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26 settembre 2021

Cronache di una settimana difficile

Riassunto di una settimana di notizie poco rassicuranti:

- torneremo a lavorare in presenza per far ripartire l'economia dei bar e dei ristoranti attorno ai luoghi di lavoro (lo ha detto Brunetta, mica io).

- Draghi è l'uomo della necessità, non se ne può fare a meno mentre possiamo fare a meno di Parlamento (che vota una fiducia dopo l'altra ma non è un vulnus) e dei partiti

- trattare con la mafia non è reato (non sono le BR d'altronde), abbasso il forcaioli viva i garantisti (coi potenti). Basta una pillola blu e ci si dimentica tutti, dalle stragi di stato, alla sovranità limitata di un paese diktat di poteri altri dal parlamento.

- sta arrivando il boom, preparatevi: certo, sarà una crescita del PIL nelle mani di pochi senza lavoro stabile (il 90% dei nuovi contratti è precario dice Bankitalia). Nel nuovo patto per l'Italia probabilmente ci saranno solo gli imprenditori plaudenti e Draghi. Il salario minimo può aspettare.

- i voti per il referendum sulla cannabis legale raccolti tramite SPID (che non è come un click sui tweet di Salvini o Renzi) fa paura alle élite: ogni volta che in questo paese si rafforza qualche forma di partecipazione, diventa subito un problema da risolvere e neutralizzare. 

Marco Revelli oggi parla di nuova restaurazione, come ai tempi del Congresso di Vienna. Catastrofista? Il solito gufo?

Si attende un autunno abbastanza problematico per il governo su lavoro, ambiente, la spesa sul PNRR (sperando che si riesca a tenere le mafie fuori).

PS: oggi cercavo di prenotare per mio padre un intervento ambulatoriale. Niente da fare, primi posti disponibili a marzo 2022.

Altrimenti, ci diceva lo specialista che lo ha visitato (in una struttura privata convenzionata), potete fare l'intervento da privati, pagando. E le liste di attesa si accorciano.

E' questa la normalità a cui tutti auspicano?

Fanno bene i ragazzi a protestare per strada: questo è il paese che stiamo consegnando loro.

18 maggio 2021

Report – la Campania infelix, gli incontri di Mancini, lo smart working e i sindacalisti in aspettativa

Lavorare in smart working

C'è chi lavora da Lipari, di fronte al mare e al sole calante, grazie allo smart working e ad una connessione internet stabile. Si può lavorare anche da una crociera, come ha fatto Barbara che ha raccontato la sua esperienza a Report.

Non tutti possono permetterselo, però lo smart working potrebbe essere mantenuto anche alla fine della pandemia, servirebbe a ridare linfa ai borghi e a decongestionare le città.

Stefano Boeri immagina un futuro in cui ci sia un mix tra il lavoro in sede, nelle città e il lavoro nei borghi, a distanza.

Ci sono borghi che si stanno attrezzando, come Santa Fiora, che aiutano chi si trasferisce da loro: dal bosco verticale di Milano si passa al bosco reale di Santa Fiora.

Ma ci sono borghi dove la banda larga non esiste: l'Italia è al quartultimo posto in UE per l'accesso alla banda larga e così ci sono paesi che si costruiscono la fibra da soli, come a Cuneo nel paese di Belbo.

A Foggia a Candela hanno messo in piedi un progetto delle case ad un euro, in comodato. E così a Milano gli uffici si spopolano: come si controllano i dipendenti da remoto?

Ci sono aziende che non si fidano dei lavoratori e fanno uso dei pacchetti offerta per spiare i dipendenti e che arrivano a controllare perfino con GPS i dipendenti, usando servizi di agenzie private.

Il telecontrollo uscito dalla porta torna dalla finestra: ma un'azienda che non si fida dei dipendenti, non ha vita lunga, anche perché in alcuni casi l'agenzia di investigazioni private non ha rispettato le regole, andando a spiare la vita delle persone, per scovare i furbetti.

Gli incontri di Mancini

Dopo i servizi di Report con l'incontro di Mancini (dirigente DIS) col senatore Renzi, il governo ha emesso una direttiva per regolare gli incontri dei politici con esponenti dei servizi, che dovranno essere autorizzati.

Ancora non sappiamo il perché dell'incontro, ma secondo il senatore Larussa parlavano della permanenza di Conte al governo, nessun segreto da riferire.

Conte, intervistato da Walter Molino, ha spiegato di aver incontrato Mancini diverse volte, in occasioni ufficiali nelle sedi istituzionali.

Mancini ha riferito dell'incontro ai superiori? Il Copasir ha convocato Vecchione, ex direttore del Dis, per chiederne conto. Raffaele Volpi, presidente del Copasir, ha spiegato che esiste un obbligo di riservatezza per chi lavora nei servizi, dunque il contenuto dell'incontro all'autogrill non può essere rivelato e che non ci sono elementi per dire che dietro quel video ci siano attività di intelligence.

Ma dopo 24 ore dell'incontro al Copasir dove Vecchione aveva dichiarato che l'incontro del 23 dicembre aveva origine personale, Draghi mette al suo posto la dottoressa Belloni, e il Dis ha annunciato di aver aperto un'inchiesta su quanto accaduto.

Conte ha scelto di non confermare né di smentire quanto emerso dai servizi, la voglia di una promozione da parte di Mancini, la ricerca di una sponda in Renzi, forse, o in Conte.

Un altro problema nel mondo dei servizi è quello della poltrona di Volpi, presidente del Copasir: quel posto doveva andare a Fratelli d'Italia: sempre secondo Larussa Volpi non ha ceduto il posto dopo le nomine a sottosegretario. E' stato Salvini a volere che rimanesse al Copasir (e che dunque rimanesse uno della Lega)?

Anche Salvini ha incontrato Mancini, più volte e qualche volta anche in autogrill e in prossimità di Cervia. Oggi Salvini non si ricorda più di questi incontri, fuori dai luoghi istituzionali: si ricorda solo dell'incontro a San Vittore, dopo l'arresto per la rendition di Abu Omar.

Cosa sarebbe successo se anziché l'insegnante ci fosse stato un agente dei servizi, avrebbe potuto intercettare il colloquio tra due persone dello stato, che magari avrebbero potuto essere anche ricattati per quell'incontro.

Sorprende, commenta Ranucci, l'attivismo di Mancini, uomo del Sismi di Pollari, direttore dei servizi ai tempi del dossieraggio contro giornalisti e magistrati ostili al governo Berlusconi.

Terra infelix – i rifiuti campani

SRA è una società che tratta rifiuti della zona di Salerno: non tutti i rifiuti possono essere recuperati, alcuni devono finire in discarica con un costo non indifferente.

La società ha fatto un contratto con una società tunisina (Soreplast) che garantiva un prezzo basso per la gestione in discarica, ma dopo l'invio dei primi container è partita un'inchiesta in Tunisia che ha portato all'arresto del ministro dell'ambiente.

La Soreplast non poteva importare quel materiale, rifiuti domestici, con quella capacità scritta nel contratto con la SRA (120 mila tonnellate): il direttore della società oggi è latitante e il magazzino della società è sotto sequestro.

Aveva fatto un accordo per trattare i rifiuti a 48 euro (mentre in Italia il trattamento costa anche 150 euro), ma quasi sicuramente sarebbero finiti nelle discariche vicine al loro impianto, con un costo di soli cinque euro, con un bel guadagno.

Chi ha autorizzato questa spedizione e questo contratto di rifiuti? Secondo il servizio di Report la regione Campania ha chiesto un parere al console tunisino a Napoli, anche lui ora sotto indagine.

In Tunisia questo scandalo ha fatto rumore, ci sono manifestazioni della associazioni ambientalistiche, ci chiedono di riprenderci i nostri rifiuti, perché non ci sono aziende capaci di trattarli e non sono disposti ad accoglierli nelle discariche.

Secondo la SRA è colpa della regione o della Tunisia: ma la regione ha scelto di non rispondere a Report, dando la colpa alla società salernitana, e a chi ha falsificato gli atti che lei stessa ha avallato.

Arbitro dovrebbe essere il ministero dell'ambiente, focal point secondo la convenzione di Basilea: ma anche il direttore generale al ministero non prende posizione e da la colpa alla regione, i rifiuti dovranno tornare in Italia, ma non si capisce bene a costo di chi.

