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14 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – il referendum sulla giustizia, la compressione delle libertà, i crimini di ICE

Tornano le inchieste di Presadiretta la domenica sera: in questa prima puntata si parlerà di giustizia e del prossimo referendum confermativo sulla riforma Nordio.

In studio assieme al conduttore Riccardo Iacona saranno presenti l’ex magistrato Antonio Di Pietro e Nicola Gratteri in un faccia a faccia sulle ragioni a favore e contro questa riforma.

Quali saranno gli impatti di questa riforma sul sistema della giustizia e sugli italiani?

Di cosa avrebbe veramente bisogno la macchina della giustizia per funzionare meglio, perché, come ha detto lo stesso ministro Nordio, la separazione delle carriere non inciderà per nulla sull’efficienza della giustizia.


Presadiretta è entrata nel Tribunale di Alessandria, dove ha intervistato il presidente Paolo Rampini: “questo è il peggior tribunale d’Italia” ha raccontato, “certamente il nostro è molto inguaiato”.

Cerotti sulle finestre della stanza di un giudice per tener fermo il vetro. Bagni comuni per giudici, avvocati e personale amministrativo. Nelle aule delle udienze dove si fa giustizia in nome del popolo italiano ci sono sedie rovinate che non vengono sostituite. I muri della stanza di rappresentanza tutti scrostati, moquette tagliate,

“Sento il dovere di chiedere scusa perché questo dovrebbe essere un palazzo diverso” commenta amaramente il presidente Rampini.

E cosa pensa di fare il governo Meloni? Un doppio CSM con in più l’alta corte di giustizia, checi costerà almeno 150 ml di euro in più (sono stime che potete trovare nel libro “Perché no” di Marco Travaglio.

Poi si parlerà del nuovo decreto sicurezza: possiamo barattare una maggiore sicurezza (che sarà poi reale) in cambio delle nostre libertà (di manifestazione, di espressione)?

Qual è lo stato della libertà di stampa nel nostro paese, specie con questa Rai sempre più Telemeloni?

In una democrazia il giornalismo serve chi viene governato, non chi governa, eppure in Italia vediamo sempre giornalisti minacciati, dalle mafie, con intimidazioni mirate (come l’attentato a Sigfrido Ranucci) e con lo spauracchhio delle querele temerarie.

Ma sono tanti i giornalisti minacciati, meno famosi di Ranucci, le cui storie nemmeno vengono raccontate, perché poco funzionali allo storytelling della destra di governo (i maranza, i giudici che scarcerano i violenti, gli immigrati..): Presadiretta racconterà la storia del giornalista Domenico Rubio di Arzano News, finito sotto scorta per le minacce ricevute dalla Camorra.


Vive nella zona nord di Napoli, 20 comuni uno attaccato all’altro, una lunga distesa di case che arriva fino a Scampia: un territorio dove vivono quasi 1 ml di persone, la più alta densità abitativa d’Europa e anche camorristica. Qui vivevano famiglie che hanno fatto la storia della criminalità: i Di Lauro, gli Amato Pagano, gli scissionisti e il clan Moccia.

I camorristi gli hanno lanciato due bombe sotto casa nell’agosto 2018, che seguivano una scia di altre intimidazioni del clan iniziate tempo prima.

E poi un viaggio in America, nell’America di Trump dove si attaccano i giudici che si permettono di applicare le leggi dando torto alla Casa Bianca, si attaccano i giornalisti che fanno domande e gli immigrati. L’America dove la polizia privata di Trump uccide le persone per strada, davanti a tutti, con un senso di impunità per gli agenti dell’ICE che deve farci paura.


Eh ma sono tutti immigrati irregolari, se fossero entrati legalmente .. queste sono le giustificazioni ciniche date di fronte alle immagini degli spari contro civili che non costituivano minaccia, di fronte agli arresti, anche di bambini, anche di persone anziane, nelle case, nelle scuole, negli uffici pubblici per il rinnovo del permesso. Presadiretta mostrerà immagini del documentario Iced out of America di Michael Nigro che ha documentato gli abusi dell’ICE, scene filmate all’interno del Tribunale per l’immigrazione di New York. Un giorno sono entrati nel Tribunale agenti mascherati che hanno iniziato ad arrestare immigrati che stavano rinnovando il permesso di soggiorno, inizialmente a Nigro è stato impedito di entrare ma alla fine è riuscito ad entrare e a riprendere queste immagini, venendo anche arrestato mentre filmava le proteste. Arrestato per aver compiuto un atto di giornalismo: fare il giornalismo è diventato pericoloso, non come a Gaza, o come in altre zone del mondo. Ma anche nella terra delle libertà, la libertà di informazione è diventata una parola vuota.

Michael Nigro era a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, il giorno in cui i sostenitori di Trump hanno fatto irruzione alla Camera: anche in quel caso per i fan del Maga, i giornalisti erano un obiettivo (oltre che i rappresentanti dei democratici che sono dovuti scappare).

Il colpo di Stato del 6 gennaio è finito tutto in un nulla: gli assalitori sono stati graziati e ora gli Stati Uniti sono di nuovo nel mezzo di una tempesta.

Ecco perché è importante mostrare le immagini di queste persone arrestate, perché altrimenti sparirebbero nell’oscurità.

La scheda del servizio:

Un viaggio tra procure, corti d’Appello, tribunali dei minori e giudici di pace, da Alessandria a Gallarate, Roma e Milano. Lo propone “PresaDiretta Open” con cui si apre la nuova stagione di “PresaDiretta”, il programma di Riccardo Iacona con il coordinamento giornalistico di Maria Cristina De Ritis, in onda domenica 15 febbraio alle 20.30 su Rai 3. Uffici con carenza del personale amministrativo fino al 60%, strutture dove gli atti dei procedimenti si snodano per chilometri e chilometri, sedi con udienze fissate al 2032. Le sfide per centrare entro giugno gli obiettivi del Pnrr e i paradossi dell’innovazione tecnologica che dovrebbe migliorare il funzionamento del sistema giustizia.
In studio, ospiti di Riccardo Iacona, per affrontare i nodi centrali del referendum: l’ex magistrato ed ex politico Antonio Di Pietro e il procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli Nicola Gratteri.
Poi, “Il Nemico Dentro”. Immigrati, avversari politici, giornalisti, studi legali, organizzazioni antifasciste: per alcuni sono difensori delle istituzioni, per il presidente degli Stati Uniti sono nemici. Perché, come ha dichiarato proprio Donald Trump, l’America sarebbe sotto invasione dall’interno del Paese. Da Minneapolis a New York, dall’uccisione di Renée Good e Alex Pretti agli arresti dell’Ice fin dentro i tribunali dell’immigrazione, gli inviati di “PresaDiretta” sono andati nei luoghi in cui la democrazia appare sempre più in bilico. E hanno incontrato anche le politiche di chi ha proposto una ricetta alternativa, il neosindaco di New York Zohran Mamdani.
E in Italia? Fin dove può spingersi l’arretramento dei diritti? Il racconto della contestazione a Torino contro la chiusura del centro sociale Askatasuna e della mobilitazione dei metalmeccanici a Bologna, insieme alle proteste degli operai della logistica, degli attivisti ambientali e degli studenti delle scuole superiori. Un’inchiesta sulle vicende di chi era in piazza e sull’applicazione delle norme dei diversi pacchetti sicurezza varati dal governo, dal reato di blocco stradale al fermo preventivo.
La compressione delle libertà riguarda anche la stampa. Nel reportage di Riccardo Iacona, le storie di Mimmo Rubio, Luciana Esposito e Marilena Natale, che da anni denunciano l’infiltrazione della camorra e gli affari dei clan in Campania. Giornalisti che, dopo intimidazioni e minacce di morte, vivono sotto scorta, come altri 23 cronisti in tutta Italia, mentre altri 250 sono sotto tutela delle forze dell’ordine. E poi le querele temerarie. I cronisti spiati con virus nei cellulari. In attesa della concreta applicazione dell’European Media Freedom Act.
Ospite in studio, il presidente della Federazione nazionale della stampa Vittorio Di Trapani.
“Il Nemico Dentro”: è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Lorenzo Grighi, Raffaele Marco Della Monica, Lisa Iotti, Paola Vecchia, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabio Colazzo, Eugenio Catalani, Paolo Martino, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

