Lavorare meno, meglio e tutti.
Guadagnando anche di più e vivendo meglio: non è un'utopia ma è
una ricetta che potrebbe farci uscire dalla crisi, perché è stata
già applicata in Italia e in Europa.
Durante il lockdown 4 milioni di
italiani hanno imparato a lavorare a casa, con i loro strumenti,
assieme a tutta la famiglia: un doppio lavoro per le donne italiane.
Il servizio di Presa diretta di ieri
sera è partito raccontando le loro storie: cercare di lavorare,
aiutando i figli coi compiti, essere alle prese con la connessione
internet che a volte non c'è.
Paola, una redattrice, ha dovuto
lavorare da casa con un figlio con problemi, senza più nessun
supporto da un giorno all'altro.
A volte il computer per lavorare era
conteso coi figli che dovevano seguire le lezioni online e così, per
recuperare, si lavorava anche sabato e domenica.
Questo tipo di lavoro domiciliare non
ha nulla a che fare con lo smart working: le persone devono avere
l'autonomia di scegliere, il dipendente deve essere responsabilizzato
e i capi devono cambiare filosofia, in come gestiscono attività,
progetti e lavori.
Lo smart working è legge dal 2017: la
giornalista di Presadiretta ha riportato degli abusi, come persone
che erano costrette a mandare report delle attività quotidiane più
volte, obbligo di timbratura elettronica, pena la perdita di ore di
permesso.
Nessun controllo dell'orario, su cui
non è previsto alcun straordinario il che significa che molte
persone hanno perso dei soldi.
Ci sono storture, ma nello smart
working c'è anche l'idea che nella produttività non c'è
necessariamente il dover timbrare il cartellino.
In Italia in media lavoriamo di più
degli altri ma con minore produttività (qualunque cosa significhi):
ma ci sono delle eccezioni, come le aziende della motor valley
emiliana.
A partire dalla Ducati: dal 2014
è stato introdotto un sistema di turni su 30 ore, a parità di
salario, dopo un referendum votato dai dipendenti.
Ducati ha preso come riferimento il
modello di gestione tedesco, essendo stati comprati dalla Audi:
grazie alle turnazioni le persone hanno maggior tempo per sé stessi,
aumentando occupazione e produttività.
Alla Lamborghini, gruppo Volkswagen,
lavorano 35 ore a settimana: la riduzione di ore è stata
accompagnata con investimenti sulla produzione, in modo che si
lavorasse meglio, con minor sforzi delle persone. Non solo, l'azienda
investe anche sull'autoformazione, riconoscendo un premio a chi
completa il ciclo di studi.
Alla Lamborghini si premia il
metalmeccanico che si laurea in filosofia. E poi permessi aggiuntivi per motivi
familiari, visite mediche retribuite, visite per il veterinario.
Se crediamo
nell'innovazione tecnologica, dobbiamo anche credere nell'innovazione
sociale – conclude l'intervista il responsabile del personale
Umberto Tossini.
Alla G.D. le
lavoratrici godono di una flessibilità massima in ingresso e in
uscita, consentendo loro di fare commissioni all'inizio, o anche
visite, che si recuperano a fine giornata.
L'idea che il
padrone, il capo, debba controllare il lavoratore è qualcosa del
passato: le aziende che implementano questo sistema di cogestione
delle imprese si salveranno meglio dalla crisi, spiega un
sindacalista a Teresa Paoli, perché è un modello sostenibile dal
punto di vista sociale e ambientale.
L'idea di lavorare
meno circola in Europa: l'hanno proposta in Germania, in Finlandia e
anche nella regione della Valencia in Spagna.
In Neo Zelanda la
Prima Ministra ha proposto alle sue imprese la settimana da 4 giorni:
questa flessibilità consentirà loro di poter viaggiare di più.
E' un momento
eccezionale e dovremmo essere capaci di prendere delle decisioni
eccezionali, racconta a Presadiretta: alla Perpetual Guardian hanno
preso alla lettera la proposta.