Pagherà la regione Campania o la SRA, questa montagna di rifiuti che stanno marcendo in un porto della Tunisia? La ditta salernitana non vuole pagare la fideiussione al governo di sei milioni, per il rientro.

Questo inghippo internazionale nasce dal fatto che in Campania mancano strutture per trattare i rifiuti e così succede che materiale lavorato in un impianto per rifiuti, finisca in un terreno nelle campagne del foggiano, “dimenticato” da un trasportatore.

E ora il padrone del campo che si è trovato queste balle di rifiuti dovranno pagare 150mila euro per mandarli in discarica: la polizia locale non ha strumenti per presidiare il territorio, sono solo due agenti al comune di Stornara, dove i rifiuti finiscono dalla provincia di Salerno in campi, in capannoni abbandonati.

Ad Afragola e Acerra nei terreni coltivati è stato steso del compost fuori specifica, prodotto dagli impianti di compostaggio che non poteva essere venduto ai contadini mentre andava smaltito in discarica a pagamento.

I carabinieri sono intervenuti a controllare questi campi quando è stato scoperto che il mais cresceva a macchia di leopardo: dove c'erano queste macchie sotto c'era una maggiore quantità di rifiuti, aghi per insulina, pezzi di vetro, ferro, plastica, pezzi di tappeti..

Questi sversamenti di rifiuti sono stati scoperti dai droni dei volontari delle associazioni ambientali di Acerra: le persone se ne erano accorte dalla puzza che arrivava dai campi, dopo che i camion scaricavano i cumuli di compost fuori specifica.

I volontari hanno fatto la denuncia, ma le cose sono andate avanti ancora, le indagini sono partite solo quando fu scoperto che il mais cresceva a macchia in un terreno dove qua e la sporgono ancora pezzi di plastica.

Il padrone del campo ha aggredito i volontari di Acerra, di fronte alle telecamere di Report: “chi vi ha detto che non è buono il terreno”, gridava ai volontari, ma il terreno è veramente inquinato dicono le analisi dell'Arpac.

Agli agricoltori questo compost fuori specifica viene regalato dalle ditte di smaltimento rifiuti, “per beneficenza”, come la Castaldo High Tech di Giugliano.

Nei documenti, mostrati da Report, risulta che l'azienda porta agli agricoltori del compost denominato “terra felix”, terra fertile, mentre invece si tratterebbe di compost fuori specifica, rifiuti che non possono essere considerati concimi e che potrebbero causare danni per la salute.

Tutto questo succede perché lo stato non controlla, fa finta di non vedere: secondo i volontari di Acerra, il compost “terra felix” non è fertile, le procure di Nola e di Napoli stanno indagando su queste aziende di compost.

Arpac ha interdetto 30 ettari di terreno nella terra dei fuochi, l'istituto superiore della sanità ha trovato una correlazione tra vivere in questi terreni, dove si fa combustione dei rifiuti e ammalarsi di malattie respiratorie, ma nonostante questo, in Campania continuano a proliferare discariche illegali, rifiuti industriali sversati sui terreni, dati alle fiamme.

A Trentola Ducenta l'associazione ha ripreso i roghi alle montagne di spazzatura: “chissà che estate ci aspetterà” si chiedono Biagio e Giovanni, due esponenti, memori dei roghi dell'estate 2020, perché la situazione è peggiorata quest'anno, in questa discarica illegale si trovano rifiuti pericolosi abbandonati lungo la strada per centinaia di metri.

A Villa Literno i comitati avevano trovato montagne di pneumatici che venivano portate lì sistematicamente per bruciarli: dopo le segnalazioni dei fuochi ci fu per la prima volta la rimozione dei rifiuti da parte del comune.

Quest'anno pneumatici non se ne vedono ma quel sito rimane un posto dove le persone scaricano ancora rifiuti con una sorpresa: una serie di carte di credito ancora valide o ancora da attivare di utenti del nord Italia. Bernardo Iovene ha contattato i carabinieri che faranno i loro accertamenti.

Ma dopo tre giorni dalla prima visita, a Villa Literno sono tornati i pneumatici: “questo è diventato un incenerimento ordinario a tutti gli effetti” e ogni rogo è diossina che si espande sulle case.

A Grazzanise Gennaro Parente segnala discariche illegali alle istituzioni: in uno di questi si trovano perfino delle bare. L'area doveva diventare un'isola ecologica, ma al momento si fa discarica abusiva per pneumatici, nonostante esistano impianti di riciclaggio in grado di smaltire tutti i copertoni. Perché chi compra o vende a nero, non può prendersi il contributo per smaltire le gomme.

Come mai le persone preferiscono buttare frigoriferi o pneumatici per le campagne anziché nelle discariche, come succede a Giugliano?

I diversi viceprefetti che si sono succeduti al ruolo di commissario per il contrasto ai roghi sono stati promossi, alla fine del loro mandato: che risultati hanno ottenuti?

Mancano gli impianti di trattamento – è la risposta dell'attuale commissario che però aggiunge che il numero dei roghi sono diminuiti.

I giornalisti di Fanpage hanno smascherato la cattiva gestione di SMA, per uno smaltimento illegale di fanghi: un'inchiesta in cui i giornalisti hanno coinvolto anche un vero camorrista che, a Report, spiega che i rifiuti sono oro per la Camorra.

In quei comuni della terra dei fuochi lo smaltimento dei rifiuti non si paga, caso unico in Italia: ma nonostante questo nelle isole per i rifiuti troviamo pochi frigoriferi, pochi penumatici.

Colpa della cultura del nero, colpa di una cattiva cultura delle persone, dei politici locali che non hanno voglia di inimicarsi chi fa il nero.

La trasparenza nella CISL

Assunzioni fittizie, distacchi sindacali per non pagare contributi e metterli a carico dell'Inps.

Alla richiesta di trasparenza, di informazioni per denunce fatte da sindacalisti stessi ai vertici, la giornalista di Report ottiene come risposta solo insulti, “siete beceri”.

Su queste storie sarà la Guardia di Finanza a stabilire se ci sono reati, da far giudicare poi a dei magistrati. Nell'attesa, come faranno a fidarsi del sindacato le migliaia di lavoratori, pensionati, italiani che si sono iscritti alla Cisl?

17 maggio 2021

Anteprima inchieste di Report – i rifiuti della Campania

Il servizio principale riguarderà le tonnellate di rifiuti esportati illegalmente dalla Campania e dalla terra dei fuochi, anche in Tunisia dove sono arrivati 282 container dal porto di Salerno. Un traffico che ha portato all'arresto del ministro dell'ambiente tunisino.

Un servizio sui sindacalisti in aspettativa, sullo smart working e infine la terza puntata sugli incontri in autogrill con l'agente dei servizi, da un Matteo all'altro.

Il traffico di rifiuti della Campania

Bernardo Iovene torna ad occuparsi della sua Campania e della malagestione dei rifiuti, compresi quei 282 container mandati in Tunisia e che ora rischiano di tornarci indietro. Uno scandalo che in Italia ha avuto una scarsa eco e che invece ha portato alle dimissioni del ministro tunisino dell'ambiente.

Iovene ha girato la regione, andando ad intervistare le associazioni sul territorio e le persone che controllano il territorio: persone come Giuseppe Parente a Grazzanise che col suo lavoro (che dovrebbe essere fatto dallo stato) monitorano la presenza di discariche abusive segnalate poi alle istituzioni.



Come quella scoperta in un'area confiscata: residui di materiali edilizi, resti di bare che qualcuno scarica lì.

A Trentola Ducenta l'associazione ha ripreso i roghi alle montagne di spazzatura: “chissà che estate ci aspetterà” si chiedono Biagio e Giovanni, due esponenti, memori dei roghi dell'estate 2020, perché la situazione è peggiorata quest'anno, in questa discarica illegale si trovano rifiuti pericolosi abbandonati lungo la strada per centinaia di metri.

A Villa Literno i comitati avevano trovato montagne di pneumatici che venivano portate lì sistematicamente per bruciarli: dopo le segnalazioni dei fuochi ci fu per la prima volta la rimozione dei rifiuti da parte del comune. Quest'anno pneumatici non se ne vedono ma quel sito rimane un posto dove le persone scaricano ancora rifiuti con una sorpresa: una serie di carte di credito ancora valide o ancora da attivare di utenti del nord Italia. Bernardo Iovene ha contattato i carabinieri che faranno i loro accertamenti.



