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02 gennaio 2023

Report – la pista nera sulle stragi del 1992-93, i tamponi del presidente

Report lo scorso 23 maggio aveva parlato della presenza della destra eversiva dietro le stragi del 1992-93 e stasera si aggiungeranno altri dettagli.

Poi una inchiesta in Veneto sui tamponi veloci con delle intercettazioni imbarazzanti sul governatore Zaia.

LA GRANDE TRUFFA di Danilo Procaccianti

Il dottore Rigoli era considerato l’Elon Musk da parte del presidente Zaia: oggi è sotto inchiesta dalla procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio perché avrebbe giurato il falso sulla valutazione dei tamponi rapidi adottati dalla regione Veneto nel 2020.
Erano kit certificati CE, risponde oggi a Report, “quindi non dovevo validare la specificità”.

Ma chi ha valutato i tamponi rapidi, dunque? Report lo scorso anno si era già occupata della sanità in Veneto e dei morti per Covid per la seconda ondata: l’attenzione si era accesa sui tamponi rapidi scelti dalla regione Veneto, dovevano essere usati sia negli ospedali che nelle RSA. Il servizio era stato seguito con attenzione dalla procura di Padova: nell’inchiesta sono emerse intercettazioni su Zaia, che in ogni caso non è indagato.
Il Veneto assieme ad altre sei regioni era capofila per l’acquisto dei tamponi rapidi, per 128 ml: il manager Flor della sanità veneta dice che le altre regioni comunque hanno fatto una validazione scientifica, ma non è vero, le altre regioni sono andate a rimorchio del professor Rigoli che aveva affermato di averli testati, come dice anche in una delle tante conferenze stampa col presidente.

Nell’agosto 2020 la regione Veneto riporta un documento dove si dice che i test rapidi erano certificati dallo Spallanzani, ma si riferiva ad altri test, non per quelli usati in Veneto.
“I prodotti sono idonei per una attività di screening” scrive Rigoli all’azienda 0 del Veneto che si occupa degli acquisti: questi sarebbero arrivati direttamente alla regione dalle mani del dottor Rigoli. Secondo la procura i test non sono stati proprio testati, dal professore, che si difende dicendo di averne testati alcuni: in un primo interrogatorio con gli investigatori aveva detto che nessun test era stato fatto, poi ha ritrattato, affermando che ad agosto aveva fatto dei test, sebbene a giugno 2021 i test dalla Abbott non erano arrivati.
La regione avrebbe provveduto ad un affidamento diretto per 2ml di euro per i test della Abbott: la direttrice dell’Azienda 0 preferisce non rispondere alle domande di Report, risponderà nelle sedi opportune.

I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive.

Sapeva Rigoli della cattiva efficacia di questi test? Io non li avevo provati, erano certificati CE, continua a ripetere oggi. Ma dovrebbe spiegare anche ai veneti ciò che ha scelto.

La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.

Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso grezzo del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.

Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”

Se il parere è falso lo devono stabilire i magistrati: quello che è certo è che il Veneto ha usato il doppio dei tamponi rapidi, un dipendente dell’Abbott racconta di aver portato direttamente ad agosto i tamponi, dopo che Rigoli ne aveva certificato la bontà con la regione Veneto. Dopo il Veneto si erano aggregate altre regioni. Oggi hanno qualcosa da dire i protagonisti della vicenda?

Crisanti aveva redatto uno studio dove mettera nero su bianco che la loro efficacia era al 70%, non al 90%, ne sconsigliava l’uso nelle RSA.
Nella seconda ondata il Veneto si è preoccupato di attaccare il dissenso dei medici contro le scelte della regione: i medici dovevano comportarsi come soldatini. Zaia aveva querelato un esponente politico del gruppo “Il Veneto che vogliamo”, usando i soldi pubblici. Alla fine la querela è finita in archiviazione, anche contro Crisanti.

Crisanti era stato attaccato dopo il suo studio sui tamponi rapidi che contrastava la politica regionale sui tamponi: lo studio esiste ed era stato pubblicato su
una rivista scientifica.
Meglio dire che lo studio non c’è altrimenti l’azienda ci fa causa – dice il manager della sanità Flor a Report.
Esiste poi una intercettazione in cui Zaia parla preoccupato dell’inchiest
a ma anche dall’esposto presentato da Zaia contro lo scienziato Crisanti. Questo esposto aveva suscitato anche la reazione del senato accademico dell’università di Padova: “è un anno che prendiamo la mira a questo .. stiamo per portarlo allo schianto … [Crisanti] sta passando per il salvatore della patria e io sto passando per il mona ...” sono le parole al telefono del presidente Zaia riferito a Crisanti e ai problemi che gli stava causando, anche dopo la lettera degli accademici.
Oggi Crisanti per non creare problemi si è dimesso dall’università di Padova.

Se la certificazione del dottor Rigoli fosse falsa, dovremmo chiederci se è stata una scelta autonoma.

STATO D'ONOREFacce da mostro di Paolo Mondani

Dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe una struttura politico, massonico, eversiva che avrebbe avuto lo scopo di portare al governo una formazione filo atlantica.

Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.

Roberto Scarpinato racconta a Report di quanto il trentennale si sia svolta in chiave di riduzione, di cancellazione della storia: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, i cattivi non ci sono più, possiamo ora smantellare la legislazione antimafia messa in piedi in quegli anni. Questo stato non vuole trovare la verità sulle stragi del 1992-93 conclude Scarpinato.
Report aveva raccontato il maggio scorso degli incontri tra Delle Chiaie e i boss mafiosi, dei viaggi a Palermo, raccogliendo le dichiarazione di brigadiere, di un confidente della mafia, Lo Cicero.

Si poteva arrestare il capo di cosa nostra prima degli eccidi, racconta oggi Lo Cicero che all’epoca aveva parlato già con Borsellino (che dunque sapeva del ruolo di Delle Chiaie).

Dopo il servizio Paolo Mondani è stato pedinato e intercettato, come se i criminali fossero i giornalisti di Report.
Dietro la strategia stragista del 1992-93, pianificata nei primi anni 90 tra destra eversiva, massoni c’è Delle Chiaie?
Report in questo servizio ha sentito Armando Palmeri, braccio destro del boss di Alcamo ex collaboratore di giustizia: prima della strage di Palermo due uomini dei servizi avevano chiesto al clan e al boss Milazzo di organizzare una strage, attentati per destabilizzare lo Stato.
I due uomini dei servizi – racconta Palmeri - erano accompagnati dal dottor Lauria, poi diventato senatore di FI negli anni novanta: Milazzo, il capomafia aveva rifiutato e a Palmeri aveva detto che erano i servizi deviati la vera mafia, loro erano i burattini.

Prima della strage di Capaci Milazzo viene ucciso, pochi giorni dopo viene uccisa la sua fidanzata che forse sapeva qualcosa dei suoi segreti: Milazzo fu ucciso da Nino Gioè, un altro uomo d’onore particolare, secondo una informativa dei carabinieri del 67 era una persona buona per operazioni particolari, di natura riservata, lavori da servizi deviati.
Gioè assieme a Brusca faceva parte del commando di Capaci: oggi Palmeri dice che a premere il pulsante per la bomba non è stato Brusca, che aveva in mano solo un giocattolo “è stata una operazione militare.”
Il boss Di Carlo, cugino di Gioè, ha affermato che era un uomo dei servizi, come anche Paolo Bellini, oggi implicato anche nella strage di Bologna.

Gioè è morto suicida in carcere, prima di iniziare una collaborazione coi magistrati, uno strano suicidio di cui aveva parlato in una intercettazione anche l’ex magistrato Loris D’Ambrosio.

Gioè aveva parlato anche di traffici di materiale radioattivo, per alimentare il piano di destabilizzazione voluto dai servizi segreti.
La Commissione Parlamentare antimafia ha approvato una relazione dove si parla di un traffico di materiale fissile andato avanti fino al 1993, con la Libia, che partiva da Alcamo.
Un traffico per cui è stato condannato un agente della CIA, un traffico di uranio in cui erano coinvolti mafiosi, agenti segreti: persone dello stato parallelo, che usano la criminalità organizzata come manovalanza.
Il commissario Peri. Della stazione di Alcamo, aveva indagato su questi traffici come anche sull’incidente del DC8 a Montagna Longa nel 1972: 115 morti, per un incidente che dietro potrebbe nascondere un episodio della strategia della tensione.
Il commissario Peri stava indagando sui 115 morti dell’incidente di Montagna Longa del 72, sui sequestri e sugli omicidi avvenuti a Trapani
(come i due carabinieri uccisi ad Alcamo nel 77). sui rapporti tra mafia, la destra eversiva e la massoneria: la sua indagine finì male, il procuratore di Trapani ne screditò il lavoro, la sua indagine fu archiviata dal giudice Cassata.
Peri morì nel 1982 mentre il giudice Cassata era stato scoperto negli archivi di Gelli.

