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09 luglio 2018

Succedono tante cose in questo paese

Magliette rosse.
Rolex.
Radical chic.
Porti da chiudere e soldi da recuperare.
Il congresso del PD. 
Abbiamo perso per colpa della minoranza.
Tanto rivinco io.
Dell'Utri scarcerato (il perseguitato, il condannato per un reato inesistente ha scritto Sansonetti).
Berlusconi che richiama l'ex alleato.
Salvini che si crede presidente del Consiglio, nonché ministro di Interno, Difesa e Trasporti.

Succedono tante cose in questo paese senza anche se in realtà sono pochi i movimenti, complice la calura estiva.
All'attivismo anti immigrati del super ministro Salvini ha provato a dare una risposta Libera e altre associazioni, che si sono ritrovate in piazza, unite dal simbolo della maglietta rossa. 
Un simbolo, utile al momento solo per contarsi, per far vedere che questo paese è anche altro rispetto ai "padroni a casa nostra" e a quelli che starebbero riscrivendo la storia (senza averla studiata molto).
Mentre il PD ancora è diviso sulla distribuzione delle colpe, il peso dell'opposizione, frontale, a questo governo è sulle spalle di Roberto Saviano e pochi altri: oggi lo scrittore risponde all'intervista del min Toninelli rilasciata sul Fatto Quotidiano di ieri (intervista scialba, poche domande a risposta facile).

1) L’orientamento del governo di delegare unicamente ai libici la gestione dei salvataggi in mare è folle e criminale, e non a caso si parla di recupero degli accordi stretti tra Berlusconi e Gheddafi: che bel cambiamento!
2) Il legame tra traffico di persone e Ong è da rigettare con forza (non c’è una sola prova di legame fra trafficanti e Ong), in special modo dopo il fallimento giudiziario delle elucubrazioni di Carmelo Zuccaro, ma a Toninelli e al suo burattinaio (Lei lo definisce non a torto “Cazzaro Verde”) fa comodo fare disinformazione e continuare ad alimentare falsi sospetti verso chi salva vite e in più è testimone degli esiti criminali degli accordi tra Italia e Libia
3) (e rispondo su ciò per cui mi si chiama in causa) le Ong hanno più volte effettuato salvataggi in quell’area in passato, anche con il coordinamento del Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma, visto che i libici non erano in grado di farlo e non lo sono neanche adesso.

Se pensiamo di risolvere la questione migranti coi lager libici, non possiamo pensare di affrontare la guerra alle mafie: se bastasse sventolare i numeri di arresti e beni confiscati (come facevano i predecessori Maroni e Alfano), avremmo già vinto.
Serve recidere al sud (e al nord) quel legame tra mafie, colletti bianchi e politici.
Andando oltre alle baronie, ai potentati, alla raccomandazione.

Ma questo significherebbe sacrificare quei pacchetti di voti che certi signori portano in dote.
Significherebbe metter mano veramente a quel cambiamento che, di fatto, nessuno vuole.

27 novembre 2016

La paranza dei bambini, di Roberto Saviano

L'incipit
– Me staje guardanno?  
– Neh, ma chi te sta cacanno.  
– E che guard’a fà?  
– Guarda, frate’, che mi hai preso per un altro! Io nun te penzo proprio. 
Renatino stava tra gli altri ragazzi, era da tempo che lo avevano puntato in mezzo alla selva di corpi, ma quando se ne accorse lo avevano già circondato in quattro. Lo sguardo è territorio, è patria, guardare qualcuno è entrargli in casa senza permesso. Fissare qualcuno è invaderlo. Non voltare lo sguardo è manifestazione di potere.Occupavano il centro della piazza. Una piazzetta chiusa tra un golfo di palazzi, con un’unica strada d’accesso, un unico bar nell’angolo e una palma che da sola aveva il potere di imprimerle un marchio esotico. Quella pianta ficcata in pochi metri quadri di terriccio trasformava la percezione delle facciate, delle finestre e dei portoni, come se fosse arrivata da piazza Bellini con un colpo di vento.Nessuno di loro superava i sedici anni. Si avvicinarono respirandosi i fiati. Erano ormai alla sfida. Naso contro naso, pronta la testata sul setto nasale se non fosse intervenuto ’o Briato’. Aveva frapposto il suo corpo, un muro che delimitava un confine.  
– Ma ancora nun te staje zitto! Ancora vai parlanno! ’Azzo, e manco abbassi gli occhi.
Il titolo La paranza dei bambini deriva da un'inchiesta del procuratore Woodcock, sulle nuove leve della criminalità, ragazzini che imbracciano armi da guerra, in una guerra per contendersi le piazze. Ragazzini che a mala pena hanno l'età per guidare un motorino, che conoscono il mondo solo attraverso youtube, hanno ricevuto l'educazione sessuale su youporn, mandano cuoricini alle fidanzate che le aspettano dopo una “stesa”.
"Fare le stese" significa correre sui motorini e sparare a tutto e tutti, che si buttano a terra, stesi, perché terrorizzati, pietrificati. Poi se qualcuno lo stendi davvero, se lo ammazzi, è un danno collaterale che se possibile è da evitare, perché le stese riuscite meglio non dovrebbero provocare danni collaterali. Ma se accade, accade.
Dopo tante inchieste, Roberto Saviano esordisce con un romanzo che è duro alla stessa maniera: dopo una pagina introduttiva sulle paranze (le banche che escono la notte per pescare attirando i pesci in superficie con la luce artificiale), sbatte il lettore dentro il mondo di questi ragazzini napoletani, per lo più figli della borghesia, con dei soprannomi che fanno quasi ridere (Maraja, Dentino, Biscottino, Lollipop, ..).
Ma passa subito, la voglia di ridere, giusto alle prime pagine, con l'episodio di bullismo nell'incipit: la tremenda umiliazione cui è costretto un coetaneo, colpevole di aver messo dei like sulla pagina della ragazza del capo. Nicolas, detto 'o Maraja.
Roberto Saviano ci accompagna nelle strade dei quartieri di Napoli, da Forcella (dove questi ragazzi vivono) a Gianturco, il quartiere dei cinesi, da Ponticelli alla Sanità. Ci butta dentro questo mondo, senza risparmiarci niente, senza darci modo di prepararci alla caduta. Come i “paranzini”, anche al lettore non è dato tempo di imparare a conoscere il mondo.

