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07 febbraio 2026

Anteprima inchieste di Report – l’Italia dei dossieraggi, la strage a Crans Montana, la giustizia secondo la destra

Quando il profitto prevale sulla sicurezza – Crans Montana

La Svizzera è vicina a quanto pare: non solo geograficamente ma anche per quanto riguarda la leggerezza con cui si fanno i controlli di sicurezza nei locali. Prima gli affari, prima i clientelismi locali.

LAB REPORT: COSTELLAZIONI D’INTERESSI

di Cristiana Mastronicola

Collaborazione Samuele Damilano, Celeste Gonano, Alessia Marzi, Eleonora Numico

Crans Montana è un luogo da cartolina: neve, lusso ed eventi sportivi di richiamo internazionale. Oggi è sinonimo di ricchezza e turismo d’élite, ma non è sempre stato così. In pochi decenni, da realtà a vocazione rurale si è trasformata in una meta esclusiva, una crescita rapida che ha spesso portato le leggi non scritte del turismo a prevalere sui controlli, favorendo tolleranze e clientelismi locali. È in questo contesto che si consuma la strage di Capodanno: 41 morti e 115 feriti.

L’Italia dei dossier


In Italia il valore di un politico, di un dirigente di una controllata, sta nella sua ricattabilità – così aveva confessato una volta Giuliano Ferrara ad Aldo Busi.

E la ricattabilità deriva dai dossier, dalle informazioni fatte “esfiltrare” da database che dovrebbero essere protetti. Come è emerso dall’inchiesta su Equalize, la società di investigazioni che faceva capo all’ex presidente Pazzali.

Di queste storie si è sempre dichiarato estraneo – Enrico Pazzali, un manager molto vicino alla destra in regione Lombardia – scaricando tutte le colpe su Gallo (l’ex super poliziotto) e Calamucci. Report ha raccolto la sua versione dei fatti: non era lui a capo della centrale di dossieraggio che era Equalize, tutte le intercettazioni dicono il contrario, “dicono che io non dovevo sapere”. Pazzali ha spiegato poi che ai collaboratori chiedeva dei report reputazionali sui dipendenti della Fondazione Fiera, “io avevo un’attenzione al rischio molto elevata”.

Ma le persone su cui Pazzali ha chiesto informazioni non hanno a che fare con rischi reputazionali connessi al suo ruolo di presidente della Fiera di Milano. Parliamo degli accessi illegali ai database delle forze dell’ordine fatti per ottenere informazioni su un competitor di Pazzali, Giovanni Gorno Tempini, suo predecessore alla Fiera poi finito alla CDP.

Nelle perquisizioni della sede di Equalize sono state trovate copia delle conversazioni su wharsapp tra Gorno Tempini e il giornalista Gianni Dragoni.

È stata un’iniziativa di Carmine Gallo – si è difeso Pazzali.

Anche nel confronto tra Calamucci (l’informatico di Equalize) e Pazzali sono emerse le contraddizioni nei loro racconti: perché avremmo dovuto accedere allo SDI per avere informazioni su Scaroni – si chiedeva Scaramucci . Sul report per Scaroni i carabinieri di Varese che hanno seguito l’indagine, scrivono che l’obiettivo di Pazzali era raccogliere informazioni per screditarlo, perché all’epoca sembrava destinato alla guida del comitato olimpico Milano Cortina 2026, un incarico a cui Pazzali sembrava ambire.

Non è vero - risponde Pazzali – fondazione Fiera e Milano Cortina erano partner e non c’era competizione: allora perché questa raccolta di informazioni? Sempre per capire se c’erano problemi di natura reputazionale. E allora perché chiederlo a Gallo, l’ex capo della Mobile di Milano?

La scheda del servizio: CHI DI DOSSIER FERISCE…

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Per la prima volta parlano i protagonisti di Equalize, la macchina infernale, come l’hanno definita i magistrati, che ha svolto per anni attività di dossieraggio su politici, imprenditori, personaggi dello sport e dello spettacolo, come Marcel Jacobs ed Alex Britti. Ha avuto tra i propri clienti le più importanti aziende italiane, tra cui Eni, Heineken e Barilla, e persino mafiosi. La storia di Equalize si è incrociata con quella di un’altra centrale di dossieraggio, Squadra Fiore, di cui avrebbero fatto parte soggetti legati ai servizi segreti, esercitando pressioni su Leonardo Maria Del Vecchio, uno degli otto eredi del colosso Essilorluxottica. Secondo quanto rivela a Report uno dei protagonisti, lo scopo era condizionare la scalata a Mediobanca.

La giustizia di classe

La sovranità appartiene al popolo .. la legge è uguale per tutti: possiamo iniziare a metterli in soffitta questi principi cardine della nostra democrazia, che non è liberale perché ci sono i ricchi e i poveri, ma perché di fronte allo Stato, di fronte alla magistratura, il ricco e il povero, il potente e il povero operaio sono uguali.

Mettendo assieme tutte le riforme in ambito di giustizia fatte dal governo Meloni, abrogazione dell’abuso d’ufficio, decreti sicurezza, separazione delle carriere, l’ipotesi di rimuovere l’obbligatorietà dell’azione penale, le intercettazioni che possono durare massimo 45 giorni, fanno pensare ad un modello di giustizia “di classe”. La giustizia dipende dal censo.

Da una parte la mano leggera per i reati contro la pubblica amministrazione dall’altra la mano pesante contro i “maranza”, i rave, contro la violenza di strada.

Si depotenziano gli strumenti per contrastare la corruzione, i reati contro lo Stato, con l’ipocrita postilla, che i reati di mafia sono esclusi da queste “riforme” ma, come racconterà il giudice Nino Di Matteo, i reati contro la pubblica amministrazione sono reati civetta rispetto a qualcosa che riguarda l’interesse mafioso.

Tutto in nome di un finto garantismo, che poi è il solito garantismo peloso contro il potente pescato a rubare, condizionare le gare e gli appalti, chiedere voti al mafioso..

Il potere che va scudato a protezione dell’azione della magistratura.

La scheda del servizio: PROPAGANDA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Samuele Damilano

I prossimi 22 e 23 marzo si voterà per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. L’inchiesta di Report racconta cosa cambierebbe nella magistratura con l’approvazione della riforma e chi c’è dietro ad alcuni comitati che stanno facendo campagna elettorale in vista del voto.