Ma dopo tre giorni dalla prima visita, a Villa Literno sono tornati i pneumatici: “questo è diventato un incenerimento ordinario a tutti gli effetti.”

Ad Afragola e Acerra nei terreni coltivati è stato steso del compost fuori specifica, prodotto dagli impianti di compostaggio che non può essere venduto ai contadini e va smaltito in discarica a pagamento.

I carabinieri sono intervenuti a controllare questi campi quando è stato scoperto che il mais cresceva a macchia di leopardo: dove c'erano queste macchie sotto c'era una maggiore quantità di rifiuti. Aghi per insulina, pezzi di vetro, ferro, plastica, pezzi di tappeti...

Questi rifiuti sono stati posti sui campi e fresati assieme al terreno da cui ancora oggi spuntano qua e là pezzi di plastica: mentre Iovene faceva il servizio sul campo, assieme ad uno dei volontari di Acerra, è arrivato il proprietario, che era stato denunciato proprio da questi.

Di fronte alle telecamere stava alzando le mani su queste persone: le indagini della procura sono ancora in corso, ma le analisi sui terreni sono chiare.

I rifiuti campani sono finiti anche in Puglia, nelle campagne del tavoliere delle puglie, nel foggiano a Stornarella: sono rifiuti abbandonati nelle campagne che fanno danno all'agricoltura. Si tratta di materiale imballato, già lavorato in qualche impianto che, invece di smaltirlo come doveva, ha pensato bene di abbandonarlo risparmiando sui costi.

Sono balle di rifiuti che arrivano dalla zona del salernitano e abbandonate per queste strade di campagna nella notte, a volte dopo essere bruciate: oltre al danno ambientale c'è anche il costo della rimozione.

La scheda del servizio: Terra felix di Bernardo Iovene con la collaborazione di Greta Orsi e Roberto Persia

Dal porto di Salerno sono partiti 282 container di rifiuti, scarti da raccolta differenziata, destinazione Sousse, in Tunisia, ma le autorità tunisine li hanno definiti illegali. Sono state arrestate sette persone tra cui il ministro dell’Ambiente, funzionari della dogana e dell’agenzia nazionale dei rifiuti, sono indagate altre 11 persone tra le quali il console della Tunisia a Napoli. Un affare che ha destato uno scandalo nazionale nel paese nordafricano. Nella vicenda è coinvolta un’azienda del salernitano che scarica tutte le responsabilità sulla Regione Campania. Report ha intercettato la stessa tipologia di rifiuti nelle campagne del foggiano e seguito con mesi di riprese insieme ai volontari di Acerra lo spargimento di finto compost sui campi della terra dei fuochi. Infine le telecamere di Report sono tornate nei luoghi dove puntualmente bruciano rifiuti ingombranti o speciali: secondo uno studio dell'Istituto superiore di sanità ci sarebbe una correlazione tra salute e inquinamento nella terra dei fuochi.

L'aspettativa sindacale

Claudia di Pasquale lo scorso anno aveva fatto un servizio sui dirigenti della CISL e sulla poca trasparenza del sindacato: un servizio che era stato poco gradito ricevendo perfino l'accusa di voler mettere in discussione il ruolo dei sindacati.

Questa sera si occuperà della legge che tutela l'aspettativa sindacale, riportando alcuni casi di abusi, sindacalisti assunti in modo fittizio da imprese da cui ricevevano uno stipendio senza svolgere alcuna attività.

Come l'ex responsabile delle vertenze Cisl di Milano, di cui se ne parla nell'anteprima: si chiamava Carlo Russo, prima di morire ha consegnato le sue buste paga ad un suo collega fidato perché facesse chiarezza, Pippo Foti ex segretario della Fisascat Lombardia.

“Mi aveva confidato che la Cisl di Milano non aveva le risorse per pagare l'intera retribuzione per cui gli propose l'assunzione presso una società che avrebbe pagato una parte della sua retribuzione.”

Il sindacato così avrebbe risparmiato sugli stipendi e sui contributi: il sindacato avrebbe pagato solo 1200 euro, i restanti 700 sarebbero arrivati da un giro di 4 imprese di pulizie per alberghi con nomi diversi.

Questa persona ogni due anni si trovava così con un nuovo datore di lavoro con cui però non lavorava mai, perché lui lavorava a tempo pieno per l'ufficio legale della CISL.

La giornalista ha cercato di contattare queste società: la prima aveva sede presso un business center a Milano ma è stata messa in liquidazione nel 2016, da una signora dell'Ecuador con domicilio in una associazione che si occupa di persone disagiate, persone prese dalla strada. Forse una testa di legno, un nome da mettere su un foglio per far vedere che la liquidazione della società era avvenuta in regola.

Una seconda società aveva sede in una palazzina a Roma, anch'essa liquidata da una equadoregna. Una terza società, da cui Carlo Russo era stato assunto, aveva sede presso un ufficio che veniva usato per la corrispondenza e che è poi stato chiuso per morosità.

“Ad un certo punto Carlo era anche perplesso da questa situazione” confida l'amico alla giornalista che non è riuscita ad avere un'intervista dall'allora segretario organizzativo della sede Cisl di Milano, Gilberto Mangone, mentre il segretario generale di Milano che si è trincerato dietro un “non ero io che me ne interessavo e non ho nulla da dire”

La scheda del servizio: L'aspettativa di Claudia Di Pasquale con la collaborazione di Federico Marconi e Giulia Sabella

L'aspettativa sindacale non retribuita è prevista e tutelata dall'articolo 31 dello Statuto dei lavoratori. È un importante diritto, che consente ai lavoratori chiamati a ricoprire un incarico sindacale di svolgere in piena autonomia e libertà il proprio mandato. Il decreto legislativo 564 del 1996, varato quando il ministro del Lavoro era Tiziano Treu, ha però specificato che l'aspettativa sindacale non retribuita può essere riconosciuta solo dopo "un periodo non inferiore a sei mesi". Significa che il lavoratore può essere distaccato dopo almeno sei mesi di lavoro effettivo. L'Inps ha anche specificato che "la contribuzione figurativa non è riconosciuta a chi, non essendo dipendente dell'azienda al momento dell'incarico sindacale, è stato assunto successivamente, nel corso dello svolgimento del mandato o incarico per il quale è fatta richiesta". Lo scopo è anche quello di evitare assunzioni fittizie, finalizzate solo a ottenere l'aspettativa sindacale non retribuita. In questo caso, infatti, i contributi previdenziali sono figurativi, cioè vengono accreditati dall'Inps che poi liquiderà la pensione. Ma l'obbligo dei sei mesi di lavoro viene sempre rispettato?

Lavorare in smart working

Lo smart working è un'opportunità per fermare il consumo di cemento nelle grandi città, per ripopolare le cittadine della provincia, un'opportunità per i borghi turistici (è sufficiente una connessione di rete) e la possibilità per i pendolari di riconquistarsi quelle ore di tempo spese sui treni regionali (che non verranno potenziati nemmeno dal PNRR che potrebbe diventare un'occasione mancata).

La scheda del servizio: Smart working in progress di Max Brod con la collaborazione di Greta Orsi immagini di Matteo Delbò e Chiara D'Ambros

Con la pandemia tutto il mondo, Italia compresa, ha iniziato a sperimentare lo smart working. Da una parte ci sono i datori di lavoro che ci credevano ancor prima del Covid, dall'altra c'è chi, per paura dei cosiddetti "furbetti", non si fida a lasciare i lavoratori a casa. È così che cresce la richiesta, per gli investigatori privati, di spiare i dipendenti. Non tutti però sono così diffidenti. Ci sono aziende che vedono aumentare la produttività grazie allo smart working e molti dipendenti hanno iniziato a scegliere le location più disparate per la loro postazione di lavoro: addirittura le navi da crociera. Migliaia di piccoli borghi in via di spopolamento, poi, sognano di rinascere grazie al lavoro agile. Sempre che arrivi anche qui l'elemento fondamentale per lavorare da remoto: l'internet veloce.

Quelli che si incontrano agli autogrill

Non ci sono solo gli incontri “anomali” del Matteo rottamatore col dirigente del DIS (la struttura che coordina l'attività dei servizi interni ed esterni), incontri che hanno suscitato la reazione scomposta di Renzi e dei suoi fedelissimi, culminata con l'esposto alla magistratura e dell'interrogazione parlamentare del deputato Nobili, basata su un dossier patacca che Report aveva intercettato per tempo.