“A Napoli non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano”.
E questo è un mondo dove agli adolescenti è stato tolto il tempo, il tempo passato e il tempo futuro: solo un eterno presente in cui attraversano i momenti della loro quotidianità, la scuola, la cena in famiglia, le uscite con le ragazze senza che questi lascino loro qualcosa addosso. Non c'è spazio per pensare ad un futuro: questi ragazzi hanno imparato subito che è inutile impegnarsi nello studio e nella vita, l'importante è fare i soldi, ora e adesso. Sanno che se pensi che alla fine dei giorni otterrai qualcosa, sbagli. La paranza è la metafora giusta, lo ha raccontato l'autore in una intervista
“i ragazzini che vanno a sparare, ad ammazzare, anche loro vengono ingannati, come i pesci pensano che quella luce che vedono in fondo sia per il cibo, quindi per arricchirsi, in realtà vanno a morire”.
E, ancora:
“Il loro pensiero è: 'non raccontiamocela, è impossibile che io possa realizzarmi con le mie forze. Ci sarà sempre un raccomandato, un protetto che ce la farà. E allora meglio sparare prima di essere sparati. E questo è quello che sta accadendo in queste ore, Napoli è una grande metafora del mio tempo”.
Non c'è futuro, non c'è un'idea di speranza.
Nel racconto la vediamo nascere questa paranza, composta da questi “muccasielli”, come vengono chiamati dagli adulti: la prima pistola comprata dai cinesi, un ferro per poter far paura
“Un evento importante è una corda che ti si lega intorno e stringe a ogni movimento di più, sfrega e lacera, e alla fine ti lascia sulla pelle segni che tutti possono vedere. E Nicolas si trascinava dietro, legato ai fianchi, una corda ancora annodata al garage dei cinesi a Gianturco. Alla sua prima pistola”.
Da una parte il desiderio di un motorino più grosso, le macchine, i vestiti più costosi, le donne, un posto nel privè del Maharaja, un locale famoso dove incontrare i vip e i boss della zona. E dove sentirsi un re:
- Stare nella reggia a fianco a chi comanda vale la pena sempre, io voglio stare vicino ai re, mi so' rotto di stare vicino a chi non conta 'nu cazzo.
Davanti, solo le parole di Machiavelli, imparate a scuola ma declinate presto nella legge della strada, quella che insegna che devi far paura agli altri se vuoi essere rispettato, se vuoi comandare:

- Mi piace Machiavelli- E perché? 
- Pecché te 'mpara a cummannà.
Perché il mondo si divide in fottuti e fottitori, quelli che si fanno comandare e quelli destinati a comandare, altro che legge uguale per tutti. 
Seguendo Nicolas e i suoi paranzini, assistiamo alla prima rapina, la prima estorsione (“era stato tutto così facile, tutto così veloce, come una botta di quelle buone”), gli scontri in famiglia (il padre, che non aveva saputo farsi rispettare) con quel fratellino cresciuto nell'adorazione del fratello più grande.
E poi l'occasione per conquistarsi un posto nel “Sistema”: usare la loro spregiudicatezza nel crearsi nuove alleanze per mettersi al servizio di un boss in declino, don Arcangelo, cui mettere a disposizione la loro ferocia in cambio delle armi. È la Camorra 2.0, quella che non tiene conto del sangue, dell'appartenenza, delle tappe per crescere e delle gerarchie, ma quella per cui il nemico del nemico è alleato: in una casa di un pentito, i paranzini giurano col loro sangue, ragazzini cresciuti nel nuovo millennio che giurano secondo il rito del film su Cutolo “Il camorrista”.
Antico e nuovo, la paura e il rispetto, il cero per ingraziarsi la Madonna a S Maria Egiziaca e la chat per comunicare. Le ali tatuate sulle spalle per simboleggiare il desiderio di volare, gli abiti firmati, i giochi “spara spara”, i video su Youtube per le lezioni di tiro ... 
Vecchio e nuovo. Figli contro genitori:

