29 giugno 2021

Il brutto passato davanti a noi

A guardare i telegiornali in questi giorni sembra che tutti gli italiani siano pronti per partire per le vacanze, per una festa di matrimonio, per un concerto da vivo.

Ma ci sarà qualche disgraziato come me che ha problemi, diciamo, più terra terra?

Per esempio: da oggi basta mascherine perché il virus è clinicamente morto una seconda volta, non abbiamo più i numeri di qualche mese fa come infetti e morti, gli ospedali non sono più sotto pressione. Eppure se dovete prenotare una visita, si deve aspettare mesi.

Non solo: con in mano una ricetta con urgenza a 10 giorni, dal sito per le prenotazioni di regione Lombardia non si trova un posto, ma se chiami uno degli ospedali convenzionati, se ti prenoti da privato il posto lo trovi. 

Il ritorno alla normalità, il boom di cui si sente parlare sui giornali, è questo?

La fine del cashback (viva il nero), lo sblocco dei licenziamenti (vita il lavoro a cottimo, a tempo, precario, poco pagato), lo sblocco dei subappalti nei contratti per tutti gli appalti che partiranno col pnrr, la sanità regionale che rimane in forma ospedalo-centrica, in mano a manager che rispondono ai partiti.

Se questo è il futuro sarà un bel salto nel passato.

PS: quanto è durata l'indignazione per la morte di Luana, stritolata dentro una macchina che non era in sicurezza?

E per la strage sulla funivia del Mottarone?

O anche per l'aggressione ai sindacalisti del Si Cobas, per il sindacalista finito sotto le ruore del camion che aveva forzato il picchetto?

27 giugno 2021

Il buco nero nei cieli del Tirreno

Ustica, il teatrino di Ustica, nuove rivelazioni su Ustica.

La tragedia di un aereo esploso in volo, no caduto per un cedimento strutturale. Macché, era una bomba (su un aereo partito con ore di ritardo?). Niente bomba, è stato un missile.

E' stata raccontata in tanti modi, la storia del volo Itavia IH870, il Dc9 esploso sul Tirreno in un punto a metà strada tra Ponza e Ustica, portandosi dietro le vite di 81 persone.

Persone come noi, pensionati, famiglie, gente che si spostava per lavoro o per vacanze, che quella sera erano partiti da Bologna sperando di arrivare a Palermo per le 9 di sera.

La prima volta che ho sentito parlare di Ustica è stato a metà anni novanta, quando il giudice Rosario Priore scrisse la sentenza di rinvio a giudizio ricostruendo uno scenario di guerra: l'aereo civile si era trovato in mezzo ad una battaglia con aerei militari, alleati o meno, tra cui probabilmente anche aerei italiani.

La storia di quella guerra è stata raccontata in modo romanzato, ma partendo da documenti ufficiali e testimonianze dirette, nel 1995, dai giornalisti, Daria Lucca, Paolo Miggiano e Andrea Purgatori nel libro “A un passo dalla guerra”: quel giorno, il 27 giugno 1980, l'Italia è stata ad un passo dalla guerra, come titola il libro (il titolo deriva da una confidenza fatta dal radarista Mario Dettori alla cognata).

Aerei militari che si sono nascosti sotto la scia dell'aereo civile, un ponte aereo di caccia bombardieri dalla base aerea di Cannon fino a Il Cairo, passando proprio dentro l'aerovia Ambra 13.

Caccia italiani che lanciano segnali di allarme (sono i due piloti Naldini e Nutarelli sul loro F104).

E poi un Mig Libico ritrovato sulla Sila, dove si era schiantato ufficialmente la sera del 18 luglio ma che molto sicuramente era stato abbattuto ben prima, il cadavere era già in stato avanzato di decomposizione.

Una portaerei americana, la Saratoga, che non si sa dove fosse quella notte (era veramente alla rada fuori il porto di Napoli?).

E poi, c'è la storia dei radar italiani, quelli militari in particolare, che non avevano visto nulla. Solo la scia irregolare dell'aereo civile, con le sue 81 persone a bordo, che all'improvviso scompare, solo tracce di rottami persi nell'aria ..

Le bugie dei militari e le telefonate tra le varie basi che, per un caso fortuito, sono rimaste registrate su nastro (e non si sono perse come, che sfortuna, le tracce dei radar).

Controllori di volo che chiamano l'ambasciata americana (chiedendo della Saratoga, non la colla, la portaerei), controllori che scherzano tra loro, guardando un aereo in coda al DC9 che lo sorpassa a velocità supersonica (“stai a vedere che quello mette la freccia e sorpassa”).

A sentire i militari, che non ricordano, che non sanno, che non c'erano quella notte, l'aereo civile era solo, è esploso da solo sul Tirreno.

Smentiti poi dalle indagini di Priore e degli altri magistrati che, nella seconda fase, hanno ricostruito uno scenario diverso, anche con l'aiuto dei consulenti della Nato.

Altro che aereo solitario, c'era un forte traffico, nei cieli del Tirreno quella sera: in occasione del ventennale della strage Marco Paolini ha portato in piazza a Bologna lo spettacolo “Canto per Ustica” dove raccontava tutto questo.

Le tracce attorno al DC9, quei plot marcato dal radar di Ciampino che indicano un caccia in posizione di attacco contro l'aereo civile, poi l'esplosione.

I balbettii, le bugie, le omissioni dei nostri militari, quelli che avrebbero dovuto proteggere quelle 81 persone (da cosa, se non eravamo in guerra? O forse no?).


Le tante piste per dare una spiegazione all'esplosione: il cedimento strutturale, la bomba (ipotesi tanto cara ai militari e anche a molti politici) e infine il missile.

Perché quello scenario di guerra? Guardatevelo lo spettacolo di Paolini, sul palco assieme alla poetessa Giovanna Marini, dove racconta dello stato di tensione internazionale di quegli anni, a cavallo tra 1979 e 1980 (qui il link sul sito Teche.rai).

L'invasione dell'Afghanistan, i tentativi di rivolta contro Gheddafi in Libia, le tensioni con l'Egitto, con la Francia (per l'affaire Bokassa) e con gli Stati Uniti (e la vicenda Billygate).

E noi, piccola Italia, in mezzo con la nostra ipocrita e ambigua politica estera con relazioni opache e ufficiali con tutti, alleati e no: la politica della moglie americana (perché eravamo da quella parte della cortina) e l'amante libica (Gheddafi possedeva azioni della Fiat ed era un ottimi partner commerciale).

Questa è la storia del DC9 abbattuto sui cieli del Tirreno quella sera del 27 giugno 1980: una storia di omissioni, di bugie, di segreti di stato. Una storia che è stata colpevolmente semplificata in una sola parola Ustica, quasi a voler minimizzarne la sua importanza.

Invece no, Ustica, la storia dell'I-Tigi, la sigla sulla coda del DC9, è una storia che riguarda tutti noi, una storia che ci riguarda. Un frammento dello spettacolo di Marco Paolini:

Insomma a bordo c’era: un dentista, un commerciante di carni, c’era una laureanda in lingua dell’Università di Padova, una insegnante di scuola media, un operaio, c’era un’avvocatessa, un bracciante agricolo, un carabiniere in licenza… poi c’era due impiegati del Ministero delle Finanze, c’erano un ingegnere, alcuni pensionati, un giornalista di “Lotta continua”, un rappresentante di ditte dolciarie e fitofarmaci, un fotografo ambulante, il gestore dei laboratori di produzione dei gelati Nevada; un altro commerciante, c’era poi una laureata in ingegneria nucleare, un’agente di cambio, un’agente di commercio, un’agente di pubblica sicurezza, un impiegato dell’Ospedale militare di Palermo, una impiegata dell’Hotel De Palm; un piastrellista, una bracciante agricola temporaneamente baby sitter, un altro carabiniere in permesso, un assicuratore, un imprenditore edile, un manovale edile, poi c’era un ragioniere, c’era un geometra, c’erano alcuni studenti universitari, una impiegata di farmacia, un’albergatrice e poi un perito metalmeccanico, altri pensionati. Sì, e poi c’era anche una professoressa di analisi matematica e una borsista anch’essa in matematica e c’era anche un commerciante in tessuti, e poi c’erano due tecnici della SNAM progetti. Un viaggiatore di commercio, sì e poi, un capo ufficio di banca e un impiegato di banca, poi c’era un maresciallo della Guardia di Finanza in pensione; poi c’erano 13 bambini, di cui due neonati, tutti in attesa di futuro e occupazione nella vita, una hostess, un’assistente di volo, un comandante pilota e un primo Ufficiale copilota al posto di servizio. A me sto aereo, sembra un treno, con tutti questi mestieri, non è più nel 1980, che gli aerei li guardi passare e basta, è quel momento che li puoi cominciare a prenderli, puoi decidere costa un po’ di più…

26 giugno 2021

Nella tana del serpente di Michele Navarra

 


Il Serpentone

Alle nove di mattina, il traffico di via Portuense sembrava impazzito. Un’interminabile colonna di auto si snodava lungo l’arteria che portava a via del Fosso della Magliana e di lì al Grande Raccordo Anulare, dove un'altra coda di veicoli era pronta ad attendere conducenti e passeggeri, ormai rassegnati a subire quello strazio quotidiano..

Un legal thriller ambientato a Roma, non quella della “grande bellezza” ma quella delle periferie dove, i pochi chilometri dal centro e dalle bellezze storiche non corrispondono alla distanza sociale, di vita, di aspettative delle persone che lì vi vivono.

Un legal thriller con un morto, un ragazzo immigrato ucciso e con un sospettato che è fin troppo facile indicare come l'assassino, in un delitto che potrebbe avere origini tra le tensioni razziali, tra persone che abitano l'una a pochi metri dall'altra.

Perché siamo nella “tana del serpente”, che non è un vero rettile di quelli che strisciano: il serpente che dà il titolo al giallo è la lunga striscia di cemento grigio, come una stecca, che costituisce il palazzone al quartiere Corviale, il “Serpentone di Corviale”.

Avrebbe dovuto essere, nella testa dei progettisti, l'ispirazione per una nuova concezione di vita, dove mettere assieme le case per le famiglie con i negozi e, magari, anche ai servizi del comune.

E invece, passati gli anni, è diventato “un vero e proprio simbolo negativo, l’emblema del degrado di un’intera città”.