14 aprile 2024

Spigolature .. (a proposito di stampa libera e regime)

Oggi sembrano tutti delusi, i nostri editorialisti con l'elmetto, del fatto che l'attacco coi droni dall'Iran non abbia portato alla guerra.

La guerra contro l'Iran, che oggi è sotto monitoraggio dei nostri ministri, come Crosetto, l'ex lobbista dell'industria delle armi e Urso, ministro delle imprese che fino al 2021 con le sue imprese era in affari proprio con l'Iran.

Da l'Espresso:

Pezzi di ricambio di elicotteri. Giubbotti antiproiettile. Aerei adattabili all’uso militare. Incontri con alti funzionari della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E un contratto di collaborazione con una società coinvolta in un’inchiesta per traffico di materiale «dual use», dal doppio uso civile e militare, esportabile solo con specifiche autorizzazioni ministeriali. Sono i contenuti, che L’Espresso pubblica in esclusiva, di alcune lettere commerciali e contratti riconducibili alla Italy world services, società di cui è stato legale rappresentante fino al giugno del 2018 il senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso, presidente del Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti.

Oppure la guerra contro la Russia, dove il presidente Macron voleva mandare i soldati al fronte.

Lo stesso Macron che, leggendo sul Fatto Quotidiano, è il maggior acquirente europeo del gas liquido russo. Vedi il caso:

Parigi è il primo importatore di gas liquefatto russo in Europa. Nei primi tre mesi del 2024, la Francia ha aumentato silenziosamente e come nessun altro in Europa le importazioni da Mosca arrivando a 1,5 milioni di tonnellate di gnl, pari a più di 600 milioni di euro, più di qualsiasi altro Paese dell’Ue. È quanto emerge da un report del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea). Un dato che appare paradossale proprio mentre Emmanuel Macron ribadisce di non voler escludere l’invio di truppe Nato in Ucraina e si è ritagliato il ruolo di primo alleato di Kiev perché la Russia “non può e non deve vincere” questa guerra.

Certo, per leggere queste notizie diciamo scomode, che raccontano l'ipocrisia occidentale, servono giornalisti liberi, non sottoposti al controllo della politica, che sanno che devono rispondere delle notizie pubblicate, ma liberi da ricatti e censure.

Giornalisti che magari non intrattengono rapporti poco puliti coi servizi segreti, come successo anni fa con un ex giornalista di Repubblica oggi a Il Giornale che nei giorni scorsi si è messo a scrivere proprio dei colleghi di Report e del segreto di stato posto sull'incontro di Renzi con l'ex dirigente del DIS Mancini.

20 luglio 2023

La ricerca della notizia - Andrea Purgatori e la luce della verità

Ci sono giornalisti che si accontentano di fare da reggimicrofono al politico di turno e che non si lamentano se vengono rinchiusi nei vagoni del treno per una gita propagandistica a Pompei.

Ci sono poi altri giornalisti, che citando il bel film su Giancarlo Siani possiamo chiamare "giornalisti giornalisti" che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali, dei comunicati stampa, delle conferenza stampa del presidente del consiglio senza domande.

Sono giornalisti, e ce ne sono, che cercano la notizia, seguono le storie, senza preoccuparsi se questa notizia dia fastidio a qualcuno di potente.

Questo era Andrea Purgatori, un giornalista che, per esempio, non si sarebbe fermato al comunicato stampa sulla liberazione di Patrick Zaki da parte del regime del generale Al Sisi: Purgatori cercherebbe di capire quali altre partite si siano giocate sulle spalle dello studente bolognese.

Anche se questa ricerca della notizia, questo andare oltre la facciata della narrazione potrebbe dar fastidio.

Come poteva dar fastidio intestardirsi per non lasciar cadere nell'oblio la vicenda di Ustica: non si poteva far cadere nel dimenticatoio l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno. Quella di Purgatori poteva essere quasi scambiata per una ossessione, specie in questo paese dove l'indignazione dura meno di un orgasmo.

Purgatori ha tenuto accesso il faro della verità su questa brutta vicenda, spiegando perché le piste "consolatorie" e "assolutorie" come la bomba o il cedimento strutturale fossero false. Nonostante questo volesse dire mettersi contro i generali dell'Aeronautica, contro la dichiarazioni ufficiali della marina americana (sulla Saratoga, sugli aerei Nato in volo quella sera sul Tirreno).

Tutto questo per il solo fine del raccontare ai suoi lettori (e telespettatori) una storia credibile, reale: un dovere morale per un giornalista, un dovere che anche lo stato avrebbe dovuto portare avanti, nei confronti delle vittime.

Non è facile fare il giornalista giornalista in questo paese: è molto più facile stare dalla parte del potente, fare il reggimicrofono, sposare la narrazione ufficiale: ci sono meno problemi, meno rischi di querele o minaccia di querela. 

Non si tratta solo della cronaca giudiziaria, un tema molto caldo ancora oggi, con le vicende dei ministri Santanché o La Russa.

Mi riferiscono alle storie, che Atlantide - la trasmissione di Purgatori su La7 - aveva raccontato: come il racconto delle giornate del G8 a Genova nel luglio 2001, di cui cui oggi ricorre l'anniversario. La macellerie messicana fatta dal reparto celere della polizia alla scuola Diaz, le prove false portate dai poliziotti (con la complicità dei superiori) dentro la scuola per la narrazione governativa secondo cui nella scuola erano presenti black bloc.

La narrazione di comodo doveva essere chiara: la polizia ha semplicemente fatto il suo dovere, nella scuola c'erano dei violenti che sono stati fermati.

Eppure la verità, scomoda, era ben diversa, perché su Genova era calata la notte cilena, la notte della democrazia (il titolo della puntata di Atlantide), "una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea" come scrisse Amnesty.

Scomodo raccontare queste storie, come quelle dei rapporti tra pezzi delle istituzioni, parti dei servizi, esponenti della politica, con la mafia.

Chi ha seguito la puntata di ieri sera di Atlantide, finita a tarda notte, sulle stragi del 1993 in Italia ha chiaro il contesto: nei servizi, già andati in onda nella giornata a memoria del giudice Giovanni Falcone, si racconta il contesto di quei mesi. La strategia eversiva della mafia, suggerita da un'entità superiore che suggeriva strategia e obiettivi da colpire, la rivendicazioni della falange armata (che rimandavano a vecchi uffici dei servizi, attivi negli anni della strategia della tensione), il voler tenere sotto tensione il governo Ciampi, per preparare il terreno ad un nuovo soggetto politico..