“Pensavano ai portafogli smunti dei genitori che faticavano tutto il giorno, che si dannavano coi lavori e lavoretti spezzandosi la schiena, e sentivano di aver capito come si sta al mondo più assai di loro. Di essere più saggi, più adulti. Si sentivano più uomini dei loro padri”.
E un arsenale che ora è nelle mano di un esercito di bambini. Che ora possono prendersi le piazze. 
Sparare sui neri, i “pocket coffee”, per farsi 'nu piezzo, perché bisogna far paura, se vuoi comandare. E sparare contro la pantera della polizia, per aiutare la fuga della paranza.
“Veloce si nasce in mare, veloce si è pescati, veloce si finisce nel rovente della pentola, veloce si sta tra i denti, veloce il piacere”.
Ancora la metafora della paranza, la frittura del pesce di paranza: questi ragazzi bruciano tutto in fretta. 
Vuoi comandare? E allora devi far paura. Come l'Isis, come quelli con le barbe lunghe ..
E' la stagione delle stese, le stagione del terrore nelle piazze e nelle strade. Le estorsioni nei negozi e nei confronti degli ambulanti. Altri soldi che come entravano nelle loro tasche, subito uscivano:
“L'idea di metterne da parte non li sfiorava: fare soldi subito era il loro pensiero, il domani non esisteva. Appagare ogni desiderio, al di là di qualsiasi bisogno”.
Per arrivare alla vendita della droga, il business che fa fare i veri soldi. Per vendere la droga devi controllare le piazze:
- La paranza non sta mai sotto a nisciuno, - disse Nicolas.- Ho capito, Nicò, ma mo' ci sta isso, e se ci sta isso e perché 'o micione ha deciso così.- E noi ci pigliamo le piazze. Ce le pigliamo tutte.Il meccanismo non aveva bisogno di essere imparato. Né tantomeno andava andava spiegato. Ci erano cresciuti. Quel sistema in “franchising” era vecchio come il mondo, aveva sempre funzionato e per sempre avrebbe funzionato. I titolari delle piazze erano volti che sapevano distinguere tra mille, amministratori unici della merce che avevano un solo obbligo: pagare, ogni fine settimana, la quota stabilita dal clan che controllava quella zona.
Anche qui, un'altra rottura col passato, vendere quasi in perdita la roba, per crearsi un mercato che poi non potrà fare a meno di te. Come Google:
- Secondo voi, don Vittò, perché tutti usano Google?- Che ne saccio, boh, perché è bbuono..?- Perché è buono e perché è gratis.
Fino alla sfida al nuovo boss di Forcella, Roipnol:
Muccusiè, ma come ti permetti? [..] E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? 
Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo.
Ci riusciranno i paranzini di Nicolas, 'o Maraja, a conquistarsi il nome, i titoli dei giornali, il rispetto.
- Guagliù, disse ai suoi che gli stavano vicino, - ci hanno battezzato: simmo la paranza dei bambini.
Ma è metafora della paranza, dove la luce della gloria brucia in fretta i pesci piccoli, bruciati in fretta da una vita che è solo l'oggi, solo il presente. Nessun futuro. 
C'è qualche speranza per questa Napoli, che non è solo Napoli ma tutte le città del sud del mondo?
Un mondo che sembra ai margini dell'apocalisse, dove sono solo i gruppi criminali quelli che investono nei giovani. 
Un mondo dove si lega tutto assieme: i riferimenti per questi ragazzi vanno dai rich kids di Instagram, ai mujaeddin dell'Isis che si fanno ammazzare per un loro ideale, da Walter White di Breaking Bad a Cutolo, fino ai giochi su Playstation. Una convivenza paradossale tra vecchio e antico, dove si sono persi certi valori come l'onestà, il merito, l'educazione.
Non è un caso che, in tutto questo romanzo, dove si alternano dialetto e lingua italiana, manca lo Stato, le istituzioni, i rappresentanti dei cittadini, la politica. 
Come ha spiegato l'autore a Che tempo che fa, c'è dentro anche quello che ha insegnato l'elezione di uno come Trump in America. Ovvero la vittoria del principio che si è più credibili nelle persone se si è maleducati, se si insulta l'avversario, se si è scorretti. Se invece sei educato, vieni percepito come ipocrita, come perbenista. 
Anche questi giovani che si bruciano presto, sono vittime colpevoli di un sistema che sembra non avere vie d'uscita. 

Forse ci salveranno le donne, che nel romanzo hanno un ruolo secondario: fidanzate che portano il broncio ma anche ragazze coraggiose. E madri determinate. Forse perché hanno un altra percezione del tempo, come la Madonna sulla copertina, che è una madre che protegge il bambino che ha in braccio.
Per come finisce la storia, dobbiamo aspettarci un seguito a questo racconto. 
La paranza dei bambini ha appena cominciato.

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

26 novembre 2016

La stagione delle stese – da La paranza dei bambini

A Napoli si spara e si viene sparati. Ma a sparare o ad essere sparati sono anche dei ragazzini, che messaggiano su Whatsapp mandando cuoricini alla ragazza, dopo aver imbracciato un fucile, dopo aver sparato con una pistola, dopo aver fatto le stese. Cioè correre sui motorini nelle strade di un quartiere e mettersi a sparare a tutto e a tutti.
Con l'intenzione non di uccidere, ma di creare terrore. Così si conquista il territorio.
Lo racconta Roberto Saviano nel suo ultimo libro, La paranza dei bambini:
Era cominciata la stagione delle stese. Terrorizzare era il modo più economico e veloce per appropriarsi del territorio. L'epoca di chi comandava perché il territorio se l'era conquistato vicolo dopo vicolo, alleanza dopo alleanza, uomo dopo uomo, era finita. Adesso bisognava farli stendere tutti. Uomini, donne, bambini. Turisti, commercianti , abitanti storici del quartiere. La stesa è democratica perché fa abbassare la testa a chiunque si trovi sulla traiettoria dei proiettili. E poi a organizzarla ci vuole poco. Basta, anche in questo caso, una sola parola.La paranza di Nicolas aveva cominciato dalle periferie. Da Ponticelli, da Gianturco. Un messaggio nella chat - “andiamo in gita” - e il branco partiva sugli Sh 300, sui Beverly. Nei sottosella o infilate nei pantaloni, le armi. Di tutti i tipi.Beretta parabellum, revolver, Smith&Wesson 357. Ma anche Kalashnikov e mitragliatori M12, armi da guerra con i caricatori pieni fino all'ultimo colpo, ché il polpastrello sul grilletto si sarebbe alzato solo una volta esaurite le munizioni.Non c'era mai un ordine preciso. A un certo punto si cominciava a sparare ovunque e a casaccio. Non si mirava a niente in particolare, e mentre con una mano si davano colpi all'acceleratore e si correggeva la traiettoria per evitare gli ostacoli, con l'altra si faceva fuoco.

Fare le stese.
Farsi un pezzo, ovvero uccidere una persona per dimostrare agli avversari quanto si vale.


Questo succede a Napoli, nel silenzio quasi generale.
A Milano, dopo l'accoltellamento di un ragazzo dominicano a Piazzale Loreto, si è invocato l'esercito. Per placare le paure della gente, per non farsi travolgere dall'onda populista della destra, quella che urla, sbraita, chiede sicurezza, chiede che si sbattano fuori i clandestini.
Passando per la fermata di Loreto, ho visto i fiori lasciati laddove quel ragazzo è morto.

Fa notizia quella morte. I paranzini, i ragazzi che sparano in equilibrio sui loro scooter, nemmeno li sentiamo.