Anni dopo queste indagini furono riprese da Falcone che indagò sugli omicidi politici sull’isola, mettendo assieme loggia P2 e mafia.
Report è poi passata alle stragi del 1992-93, soffermandosi sul ruolo di Bellini, infiltrato del ROS dentro la mafia per scoprire un traffico di opere d’arte. Ma poi alla fine quale fu il suo lavoro? Forse quello di spostare la strategia mafiosa contro le opere d’arte, come poi avvenuto con le bombe a Firenze e Roma?
Palmeri oggi ai magistrati afferma di aver riconosciuto uno dei due uomini dei servizi, ma non ha voluto aggiungere altro per l’inchiesta in corso.

L’ex giudice Scarpinato si è poi soffermato sull’incontro dei boss mafiosi nel 1991: si pianificavano le stragi per destabilizzare il paese e preparare la discesa in campo di nuove formazioni politiche che dovevano prendere il posto dei partiti della prima repubblica.

In quei mesi si registra l’attività di Delle Chiaie e di Domenico Romeo: quest’ultimo accompagnò Delle Chiaie per la sua attività politica in Sicilia, come conferma oggi a Report.

Alberto Lo Cicero, autista del boss Troia, a pochi mesi della strage di Capaci aveva raccontato ai carabinieri la presenza di personaggi di spicco proprio a Capaci, perché doveva succedere qualcosa di importante.
Lo Cicero vede a Capaci anche Delle Chiaie, sempre nell’imminenza della strage: Maria Romeo è la ex compagna di Lo Cicero e oggi a Report afferma che è stato Delle Chiaie l’organizzatore delle stragi, assieme ad una parte dei boss mafiosi.

Delle Chiaie era l’aggancio tra la mafia e lo Stato – dice la Romeo: era quello che portava in Sicilia la voce di Roma, come per esempio l’ex deputato Lo Porto del movimento sociale.
Lo Porto oggi ricorda il boss Troia, una persona generosa dice: sapeva che fosse figlio di mafiosi, non sapeva che fosse lui stesso mafioso.
Degli incontri tra Lo Porto e Troia parla Marta Granà: Troia incontrava imprenditori, oltre all’onorevole Lo Porto.

Il 5 ottobre 1992 il comandante della sezione giudiziaria di Palermo Cavallo, aveva redatto un documento in cui parlava di una fonte confidenziale che rivelava come nell’aprile del 1992 Delle Chiaie era venuto a Palermo, si era incontrato col boss Troia e aveva cercato l’esplosivo per la strage: questo documento non era stato reso noto ai magistrati – racconta oggi Scarpinato, che aggiunge che questo filone di indagine non è stato seguito dai carabinieri.
L’informativa dell’allora capitano Cavallo, si parlava di Delle Chiaie, dell’eplosivo preso da una cava di un parente di Troia: questa era stata inviata a diversi magistrati come Aliquò e Tinebra senza che sia nata una indagine.
Da queste piste, di queste dichiarazioni su Delle Chiaie non se ne è fatto nulla. Sparito, come le registrazioni che la Romeo aveva consegnato ai carabinieri.
I due Troia, il boss e il proprietario della cava, vennero poi arrestati nel 1993 e nel 1998, ma non per la strage di Capaci.
Anche l’onorevole Lo Porto è stato arrestato nel 1969, per aver sparato in un poligono assieme all’esponente della destra estrema Concutelli, l’assassino del giudice Occorsio.

Dopo il fallimento del progetto politico delle Leghe, ispirato dal maestro P2 che doveva balcanizzare la politica italiana, si cambiò strategia.
IL pentito Sparacio racconta ai pm di Firenze del lavoro di Delle Chiaie su questa strategia, indicando gli obiettivi da colpire al boss Nino Mangano (che era stato incontrato a Roma). Ma la procura di Firenze non aveva avvertito i pm di Palermo che non erano a conoscenza di queste deposizioni.
Delle Chiaie aveva dato indicazioni alla mafia su come muoversi, nel gennaio febbraio del 1993: il leader di Avanguardia Nazionale era in contatto con la mafia da anni, racconta oggi Sparacio che aveva la cultura per indicare quali obiettivi culturali scegliere a casa dell’imprenditore Michelangelo Alfano.
Anche l’attentato a Costanzo sarebbe nato da Delle Chiaie, scelto perché in trasmissione aveva offeso i mafiosi, poi un attentato contro De Gennario (nominato capo della DIA nel 1992), che Bagarella e Mangano avevano già come obiettivo.
Il quartier generale di Delle Chiaie, occupato dal 1991 è oggi tornato un possesso del comune di Roma: anche dopo lo scioglimento negli anni settanta la sua attività politica è andata avanti.

Ne parla Massimo Pizza ex agente Sismi: alla procura di Palermo Pizza aveva parlato delle leghe meridionali, espressione della mafia, di incontri di inizio anni novanta tra famiglie di ndrangheta che si erano incontrate coi mafiosi e coi politici (corrente andreottiana), con esponenti della massoneria (del finto ordine di Malta), dell’estrema destra (Delle Chiaie e Menicacci).
Delle Chiaie, racconta Pizza, doveva occuparsi della parte militare di questa destabilizzazione.

Dell’incontro del 1991 ne parla anche D’Andrea segretario della Lega Meridionale: Delle Chiaie aveva avuto input da uomini dello Stato (dal ministero dell’interno) per portare d’avanti questo progetto di destabilizzazione.

Il piano di destabilizzazione aveva ricevuto fondi da imprenditori e banchieri, si parla di 100 miliardi di lire, anche da imprenditori mafiosi: questi soldi sono parcheggiati sotto il controllo del vescovo di Monreale, tramite Lima vengono drenati verso lo Ior, parte dei soldi saranno usati da politici vicino ad Andreotti.

Un altro capitolo del servizio è stato la trattativa Stato mafia: Ciancimino fu avvicinato dal ROS per la trattativa e ne parlò con D’Andrea, èerché entrambi facevano parte della Lega Meridionale. Lo Stato temeva che Ciancimino e la mafia parlasse del suo lavoro fatto per lo Stato – racconta oggi Antonio D’Andrea. Lavoro sporco si intende.

Il piano di destabilizzazione avrebbe avuto la benedizione di Cossiga e Andreotti, oltre che di Gelli.

Solo nel 2021 lo Stato si è riappropriato del locale in Torre Spaccata di Delle Chiaie, morto nel 2018. Sono spariti i verbali su delle Chiaie a Palermo, così come per anni lo Stato si è dimenticato della pista nera sulle stragi di mafia.

Paolo Mondani è tornato anche sull’omicidio del maresciallo Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca, una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

Lombardo tra febbraio e marzo 95 trascorre l’ultima settimana a Milano parlando con Cangemi: nel 1994 quest’ultimo aveva parlato alla Boccassini dei soldi dati da Berlusconi alla mafia, dei rapporti tra Dell’Utri con la mafia.
Lombardo aveva trovato la verità sulla morte di Borsellino,
racconta oggi la figlia, ricordando una sua telefonata alla vedova del giudice. Era un carabiniere che raccoglieva informazioni dai mafiosi, anche i latitanti come Provenzano, tanto che la figlia oggi si chiede, come mai non l’hanno arrestato?
Quello del maresciallo Lombardo è uno strano suicidio per le perizie fatte sulla lettera trovata accanto al suo corpo: era inquieto da settimane perché veniva accusato di essere contiguo con la mafia, accuse dall’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando.
Stava convincendo il boss Badalamenti a parlare, cosa che poi non avvenne anche per il mancato sostegno da parte dei superiori.
L’arma trovata accanto al corpo ha una rigatura diversa da quella del bossolo che ha ucciso il maresciallo.
Un ex carabiniere della caserma Bonsignore ricorda quella sera del marzo 1995: fu allontanato dalla macchine del maresciallo, che era circondata da altri ufficiali.

Non è stata fatta l’autopsia sul cadavere, non era stata trovata una goccia di sangue sui finestrini, sul tetto dell’auto: la scena del suicidio sembra dipinta – racconta l’ex carabiniere.
Un suicidio strano, come quello di Gioè, oggi i familiari chiedono nuove indagini sulla sua morte.

La Procura della Repubblica di Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili nella notte tra il 26- 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la commissione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo – risponde il magistrato – dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.
La procura di Firenze ha sentito il capomafia Graviano che aveva raccontato di incontri con Berlusconi, smentiti da quest’ultimo. I suoi racconti si sono interrotti nel 2021, quando il parlamento ha cambiato la norma dell’ergastolo ostativo. Oggi questi boss che non hanno collaborato con lo Stato potranno uscire dal carcere, tenendosi i loro segreti.