Una verità complicata da spiegare ma ancora più difficile da ammettere: ancora oggi è tabù, per pezzi delle nostre istituzioni democratiche, parlare del G8 di Genova o dei rapporti tra stato e mafia. O del delitto Moro, delle stragi degli anni settanta.

Andrea Purgatori aveva questo coraggio, questa lucidità nel vedere il quadro d'insieme, questa capacità nel sapere raccontare queste storie. Perché un paese veramente democratico non ha paura nel cercare la verità.

15 aprile 2022

Diritto di sangue di Gigi Paoli

 

Novembre 2019

Il primo giorno

Una pistola. Nera, lucida, scintilla nel buio. Perché è buio. Tutto buio. E vedo solo quella. Mi puntano contro una pistola. Ce l’hanno con me. Che è successo? Che ho fatto stavolta?

Certo, faccio incazzare spesso la gente. Sì, okay, molto spesso, ma è il mio lavoro, mi pagano anche per questo.

Le cronache da Gotham city, ovvero le avventure personali e investigative del cronista di giudiziaria Carlo Alberto Marchi dal palazzo di Giustizia di Firenze, arrivano al quinto capitolo.

Abbiamo imparato a conoscerlo bene, questo giornalista vecchio stile ma con ancora dentro la voglia di raccontare storie ed essere curioso del mondo: un matrimonio alle spalle e una figlia adolescente in casa, Donata. Un lavoro come giornalista della “giudiziaria” da portare avanti per Il Nuovo di Firenze, un mestiere dove è importante avere i contatti giusti per avere andare oltre i comunicati ufficiali della Procura o della Questura, sapere quando la tua storia è pronta per essere raccontata ai lettori o quando invece è ancora acerba o, peggio, se uscisse sui giornali potrebbe danneggiare le indagini in corso.

Non è un mestiere facile: l’arrivo di internet, dei social media, ha reso la vita difficile ai giornalisti, quelli veri: si deve scrivere in fretta, senza controllare, senza approfondire, magari puntando sull’emotività di un titolo o di un argomento piuttosto che non al dovere di cronaca, alla notizia, alla vera informazione.

Significa meno giornalisti sul campo, a consumare le suole, a verificare la notizia sul campo.

Nello scorso romanzo, “Il giorno del sacrificio”, Carlo Marchi si era trovato dentro un’indagine di terrorismo che si era conclusa con un volo da una passerella dentro Gotham: dopo mesi di ospedale lo ritroviamo, in un novembre non ancora troppo invernale reduce da quella caduta che l’ha portato ad un passo dalla morte. Dopo mesi di ospedale, lo ritroviamo ora con una stampella per camminare, un antidolorifico a base di oppiacei per sopportare il dolore e un ronzio in testa, che non si ferma mai.

.. si chiamava Fentanyl, un analgesico oppioide cento volte più forte della morfina. Dava dipendenza, lo sapevo. Ma almeno mi toglieva il dolore. C’era una cosa che non mi toglieva, però. Il fischio.

E poi l’incubo, quel sogno così angosciante: una pistola puntata e il padre che viene a salvarlo, per poi precipitare. Si dice che i sogni siano messaggi con cui i nostri cari ci vogliono dire qualcosa: per Carlo Marchi significherà dover ritornare ad una pagina brutta e tragica della sua vita, la morte del padre durante una rapina nella banca dove era direttore.

L’uomo salì sull’autobus alle 5.52 del mattino, certo che nessuno avrebbe saputo riconoscerlo, ore dopo.

Nel mentre Carlo Marchi rimugina sui suoi problemi, a Firenze viene ucciso un ambulante, Giorgio Mati: col suo furgone vendeva panini e bibite a quella fauna notturna che gira attorno al parco delle Cascine. Un delitto strano: l’uomo, che non aveva precedenti alle spalle, è stato freddato con due colpi di pistola, come se fosse un’esecuzione. L’assassino non ha toccato l’incasso, ha sparato, ha raccolto i bossoli ed è sparito.

A terra solo un bossolo, che avrà un ruolo importante: ma ancor più importante è scoprire che le impronte del morto coincidono con quelle di uno dei rapinatori alla Cassa di Risparmio di Firenze di via Gioberto il 31 dicembre del 1999.

Una rapina rivendicata dalle Nuove Brigate Rosse tramite un comunicato delirante, dove si parlava di lotta di classe, ma dove non si spiegava come mai questa lotta dovesse costare la vita a tre persone, una di cui il padre di Marchi.

Cosa lega questo omicidio con quella rapina? Cosa c’entra il “paninaro” con le nuove brigate rosse?

Se lo chiedono dentro la Procura e anche in Questura, il procuratore Loi e l’aggiunto De Vigny, che le indagini sulle Brigate Rosse vecchie e nuove le aveva seguite di persona. Come se lo chiedono anche il capo della Mobile Settesanti e quello della Digos Nocera.

E se lo chiedono anche dentro Il Nuovo: il capo di Marchi gli chiede se, coi suoi contatti dentro Gotham, può dare una mano all’artista, ovvero a Della Robbia, il collega che segue la nera.

E magari dare una mano anche alla giornalista che lo ha sostituto (e che Marchi teme che gli possa rubare il mestiere, per vedersi relegato a fare gli oroscopi ..).

Non c’è tempo per piangersi addosso per i dolori delle ferite, per quel ronzio: la morte del padre, con cui i rapporti si erano rovinati dopo il matrimonio, è rimasta una pagina nera per Marchi. Sente ora il dovere di sapere, di conoscere chi lo ha ucciso per quella rapina (portandosi via anche sei miliardi di lire mai recuperati). È il suo “diritto del sangue”: il diritto di sapere la verità su suo padre, non per fare giustizia, ma per chiudere per sempre una crepa, quella che si era aperta tanti anni prima.

Non sarà l’unica morte in questa storia: altri omicidi seguiranno e strapperanno sempre più Marchi dalla sua dolorosa convalescenza per riportarlo al lavoro: non ufficialmente questa volta, ma di fatto. Un ritorno al suo mestiere a Gotham, nel suo territorio, mettendosi nuovamente sulle calcagna dei pm e degli altri poliziotti con cui ha stabilito negli anni un rapporto di fiducia. Tornare a raccontare una storia, questa volta non solo come giornalista, ma come figlio: la storia di un gruppo di criminali che volevano cambiare la società, eliminare lo sfruttamento delle persone “colpendo al cuore dello Stato”, colpendo persone che col loro lavoro volevano far progredire le istituzioni (come Massimo D’Antona e Marco Biagi). Pensavano di essere l’avanguardia di una rivoluzione ma erano semplicemente dei criminali comuni.

Tutto il racconto si svolge in pochi giorni, dentro cui il lettore si trova risucchiato nell’indagine delle forze dell’ordine che devono dare un perché a quelle morti e cercare quel filo rosso che le unisce e che riporta, inesorabilmente, a quella rapina dell’ultimo giorno del 1999, il giorno del millennium bug. Un’indagine che viene vista, come sempre nei libri di Gigi Paoli, secondo il duplice sguardo, quello degli investigatori e quello del giornalista che deve inseguire le fonti, cercare di unire i puntini per arrivare ad intuire il disegno che si nasconde dietro. Un lavoro che richiede fatica, per conquistare la fiducia delle persone, per trasformare tutte quegli spezzoni di notizie magari scollegate in una storia.

Una storia da raccontare, come quella dell’uomo con la pistola che incontriamo all’inizio.