18 novembre 2016

La corsa verso la luce è finita (da La paranza)

Paranza è il nome di barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce. Il nuovo sole è elettrico, la luce occupa l'acqua, ne prende possesso, e i pesci la cercano, le danno la caccia. Danno fiducia alla vita, si lanciano a bocche aperte governati dall'istinto. E intanto si apre la rete che li sta circondando, veloce; le maglie presidiano il perimetro del banco, lo avvolgono.Poi la luce si ferma, sembra finalmente raggiungibile dalle bocche spalancate. Fino a quando i pesci iniziano a essere spinti l'uno vicino all'altro, ognuno muove la pinna, cerca spazio. Ed è come se l'acqua diventasse una pozza. Rimbalzando tutti, quando si allontanano i più vanno a sbattere, sbattono su qualcosa che non è morbido come la sabbia, ma non è nemmeno roccia, non è duro. Sembra violabile ma non c'è verso di superarlo. Si dimenano sopra sotto sopra sotto destra sinistra e ancora destra sinistra, ma poi sempre meno, sempre meno.
E la luce si spegne. I pesci vengono sollevati, il mare per loro sale repentinamente, come se il fondale si stesse alzando verso il cielo. Sono solo le reti che tirano su.Strozzati dall'aria, le bocche si chiudono in piccoli cerchi disperati e le branchie che collassano sembrano vesciche aperte. La corsa verso la luce è finita.
 
Roberto Saviano – La paranza dei bambini Feltrinelli

Il nome paranza viene dal mare.
E paranze si chiamano le gang criminali dei guagliuncelle, ragazzi con l'età appena sufficiente per guidare il motorino ma che si fanno illudere dalla luce dei soldi facili.

E che poi finiscono morti, soffocati dalla rete ..


14 giugno 2016

Cosa ci sta accadendo? - Saviano, il conflitto di di interessi e il ruolo della stampa

Un intero capitolo del libro di Davide Vecchi "Matteo Renzi - Il prezzo del potere" è dedicato alla vicenda della banca Etruria, al salvataggio degli interessi delle banche, il decreto del governo (che penalizza i risparmiatori truffati) e i conflitti di interesse di un ministro giovane e rampante (ma senza passato).

L'autore riporta l'articolo di Roberto Saviano uscito l'11 dicembre, in piena Leopolda, su il Post.it (e non Repubblica), che ancora a distanza di mesi, merita di essere interamente riletto:


Molti si sono preoccupati di dare ampia pubblicità agli impegni del Ministro Boschi nella giornata in cui il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto che ha salvato dal fallimento anche la Banca della quale il padre è vicepresidente. Molti hanno sentito la necessità di dare ampio spazio all’alibi del Ministro che, salvata la forma, ritiene di aver risolto la questione sul piano politico. Ma non è così. Perché la Banca sia fallita – dopo essere stata oggetto nei mesi scorsi di sospette speculazioni – è compito degli organi competenti accertarlo (sempre che non si applichino al caso moratorie altrove felicemente utilizzate). Ma il conflitto di interessi del Ministro Boschi è un problema politico enorme, dal quale un esponente di primissimo piano del governo del cambiamento non può sfuggire. In epoca passata abbiamo assistito a crociate sui media per molto meno, contro esponenti di terza fila del sottobosco politico di centrodestra: oggi invece pare che di certe cose non si debba o addirittura non si possa parlare. 
È probabile che il Ministro Boschi non risponda come se il silenzio fosse la soluzione del problema. Ma questo è un comportamento autoritario di chi si sente sicuro nel proprio ruolo poiché (per ora) le alternative non lo impensieriscono. E se il Ministro resterà al suo posto, senza chiarire, la colpa sarà principalmente nostra e di chi, temendo di dare munizioni a Grillo o a Salvini, sta tacendo o avallando scelte politiche inaccettabili. Quando è iniziata la paura di aprire un serio dibattito su questo governo? Quando è accaduto che a un primo ministro fosse consentito di prendere un impegno serio sul Sud ad agosto per dimenticarlo del tutto il mese successivo? Proviamo a immaginare per un attimo che la tragedia che ha colpito Luigino D’Angelo, il pensionato che si è suicidato dopo aver perso tutti i risparmi depositati alla Banca Etruria, fosse accaduta sotto il governo Berlusconi. Tutto questo avrebbe avuto un effetto deflagrante. Quelli che ora gridano allo scandalo, gli organi di stampa vicini a Berlusconi forse avrebbero taciuto, ma per tutti gli altri non ci sarebbe stato dubbio: si sarebbero invocate le dimissioni. 
Dunque, cosa è successo? Come siamo passati dai politici tutti marci ai politici tutti intoccabili? Cosa ci sta accadendo? All’alba della Terza Repubblica un ministro del governo Letta, la campionessa Josefa Idem, sfiorata da una vicenda senza alcuna rilevanza penale (aveva indicato come abitazione principale ai fini della tassazione un immobile che non lo era), decise di dimettersi. Era iniziato un nuovo corso e alle elezioni politiche il Movimento 5 Stelle, con la carica moralizzatrice che gli è propria, aveva ottenuto un risultato impensabile: c’era la necessità di marcare la differenza con il passato. Il passato era la Seconda Repubblica e la sua impostazione liberale, non nel senso classico, ma in quello icasticamente definito da Corrado Guzzanti per il quale la Casa della Libertà era solo un luogo dove ognuno – e i potenti ancor di più – facevano quello che volevano, contro la legge o con l’ausilio di leggi ad hoc. Si torna sempre a Berlusconi, ma del resto non è vero che senza conoscere il passato non può comprendersi il presente? O si tratta di una massima di portata generale e mai particolare? I nemici di Berlusconi, tra i quali mi onoro di essere annoverato, sono una folta, foltissima schiera di scrittori, giornalisti, intellettuali, privati cittadini che nel tempo si sono sentiti investiti del compito di monitorare cosa stesse accadendo alla politica italiana, alla sua economia. Di comprendere e se possibile rendere pubblici certi meccanismi. 
I tentativi di censurare, di impedire il racconto della realtà e infine di diffamare chi osasse farlo, sono stati innumerevoli. Ma l’Italia non è mai diventata la Turchia di Erdoğan o la Russia di Putin – amici dichiarati del nostro ex Presidente – perché non eravamo soli. Ognuno di noi sapeva di poter contare sul supporto di altri che come noi spendevano tempo, energie e intelligenza per raccontare quanto succedeva ogni giorno, tra cronaca parlamentare e giudiziaria. Sulle pagine del quotidiano Repubblica un maestro indimenticabile del giornalismo di inchiesta, Peppe D’Avanzo, inchiodò il berlusconismo a dieci domande che non hanno mai ricevuto risposta, poiché è bene ricordare che il compito del giornalista è chiedere, il dovere del potere è rispondere. Quel potere era legittimo e democratico e quei governi frutto di libere elezioni: i media facevano il proprio dovere, tutelando quelle regole democratiche alle quali il signore di Arcore e il suo codazzo si richiamavano costantemente per fare quello che gli pareva e conveniva. Cosa è successo da allora? Cosa è cambiato nel nostro modo di leggere ciò che accade? Cosa è cambiato nella nostra capacità di indignarci? Cosa ne è di quel fronte unito contro un metodo di governo? Perché era giusto sotto Berlusconi chiedere le dimissioni, urlare allo scandalo e all’indecenza ogni volta che qualcosa, a ragione, ci sembrava andare nel verso sbagliato e tracimare nell’autoritarismo? Perché sotto Berlusconi non ci si limitava a distinguere tra responsabilità giuridica e opportunità politica, ma si era giustizialisti sempre? E perché invece oggi noi stessi ieri zelanti siamo indulgenti anche dinanzi a una contraddizione cosi importante e oggettiva? Se Berlusconi, che per anni abbiamo considerato causa dei mali dell’Italia, era in realtà la logica conseguenza della ingloriosa bancarotta della Prima Repubblica, così la stagione politica che stiamo vivendo adesso non ha nessuna caratteristica peculiare, nessun pregio o difetto autonomo, ma nasce dalle ceneri di quella esperienza. Il che non vuole dire in continuità, ma neanche ci si può ingannare (o ingannare gli altri) raccontandoci l’incredibile approdo sul suolo italico di una nuova generazione di politici senza passato. Banalmente – questa la narrazione dei media di centrodestra – potremmo dire che quando al potere ci sono le sinistre, si è più indulgenti. L’opinione pubblica è più indulgente. I media sono più indulgenti. È come se, a prescindere, si fidassero. Anche se ho seri dubbi che al governo ci sia la sinistra, o anche solo il centro-sinistra, e nemmeno, a dire il vero, una politica moderna: dato il ridicolo (per non dire peggio) ritardo sul tema dei diritti civili. O forse le ragioni della attuale timidezza risiedono nell’iperattivismo del Renzi I (dato che tutti prevedono un nuovo ventennio per mancanza di alternative, forse dobbiamo prepararci alle numerazioni di epoca andreottiana) che lascia spiazzati, poiché il timore è di sembrare conservatori (con un uso improprio degli hashtag) o peggio nostalgici. Del resto come si comunica contro gli hashtag del premier senza passare per gufi o nemici del travolgente cambiamento? Ormai si è giunti ad un passo dall’accusa di disfattismo. Imporre la furba dicotomia che criticare il governo o mostrare le sue forti mancanze sia un modo per fermare le riforme, che invece vogliamo, e per armare il populismo, verso cui nutriamo sempiterna diffidenza, è un modo per anestetizzare tutto, per portare all’autocensura. 
Ma non cadiamo nella trappola: la felicità di Stato non esiste, è argomento che riguarda gli individui, non si impone, si raggiunge e noi ne siamo lontani. E la critica non è insoddisfazione malinconica, non è mal di vivere, non è spleen: e considerarla tale è quanto di peggio possa fare un capo di governo. Che il ministro Boschi risponda e subito della contraddizione che ha visto il governo salvare la banca di suo padre con un’operazione veloce e ambigua. Lo chiederò fino a quando non avrò risposta.