Il presunto giornalismo indipendente


Si presenta come media indipendente, quello di Esperia, ma dietro questa impresa ci sono precisi contatti col partito di Meloni che più volte rilanciano i loro contenuti.

Il direttore editoriale poi, Zavalani, nei suoi post se la prende con Report, con la sinistra (quale poi?), contro Conte, contro Barbero, contro i sindacati, contro i magistrati, contro il comitato del no al referendum sulla separazione delle carriere. Sarà un caso, tutti i “nemici” del governo Meloni.

Poi però, come tutti i politici di destra scappa alle domande di Report: chi sono i finanziatori di questa impresa, come mai la proprietà reale è schermata.

L’editore di Esperia è Dors media una società costituita nel settembre scorso con un capitale di 50 mila euro ma non sappiamo chi abbia messo i soldi perché la proprietà è schermata dalla fiduciaria Fiditalia, dentro il cui CDA è presente l’avvocato Cassa “maestro venerabile” della loggia Avalon.

Perché capire chi sia l’amministratore di Dors Media, Report è andata in Senato al comitato del Si, presieduto da Sallusti, dove è presente anche l’ex braccio destro di Casaleggio Pietro Dettori , oggi responsabile social della campagna referendaria di Fratelli d’Italia.

Niente domande nemmeno a Dettori, alla faccia dell’essere media indipendente.

Come potete leggere sul sito di Ispri Italia, Gino Zavalani era presente come speaker all’ultimo festival di Atreju. Gli altri partner di Esaperia sono Pietro Dettori, che lavorava con Casaleggio ed è stato portavoce di Di Maio, ex m5s e infine Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, portavoce di Meloni.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 febbraio 2022

Il paese di ieri il paese di oggi

Forse è un caso, o un gioco del destino, che in pochi giorni concentra anniversari storici come quello del trentennale di Mani Pulite, e decisioni altrettanto storiche come quella della Consulta sull'ammissibilità dei referendum.

I referendum popolari nono sono passati: erano scritti male, si aprivano dei buchi, non si può usare lo strumento dei referendum per colmare un vuoto legislativo. Tutto vero, forse. Ma testimoniano dello stato di un paese che non sa guardar avanti, dove il distacco tra parlamento e paese diventa sempre più ampia. Che dovranno pensare quei milioni di persone che hanno firmato per cannabis (non solo per le canne, ma per un uso terapeutico) e per il suicidio assistito? Il parlamento, troppo occupato a difendere posizioni di rendita (balneari, concessioni autostradali), non farà mai leggi in tal senso. Non in questa legislatura.

Sulla giustizia si consolida la vendetta di una parte della politica, la destra da Salvini a Renzi, contro la giustizia. 

Il cittadino non potrà decidere se sia lecito o meno proibire la coltivazione per uso personale della cannabis, mentre potrà decidere se separare le carriere dei magistrati (una proposta vecchia di decenni, dai tempi di Gelli per chiarire).

Abroghiamo pure la Severino, senza modificarla.

Una politica debole si sta prendendo le sue rivincite su una magistratura altrettanto indebolita dagli scandali sia tramite la riforma Cartabia che tramite questi referendum dove, addirittura, si proponeva la possibilità per il cittadini di rivalersi direttamente contro il magistrato.

Perché allora la Consulta ha fatto passare i referendum sulla giustizia, molto tecnici e che interessano poco la maggioranza degli italiani (ma molto una certa parte politica)?

Che gliene frega ai cittadini della separazione delle funzioni? O delle liste del CSM?

Ieri Gherardo Colombo nel corso dell'intervista al giornalista Andrea Purgatori raccontava dell'inchiesta Mani Pulite, smontando tutti i luoghi comuni che ancora girano contro le inchieste del pool di Milano di cui faceva parte.

I suicidi in carcere e la carcerazione preventiva che indignano solo quando riguardano i potenti e non quando toccano gli imputati per piccoli reati.

Le indagini che hanno toccato tutti i partiti, non solo quelli dell'allora governo.

Infine l'errore di aver pensato che si poteva affidare alla magistratura il compito di risolvere tutti i problemi della politica: una politica che lucrava pure sulle spese per i bisognosi, sulla costruzione di ospedali, sulle case di cura per gli anziani (i famosi 7 milioni della prima tangente di Mario Chiesa).

Quella classe politica, quella della prima repubblica, si reggeva (non tutta, non solo) su un sistema di tangenti, nascoste dietro il finanziamento ai partiti (in modalità non previste dalla legge): un sistema che coinvolgeva i politici, i manager di stato di nomina politica, i manager privati che volevano lavorare col pubblico.

Un sistema dove i soldi pubblici venivano spesi male, come a Milano per la costruzione della terza linea della metro, per fare un esempio.

Tutti sapevano del sistema delle tangenti, ma andava bene a tanti, finché le condizioni politiche (anche a livello internazionale) non sono cambiate.

Tangentopoli poteva essere scoperta dieci anni prima, con la scoperta delle carte della Loggia P2, se il processo non fosse stato spostato a Roma dalla Cassazione - racconta Colombo che, assieme al collega Turone, aveva gestito inizialmente l'inchiesta su Gelli.

Il paese di ieri è rimasto il paese di oggi. L'insofferenza verso una stampa libera, verso una magistratura che, nei limiti stabiliti e rispondendo dei suoi errori, possa fare le sue inchieste su tutti i cittadini perché la legge è uguale per tutti.

02 giugno 2021

La festa della nostra Repubblica

Il giorno della Repubblica - Lapresse (immagine presa dal sito di Avvenire)

2 giugno 1946.

La fine dei Savoia, la fine di una monarchia che aveva consegnato il paese ai fascisti, che aveva firmato le leggi razziali. Un re che, un mese prima del referendum, aveva abdicato mandando avanti il figlio, la faccia pulita (?) sperando di rimanere a Roma.

De Gasperi che minacciò di mandare i carabinieri per mandar via il re che, ben prima di Trump, non voleva riconoscere il voto degli italiani.

Il primo voto alle donne, finalmente, che votano all'89%.

La fine della monarchia per il passaggio ad una repubblica democratica e parlamentare.

Basta coi personaggi che urlano alla folla dal balcone.

L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

Su un lavoro di tutti, col contributo di tutto, non di un uomo solo al comando che decide in modo insindacabile (perché lui non sbaglia mai).

Su un lavoro che, ancora oggi, non è pagato in modo dignitoso, che non garantisce alle persone quell'autosufficienza economica per poter vivere liberi.