Quello che mi piace di più nei gialli di Gigi Paoli è la sua capacità di mettere assieme l’indagine, l’investigazione, con gli aspetti personali del protagonista, che si racconta in prima persona anche nelle parti più personali: il rapporto non facile con la compagna Olga, l’avvocata conosciuta dentro Gotham e poi quello con la figlia, che fa fatica a seguire per il suo lavoro proprio in un momento difficile come l’adolescenza.

Infine c’è Firenze, una città dalle due facce “una nobildonna al sole e una meretrice sotto le stelle”, con i suoi tesori che vanno oltre le stradine del centro, come il “Giardino dell’Orticoltura, una delle meraviglie naturali della città che, essendo fuori dai soliti giri turistici, rendeva quell’angolo di Firenze un vero, piccolo paradiso”.

La scheda del libro sul sito di Giunti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


01 settembre 2021

Il potere segreto di Stefania Maurizi

 


Prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia. Julian Assange è noto a tutti. Wikileaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora.

La lettura di questo libro vi farà indignare e arrabbiare, come scrive il regista Ken Loach nell'introduzione, ma soprattutto vi farà vedere le nostre democrazie, quella Americana (considerata la più grande del mondo) e pure la nostra, con occhi diversi.

Perché la storia del processo a Wikileaks e a Julian Assange fanno cadere il velo dell'ipocrisia che copre il lato oscuro dei nostri paesi: non è sufficiente andare a votare, essere certi di una polizia democratica, di un sistema di giustizia che sia cieco, ovvero la legge uguale per tutti (e sappiamo già che non sempre è così).

Esiste un “potere segreto” all'interno delle istituzioni americane che condiziona la politica americana e quella dei suoi alleati: un potere di cui fanno parte i sistemi di intelligence (sempre più potenti, sempre meno trasparenti, con sempre più fondi), l'industria delle armi (che ha bisogno di un nemico contro cui fare una guerra), parte del mondo finanziario che sostiene i primi, anche qui senza trasparenza “perché gli affari più redditizi prosperano nella riservatezza”. Un potere che non deve rispondere alle leggi ordinarie, che non deve sottoporre i propri bilanci a qualche agenzia statale, che può compiere tutti i reati che vuole sapendo che ne uscirà sempre pulito.

Questa la colpa di Julian Assange e della sua strana creatura: aver smascherato questo potere, aver dimostrato, coi documenti della difesa, degli analisti, le bugie della macchina della propaganda che ha cercato di raccontare le guerre in Iraq e in Afghanistan come guerre giuste, come guerre al terrore, come l'unica strada per portare la democrazia in quei paesi disgraziati, per salvarli dai talebani o da un dittatore sanguinario che poteva colpire il mondo con le sue armi di distruzione di massa (che in realtà non esistevano).

La giornalista del Fatto Quotidiano Stefania Limita ricostruisce più di dieci anni di storia, dagli inizia di Wikileaks, dalle prime collaborazioni, le pubblicazioni dei documenti segreti ottenuti grazie al contributo di whistleblower come Edward Snowden e Chelsea Manning.

Se non ci fossero state queste persone coraggiose, che hanno pagato caro le loro scelte, non sapremmo nulla dei crimini di guerra in Iraq (come quello documentato dal video collateral murder), non sapremmo nulla dei terroristi carcerati a Guantanamo in condizione vergognose (che democrazia è quella che non rispetta nemmeno il principio dell'habeas corpus?), non conosceremmo i report sul campo redatti dai soldati americani in Afghanistan e in Iraq.

Sono i leaks pubblicati da Assange e dai suoi collaboratori a partire dal 2010: già da allora avremmo dovuto capire che quelle erano guerre sporche, che non si esporta la democrazia con le bombe, la tortura, i rapimenti in pieno giorno come nel Cile di Pinochet per rapire un imam come Abu Omar per farlo torturare in un paese con meno problemi sulla coscienza come l'Egitto.

Già allora avremmo dovuto capire come sarebbe andata a finire. Avremmo dovuto capire che quelle stragi di civili avrebbero creato un risentimento contro i liberatori, che la guerra sul campo non poteva essere vinta, che non si stava portando la libertà in Iraq e Afghanistan, ma si stava solo facendo gli interessi delle industrie delle armi, delle società di contractor i cui mercenari affiancavano i militari per la sicurezza delle azienda straniere venute in quei paesi per gestire il business della ricostruzione.

La fuga da Kabul è solo l'ultimo passo di questa vergogna: non abbiamo sentito nemmeno da parte degli strateghi che quella guerra l'hanno voluta, nemmeno da parte dei giornalisti che quella guerra l'hanno benedetta.

Vi ricordate quel giornalista che scriveva sul corriere che una dose minima di tortura deve essere consentita anche in democrazia se si vuole combattere il terrorismo? Ecco, cosa ha da dire oggi, che il terrorismo è più forte e quella guerra l'abbiamo persa?

Il potere segreto, dentro cui possiamo mettere le agenzie di sicurezza americane, l'ha fatta pagare cara ad Assange: hanno strumentalizzato una vicenda personale, un'accusa di presunto stupro in Svezia nel 2010 (che Stefania Limiti racconta in tutti i dettagli), per intrappolarlo, per tenerlo bloccato a Londra, con la spada di Damocle dell'estradizione in Svezia col rischio di essere poi estradato in America e finire sepolto in carcere, come Chelsea Manning.

Dal 2010 Assange non è più un uomo libero: chi ha torturato, chi ha ucciso civili, chi ha permesso le violenze ad Abu Ghraib è libero e non ha scontato un giorno di cella mentre persone come Assange rischiano una pena di 175 anni di carcere perché considerati spie.

Oppure sono costrette a trovare rifugio nella Russia di Putin come Snowden, perché nessun paese cosiddetto libero ha voluto dare ospitalità e protezione.

Nell'amministrazione Obama prima e in quella di Trump (che poi, si è usata una legge del 1917, l'Espionage Act, per incriminare i giornalisti che hanno raccontato il vero volto di queste guerre che di umanitario hanno avuto poco.

Non solo, come scrive l'autrice, “Trump ha concesso la grazia ai quattro contractor dell’azienda Blackwater, responsabili del massacro di Nisour Square a Baghdad e l’ha negata a Julian Assange e a Edward Snowden”.

I nemici di Assange sostengono che il suo non è giornalismo, che con le sue pubblicazioni di documenti classificati ha messo a rischio collaboratori e agenti americani, che col suo lavoro è stato utile idiota della Russia e dei nemici dell'occidente.

Ma non è vero niente: come Daniel Ellsberg, l'analista che fece uscire i famosi Pentagon Papers dalle segrete stanze affinché venissero a conoscenza dei cittadini americani, anche Assange è stato mosso solo dal desiderio di rendere i cittadini del mondo persone consapevoli, non sudditi di un re che racconta loro le frottole per tenerli buoni.

Ad oggi, scrive Stefania Limiti, nessun analista, agente dei servizi risulta essere stato colpito per colpa dei documenti pubblicati da Wikileaks.

Relativamente all'obiezione di essere andato a letto col nemico: pubblicare informazioni vere, di pubblico interesse con l'obiettivo di scoprire crimini, di smascherare bugie, anche quelle che vengono dal tuo governo, non è reato.