È una norma che disincentiva la collaborazione con lo stato: il collaboratore per essere amesso al programma di collaborazione deve indicare tutti i beni non ancora confiscati, il boss che non collabora non ha questo obbligo.
Oggi la procura di Palermo deve indagare sulla struttura parallelo del Sisde, che dentro aveva personaggi come faccia di mostro e Contrada, racconta Marianna Castro compagna del poliziotto Giovanni Peluso: a Paolo Mondani racconta che ad uccidere Falcone sono stati i servizi, non i mafiosi.
Racconta anche del viaggio fatto da Peluso assieme a “faccia da mostro” a Milano all’indomani della strage al PAC, stessa storia successa con la bomba di Firenze.
Nei commando delle stragi di Milano e Firenze erano presenti delle donne, racconta oggi Donadio, questo escluderebbe la sola presenza dei mafiosi, come si è detto per anni.
Il lavoro dell’ex magistrato Donadio aveva concluso i suoi lavori nel 2013: i suoi lavori erano spariti dentro la sede della procura nazionale antimafia.
14 faldoni spariti che contenevano le piste più promettenti sulla strage di Falcone: la pista nera, il ruolo di Delle Chiaie e tutto quanto raccontato da Report nella scorsa puntata.
Questa sparizione fu scoperta dal pm Di Matteo, che fu incaricato di costruire un pool per indagare su queste stragi.
Avanguardia Nazionale era l’anello di congiunzione tra chi aveva organizzato le stragi italiane e la parte militare dell’eversione degli anni settanta: questo è quanto emerge oggi dopo le indagini su Bologna e Brescia.
Delle Chiaie aveva anche organizzato una campagna di depistaggio per inquinare l’informazione pubblica sulle stragi della strategia della tensione, con l’aiuto di avvocati e giornalisti. Che poi è quello che è successo in questi anni quando si parla di trattativa stato mafia o di Capaci.
La politica si chiude a riccio attorno al racconto dei buoni contro i cattivi, che salva la faccia allo stato e anche ai mafiosi.

Anteprima inchieste di Report – le stragi mafiose, i tamponi rapidi e la scuola che funziona

La ricerca della verità sulle stragi del 1992-93, l'inchiesta sui tamponi rapidi in Veneto e poi come la Finlandia ha investito nella scuola perché è lì che si formano i cittadini di domani.

Lo stato che non riesce a i conti col suo passato

Lo scorso 23 maggio Report, in occasione dei trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, aveva dedicato un servizio alla pista nera dietro questi attentati, una pista che portava al leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. A distanza di anni – racconta Sigfrido Ranucci – nonostante la voglia di stendere un velo d’oblio su queste morti, emerge sempre qualcosa di nuovo e che getta luci ancor più inquietanti.
Si parte da lontano, dal 14 gennaio 1968, quando i paesi della vale del Belice erano sotto una coltre di neve: la prima scossa dell’ottavo grado sorprese le persone nelle case e rase tutti i paesi al suolo, affondando le macerie nel fango. Un giornalista scrisse “hanno assassinato la miseria”, storia di una agricoltura poverissima fatta di oppressione e mafia. I contadini di Poggioreale marciarono per anni contro il feudo per coltivare una terra lasciata marcire nelle mani dei baroni. Storia vecchia, si dirà, le cose oggi sono cambiate. A poca distanza dai paesi lasciati nelle loro macerie c’è il paese nuovo di zecca, anche se sarebbe stato possibile ricostruire quello vecchio, ma bisognava arricchire i costruttori e chi comanda in Sicilia sono sempre gli stessi.
“Questi ruderi sono l’emblema della memoria perduta” racconta Paolo Mondani, muovendosi un mezzo al muri crollati delle case dei vecchi paesi: la memoria di quanto presto noi italiani dimentichiamo e di quanto facilmente crediamo a menzogne disonorevoli.
Come nel caso della morte del maresciallo Antonino Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca,
una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

A distanza di trent’anni dalle stragi del 1992-93 siamo ancora alla ricerca dei mandanti, non possiamo fermarci al livello mafioso (a meno di non volerci accontentare di una verità parziale, il che vorrebbe dire accontentarci di una mezza democrazia, di vivere in un paese che non sa fare i conti col proprio passato, che non sa fare pulizia al suo interno).
Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.
Carte che potrebbero riscrivere la storia del nostro paese, perché potrebbero confermare quei legami tra uomini dello Stato, mafiosi, servizi e personaggi della destra eversiva: tra questi, il fondatore di Avanguardia Nazionale (una formazione di estrema destra nata dal Movimento Sociale) Stefano Delle Chiaie, su cui sta indagando la DIA su incarico delle procure di Firenze e Caltanissetta (di cui si è occupato anche Marco Lillo sul Fatto Quotidiano).



La Procura della Repubblica di
Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili
nella notte del 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la relazione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo risponde il magistrato dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.

La scheda del servizio: STATO D'ONORE
di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Report torna a indagare gli anni delle stragi in Italia. Ancora oggi emergono altri protagonisti, a lungo rimasti insospettabili, e uomini che per anni hanno scelto il silenzio.
La storia della nostra Repubblica continua a essere riscritta, e ora è sempre più evidente come nelle stragi del ’92 e ’93 ci sia la mano di mandanti esterni. Vi mostreremo per la prima volta l’informativa redatta dall’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo, dove si segnalava la presenza di Stefano delle Chiaie a Capaci in cerca di esplosivo poco prima della strage. Una informazione dal grande valore investigativo, ma incredibilmente non approfondita dai carabinieri. Come mai?
Solo oggi rileggendo la storia capiamo come per individuare i responsabili dietro gli anni più bui della nostra Repubblica occorra tenere in considerazione gli elementi ricorrenti di un sistema al cui interno operavano uomini della destra eversiva, massoni, uomini dello Stato e mafiosi. Non è storia vecchia, oggi che la legislazione messa a punto per combattere la mafia da Falcone e Borsellino viene messa a dura prova e da ogni lato si moltiplicano i tentativi di riscrivere il periodo stragista e i suoi responsabili.

La gestione dei tamponi in Veneto

Report tornerà ad occuparsi della gestione della pandemia in Veneto, in particolare sui tamponi rapidi dove sarebbero emersi dai pareri falsi.

L’efficienza nella gestione della prima ondata da parte della regione Veneto era dovuto alla scelta, voluta dal dottor Crisanti, di effettuare campioni per tracciare il virus e i nuovi focolai prima che si estendessero. Con la seconda ondata la regione ha scelto di adottare i test rapidi, affidandosi al parere del dottor Rigoli: oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.
Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”
I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti (e anche altri esperti) aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive. La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.
Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

Il dottor Rigoli era presentato dal presidente Zaia come l’Elon Musk del Veneto, uno che ha avviato la sperimentazione ante litteram prima di tutti: oggi è sotto inchiesta da parte della procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per turbativa del mercato, falso e depistaggio. Avrebbe affermato il falso quando avrebbe affermato di aver effettuato una indagine tecnico scientifica sull’efficacia dei tamponi rapidi poi acquistati dal Veneto nel settembre 2020.
“Erano kit validati certificati CE IVD, quindi io non dovevo validarne la sensibilità e la specificità ..” è la risposta che ha dato oggi il dottore al giornalista.
La procura è partita dal servizio di Report dello scorso anno, dove si raccontava di una maxi fornitura di tamponi rapidi per diverse regioni, tra cui il Veneto, per 148ml di euro.