11 giugno 2015

Strane convergenze

Berlusconi su Saviano: «La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c'è stato un supporto promozionale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra programmate dalle tv di 160 paesi nel mondo e tutta la letteratura in proposito, Gomorra e il resto...».

De Luca sempre su Saviano: “Saviano? Si inventa la camorra per non rimanere disoccupato”

30 ottobre 2012

La lezione di Saviano (la legge della faida)

Un'altra lezione di Roberto Saviano su cosa è la criminalità organizzata: le faide con cui i clan risolvono le loro controversie, senza andare troppo per il sottile distinguendo affiliati, parenti, amici o conoscenti.
E qualche volta ci può andare di mezzo anche un innocente: "qualcosa avrà fatto", "si è trovato nel posto sbagliato".
Non ce nulla di peggio che sentirsi dire che, se vivi in un certo posto, non hai più certi diritti. Di uscire la sera, di vivere.
Dovrebbe essere l'emergenza nazionale, quella sulla criminalità organizzata: la mafia dei colletti bianchi, le ecomafia, le sofisticazioni alimentari.

In Senato si discute della legge sulla diffamazione, che per salvarne uno dal carcere, intimidisce tutti gli altri giornalisti giornalisti.

16 maggio 2012

Quello che non ho - la seconda puntata

Alcune parole, alcuni racconti, dalla seconda puntata


Il linguaggio della mafia, spiegato da Saviano: "togliere il mascheramento alle parole: per rompere il mascheramento al potere criminale serve tornare a chiamare le cose come sono".


La parola Benefattore secondo Gramellini: Enrico De Pedis, Marcinkus e Emanuela Orlandi, lo Ior i soldi a Solidarnos e il riciclaggio di denaro sporco. Passato e presente.


La parola resistenza spiegata dalla partigiana Vanna Bianchi, nome di battaglia Sonia: "chi fa resistenza non invecchia mai"

15 maggio 2012

Quello che non ho - il monologo sul lavoro

Il nome del programma è cambiato, ma il format e i conduttori sono gli stessi: quelli che hanno portato al successo della trasmissione l'anno scorso e di cui la Rai ha deciso di fare a meno (in favore di qualche fiction nazionalpopolare, di qualche pacco e paccottiglia ..).

Dagli elenchi di parole, alle parole scelte per indicare il presente, quello che c'è e che non vorremmo vedere più e quello che non vediamo più e vorremmo avere ancora.

Favino, che a breve diventerà padre e che augura alla figlia un mondo fatto di strade, case, nuvole, prosciutto ..
E Fazio che invece si augura che nel mondo in cui crescerà non si trovino più "Burlesque, faccendiere, escort, spread, briffare, esclusivo, tele-voto, tempistica, padania, movida".

