti. Come sta andando la sua gestione e quanti diritti riesce davvero a distribuire ai legittimi proprietari?

Lo stato dei tubi

Con che criteri di sicurezza sono posati i tubi del gas posati sotto le strade?

Il servizio di Report racconterà di quanto sia impostante che siano posti alla giusta profondità, che siano ben segnalati, per evitare problemi di fuoriuscita di gas per interventi sul manto stradale. Ma non sempre queste regole sono rispettate.

La scheda del servizio: Giù per il tubo di Max Brod in collaborazione di Greta Orsi con immagini di Paolo Palermo, Fabio Martinelli, Cristiano Forti e Andrea Lilli, ricerche immagini di Eva Georganopoulou, montaggio di Andrea Masella

Vicino alle nostre case, sotto il manto stradale, passano chilometri di tubazioni del gas. Quando si verificano delle perdite da queste condotte, il metano può arrivare anche dentro alle abitazioni e provocare gravi incidenti. Per questo motivo i tubi vanno posati a profondità di legge e gli scavi per ripararli vanno poi riempiti con materiali specifici. Ma avviene sempre così? Report ha girato l'Italia per capire come stanno le cose, scoprendo tubazioni superficiali e gestori che hanno dovuto correre ai ripari dopo la posa delle condotte. E i Comuni quanto controllano? Il problema della profondità sembra importare a pochi nonostante ciò che racconta chi sulle strade lavora tutti i giorni: le tubazioni superficiali sono all'ordine del giorno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

14 luglio 2016

Morte di un boss

Quando Bernardo Provenzano fu arrestato nel suo casolare, il giorno dopo la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006, partì la messinscena mediatica per impostare nella direzione giusta la narrazione.
Il vecchio malato, che mangiava verdura e ricotta, che sottolineava le frasi sulla Bibbia e comunicava con l'esterno solo coi pizzinni.
E questo sarebbe il boss più potente della mafia?
Per una sera soltanto la mafia occupò la prima serata Rai, coi complimenti alla squadra Cortese che lo arrestò a Montagna dei Cavalli vicino Corleone (e un po' anche ai magistrati).

Eppure quella stessa persona è la stessa che negli anni precedenti ha traghettato la mafia dalla disfatta delle stragi e delle condanne, a diventare mafia imprenditoriale, indistinta dall'imprenditoria locale.
La stessa persona che è rimasta latitante per 42 anni.
Di cui non esistevano foto recenti, se non un identikit elaborato da una foto degli anni 60.
Di cui esisteva una voce, registrata su un nastro sotto custodia della procura di Palermo, poi sparito.

Ora che è morto, muore anche la possibilità di fare luce sulla trattativa che, per i politici coinvolti, per i giornalisti "garantisti" coi potenti, è sempre e solo presunta, nonostante la sentenza passata in giudicato di Firenze sul boss Tagliavia.
Come se la stagione delle stragi fosse terminata solo per caso e non per l'arrivo di nuovi accordi con lo stato. 
Come se una latitanza di 42 anni, la mancata cattura in diversi blitz (come Mezzojuso) fosse solo frutto di sfortuna (e di scarsa abilità degli investigatori del ROS come dicono le sentenze).
Come se la mancata perquisizione del covo di Riina fosse solo una dimenticanza.
Come se il 61 a zero di FI nel 1994 non fosse un segnale politico preciso ...

La Trattativa, i nuovi accordi, le leggi antimafia depotenziate dall'interno o rese non utilizzabili (come il 416 ter), una classe politica che non è stata in grado di fare pulizia e di rinnovarsi.
Una classe imprenditoriale al sud come al nord che ha avuto la forza di denunciare in blocco le pressioni della mafia e che, invece, alla mafia si è rivolta per i suoi servizi nella gestione dei rifiuti, del recupero crediti, come facilitatore negli appalti.
Tutti a nascondersi dietro le sentenze della magistratura, il garantismo, il terzo grado di giudizio dimenticandosi delle parole di Borsellino:
"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perchè non ci sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquientanti...".
Anche quelli che hanno perduto memoria di quegli anni: De Gennaro, Mancino, Martelli, Amato, Conso ..
La testimonianza di Gianni De Gennaro (allora capo della Dia, di fronte al GUP Morosini) sull'alleggerimento del 41 bis :
Giudice Morosini: In quella nota della Dia, dopo aver parlato degli attentati e del possibile ricatto allo Stato si dice testualmente: “È chiaro che l’eventuale revoca, anche solo parziale, dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41 bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Io mi chiedo il perché di quella precisazione.De Gennaro: Mah, io penso che vada riletta nel contesto.Giudice Morosini: Sì, ma qua sembra che voi parliate ad altri poli istituzionali.De Gennaro: Mah.Giudice Morosini: Cioè è quasi una sollecitazione... guardi, qua la sensazione che ho io è che siete... voi agite in una situazione in cui tutti hanno la linea della fermezza sulle labbra, ma c’è qualcuno che probabilmente nel cuore potrebbe avere altre idee.De Gennaro: Guardi, signor giudice, che l’attuazione di quella misura di detenzione aveva delle difficoltà di applicazione in sede carceraria.Giudice Morosini: Sa qual è il motivo di curiosità processuale rispetto a questo documento? È che si fa riferimento a due anime dentro l’organizzazione mafiosa, di cui una più disponibile a una “interlocuzione” in presenza di qualche concessione carceraria.Per questo le chiedevo... poteva anche fisiologicamente emergere, in un’ottica di diverse sensibilità del circuito istituzionale, qualche voce che – magari in ossequio al rispetto del trattamento della persona – poteva avanzare dei punti di vista diversi. Mi ha colpito quel riferimento: attenzione, non diamo segnali di cedimento sul carcere.De Gennaro: Guai a dare interpretazioni quando c’è una oggettiva delicatezza della domanda. Per quello che sicuramente è il mio ricordo c’era certamente una difficoltà applicativa e c’era anche una discussione in termini teorici dell’istituto. La prego di non chiedermi perché.Giudice Morosini: Però non si ricorda chi. De Gennaro: Non ho un ricordo.(Testimonianza di Gianni De Gennaro, udienza preliminare del processo sulla trattativa Stato-mafia, 12 febbraio 2013).
E anche quando arrivano le sentenze, nemmeno bastano a far suscitare una reazione all'interno: dopo le condanne di Dell'Utri e di Cuffaro, per esempio, o di Contrada.
E ora che Provenzano è morto, tutti possono tirare un sospiro di sollievo e spendersi nelle solite parole vuote, di circostanza.