La scheda del servizio: LA GRANDE TRUFFA
di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

In Veneto durante la seconda ondata della pandemia è accaduto il disastro: ci sono stati 1600 morti in più rispetto alla media nazionale. Cosa è successo? Avevano puntato tutto sui tamponi rapidi, era il test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per le Rsa, contrariamente alle indicazioni dell’OMS e anche a uno studio del prof. Crisanti. Dopo la nostra inchiesta dello scorso anno si è mossa la procura di Padova e ha chiesto il rinvio a giudizio di quello che per il governatore Zaia era l’Elon Musk del Veneto, il dottor Roberto Rigoli: sostanzialmente nella gestione della seconda fase della pandemia aveva preso il posto del professor Crisanti come braccio destro di Luca Zaia. I magistrati scoprono che a giustificare appalti milionari per i tamponi rapidi, ci sarebbero attestazioni scientifiche false. Nel corso delle indagini spuntano anche intercettazioni imbarazzanti.
La scuola in Italia (e nel resto del mondo)

Nel suo discorso di fine anno il presidente della Repubblica Mattarella ha voluto citare la scuola (e l’università e la ricerca) come le basi con cui creare gli italiani del futuro, se vogliamo dare al paese una visione, un futuro.
Report è andata in Finlandia per capire qual è il segreto dell’educazione in questo paese: la programmazione dell’educazione segue in Finlandia tutto un ciclo – racconta il servizio di Lucina Paternesi – dall’infanzia fino all’università, è il trionfo della democrazia, a tutti viene data un’opportunità, ma come?
Attraverso una pianificazione dei posti di studio – spiega a Report Dario Greco, professore all’università di Tampere ad Helsinky – quindi di quanti medici, quanti ingegneri avrò bisogno tra cinque, dieci o vent’anni. Dove voglio che l’economia del paese vada: ad esempio in questo paese alla fine degli anni ‘80 c’è stata una pianificazione rispetto all’innovazione tecnologica nel campo delle telecomunicazioni ed ecco che arriva il miracolo Nokia che, però, in realtà non è un miracolo perché è stato costruito.
Report è entrata in una di queste scuole: dentro si trova un asilo nido, una libreria comunale, un centro giovanile ed è frequentato ogni giorno da più di 800 ragazzi seguiti da un centinaio di dipendenti tra insegnanti e personale amministrativo e specializzato come la psicologa, gli assistenti di pedagogia. Tutto questo ha ovviamente un costo per la collettività: sono circa 4ml di euro l’anno, racconta la direttrice Hanna Sarakorpi solo per stipendi, costi di libri, quaderni e matite. Ma poi ci sono le spese del comune per il mantenimento dell’edificio, dei consumi e quant’altro. La visione dietro questa struttura è quella di investire nel futuro del paese, come conferma la ministra dell’istruzione Li Sigrid Andersson: “le scuole pubbliche sono finanziate dallo stato centrale in base ad alcuni parametri a cui vanno aggiunti i fondi delle singole municipalità. Negli ultimi anni abbiamo deciso di destinare più risorse in quelle aree in cui il tasso di disoccupazione è più alto e il livello di studi più basso”.
Qual è il segreto di un modello così efficiente?

E’ un sistema che abbiamo costruito negli anni, cento anni fa eravamo una nazione povera e rurale, oggi siamo un paese all’avanguardia proprio grazie all’istruzione pubblica, costruiamo la società del futuro partendo dalla base, dall’istruzione, e lo facciamo anche investendo molto sugli insegnanti, sono preparati, competenti e hanno un buono stipendio e sono molto rispettati per il ruolo che svolgono.”
La Finlandia investe solo 300 ml di fondi europei sull’istruzione e lo fa per migliorare la formazione e le competenze di adulti con percorsi formativi mirati. L’Italia invece nell’ultimo PON, il programma operativo nazionale, ha goduto di oltre di 2 miliardi di fondi europei di cui solo il 44% è stato effettivamente erogato agli istituti. Il tema è questo, spendere bene i fondi che si hanno a disposizione: spiega perché Paolo Iozzi preside dell’Istituto Comprensivo Fellini a Roma “spesso questi fondi diventano un incubo magari non sappiamo chi li possa gestire o come gestirli all’interno della scuola. Quando si parla di PON molto spesso anche i docenti stessi dicono ‘oddio un altro PON non ce la possiamo fare ’..”
I soldi che arrivano dall’Europa per gli investimenti strutturali devono essere rendicontati ma nei nostri istituti mancano le competenze.
Antonello Giannelli è il presidente dell’associazione naz. Presidi: “una volta fatta la progettazione in realtà non la conduciamo bene in porto perché non riusciamo bene ad effettuare la rendicontazione finale che viene effettuata sulla base di regolamenti europei, quindi uguali per tutti i paesi membri e lì perdiamo parecchio, perché circa la metà dei fondi che poi sarebbero impegnati poi non vengono erogati per questa difficoltà.”
Cosa impedisce di farci liquidare queste somme?

Se non abbiamo personale ferrato su queste procedure poi è evidente che la qualità della rendicontazione è bassa e questo esita in un 50% delle somme che non vengono riconosciute dall’Europa.”

Se solo sapessimo spendere bene i fondi che abbiamo a disposizione, potremmo cambiare il volto delle nostre scuole.

La scheda del servizio: LA BUONA SCUOLA
di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella

Nessun compito in classe, né interrogazioni o esami. Gli alunni sono liberi di uscire dall’aula, leggere libri o fare progetti manuali in base alle proprie vocazioni. E i risultati si vedono: secondo il programma PISA dell’Ocse gli studenti finlandesi sono ai primi posti per quanto riguarda la lettura, la matematica e le scienze. Pochissimi i fondi europei investiti, mentre la quota di PIL dedicata all’istruzione è quasi il doppio rispetto all’Italia, il 5% contro il nostro 2,9%. È questo il successo del sistema educativo e scolastico della Finlandia? In parte, ma non solo. Un viaggio nelle scuole migliori del paese per raccontare come, in appena cento anni, la Finlandia si è trasformata da paese rurale e povero in un paese all’avanguardia e tecnologico, dove trovano lavoro i cervelli italiani in fuga e dove ha trovato casa il primo preside italiano.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione. 

27 aprile 2021

Report – la guerra in Vaticano e il giallo veneto

Chi ha messo una microspia nell'ufficio del revisore dei conti in Vaticano? Come mai Crisanti non lavora più nella sanità veneta? Chi sono quei politici che stanno in due partiti prendendo due volte il 2xmille?

Il doppio due per mille di Luca Chianca

A chi danno il 2xmille gli elettori della Lega? Alla vecchia Lega o alla nuova?

La vecchia Lega nord, anche se non si presenta alle elezioni, continuerà a prendere soldi perché è sufficiente che qualche rappresentante eletto si dichiari vicino alla lega di Bossi.

Lo ha ammesso il commissario della commissione che verifica lo statuto dei partiti, Amedeo Federici, consapevole che le domande di Report lo avrebbero portato in un ginepraio.

E' come se ci fosse una newco, la lega per Salvini premier e poi una bad company, che ha in pancia i 49ml da restituire allo Stato. Ma entrambe percepiscono il 2xmille, sebbene la vecchia Lega non abbia agibilità politica e non si presenta alle elezioni.

Se nessuno vota la vecchia Lega come mai prende ancora il 2 per mille? I due partiti sono stati messi in piedi per la truffa dei 49 ml da restituire, per i finti rimborsi elettorali: la procura di Genova non è riuscita a trovare i soldi nelle leghe locali, per una serie di contenzioni sorti sul territorio, e così si è deciso di fare questo accordo, per cui i 49ml saranno restituiti in 70 anni.

I membri della vecchia Lega nord sono pochi, tra questi Giovanni Fava: aveva chiesto di poter usare il simbolo del partito alle elezioni locali a Igor Iezzi, commissario della Lega indicato da Salvini. Ma ha ricevuto un no come risposta: la vecchia Lega non potrà presentare liste nei comuni, nessuna agibilità politica: è un partito tenuto in piedi solo per prendere i soldi pubblici da ridare allo stato per una truffa sui soldi pubblici.

Una doppia truffa e una beffa alla procura, ma purtroppo rispettando le leggi: una storia paradossale ma legittima, spiega Federici, presidente della commissione che certifica gli statuti dei partiti (e così prendere il 2xmille).

Se la Lega decidesse di non pagare, nemmeno ci si potrebbe rifare sulla Lega di Salvini, che pure raccoglie il suo 2xmille dal 2018, sono 7ml di euro, un bel gruzzolo.

La Lega di Salvini ha una bella liquidità che potrebbero essere dati allo Stato, ma forse – commentava ironicamente il consulente di Report Bellavia - la lega di Salvini non ha nulla a che fare con la lega di Bossi.

Una bella confusione, tanto che molti eurodeputati nemmeno sanno se sono stati eletti da una parte o dall'altra. E anche il simbolo di Alberto da Giussano, appare e scompare a seconda della convenienza: sul sito che raccoglie il 2xmille per esempio lo mette in bella mostra.

Le due leghe hanno due statuti dove si fa divieto di far parte di due partiti diversi: ma Iezzi, Fontana, Centemero e Calderoli fanno parte delle due Leghe.

Tutto regolare? Beh, il presidente Federici non può controllare, non ha poteri di polizia: “lo chieda al legislatore .. ”

E chi sarà mai questo legislatore?

La cimice nella stanza del revisore del papa

I magazzini Harrod's sono il simbolo di uno degli investimenti più opachi della santa sede: oggi non vale più di 290 ml di euro e fu pagato 400ml di euro.

Il palazzo di Londra è stato gestito dal broker Fincione, nel passato si era occupato delle pensioni di Enasarco: nel 2013 fu chiamato dal Vaticano e dalla segreteria di Stato per gestire i suoi fondi, soldi usati per le scalate bancarie.