Ma la puntata inizia con Saviano che si toglie un sassolino dalla scarpa: con la parola interloquire. La ndrangheta che al nord interloquisce con tutte le forze politiche, lega compresa. Lo dice l'inchiesta che ha coinvolto l'ex tesoriere Belsito, che si era rivolto ai broker del clan De Stefano per investire i soldi.
Forse la Lega, anzichè chiedere la puntata ripatoria come fece Maroni, quello che oggi intende vestire i panni del moralizzatore.

Nel suo monologo, Saviano ha parlato delle persone che in questi mesi si tolgono la vita per lavoro.
"Lavoro è vita e senza quello esiste solo paura e insicurezza" diceva John Lennon.
Alcune statistiche dicono che non è vero che sono aumentati i suicidi, per lavoro, però è vero che molti di questi casi sono legati alla crisi economica, e sono morti che riguardano tutti. Dal pensionato all'immigrato, ai coniugi che hanno perso il lavoro al portinaio di Napoli.
Fino agli imprenditori che si uccidono proprio nella loro azienda, il luogo della loro vita.
Ad essere esposte alla crisi sono aziende che spesso si sono comportate bene: imprese che semplicemente fanno fatica ad essere pagate dallo Stato (che paga a 6 mesi) e da altri privati.
E con le banche che chiudono i rubinetti del credito, si trovano in difficoltà.
Saviano ieri sera ha citato uno di questo: Roberto Schiavon, di Padova, che prima di morire ha scritto "non ce la faccio più".
Laura Tamiozzo, figlia di un altro imprenditore che non ha resistito alla crisi (per il terrore di non poter pagare lo stipendio ai dipendenti) ha scritto alla figlia di Schiavon per farle coraggio

"Mi fa rabbia guardare la televisione, ora non si parla che della nave che è affondata, pare non ci siano altri argomenti; sembra che al Governo vivano su un altro pianeta, la Manovra Monti non sarà di certo quella che solleva il paese, la gente è già affossata, aumentano le tasse e per le imprese non c'è alcun aiuto concreto. I consumi sono fermi perché la gente non ha più soldi, le aziende saltano in continuazione, le persone sono senza lavoro, gli stipendi non bastano per arrivare a fine mese. Le banche non prestano più soldi alle aziende, sembrano quasi che il loro scopo sia quello di farti chiudere i battenti. Chissà perché (...).

Ho letto un articolo, una tua intervista, in cui dichiari che avete scritto una lettera a Monti ma non avete avuto alcun riscontro. Che male che fa sentire questo! Purtroppo mi viene da dire: «siamo soli». Stiamo lottando contro i mulini a vento, nessuno ci da retta, a nessuno interessa di noi. Ma noi Flavia ci dobbiamo fare forza, dobbiamo lottare per questo.

Forza Flavia. Un forte abbraccio a te e a tutta la tua famiglia. Con affetto".


Saviano ha poi raccontate delle finanziarie che oggi proprio con la crisi fanno affari, concedendo prestiti che poi nascondono dei casi di usura.
Come la Aspide SRL, sempre nel padovano, che aveva come capo un certo signor Crisci, 'o dottore. Usura mascherata, riconducibile a famiglie del clan dei casalesi.
Usura e ndrangheta, anche al nord: oggi la ndrangheta può usare la sua liquidità per rilevare le aziende in difficoltà, che stanno fallendo.
Come le "Acciaierie del sud", comprata ad una asta fallimentare dalla famiglia Ragosta, o come la Lazzaroni, quella dei biscotti.

Come si può arrestare e individuare il capitale mafioso?
E come può il cittadino, di rivescio, avere fiducia in questo stato che arriva con le cartelle esattoriali?
Saviano ha usato le parole di Calamandrei, al processo in difesa di Danilo Dolci (che trovate qui).
Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta "trazzera vecchia", nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.
Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall'alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così.

Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. "le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano". Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le " nostre " leggi.
Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c'è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri!
Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull'Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato con un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo.

Altro intervento da ricordare, quello di Travaglio su politica e antipolitica:
“Chiamare i caduti sul lavoro ‘morti bianche’ per far sembrare meno morti i morti e meno assassini gli assassini. Dire che è sempre colpa dei governi precedenti, delle due torri, della crisi mondiale, dello tsunami, delle toghe rosse, dell'euro, della Merkel, di Adamo ed Eva. Annunciare le grandi riforme e non farne mai una neanche piccola. Promettere tagli alla casta e poi non farli, però Giuliano Amato ci sta lavorando. Travestire dei banchieri da tecnici e nominarli ministri. Fare un governo di soli tecnici e poi difendere i partiti dall'antipolitica. Far pagare la crisi a pensionati e lavoratori perché banchieri, miliardari ed evasori corrono più veloci e non si fanno prendere. Dire “ce lo chiede l'Europa”, ma se poi l'Europa ci chiede la legge anticorruzione, allora l'Europa si faccia i cazzi suoi. Stare seduti su una montagna di soldi pubblici, deputati, senatori, sindaci, presidenti di regioni e province, assessori, consiglieri, portaborse, consulenti, banche, enti, aziende, autoblu, aerei blu, elicotteri blu, authority, tv, giornali, chiudere porte e finestre del castello, e poi strillare: “Oddio, un Grillo, prendete-lo!”. 

14 maggio 2012

Fine delle trasmissioni

Vieni via con me è stata una delle trasmissioni di maggiori successo della Rai della passata stagione (strepitoso, l'intervento nella prima puntata di Benigni): la Rai e la sua dirigenza han pensato bene di privarsi di questa trasmissione (per non turbare troppo qualche forza politica come l'anno passato) in questa stagione, e infatti stasera Fazio e Saviano debutteranno su La7 con "Quello che non ho".

Bene, significa che c'è concorrenza , direte voi.
No, perchè La7 manderà in onda le tre puntate della tramissione in questi tre giorni: come se un giocatore di poker decidesse di giocarsi il jolly subito alla prima mano.
Se avessero mandato in onda le puntate cadenzadole una alla settimana, si sarebbe creato un effetto attesa, per le puntate successive, che avrebbe dato benefici allo share de La7 per più settimane.
Forse, troppa concorrenza con Raiset non va bene.