A quelli che sostengono che Assange non è un giornalista, forse non è chiaro cosa sia giornalismo:

“.. non esiste libertà di stampa se i giornalisti non sono liberi di scoprire e denunciare la criminalità di Stato senza finire ammazzati o passare la vita in galera.”

Troppi giornalisti in Italia e nella stessa America hanno voltato la faccia dall'altra parte, scegliendo di non voler approfondire le notizie che arrivavano da quei paesi lontani, scegliendo che fosse patriottico sostenere una guerra sporca e ingiusta (quella in Iraq e anche quella in Afghanistan). Essere giornalisti non significa riportare solo le veline dei portavoce militari o dei ministri:

C'è una famosa frase che sintetizza la funzione del giornalismo: se uno dice che fuori piove e un altro dice che fuori c’è il sole, il compito di un giornalista non è citare tutti e due, ma guardare fuori dalla finestra e scoprire cosa è vero.

Questo è quello che Stefania Limiti ha fatto, in un lavoro encomiabile, in questo libro dove si denuncia un'ingiustizia che ci riguarda da vicino: perché questa guerra è costata morti, sia civili che militari, anche italiani. E' una guerra costata miliardi, negli anni in cui si tagliavano fondi alla scuola e alla sanità.

E c'è un'altra questione importante: se Assange dovesse alla fine essere condannato (ad oggi il tribunale di Londra ha negato l'estradizione in America, ma c'è ancora l'appello), chi si azzarderà ancora a rendere pubblici dei documenti segreti come il video “collateral murder”?

Come potrà l'occidente, l'America ma anche noi italiani, tanto garantisti nei confronti dei potenti in difficoltà, permetterci di criticare una dittatura che affossa la libera stampa?

La condanna di Assange farebbe da effetto domino per poter consentire la condanna di altri giornalisti nel mondo. E' questa la democrazia che vogliamo?

Una democrazia che racconta bugie, che spia i propri cittadini con un sofisticato e costoso sistema di sorveglianza di massa?

Nel libro si parla anche dell'Italia anzi è stato proprio partendo da un caso italiano che Stefania Maurizi è entrata in contatto con Wikileaks, si tratta dell'emergenza rifiuti a Napoli, nel 2009, quando alla giornalista arrivò un file audio di una trascrizione audio, in cui l'assessore ai rifiuti Ganapini che spiega come si sia arrivati all'emergenza quando era disponibile una discarica come quella di Parco Saurino che avrebbe potuto raccogliere l'immondizia (che definiva il mistero della repubblica):

«Sai, quando il capo dei servizi segreti due volte ti dice: “Hai capito [?!] che è intervenuta la presidenza della Repubblica”, io o gli do dell’ubriaco a lui o ragiono».

Eccolo qua il volto del potere segreto, anche da noi, una strana commistione tra servizi, politica che ha avuto un ruolo nella crisi dei rifiuti (che poi aggravò la situazione del governo Prodi). All'epoca a gestire la crisi era De Gennaro, poi diventato direttore del DIS.

Ma è nei cabli che gli ambasciatori inviavano dal mondo a Washington e che Wikileaks pubblicò nel 2010 che viene fuori l'immagine che gli Stati Uniti hanno di noi: ci considerano il loro giardino di casa, un paese a cui, nonostante il nostro macchiavellismo, siamo un paese dove è possibile fare ottimi affari politici e militari.

Perché i nostri governi di centro destra e centri sinistra hanno opposto il segreto di stato che ha salvato gli agenti del nostro Sismi dalle condanne per il rapimento di Abu Omar, perché i ministri della giustizia, destra o sinistra, non hanno portato avanti le richieste dei mandati di arresto per gli agenti CIA, poi graziati dal presidente Napolitano.

l’ambasciatore spiegò a Letta che nulla danneggerebbe in modo più rapido e grave le relazioni [Italia-Usa] della scelta del governo italiano di inviare i mandati di arresto dei presunti agenti Cia

Questo è il vero volto del nostro alleato, quello che oggi, dopo gli accordi di Doha, ha abbandonato l'Afghanistan ai talebani a cui venti anni fa aveva dichiarato guerra. L'alleato che, sempre dai documenti pubblicati, si chiede che fine abbiamo fatto i soldi per gli stipendi delle forze afgane, tra l'altro addestrate dai nostri militari.

Che fine abbiano fatto i fondi donati dai governi per la ricostruzione, perché come in Italia “le strade venivano costruite non in base alle necessità, ma all’arbitrio dei potenti locali”.

In Italia in tanti anni nessun dibattito è stato fatto su come siano stati spesi gli 8 miliardi e mezzo della missione a Kabul (quante case, quanti ponti, quante scuole): un altro vanto del governo Berlusconi prima e dei successivi poi, aver sopito la discussione in questo paese sui morti, sui soldi, sui perché di questa guerra che all'inizio nessuno voleva.

Complice anche una buona parte della stampa che ha scelto, diversamente da Assange, Snowden, Manning, di non voler vedere, non prendere una posizione, non approfondire.

Nessun dubbio, nessuna domanda, nessun asilo politico a Snowden da parte dell'allora ministra Bonino perché «Non sussistono le condizioni giuridiche per accogliere la richiesta, che a giudizio del governo, d’altra parte, non è accoglibile neanche sul piano politico».

Conclude il libro con queste parole, la giornalista

L’obiettivo del complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati è distruggere WikiLeaks, far fuori un’organizzazione giornalistica che, per la prima volta nella storia, ha creato una crepa profonda e persistente in quel potere segreto..

Non dobbiamo dargliela vinta, dobbiamo sostenere Assange, dobbiamo proteggere i whistleblower, dobbiamo proteggere i giornalisti coraggiosi e le loro fonti, se vogliamo vivere in un paese dove a finire in carcere sono coloro che commettono crimini contro l'umanità (compresi i terroristi che qui nessuno giustifica o vuole difendere), non chi li rivela al mondo.

Il link per la puntata di Presadiretta – Processo al giornalismo

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23 settembre 2019

Il difficile mestiere del giornalista

Immagine presa da qui 

Rispetto a quel 23 settembre 1985, il giorno in cui fu ucciso il giornalista del Mattino Giancarlo Siani, molte cose sono cambiate.
Per esempio la Camorra che voleva trasformarsi in Cosa Nostra (i Nuvoletta erano stati fatti mafiosi) è invece rimasta un gruppo criminale composto da famiglie in guerra capaci solo di spararsi.

Ma è diventato più difficile il mestiere dei giornalisti che vogliono semplicemente raccontare i fatti, analizzarli e dare al lettore una sua analisi.
Il precariato è rimasto, come anche il cottimo, ovvero giornalisti pagati a pezzo.
Sono aumentate le querele temerarie per mettere a tacere i giornalisti "scomodi".

Il risultato è che oggi, diventa sempre più complicato distinguere l'informazione dalla comunicazione social, anche perché sta passando il ragionamento che l'informazione libera si possa non pagare, perché che tanto c'è internet.

Ecco, nel 1985 un ragazzo di 26 anni (che era considerato un giornalista abusivo) è stato ucciso solo perché voleva raccontare delle faide tra i boss, del tradimento dei Nuvoletta, del coinvolgimento della politica ...