Per anni abbiamo confuso la festa della Repubblica con la festa dell'esercito, così come per anni abbiamo confuso il lavoro come una gentile elargizione del datore di lavoro (ah, ti devo pure pagare?).

Ancora oggi, festa della Repubblica, si sentono commentatori dire che non ci sono più giovani disposti a lavorare per colpa del reddito di cittadinanza.

Giovani che si trovano davanti salari bassi, contratti precari, assenza di politiche per la casa (ovvero affitti altissimi nelle grandi città).

Non è questa la normalità di cui abbiamo bisogno. Non è questa la Repubblica disegnata dalla nostra Costituzione.

Oggi è la festa della Repubblica, della nostra repubblica, di tutti, non di qualcuno è basta, non della repubblica privata. Dei diritti privati, degli interessi privati.

04 dicembre 2017

Un anno dopo

Un anno dopo il referendum sulla grande riforma costituzionale renziana, che lezione abbiamo imparato?
Leggendo le dichiarazioni dei candidati al voto prossimo futuro, molto poco.
L'ex presidente rivendica tutte le sue riforme, a cominciare dal jobs act (e il milione di posti di lavoro).
Tralasciando quelli che dovrebbero stare dall'altra sponda politica (mi riferisco al centro destra più o meno berlusconiano salviniano): a sinistra hanno imparato qualcosa dal voto dello scorso 4 dicembre?
Ieri i "partitini" a sinistra del PD si sono riuniti in una nuova formazione, "Liberi e uguali" un nome che richiama uno dei massimi principi della nostra Costituzione. A parlare di fronte alla platea il presidente del Senato Grasso, ma poco oltre le prime file c'erano i molti volti noti della sinistra passata, gente che ha già avuto incarichi di governo, da Bersani a Vendola.
Se riusciranno ad evitare che questa nuova formazione sia la solita fusione a freddo, mettendoci dentro quelle energie nuove emerse dalla scorsa campagna referendaria, forse avremo qualcosa di nuovo a sinistra.
Non solo gente che usa slogan di sinistra.
A Firenze Tomaso Montanari (che assieme ad Anna Falcone è stato una delle colonne dei comitati per il no) si è detto molto scettico di questa operazione, calata dall'alto, con un leader rassicurante come Pietro Grasso.

Riuscirà Grasso ad intercettare il voto delle persone nauseate da questa politica, che ha bisogno solo di capire se c'è ancora spazio per difendere gli esclusi e gli ultimi?
Quelli che non si riconoscono né nelle favole berlusconiane, né nel sovranismo salvinista (che ripropone ancora la teoria vecchia di 40 anni della curva di Laffer con la flat tax e nemmeno nella sinistra che fa le riforme di destra (con qualche foglia di fico) con tanto di ciaone.

PS: dice il segretario PD che votare Grasso è un favore a Salvini e Berlusconi.
Col primo hanno fatto una legge elettorale e fatto passare i nuovi voucher.
Col secondo hanno fatto una riforma costituzionale (da cui poi Berlusconi si è sfilato).

02 ottobre 2017

Non è Davide contro Golia

Cosa succederà ora in Spagna e in Catalogna nessuno è in grado di dirlo, ora.
Sicuramente si è aperta una frattura tra regione e stato centrale che difficilmente tornerà come prima: a questo scontro e a questa frattura si è voluto arrivare perché entrambe le parti non hanno voluto sentire le ragioni dell'altro.
Il governo centrale che nel 2010 ha tolto parte dell'autonomia alla regione, non ha voluto riconoscere le spinte autonomiste.
Dall'altra parte abbiano una regione autonoma che ha proposto un referendum non riconosciuto e che di fatto ha sfidato la legalità. 
I partiti indipendentisti (che ieri un articolo del Fatto Quotidiano metteva in contatto con la Russia) hanno dato la colpa allo stato centrale che affama la regione catalana e che dunque, se fosse indipendente, potrebbe prosperare.

Ora siamo ai numeri, che però non si capisce quale ente indipendente potrà certificare: entro 48 ore dalla presentazione dei risultati il governo regionale può dichiarare l'indipendenza, unilateralmente.
Come ha scritto ieri Daniela Ranieri, non è proprio la storia di Davide contro Golia.
Tutto questo certo non giustifica poi gli eccessi della polizia spagnola: fa specie notare come il referendum sia stato tirato dalla giacchetta in tanti.
E non è nemmeno corretto parlare di  sconfitta dell'Europa, poiché gli indipendentisti vogliono rimanere nella UE.

12 gennaio 2017

Fondata sul lavoro

La riforma del lavoro doveva spazzar via l'apartheid che separava lavoratori di serie A (i tutelati) e quelli di serie B (i precari).
Doveva consentire ai precari di sposarsi e persino di pianificare un futuro, una famiglia, dei figli.
Dove creare occupazione i cui numeri, gonfiati dagli sgravi contributivi (costati circa 20 miliardi) e da una loro presentazione parziale, ci sono stati sbattuti in faccia ogni giorno. Visto, cari gufi?

L'altro paese, quello che non vive nel mondo della narrazione, era invece alle prese coi problemi della scuola, degli insegnanti di sostegno che mancano, con la precarietà che è rimasta, con la disoccupazione giovanile.
Sappiamo, ce lo dice Boeri, che i voucher li ha usati perfino la CGIL, sebbene non aggiunga poi che l'uso dei pensionati dello SPI sia corretto mentre il problema consista nell'allargamento di questo strumento a troppe forme di lavoro.
Senza aver contribuito molto nell'emersione del nero.

La Consulta ha giudicato non ammissibile il quesito sul ripristino dell'art 18, uno dei tre referendum proposti dalla CGIL.
Quesito che non ripristinava il vecchio ma estendeva le tutele, per questo è stato bocciato: se ne congratula Poletti e Ichino ("sarebbe stato pericoloso l'allargamento dell'art 18"). 
Pericolosa la crina che stiamo prendendo: un paese diviso, in cui le tensioni sociali non sono risolte e dove la politica più che luogo di risoluzione dei problemi, sia luogo da tifo.

La Consulta ha deciso e così, il rispetto della nostra Costituzione è salvo.
Escludendo forse, il principio stabilito dal primo articolo (e non solo quello).