Un'immagine dall'alto del "serpentone" (da Internazionale)

Un serpentone di cemento che diventa, in una suggestiva metafora, il simbolo del serpente tentatore, quello che spinge le persone a scegliere la via facile, la via più immediata, nel risolvere i loro problemi, per dare una sfogo alle loro insofferenze. Perché la vita non ti ha ripagato di tutti i sacrifici che hai fatto: è quello che è successo ad Elia Desideri, padre di famiglia e proprietario di un piccolo negozio di quartiere, uno dei tanti soffocati oggi dalla crisi, dai mille grandi centri commerciali, dal commercio online. Ma anche per “colpa di quei miserabili extracomunitari, con la loro roba fasulla”: questo è il primo pensiero di Elia ogni mattina, prima di aprire il suo negozio.

Di chi è la colpa per tutti i suoi problemi, per il fallimento di quel progetto che anni prima aveva sognato assieme alla moglie, per quel figlio, Luca, che sta prendendo una brutta strada e che sta diventando un piccolo malavitoso?

Colpa di quelle persone che sono venute da fuori, da lontano, che hanno portato solo guai, problemi. Come la famiglia di Rashad Bayazid.

Forse se le persone come Elia conoscessero la storia di Rashad, piccolo commerciante pure lui, non avrebbe tutti questi pregiudizi, forse capirebbe che non sono gli immigrati la causa dei loro problemi..

Due mesi prima dell’offensiva russa filogovernativa dell’ottobre del 2015, Rashad aveva rotto gli indugi e aveva deciso di fuggire insieme alla famiglia..

Perché Rashad è uno dei tanti migranti arrivato in Italia coi barconi, uno degli invasori, secondo la stolta ideologia dei sovranisti di mezza Europa: ma questa era l'unica strada che poteva compiere per sfuggire a quella vita sempre più difficile in Turchia, in un campo al confine dove le persone della sua etnia, siriani di origine curda, erano costrette a vivere.

Venire in Italia e dare ai figli e alla moglie una prospettiva di vita migliore. Anche a costo di affrontare un viaggio pericoloso, nelle mani dei trafficanti di esseri umani, in balia delle onde, del destino ..

La scintilla da cui parte tutta la storia è un pugno che Nadir, il primo figlio di Rashad, da a Saverio, fratello Luca e secondogenito di Elia.

«Non c’è niente da raccontare», disse Saverio a mezza bocca, «ho litigato con l’arabo e quello m’ha dato un pugno...

Nadir non lavora col padre, fa dei traslochi con Costantin, un rumeno che lo sfrutta per bene, ma un lavoro è sempre un lavoro, come dice il padre, perché “senza lavoro non c’è dignità”.

Ma anche Nadir, come Luca e come Elia, è stato tentato dal grande serpentone grigio: da quello schiaffo, che a che fare con questioni personali tra Luca e Nadir, parte la reazione violenta di Elia che va a cercare proprio Nadir, per fargliela pagare per l'aggressione al figlio.

Ma poco dopo questa aggressione, Nadir viene trovato morto. Qualcuno lo ha accoltellato alle spalle, con un coltello a lama piatta, recidendogli l'arteria.

L'assassino, sin troppo facile da dire, è proprio quell'Elia Desideri che, come tutti sanno nel quartiere, aveva proprio in odio la famiglia di Rashad che, ironia della sorte, abitava nella porta davanti. Ne è convinta la famiglia di Nadir e ne è convinto anche il magistrato che segue il caso, Lazzari, uno di quelli che potremmo categorizzare come “giustizialisti”, uno di quelli per cui “di imputati innocenti non se n’erano mai visti”.

Ma a seguire il caso ci sono anche due investigatori che, diversamente dal magistrato, decidono di indagare a 360 gradi, cercando di capire se dietro la morte di quel ragazzo di poco più di vent'anni, ci siano altre piste. Sono il maresciallo Cipriani, una vita nell'arma sempre con lo spirito di proteggere e aiutare le persone. E il maggiore Gavazzo, che ha un motivo in più nel voler indagare senza farsi prendere dai pregiudizi o dai giudizi affrettati: il colore della sua pelle

A dispetto del colore della pelle, che non aveva mai costituito per lui un problema, Andrea Gavazzo si era sempre sentito profondamente italiano

A proteggere i diritti di imputato di Elia Desideri in questa storia sarà l'avvocato Alessandro Gordiani, uno dei quattro “moschettieri della legge” dello studio legale dove esercita la professione: una moglie, due figlie, una vita tranquilla, forse anche troppo ultimamente, senza quella passione dei primi anni. E una vespa “arcobaleno” sotto il sedere che lo accompagna, con qualche capriccio, nei suoi spostamenti per la città.

Alessandro è Elia si erano conosciuti tempo prima, quando il primo aveva difeso Luca da un'accusa di spaccio: si ritrovano adesso nell'aula parlatorio a Regina Coeli

«A via de la Lungara ce sta ’n gradino, chi nun salisce quello nun è romano, e né trasteverino»

Non sono io l'assassino, racconta Elia, però ammette gli scontri col vicino e anche l'aggressione a Nadir, a cui avrebbe anche dato un pugno. Ma non l'ha ucciso, era ancora vivo quando lo ha lasciato la sera prima in quei sotterranei sotto il serpentone del Corviale.

Alessandro, diversamente da tanti suoi colleghi, è un avvocato che non ama i rapporti con la stampa, perché è sbagliato anticipare parti dell'indagine ai giornali quando ancora non si sanno bene le cose, portando ai lettori delle convinzioni che poi potrebbero essere sbagliate.

Questo caso sarà affrontato nel silenzio, nessun clamore mediatico, ma viste le difficoltà davanti (le minacce, i testimoni che avrebbero assistito a queste) decide di ricorrere ad un investigatore privato, il “sette di denari” come la carta a scopone che ti fa vincere le mani al gioco.

E quello che sembrava un caso risolto, con un assassino già pronto per la condanna, si rivela una storia diversa.

Una storia che ha dentro tutte le ambiguità e le contraddizioni della “tana del serpente”, quella striscia grigia di cemento dove si possono trovare il bene e il male, le brave famiglie che accettano tutti i sacrifici per vivere una vita dignitosa.

La realtà era che nella tana del serpente, in quel posto assurdo, unico in tutta la città, vivevano a stretto contatto due realtà completamente diverse tra di loro, anzi diametralmente opposte, spesso separate da un semplice tramezzo. Da una parte c’erano le tante persone perbene che tiravano la carretta per andare avanti rompendosi la schiena dalla mattina alla sera per quattro soldi puliti [..] che combattevano giorno dopo giorno per perché quel maledetto grattacielo orizzontale lungo un chilometro riacquistasse la dignità che meritava e divenisse un luogo vivibile.

Dall’altra invece c’era chi il degrado lo creava apposta, ne aveva necessità, non solo che ci fosse ma anche che si moltiplicasse, per giustificare le proprie inadempienze e il proprio disinteresse per i beni comuni e, soprattutto, per mantenere quelle condizioni ideali perché una diffusa illegalità di sottofondo continuasse ad esistere..

Questa storia, che parla di piccola criminalità, di un odio razziale che nasce come sfogo per i propri problemi, ma anche di voglia di riscatto, ci insegna come non sempre la fine di una indagine significhi dare giustizia, quanto meno non a tutti i protagonisti di questa storia.

Perché la giustizia non ha colore, non ha una parte, da quella dei forcaioli o da quella dei buoni, soprattutto non risolve tutti i problemi delle persone:

«In verità, il colore della giustizia, caro signor Desideri, è il grigio, pur con tutte le sue sfumature», disse fissandolo con intensità. «Quel colore spento, opaco, di cenere e cemento, proprio come quello dei muri di Corviale, quel serpente nascosto dentro la sua gigantesca tana, in attesa di mordere e inoculare un qualcuno il suo veleno..

Il veleno della via facile per fare soldi, il veleno dell'odio.

All'interno di questa storia, lo stesso protagonista, l'avvocato Gordiani, si troverà a dover affrontare le sue stesse contraddizioni, le sue ambiguità, per capire se vuole ancora andare avanti in quel rapporto con Chiara, la moglie, oppure se deve assecondare i suoi desideri di trovare un nuovo amore. Anche Alessandro, a suo modo, ha subito il fascino di quel serpente..

La scheda del libro sul sito di Fazi Editore

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25 giugno 2021

Grazie Mario

A quelli che, per qualsiasi cosa, grazie Draghi.

Grazie perché dopo un anno e più di pandemia, nulla cambierà nella sanità regionale, anzi, ora i presidenti sono tornati alla carica per aver maggiore autonomia.

Grazie perché la scuola tornerà ad essere solo terra di promesse non mantenute.

Grazie perché ora coi licenziamenti potremmo ripartire (sì, c'è gente che lo pensa). E il lavoro terreno di sfruttamento, caporalato, precarietà e miseria.

Grazie perché ora non abbiamo più mascherine, possiamo andare alle feste, in discoteca. Per chi ha ancora voglia di festeggiare.

Grazie perché in fondo, le politiche sui migranti rimarranno le stesse, coi dittatori con cui purtroppo dobbiamo avere a che fare.

Per aver riportato al governo questa destra, che parla solo di migranti, sicurezza (ma non sui posti di lavoro) e tasse da togliere (e togliere servizi).

Per aver ridato linfa (e fondi europei) a progetti ridicoli come il ponte sullo stretto o le trivellazioni nell'Adriatico o gli inceneritori. 

Per aver ribadito l'ovvio, cioè che siamo uno stato laico (ma va?) e che la rogna del DDL Zan se la deve vedere il parlamento (in bocca al lupo).

Tocca puntualizzare una cosa: a questo si è arrivato anche grazie a chi ha governato prima, compresi i due ex governi Conte col partito che doveva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno.

Grazie a tutti. 

22 giugno 2021

Questo concordato

Poteva mancare lo Stato Città del Vaticano in questo revival di restaurazione? No, non poteva.

Il DDL Zan è in contrasto col concordato (o meglio, l'accordo di revisione del Concordato), il trattato firmato tra lo stato (laico) italiano e lo stato del Vaticano. Lede la libertà di espressione.

Forse è arrivato il momento di rivederlo questo accordo anacronistico: il regalo sull'ICI, sugli insegnanti di religione, regolare bene l'otto per mille (che fine fanno i soldi degli italiani? Ce lo fate sapere?), regolare bene l'ipocrita sistema degli obiettori di coscienza tra i medici.