16 dicembre 2010

Lettera ai ragazzi di Saviano

CHI LA LANCIATO un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.

Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un'altra Italia.

I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d'Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent'anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.

continua su repubblica.

30 novembre 2010

Vieni via con me - il terremoto all'Aquila e non solo



Ieri sera guardavo il monologo di Saviano sul terremoto de l'Aquila e mi rendevo conto, sentendo il suo racconto, del perchè sia tanto odiato da una certa parte del paese, da una certa parte politica e i loro giornali.

Perchè racconta una storia del prima. Saviano non ha parlato infatti del miracolo dell'Aquila, delle case di Berlusconi (o del miracolo della spazzatura di Napoli ): ha racontato delle storie degli studenti morto nel crollo della casa dello studente.
Di una casa costruita non a norma, senza rispettare le regole, senza fare i controlli sulla idoneità antisismica.
Mentre si sente ancora ripetere che quella tragedia era inevitabile, una emergenza, Saviano ci ha ricordato come in Italia siamo sempre stati soggetti a terremoti, ma ogni volta ci facciamo sorprendere.
Non è vero: la casa dello studente era una bomba ad orologeria. Come anche il nuovo ospedale, crollato perchè costruito con la sabbia.

Uno studio ha scritto che bastavano 1,4 milioni di euro per adeguare le strutture della casa dello studente: ma non se ne è fatto nulla. Hanno minimizzato tutti, di fronte alle segnalazioni dei ragazzi stessi. Il custode, la commissione grandi rischi.
Quando vale la vita di un uomo?
Veramente si deve aspettare la tragedia (e forse nemmeno quella) per parlare di messa in sicurezza delle strutture?
Alessio e gli altri ragazzi sono vittime del cemento, non della natura. Sono stati sacrificati in nome del principio per cui un cantiere serve solo per fare soldi, per prendere voti. Principio per cui le regole se applicate frenano gli affari.

La storia del terremoto dell'Aquila è una storia di tutti: non è solo la favoletta del miracolo. E' una storia di tangenti e di speculazioni sulla pelle di altre persone. E' una storia soprattutto delle vittime, ragazzi che, se dovesse essere confermata la perizia della procura, sono stati assassinati. Una storia dei parenti, dei sopravvissuti. E di noi che vogliamo ricordare per far si che non capiti mai più.
Nel ricordare questo terremoto, e quelli passati, Saviano ha recitato una brano della poesia di Franco Arminio: Conza della Campania, 8 ottobre 2000
Ci sono giorni in cui si muore in molti.
Sono i giorni delle grandi sventure.
Quel giorno in questa terra fu il ventitré novembre del 1980.

Oggi è domenica, nel cimitero di Conza sono le undici del mattino. I morti del terremoto sono quasi tutti sulle stesse file, un piccolo cimitero dentro il cimitero. Facce di uomini e donne di ogni età. Facce e storie che non ho mai incrociato. Ora di ogni persona che vedo vorrei conoscere cosa diceva, cosa faceva. Dall’addobbo della lapide a volte si capisce che si tratta di persone di una stessa famiglia. Ecco Luisa Masini, nove anni, col gatto in braccio. Sotto di lei Valeria Masini, dodici anni, e poi Maria, quarantatre anni, la madre. Il pensiero va subito al padre, chissà dov’è nel mondo a trascinarsi con la sua pena. Più avanti un’altra famiglia: Gino Ciccone, quarantanove anni, e poi Michele di dieci e Alberto di ventuno. Quelli che sono qui certamente si conoscevano tutti. giorni in cui si muore in molti. Sono i giorni delle grandi sventure. Quel giorno in questa terra fu il ventitré novembre del 1980.

Gli altri ospiti della puntata sono stati Benedetta Tobagi che ha ricordato le cose che le ha lasciato il padre, come la citazione dic Gregorio Magno "se la verità provoca scandalo, meglio uno scandalo che perdersi la verità".
L'elenco delle frasi sull'Italia di Biagi.
Milena Gabanelli che ha ricordato le cause ancora in corso: 251 milioni di euro, il totale del risarcimento. Spesso da politici, persone che poi si riparano dietro l'immunità.
La ricercatrice sui tetti di Roma e la mamma che accompagna il figlio a scuola a Napoli.
Dario Fo che ci ha ricordato come gli insegnamento di Macchiavelli al Principe siano ancora attuali.

23 novembre 2010

Vieni via con me - la spazzatura a Napoli (e altri elenchi)

L'elenco dei desideri impossibili ("chi paga le tasse sia chiamato ladro ; che i finanziamenti pubblici arrivino alla scuola pubblica ..").
La lista di Camilleri sul perchè, con la cultura si magia ("Eva, con la mela, fece cultura .."); uninedito zingaretti in versione canterina.
L'elenco dei vantaggi della vecchiaia, dal sublime Carlo Fruttero.

E poi, il problema spazzatura a Napoli: l'emegrenza che c'è da 16 anni e che dunque è scorretto chiamare emergenza.
Le tonnellate di rifiuti in mezzo alle strade di Naopoli sono il frutto di una cattiva politica (destra e sinistra) e che costringe le persone a convivere, male, con la puzza dei rifiuti che entra negli uffici, nelle scuole e nelle case.
Come è possibile? L'ha spiegato Saviano: le discariche sono piene, perchè vengono sversato i rifiuti senza differenziarli. La magistratura li sequestra e i cammion non sanno dove sversare. E i rifiuti rimangono per strada: bruciati in pire che si alzano nel cielo.
In discarica arriva l'85 % dei rifuti, eppure a Napoli ci aveva già pensato re Ferdinando Borbone a separare i residui di vetro dal resto della spazzatura. Perchè non si riesce a mettere in piedi un ciclo dei rifiuti, come succede in altre province campane?
Nel corso degli anni dopvevano essere costruiti gli inceneritori, oggi ne è attivo solo uno, che funziona male.
Le Ecoballe: sono balle di rifiuti che non possono essere usate per fare calore e allora rimangono lì, come enormi piramidi testimoni dell'incoscienza della classe politica che ha saputo solo promettere e spendere male i soldi. Ci vorrebbero 56 anni, per smaltirle tutte, queste ecoballe.