Sul blog di Gilioli trovo questa considerazione sulla modernità delle politiche sul lavoro:
E anche questi referendum abrogativi - sia quello bocciato sull'articolo 18, sia quello ammesso sui voucher - pongono oggi una semplice ma dirimente questione: è contemporaneità, è modernità, è futuro sostenibile la discontinuità acrobatica di reddito? È contemporaneità, è modernità, è futuro sostenibile una situazione in cui sempre più persone (e quasi tutte le nuove generazioni) sono costrette per sempre a raccattare "bullshit jobs"?Ecco, la domanda è tutta qui.Perché possiamo discutere tranquillamente sui cambiamenti strutturali dell'economia, su modelli di produzione postindustriali che non garantiscono più un lavoro a vita, su quello che già 17 anni fa Rifkin chiamava "modello hollywoodiano", cioè gruppi di lavoro che si mettono insieme per un obiettivo a termine (tipo fare un film) e poi ciao, si ricomincia da un'altra parte. Possiamo discutere di gig economy, di intelligenza artificiale e algoritmi che si mangiano più posti di lavoro di quanti non ne creino, di robotizzazione, di Uber, Foodora e altre app, insomma di tutto.Ma quello che non possiamo fare, se guardiamo al presente e all'immediato futuro, è pensare che tutto questo si traduca in un modello di società in cui nessuno può programmarsi decentemente l'esistenza per eccesso di rarefazione-saltuarietà di reddito.Non lo possiamo fare perché semplicemente non regge. Non regge a livello economico, non regge in termini di tenuta sociale, di coesione tra le persone, di convivenza civile.Altre che "avanguardia": non si può. Proprio non si può andare verso un modello così, non regge, non funziona. Il There is No Alternative di thatcheriana memoria si è rovesciato come un boomerang contro chi lo proponeva: non c'è oggi nessuna alternativa possibile che ideare e implementare strumenti che consentano una maggiore continuità di reddito nella crescente fascia di popolazione a cui questa continuità è negata.
Poi, di nuovo, possiamo discutere del come, perché sul campo le proposte sono infinite da sinistra da destra: reddito minimo universale o no, diminuzione dell'orario, tetti massimi agli stipendi, cogestione, redistribuzione attraverso patrimoniali o imposte sulla finanza - e possiamo parlare perfino di tassazione negativa, eccetera eccetera.Possiamo parlare di tutti i "come" possibili, purché si sgombri il campo dalla narrazione farlocca secondo cui sarebbe "modernità" un modello di società sempre più diseguale, con bullshit jobs e intermittenti redditi da fame per quasi tutti, mentre sarebbe "retroguardia" andare nella direzione opposta. Perché, semplicemente, è una truffa.

09 dicembre 2016

Consigli di lettura

Se non volete appiattirvi sulla visione dominante (il paese ha detto no ad una riforma votando con la pancia, i giovani sanno solo protestare, la sinistra sa dire solo di no..), due consigli di lettura:
- il post di Gilioli, sempre lucido nel vedere le questioni politiche per quello che sono
[La legislatura che ci stiamo lasciando alle spalle] ha fallito il suo obiettivo dichiarato fin dal giorno degli applausi imbarazzati con cui accoglieva il discorso di reinsediamento di Napolitano, accreditandosi così un ruolo costituente che è stato bocciato dal Paese.
Ecco perché, se guardiamo alla parabola di questa legislatura, oggi sembrano grottesche e basse le ipotesi di prolungarne artificialmente la vita con un governo Padoan, Gentiloni, Franceschini o Calenda.
Ma ve li immaginate, giurare al Quirinale festeggiando un inizio che ha già in sé l'impronta della fine? Ma che effetti produrrebbe sul Paese vedere la manfrina di un nuovo premier e magari delle sue promesse, così stridenti con l'evidenza di un esecutivo triste, solitario y final?
Davvero non ne abbiamo bisogno. Davvero sarebbe un atto di responsabilità solo apparente, in realtà più irresponsabile del suo contrario, cioè il voto.
Per fare una legge elettorale decentemente omogenea tra le due Camere e che non sia incostituzionale bastano venti giorni. O basta riutilizzare una di quelle precedenti il Porcellum. O prendere il Consultellum e clonarlo per la Camera.
E per tutto questo non serve nessun nuovo governo, con tutto il suo cucuzzaro di campanelle scambiate, di foto di gruppo, di nuovi ministri sorridenti. Quello uscente, dopo i danni fatti, abbia almeno il coraggio e la responsabilità di fare il suo dovere fino a che lo richiede la Costituzione, invece di portarsi via la palla come un bambino capriccioso.
- la risposta di Alessandro Robecchi a Michele Serra, in merito alla proposta di Pisapia
Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo. 
E poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore, Michele, parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.
Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.
Aspetto. Per ora no, grazie.

Una questione di percezione

Mentre facevo colazione, ieri mattina seguivo la trasmissione coffee break su La7, dove si affrontavano tanti argomenti legati al post referendum.
Per esempio, come mai tanti giovani hanno votato no alla riforma: eppure i numeri sull'occupazione dicono che le cose siano migliorate rispetto ad anni fa, eppure questo governo in questi mesi ha fatto una grande campagna per informare le persone, ha messo i soldi sulle pensioni, per la povertà..
E' un problema di percezione, sentenziavano i due giornalisti in studio (La Stampa e il sole 24 ore).

Nel frattempo era partito un collegamento per raccontare la protesta dei dipendenti Ikea, a Roma: una dipendente, assunta col contratto a tutele crescenti, raccontava i suoi problemi di lavoratrice e madre, le domeniche lavorative (non previste in contratto, secondo la sua versione), i turni di 10 ore.

Forse non esiste solo un problema di percezione, dal basso, da parte dei giovani che votano no di pancia, rancorosi, contro chi governa, a prescindere.
Forse esiste un problema di percezione dall'alto, dove non si vedono altro che i numeri dell'occupazione, gonfiati dai voucher e da una statistica che considera occupato anche chi lavora 1 ora sola.

Mi chiedo se i signori del si, quelli che hanno votato si ad una riforma che non era perfetta ma che almeno cercava di cambiare le cose, sono a conoscenza di questo mondo o se sono rimasti arroccati nei loro quartieri di centro città, Milano, Roma..

L'amaca di Michele Serra del 5 dicembre

Viste da vicino, certe riforme e certi riformisti, hanno un sapore tutto diverso.
E non si può sempre buttare la palla in tribuna tirando in ballo l'odio e la pancia.