I 250 dipendenti
lavorano già 4 giorni a settimana, a stipendio pieno. Il CEO si
chiama Andrew Barnes ed è il fondatore del movimento “4 Day Week
Global”: “i dipendenti scelgono come lavorare, alcuni si prendono
un giorno libero, altri due mezze giornate, altri arriveranno in
ritardo cinque giorni alla settimana, o torneranno a casa presto. Ciò
che conta è che cosa li fa lavorare meglio.”
E' calato lo
stress, le persone ammettono di lavorare meglio se lavorano su 4
giorni e non su 5, si riduce il divario di genere tra genitori (che
ora hanno più tempo per i figli): “stiamo dando alle persone
qualcosa che non possono comprare, il tempo”.
Questo modello può
essere adottato da tante aziende anche dopo la crisi per il Covid: la
storia di Andrew Barnes è stata pubblicata in diversi paesi e si sta
sperimentando ovunque, per esempio da Microsoft in Giappone, il paese
dove il culto del lavoro è altissimo.
Anche in Italia c'è
chi crede alla settimana da 4 giorni, sono i selezionatori di manager
di alrto livello della Carter & Person, a Milano.
Col Covid abbiamo
verificato l'aumento della produttività – spiega il CEO
dell'azienda: se rispetti l'autonomia della persona, questa lavora
meglio, perché quello che conta non sono le ore in cui lavoro, ma la
qualità con cui lo fai.
Primo ospite in
studio, il ricercatore e scrittore Giorgio Maran: in Italia si
lavora di più ma con minore produttività, perché abbiamo pensato
che servisse lavorare di più per colmare il gap con altri paesi.
I critici a questo
modello sostengono che occorre prima aumentare la competitività: ma
questa dipende da come facciamo le cose, non da quante ore lavoriamo,
spendiamo meno di altri paesi in ricerca e sviluppo, perché abbiamo
imprese piccole che non innovano, perché abbiamo aziende in settori
decotti.
Se si lavorasse di
meno, se ad un certo punto non si sfruttasse più il lavoro (con
riduzione di stipendi e diritti), ecco che si inizierebbe ad
innovare.
C'è una ipocrisia
nel lavoro: chi ce l'ha lavora molte più ore di prima con maggior
stress, mentre ci sono poi persone senza lavoro o con part time
imposto.
Se si riduce
l'orario, a pari salario, si riducono le disuguaglianze perché si
spostano risorse verso chi lavora.
Eppure
Confindustria (e anche molti giornalisti e esperti) non ne vuol
sentir parlare: Presa diretta ha intervistato il presidente della
federazione del Piemonte.
Prima si deve
creare crescita, creare opportunità e poi se ne parla: ma cosa
dovrebbero fare le imprese? Il governo dovrebbe dare soldi alle
imprese per fare investimenti, per ammodernarle.
I salari per essere
aumentati si deve ridurre il cuneo fiscale, continua Confindustria,
che non è nemmeno d'accordo col blocco dei licenziamenti.
Riassumendo: lo
stato dia soldi alle imprese, non le costringa a tenersi personale
che non vogliono, consenta la spremitura a freddo del personale, poi
vediamo.
In studio, a
rispondere a questa visione, il segretario della CGIL Landini:
rimodulare l'orario di lavoro è una proposta seria proprio con
questa crisi, serve investire nella formazione delle persone,
nell'innovazione dei prodotti.
Si può lavorare
con meno ore, su turni spalmati su tutto il giorno, come alla Ducati.
Ma ci sono anche
persone che vorrebbero lavorare di più e invece sono costrette al
part time, con un salario inferiore.
Come si creano i
posti di lavoro? Creando nuovi prodotti, puntando sulle nuove
tecnologie, sulla formazione permanente.
Landini ha
ricordato che gli esempi positivi citati dalla trasmissione siano
frutto dalla contrattazione fatta coi sindacati.
Ci sono ancora
problemi, nel rapporto con Confindustria: verrà firmato il contratto
per la sanità privata, dopo 12 anni, ma rimane da firmare quello
dell'alimentare e molti altri.
Sul legame
salari-produttività: in Italia i salari sono inferiori se
confrontati a quelli di altri paesi europei – ha spiegato Landini.
In Italia stiamo facendo l'auto elettrica adesso, ricordando che in
Italia abbiamo bassa produttiva e alta precarietà, dove si sono
messi lavoratori contro lavoratori, con le catene dei subappalti e
gare al massimo ribasso.