C'è un'altra cosa da registrare: esiste una chiesa che segue le vicende dei migranti e che ha fatto una scelta di parte, coraggiosa anche di questi tempi.

E c'è poi un'altra chiesa, che pensa che tutte le aggressioni che subiscono le persone colpevoli di stringersi una mano in pubblico e di non essere "l'allegra famiglia" di un uomo e di una donna sia qualcosa che si può accettare in questo paese.

20 giugno 2021

Vecchie conoscenze di Antonio Manzini

 


Secondo giorno di neve. Fioccava e gonfiava d'ovatta soffice tetti, pali della luce e attutiva i rumori della città con quella capacità che ha la neve di silenziare il paesaggio. Le auto procedevano lente lasciando un binario grigio sull'asfalto bianco. Per terra orme di zampe felice segnalavano cammini randagi e i passeri si nascondevano al riparo delle grondaie. Rocco guardava i batuffoli leggeri e continui attraversare il fumo della sigaretta. Le nuvole coprivano i monti e il cielo, la città era stretta in un assedio nebbioso. Da un mese come febbraio non c'era altro da aspettarsi.

Nevica ad Aosta e Rocco Schiavone, vicequestore della Mobile, si ritrova nuovamente a dover affrontare un altro abbandono. Quello di Gabriele e Cecilia che ospitava a casa sua e che, specie Gabriele, considerava quasi come parte della sua famiglia.

Ma bisogna saper guardare avanti, questo gli dice Marina nei momenti in cui può parlarle, smettila di guardarti indietro e affronta la realtà.

E questo è anche quello che lo stesso Rocco dice a Gabriele, prima della partenza per Milano, verso una nuova casa: vivi.

«Vivi».

«Altro?».

«Da me? E che vuoi che ti dica? Guardati in giro. Ti sembra un bel mondo questo? E sai chi l'ha ridotto così? Quelli della mia età. Dunque che vuoi che ti dica? Qualsiasi consiglio sarebbe sbagliato, perché mi sembra che il risultato qui sia disastroso.»

Vivere, senza preoccuparsi dei pregiudizi, di quello che pensano gli altri, del fatto che tu ti senta diverso. Questo consiglio calza bene anche ad un altro personaggio della serie con Rocco Schiavone, che in questo romanzo si prende il suo spazio e di cui l'autore ci racconta il suo problema. Amare un uomo e non poterlo dimostrare davanti a tutti. Perché anche lui è un uomo ed è anche un poliziotto.

Un uomo può fare una scenata a una donna e viceversa. Così come un padre o una madre ad un figlio. Ma può un uomo in mezzo ad una strada chiedere conto al suo compagno del suo atteggiamento? Cosa avrebbe pensato la signora col boxer? Una coppia definita normale agli occhi del mondo forse avrebbe potuto, lui e Federico no. A loro era vietato. Doveva aspettare di essere da solo con lui, appartato, nascosto, per parlare della loro storia, dei loro problemi, che poi, [..] mica erano tanti diversi da quelli delle persone senza la X rossa in fronte, quelli che vanno bene a Dio e agli uomini.

A scuotere Rocco da questo momento particolare arriva l'ennesima rottura del decimo livello: l'omicidio di una ricercatrice importante, Sofia Martinet, trovata morta nel suo appartamento dalla vicina, insospettita da delle tracce di sangue che uscivano dalla porta.

Nel suo campo, la Martinet, era un'autorità: aveva scritto numerose pubblicazioni su Leonardo da Vinci di cui era ritenuta la massima esperta, in particolare aveva compiuto recentemente degli ricerche sugli studi fatti da Leonardo sulle leggi dell'ottica che avrebbero rivoluzionato la storia. Ma tutto questo può giustificare un delitto?

Non si tratta di un furto, nulla di importante manca nella casa. No, forse l'assassino ha tolto alla ricercatrice l'anello, prezioso e antico che aveva addosso.

Assassino che Rocco e i sui agenti ricercano all'interno della cerchia familiare: un marito da cui era divorziata e che non vedeva da tempo e un figlio, con cui aveva rotto i rapporti e che pare avesse pure un alibi.

Anche provando ad allargare l'ambito dell'indagine nell'ambito accademico, Schiavone non trova nulla che possa apparentemente giustificare un delitto: un editore di una rivista del settore con cui Sofia era in contatto e poi un altro ricercatore, con una cattedra in storia ad Heisenberg, con cui aveva avuto una relazione poi finita.

L'unico testimone di questo delitto è il figlio di una vicina, Dario, che però oltre ad essere cieco, soffre di un disturbo mentale e così non può essere di alcun aiuto per le indagini.

Nella vita di Rocco, in questa fase in cui non riesce a legarsi con nessuno, né coi suoi uomini, né con la giornalista Sandra Buccellato, si sente come “un negozio vuoto” che non ha niente da offrire, irrompe una sua “vecchia conoscenza”.

E' l'amico Sebastiano che va a fargli visita, dopo esserlo andato a trovare mentre era in ospedale (nel romanzo Ah l'amore, l'amore): in fuga dai domiciliari, Sebastiano è ancora sulle tracce di Enzo Baiocchi, che gli ucciso Adele, la sua fidanzata, volendo colpire Rocco.

Baiocchi aveva raccontato ai magistrati di un traffico di droga che aveva coinvolto pezzi grossi a Roma ma pure lui era fuggito dal controllo.

E ora, pare che tutta questa brutta e dolorosa pagina della vita di Rocco sia destinata a chiudersi, ma in modo che al vicequestore non piacerà per niente.

Perché questo è il destino di Rocco Schiavone: avere a che fare con delinquenti e con fatti di sangue, una realtà che anche quando arrivi a scoprire l'assassino e a fare giustizia di lascia addosso una sensazione di sporco che non se ne va via.

«Che penso della realtà? Puzza». Riaccese la canna che s'era spenta. «Puzza di sudore, di roba andata a male, puzza di gente marcia, che ti tradisce, ammazza, stupra, violenta. Pochi gli odori buoni. La maria, il vino, voi. Stop».

«Perché nella realtà ci devi vivere» disse Sara. «Mica puoi scappare, Rocco. Tu sei la realtà. Se non lo fossi non potresti fare quel lavoro. Infatti mi fai paura. Infatti se ti guardo negli occhi sai che vedo?».

«Dimmi, Sara».

«Niente» rispose.

Che vede Rocco negli occhi del sospettato numero uno per il delitto di Sofia Martinet? Solo paura. E allora quel delitto deve avere una soluzione andando a cercare altrove e per cercarla il vicequestore deve cercare aiuto in tutti i suoi agenti e anche in un testimone inconsapevole.

E che sente in questa storia di Baiocchi e della sua strana fuga o latitanza? Una brutta puzza anche qui, che porta dritto al marcio di quello Stato di cui pure Rocco fa parte

Tutta la storia aveva un odore pessimo intrallazzi segreti sporcizia nascosta sotto i tappeti della Repubblica nelle stanze di chi ha il potere di cambiare l'aspetto di una nazione ma non ne ha la volontà nella convenienza.

Questo romanzo è una sorta di spartiacque, nella vita di Rocco Schiavone: c'è la storia di un delitto, che ci porta dentro il mondo dei cattedratici e delle loro gelosie. E poi ne arriva una seconda, di indagine, sulle “vecchie conoscenze” che sono tornate a bussare alla sua vita e che insegnerà a Rocco dell'importanza di scrollarsi di dosso quella sua durezza, quel suo dolore sordo che lo porta ad allontanare tutti dalla sua vita.

Perché per ogni pezzo della tua vita che ti abbandona (e che ti ha lasciato un segno addosso), c'è sempre un qualcosa che ci aspetta di nuovo, domani.

Lui lo sapeva, ci sono dei giorni in cui si percepisce che un pezzo della nostra vita se n'è andato e seppelliamo la nostra faccia di una volta perché non ci appartiene più. La faccia, quella ce la disegna il tempo, ogni ruga per ogni sorriso strappato, le diottrie in meno per ogni riga che non volevamo leggere, i capelli abbandonati Chissà dove insieme al loro colore, e quello che vediamo spesso non ci piace. Ma è soltanto l'inizio di un nuovo episodio della nostra esistenza.

Che bravo, Manzini, che in questo romanzo ci riesce a parlare di amore, che è amore e basta, senza nessun aggettivo davanti. Che ci parla di amicizie e di tradimenti, di gelosie professionali e dell'imbarbarimento dei nostri tempi perché gli intellettuali si sono rifugiato nel loro circolino.

Un romanzo che strappa qualche lacrima, perché così è la vita, ma che strappa anche qualche risata perché altrimenti non saremmo in un romanzo di Rocco Schiavone.

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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18 giugno 2021

Finalmente

Finalmente saremo liberi.

Dimenticatevi gli infortuni sul lavoro (due al giorno, ma è la ripresa bellezza), i meccanismi di protezione sui macchinari (povera Luana, ma solo per un giorno), la fine del blocco degli sfratti e dei licenziamenti.

Potremo finalmente respirare aria nuova (non a Taranto, sarà per un'altra volta), grazie a Salvini e alla sua battaglia per togliere l'obbligo delle mascherine.

Potremo stare all'aria aperta liberi e felici, spensierati come un rider che ha la fortuna di lavorare senza regole, lacci e lacciuoli.

Avete timori per il mix vaccinario dopo aver sentito parlare dei rischi di Astra Zeneca? 

Non avete sentito gli esperti del CTS che hanno assecondato i desiderata della politica? Il mix vaccinale è ottimo e abbondante.

Lo dice il governo dei competenti che da ieri si è arricchito di nuovi consulenti di scuola liberista, che dopo aver dato lezioni di buona educazione sui social, porteranno l'Italia verso un nuovo passato radioso.

Dimenticate salario minimo, controlli sulla sicurezza sul posto di lavoro, ambiente e verde. Ridistribuzione delle ricchezze. Tutte cose vecchie e antiche, destra e sinistra non esistono più.

Avete sentito cosa dicono gli opinionisti dopo il G7 con Biden? Ora la linea di confine è tra chi rispetta i diritti civili e chi no.

Paesi come la Cina, come la Russia... o come la Turchia, l'Egitto, l'Arabia, l'Ungheria di Orban.

Finalmente aria nuova.