10 novembre 2018

La fragilità degli angeli (Cronache da Gotham Vol. 3), di Gigi Paoli



Incipit
Il bambino, nudo, piangeva. Non doveva piangere, non lo aveva previsto. Ma ora piangeva. E chiamava la mamma. La sua mamma. Eppure prima aveva sorriso, aveva allungato con fiducia la mano. E quanto era felice quando l’aveva stretta forte.“È proprio un bel bambino” pensava fra sé mentre lo guardava, quasi con stupore, come fosse stato un tramonto estivo sul mare che tanto aveva amato e non vedeva più.
Ma il sole, quel sole, era ormai sceso. Era sceso ovunque. Fuori, oltre le finestre della stanza, e dentro. Dentro di sé. E lui continuava a piangere.Eppure si era fatto guidare facilmente. Ai giardini aveva lasciato la piccola bicicletta grigia appoggiata all’albero.
 
“Ma che cos’era? Una quercia? Un faggio? Questi alberi, tutti uguali.” 
Si distrasse con una rabbia improvvisa e inattesa.Poi il bambino aveva accettato l’offerta di una bella cioccolata calda con i biscotti.

I crimini e i delitti sono il pane quotidiano dei cronisti di giudiziaria, oltre agli “scandali” legati ai casi corruzione, quando si riescono a portare in aula.
Ma c'è un delitto che ogni cronista, specie quelli con qualche anno di lavoro alle spalle, proprio non possono accettare: sono i casi in cui a morire è un bambino.
Specie se viene ucciso in un modo brutto (ma esiste un modo non brutto per una morte di un “angelo”?) da qualcuno con le sembianze di un mostro.
No, un mostro, no. Non a Firenze.
Non dopo gli anni degli omicidi del Mostro di Firenze, l'assassino che uccideva le coppiette nelle campagne attorno a Firenze, suscitando nelle persone una reazione quasi viscerale.
La scomparsa di un bambino, è uno di quei casi che fanno cadere il silenzio nelle redazioni dei giornali.
«Ragazzi, è sparito un bambino.».. E fu così che alle otto meno un quarto di quel giovedì di ottobre, Alessandro Della Robbia, prima firma della cronaca nera del Nuovo di Firenze, divenne una fialetta puzzolente. Nessuno rispose.

E invece no: succede a Firenze, in un giorno di settembre, quando i genitori del piccolo Stefano Ristori denunciano la sua scomparsa, mentre stava giocando nel giardino di casa.
Avendo letto le prime righe del romanzo di Gigi Paoli, si intuisce che quel bambino è finito nelle mani di una persona disturbata. Che non ha resistito alle lacrime e agli strilli. E che alla fine lo ha scaricato come un rifiuto qualsiasi..
Poi rimase immobile a osservare il buio. Dal fiume non arrivava il minimo rumore.
Si sentiva in una bolla di oscurità. Il suo cuore, da tempo, era in una bolla di oscurità.Non voleva che finisse così. Non voleva che iniziasse così. Ma così era andata. E sapeva bene che non era stata colpa sua.

Di questo bambino scomparso se ne occupa la squadra Mobile della Questura di Firenze, col dirigente Luca Settesanti e la procuratrice Simonetta Vignali, che lavora nella Procura, Gotham City: questo è il nome che Carlo Marchi, cronista de Il Nuovo ha dato al nuovo palazzo di Giustizia del capoluogo toscano per il suo stile gotico.

Assieme al collega che lavora alla “nera”, Alessandro Della Robbia detto “l'Artista”, è lui a seguire il caso dividendosi le parti: all'artista tocca sentire la Questura e la polizia a Marchi tocca andare in Procura per capire quali piste sono seguite nell'indagine.

A nessuno piace lavorare su bambini scomparsi, ma anche questo è il lavoro di un giornalista: prendere informazioni sulla famiglia, sentire le sue fonti tra i magistrati, cercare le foto del bambino chiedendole alla famiglia (questo è il compito di Lido il fotografo).
Sperare in una confidenza di qualcuno nella Mobile o di un pm e cercare di non prendere buchi dai colleghi.

Con gli occhi di Carlo Marchi, raccontata in prima persona, seguiremo questa brutta storia: le prime frenetiche ore di indagine (quando le probabilità di ritrovarlo vivo sono alte..), il ritrovamento della sua bici poco lontano da casa.

Nessuno ha visto niente, nessuna telecamera ha inquadrato qualcosa, nessuna impronta sul corpo, che è stato trovato senza vestiti (che fine hanno fatto? Se li è tenuti l'assassino?).
Solo un pensionato, che ha visto quella sera una punto blu che forse stava svoltando su quella stradina vicino il fiume.
Troppo poco.
Una persona si autodenuncia per quell'omicidio e, per qualche ora, tutti tirano un sospiro di sollievo.
Ma non è lui, anche se si fa in testo a sbattere questa persona in prima pagina come il mostro:

Noi, alle nove, avevamo finito. Il mostro era sbattuto in prima pagina. C’era rimasto un piccolo problema. Il corpo di Stefano Ristori, in Arno, non si trovava.

Ma non è lui l'assassino, per diversi motivi: primo, non sa dire dove ha scaricato il cadavere.
Poi, dentro la cripta di San Miniato (una delle tante bellezze artistiche di Firenze) viene trovato un messaggio, scritto col normografo.
«AIUTO! NON VOLEVO FARGLI MALE. È STATA COLPA SUA. HA PIANTO. LUI È STATO CATTIVO CON ME. CATTIVO! VORRÀ DIRE CHE NE CERCHERÒ UN ALTRO....»

E' un messaggio del mostro? Una sfida alla polizia con l'annuncio di altre vittime? Il desiderio di essere catturato?
E' il messaggio dell'assassino, perché contiene delle indicazioni su Stefano che la polizia non aveva divulgato alla stampa e perché indica dove ritrovare il suo corpo: sulla riva dell'Arno dentro un sacco di plastica nera. Come un rifiuto indesiderato.
Il mostro sbattuto in prima pagina.
Quel messaggio (senza impronte, senza alcuna indicazione utile) che fa presagire il peggio.
Un mostro in libertà e un innocente scambiato per il mostro.

Assieme a Carlo Marchi, entriamo nel mondo dell'informazione e della notizia: come si muove il giornalista con le sue fonti, come la Vignali e Settesanti, fonti da usare con cautela, per non bruciarle.
Come funzionano le cose nelle aule di giustizia: i processi che vengono tirati per le lunghe per poter arrivare a prescrizione (se si dispone di un avvocato con quel pelo sullo stomaco).
I processi che diventano mediatici, perché toccano degli argomenti che suscitano l'attenzione delle persone, delle chiacchiere da talk, dove chiunque può ergersi a maestro del diritto.

C'è il lavoro, faticoso e senza orari, del giornalista vero (non è un caso che l'autore sia un giornalista): quello che può essere chiamato a qualunque ora per correre in procura o per la strada, per inseguire una pista o per non prendersi un “buco” da un collega di un altro giornale.
Il rischio delle cause per diffamazione ma anche la voglia di poter scrivere quello che si vuole, fino a che è ancora permesso.

Essere un giornalista è una fatica: per Carlo Marchi significa dover rinunciare a stare assieme alla sua figlia, Donata, ormai adolescente che vede crescergli sotto gli occhi troppo in fretta per un padre apprensivo come lui.
Una fatica maggiore per un padre separato e con poca voglia nel lanciarsi in una nuova relazione, come quella con l'avvocatessa Olga. Che forse meriterebbe qualcosa in più da lui.
Insomma, un uomo “molto incasinato e molto imperfetto.”

E anche l'indagine si muove in modo imperfetto, nonostante un secondo bambino sparito e ritrovato morto e una seconda lettera. Che si chiude con quelle strane parole:
NON SONO LORO.