Dobbiamo
ricostruire il mondo del lavoro, del welfare, degli ammortizzatori
sociali, rifare una politica fiscale. Le aziende devono iniziare ad
investire nel lavoro e nelle persone, superando la precarietà nel
mondo del lavoro.
Il lavoro smart
Piero Angela aveva
preconizzato il lavoro smart nel 1995: si chiamava telelavoro, lavoro
a distanza.
Oggi, 25 anni dopo,
con tutti i passi fatti dalla tecnologia, l'esempio di Angela, con i
video pixellati, è preistoria.
A Fastweb lo smart
working lo facevano già prima del lockdown: l'azienda non è più il
luogo di lavoro, ma l'insieme delle relazioni tra le persone,
racconta l'AD dell'azienda.
“E' proprio
cambiata l'idea di azienda, siamo passati da una leadership
gerarchica e verticale ad una leadership digitale e orizzontale”.
Questo è un
modello apprezzato anche dai dipendenti, quelli intervistati, per la
libertà che concede, perché consente un miglior bilanciamento tra
la propria vita privata e il lavoro, poter stare più tempo coi
figli.
Non si tornerà più
indietro: uno studio del Politecnico di Milano mette nero su bianco
l'aumento della produttività (questa parola torna più volte nel
servizio) e lo dice anche una indagine della società Variazioni SRL,
su 10mila lavoratori smart nel settore privato.
Ma ci sono anche
elementi critici: la separazione tra vita privata e vita lavorativa,
il non riuscire ad alzarsi dalla sedia, il dover lavorare nello
stesso spazio coi figli.
Alla Engie EPS,
dove producono le colonnine per la ricarica delle auto elettriche, si
sono date delle regole: basta mail e basta lavoro dopo le 20, tanta
pianificazione, possibilità di staccare dal lavoro se ci sono
problemi familiari.
E poi un'ora di
fitness, con benefici in salario se un dipendente partecipa alle
iniziative legate alla salute.
“Il mondo non
sarà più come prima”: il family working rimarrà alla Engie EPS
per sempre, rassicura l'Amministratore dell'azienda.
Dopo Landini, Marco
Bentivogli, ex segretario metalmeccanici CISL: ha scritto un libro
dedicato al lavoro e anche allo smart working, essendone un grande
fautore.
Si deve sgretolare
il vincolo delle otto ore – racconta il sindacalista: il lavoratore
deve conquistare le ore della sua vita: nel futuro sempre più lavori
saranno remotizzabili, in Cina una miniera viene gestita in remoto da
dipendenti grazie al 5G.
Bentivogli ha
risposto a Sala, secondo cui lo smart working ha reso Milano una
città fantasma: ma non è normale che un lavoratore di Saronno si
sposti per chilometri per lavorare a Milano, non aiuta la persona e
non aiuta Milano e la qualità della sua aria.
Le città si devono
svuotare dal lavoro che si deve spostare nelle periferie, in HUB dove
ritorna la socialità tra persone: la mobilità per andare al lavoro
è uno spreco, è un costo non accettabile.
Lo smart working
nel pubblico.
In Toscana il 95%
dei dipendenti era a casa: negli uffici era presente solo il 5%, i
tecnici che hanno gestito la parte tecnologica consentendo ai
colleghi di fare riunioni e incontri virtuali.
Le persone e gli
uffici hanno fatto un salto tecnologico di anni: c'è ancora da
colmare il gap per le persone anziane, poco informatizzare, ma il
pubblico ha lavorato, la macchina della regione non si è fermata.
Tenendo le persone
a casa si inquina di meno, si rende l'aria delle città più pulita,
si alleggerisce il traffico – citando uno studio dell'Enea. Perché
allora nel pubblico non si punta decisamente su questa tipologia di
lavoro?
IL governo ha messo
in pista il POLA, il piano per il lavoro agile, di cui ne ha parlato
il ministro Dadone: non tutti i lavoro possono essere fatti da
remoto, c'è un divario territoriale nel pubblico (alcuni comuni sono
poco digitalizzati), non tutti i servizi sono accessibili tramite
SPID.