Un aggiornamento: avevo appena completato di scrivere questo post, in chiave ironica, quando ho sentito alla radio la notizia della morte di un sindacalista del Si Cobas, investito da un camion a Novara che ha forzato il picchetto fatto dai lavoratori che scioperavano contro le loro condizioni di lavoro nel settore della logistica.
Dopo la notizia del sistema DHL con le finte cooperative, dopo il pestaggio dei lavoratori in sciopero davanti i cancelli a Tavazzano dai body guard dei "padroni" dei magazzini. 
Per gli ultimi del settore della logistica (e anche in altri settori) la parola sicurezza ha un significato diverso. 

Scusate, la voglia di scherzare mi è passata.

16 giugno 2021

Bei tempi - l'ideologia dello status quo (articolo di Tomaso Montanari)

Bei tempi quelli in cui c'era una maggioranza, una opposizione e poi degli organi di controllo.

I tempi in cui erano chiari i concetti di destra e sinistra, la parola buonista non era ancora una parolaccia, come nemmeno sentir parlare di ideologie.

Benvenuti nei tempi post moderni e forse anche post pandemia: quelli in cui dobbiamo essere felici se una autocrazia autodefinita di competenti governa da sola tagliando fuori partiti e parlamento.

Tempi in cui si spacciano per ottime e abbondanti ricette conservatrici, buone solo a conservare lo status quo, ovvero le disuguaglianze, le storture, i privilegi per pochi. Basta sentir parlare di ridistribuzione, controlli, tutele, ambientalismo (nel senso di bloccare cementificazioni e consumo del suolo), viva la ripartenza, viva il nuovo boom che ci attende .. 

Leggete l'articolo pubblicato da Tomaso Montanari oggi sul Fatto Quotidiano

Draghi, l’ideologia dello status quo

Potere&politica - Chi critica l’operazione “migliori” è accusato di fare propaganda. E invece è la “crescita” a essere imposta come dogma. Così l’establishment può scaricare le sue responsabilità sulle sue vittime

La risposta alle mie critiche a Mario Draghi e al suo governo è spesso sul piano del metodo: avrei l’imperdonabile colpa di essere “ideologico” (l’ultimo a dirmelo è stato il direttore di Repubblica). Chi sta col governo sarebbe ‘pragmatico’, cioè obiettivo, chi si oppone sarebbe invece ‘ideologico’, e cioè propagandistico.

Quest’uso della parola ‘ideologia’ è di per sé sintomatico del ribaltamento avvenuto negli ultimi decenni. Nel linguaggio filosofico marxista, quello che l’ha più largamente usata, ‘ideologia’ significava “l’insieme delle credenze religiose, filosofiche, politiche e morali che in ogni singola fase storica sono proprie di una determinata classe sociale… in quanto tale, l’ideologia, lungi dal costituire scienza, ha la funzione di esprimere e giustificare interessi particolari, per lo più delle classi proprietarie ed egemoni sotto l’apparenza di perseguire l’interesse generale o di aderire a un preteso corso naturale” (così, sinteticamente, il vocabolario Treccani). È precisamente in questo senso che è davvero, e profondamente, ideologica la posizione di quelli che sostengono lo stato delle cose come una sorta di dogma senza alternative.

Il sostegno a Draghi e al suo governo ha assunto fin dall’inizio toni ultraideologici, addirittura religiosi: i giornali e i giornalisti di sistema l’hanno raccontato come l’uomo della provvidenza, un re taumaturgo capace di risanare il Paese col semplice tocco delle mani. Come succede appunto con le ideologie, nessun dato di realtà è riuscito a incrinare il dogma. Il mito del governo “di alto profilo” (Mattarella dixit) non si è dovuto misurare con i nomi imbarazzanti, a tratti mostruosi, di ministri e sottosegretari. Il mito che si tratti di un governo libero dai partiti non ha risentito dall’evidenza di un condono fiscale e di una riapertura affrettata imposti dalla Lega. Il mito di un governo verde (“La rivoluzione verde di Draghi”, ha titolato Repubblica) non appare scalfito dalla resurrezione di nucleare, inceneritori, Ponte sullo Stretto, o da un Pnrr che continua a consumare suolo per Grandi Opere in buona parte inutili, e dunque dannose. Il mito dell’efficienza mimetica di Figliuolo non risente dell’ovvietà per cui le dosi ci sono state solo quando gli sono state recapitate, né dell’incredibile caos su AstraZeneca, né dell’irresponsabile accelerazione propagandistica che ha portato il governo a benedire gli Open Day delle Regioni per i minorenni. Il mito di un governo che lotterebbe contro le diseguaglianze non si è dissolto dopo lo sdegnato ‘no’ di Draghi alla pallidissima proposta di tassa di successione di Enrico Letta. No: la realtà non esiste, esiste l’ideologia del governo dei migliori.

Ma c’è qualcosa di più profondo. Questa ideologia non è certo stata messa a punto per sostenere Draghi, anzi è vero il contrario: e cioè che Draghi è l’espressione più autorevole, in Italia, del pensiero unico occidentale che ha condotto il mondo sull’orlo del baratro ambientale, sociale e politico. Quel pensiero unico si riassume nella “fede nel mercato… ovvero nel fatto che i meccanismi del mercato siano i principali strumenti per realizzare il bene pubblico”. Sono parole di Michael Sandel (La tirannia del merito, Feltrinelli 2021), che insegna Teoria del governo ad Harvard. Non per caso egli usa una parola che ha a che fare con l’ideologia per eccellenza, la “fede”. Una fede condivisa, nota Sandel, da tutti i leader e dai partiti del centrosinistra globale, da Clinton a Blair al nostro Pd. In una pagina che cita esplicitamente anche quest’ultimo, Sandel nota che questo fronte politico, “prima che possa ambire a riconquistare il sostegno pubblico, deve rivedere il proprio modo tecnocratico orientato al mercato di approcciarsi al governo e deve inoltre riflettere su un elemento più impercettibile, ma altrettanto importante: l’atteggiamento verso il successo e il fallimento che ha accompagnato la crescita della disuguaglianza negli ultimi decenni”. L’operazione Draghi punta a evitare proprio questa riflessione, blindando l’ortodossia ideologica: riportare al governo il Pd, e riportarcelo insieme ai populisti che avevano raccolto il consenso contestando l’ortodossia, significa affermare che non c’è nulla da cambiare, nessun errore da riconoscere. Il discorso di Draghi a Rimini nell’agosto scorso era esattamente questo, uno sperticato manifesto ideologico: l’imperativo era “la crescita” e l’obiettivo era impedire, sono parole sue, “una critica contro tutto l’ordine esistente”. Difficile dire cosa possa essere più ‘ideologico’ che continuare a propugnare una crescita infinita in un pianeta finito, e continuare a difendere un “ordine esistente” già di fatto collassato.

Le parole di Sandel sull’ideologia del successo e del fallimento spiegano l’ondata di criminalizzazione dei lavoratori che sta montando in questi giorni: a essere colpevolizzato è chi, ridotto in povertà, riesce a sottrarsi a un ‘lavoro’ schiavistico grazie al reddito di cittadinanza (l’odiato frutto ‘di sinistra’ del populismo al governo). Ancora una volta l’establishment sta dando la colpa alle vittime, invece di accettare e analizzare il fallimento della globalizzazione di mercato: è l’errore drammatico che ha portato a Trump presidente, e alla Brexit. E perseverare – con accanimento ideologico – in quell’errore significa continuare ad alimentare il consenso di chi solo apparentemente è contro il sistema: e cioè correre verso l’abisso di governi di estrema destra anche in Europa occidentale, a partire dall’Italia.

Stare con chi vince (con i ricchi, con il privilegio, con i padroni…) sarebbe pragmatico, stare dalla parte degli sconfitti (i poveri, i discriminati, i lavoratori) sarebbe ideologico. Invece, sono due ideologie: la prima a difesa dei presunti ‘dati di fatto’ certificati da ‘esperti’ al servizio dello stato delle cose, la seconda fondata su alcuni valori scardinanti. In Italia sono i valori dell’articolo 3 della Costituzione: un’eguaglianza non di opportunità (comunque oggi lontanissima!), ma di condizione finale, “che permetta, a quanti non ottengono grandi ricchezze o posizioni di prestigio, di vivere una vita decente e dignitosa” (Sandel). La necessità di “dare a ogni uomo la dignità di uomo” (Calamandrei).

Si può scegliere tra l’ideologia conservatrice del mercato e quella riformatrice della Costituzione: ma far passare la prima come l’ordine naturale delle cose è solo disonestà intellettuale.

15 giugno 2021

Il suo freddo pianto: Un caso per Manrico Spinori di Giancarlo De Cataldo

 


Quando il presidente della sesta sezione del tribunale gli dette la parola, Manrico Spinori della Rocca, pubblico ministero in Roma, si alzò e, prima di pronunciare la requisitoria, si soffermò sugli imputati, seduti accanto al loro avvocato, con sei nerboruti agenti della polizia penitenziaria piazzati a gambe larghe e braccia conserte alle loro spalle.

Comincia con una requisitoria in aula per un processo legato ad un crimine di droga, uno dei tanti per una grande città come Roma, il terzo capitolo della serie con Manrico Spinori, procuratore della Repubblica di Roma: Manrico Spinori della Rocca, detto il contino, un soprannome nato dal suo essere di origini nobili, di una nobiltà senza ricchezze però, perché queste sono sparite nel nulla per colpa della malattia della madre, la contessa Elena, col suo problema di ludopatia.

Un soprannome che gli è rimasto addosso, non solo in casa, dove viene chiamato così dal fido Camillo, domestico e angelo custode della madre Elena. Ma anche in procura, con un pizzico di malignità a cui però Spinori non ha mai dato troppo peso.

Perché Manrico Spinori della Rocca è un procuratore che crede ancora nella legge e nella giustizia, non ha mai inseguito alcun carrierismo all'interno del palazzo ed è rimasto al suo posto di sostituto nonostante abbia seguito diversi casi intricati e complessi.

Nella sua visione della giustizia, la pena avrebbe dovuto costituire l’extrema ratio, il carcere la scelta disperata che non ammette alternative.