07 dicembre 2016

I posti che saltano

La mia poltrona è la prima che salta – ha detto nel suo discorso di mezzanotte Renzi, dopo l'esito del referendum.
Ma a saltare potrebbero esserci anche le poltrone dei manager delle aziende di Stato nominato da questo esecutivo, molti dei quali anche finanziatori della fondazione Open.



Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano di oggi:
BREVE ELENCO degli amici in-filati qua e là: cda di Enel, Alberto Bianchi, presidente della fondazione renziana Open; cda di Finmeccanica, il finanziatore Fabrizio Landi; cda di Poste, Elisabetta Fabri, famiglia di albergatori fiorentini; collegio sindacale di Eni, Marco Seracini, il commercialista di Matteo; cda di Eni, Diva Moriani, vicepresidente di InTek di Vincenzo Manes, generoso donatore. Il tecnico Pier Carlo Padoan, sempre al ministero del l’Economia oppure a Palazzo Chigi, non può rassicu-rare il renzismo sul fronte nomine. Tant’è che in questi giorni il rinvigorito Massimo D’Alema confida: tranquilli, un governo Padoan può aiutare tutti. Maurizio Gasparri ha fiutato la questione: fermi con le nomine. A volte, il potere è più confuso che debole. Non scemo.

E tutto questo succede nei giorni in cui l'Istat ci dice che un italiano su tre è a rischio povertà e al sud è a rischio povertà o esclusione sociale il 46% della popolazione.


Ma forse in queste statistiche non rientreranno questi manager, tutti capaci per carità. E forse nemmeno i manager della banche italiane. Come l'ex AD di PopVicenza, Iorio, che nei 18 mesi di lavoro ha preso uno stipendio da 10000 euro al giorno.

06 dicembre 2016

E ora?

In caso di sconfitta, la mia carriera politica finisce ..
Me ne vado via, lascio ..

O forse no.
Passato un altro giorno dal referendum, l'opzione di andare ad elezioni subito (come vogliono Grillo e Salvini e pure Berlusconi) non è più roba da retroscenisti:


Alfano – titola il corriere online – vota a febbraio.

A frenare la corsa del “al voto, al voto” ci sono due ostacoli: il primo è la minoranza PD che non ha peso in segreteria ma il no di domenica ha ringalluzzito. Non alzeranno la voce, ma punteranno a tirarla per le lunghe, per logorarne la leadership in attesa di un nuovo cavallo.
Il secondo è il presidente della Repubblica, che ha spiegato bene a Renzi cosa si aspetta.

C'è il gruzzolo del 40% da mettere a frutto (con una brutta espressione), ma non sono voti del PD. Conosco personalmente elettori non PD che hanno votato si al referendum. Il 40% sono voti di un immaginario raggruppamento attorno a Renzi, ma cosa succederebbe in caso di un voto elettorale, per una coalizione, non è facile capirlo.

Renzi e i partitini della maggioranza, sanno però che devono agire in fretta: oggi, appena perdi la poltrona, rischi di non rientrare più nel gioco.
Di certo, con queste premesse, crolla del tutto l'ipotesi di ricucire tutte le rotture nel paese e anche all'interno della sinistra.
Nel discorso di “addio” Renzi ha detto una cosa che dovrebbe far capire quelle che sono le sue intenzioni: “Al fronte del No che ha vinto il referendum oneri o onori”.

Se in questa fase ci saranno degli oneri (e pochi onori in verità) è anche colpa sua: per aver gestito male i tempi del referendum, per aver basato la legge elettorale sulla riforma, per non aver risolto per tempo i problemi delle banche.
Facile ora andarsene (?) e gufare da fuori.

Due cose: a quanti dicono, Salvini vi ringrazia, rispondo dicendo che i Salvini si combattono facendo politica sul territorio, non seguendolo nel suo territorio di slogan e comparsate tv.
Riprendo quanto ha scritto sulla sua bacheca FB Daniele Sensi:
«Salvini ti ringrazia», dice. No, semmai Salvini ringrazia voi, che appendete l'egemonia culturale non a pratiche politiche diffuse, ma a un verdetto referendario che non attiene al gioco politico, ma alle sue regole. Quel gioco lo si vince sul campo, è sul campo che Salvini va contrastato, opponendogli sintesi culturali e reti di socializzazione che tengano insieme la complessità del reale. sbugiardando semplificazioni che quel reale invece lo atomizzano, mettendo gli uni contro gli altri. Salvini ringrazia voi, che, alla Politica e all'agire politico, avete, o avevate anteposto, pigrizia, comodità e pretestuose scorciatoie. E con quelle, sì, ogni battaglia è persa. Perché le battaglie si vincono battagliando. In politica si vince facendo Politica.  


Secondo, a quelli che, come Serra oggi, dicono che ora a dare le carte sarà l'establishment, rispondo dicendo che anche prima era così.
Ma è così difficile accettare l'esito di un referendum dove si votava su una riforma costituzionale?

Non si votava sul governo né su Renzi, questo si diceva.

05 dicembre 2016

Referendum – il giorno dopo


Non chiamatela vittoria, questa del NO.
Non è stata una vittoria, ma solo l'ennesima lotta in difesa, in questo caso della Costituzione: ieri era per l'utilizzo delle intercettazioni, per l'acqua pubblica, per le leggi ad personam.. Oggi lo è stato per difendere questa Costituzione da una riforma pasticciata.
Se ora il paese rimarrà senza governo (forse), dovendo votare una legge di bilancio, con una legge elettorale a metà (a meno di non usare il proporzionale al Senato) che dovrà passare il vaglio della Consulta, con la crisi delle banche (oggi si decide sull'aumento di capitale di MPS), è colpa di Renzi.

A quelli che accusano chi ha votato no, di aver votato coi fascisti e coi populisti rispondo semplicemente che è stato questo esecutivo, questa segreteria che ha sbattuto la porta in faccia a chi non la pensava alla stessa maniera. Il patto del Nazareno è stato fatto con Berlusconi, la riforma con Verdini. Il canguro è stato imposto dall'esecutivo per cui questa riforma era da prendere così, senza modifiche.

Se avessero voluto, avrebbero potuto spacchettare prima il quesito. Se avessero voluto avrebbero potuto accogliere prima le proposte su un Senato elettivo.
Se volessero, ora anziché parlare di dimissioni e di caos, metterebbero mano alla riforma e alla legge elettorale per migliorarla. Come han chiesto tante persone del fronte del no.