Cosa significa?
Perché quei bambini sono stati rapiti? Che filo li unisce? Come ha fatto l'assassino a muoversi come un fantasma senza lasciare traccia?
Carlo Marchi avrà un ruolo importante nell'arrivare alla soluzione di questo caso, che riserverà tanti colpi di scena, fino alla fine.
Un caso di quelli che lasciano l'amaro in bocca perché riguarda dei bambini indifesi, la “fragilità degli angeli” come il titolo della storia.
Avrei avuto ancora tante domande. Sulla furia degli assassini e sulla fragilità degli angeli. Ma ora basta, basta domande.

La scheda del libro sul sito di Giunti e il pdf col primo capitolo
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

23 settembre 2018

Tempi duri per i giornalisti


L'audio della telefonata tra il portavoce del governo, Rocco Casalino, e due giornalisti che venivano edotti su cosa scrivere sullo scontro tra pezzi del governo e i burocrati dei ministeri (quelli che “remano contro”) ha scatenato la solita polemica di cui ci dimenticheremo tra qualche giorno.
Casalino non dovrebbe dimettersi per quello che ha detto, ma per il fatto che da un governo del cambiamento ci si aspettava qualcosa di diverso. Se questo governo non ha più la fiducia di questi funzionari del ministero del Tesoro, può cambiarli, ma apertamente.
E questa è la prima cosa da dire.
La seconda riguarda la categoria dei giornalisti: un giornalista con la schiena dritta, di fronte a telefonate (o sms, come quelli di Sensi, l'ex portavoce di Renzi) saprebbe già cosa dire. Ma purtroppo la categoria, non da oggi, è vittima del precariato ed è dunque ricattabile: è molto difficile tenere la schiena dritta se poi il tuo direttore non ti protegge.
Spiace che di questo non se ne parli mai: giornalisti a cottimo, pagati poco, spesso nemmeno senza le giuste tutele legali.

Infine la questione di quei “10 miliardi del cazzo” (sono le parole di Casalino, eh): come scrive Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, a cosa servono quei soldi?
Sono una parte del bilancio dello Stato e serviranno solo ai ministri di questo governo del finto cambiamento per andare nei talk (la nuova strategia mediatica del M5S, appunto) a fare altre promesse.
Servissero alla messa in sicurezza delle scuole, alla messa in sicurezza del territorio uno potrebbe anche capire.

Tempi duri per i giornalisti e non da oggi, che tra l'altro è pure l'anniversario dell'omicidio di un grande giornalista giornalista, Giancarlo Siani.
Ucciso dalla Camorra perché voleva fare semplicemente il suo mestiere, non scrivere quello che era comodo o quello che gli veniva imbeccato dal pretore o dai carabinieri.
(PS: mi scuso per aver messo Casalino e Siani in uno stesso post)

11 luglio 2018

Verso il basso

Ieri sera, scendendo dal treno ho incontrato un'amica che, finita l'università, ha voluto intraprendere la strada del giornalismo.
Il giornalismo in Italia è sempre stato un mestiere difficile: oggi lo è ancor di più per il livellamento verso il basso delle condizioni di chi chi lavora in questo settore.
Come la mia amica costretta a lavorare in più posti per arrivare a fine mese una certa somma: un contratto a progetto con una fondazione, per scrivere una biografia nel pomeriggio.
E una finta partita Iva al mattino in un giornale online, con una paga molto bassa: alla domanda di un aumento le è stato risposto "ma questi soldi ti fanno schifo"?
Come si è arrivati a questo?
Stiamo parlando di una persona, laureata, che ogni mattina deve essere presente al lavoro per svolgere un compito, ma non è assunta e nemmeno può fare altre rivendicazioni, perché dietro di lei c'è una fila di persone, giovani e affamate, disposte anche a lavorare gratis.
E' la legge della giungla, che non si applica solo a chi lavora nella logistica, nei servizi.
Ma anche in settori dove sono richieste professionalità e competenze.

Perché questo ci si aspetta da chi scrive un giornale.
Invece oggi sta passando questa tendenza a non voler pagare il lavoro, specie quello dentro l'informazione perché tanto si trova tutto in rete.
Bufale comprese.
E anche articoli di quanti scrivono che la precarietà fa bene, che uffa il posto fisso.
A furia di livellare verso il basso, si sta perdendo tutta la professionalità dentro certi settori, giornalismo compreso.
Settore che sarebbe ancora sindacalizzato, con tanto di ordine dei giornalisti.
Un settore dove però succedono cose strane: come la causa dell'Inpgi, l'Istituto di previdenza dei giornalisti, a diversi giornalisti "colpevoli di aver raccontato vicende del procedimento sulla finanziaria Sopaf, in cui era imputato anche l'ex presidente di Inpgi, Andrea Camporese".

Ci siamo riempiti la bocca con le immagini del film di Spielberg, The Post?
Altri tempi. Pare che oggi quel giornalismo (dove perfino all'ultimo arrivato al Post era concesso il rimborso spese, per andare fino a New York per capire cosa bolliva in pentola nel giornale concorrente) non ce lo possiamo permettere.

08 aprile 2018

Mi consentirete una piccola provocazione (sulla libertà di stampa)

Immaginiamo che Mediaset riunisca i vertici di Forza Italia per discutere dei futuri scenari di governo, un una convention a Cologno Monzese.
E che a questa convention venga respinto l'accredito al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio (o ad altri giornalisti del medesimo giornale).
Parleremmo ancora di atto gravissimo che lede la libertà di stampa?
Se la risposta è si, bene, possiamo proseguire.
Altrimenti lasciate perdere questo posto e buona giornata.

Quanto successo ieri al giornalista de La Stampa Iacoboni, che si è visto respingere l'accredito all'incontro organizzato dalla Casaleggio a Ivrea (respinto in quanto giornalista poco gradito, se lasciamo perdere le altre scuse) ci dice due cose.
La prima è che il M5S ancora deve capire che o fa il partito politico, staccandosi da Grillo e Casaleggio, oppure si porterà dietro questo legame da partito azienda, proprio come Forza Italia.
Abbiamo già dato, grazie.

Secondo: che in questo paese il giornalismo e la libera informazione sono usati spesso solo come pretesto, quando fa comodo.
Quante settimane sono passate dall'inchiesta di Fanpage sui De Luca e la gestione delle ecoballe in Campania?
Ci siamo dimenticati che in questo paese presidenti del Consiglio hanno fatto chiudere trasmissioni (o ci hanno provato), hanno chiesto agli investitori di togliere le pubblicità a quel giornale nemico, hanno spostato conduttori dai talk, colpevoli di non sposare la loro narrazione.
Amiamo così tanto la libera informazione che a Milena Gabanelli non è stato trovato un posto (serio, non delle prese in giro) in Rai.

Chi oggi sbandiererà il caso Iacoboni e la censura a 5 stelle si ricordi dei giornalisti pagati a cottimo, precari, sotto la scure delle querele temerarie.
Si ricordi che questo governo (ancora per poco) ha varato la riforma delle intercettazioni (che non è amica della libera informazione) e ha pure depenalizzato le violazioni della privacy.
Che, in barba alle promesse, Renzi ha renzianizzato il cda della Rai (perché c'era la Gasparri..).