In questo terzo capitolo si ritrova per le mani un vecchio caso che egli stesso aveva seguito dieci anni prima, che si riaffaccia sul presente grazie alle rivelazioni di un pentito di 'ndrangheta che un suo collega, Blumenstein, sta interrogando. Collega che condivide con lui la passione per l'opera lirica

Manrico lo aveva visto commuoversi sul Va, pensiero, e aveva commiserato per l’ennesima volta quei mentecatti che, in anni trascorsi, avevano contrabbandato per litania padana il lamento struggente degli ebrei in cattività.

Questo pentito, Er Farina un piccolo spacciatore pizzicato con 40 kg di coca, ha iniziato a vuotare il sacco, come si dice in gergo e tra i delitti di cui ha iniziato a parlare c'è anche l'omicidio di un certo Lo Moro, un nome che a Spinori inizialmente non dice nulla.

Perché in realtà questo Lo Moro era meglio noto come Veronica, una trans che si prostituiva per un ristretto numero di fidati clienti nel suo appartamento in zona Montesacro..

Che mi sa dire di quell’omicidio, Mancini?

Che avete preso una cantonata.
– Sarebbe a dire? – Avete accollato l’omicidio alla persona sbagliata.

La persona sbagliata era uno dei clienti di Veronica, un colonnello dell'esercito che, subito dopo l'inizio delle indagini, si era suicidato, mettendo la parola fine alle indagini della polizia e del magistrato, Spinori appunto.

Tutto chiuso, tutto risolto. O forse no, se ora bisogna credere alle parole di questo pentito, che suscita qualche diffidenza per quel suo atteggiamento, certo. Ma quelle parole, “la persona sbagliata” lasciano un brutto sapore in bocca al “contino”.

Che decide di riaprire le indagini, nonostante lo scetticismo della sua squadra in procura: una squadra tutta al femminile, le sue valchirie le chiama.

La dura e un po' coatta Cianchetti, l'esperta di informatica Orru, la segretaria Sandra Vitale e la flemmatica Brunella.

Dispiaceva anche a lui questa mancanza di sintonia. Tuttavia non c’era rimedio. Non lo avrebbero seguito, dunque toccava a lui stabilire se andare avanti o lasciar perdere il caso Veronica.

Una mancanza di sintonia con le donne che non riguarda solo le sue collaboratrici: anche con la madre il suo rapporto soffre degli effetti della ludopatia e il suo “talento per la dissipazione”. Ci sono poi le due donne che hanno un posto nei suoi pensieri e che ora sembrano sfuggirgli: Maria Giulia, la bella enigmatica signora conosciuta all'opera (e dove altrimenti?) e Stella Dubois, consulente della scientifica, amazzone sul suo centauro a due ruote.

Ma anche quel delitto di tanti anni prima è nei suoi pensieri, assieme al timore di aver potuto causare la morte di un innocente, come il colonnello Ridorè: è tempo di riprendere in mano quel fascicolo per capire se c'è qualcosa che non torna, delle incongruenze, qualcosa che è sfuggito.

E nonostante “la mancanza di sintonia”, qualcosa viene fuori di strano: la morte di un'amica di Veronica, Betty, giusto un anno dopo, per overdose. Morte scoperta dagli stessi agenti della volante che erano intervenuti nell'appartamento di Veronica a Monte Sacro.

Dei due, uno è rimasto in servizio e l'altro invece è passato al privato, diventando responsabile della sicurezza di un importante gruppo privato che si occupa di cantieri nell'ambito della cooperazione internazionale.

Partirà da qui la nuova indagine del contino che, questa volta più che mai, avrà bisogno dell'aiuto di tutta la sua squadra, per risolvere questo caso che si rivelerà ben più complicato che un omicidio e un caso di overdose.

Dietro quelle morti ci sono interessi ben più importanti: se ne accorgeranno Manrico e i suoi collaboratori, quando alcune notizie di questa storia iniziano ad uscire su blog che sembra molto informato sulle loro decisioni. Pure troppo ..

Manrico aveva una ferma convinzione: non esiste situazione umana, incluso il delitto, che non sia stata raccontata da un’opera lirica. Per risolvere un caso, si tratta d’individuare l’opera di riferimento.

Diversamente dai precedenti casi, Spinori in questa storia che ad un certo sembra arenarsi, non riesce a trovare la sua opera di riferimento: per cosa sono state uccise Veronica e Betty?

E' un delitto passionale? Una vendetta?

Eppure la sua confidente, Ladiosca (come il cartone animato che veniva trasmesso negli anni '80), aveva cercato di metterlo sulla buona strada, a modo suo, usando l'espediente dei tarocchi: la giustizia rovesciata, il matto..

Sarà merito della sua tenacia e della bravura delle sue collaboratrici, sempre più legate tra loro e legate al “contino”, se si arriverà a sbrogliare la matassa, anche grazie ad un saltafosso non proprio in linea col codice.

Una serie in crescendo, questa dello scrittore Giancarlo De Cataldo: rispetto al primo romanzo, questo è molto più intrigante come storia e anche la scelta di far crescere gli altri personaggi attorno al protagonista lo rende molto più interessante, perché consentirà di sviluppare legami interessanti tra di loro nei prossimi capitoli.

Il libro lascia spazio a vari spunti, il ruolo della giustizia in questo paese, dove è sempre più difficile sottrarsi al giustizialismo di pancia delle persone.

Dove i magistrati devono subire non solo la pressione dai superiori, specie nei casi che toccano certi interessi, ma anche quella della stampa:

Del resto, anche giornali un tempo assai piú seri ormai inseguivano lo strillo e lo scandalo a ogni costo, per non parlare dei podcast, ultima frontiera del morboso.

Rimane un dilemma: quale sarà l'opera di riferimento per questo delitto del passato, archiviato troppo in fretta?

“Il suo freddo pianto” è una citazione presa dalla Lulu di Alban Berg si era ispirato al dittico di Frank Wedekind con protagonista Lulu “dalle gelide lacrime”, una donna che è sia vittima che carnefice.

A proposito, riuscirà il nostro contino a trovare la sua donna, magari non una gelida Lulu, tra le tante che ha per la testa?

La scheda sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


Report – finale di stagione 2021

Puntata extra large per i contenuti e per la durata, che si è estesa fino a mezzanotte: tra i temi toccati, i dossier illegittimi del Sismi, un servizio sull'app Signal, come si lavora dentro Amazon, gli incontri tra Mancini e diversi politici da Salvini a Renzi.

Far west tamponi di Antonella Cignarale

Oggi i test sierologici che una volta erano difficili da trovare oggi si vendono anche nei supermercati, servono per partecipare ad un banchetto, per viaggiare: sono molto diffusi ma c'è un far west sui costi, perché è sono le regioni che decidono il tetto (alcune regioni non lo hanno messo).

Così in Lombardia, dove non c'è tetto e vige il libero mercato (al rialzo), si è arrivati al tampone sospeso, per aiutare chi non ha mezzi per pagarselo.

In alcune regione il farmacista può fare il tampone, in altre no; in alcune regioni come il Piemonte la farmacia deve pagare una tassa per farlo nei gazebo esterni. C'è anche la questione della percentuale di sensibilità dei test, che varia a seconda della tecnologia usata, di prima seconda e terza generazione.

Anche su questo, ogni regione comunica i positivi basandosi su criteri diversi, per l'utilizzo dei tamponi: la Liguria ad esempio si basa sempre sui tamponi molecolari.

Gli incontri di Mancini di Giorgio Mottola

Tutto è nato dal video con l'incontro tra Mancini e Renzi, nel dicembre scorso: il punto non è l'incontro in sé, ma il fatto che fosse fatto in un luogo così poco usuale e se fosse autorizzato o meno. Il servizio su questo incontro andato in questa primavera ha causati diversi effetti: il direttore del DIS Vecchione è stato sostituito forse perché non era a conoscenza dell'incontro e il governo ha poi emanato una direttiva che regola gli incontri tra agenti e politici (che dovranno adesso essere autorizzati).

Anche Salvini ha incontrato Mancini in un autogrill nei pressi di Cervia, così sostiene una fonte di Report. Man mano che la storia dell'incontro andava avanti, è saltato il presidente del Copasir della Lega, poi sostituito da D'Urso di FDI, legato ad una azienda che ha interessi con l'Iran. Le audizioni al Copasir sono rimandate dallo stallo al Copasir, finché non arriva la notizia del pensionamento di Mancini.

Il partito di Savini non ha votato per l'elezione al Copasir: forse perché tra i dossier che questo ente deve guardare c'è anche quello sugli incontri al Metropolitan a Mosca.

In studio era presente l'insegnante che ha filmato l'incontro all'autogrill, primo caso di ospite in studio nella storia di Report: l'insegnante ha raccontato dell'incontro e di cosa l'aveva incuriosita, tanto da usare lo smartphone.

Dietro l'insegnante non c'è nulla, nessun complotto, i due filmati durano 24 e 28 secondi, senza audio: Renzi potrebbe star tranquillo, nessuno lo pedinava.

Un cittadino qualunque che ha suscitato tutta questa slavina e che è stata attaccata anche duramente: questa signora è disponibile sia a fare un incontro col senatore Renzi che portare tutto il materiale alla magistratura.

Grazie a questo materiale Report ha approfondito la storia di Mancini: la rendition contro Abu Omar, il dossieraggio del Sismi ai tempi di Pollari, il dossieraggio della security di Telecom a cui ha contribuito una agenzia di un ex agente della Cia.

A questi dossier aveva lavorato un agente dei nostri servizi interni, Marco Bernardini (che per questa vicenda fu condannato): secondo Bernardini, gli incontri in autogrill sono un fatto comune per Mancini.

L'ex agente del Sisde ha lavorato su dossier su politici, sui garanty della privacy e dell'antitrust, sui firmatari del patto Bossi e Berlusconi, su Della Valle.

Dopo il dossier su Della Valle, Berlusconi ad una riunione di Confindustria del 2006 se ne uscì con una allusione contro l'imprenditore marchigiano, alludendo a scheletri nell'armadio: come se quel dossier fosse arrivato all'ex cavaliere.

Anche il Sismi ha commissionato dossier alla security di Telecom Pirelli: Mancini da questa accusa si è salvato per il segreto di stato apposto da tutti i governi, da Berlusconi a Renzi.

Questi poi finivano all'agenzia privata di Spinelli, ex agente Cia a Roma: forse anche la Cia avrebbe potuto conoscere questi dossier.