Lega e M5S vogliono andare a votare? Non avendo responsabilità da sostenere, fanno solo il loro interesse che non è quello del paese.
Sono populisti, come populista era lo slogan vota sì per tagliare la Casta.
Quando la Casta è costituita dal ceto politico che ci rappresenta in Parlamento.
Populisti che, qui in Lombardia lavorano assieme agli alleati di governo come Alfano.

Al paese è stata presentata questa riforma, divisiva, piena di difetti, che ricalcava molti aspetti della riforma del centro destra del 2006 (che era più chiara, essendo di impronta più presidenziale).
È stata presentata come un prendere o lasciare, come il jobs act, la legge sulle banche popolari, la riforma della Rai, la legge sulla scuola. Qual è stato il risultato nel proseguire su questa strada, fare riforme di destra per il centro sinistra? Che, sì, ha inglobato un pezzo della destra e del suo elettorato, ma ha anche rinforzato la destra popolista alla Salvini, e lasciato il suo elettorato a sinistra senza un partito.

Ma veramente, signori del sì, pensavate che questa riforma fosse pensata per il futuro del paese? Che il bene primario era la governabilità?
Pensavate che a sinistra i vostri elettori avrebbero continuato a turarsi il naso? E che Berlusconi avrebbe rispettato il patto?
Pensavate che il dire “se perdo me ne vado” avrebbe convinto gli indecisi?

Abbiamo perso due anni impiegati per una riforma che non tocca i problemi del paese. La crescita bassa, i salari fermi, la criminalità organizzata, la corruzione nelle opere pubbliche, le banche in crisi, Alitalia che continua a perdere 1 ml di euro al giorno.

Sarebbe interessante capire come hanno votato le giovani generazioni e come gli anziani, i pensionati. Incrociare classi sociali e voto.
Sarebbe altresì interessante che si facesse un minimo di autocritica, dentro il PD e dentro l'attuale esecutivo. Ci sono movimenti, tensioni, un disagio, sotto la superficie delle cose, che non si può più ignorare. Se oggi la gente vota per paura, vota con la pancia, crede di più a quelli che urlano che alle persone che cercano di argomentare, chiediamoci se non sia colpa anche di questa politica, dei giornalisti che la dovrebbero raccontare.


Ho votato no, ma non mi sento felice.

04 dicembre 2016

Il giorno del giudizio universale




E alla fine ci siamo arrivati al giorno del Giudizio universale.
Tranquilli, la chiamata non sarà in ordine alfabetico.
E forse, come nel film, questo giudizio universale che fa tanta paura, nemmeno ci sarà.
Sia per quelli che nemmeno ci pensano al giudizio (da dare sulla riforma, tramite il referendum), sia per quelli che su questo giudizio han fatto battaglia. Per mesi.

Il film di De Sica finisce con un gran ballo, tutti assieme.

Mentre temo che la realtà, per questo giudizio, sarà diversa: ci si continuerà a scannare accusandoci l'un l'altro, per molto tempo ancora.

02 dicembre 2016

Il no innovativo (la risposta di Zagrebelski a Scalfari)

I tre leader europei questo agosto a Ventotene

Zagrebelsky risponde a Scalfari, sempre su Repubblica, sul referendum: si parla di riforme,di Ventotene, dei principi della Costituzione e del perché voterà no al referendum:
Vengo, caro Scalfari, a quella che tu vedi come un'ostinazione. Mi aiuta il riferimento che tu stesso fai a Ventotene e al suo "Manifesto", così spesso celebrati a parole e perfino strumentalizzati, come in quella recente grottesca rappresentazione dei tre capi di governo sulla tolda della nave da guerra al largo dell'isola che si scambiano vuote parole e inutili abbracci, lo scorso 22 agosto. C'è nella nostra Costituzione, nella sua prima parte che tutti omaggiano e dicono di non voler toccare, un articolo che, forse, tra tutti è il più ignorato ed è uno dei più importanti, l'articolo 11. Dice che l'Italia consente limitazioni alla propria sovranità quando - solo quando - siano necessarie ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Lo spirito di Ventotene soffia in queste parole. Guardiamo che cosa è successo. Ci pare che pace e giustizia siano i caratteri del nostro tempo? Io vedo il contrario. Per promuovere l'una e l'altra occorre la politica, e a me pare di vedere che la rete dei condizionamenti in cui anche l'Italia è caduta impedisce proprio questo, a vantaggio d'interessi finanziario-speculativi che tutto hanno in mente, meno che la pace e la giustizia. Guardo certi sostegni alla riforma che provengono da soggetti che non sanno nemmeno che cosa sia il bicameralismo perfetto, il senato delle autonomie, la legislazione a data certa, ecc. eppure si sbracciano a favore della "stabilità". Che cosa significhi stabilità, lo vediamo tutti i giorni: perdurante conformità alle loro aspettative, a pena delle "destabilizzazioni" - chiamiamoli ricatti - che proprio da loro provengono.
Proprio questo è il punto essenziale, al di là del pessimo tessuto normativo che ci viene proposto che, per me, sarebbe di per sé più che sufficiente per votare No. La posta in gioco è grande, molto più grande dei 47 articoli da modificare, e ciò spiega l'enorme, altrimenti sproporzionato spiegamento propagandistico messo in campo da mesi da parte dei fautori del Sì. L'alternativa, per me, è tra subire un'imposizione e un'espropriazione di sovranità a favore d'un governo che ne uscirebbe come il pulcino sotto le ali della chioccia, e affermare l'autonomia del nostro Paese, non per contestare l'apertura all'Europa e alle altre forme di cooperazione internazionale, ma al contrario per ricominciare con le nostre forze, secondo lo spirito della Costituzione. Si dirà: ma ciò esigerebbe una politica conforme e la politica ha bisogno di forze politiche. E dove sono? Sono da costruire, lo ammetto. Ma il No al referendum aprirà una sfida e in ogni sfida c'è un rischio; ma il Sì non l'aprirà nemmeno. Consoliderà soltanto uno stato di subalternità.
Questa, in sintesi, è la ragione per cui io preferisco il No al Sì e perché considero il No innovativo e il Sì conservativo.
Ti ringrazio dell'attenzione. A cose fatte avremo tempo e modo di ritornare su questi temi con lo spirito e lo spazio necessari.
E' la risposta anche all'intervista del presidente del Consiglio sul Corriere, dove Renzi parla dei figli, che vorrebbe che non crescessero assistendo a talk dove si parla di casta (lo dica anche ai sostenitori del si) e che, è vero, se non passa il si, ha paura per la povera gente, per il potere d'acquisto, per il risparmio. Per il governo tecnico che potrebbe arrivare, per gli allarmi che arrivano dai mercati...