Anche l'altro Matteo (Salvini) si è incontrato in sedi non ufficiali con Marco Mancini. Questo è quanto risulta a Report che ha posto la stessa domanda di Renzi a Salvini che, al giornalista ha risposto prima di non ricordare e poi ha escluso ogni incontro in sedi che non fossero “istituzionali”.

Ne fa una anticipazione Il Fatto Quotidiano con un articolo di Alessandro Mantovani:

Insomma, potrebbe esserselo dimenticato. Una cosa è certa, la frequentazione tra i due ha radici antiche: “Mancini – racconta Salvini – l’ho incontrato ripetutamente, lo andai a visitare per la prima volta in carcere a San Vittore quando fu arrestato ed ero consigliere comunale”. Fu arrestato due volte a giugno e a dicembre del 2006, quando Salvini era consigliere a Milano, prima per il sequestro di Abu Omar e poi per lo spionaggio alla Telecom. Il suo vecchio amico Giuliano Tavaroli, che era alla Telecom, alla fine patteggiò, mentre Mancini ne uscì prosciolto, come per il rapimento dell’imam da parte della Cia, anche perché i governi confermarono il segreto di Stato sulle attività del Sismi di Nicolò Pollari di cui faceva parte, con ruoli di crescente rilievo fino all’incarico di capodivisione operazioni.

Chissà se il Copasir chiederà un'audizione anche per Salvini, dopo quella di Renzi, dopo aver chiesto al Dis un’indagine interna su Mancini, anche sulla base delle rivelazioni dell’ex emissaria del cardinale Angelo Becciu, Cecilia Marogna (di cui si era occupato un servizio di Report ad aprile)”.

La direttiva del presidente Draghi impone che d'ora in avanti gli incontri tra politici e agenti dei servizi debbano essere autorizzati dai vertici dei servizi, poche ore prima della direttiva – racconta l'anticipazione del servizio – Salvini era intervenuto per difendere Renzi: “incontrare esponenti dei servizi di sicurezza è normale, io ne ho incontrati a decine”.

Ma Salvini difende Renzi perché anche lui in questi anni ha incontrato Mancini più volte, lo rivela una fonte a Report, incontri avvenuti anche in autogrill e in prossimità di Cervia, quando Salvini si recava al Papeete.

Su Repubblica di ieri Carlo Bonini ha lasciato intendere che l'incontro tra Renzi e Mancini fosse auspicato dal procuratore Gratteri, grande amico di Renzi (così dice il giornalista di Repubblica) e anche di Mancini, con un'allusione molto pesante nell'articolo, perché si fa intendere che questo rapporto sia nato quando Mancini e Pollari aiutavano Gratteri a trovare “asseriti” arsenali di ndrangheta.



Gratteri ha smentito su tutta la linea e spero che voglia ribattere a questa accusa a mio avviso molto velenosa.

La scheda del servizio: Gli autogrill segreti di Walter Molino con la collaborazione di Federico Marconi

È possibile per un politico incontrare un agente dei servizi segreti in occasioni non istituzionali? Dopo la rivelazione di Report sul colloquio tra il senatore Matteo Renzi e il capocentro del Dis Marco Mancini all'autogrill di Fiano Romano, il governo Draghi ha diramato una nuova direttiva per regolamentare i rapporti tra politici e 007. Ma prima di questa direttiva, erano veramente possibili questo tipo di incontri? Attraverso interviste esclusive, tra cui quella al presidente del Copasir Raffaele Volpi, Report ricostruisce le ripercussioni successive al rendez vous tra Renzi e lo 007, che si intrecciano con quelle sul controllo parlamentare sui servizi di sicurezza.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

10 maggio 2021

Anteprima inchieste di Report – il grande fratello cinese, smart working e babbi

In che modo sta avvenendo la supremazia cinese nel mondo e anche in Italia. Poi un servizio su come lo smart working potrebbe cambiare in meglio il mondo del lavoro, infine un aggiornamento sull'incontro tra Renzi e un dirigente dei servizi di cui si era occupata Report la scorsa settimana.

Il prezzo dell'egemonia cinese

In che modo la Cina intende diventare potenza egemone entro il 2035, prendendo il posto di America e Russia? Spionaggio di massa, infiltrazione negli organismi sovranazionali, creazione di lobby per avvicinare politici stranieri e utilizzo dei social. Sta avvenendo anche in Italia: “gli occhi del dragone si sono allungati anche verso il nostro paese e con il covid si sono allungati ancora di più” racconta Sigfrido Ranucci nell'anteprima, che parte con quelle telecamere di sorveglianza che ci osservano tutti i giorni.

Per la nostra sicurezza: sono le telecamere di fronte agli edifici pubblici, ad obiettivi sensibili per la sicurezza del nostro paese (di fronte alla del terrorismo), nelle stazioni dei treno e della metropolitana.

Col covid ci siamo abituati a passare diversi controlli biometrici dove telecamere intelligenti ci dicono se abbiamo la febbre o meno, se la mascherina è ben indossata, se abbiamo un cappello che copre troppo la fronte, un grande aiuto per prevenire l'infezione del virus.

Ma, come racconta nel servizio Giulio Valesini, il mercato della videosorveglianza è in mano a poche aziende: i nostri dati dove finiscono, potrebbero essere usati contro di noi?

“Bisogna tener conto del bilanciamento tra salute pubblica e la privacy” commenta un esperto di privacy e sicurezza intervistato dal giornalista che gli chiede se si sente sicuro da questo monitoraggio per il covid: “ assolutamente no, sono aumentate molto le telecamere e aumenteranno ancora.. ”

I più grandi player del mercato sono multinazionali cinesi: l'ordinamento giuridico cinese contempla quattro norme fondamentali che obbligano qualsia cittadino cinese a qualunque latitudine a fornire qualsivoglia genere di informazioni allo Stato, pena il carcere. Se la vogliamo dire in maniera più brutale, potenzialmente ogni cittadino cinese è una spia.

Sia sotto Trump che sotto Biden, gli Stati Uniti hanno messo al bando Hikvision (multinazionale cinese che lavora nel settore del bio-riconoscimento facciale), perché implicata in violazione dei diritti umani ma anche per ragioni di sicurezza nazionale: siti governativi o obiettivi sensibili sono ora preclusi a questa azienda.


In Italia la sorveglianza della Rai è affidata alle telecamere proprio della Hikvision (il cui controllo societario è in mano allo stato cinese): Report ha deciso di fare un esperimento con un consulente esperto un cybersecurity che è stato consulente di diverse procure.

Assieme al consulente Giulio Valesini è entrato nel sistema di videosorveglianza per capire cosa accade ai dati catturati dalle telecamere: analizzando il traffico dati dei server il consulente tracciava dei collegamenti con server cinesi.


Sotto l'amministrazione di Xi Jin Ping la Cina si è trasformata in un paese che fa della raccolta dati per l'intelligence un assett nazionale, mettendo assieme il settore industriale civile con quello industriale : Giulio Valesini racconterà la storia di una startup di Shenzhen, la Zhenhua, finita al centro di uno scandalo internazionale. Questa azienda aveva raccolto i dati su decine di migliaia di soggetti politicamente esposti in tutto il mondo, usando database specializzati come Dow Jones arricchiti con dettagli riservati e profili psicologici: tra gli italiani nella lista Matteo Renzi, Enrico Letta, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni.

E poi dirigenti delle autorità portuali, boss della malavita, industriali e loro familiari.

Qualcosa però è sfuggito di mano ed è stato analizzato da una società di cyber security australiana Internet-2.0: il CEO Robert Potter spiega al giornalista come una parte significativa dei dati tecnologici riguardava il personale militare e le navi militari, che le persone nel database raccolto venivano classificate in base a profili psicologici, categorizzati in base a cinque tipi di profilo, per esempio quanto sono disponibili, quali sono le loro vulnerabilità o come quella data persona ha ereditato una certa ideologia.

Zhenhua non può aver agito in modo indipendente dal partito comunista cinese e il governo, i loro partner avevano legami significativi col governo cinese anche perché, spiega ancora il CEO di Internet 2.0, “se in Cina qualcuno si mettese a raccogliere questi dati senza il permesso del governo finirebbe probabilmente in prigione. E la CCT Tech è fortemente coinvolta nella provincia dello Xinjiang e sviluppa molta tecnologia di riconoscimento facciale che viene poi utilizzata in quelle province”.