A cosa servivano? Alcuni per strategie di mercato, ma altri per fini non proprio legati all'imprenditoria: sono gli anni della gestione di Pollari, dove a Roma c'era la centrale di dossier contro giornalisti e politici ostili a Berlusconi e affidata a Pio Pompa.

Sono gli anni in cui una bomba viene ritrovata a Reggio Calabria, negli anni in cui era sindaco Scopelliti, in quel momento in difficoltà. Una bomba, che non esplose ma che cambiò la storia della Calabria.

Bombe e spie di Giorgio Mottola

Sui fondali dello Jonio giace la Laura Cosulich, piroscafo affondato durante la guerra, finita al centro di storie di ndrangheta e terroristi.

Era carica di 1200 tonnellate di tritolo e altro materiale esplosivo: secondo alcune informative del Sismi degli anni duemila, la ndrangheta avrebbe usato l'esplosivo della Laura C. per confezionare delle bombe, sarebbe stato usato anche per Capaci e per altri attentati di Al Qaeda.

Ma un sommozzatore che quasi quotidianamente visitava il relitto esclude queste ricostruzioni: nessuno è masi stato visto raccogliere materiale da questa nave.

Ma secondo un'informativa dei servizi, la bomba ritrovata ad ottobre 2004 nei bagni del comune di Reggio Calabria sarebbe stata realizzata proprio con l'esplosivo della Laura C.

Scopelliti, che aveva appena avuto una scorta su segnalazione di possibili attentati segnalati da Marco Mancini, allora al Sismi, diventa così un simbolo della lotta alla ndrangheta.

Un caso? Mancini è autore di entrambe le informative, quella sull'incolumità del sindaco Scopelliti e quella successiva che rivela la bomba in comune, indicando la posizione esatta dove verrà trovata.

Ed è sempre lui a firmarne una terza, che tira in ballo la nave Laura C. e la 'ndrangheta, parlando esplicitamente di attentato mafioso nei confronti di Scopelliti: una bomba che suonava strana a molti politici dell'opposizione, si era nel momento del decreto Reggio, quando cento milioni di euro furono stanziati dal governo Berlusconi per la ricostruzione della città.

Quella bomba servì a rinsaldare la giunta comunale, che era scossa dalle liti le due correnti di Alleanza Nazionale.

C'è una telefonata tra Gasparri, allora ministro An, e un consigliere regionale della giunta calabra, Basile: Gasparri invita il consigliere a ritirare le dimissioni, per l'attentato di cui ha avuto informazioni direttamente dal Sismi e da Pollari.

Ma Pollari nega di averne mai parlato con Gasparri, di quell'attentato: colpa delle regole di riservatezza, si giustifica l'ex ministro.

Dopo quella bomba cambia la carriera di Scopelliti: diventa un sindaco che lotta contro il malaffare e la ndrangheta, per poi essere eletto alla regione.

Nel 2010, diversi collaboratori di giustizia iniziano a raccontare di quell'attentato e così anche nel processo Gotha contro la ndrangheta dei colletti bianchi: Sebastiano Vecchio, ex poliziotto ed ex ndranghetista, racconta la verità su quella bomba, stando alla sua testimonianza Scopelliti era un uomo della famiglia De Stefano, la bomba è stata una bufala, un qualcosa di preparato anche con l'aiuto dei servizi segreti di Pollari.

Mancini lavorava con Pollari: è lui l'agente che ha scritto quelle relazioni, che servirono a fortificare e costruire un personaggio politico, nell'interesse delle consorterie criminali.

Quella bomba, quell'attentato, è costato 300mila euro, organizzato da servizi e ndrangheta per una convergenza di interessi. E l'abbiamo pagato noi.

L'ex sindaco ha scritto a Report negando la ricostruzione fatta nel corso del processo Gotha, racconta di aver subito intimidazioni, lui e la sua famiglia e di non conoscere la famiglia De Stefano.

L'interrogazione parlamentare di Italia Viva - di Danilo Procaccianti

Il deputato di IV Luciano Nobili ha presentato una interrogazione parlamentare dove chiedeva contro alla Rai di una fattura emessa ad una società lussemburghese, per avere informazioni e costruire un servizio contro Renzi. Ma quell'interrogazione è finita nel nulla.

Certo, secondo il deputato il servizio era un po' deboluccio, “accerterà la magistratura” se ci sono reati, ma la storia delle mail con Casalino era falsa e non esiste nessuna fattura pagata dalla Rai.

Il pacco di Amazon di Emanuele Bellano

Amazon.com faceva l'ingresso nella borsa nel 1997, la società era nata tre anni prima con sede in un garage: oggi Jeff Bezos è l'uomo più ricco ed è uno tra gli uomini più potenti della terra, ha interessi nel settore farmaceutico, nel settore spaziale, nell'informazione col W. Post, nei web service con Amazon Web Service e nel commercio online chiaramente.

Amazon ha 1 milione di dipendenti, che però si sentono come robot, controllati da robot e registrati da robot. Dicono di lui che Bezos sfrutta le persone che hanno bisogno di lavoro, non è il demonio, ma paga le tasse per lo 0,15%, come nessun altro imprenditore al mondo.

Amazon è diventato uno stato, spalmato su tutti i paesi del mondo: chi lo controlla ora? – racconta il consulente di Report Bellavia.

Con la pandemia, Bezos si è arricchito: un 44% in più di fatturato nei primi mesi del lockdown.

Ma un imprenditore che ha uno sguardo poco indulgente nei confronti dei suoi dipendenti o persone che lavorano per lui.

Report è andata a vedere il grande centro di Amazon vicino a San Bernardino: qui Amazon entra nelle università, per creare consumatori a vita fin dai banchi delle scuole superiori.

Amazon organizza lezioni per gli studenti, per farli diventare futuri lavoratori manager.

Amazon da lavoro a tante persone, attira persone in questa zona della California: in questo polo logistico arrivano merci dal lontano oriente e poi camion e aerei consegnano le merci lungo tutta l'America.

E' come se Amazon fosse uno stato dentro uno stato, con un suo aeroporto, con una flotta di 66 aerei che inquinano l'aria, con una flotta di camion che generano traffico lungo le strade di Eastvale. Per mantenere Amazon sul territorio si deve accettare un po' di inquinamento nell'aria: ma sono posti di lavoro poco stabili, nei magazzini c'è un forte turn over perché qui dentro si registrano molti infortuni e le persone vengono incentivate ad andarsene.

Quello che Amazon restituisce al territorio è pari a quello che prende?

I centri commerciali sono strangolati dall'e-commerce (come prima avevano ucciso i negozi di quartiere): il tasso di occupazione non è aumentato nell'Inland Empire da Amazon, la quale produce inquinamento pari a 13 centrali a carbone. E nell'ultimo anno Amazon ha pure incrementato il suo inquinamento.

Inquinamento che nasce anche da AWS, il suo servizio in cloud che ospita i servizi di Netflix.

Lo scorso marzo, in Alabama, i lavoratori di Amazon hanno votato per avere un sindacato indipendente dentro l'azienda: alla fine la proposta non è passata, il referendum è stato vinto a maggioranza dai contrari al sindacato. Su questa votazione c'è stato il condizionamento di Amazon, che ha promesso ai dipendenti migliori condizioni, ha contrastato l'azione dei sindacalisti che volevano informare i lavoratori, ha usato l'arma del ricatto dicendo che se fosse passato il referendum si perdevano posti di lavoro. Ai dipendenti più riottosi, ha dato 2000 dollari per andarsene.

Le urne del referendum erano all'interno dello stabilimento, sotto il controllo delle telecamere, come un grande fratello che controlla la tua scelta, ti fa sentire osservato.

Nelle settimane successive nel mondo sono stati organizzati diversi scioperi negli stabilimenti Amazon: anche in Italia, quando hanno protestato i magazzinieri, i terzisti, persone che prendono un salario ad un passo dalla soglia di povertà.

Dietro l'efficienza di Amazon ci sono comportamenti antisindacali: l'azienda ha assunto del personale per monitorare il personale che poteva avere atteggiamenti ostili, ex militari ed ex agenti, che dovevano fare spionaggio.

Ci sono persone che sono state chiamate dal proprio dirigente che chiedeva loro perché si erano iscritti al sindacato.

Serve una norma europea che contrasti questo andazzo, questo atteggiamento da forte che fa quello che vuole perché le leggi glielo consentono.

Ci sono poi i politici che sono interessati ad Amazon: Report parte dallo stabilimento di Piacenza, che è stato realizzato lì perché erano presenti lavoratori stagionali, dipendenti a basso costo bisognosi di un lavoro.

Anche a Colleferro c'è uno stabilimento, costruito su un terreno vicino alla discarica: il terreno è di proprietà di una società di cui non si conosce nulla, la SPL, schermata da una fiduciaria, dentro questa società ci sono ex parlamentari di destra.

All'amministrazione pubblica tutto questo non interessa, perché al politico quello che interessa sono i 500 posti di lavoro, da usare per propaganda.

Ma che lavori sono quelli di magazzinieri a Colleferro?

Sono lavoratori a tempo determinato, nessun limite del 30% perché lavoratori “svantaggiati” che arrivano da Adecco che sono impiegati in lavori anche usuranti, dove c'è un grande turn over.

Dentro lo stabilimento si lavora ad un ritmo scandito dalla macchina, se hai un rate basso non avrai il rinnovo del contratto: in Italia ha 9500 dipendenti, come dice lei stessa, contribuisce alle spese di questi.

Ma quanti posti di lavoro ha fatto perdere? Amazon ha sfruttato quelle anomalie, quelle mancanze di controlli nel mondo del lavoro.

In un mondo dove si lavora a nero, dove le persone non vedono una busta paga oppure dove nella busta paga non c'è scritto il numero reale di ore lavorate, anche Amazon può sembrare un miraggio.

Quel deserto, di diritti e di tutele, l'ha creato quella politica che oggi plaude ad Amazon perché crea posti di lavoro.

I furbetti della Cassa Covid di Giulia Presutti

Non ci sono solo i giovani che non hanno voglia di lavorare perché tanto c'è il reddito di cittadinanza. Ci sono anche le imprese furbette per aver preso la cassa covid senza averne bisogno. Il gestore della rete gas “2i Rete Gas” ha messo i propri dipendenti in cassa integrazione, pur avendo tenuto aperta l'attività, essendo un settore strategico: eppure questo l'ha fatto la 2i reti e gas, avendo anche un beneficio in termini di bilancio e facendo pure una donazione alla regione Lombardia per 1 milione.