Le voci su questo investimento arrivano al papa, che mette un uomo di fiducia per sbrogliare la matassa, fa dimettere dalla segreteria di Stato il cardinale Becciu ma lasciando al loro posto alcuni collaboratori dell'ex sostituto segretario (come Perlasca, Tirabassi).

Nella scorsa puntata di Report attorno a questa vicenda era emersa anche una storia di ricatti, messa in piedi da Tirabassi (un funzionario laico), capace di influenzare le scelte dei preti in Vaticano grazie a video compromettenti e ottenere così commissioni milionarie fatte passare attraverso società offshore.

Monsignor Perlasca, collaboratore di Becciu, aveva paura di dover giustificare l'investimento di Londra a Libero Milone (ex presidente di Deloitte Italia, che aveva gestito dossier delicati come quelli di Parmalat e Fiat), nominato dal papa revisore generale della Santa Sede (e anche gli investimenti della segreteria di Stato di Becciu), che proprio nel 2015 aveva iniziato a ficcare il naso negli investimenti a Londra del Vaticano

ho visto dei documenti contabili che dicevano che c'erano investimenti a Londra, allora ho chiesto i documenti che non mi sono mai stati dati ”

Milone chiede un incontro coi vertici della segreteria di Stato e coi collaboratori laici, ma furono sempre stati “rimbalzati”. Milone scopre anche che i soldi della donazione finiscono anche in conti correnti del responsabile dell'ente, un errore, gli fu detto.

Il santo padre chiese di indagare anche sull'AFSA, l'ente che gestisce gli immobili: anche qui furono trovati documenti di investimenti rischiosi.

Il Vaticano si è sempre opposto alla pillola del giorno dopo, ha sempre fatto pressioni sui farmacisti affinché facessero obiezione: suona strano allora che il Vaticano e Afsa abbia investito in società farmaceutiche come la Sandoz, che quelle pillole le produce.

Un paradosso incredibile del Vaticano, segnalato dall'ufficio di Milone al papa e alla fine le quote furono vendute.

Dopo pochi mesi l'ufficio di Milone subisce una intrusione, anticipata dall'uomo degli intrighi, Luigi Bisignani: qualcuno entrò nel suo ufficio senza fare nessuna infrazione, e aveva installato un malware per trasferire documenti verso l'esterno.

Chi era entrato aveva le chiavi e non si era occupato solo di pc, ma aveva installato anche una microspia: chi l'aveva messo era interessato alle segnalazioni anonime che riceveva, come quella che parlava di Becciu e dei contributi non versati all'inps.

Questo foglio di carta con la segnalazione su Becciu fu depositata nell'archivio nell'ufficio di Milone, ma dopo qualche mese il cardinale convocò proprio Milone contestandogli quel pezzo di carta, che non avrebbe dovuto conoscere, accusandolo di averlo usato fare dossieraggio.

Libero Milone subisce una perquisizione dell'ufficio da parte della gendarmeria, viene interrogato per ore con l'accusa di dossieraggio, di peculato e così Milone e il suo aggiunto furono costretti alle dimissioni.

Cosa ancora più strana, Milone dovette firmare una lettera di dimissioni retrodatata, con la minaccia di rivelare alla stampa e alla famiglia dell'accusa di peculato.

Chi ha messo la microspia nell'ufficio di Milone? Chi aveva timore del revisore indipendente, che stava “ficcando il naso” negli investimenti della segreteria di Stato, come il palazzo di Londra?

Milone è una delle ultime vittime tra i revisori che hanno cercato di fare luce sui conti del Vaticano: già nel 2010 Ratzinger aveva incaricato il cardinale Nicora di mettere in piedi una struttura di controllo in Vaticano, l'AIF, la prima struttura anti riciclaggio, con a capo un ex funzionario della banca d'Italia, De Pasquale.

Il Vaticano stava infatti finendo nella lista dei paesi pirata: ma il direttore dello IOR mise dei paletti all'AIF, che non poteva indagare sulle operazioni antecedenti alla sua istituzione.

Altri paletti furono messi dalla segreteria di Stato che riscrisse il codice dell'AIF nel 2012, facendo dei passi indietro: la segreteria mise sotto controllo di monsignor Balestrero l'azione dell'AIF in Europa, poi finito sotto indagine per riciclaggio.

La riforma voluta da Ratzinger fu così depotenziata che fino alla fine del 2017 non esisteva in Vaticano alcun processo per riciclaggio: primo perché le norme per contrastarlo erano troppo complesse da applicare, e poi perché la segreteria di Stato ha sempre cercato di sottrarsi al controllo dell'AIF.

Tra i flussi di denaro che non dovevano arrivare al controllo dell'AIF erano quelli che passavano attraverso l'ambasciata iraniana: il giornalista di Report è venuto in possesso di un documento del 2011 in cui la segreteria di Stato vaticana autorizzata l'ambasciata dell'Iran a depositare in contanti il denaro presso il loro conto allo IOR e poi a far uscire i soldi tramite bonifico. Un'autorizzazione inusuale che, tecnicamente, consente di fare riciclaggio di denaro sporco. E poi, come mai questa autorizzazione dall'ambasciata?

In Italia l'ambasciata iraniana queste operazioni non può farle, sarebbero segnalate immediatamente alle autorità competenti.

Il cardinal Nicora viene sostituito da un avvocato svizzero, ex consulente della segreteria vaticana, un uomo legato al dipartimento di stato americano.

Al posto di Di Pasquale il genero dell'ex presidente della banca d'Italia Fazio, de Ruzza, oggi indagato per la vicenda dell'investimento londinese.

L'indipendenza dei revisori, come l'indipendenza dei controllori, degli scienziati, non è sempre una dote apprezzata.

La seconda ondata della pandemia in Veneto 

Quella del dossier del dottor Crisanti ricorda la storia del ricercatore dell'Oms Zambon: anche qui c'è un documento che non deve veder la luce perché metterebbe in imbarazzo chi è al potere.

Crisanti aveva gestito la prima ondata del covid in Veneta: testare coi tamponi e tracciare, il modello Vo Euganeo, un modello celebrato in tutto il mondo.

Durante la seconda ondata le cose si sono messe male: è successo in Veneto quello che era successo in Lombardia a Bergamo.

La regione ha deciso di scaricare Crisanti, per dimostrare che era solo merito loro la buona gestione in regione: rispetto alla media nazionale, qui ci sono stati più deceduti e più ricoveri.

Duemila decessi in più perché?

Colpa della folata di vento fuori dal comune, un virus con una sintomatologia più aggressiva, ha cercato di spiegare il presidente Zaia. Ma era cambiata la strategia della regione che ha investito molto nei tamponi rapidi, che era il test di riferimento anche nelle strutture per anziani.

Così le RSA si sono trasformate in focolai, dopo che diversi test rapidi si sono rivelati falsi negativi: ogni 4 giorni il test molecolare non si può fare – si è giustificato Zaia.

Eppure Crisanti aveva fatto uno studio sull'efficacia dei tamponi rapidi dell'azienda Abbott, scoprendo che fallivano nel 30% dei casi.

Il direttore della sanità Flor spiega che non c'era una autorizzazione per fare quello studio e che quello studio non esiste: ma lo studio esisteeccome , Crisanti lo aveva inviato proprio a Flor su input dell'unità di crisi dell'ospedale di Padova.

Ma i due primari che aveva chiesto lo studio prima smentiscono il lavoro di Crisanti perché – racconta Report – avevano subito delle minacce dal direttore generale Flor (“siamo stati presi per il collo”).

A microfono spento, Luciano Flor, spiega ha bloccato lo studio di Crisanti sui tamponi: “Detto inter nos la ditta ci fa causa quindi meglio dire lo studio non c’è. Cazzo, glielo dico sette volte e non capisce…” dice di Crisanti.

“Ora lui, cazzo, è un puro. È un ingenuo. Non riesce a star zitto”.

Meglio essere ingenui come Crisanti oppure dei cinici calcolatori come questi dirigenti della sanità? Chi è indipendente e puro non è governabile, poteva mettere in crisi la strategia della sanità veneta, quella dei tamponi rapidi.

La regione è rimasta in zona gialla, nonostante i morti nelle RSA e nonostante l'occupazione dei posti negli ospedali: nessun lockdown è stato fatto in regione, il virus ha così potuto circolare bene di paese in paese, di famiglia in famiglia.

L'istituzione di una zona rossa quante persone avrebbe salvato? Negli ospedali e nelle RSA anche: i medici avevano lanciato il grido d'allarme a novembre e dicembre.

Avevano chiesto l'aiuto all'ex senatrice Laura Puppato, ex medico, questi medici: la senatrice denuncia la situazione negli ospedali nel trevigiano, come nell'ospedale di Montebelluna.