Utilizzata contro la minoranza degli uiguri, discriminata e sotto posta a violazione dei diritti da parte del governo di Pechino.

La scoperta di questo database potrebbe essere un avvertimento, sostiene Francesco Sisci, sinologo che lavora a Pechino: attenzione, ci stanno dicendo dalla Cina, sappiamo tante cose di voi.

Nella regione dello Xinjiang il governo cinese ha costruito diversi edifici che, visti dal satellite, hanno un aspetto simile a dei campi di concentramento: torri di avvistamento, muri attorno: secondo le autorità sarebbero istituti tecnici, ma una fuga di comunicazioni interne tra i quadri del regime ha svelato al mondo il manuale operativo per la gestione di questi campi di detenzione e il sistema di sorveglianza di massa della regione. Lo scoop è della ICIJ e rivela come i così detti centri di formazione in questa regione siano in realtà campi dove fanno il lavaggio del cervello politico:

le porte dei dormitori devono essere chiuse a doppia mandata” .. “controllare l'attività degli studenti per prevenire la fuga degli studenti durante le lezioni ” .. “risolvere i problemi ideologici e le emozioni normali degli studenti in ogni momento ” questo è scritto nei manuali operativi, frasi che hanno ben poco a vedere con l'istruzione.

Da anni il governo cinese accusa la minoranza musulmana di attentati e il programma nei centri di detenzione sarebbe il tentativo di stroncare la minaccia: “una bugia” – secondo Dolkun Isa presidente del congresso mondiale degli Uiguro - “il governo cinese sta cercando di nascondere la realtà e usano la scusa del terrorismo per la repressione degli Uiguri, il mio nome è il numero tre nella lista dei terroristi ma nella mia vita non ho mai visto una pistola vera, non ho mai visto una vera bomba, la mia bomba è solo questa penna, quella che uso per scrivere.”

Il programma di repressione nello Xinjiang ruota attorno ad un programma di riconoscimento facciale, la raccolta di dati biometrici, persino vocali che rende possibili perfino arresti preventivi come nel film Minority Report: milioni di telecamere disseminate nella regione e l'intelligenza artificiale che analizza i dati e stabilisce se sei arrabbiato, pericoloso e a quale etnia appartieni.

Cosa ne pensano di tutto questo alla Hikvsion Italia? “Noi produciamo apparati, è come se si accusasse un produttore di armi di omicidio ”

La scheda del servizio: L'OCCHIO DEL DRAGONE di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella con la collaborazione di Norma Ferrara ed Eleonora Zocca

Con la pandemia ci siamo abituati a passare numerosi controlli biometrici: le telecamere intelligenti rilevano se abbiamo la febbre, se portiamo bene la mascherina, se abbiamo un cappello che copre troppo la fronte, se siamo in gruppo o da soli davanti all’obiettivo. Si tratta di un grande aiuto a prevenire la diffusione del virus ma il mercato della videosorveglianza è in mano a poche aziende e i più grandi player del mercato sono multinazionali cinesi. Chi c'è dietro queste aziende? Dove finiscono i nostri dati? Potrebbero essere usati contro di noi? Dopo Trump e Biden una nuova guerra fredda sembra stagliarsi all'orizzonte e proprio i dati saranno il terreno di battaglia.

Intanto l'ombra di deportazioni e lavoro forzato tinge di rosso le piantagioni di cotone dello Xinjiang nell'ovest della Cina, dove decine di migliaia di uiguri, una minoranza turcofona musulmana, sono costretti da Pechino a estenuanti campagne di raccolta a mano lontano dai loro villaggi. Il Partito Comunista Cinese vuole cancellare le radici culturali delle minoranze e combattere l'estremismo e lo ha fatto imprigionando da uno a tre milioni di uiguri in campi di rieducazione che il governo definisce centri di formazione professionale. Una volta rieducati molti di questi uiguri sono spediti nelle grandi fabbriche della Cina orientale, a lavorare per i fornitori di multinazionali occidentali. Anche noi abbiamo provato a creare la nostra società di import export e ci siamo infilati nel business del cotone. Scoprendo quanto è facile camuffarne l'origine.

Un mondo del lavoro smart

Lo smart working è un'opportunità per fermare il consumo di cemento nelle grandi città, per ripopolare le cittadine della provincia, un'opportunità per i borghi turistici (è sufficiente una connessione di rete) e la possibilità per i pendolari di riconquistarsi quelle ore di tempo spese sui treni regionali (che non verranno potenziati nemmeno dal PNRR che potrebbe diventare un'occasione mancata).

La scheda del servizio: SMART WORK IN PROGRESS di Max Brod con la collaborazione di Greta Orsi

Con la pandemia tutto il mondo, Italia compresa, ha iniziato a sperimentare lo smart working. Da una parte ci sono i datori di lavoro che ci credevano ancor prima del Covid, dall'altra c'è chi, per paura dei cosiddetti "furbetti", non si fida a lasciare i lavoratori a casa. È così che cresce la richiesta, per gli investigatori privati, di spiare i dipendenti. Non tutti però sono così diffidenti. Ci sono aziende che vedono aumentare la produttività grazie allo smart working e molti dipendenti hanno iniziato a scegliere le location più disparate per la loro postazione di lavoro: addirittura le navi da crociera. Migliaia di piccoli borghi in via di spopolamento, poi, sognano di rinascere grazie al lavoro agile. Sempre che arrivi anche qui l'elemento fondamentale per lavorare da remoto: l'internet veloce.

Erano solo babbi natale..

In Italia l'informazione non è al servizio del cittadino, affinché sia informato di quanto accade nel paese e allo stesso modo non è la politica che deve essere trasparente e al servizio del paese.

No, in Italia è Report che deve spiegare come e perché è venuta in possesso del video in cui un'insegnante ha ripreso per 20 secondi l'ex presidente del consiglio Renzi assieme a Marco Mancini, dirigente del DIS (l'ente che coordina l'attività dell'Aisi e dell'Aise).

Non solo, l'atteggiamento dei partiti, con poche eccezioni, dimostra ancora una volta quale sia la loro considerazione dell'informazione: a servizio del potete, quale esso sia.

In ogni caso, questa sera i giornalisti di Report intervisteranno la signora, che darà la sua versione dei fatti. Perché dell'altra parte, siamo ancora alla storiella dei babbi di cioccolato.

Cari politici, dovete abituarvi a spiegare, a rendere conto, che siano incontri all'autogrill o voli in Arabia Saudita, tanto per parlar chiaro.

Perché questo atteggiamento, “chissà chi ha pagato Report per quel servizio” vi rende tanti simili ai grillini, quegli odiati populisti.

La scheda del servizio: Com’è andata a finire? BABBI E SPIE

Il Copasir, l’organismo bicamerale che esercita il controllo parlamentare sull'operato dei servizi segreti italiani, dopo la messa in onda di foto e video che mostravano l’incontro tra il leader di Italia Viva Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini, oggi dirigente del Dipartimento informazioni e sicurezza (Dis), ha deciso di approfondire. Ha convocato lo stesso direttore del Dis Gennaro Vecchione, riservandosi di procedere a ulteriori verifiche e alle audizioni degli stessi Renzi e Mancini. Report tornerà sulla vicenda con informazioni esclusive.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 settembre 2020

Il gioco dell'opposizione

 E' un gioco facile quello dell'opposizione a questo governo "strano": qualunque cosa succeda vince sempre, come il banco nelle sale da gioco.

Non scoppiano le infezioni nelle scuole? Ecco, ti dicono, il virus non esiste.

Una classe viene messa in quarantena? Ecco, avete visto, governo di incapaci.

Chiaro, non stiamo parlando del miglior governo possibile, Azzolina non è la Montessori come Conte non passerà alla storia come grande statista.

Ma i problemi sui mezzi di trasporto sono da imputare alle regioni (e qui in Lombardia si viaggia a pieno carico).

I vuoti nelle cattedre, specie negli insegnanti di sostegno, sono un problema che ci trasciniamo da anni: l'anno scorso abbiamo investito 11 ml sugli insegnanti di sostegno, meno delle multe che paghiamo per i risarcimenti alle famiglie.

Questa opposizione è brava a portare il discorso solo su quello che interessa: le sterili polemiche sui banchi, sulle assunzioni non fatte (vi ricordate le polemiche dei mesi passati quando la ministra voleva fare il concorso mentre il PD voleva assumere i precari?) e quando non ci sono fatti da usare se li inventa, come la foto pubblicato dal presidente Toti coi bambini in ginocchio nella scuola di Genova.