L'azienda ha preso soldi dallo stato, dall'altra chiedeva soldi ai dipendenti per fare beneficenza.

Non solo, 2i Rete Gas ha iniziato a fare acquisizioni, per espandersi: la cassa integrazione è stata fatta solo per opportunismo, spiegava il consulente finanziario ascoltato da Report.

La cassa covid è pagata da noi, forse lo stato, il governo (Conte) doveva controllare meglio queste aziende: certo anche la legge poteva essere fatta meglio, visto che consente di accedere alla cassa anche senza avere una vera diminuzione del fatturato.

Anche il gruppo Conad ha goduto della cassa covid, come anche i dipendenti di Glovo, nonostante nei mesi della pandemia il lavoro non si era fermato. Inps coi suoi mille ispettori è riuscita a fare i controlli su queste aziende?

Non aveva personale a sufficienza e in ogni caso la legge del governo Conte era spuntata.

Anche la Treofan, azienda che produce imballaggi in plastica, aveva chiesto la cassa: ma questa è stata bloccata dalla procura, perché l'azienda stava lavorando, la sua strategia era spostare la produzione verso altri stabilimenti.

Sarebbe una truffa, secondo la procura, una liquidazione nascosta.

In fuga dalle App di messaggistica di Alessia Marzi

Qual è l'app più sicura per la messaggistica, tra Signal, Telegram e Whatsapp?

Report è andata in California, per intervistare mr Signal Moxie Marlinspike, un hacker etico: nessuna pubblicità, niente investitori per Signal.

Signal diventa strumento di comunicazione di massa durante le proteste di Black Lives Matter, non comunica alle autorità i dati dei loro utenti perché non li hanno.

Vogliono creare un ecosistema dove gli utenti sono protetti, nella loro privacy.

In California è stata approvata una norma su questo ambito, paragonabile alla legge europea: a questa hanno contribuito i lavoratori della Silicon Valley quando si sono resi conto a loro spese.

Report ha fatto un esperimento: tra le tre, solo Signal è la app più sicura, perché effettua una cifratura anche del database dei messaggi.

Il finale della puntata Report lo ha dedicato alla cultura, la grande sacrificata di questa pandemia, con una performance in centro Roma di Paolo Fresu

14 giugno 2021

Anteprima Report – il costo dei pacchi, la nave dei misteri, i tamponi e le app di messaggistica

Sono diversi gli argomenti della puntata di questa sera di Report: si parte dal servizio su Amazon, il colosso di Jeff Bezos che ha triplicato gli utili durante la pandemia diventando uno degli uomini più ricchi al mondo. Da dove derivano i suoi utili?

Si tornerà a parlare dell'agente del servizi Marco Mancini, poi un servizio sulla sicurezza delle app di messaggistica e infine sui tamponi rapidi.

Quella nave in fondo al mare

Report torna ad occuparsi di mafia e della trattativa con un servizio che parte da una nave in fondo al mar Jonio: si tratta di un piroscafo militare italiano affondato nel corso della seconda guerra mondiale col suo carico di bombe. E' la Laura Cosulich: negli anni duemila, racconta Giorgio Mottola, si è trasformata nella nave dei misteri, al centro di storie di servizi segreti, terroristi e 'ndrangheta: le telecamere dei sommozzatori che ancora oggi scendono a visitare il relitto ancora oggi mostrano panetti di tritolo che, secondo una informativa del Sismi, sarebbe stato usato per preparare la bomba ritrovata nella notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2004 in un bagno del comune di Reggio Calabria, quando sindaco era Giuseppe Scopelliti.

Una bomba per dare un segnale alla sua politica contro le mafie, dice l'informativa.

Particolare strano, poche ore prima della scoperta, il comitato per l'ordine e la sicurezza aveva assegnato la scorta al sindaco, su segnalazione di Marco Mancini, allora agente del Sismi, perché c'era un pericolo attentati nei confronti del sindaco.

Mancini è autore di entrambe le informative, quella sull'incolumità del sindaco Scopelliti e quella successiva che rivela la bomba in comune, indicando la posizione esatta dove verrà trovata.

Ed è sempre lui a firmarne una terza, che tira in ballo la nave Laura C. e la 'ndrangheta, parlando esplicitamente di attentato mafioso nei confronti di Scopelliti: ne ha scritto il giornalista Lucio Musolino di questa vicenda

Era quella di Marco Mancini, il vice di Pollari, la firma sotto le tre informative scritte su carta intestata del Sismi e riguardanti il presunto atto intimidatorio che oggi scopriamo essere una messinscena, organizzata dai vertici della ‘ndrangheta con la collaborazione dei servizi, e mascherata da finto attentato a Scopelliti. La prima nota fece scoprire i panetti di tritolo dietro il water del Comune collocato dall’altra parte del palazzo rispetto alla stanza del sindaco. La seconda svelò che l’ordigno l’aveva collocato la ‘ndrangheta e che sarebbe esploso tra le 10 e le 10.30 del 7 ottobre 2004. La terza individuò l’obiettivo dell’attentato nel sindaco Giuseppe Scopelliti, all’epoca militante di Alleanza Nazionale e fedelissimo di Gianfranco Fini. Al politico reggino fu assegnata in fretta e furia la scorta. Tanto in fretta che il prefetto dell’epoca riunì urgentemente il Comitato per la Sicurezza pubblica che dispose il provvedimento diverse ore prima che gli artificieri mettessero le mani sul tritolo.

E qui iniziano le prime anomalie: l’informazione sulla bomba arrivò in questura ma a Piazza Italia, dove si affaccia palazzo San Giorgio, c’erano anche i carabinieri perché l’allora questore Vincenzo Speranza chiese al comando provinciale dell’Arma di partecipare all’operazione congiunta. All’interno del Comune, però, i carabinieri non entrarono e qualcuno giura di aver sentito l’allora colonnello Antonio Fiano dire al questore: “Se sai dov’è vallo a prendere”. Nessuno dei due può confermare la circostanza, perché deceduti, ma il dato certo è che non ci sarebbe stata nessuna esplosione tra le 10 e le 10.30 del 7 ottobre perché quel tritolo era privo di innesco e, per deflagrare, sarebbe stato necessario che il bombarolo fosse tornato in quel bagno per finire il lavoro. A quel punto la polizia l’avrebbe potuto arrestare in flagranza di reato ma soprattutto avrebbe avuto un nome su cui indagare per capire chi voleva attentare alla vita Scopelliti.

E invece no. In un’interrogazione parlamentare di qualche anno dopo c’è scritto che quel ritrovamento è costato al Sismi “ben 300mila euro” che, però, non sono bastati per scoprire, a distanza di quasi 17 anni, nemmeno quale cosca fosse coinvolta. L’esplosivo proveniva dalla stiva della “Laura C”, la nave affondata a largo di Melito Porto Salvo, ed era identico all’esplosivo sequestrato dalla guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta “Bumma” chiusa poche settimane prima dalla Dda. Se il tritolo sequestrato alla cosca Iamonte, grazie anche a un infiltrato, era della partita di quello trovato a Palazzo San Giorgio, è lecito supporre che i due fatti possano essere maturati nello stesso ambiente. La squadra mobile dell’epoca ci provò a indagare chiedendo l’aiuto anche a un confidente e futuro collaboratore di giustizia. Nei giorni successivi al rinvenimento del tritolo, infatti, è entrato in scena Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano. Dieci anni prima di saltare il fosso e pentirsi, Moio già ammiccava ai poliziotti prestandosi a fare addirittura l’agente provocatore nel tentativo di capire cosa c’era dietro il presunto attentato a Scopelliti.

La scheda del servizio: Il segreto in fondo al mare di Giorgio Mottola, con la collaborazione di Norma Ferrara e Giulia Sabella

Sui fondali dello Jonio calabrese da ottanta anni giace il relitto di un piroscafo militare affondato da un sottomarino inglese durante la seconda guerra mondiale. Nella stiva sono ancora conservate decine di tonnellate di tritolo, che stando ad alcune informative redatte negli anni 2000 dal Sismi, il servizio segreto militare, sarebbe stato usato dalla 'ndrangheta per i suoi attentati in Calabria e, in base ad alcune ipotesi investigative, addirittura per la strage di Capaci. L'esplosivo del relitto, secondo il Sismi, sarebbe stato adoperato anche per l'attentato del 2004 all'allora sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti. Un episodio che ha cambiato il corso della recente storia politica calabrese. L'ordigno venne scoperto grazie a tre informative firmate da Marco Mancini, l'agente segreto protagonista dell'incontro in autogrill con Matteo Renzi. Vent'anni dopo, alcuni pentiti stanno raccontando un'inquietante verità: l'attentato a Scopelliti sarebbe una bufala, orchestrato dai servizi segreti in collaborazione con la 'ndrangheta per accelerare la carriera del politico calabrese.

Da dove vengono gli utili di Amazon

E' notizia di questi giorni, l'inchiesta sulle finte cooperative di DHL, la multinazionale della logistica, accusata di non aver versato i contributi previdenziali e l'IVA.

Il mondo della logistica è un settore che, anche durante la pandemia non si è fermato, ne abbiamo scoperto la sua importanza e apprezzato anche la possibilità di fare acquisti senza uscire di casa.

E' anche un settore al cui interno lavorano i corrieri in appalto ad Amazon (che insiste a non voler assumere nessuno per queste attività) e che sono costretti a non fermarsi mai, nemmeno per andare in bagno, per rispettare il piano delle consegne da effettuare, stabilito da un algoritmo.

“Oggi ho circa 260 pacchi circa, la consegna può chiederti un minuto oppure può chiedertene venti c'è sempre la variabile che non sai a chi stai citofonando ..” racconta a Report uno di questi corrieri.

Un sistema che è lo stesso dall'altra parte del mondo, in California: “quando ho iniziato questo lavoro pensavo che fosse meglio di altri lavori, meglio che lavorare da Mc Donald's o altri fast food, ma presto mi sono accorta che era opprimente, mi lasciava senza forze nel corpo e nella mente.”

Anche qui, la ragazza intervistata parla di centinaia di pacchi da consegnare ogni giorno, pochissimo tempo per fermare il furgone e consegnare il pacco.