Arrivò così una ispezione, annunciata da una settimana, che non rilevò nulla: anche qui c'è un giallo, perché si parla di alcuni pazienti spostati e di alcuni medici spostati per abbellire la situazione, prima dell'ispezione.

Il dissenso (contro la regione Veneto che era rimasta in zona gialla) non è amato in regione Veneto (come in altre regioni): se ti esponi mediaticamente vieni fucilato immediatamente – racconta un medico in anonimo, ha paura di denunciare anche il presidente dell'Associazione medici di base.

La regione ha dichiarato mille posti letto in terapia intensiva, un numero che le ha consentito di rimanere in zona gialla: ma erano numeri contestati, numeri gonfiati, perché non erano posti reali, non c'era un numero di anestesisti a sufficienza.

Colpa dell'ISS, ha spiegato Flor, che ha ricevuto i dati della regione Veneto e ha applicato solo l'algoritmo.

Come mai se la regione Veneto è così brava a tracciare (fino all'85% diceva Zaia), non è stata capace di bloccare l'infezione?

Il giornalista di Report ha raccontato storie di diversi cittadini secondo cui il tracciamento è saltato in regione a novembre, riportando tante storie di infetti che non sono mai state contattate per risalire ai contatti.

Non solo, per un certo periodo la regione non inviò i dati all'ISS, perché era in corso la migrazione dei sistemi: anche qui, stranamente, l'ISS lasciò la regione in zona gialla.

Altra stranezza è quella degli asintomatici: i tracciatori avevano notato un inghippo nella procedura di inserimento dati, per cui le persone venivano inserite in default come asintomatiche (il dato era precompilato). Il sintomo era uno dei fattori che indicava se il sistema sanitario poteva reggere, le strutture sanitarie non sono sotto pressione: un problema tecnico, ammette la dirigente della regione Veneto.

A novembre in Veneto gli asintomatici erano il 95%, dato riportato dalla regione, mentre in Italia il dato medio era al 60%.

In Sicilia, come racconta il servizio di Walter Molino, si è arrivati al cinismo di voler spalmare i morti, per abbellire i numeri e salvaguardare l'economia di una regione.

26 aprile 2021

Come il Veneto ha gestito (male) la seconda ondata - anticipazione di Report

Sul Fatto Quotidiano di oggi trovare una anticipazione del servizio di questa sera di Report, su come la regione Veneto non ha gestito bene la seconda ondata.

Come in Lombardia, hanno prevalso altri interessi economici, di rapporti con le aziende del settore sanitario e le morti solo un effetto collaterale.

Test, ospedali e asintomatici: disastro di Zaia in autunno

di A. Man. | 26 APRILE 2021

Report torna in Veneto e racconta la seconda ondata, quella dell’autunno, molto violenta dopo che la prima era stata gestita con buoni risultati. Luca Zaia – il leghista capace, altro che Salvini e i disastri lombardi – era stato rieletto a settembre con uno stratosferico 78,79%. Poi però il virus ha fatto 7 mila morti tra ottobre e gennaio: “Duemila in più della media nazionale” dice Maurizio Manno del Coordinamento veneto sanità pubblica nel servizio di Danilo Procaccianti di Report (ore 21,30, Raitre). È come se in Italia in quei mesi fossero morte 64 mila persone anziché 50 mila.

Una falla era nei test antigenici rapidi, usati a profusione anche in ospedali e Rsa, contesti a rischio dove l’eccesso di falsi negativi (fino a uno su due) può fare disastri. In Veneto li ha fatti. Report documenta i tentativi di far passare sotto silenzio lo studio del professor Andrea Crisanti, già consulente di Zaia, sui limiti degli antigenici (Il Fatto ne ha scritto il 29 marzo). Alcuni medici presero le distanze dallo studio: “Siamo stati presi per collo e con tutte le relative possibili minacce sottostanti” dice un primario, registrato a sua insaputa. E il direttore della Sanità regionale, Luciano Flor, spiega: “Detto inter nos la ditta ci fa causa quindi meglio dire lo studio non c’è. Cazzo, glielo dico sette volte e non capisce…” dice di Crisanti. “Ora lui, cazzo, è un puro. È un ingenuo. Non riesce a star zitto”. No: vede un rischio e avvisa, fa uno studio e lo pubblica.

Il Veneto fu a lungo zona gialla – giova ricordarlo nel giorno delle riaperture – nonostante la più alta incidenza di nuovi casi. Allora contavano solo Rt e gli ospedali non troppo pieni. Report però ha verificato che per un periodo il Veneto dichiarava il 95% di asintomatici (esclusi dal calcolo di Rt, in media sono il 30/40%) e misurava l’occupazione delle terapie intensive su mille posti che, secondo le organizzazioni degli anestesisti, esistevano solo in teoria. Zaia si difende come può, Crisanti attacca, Sigfrido Ranucci riconosce al leghista capace di averci “messo la faccia”.

01 settembre 2020

Presadiretta – mai più eroi


Un viaggio nelle tre regioni più colpite dal coronavirus, Veneto, Emilia e Lombardia: un viaggio, quello di Iacona, che gli ha fatto comprendere la sfida che abbiamo di fronte, se vogliamo sconfiggere il virus.

La guerra non è finita: i contagiati di ieri sera erano inferiori, ma nel fine settimana ci sono stati meno tamponi, ma i contagi sono legati a cattivi comportamenti.
Come successo in Sardegna, nei locali della moda come il Billionaire di Briatore: in questo locale si sono infettati anche diversi lavoratori, oltre le persone che hanno frequentato la discoteca che è diventata il cluster più grande in Sardegna.
Fino a luglio la regione era Covid free ma ad agosto qui si sono riversati tanti turisti che, nei locali, non hanno rispettato le misure di sicurezza – lo racconta un testimone che ha lavorato in quei locali: un insulto per i sardi, per chi lavora nella sanità.

Altro cluster a Treviso, presso lo stabilimento dell'Aia: un terzo dei dipendenti sono positivi al coronavirus e molti sono asintomatici.
E la fabbrica è ancora aperta: ma chi ci lavora non sembra essere preoccupato, a Vazzola, perché bisogna andare a lavorare.

La decisione di non chiudere l'azienda è stata presa da comune, asl e sindacati: una scelta che non convince alcuni sindacati perché, dicono, molti lavoratori hanno paura di perdere il lavoro, perché stagionali o immigrati.
L'azienda, racconta uno di loro, ha fatto lavorare le persone anche nei giorni dopo il tampone, prima di avere il risultato: lo stesso è successo alle persone poi risultate positive.

I tamponi fatti sono di quelli “rapidi”, danno dei risultati in quindici minuti, questo per consentire all'azienda di continuare la produzione: tutta l'ASL fa 2500 tamponi ogni giorni, “è l'unico mezzo per arginare il cluster” racconta il dottor Grigoli.

Mai più eroi

Elena Borghi è la figlia del dottor Giuseppe Borghi, medico di Casalpusterlengo: il padre è morto di Covid, uno dei tanti medici morti, 176 tra uomini e donne contagiati sul lavoro.
Borghi è stato il primo medico a morire per Covid: era uno dei medici che non si fermava a dare la ricetta al paziente.

La provincia di Lodi ha avuto un incremento di decessi del 300% rispetto all'anno passato: Iacona ha incontrato il dottor Polini, che racconta di essersi sentito come un soldato in prima linea. Senza forniture, lasciati allo sbando nei primi giorni dell'epidemia: dal governo non è arrivato niente – racconta.

A Treviolo lavorava il dottor Giambattista Perego: anche lui è un medico morto per Covid, anche lui aveva pochi strumenti di sicurezza ma nonostante questo ha continuato a lavorare.
Anche quando è stato estubato, ha continuato a chiedere dei pazienti: ora la moglie vuole giustizia, “più nessuno deve trovarsi in questo stato di emergenza”.
Fontana ha detto “rifarei le stesse cose” - ha chiesto Iacona. Questa dichiarazione l'ha ferita?
Si molto, anche perché qui la situazione era di emergenza ed era un emergenza annunciata e questa è la cosa imperdonabile”.

Quando è crollata la prima linea dei medici, perché ammalati, le persone si sono riversate negli ospedali. E così il virus ha colpito il personale sanitario nei reparti e nei pronti soccorsi.
Lo ha raccontato una infermiera che ha preferito rimanere anonima: i dispositivi erano contati, non c'erano percorsi per i pazienti, non c'erano protocolli precisi da seguire.

Non in tutti gli ospedali c'era i reparti per le terapie intensive, così medici e infermieri hanno dovuto scegliere chi salvare e chi no, chi mandare dalla macchina che aiuta a respirare e a chi dare cure palliative.
Questo è successo in Lombardia, la regione dove tutto è iniziato e che ha pagato il prezzo più alto.