Non siamo un paese che ama molto il giornalismo che fa domande scomode, che mette in luce i vizi privati, i conflitti di interesse, le magagne, gli altarini.
Il conflitto di interesse di Berlusconi, quello della famiglia Boschi, i rapporti tra Renzi e De Benedetti, i finanziamenti “strani” di Salvini.


21 gennaio 2018

Il tasto rosso

Un clic sul tasto rosso e via, verrà segnalato all'apposita unità della polizia la fake news appena letta su quel blob, su Facebook o su Twitter.
Sui giornali o sui TG no, notoriamente l'informazione dei TG è super partes, schiena dritta, che non guarda in faccia a nessuno, come i giornalisti del Post.

Un clic e si segnalerà il tweet in cui Renzi sbugiarda Travaglio usando un post di Burioni: Renzi che, per carità, non sta facendo campagna elettorale sui vaccini usando un post di un candidato di un suo partito.
Almeno Burioni è medico e saprà spiegare, dati alla mano, come mai si è scelto di introdurre la vaccinazione obbligatoria di altre 6 vaccini, quando in altri paesi si sono scelte altre strade per favorire la vaccinazione dei bambini (Francia a parte), che nessuno mette in discussione.
Saprà anche rassicurare gli italiani sui controlli per le reazioni allergiche di questi vaccini.

Un clic e si segnaleranno anche alcuni articoli relativi della strage (che di strage si tratta) di Milano, i 4 operai morti dentro una camera piena di gas azoto.
Era già successo anni fa in Sardegna, in uno stabilimento dei Moratti: l'azoto è un gas inodore, se supera una certa soglia di concentrazione provoca l'asfissia.
Sbagliato scrivere gas killer, esalazioni killer, sbagliato parlare di imprudenza, casualità.
Sarebbe bastato che indossassero, prima di entrare in un ambiente potenzialmente a rischio, delle mascherine e non avremmo avuto quelle morti.
Ma l'obbligo delle mascherine non vale l'obbligo dei vaccini e non ci sarà alcun post di Burioni (né di Renzi) a riguardo.

Un clic e segnaleremo l'uscita di ieri di Berlusconi, riportata da tutti i TG Rai senza alcun commento: non sono candidabile per una sentenza basata su una legge criminale.
Peccato che quella legge l'abbia votata anche lui e che, prima della sua condanna, andava anche bene.

Un clic e segnaleremo anche l'uscita sugli Stati Uniti d'Europa, fortissimamente voluti da Renzi: in che modo arriveremo a questi stati uniti? Togliendo la bandiera dell'Europa dalle spalle quando non fa comodo?
Minacciando di non votare in sede europea i trattati?
Quale percorso ci porterà a questi (al momento utopistici) Stati Uniti d'Europa? Report in un servizio di Michele Buono ne aveva parlato, alcuni mesi fa e non mi risultano commenti a favore da parte del PD all'epoca.

Un clic e si segnala anche il post su Facebook di Di Maio dall'imprenditore marchigiano Brancalente (ripreso poi dai giornali), che ha appena fatto un endorsemente al M5S, il “solo in grado di smantellare il sistema”.
L'imprenditore è passato, in pochi anni, da Berlusconi a Tremonti, alla Lega di Belsito (“mi impegnerò affinché la Lega possa vincere fra cinque anni la sfida nelle Marche” dichiarava ad Affariitaliani nel 2010).
Eccoli qua i duri e puri.

Infine un clic e segnaleremo, questa volta sul serio, tutti i commenti idioti,inutilmente critici alla nomina a senatrice a vita di Liliana Segre.
Un senatore in più..
Basta con questa storia degli ebrei
E le vittime del comunismo? E le foibe?
C'è stato qualcuno su Twitter che mi ha pure rinfacciato il genocidio dei nativi americani.
Sterminati dai bianchi invasori, quelli come noi.
Non mi pare molto coerente con chi denuncia l'invasione dei migranti e dei musulmani.

PS: oggi Zucconi ha twittato sulleprossime elezioni, scrivendo che c'è il rischio di consegnare il paese ad un pregiudicato, ad un razzista da bar e ad uno steward da tribuna.
Fa effetto certo, ma un giornalista dovrebbe chiedersi come mai siamo arrivati a questo.
Certo costa fatica, tocca guardarsi indietro e rimettere in discussione scelte ed errori.

A scrivere cose scomode, fastidiose, si rischia grosso, come racconterà stasera la fiction sul giornalista Mario Francese, ucciso dalla mafia perché voleva scrivere degli affari di Totò Riina e delle sue imprese.

24 settembre 2017

Il costo dell'essere giornalista giornalista - l'articolo di Siani sulla cattura di Gionta

Uno può scegliere di fare il giornalista impiegato e aspettare le notizie che gli arrivano oppure fare il giornalista giornalista, uno che le notizie se le cerca, fa gli scoop.



Giancarlo Siani era un giornalista della seconda categoria: lui la Camorra la voleva combattere usando gli strumenti del suo mestiere.
Prendere le notizie, cercare di mettere assieme i fatti, per rendere i lettori del giornali cittadini consapevoli.
Consapevoli dei soldi per la ricostruzione per il terremoto, 22 miliardi di lire, che erano spariti dopo l'assegnazione degli appalti, da parte del comune di Torre, con gare poco trasparenti.
Consapevoli delle guerre interne alle famiglie della Camorra, i Gionta di Torre Annunziata e i Bardellino Alfieri.
Dopo l'arresto di Valentino Gionta, a Marano, territorio dei Nuvoletta, scrisse questo articolo (preso dal sito de Il Mattino), in cui raccontava dell'ipotesi che la cattura di Gionta fosse stata aiutata da una soffiata dei Nuvoletta stessi, per raggiungere una pace nella guerra tra le famiglie.
Per questo articolo, scritto il 10 giugno 1985, Giancarlo è morto:

Ecco l'articolo pubblicato da "Il Mattino" del 10 giugno 1985 da Giancarlo Siani.


Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l'arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato.


Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell'area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l'altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro.


Dopo il 26 agosto dell'anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare».


La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell'area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico.


Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un'altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga.


È proprio il traffico dell'eroina uno degli elementi di conflitto con gli altri clan in particolare con gli uomini di Bardellino che a Torre Annunziata avevano conquistato una fetta del mercato. I due ultimatum lanciati da Gionta (il secondo scadeva proprio il 26 agosto) sono alcuni dei motivi che hanno scatenato la strage. Ma il clan dei Valentini tenta di allargarsi anche in altre zone. Il 20 maggio a Torre Annunziata viene ucciso Leopoldo Del Gaudio, boss di Ponte Persica, controllava il mercato dei fiori di Pompei. A luglio Gionta acquista camion e attrezzature per rimettere in piedi anche il mercato della carne. Un settore controllato dal clan degli Alfieri di Boscoreale, legato a Bardellino.


Troppi elementi di contrasto con i rivali che decidono di coalizzarsi per stroncare definitivamente il boss di Torre Annunziata. E tra i 54 mandati di cattura emessi dal Tribunale di Napoli il 3 novembre dell'anno scorso ci sono anche i nomi di Carmine Alfieri e Antonio Bardellino. Con la strage l'attacco è decisivo e mirato a distruggere l’intero clan. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della «Nuova famiglia». Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana. Con la cattura di Valentino Gionta salgono a ventotto i presunti camorristi del clan arrestati da carabinieri e polizia dopo la strage.


Ancora latitanti il fratello del boss, Ernesto Gionta, e il suocero, Pasquale Donnarumma.