E i temi relativi allo smart working, al riscaldamento climatico, all'aria delle nostre città, a come cambiare la sanità pubblica?

Tutto in secondo piano: nel fine settimana comincerà il campionato e il prossimo assillo per il governo sarà aprire gli stadi.

Dopo aver chiuso lo smart working (ps: e la banda larga per tutti?) perché mica possiamo lasciare le Torri di Milano vuote.. 

08 settembre 2020

Le inchieste di Presadiretta: lavorare meno e lavorare tutti

Lavorare meno, meglio e tutti. Guadagnando anche di più e vivendo meglio: non è un'utopia ma è una ricetta che potrebbe farci uscire dalla crisi, perché è stata già applicata in Italia e in Europa.

Durante il lockdown 4 milioni di italiani hanno imparato a lavorare a casa, con i loro strumenti, assieme a tutta la famiglia: un doppio lavoro per le donne italiane.

Il servizio di Presa diretta di ieri sera è partito raccontando le loro storie: cercare di lavorare, aiutando i figli coi compiti, essere alle prese con la connessione internet che a volte non c'è.

Paola, una redattrice, ha dovuto lavorare da casa con un figlio con problemi, senza più nessun supporto da un giorno all'altro.

A volte il computer per lavorare era conteso coi figli che dovevano seguire le lezioni online e così, per recuperare, si lavorava anche sabato e domenica.

Questo tipo di lavoro domiciliare non ha nulla a che fare con lo smart working: le persone devono avere l'autonomia di scegliere, il dipendente deve essere responsabilizzato e i capi devono cambiare filosofia, in come gestiscono attività, progetti e lavori.

Lo smart working è legge dal 2017: la giornalista di Presadiretta ha riportato degli abusi, come persone che erano costrette a mandare report delle attività quotidiane più volte, obbligo di timbratura elettronica, pena la perdita di ore di permesso.

Nessun controllo dell'orario, su cui non è previsto alcun straordinario il che significa che molte persone hanno perso dei soldi.

Ci sono storture, ma nello smart working c'è anche l'idea che nella produttività non c'è necessariamente il dover timbrare il cartellino.

In Italia in media lavoriamo di più degli altri ma con minore produttività (qualunque cosa significhi): ma ci sono delle eccezioni, come le aziende della motor valley emiliana.

A partire dalla Ducati: dal 2014 è stato introdotto un sistema di turni su 30 ore, a parità di salario, dopo un referendum votato dai dipendenti.

Ducati ha preso come riferimento il modello di gestione tedesco, essendo stati comprati dalla Audi: grazie alle turnazioni le persone hanno maggior tempo per sé stessi, aumentando occupazione e produttività.

Alla Lamborghini, gruppo Volkswagen, lavorano 35 ore a settimana: la riduzione di ore è stata accompagnata con investimenti sulla produzione, in modo che si lavorasse meglio, con minor sforzi delle persone. Non solo, l'azienda investe anche sull'autoformazione, riconoscendo un premio a chi completa il ciclo di studi.

Alla Lamborghini si premia il metalmeccanico che si laurea in filosofia. E poi permessi aggiuntivi per motivi familiari, visite mediche retribuite, visite per il veterinario.

Se crediamo nell'innovazione tecnologica, dobbiamo anche credere nell'innovazione sociale – conclude l'intervista il responsabile del personale Umberto Tossini.

Alla G.D. le lavoratrici godono di una flessibilità massima in ingresso e in uscita, consentendo loro di fare commissioni all'inizio, o anche visite, che si recuperano a fine giornata.

L'idea che il padrone, il capo, debba controllare il lavoratore è qualcosa del passato: le aziende che implementano questo sistema di cogestione delle imprese si salveranno meglio dalla crisi, spiega un sindacalista a Teresa Paoli, perché è un modello sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale.

L'idea di lavorare meno circola in Europa: l'hanno proposta in Germania, in Finlandia e anche nella regione della Valencia in Spagna.

In Neo Zelanda la Prima Ministra ha proposto alle sue imprese la settimana da 4 giorni: questa flessibilità consentirà loro di poter viaggiare di più.

E' un momento eccezionale e dovremmo essere capaci di prendere delle decisioni eccezionali, racconta a Presadiretta: alla Perpetual Guardian hanno preso alla lettera la proposta.

I 250 dipendenti lavorano già 4 giorni a settimana, a stipendio pieno. Il CEO si chiama Andrew Barnes ed è il fondatore del movimento “4 Day Week Global”: “i dipendenti scelgono come lavorare, alcuni si prendono un giorno libero, altri due mezze giornate, altri arriveranno in ritardo cinque giorni alla settimana, o torneranno a casa presto. Ciò che conta è che cosa li fa lavorare meglio.”

E' calato lo stress, le persone ammettono di lavorare meglio se lavorano su 4 giorni e non su 5, si riduce il divario di genere tra genitori (che ora hanno più tempo per i figli): “stiamo dando alle persone qualcosa che non possono comprare, il tempo”.

Questo modello può essere adottato da tante aziende anche dopo la crisi per il Covid: la storia di Andrew Barnes è stata pubblicata in diversi paesi e si sta sperimentando ovunque, per esempio da Microsoft in Giappone, il paese dove il culto del lavoro è altissimo.

Anche in Italia c'è chi crede alla settimana da 4 giorni, sono i selezionatori di manager di alrto livello della Carter & Person, a Milano.

Col Covid abbiamo verificato l'aumento della produttività – spiega il CEO dell'azienda: se rispetti l'autonomia della persona, questa lavora meglio, perché quello che conta non sono le ore in cui lavoro, ma la qualità con cui lo fai.

Primo ospite in studio, il ricercatore e scrittore Giorgio Maran: in Italia si lavora di più ma con minore produttività, perché abbiamo pensato che servisse lavorare di più per colmare il gap con altri paesi.

I critici a questo modello sostengono che occorre prima aumentare la competitività: ma questa dipende da come facciamo le cose, non da quante ore lavoriamo, spendiamo meno di altri paesi in ricerca e sviluppo, perché abbiamo imprese piccole che non innovano, perché abbiamo aziende in settori decotti.

Se si lavorasse di meno, se ad un certo punto non si sfruttasse più il lavoro (con riduzione di stipendi e diritti), ecco che si inizierebbe ad innovare.

C'è una ipocrisia nel lavoro: chi ce l'ha lavora molte più ore di prima con maggior stress, mentre ci sono poi persone senza lavoro o con part time imposto.

Se si riduce l'orario, a pari salario, si riducono le disuguaglianze perché si spostano risorse verso chi lavora.

Eppure Confindustria (e anche molti giornalisti e esperti) non ne vuol sentir parlare: Presa diretta ha intervistato il presidente della federazione del Piemonte.

Prima si deve creare crescita, creare opportunità e poi se ne parla: ma cosa dovrebbero fare le imprese? Il governo dovrebbe dare soldi alle imprese per fare investimenti, per ammodernarle.

I salari per essere aumentati si deve ridurre il cuneo fiscale, continua Confindustria, che non è nemmeno d'accordo col blocco dei licenziamenti.

Riassumendo: lo stato dia soldi alle imprese, non le costringa a tenersi personale che non vogliono, consenta la spremitura a freddo del personale, poi vediamo.

In studio, a rispondere a questa visione, il segretario della CGIL Landini: rimodulare l'orario di lavoro è una proposta seria proprio con questa crisi, serve investire nella formazione delle persone, nell'innovazione dei prodotti.

Si può lavorare con meno ore, su turni spalmati su tutto il giorno, come alla Ducati.

Ma ci sono anche persone che vorrebbero lavorare di più e invece sono costrette al part time, con un salario inferiore.

Come si creano i posti di lavoro? Creando nuovi prodotti, puntando sulle nuove tecnologie, sulla formazione permanente.

Landini ha ricordato che gli esempi positivi citati dalla trasmissione siano frutto dalla contrattazione fatta coi sindacati.

Ci sono ancora problemi, nel rapporto con Confindustria: verrà firmato il contratto per la sanità privata, dopo 12 anni, ma rimane da firmare quello dell'alimentare e molti altri.