La politica deve guardare in faccia quello che è successo, per vincere la sfida che il virus ci ha lanciato: basta morti a casa, basta morti in solitudine.
Le risorse umane e materiale erano insufficienti per gestire l'emergenza nelle prime settimane: così molti pazienti sono stati lasciati a casa, perché mancavano i posti negli ospedali.
Lo ha denunciato per primo il sindaco di Bergamo Gori: persone che hanno chiamato il pronto soccorso ma nessuno è andato a prenderli, così sono morte.

Quell'onda del virus era ben oltre le nostre possibilità – racconta il sindaco al giornalista: i tamponi in Lombardia a marzo e aprile sono stati fatti solo a coloro che finivano in ospedale, così nemmeno sappiamo quanti sono i morti reali per Covid.
L'Istat certifica che a Bergamo sono morte più di seimila persone: così tante che per portare via le salme era dovuto intervenire l'esercito.

Sempre a Bergamo, Riccardo Iacona ha intervistato Paola Pedrini, medico a Trescore: la dottoressa ha raccontato al giornalista come pazienti, anche con parametri critici, sono stati curati a casa per l'impossibilità di ricoverare tutti. A marzo è successo qualcosa che non era mai accaduto, da quando esiste il sistema sanitario, cioè che nessuno prende in carico un paziente bisognoso di cure.
Come medico sul territorio, la dottoressa ha riportato la condizione di stress con cui ha dovuto lavorare, senza protezioni a sufficienza col rischio di contagiare altre persone o addirittura i familiari.
Avevamo l'angoscia nel non poter trovare un ricovero per pazienti che ne avevano bisogno .. non mi sarei mai immaginato di dover supplicare per un ricovero. Di fronte ad una persona giovane, dire se arriva l'ambulanza devi insistere per un ricovero.”

Per le persone rimaste a casa c'è stato poi il problema di recuperare le bombole d'ossigeno: gli ospedali erano pieni e rifiutavano i ricoveri e così le persone morivano a casa. Senza nemmeno poter ricevere cure palliative, morfina o altro. Muori in modo terribile.

A Casalpusterlengo, Iacona ha incontrato un altro medico, Michele Polini: “è stato il dramma peggiore, vedere i nostri pazienti , doverli seguire a casa impotenti, perché se si chiama il 112 non ti risponde, perché sovraccarico. Ci si mette due giorni per avere una risposta ma in quei due giorni il paziente mi chiama quattro volte al giorno, mio marito sta male ha la febbre cosa devo fare?”.
Il medico ha spiegato come a volte il 112 quando arrivava faceva la sua analisi e suggeriva di chiamare il medico curante, perché non c'erano posti letto per il ricovero.
Io mi son sentito dire: dottore parte la lettiga, lei ha dieci minuti decida, uno dei due rimane a casa, perché ne possiamo portare via uno solo.”
Chi salvi allora? Quello di trent'anni o quello di cinquant'anni con figli?
Mi son sentito dire da una famiglia, dottore ricoveri mio figlio, a me mi lasci pure morire a casa perché tanto ..”

La pagina FB Noi denunceremo

Su questa pagina FBsono raccolte le denunce dei familiari delle vittime: le foto di migliaia di persone, i ricordi, l'affetto di chi ricorda e la rabbia di chi rimane.
Non era mai successo – commenta Iacona – che si interrompessero questi riti della cura e della morte “che consentono di accompagnare al meglio chi ci ha dato la vita, i nostri fratelli, sorelle, gli amici più cari, perché possano sapere quanto li abbiamo amati e non essere soli nel momento della sofferenza e del dolore”.
Le foto dei nonni, dei genitori, dei parenti morti, 35mila secondo le cifre ufficiali, più altre diecimila non conteggiate, ci riportano l'enormità di quanto successo.
Questo ci dice l'enormità di quanto è successo.
Le persone che hanno aperto queste pagine hanno oggi un grande bisogno di verità e giustizia, da qui le denunce presentate alla procura di Bergamo: perché vogliono che le loro storie non finiscano nel silenzio.

Non vogliono colpire gli operatori, ma la malagestione dell'emergenza: “vogliamo che quanto accaduto non succeda più, per colpa dell'abbandono della medicina sul territorio, si è portato il virus negli ospedali, l'errore più grave”, racconta Luca Fusco.

Alcuni medici dell'ospedale di Bergamo, il papa Giovanni XXII, ci aveva visto lungo: avevano denunciato (in una lettera pubblica) la situazione di stress in cui dovevano lavorare, il sovraffollamento, la mancanza di mascherine e tute. Quello che stava succedendo era un disastro umanitario – racconta Mirco Nacoti.
Ci preoccupava lo sforzo e l'enfasi sulla terapia intensiva: si doveva prevenire prima, bloccando i contagi prima sul territorio.
E' stato sbagliare ospedalizzare tutti, affollare i pronti soccorsi, senza protezioni: tutto questo è stato esplosivo.

Il 4 aprile 2020 i vertici dell'ordine dei medici in Lombardia hanno denunciato le carenze nella gestione dell'emergenza: l'abbandono del territorio, l'ospedalizzazione dei malati, un piano pandemico regionale che è rimasto fermo al 2006.
Gli ispettori della regione avevano fatto un audit sul piano, nel 2009: ma di fronte alle criticità e alle irregolarità nessuno nessuno aveva fatto nulla.
Il piano pandemico era un'arma spuntata e inutile: la regione si è limitata a fare una circolare in cui si chiedeva di monitorare le persone di ritorno dalla Cina.

Iacona ha intervistato l'assessore Gallera: “nessuno ci aveva preparato, il governo non ci aveva preparato” è stata la risposta dell'assessore alle domande di Iacona sul crollo dei medici nei primi giorni.
In merito al piano pandemico, al rapporto che è mancato tra ATS e medici di base, Gallera rimanda tutto al piano nazionale, alle mascherine mandate in Cina (ma in base ad accordi già stipulati) e non ai medici.
In Lombardia, rispetto al Veneto ci sono stati più focolai e anche questo ha peggiorato le cose.
La delibera sulle RSA? Noi avevamo chiesto di metterli in padiglioni separati, nessuno è stato infettato per causa di questa delibera.
“Noi abbiamo fatto delle scelte, per mettere un tubo in bocca al paziente e farlo respirare, in velocità” ha concluso Gallera.

Come sono andate le cose in Veneto.

In Veneto hanno preso decisioni operative diverse: all'ospedale di Schiavonia, dove è stato ricoverato il paziente uno, hanno fatto il primo tampone al paziente che era arrivato in ospedale con una polmonite.
Si sono resi conto, dal tampone, che il virus circolava da tempo: si è deciso così di mettere in sicurezza l'ospedale, chiudendolo (con un cordone di carabinieri) anche con i visitatori, per 24 ore.
Nei giorni successivi alla messa in sicurezza dell'ospedale, si input del presidente Zaia, comincia la tamponatura degli abitanti di Vo' Euganeo: 3000 persone tamponate nel giro di sette giorni – racconta la direttrice dell'ULSS6.
Ad inizio di marzo la popolazione di questo paese viene sottoposta ad una seconda tamponatura, con risultati straordinari: se a fine febbraio erano risultati positivi al test il 3% della popolazione, con una tasso di contaminazione che avrebbe portato in pochi giorni la percentuale al 60%, a marzo la % è crollata allo 0,25%, con una manciata di positivi rimasti in regime di isolamento. Il fattore R0 era stato abbattuto del 98%: l'epidemia era stata soffocata sul nascere.

Quello di Vo' Euganeo è diventato un caso scuola in tutto il mondo: il 42,5% dei positivi di questo paese erano asintomatici, dunque le situazioni più subdole da identificare.
Il dottor Crisanti ha riportato i dati di Vo' Euganeo al presidente Zaia ovvero dell'importanza di identificare questi pazienti senza sintomi: il modello è stato poi replicato anche negli altri cluster scoperti.
E’ molto semplice. Se c’è un cluster si chiude tutto, si fa il tampone a tutti, si ritorna dopo 9 giorni, si rifà il tampone a tutti. Si isolano i casi positivi e il cluster è chiuso. A Vo’ non c’è stato più nessun caso di trasmissione endogena. La ricetta ce l’abbiamo, sta sotto gli occhi di tutti, bisogna che ce ne rendiamo conto. Ad ottobre e novembre se abbiamo un nuovo cluster cosa facciamo, tutte le stupidaggini fatte fino ad adesso? Oppure aggrediamo quel cluster come si deve?”