Una politica che gioca sulla paura, che tratta i giovani a colpi di bonus, non è una politica riformista.

Il quesito non è si o diluvio

Il quesito che troveremo sulla scheda referendaria non è si oppure "un salto nel buio e poi mi rimpiangerete".
Sulla scheda troveremo un si o un no, una risposta semplice (forse troppo semplice) ad un quesito complesso (il DDL Boschi che modifica 47 articoli della Costituzione).
Non si vota su altro e siamo arrivati al referendum perché la riforma non ha superato i due terzi del Parlamento.

In teoria non si vota sull'esecutivo né sul presidente del consiglio.
Legare questo voto al governo è sbagliato, sia dalla parte di chi vota sì (se perdo me ne vado via, come i bambini nei campi da calcio dell'oratorio) sia per quella parte del fronte del no che grida "mandiamolo a casa".
Niente ricatti e niente ribaltoni.
Ecco, tutto qua.

01 dicembre 2016

Sulle bufale

Cala la disoccupazione - scrivono i giornali: ma cosa volete ancora.

Lo dice l'Istat e se uno legge solo i titoli dei giornali pensa che vada tutto bene: leggendo i dettagli però si capisce che le cose sono più complicate
"Il tasso di disoccupazione scende dello 0,1% perché aumentano gli italiani che hanno smesso di cercare un posto: non ci sperano più". 


Altro giro altro spot: con la riforma avremo più soldi per la sanità, se voti no, invece, i soldi li lasci ai politici (e l'immagine è eloquente, finiscono nelle tasche dei politici).
Dal che si capisce che chi ha fatto la riforma non è un politico, che a Roma (dove si accentreranno - forse - le competenze) non ci sono politici e dove si decide solo per il bene degli italiani.

Ecco perché De Luca chiedeva ai suoi sindaci di fare come Alfieri, che fa un clientelismo come Cristo comanda, che se porti i voti arrivano i soldi alla sanità regionale, privata.
Ma De Luca non è un sindaco.

30 novembre 2016

Non disturbiamo

Questa mattina ho avuto una discussione sul referendum con un altro pendolare: il tutto è partito dai ritardi, dalle nuove norme sulla velocità dei convogli, che è stata limitata in assenza dei controlli per la sicurezza sulla nostra linea (Trenord, la società mista Trenitalia e regione Lombardia, quella che investe miliardi in autostrade).
Certo, se poi noi votiamo no per tenerci il Senato e continuare a spendere i soldi ...

Posso accettare tutte le critiche, ma non quelle false e nemmeno la gente che ti mette le parole in bocca.
Tu voti no perché vuoi far cadere Renzi ..
Non esiste altra nazione con un Senato come il nostro ..
Se per te la governabilità non è un valore ..
Si vota sulla riforma e non sul governo ..
Ma il Senato non c'è più ..
Ma il Senato non si occuperà più di leggi importanti ..

Tutti argomenti che, per essere smontati necessitano di una argomentazione e, soprattutto, di gente disposta ad ascoltarti.
Se però la gente ti ripete, senza ascoltarti, senza voler capire (che è stato Renzi a personalizzare, a legare riforma e governo, che il Senato rimane e si occuperà pure di leggi importanti, che la governabilità l'aveva anche Berlusconi e Monti e ora stiamo sacrificando la rappresentatività degli elettori ..), rischi pure di far la figura del passionario.
Di quello che si infervora. Che diventa rosso per la rabbia.

Di quello che sa dire sempre di no. Che non gli va mai bene niente. D'altronde uno che legge Il fatto quotidiano, il giornale di Travaglio.
La "conversazione" è proseguita saliti sul treno, finché una signora, sul sedile dietro si è girata è a detto "Che palle .. potete parlare a bassa voce ?".

Non stavamo gridando ma solo parlando ad un tono normale. Che dava fastidio alla signora e alle altre persone.
Allora ho preferito riprendere in mano il libro che sto leggendo "Il rumore della pioggia" di Gigi Fiore.
E ho lasciato la signora a leggersi Repubblica, l'articolo sulla triste vicenda di Lapo Elkann.
Non disturbiamo ..

Mancano pochi giorni ancora.

PS: parliamo di questo, della complessità del descrivere come saranno eletti i nuovi senatori (oggi ci prova Gilioli con lungo e dettagliato post) quando sai che dall'altra parte ti rispondono ma allora non vuoi cambiare .. vuoi lasciare le cose così ..

25 novembre 2016

Non tutti i malati sono uguali?

Alla Camera l'emendamento alla manovra per curare i malati di cancro a Taranto (per l'Ilva) è sparito: erano 50 ml per l'assunzione di medici, l'acquisto di attrezzature).
A voler essere maliziosi uno mette assieme il fatto che la Puglia sia governata da un presidente orientato verso il no, al fatto che forse in questa regione il clientelismo alla De Luca non funzionerebbe .. e fa due più due.
Ma questa sarebbe solo dietrologia da quattro soldi perché ora, sono sicuro, questi 50 ml il governo li tirerà fuori. No?
Perché altrimenti uno potrebbe pensare che questo governo che con la riforma costituzionali intende dare a tutti i malati gli stessi livelli di cura, sta solo giocando (e speculando) con la salute delle persone.


Strumentalizzazioni

Hanno usato i malati di diabete e cancro per i loro slogan per il si al referendum.
Raccontando una bugia, l'ennesima, che col si alla riforma i malati potranno curarsi alla stessa maniera al nord come al sud. Al sud dei clientelismi benedetti dall'esecutivo, come quello sbandierato dal governatore De Luca, che sarà anche commissario alla sanità.

Peccato che questi signori non abbiano seguito le previsioni del tempo altrimenti avrebbero infilato nello storytelling l'ennesima promessa: col si, niente fiumi che strariperanno.
Al sud, come al nord nelle regioni dell'eccellenza Lombardia e Piemonte.
Regioni dove sono sufficienti poche giornate di pioggia (nemmeno eccezionale per questo periodo) per far ingrossare i fiumi e creare problemi. 
L'anno scorso era successo a Benevento col fiume Calore che aveva devastato la zona industriale.
Oggi tocca al Tanaro, nella regione del TAV e del terzo Valico.
E l'onda di piena potrebbe arrivare presto nelle zone lombarde: quelle delle inutili autostrade (sul groppone del pubblico) come la Pedemontana e la Brebemi.