Sul legame salari-produttività: in Italia i salari sono inferiori se confrontati a quelli di altri paesi europei – ha spiegato Landini. In Italia stiamo facendo l'auto elettrica adesso, ricordando che in Italia abbiamo bassa produttiva e alta precarietà, dove si sono messi lavoratori contro lavoratori, con le catene dei subappalti e gare al massimo ribasso.

Dobbiamo ricostruire il mondo del lavoro, del welfare, degli ammortizzatori sociali, rifare una politica fiscale. Le aziende devono iniziare ad investire nel lavoro e nelle persone, superando la precarietà nel mondo del lavoro.

Il lavoro smart

Piero Angela aveva preconizzato il lavoro smart nel 1995: si chiamava telelavoro, lavoro a distanza.

Oggi, 25 anni dopo, con tutti i passi fatti dalla tecnologia, l'esempio di Angela, con i video pixellati, è preistoria.

A Fastweb lo smart working lo facevano già prima del lockdown: l'azienda non è più il luogo di lavoro, ma l'insieme delle relazioni tra le persone, racconta l'AD dell'azienda.

“E' proprio cambiata l'idea di azienda, siamo passati da una leadership gerarchica e verticale ad una leadership digitale e orizzontale”.

Questo è un modello apprezzato anche dai dipendenti, quelli intervistati, per la libertà che concede, perché consente un miglior bilanciamento tra la propria vita privata e il lavoro, poter stare più tempo coi figli.

Non si tornerà più indietro: uno studio del Politecnico di Milano mette nero su bianco l'aumento della produttività (questa parola torna più volte nel servizio) e lo dice anche una indagine della società Variazioni SRL, su 10mila lavoratori smart nel settore privato.

Ma ci sono anche elementi critici: la separazione tra vita privata e vita lavorativa, il non riuscire ad alzarsi dalla sedia, il dover lavorare nello stesso spazio coi figli.

Alla Engie EPS, dove producono le colonnine per la ricarica delle auto elettriche, si sono date delle regole: basta mail e basta lavoro dopo le 20, tanta pianificazione, possibilità di staccare dal lavoro se ci sono problemi familiari.

E poi un'ora di fitness, con benefici in salario se un dipendente partecipa alle iniziative legate alla salute.

“Il mondo non sarà più come prima”: il family working rimarrà alla Engie EPS per sempre, rassicura l'Amministratore dell'azienda.

Dopo Landini, Marco Bentivogli, ex segretario metalmeccanici CISL: ha scritto un libro dedicato al lavoro e anche allo smart working, essendone un grande fautore.

Si deve sgretolare il vincolo delle otto ore – racconta il sindacalista: il lavoratore deve conquistare le ore della sua vita: nel futuro sempre più lavori saranno remotizzabili, in Cina una miniera viene gestita in remoto da dipendenti grazie al 5G.

Bentivogli ha risposto a Sala, secondo cui lo smart working ha reso Milano una città fantasma: ma non è normale che un lavoratore di Saronno si sposti per chilometri per lavorare a Milano, non aiuta la persona e non aiuta Milano e la qualità della sua aria.

Le città si devono svuotare dal lavoro che si deve spostare nelle periferie, in HUB dove ritorna la socialità tra persone: la mobilità per andare al lavoro è uno spreco, è un costo non accettabile.

Lo smart working nel pubblico.

In Toscana il 95% dei dipendenti era a casa: negli uffici era presente solo il 5%, i tecnici che hanno gestito la parte tecnologica consentendo ai colleghi di fare riunioni e incontri virtuali.

Le persone e gli uffici hanno fatto un salto tecnologico di anni: c'è ancora da colmare il gap per le persone anziane, poco informatizzare, ma il pubblico ha lavorato, la macchina della regione non si è fermata.

Tenendo le persone a casa si inquina di meno, si rende l'aria delle città più pulita, si alleggerisce il traffico – citando uno studio dell'Enea. Perché allora nel pubblico non si punta decisamente su questa tipologia di lavoro?

IL governo ha messo in pista il POLA, il piano per il lavoro agile, di cui ne ha parlato il ministro Dadone: non tutti i lavoro possono essere fatti da remoto, c'è un divario territoriale nel pubblico (alcuni comuni sono poco digitalizzati), non tutti i servizi sono accessibili tramite SPID.

C'è ancora del lavoro da fare – ha ammesso la ministra: si deve colmare la formazione dei singoli lavoratori, si deve investire nella banda larga. Il personale deve essere formato per essere agile e flessibile, non dimenticandosi di chi già lavora nella PPAA da anni e non deve essere lasciato indietro.

La macchina della giustizia si è fermata durante il lockdown: molti processi son stati spostati al 2021 e molti Tribunali hanno fatto un loro protocollo per l'emergenza.

Tanta carta stampata che ha provocato solo caos, una giungla di provvedimenti giudiziari, diversi da Tribunale a Tribunale.

Un problema per gli avvocati e anche per i magistrati: si è perfino cercato di fare online dei processi, con risultati anche imbarazzanti (la linea che va e viene, le voci dei familiari che interrompono il rito processuale).

Ma c'è anche un altro problema: la rete informatica è chiusa, non è aperta all'esterno, da casa.

Alcuni esperimenti per aprire la rete sono stati fatti, usando programmi vecchi (TIAF), con scarsi risultati.

Il 75% dei cancellieri è stato messo in smart working ma ha potuto accedere solo alla casella di posta certificata: non avendo avuto dal ministero gli strumenti informatici, si sono organizzati portandosi i documenti a casa, fotocopiandoseli.

Nella giustizia la carta la fa da padrone, anche in uno all'avanguardia come quello di Torino: qui un intero piano dell'edificio è stato dedicato all'archivio degli atti, ma nemmeno è bastato, hanno dovuto affittare da un privato un capannone fuori Torino per conservare migliaia e migliaia di fascicoli, alcuni risalenti agli anni settanta.

Atti che dovrebbero essere conservati dall'Archivio di Stato e non dal Tribunale: ma l'Archivio di Stato non ha spazio sufficiente e così, siccome sono fascicoli che non si possono buttare, sono conservati lì.

Informatizzare la macchina della giustizia – commenta il giornalista - è ormai una drammatica urgenza: il problema è che questa macchina della giustizia dovrebbe funzionare in modo digitale sin dall'inizio, il parere del presidente del Tribunale Massimo Terzi, abolendo la materialità degli atti.

Siamo stati sordi e ciechi – ha raccontato collegato in studio, il procuratore Gratteri: si spendono risorse e tempo per ne notifiche cartacee, inviate ad avvocati.

Mentre si potrebbe ricorrere a delle notifiche telematiche: oggi migliaia di carabinieri girano il paese per inviare le notifiche cartacee.

Nel 2014 Gratteri aveva presentato le sue proposte, quando stava per diventare ministro con Renzi: di queste è passate solo il processo a distanza.

Si deve digitalizzare gli atti, certo, ma a monte si deve eliminare la carta: Gratteri ha raccontato che il suo ufficio non ha lavorato da casa, perché il sistema non lo consente.

Così a maggio le persone sono rientrate in ufficio e con lui seguiranno il maxi processo che comincerà il giorno 11 settembre.

La mancanza della connessione internet

Per poter lavorare in modo smart, serve una connessione internet degna di questo nome, mentre ci sono comuni, come Palestrina, senza rete.

Si chiamano “aree bianche” e si trovano anche vicino a grandi città, come Milano e Genova: l'Italia è tra i paesi meno digitalizzati, peggio di noi la Grecia e la Bulgaria.

Open Fiber avrebbe dovuto portare la fibra in tutti i comuni, ma il piano, vecchio di anni, è molto indietro dal colmare il gap.

L'assenza di una banda larga aumenta il divario tra grandi città coi piccoli comuni: se anche in questi fosse presente una buona connessione internet sarebbe un incentivo per ripopolarli, per riportare persone e aziende.

Il futuro del nostro paese passa dalla digitalizzazione: tutte le persone, tutti i comuni, tutti gli studenti e i docenti, al sud e al nord, hanno diritto alla banda larga e tocca allo Stato (e non al buon cuore dei privati) garantirla.

Le persone e le imprese, non devono essere costrette a spostarsi in zone più fortunate per lavorare.

07 settembre 2020

Le anticipazioni di Presadiretta – lavorare meglio, lavorare tutti

Questa sera la puntata di Presadiretta sarà dedicata al lavoro, partendo da come le persone e le aziende hanno dovuto adattare il lavoro in questi mesi col coronavirus.