Una vita scandita dai ritmi e dai temi decisi dall'algoritmo, 3 minuti per completare la consegna, 20 minuti per il prossimo stop, che non tengono conto del traffico, degli imprevisti, come l'impossibilità di trovare un parcheggio (e allora ci si ferma sui carrai o in doppia fila o perfino nei parcheggi per disabili) o di doversi fermare su strade trafficate dove è difficile perfino scendere dal furgone in sicurezza.

E ad ogni imprevisto aumenta il ritardo sulla tabella, che si deve recuperare correndo di più, sia a piedi che col furgone: se si prenda una multa perché si è parcheggiato dove non si dovrebbe a pagare è il corriere.

E se hai bisogno di un bagno? Devi guidare fino ad un Wallmart o ad un centro commerciale – racconta la ragazza che lavora per Amazon in California – e questo toglie del tempo alla mia tabella di marcia, è una cosa molto stressante, specie quando ci mandano sulle montagne, dove non ci sono negozi per andare al bagno.

Se sei in campagna ti fermi e cerchi un albero – racconta il collega italiano – ma se sei in città e non ce la fai più una soluzione la devi trovare, prendi una bottiglietta vuota e la fai dentro, cosa devi fare?

Dietro la fortuna di Jeb Bezos, il cui patrimonio è stato stimato in 177 miliardi di dollari, non c'è solo il commercio online e il mondo della logistica (e dello sfruttamento dei driver): c'è anche Amazon Web Service la piattaforma cloud utilizzata da Netflix tra l'altro e su cui potrebbero spostarsi anche servizi della nostra pubblica amministrazione.

La scheda del servizio: Il nostro caro Amazon di Emanuele Bellano con la collaborazione di Greta Orsi e Edoardo Garibaldi

Qual è il vero costo di una spedizione di Amazon? Cosa c’è dietro un pacco che ci viene recapitato a casa dopo aver premuto un pulsante dal nostro cellulare? Questa comodissima opportunità è resa possibile da un’organizzazione che è uguale in tutto il mondo. Ne fanno parte lavoratori soggetti a infortuni frequenti e con contratti precari e poco pagati, intere aree metropolitane inquinate dal via vai di camion e aerei cargo, negozi che chiudono perché non sono in grado di fare concorrenza ai prezzi di un colosso mondiale che ha rivoluzionato il modo di comprare e che paga una percentuale di tasse bassissima rispetto al fatturato che genera. Un viaggio negli Usa di oggi per vedere quello che potrebbe accadere in Italia domani. E poi nel nostro paese c’è chi ha facilitato l’insediamento di stabilimenti Amazon per creare posti di lavoro e mettendo in atto speculazioni immobiliari attraverso società opache schermate nei paradisi fiscali.

Quanto sono sicure le nostre app di messaggistica?

Ogni quanti minuti controlliamo i messaggi in arrivo sul nostro smartphone? Quante ore dedichiamo alle app installate, alla navigazione online, sempre incollati a quel piccolo schermo?

Si parla di una media di sette ore al giorno, quasi quante le ore dedicate al sonno. Ma siamo solo noi a leggere quei messaggi?

Il whistleblower dello scandalo Cambridge Analytica su Facebook Christopher Wylie: “quando si pensa a quanto è successo a Facebook, troppo spesso i problemi sono emersi durante lo sviluppo perché c'è questa idea di evolversi rapidamente e trasformare le cose”.

Facebook, Google e poi tutti gli altri canali social raccolgono pezzi della nostra attività online di cui non siamo a conoscenza e noi non possiamo nemmeno opporci a questi comportamenti.

Ma non sono solo i social, nell'era della pandemia tutte le nostre comunicazioni si sono spostate sullo smartphone, sempre a portata di mano ma sempre più difficili da custodire e il nostro telefono si è trasformato in un'arma.

Le nostre conversazioni vengono cifrate, in modo che solo chi le riceve può decifrarle, o chi possiede il codice di queste App, che sono gratuite.

Ma quanto ci costano davvero questi servizi?

La scheda del servizio: In fuga da Whatsapp di Alessia Marzi, Lucina Paternesi

Nell’era della pandemia tutte le nostre comunicazioni si sono spostate online e, grazie agli smartphone, sono sempre a portata di mano. Chat di lavoro, messaggi privati, canali e gruppi
tra amici. Ma quanto sono al sicuro? C’è il rischio che qualcuno spii ciò che scriviamo? Oggi cifrare messaggi non è più un crimine e la crittografia end-to-end può migliorare la privacy delle nostre conversazioni: ma quali sono i dati che le applicazioni di messaggistica raccolgono? Dopo l’entrata in vigore dei nuovi termini di servizio Whatsapp, lo scorso febbraio, in tanti, anziché accettare un’informativa poco chiara, hanno iniziato a utilizzare altre app. Da questa fuga di utenti chi ci ha guadagnato di più è stata l’applicazione russa di Pavel Durov, Telegram. Nata per sfuggire al controllo su internet del governo russo, oggi ospita sui suoi canali anche attività illecite e gruppi estremisti e complottisti. Quanto è trasparente il suo modello di business? Dall’altra parte dell’oceano, invece, sta crescendo sempre di più Signal.
Non raccoglie dati, non geolocalizza, è un sistema open source e vive di donazioni. Ma è un progetto sostenibile? Con un’intervista esclusiva a Mr. Signal, Moxie Marlinspike, scopriremo
come è possibile costruire una tecnologia trasparente e “portare un po’ di normalità su internet”.

I furbetti della cassa covid

Abbiamo messo nel cassetto le morti, i reparti di terapia intensiva, le persone che si ammalavano e rimanevano chiuse in casa, tutto dimenticato perché ora bisogna ripartire e non c'è tempo da perdere.

Pure dei furbetti della cassa covid non se ne può parlare, per non disturbare il grande manovratore e le imprese che ora devono licenziare per poter ripartire.

Eppure è bene ricordare questa storia poco edificante, in un momento in cui in questo paese si mettono in discussione le politiche di sussidio alle persone in difficoltà.

Come gli impiegati di Glovo Italia: mentre i rider sfrecciavano per le strade delle città, gli impiegati da marzo a maggio 2020 sono stati messi in cassa integrazione, nonostante grazie al lockdown le attività di consegna siano aumentate: “il lavoro era aumentato ma è stato ripartito tra le persone che sono rimaste” racconta uno di questi impiegati alla giornalista.

Nei primi mesi del lockdown nel 2020 le consegne dai supermercati per Glovo sono cresciute del +400%, quelle dalla farmacia del +300% e quelle da casa a casa del 330%: Glovo ha chiuso il 2020 raddoppiando il fatturato rispetto all'anno precedente e così da luglio ha cominciato una campagna di assunzioni nel settore amministrativo a Milano. Come si giustifica questa crescita con la richiesta della cassa integrazione?

“Perché all'inizio abbiamo visto che il nostro business decresceva e invece un mese dopo ricresceva” racconta la general manager di Glovo Italia. Ma la cassa, per alcuni dipendenti, è durata fino ad ottobre inoltrato.

La scheda del servizio: Fare cassa con la cassa, di Giulia Presutti con la collaborazione di Marzia Amico

Per le aziende la cassa integrazione Covid-19 è una boccata d'ossigeno. Secondo i dati Inps, l'hanno utilizzata 700 mila imprese per 7 milioni di lavoratori. Anche 2i Rete Gas, azienda leader nel settore della distribuzione di gas naturale, ha usufruito degli ammortizzatori sociali durante il primo lockdown, facendo lavorare i dipendenti a rotazione. Ma la distribuzione di gas naturale non si è mai fermata: perché allora la 2i Rete Gas ha ottenuto fondi pubblici destinati a chi subiva perdite per la pandemia? Come Glovo, che con altre app di consegna ha tenuto in vita la filiera agroalimentare, ma nei mesi più duri ha lasciato a casa i propri dipendenti. Gli ammortizzatori sociali introdotti a causa di Covid-19 hanno maglie molto larghe, ma chi controlla che le aziende non se ne approfittino?

I test rapidi anti-covid

Il prezzo dei test antigenici rapidi anti covid cambia da regione a regione: in Puglia il prezzo fisso per il cittadino è 25 euro, mentre a Bologna un test può costare anche 40 euro, mentre n farmacia 15 euro perché è stato siglato un accordo con la regione e lo hanno fatto un po' tutte.



Si passa dai 35 euro in Val D'Aosta ai 15 in Emilia Romagna e Sicilia ma ci sono regioni, come la Lombardia, dove il tetto non è stato fissato: il prezzo più alto spesso non significa maggiore sensibilità per evitare i falsi negativi, a Milano si trovano test con sensibilità all'85% sia a 25 che a 40 euro, ma si trovano test con sensibilità al 97% a 20%.

Ma chi certifica queste percentuali?

Sono autocertificazioni – spiega il direttore di microbiologia dell'Ausl Romagna il dottor Vittorio Sambri – il produttore le fa in modo da dare dei valori molto alti, non c'è una regola.

L'unica indicazione che esiste è quella che indica che i test si dividono in tre tipologie: test di prima, seconda e terza generazione, in ordine crescente di capacità analitica.

E' una classificazione che si basa sulla tecnologia utilizzata (e non la sensibilità alle nuove varianti, come si sente dire): ma anche su questo punto c'è una certa confusione, a Torino i test di prima generazione, dove il risultato lo leggi “a occhio”, sono considerati in diverse farmacie di seconda generazione, comprese le farmacie del presidente dell'ordine dei farmacisti.

La scheda del servizio: Testati di Antonella Cignarale con la collaborazione di Marzia Amico

Siamo passati dai terribili momenti in cui non c’erano tamponi per diagnosticare Covid-19 alla situazione attuale, in cui la gamma di tamponi a cui il cittadino si può sottoporre è molteplice.
Si possono comprare anche al supermercato: sono i test antigenici rapidi fai da te, da autosomministrarsi. Per partecipare ai grandi eventi o andare all’estero serve il referto negativo di un test antigenico rapido o di un tampone molecolare. Da regione a regione i prezzi cambiano con differenze anche di 20 euro per i test rapidi e fino a 60 euro per i molecolari. Nonostante le raccomandazioni del ministero della Salute, dopo un anno c’è ancora molta confusione nella gestione dei tamponi, soprattutto sugli antigenici rapidi e tocca al cittadino informarsi sul costo e sulla sensibilità di un test.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.