Cosa cambierà col sì dopo il 5 dicembre? 
Anziché occuparsi di malati, dei costi della politica (ingrossati dai costi delle grandi opere), la ministra potrebbe occuparsi dei casi di violenza contro le donne.
L'ultimo ieri a Seveso, a Monza.
Un uomo di 56 anni ieri ha strangolato la compagna, nel giorno del compleanno della figlia: era già stato denunciato dalla donna due mesi fa. Dopo l'ennesimo litigio ieri in casa sono anche arrivati i carabinieri, prima che si arrivasse alla tragedia.  
Non è servito a niente: perché in questi casi la legge è ancora troppo articolata, i fondi per i centri per le vittime delle violenze domestiche sono pochi, le regioni fanno ancora poco o nulla per queste donne.

Forse sto strumentalizzando anche io, come uno sciacallo. Sperando che, magari, questa tragedia (di fronte ai bambini) serva a qualcosa.

23 novembre 2016

Il 5 dicembre

Il fronte del no è unito solo nell'odio per Renzi ..
Non ha una comune idea e una comune visione politica ..
Non hanno una proposta politica ..

Queste alcune delle accuse che il fronte del si fa agli avversari del no. Obiezioni sbagliate: parte di chi voterà no, lo farà anche per "mandare a casa" Renzi.
Ma parte soprattutto per dire no a questa riforma, il DDL Boschi.
Chi voterà no al referendum non sta proponendo né probabilmente intende proporre alcun programma di governo né una diversa maggioranza.
Si voterà si o no semplicemente sulla riforma della Costituzione, una riforma che deve essere orientata al futuro, non al solo domani.
Una riforma che deve pensare all'Italia dei prossimi anni.
Non stiamo votando su un governo e nemmeno su un presidente che verrà giudicato alle prossime elezioni.
Chi dice no, semplicemente dice no a questa riforma: come ha detto Landini domenica nel faccia a faccia con Renzi, sui titoli siamo tutti d'accordo, non sullo svolgimento.

Il 5 dicembre ci alzeremo e, qualunque sia il voto, avremo ancora gli stessi problemi di oggi.
Lavoro, salari, dissesti idrogeologici, rischi sismici, la corruzione nei lavori pubblici, le mafie.

Ho voluto scrivere tutto questo dopo le parole di Zucconi a DiMartedì: il presidente del Consiglio non può affrontare questi problemi perchè se perde non avrà maggioranza. Perché dovrà confrontarsi coi cialtroni che ha attorno (parole sue).
Perché la Costituzione lo blocca.

Sono parole già sentite ai tempi, un deja vu. Anche a Berlusconi questa Costituzione stava stretta e la sua riforma andava in una direzione ben precisa.
Non so voi, ma io trovo insultante nascondersi dietro i vincoli e i principi delle norme costituzionali per nascondere i propri errori.
Salari bassi, crescita bassa, le mafie, i clientelismi locali, la corruzione, la guerra tra poveri tra italiani e immigrati, la crescita delle diseguaglianze.

22 novembre 2016

Aberrante

Ci sono le considerazioni e le valutazioni dell'ex presidente Napolitano
VOTO NEL 2018 – La premessa è che “Non si vota pro o contro questo governo. Si vota quello che è scritto nella legge. L’occasione per giudicare Renzi ci sarà con le prossime elezioni che al momento si terranno nel 2018“. E aggiunge, sul punto, che quella sul referendum “è diventata una sfida largamente aberrante“. Su cosa? Napolitano insiste che l’oggetto del referendum non è l’esecutivo di Renzi, che egli stesso ha incaricato. “Non si vota né per questo governo né contro, ma su quello che è scritto nella legge: limitare i dl, non fare con leggerezza fiducia e maxiemendamenti in uno spirito in cui il potere del Parlamento si rafforza e con esso la democrazia. Si vota su quello, non sulle motivazioni di Renzi”, sostiene.
I PADRI RICOSTITUENTI – “Io – rileva Napolitano – mi sono speso moltissimo da presidente della Repubblica in termini rispettosi delle mie prerogative nell’interesse del Paese. Vi trasmetto il mio messaggio: in serena coscienza ed in coerenza con le mie posizioni voterò sì” al referendum. Sì perché “con questa riforma non si fanno miracoli ma si fanno passi avanti“. In particolare è “funzionale alla democrazia che i poteri locali possano essere rappresentati ai vertici delle istituzioni. Oggi – aggiunge – non c’è quasi più in Europa un Senato che sia eletto dalla totalità degli aventi diritto al voto”. Una riforma che, per Napolitano, “nel suo contenuto ha molti punti simili a quelle precedenti, compresa quella di Berlusconi“. Che all’epoca, però, il centrosinistra aveva duramente avversato.
E ci sono anche quelle degli artisti (ed ex calciatori):
“Il cambiamento della Costituzione è un gesto logico e naturale (…). Obiezioni ai singoli punti della riforma sono fondate e vanno rispettate. Ma la somma di queste obiezioni non ci pare tale da giustificare un ‘no’. Che metterebbe una pietra tombale su ogni ulteriore possibilità di cambiamento, per anni”.
Peccato che, si voti sul governo proprio per il modo in cui il governo ha imposto la campagna.
Che nel malaugurato caso in cui non passasse, non è vero che non ci saranno altre possibilità di cambiamento.
Dopo la bocciatura della riforma Berlusconi (che Napolitano dice essere simile a questa), ci sono state due riforme della scuola, una riforma della giustizia, una riforma della Rai, due riforma sul lavoro, una sulle pensioni, la legge sul pareggio di bilancio, la finta abolizione delle province, la delega fiscale e la rottamazione di Equitalia, l'abolizione dell'Ici ...

E' vero la sfida è diventata aberrante: ma meno aberrante della vita di tanti italiani che dallo stato hanno ricevuto poco o nulla.
Quelli che un domani probabilmente faranno fatica ad avere una pensione. Quelli che per avere delle cure devono spostarsi di regione (e non è detto che col sì tutto si aggiusti).
Insomma, il 5 dicembre per molti sarà un altro giorno.