C'è ancora del
lavoro da fare – ha ammesso la ministra: si deve colmare la
formazione dei singoli lavoratori, si deve investire nella banda
larga. Il personale deve essere formato per essere agile e
flessibile, non dimenticandosi di chi già lavora nella PPAA da anni
e non deve essere lasciato indietro.
La macchina della
giustizia si è fermata durante il lockdown: molti processi son stati
spostati al 2021 e molti Tribunali hanno fatto un loro protocollo per
l'emergenza.
Tanta carta
stampata che ha provocato solo caos, una giungla di provvedimenti
giudiziari, diversi da Tribunale a Tribunale.
Un problema per gli
avvocati e anche per i magistrati: si è perfino cercato di fare
online dei processi, con risultati anche imbarazzanti (la linea che
va e viene, le voci dei familiari che interrompono il rito
processuale).
Ma c'è anche un
altro problema: la rete informatica è chiusa, non è aperta
all'esterno, da casa.
Alcuni esperimenti
per aprire la rete sono stati fatti, usando programmi vecchi (TIAF),
con scarsi risultati.
Il 75% dei
cancellieri è stato messo in smart working ma ha potuto accedere
solo alla casella di posta certificata: non avendo avuto dal
ministero gli strumenti informatici, si sono organizzati portandosi i
documenti a casa, fotocopiandoseli.
Nella giustizia la
carta la fa da padrone, anche in uno all'avanguardia come quello di
Torino: qui un intero piano dell'edificio è stato dedicato
all'archivio degli atti, ma nemmeno è bastato, hanno dovuto
affittare da un privato un capannone fuori Torino per conservare
migliaia e migliaia di fascicoli, alcuni risalenti agli anni
settanta.
Atti che dovrebbero
essere conservati dall'Archivio di Stato e non dal Tribunale: ma
l'Archivio di Stato non ha spazio sufficiente e così, siccome sono
fascicoli che non si possono buttare, sono conservati lì.
Informatizzare la
macchina della giustizia – commenta il giornalista - è ormai una
drammatica urgenza: il problema è che questa macchina della
giustizia dovrebbe funzionare in modo digitale sin dall'inizio, il
parere del presidente del Tribunale Massimo Terzi, abolendo la
materialità degli atti.
Siamo stati sordi e
ciechi – ha raccontato collegato in studio, il procuratore
Gratteri: si spendono risorse e tempo per ne notifiche cartacee,
inviate ad avvocati.
Mentre si potrebbe
ricorrere a delle notifiche telematiche: oggi migliaia di carabinieri
girano il paese per inviare le notifiche cartacee.
Nel 2014 Gratteri
aveva presentato le sue proposte, quando stava per diventare ministro
con Renzi: di queste è passate solo il processo a distanza.
Si deve
digitalizzare gli atti, certo, ma a monte si deve eliminare la carta:
Gratteri ha raccontato che il suo ufficio non ha lavorato da casa,
perché il sistema non lo consente.
Così a maggio le
persone sono rientrate in ufficio e con lui seguiranno il maxi
processo che comincerà il giorno 11 settembre.
La mancanza
della connessione internet
Per poter lavorare
in modo smart, serve una connessione internet degna di questo nome,
mentre ci sono comuni, come Palestrina, senza rete.
Si chiamano “aree
bianche” e si trovano anche vicino a grandi città, come Milano e
Genova: l'Italia è tra i paesi meno digitalizzati, peggio di noi la
Grecia e la Bulgaria.
Open Fiber avrebbe
dovuto portare la fibra in tutti i comuni, ma il piano, vecchio di
anni, è molto indietro dal colmare il gap.
L'assenza di una
banda larga aumenta il divario tra grandi città coi piccoli comuni:
se anche in questi fosse presente una buona connessione internet
sarebbe un incentivo per ripopolarli, per riportare persone e
aziende.
Il futuro del
nostro paese passa dalla digitalizzazione: tutte le persone, tutti i
comuni, tutti gli studenti e i docenti, al sud e al nord, hanno
diritto alla banda larga e tocca allo Stato (e non al buon cuore dei
privati) garantirla.
Le persone e le
imprese, non devono essere costrette a spostarsi in zone più
fortunate per lavorare.