Abbiamo scoperto come ci siano lavori, molto poco considerati, da cui non possiamo prescindere: da chi lavora nei supermercati a chi lavora negli ospedali.

Abbiamo anche scoperto che si può lavorare da casa, con lo smart working, lo hanno fatto 4 milioni italiani: si tratta di un modello di lavoro con i suoi vantaggi e svantaggi, che però ha consentito però di tenere aperte aziende in quei settori dove non è necessaria la presenza fisica in ufficio (o nelle aree di produzione).

Non tutte le aziende italiane erano pronte, in Europa eravamo in fondo alla classifica come ore lavorate in modalità “smart”: anche l'assenza di una rete internet veloce in tutte le zone del paese ha aiutato a diffondersi di questa pratica.

I giornalisti di Presadiretta racconteranno queste storie: le aziende che già lavoravano da casa e quelle dove, addirittura, hanno ridotto le ore lavorative.


Meno ore, per lavorare meglio: un cambio di paradigma forte rispetto a quello per cui il bravo lavoratore è quello che passa l'intera giornata in ufficio, sacrificando la propria vita personale (e magari spendendo molte ore nello spostamento), facendo tante ore di straordinario.

Lungo la via Emilia si incontra la “motorvalley italiana”, dove hanno la sede aziende come la Ducati: qui la settimana lavorativa è di 30 ore, compresi sabati e domeniche, con tre giorni lavorativi e due di riposo.

Si lavora 30 ore pagate quaranta: gli impianti sono saturati, come produzione, come se fossimo in Cina – racconta alla giornalista Teresa Paoli il direttore delle risorse umane - “ma mantenendo tutti gli standard di welfare e di rispetto delle regolamentazioni della parte europea.”


Poco oltre, troviamo gli stabilimento della Lamborghini, altro marchio di eccellenza nelle auto supersportive di lusso: “nel contratto integrativo abbiamo dato alle persone la possibilità di completare il loro percorso di studi indipendentemente dalla relazione con l'attività dell'azienda e riconosciamo un elemento di retribuzione in più, fino a 900 euro, per una persona che completa il suo percorso di studi.”

Così in Lamborghini incontri operai come Alberto Cocchi, che sono anche delegati Fiom, che hanno iniziato come verniciatori e si sono laureati, continuando a lavorare. “Noi abbiamo la convinzione che una persona più qualificata abbia una forma mentis più aperta ed è un valore aggiunto quello che fa quotidianamente”.

Se crediamo nell'innovazione tecnologica, dobbiamo anche credere nell'innovazione sociale – conclude l'intervista il responsabile del personale Umberto Tossini.

Presadiretta è andata a Milano, la città che maggiormente si è spopolata a seguito dello smart working (con tutte le polemiche per il calo del commercio e dei consumi, nei bar e nei ristoranti vicino alle sedi delle grandi aziende, come in City Life).

A Milano aziende come Fastweb fanno lo smart working dal 2015, per quattro giorni al mese, con un modello “lavora dove vuoi con chi vuoi”, ovvero nella nuova sede nessuno ha un ufficio personale, ma sono presenti stanze dove chiunque può prenotare o condividere.

“E' proprio cambiata l'idea di azienda” racconta l'AD di Fastweb: siamo passati da una leadership gerarchica e verticale ad una leadership digitale e orizzontale.

Un modello apprezzato anche dai dipendenti, quelli intervistati, per la libertà che concede, perché consente un miglior bilanciamento tra la propria vita privata e il lavoro, poter stare più tempo coi figli.



Uno studio del Politecnico di Milano dice che la produttività col lavoro agile aumenta del 15%, mentre secondo un'indagine della società Variazioni SRL, su 10mila lavoratori smart nel settore privato, l'86% dei dipendenti e l'80% dei responsabili vorrebbe continuare a lavorare in smart working anche nel futuro.

Come “prospettiva di libertà”, ovvero come una possibilità per spezzare la settimana lavorativa classica.

Investire nella formazione, dare maggiore flessibilità nell'orario di lavoro, premiare chi studia, migliorando la propria condizione.

Si deve dar fiducia alle persone, renderle responsabili di ciò che fanno: il modello fantozziano, del capo che gira per i corridoi controllando quello che fanno le sue persone, è un'idea del passato.

Ma per lavorare da casa (o dove si vuole), serve la banda larga: immaginatevi se tutto il paese, compresi anche i piccoli paesini sui monti, fossero raggiunti da questo servizio?

Fermeremmo il loro spopolamento, daremmo nuova linfa a questi territori: l'accentramento delle persone e del lavoro nei grandi centri (e di conseguenza dell'indotto collegato) è un modello non sostenibile.

Perché porta traffico, inquinamento, nelle metropoli, trasformando i paesi dell'hinterland in piccoli dormitori.

In Italia abbiamo troppe “aree bianche”, aree senza connessione, dal nord al sud: un esempio è Nembro, una delle punte di diamante dell'industria italiana (che non si è fermata nemmeno durante le prime settimane dell'emergenza), alcune sue frazioni è come se non avessero la connessione internet.

In certo zone, racconta il vicesindaco, lavorare da casa è impossibile.

Sul sito del Fatto Quotidiano trovate un'altra anticipazione: si tratta della storia della società neozelandese Perpetual Guardian, i cui 250 dipendenti lavorano già 4 giorni a settimana, a stipendio pieno. Il CEO si chiama Andrew Barnes ed è il fondatore del movimento “4 Day Week Global”: “i dipendenti scelgono come lavorare, alcuni si prendono un giorno libero, altri due mezze giornate, altri arriveranno in ritardo cinque giorni alla settimana, o torneranno a casa presto. Ciò che conta è che cosa li fa lavorare meglio.”

Per quanto riguarda la produttività? “La nostra produttività è aumentata del 35 per cento, l'altro giorno la stavo confrontando col nostro concorrente in Nuova Zelanda, stesso mercato, stessi affari e siamo due volte più produttivi di loro”.

Come si spiega questo? “Ci sono studi che dimostrano come le persone siano produttive tre ore al giorno, la maggior parte del tempo fanno cose, ma non necessariamente producono valore. Anche il livello di stress è sceso del 15%, ma soprattutto le persone hanno detto che riescono a fare meglio il loro lavoro in quattro giorni anziché in cinque.”

Secondo Barnes, non c'è industria dove non si possa applicare questo metodo.

Ma in Italia abbiamo in divario digitale da colmare, anche nel settore pubblico: Presadiretta racconterà dei problemi che hanno dovuto affrontare avvocati e giudici nel mondo della giustizia.

Ogni Tribunale ha deciso la sua modalità operativa – spiega l'avvocato Rubeo del foro di Roma – e questo rallenta un sistema che di suo era già molto lento e molto fermo.

Nei tribunali è la carta che la fa ancora da padrone, anche in uno all'avanguardia come quello di Torino: qui un intero piano dell'edificio è stato dedicato all'archivio degli atti, ma nemmeno è bastato, hanno dovuto affittare da un privato un capannone fuori Torino per conservare migliaia e migliaia di fascicoli, alcuni risalenti agli anni settanta.

Atti che dovrebbero essere conservati dall'Archivio di Stato e non dal Tribunale: ma l'Archivio di Stato non ha spazio sufficiente e così, siccome sono fascicoli che non si possono buttare, sono conservati lì.

Informatizzare la macchina della giustizia – commenta il giornalista - è ormai una drammatica urgenza: il problema è che questa macchina della giustizia dovrebbe funzionare in modo digitale sin dall'inizio, il parere del presidente del Tribunale Massimo Terzi, abolendo la materialità degli atti.

Cosa ostacola questo cambiamento in Italia? L'idea di lavorare meno e lavorare meglio non riscuote consenso da tutti, in queste settimane sono in discussione i rinnovi di contratti di diverse categorie di lavoratori.

Ad agosto Confindustria aveva disconosciuto il rinnovo nel settore alimentare (firmato da azienda come Barilla) in cui si riconosceva un aumento salariale: l'idea “rivoluzionaria” di Bonomi è slegare salari e orari di lavoro, legandoli alla produttività, quella di chi lavora (oltre allo sblocco dei licenziamenti, la fine del reddito di cittadinanza).

Quanti pezzi hai lavorato, quante telefonate hai gestito, quanti ticket hai risolto .. E' questa l'idea che hanno in mente?

Se queste sono le premesse, dove non si parla di riduzione di orari, di smart working, difficile che se ne esca fuori.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.