Quali sono le stupidaggini fatte - ha chiesto Iacona
Discutere dell'utilità dei tamponi, sul fatto che i tamponi debbano essere fatti ai sintomatici, .. non abbiamo ancora una ricetta standardizzata nel caso in cui ad ottobre o novembre c'abbiamo un cluster importante. Che facciamo?”

Crisanti si è organizzato per tempo per fare il maggior numero di tamponi, lavorando nel suo laboratorio: qui dentro si era sganciato dai fornitori che forniscono dei kit già preparati, i reagenti se li erano preparati da soli.
Non è vero, come dice Gallera, che in Veneto sono stati più fortunati: anche in questa regione ci sono stati più cluster, ma semplicemente li hanno tracciati e identificati per tempo.
Ecco perché in questa regione non si è mai superato l'indice del 35% di ospedalizzazione in terapia intensiva.

La differenza tra Lombardia e Veneto l'ha fatta la medicina sul territorio: i dipartimenti di prevenzione, i laboratori per le analisi, l'assistenza domiciliare che raggiunge più persone (c'è un bel report sul sito di Scienza in rete), si sono messe in quarantena più persone.
La mortalità, di medici e pazienti, in Veneto è stata molto meno bassa.
E, infine, il piano pandemico regionale, è stato rivisto e aggiornato e non è rimasto nel cassetto.

Francesca Russo, dirigente nel settore sanitario veneto (dove si occupa di prevenzione) lo ha spiegato anche in trasmissione: il piano pandemico è stato anche testato, per capire quanto fosse efficace.
Lo stesso modello adottato nei centri estivi verrà poi applicato nelle scuole, dove saranno usati i tamponi rapidi, che danno un risultato in quindici minuti, per evitare le chiusure delle classi.

Lo studio sul coronavirus di febbraio

Il governo aveva sul tavolo un report, a febbraio, in cui si diceva che il virus sarebbe arrivato in Italia e che correvamo il rischio di saturare i posti negli ospedali.

Il ministro Speranza ha risposto, del contenuto di quel report, arrivato il 12 febbraio come anche della nave inviata con le mascherine in Cina: un atto di solidarietà, difeso dal ministro.
Cosa possiamo fare ora: incrementare i tamponi, continuare la ricerca sul vaccino, serve la sanità sul territorio, serve scaricare Immuni.

La sfida della scuola è la più importante: il lockdown sarà finito quando tutte le scuole saranno riaperte.
Va ricostruito un rapporto organico tra scuola e sanità: non dobbiamo lasciare soli i nostri presidi – spiega il ministro.
Serve il supporto di tutti, delle ATS, dei medici e delle persone.

Dobbiamo chiudere la stagione dei tagli – ha continuato il ministro – per garantire l'articolo 32 della Costituzione. Dobbiamo poi costruire un modello di sanità di prossimità, sul territorio: vorremo arrivare al 10% come spesa nazionale per un servizio che ti arriva fino in casa.

Da dove prendere i soldi per questa rivoluzione copernicana? Anche dal MES, secondo Speranza, non solo dal bilancio dello Stato o dal recovery fund.

L'età dei contagiati si sta abbassando: significa che i giovani che si infettano possono poi entrare in contatto coi genitori, con le persone anziane. Il ministro ha rivolto un appello ai giovani, chiedendo anche a loro di tenere alto il livello di attenzione.

Cosa è successo in Emilia Romagna

Piacenza è stata la prima città colpita dal virus: come in Lombardia, l'ospedale della città si è riempito, tanto che l'esercito ha dovuto costruire un nuovo ospedale da campo.
In questa regione hanno richiamato i medici in pensione, i medici e tutto il personale sanitario hanno subito un forte stress, come in Lombardia.

A Bologna, Iacona è andato all'ospedale Sant'Orsola, il più grande come posti letto, la più grande azienda ospedaliera pubblica. Durante l'emergenza sanitaria è diventato il punto di riferimento per i malati Covid della città.
Pierluigi Viale, direttore del reparto malattie infettive racconta quei giorni: “il 3 marzo dedicavamo tutti i letti del reparto malattie infettive al Covid. Il 15 marzo avevamo 400 letti Covid attivati, giorno dopo giorno aprivamo nuovi reparti”.

Per tutto il mese di marzo al Sant'Orsola si sono costruite dal nulla nuove terapie intensive, poi a fine marzo la regione Emilia Romagna ha impresso una svolta: 
“ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti, ma tutta sta gente che arriva con questi sintomi pesantissimi, aveva alle spalle giorni di malattia, otto o nove giorni di febbre a casa. Ma perché dobbiamo lasciar morire a casa, andiamo fuori dall'ospedale e andiamo a prenderli a casa, vediamo se prendendoli prima, riusciamo ad assisterli meglio, facendo la ventilazione non invasiva prima. Li prendiamo quando hai una piccola alterazione della funzione respiratoria e ti mettiamo subito sotto tiro.Da quando abbiamo cominciato ad uscire dall'ospedale, superando il paradigma sto ad aspettarti coi letti in terapia intensiva pronti, al vengo a prenderti a casa, oppure vieni qua che ti valuto prima che cominci ad avere la sensazione di affanno, abbiamo visto sparire i pazienti che arrivavano respirando con le punte dei polmoni. Li abbiamo visti sparire ai primi di aprile. La sensazione è che questo andarli a prendere precocemente, abbia cambiato il nostro ingaggio con la malattia.”

Hanno schierato le truppe fuori dagli ospedali, in ambulatori dotati di poche apparecchiature: la ricetta è stata vincente, perché ha liberato i pronti soccorsi.
Le persone finite in quarantena non sono state abbandonate, ma sono state seguite giorno per giorno, dal personale delle ASL, che ha usato i dati degli infetti per le analisi epidemiologiche.
La regione ha anche rafforzato i laboratori per i test con i tamponi.

Come il Veneto, anche la regione Emilia Romagna aveva una struttura di prevenzione sul territorio funzionante, su cui nel periodo dell'emergenza hanno solo dovuto investire, come personale.
Come la casa della Salute a Imola, da cui sono partite le persone (con tutti i DPI corretti) per andare a controllare i pazienti nelle loro case, gli USCA.
Le persone non dovevano sentirsi abbandonate.

In studio, il presidente Bonaccini, ha difeso il sistema pubblico in Emilia Romagna come anche la scelta di aggredire il virus, la pratica dell'early catching: come il ministro, anche Bonaccini preferirebbe che il governo scegliesse di prendere i soldi del MES.

L'ultimo servizio è stato l'intervista a Giuseppe Remuzzi, Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS che ha puntato il dito contro il sistema dei DRG (Raggruppamenti omogenei di diagnosi): 
“la Lombardia per anni si è orientata attorno al DRG, è poi è diventato un sistema per fare del fatturato.La struttura privata chiama il traumatologo di grande fama e gli dice tu mi devi tante protesi dell'anca, o tumori al polmone, arriva l'amministratore delegato della struttura e gli dice, quest'anno ne hai operati 300, l'anno prossimo 350 .. ma dove li trovo io 350? Significa farli venire dalle altre regioni. Vuol dire che abbiamo creato questa industria per creare protesi dell'anca, chirurgia dell'obesità, fissazione delle vertebre, cose che non sono neanche necessarie ..”

Questo modus operandi però coinvolge anche le strutture ospedaliere pubbliche, la ratio economica di un ospedale pubblica si basa essa stessa sui DRG – ha chiesto Iacona al medico: 
“è stata questa terribile contaminazione, il DRG è diventato il sistema attraverso cui si fanno le scelte negli ospedali e questo ha messo in crisi di fatto anche l'ospedale pubblico. Il DRG va tolto, bisogna che l'ospedale pubblico sia retribuito in base ai risultati e alle esigenze. Servono 10mila mastectomie nella provincia di Milano? Benissimo, noi facciamo le diecimila mastectomie e paghiamo l'ospedale. Ne può fare solo 7000, allora 3000 le diamo al privato, con cui ci convenzioniamo per quello per cui il pubblico è carente, non per fare quello che vuole. Questo richiede un grande piano sanitario e una visione globale. Deve essere una cosa che parte dalla prevenzione, che è la cosa fondamentale. Tutti questi soldi che sono stati messi sulla sanità privata avrebbero dovuto essere messi sul territorio. La missione è tutelare la salute dei cittadini e il diritto alla salute non alla cura. Noi non ci possiamo permettere che muoia nemmeno una persona per niente, devono morire quelli che è giusto che muoiano, perché programmati per morire ad una certa età, ma non dobbiamo fare come è successo adesso che le persone morivano per niente, gli anziani. La salute non è soltanto cosa che ha che fare con ospedali, farmaci, è qualcosa che ha molto più a che fare col benessere. E quindi torniamo alla prevenzione.”