A chi conviene allora, questa situazione di perenne crisi, di perenne emergenza? Partiamo dal fiume di danaro: 8 miliardi in più di 10 anni sono stati riversati in Campania dallo stato, 750 milioni all'anno.
Chi ci ha guadagnato è stata la Camorra, le aziende che con la Camorra han fatto affari: le ecomafie che, solo nel 2009, hanno avuto un fatturato da 20 miliardi di euro.
Saviano ha raccontato dell'incontro a Villaricca del 1989 tra camorristi, massoni e politici, dove si è deciso di usare la Campania come terreno in cui sversare (la Campania era punto di snodo verso lo smaltimento dei rifiuti in Africa).
E così nelle discariche legali e illegali campane è iniziato ad arrivare di tutto: anche dalle regioni del nord, dalle loro fabbriche, che oggi negano l'aiuto a Napoli.
Per la Camorra ogni buco era buono per riempirlo di rifiuti; ogni cava e anche molti campi per fini agricoli sono stati usati come terreno di discarica.
Per le ossa degli ultramorti. Per le vecchie monete fuori conio. Per i toner delle stampanti. Per i rifiuti industriali da Porto Marghera, dalle industrie di Varese ...
L'inchiesta Black Mountains ha portato alla scoperta di scuole fatte con rifiuti contenenti metalli pesanti: scuole frequentate da bambini.
"Profitto, profitto, profitto" è il motto delle ecomafie: e al profitto hanno dovuto piegarsi i produttori di frutta del sud, strozzati dai grossisti del nord. Coltivatori lasciati soli dalla politica.
Non solo, dai rifiuti e dagli scarti industriali la camorra ci ha guadagnato due volte: vendendoli ai coltivatori come fertilizzanti.
Nord e sud sono dunque ben uniti sul tema dei rifiuti e questo lo raccontano le tante inchieste sul traffico dei rifiuti: Cassiopea, Madre terra, Re Mida ...
Inchieste che raccontano anche del vero ruolo dei Consorzi, dei veri centri di potere (come il consorzio Eco 4, da cui è nata la richiesta di arresto all'ex sottosegretario Cosentino), che fanno lievitare i costi degli appalti e assumono le persone durante le emergenze per crearsi un giro di clientele.

Rifiuti che portano malattie: non è solo la puzza che da fastidio alla popolazione di Terzigno, Giuliano, Pianura. I fanghi tossici, i coloranti, i metalli sversati portano alle malattie. Quando si vede la gente protestare contro le discariche, che cerca di fermare i camion, si deve pensare anche a questo. Perchè i tumori, il cancro, non arriva per caso: uno studio dell'OMS afferma che i casi al sud sono aumentati del 12% in questi anni.
E si continuano a fare promesse: 7 volte, l'ha ripetuto il presidente del Cosniglio, che "la crisi dei rifiuti è finita".
Ma la gente lo sa che, una volta andati via i poliziotti, rimarrà il silenzio della Camorra: chi controllerà cosa si aversa in Cava Sari?

Saviano si è affidato a De Filippo per chiudere il monologo: "A furia ‘e ddicere “ è cosa ‘e niente” siamo diventati tutti cosa ‘e niente".
A furia di dire che tutte le situazioni sono cosa e niente, che tutto quello che ci manca e cosa e niente, ci tolgono l'aria, ma è sempre cosa e niente, alla fine anche noi stiamo diventando cosa e niente.

L'elenco del ministro.

Alla fine il contraddittorio del ministro c'è stato, nella forma prevista dalla trasmissione.
Il ministro è stato al gioco, raccontando la lista delle cose fatte dal governo in tema di antimafia: ha usato giustamente il noi (magistratura e forze dell'ordine e anche il ministro) per descrivere gli arresti dei latitanti. Sebbene su alcuni punti non sono d'accordo, ho apprezzato il tono e il modo con cui ha voluto precisare la sua posizione, in difesa della Lega.

«È stato affermato che la 'ndrangheta al Nord interloquisce con la Lega: è un'affermazione ingiusta e offensiva per i tanti che come me contrastano da sempre ogni forma di illegalità»

Altri sarebbero i partiti da tirare fuori, quando si parla di rapporti con la ndrangheta. Il partito democratico, l'ex Forza Italia ..

Per battere le mafie serve un federalismo, dice Maroni. Forse: di certo un federalismo in cui chi governa le regioni è ben controllato e non agisce come un piccolo feudatario.
Di certo, per battere le mafie, non servono condoni, scudi fiscali o limitazioni nell'uso delle intercettazioni.



18 novembre 2010

Fatti e parole, bis ..

Sempre a proposito di chi racconta fatti e chi i fatti li fa ...
Tutto vero: non è una caricatura, è la copertina di libero.

Fatti e parole


Stessi fatto, l'arresto di Antonio Iovine, visto da due occhi diversi:
Maroni "Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia: questa è l'antimafia dei fatti"
Saviano "aspettavo questo da 16 anni"

Parliamo dei fatti allora: come è stato individuato e catturato 'O Ninno?
Grazie ad un lavoro di intercettazioni della squadra mobile, che hano potuto scovare chi dava ospitalità alla latitanza (sempre nel suo territorio) al boss.
Le stesse intercettazioni su cui il governo (di cui il ministro degli interni fa parte) vuole limitare. Certo, si dice che in casi di mafia non cambia niente. Non cambia niente (e nemmeno è vero) sulle indagini che si aprono per mafia, non sui reati a corollario dell'attività mafiosa.
E in ogni caso, le intercettazioni avrebbero (sentendo le proposte che girano) un tetto di spesa e di tempo.
Se non dovesse cambiare nulla, allora perchè si fa una riforma nell'uso delle intercettazioni?

Altri fatti quelli emersi dalle indagini della Dia, sulla presenza delle locali di ndrangheta nelle regioni del nord.
Significa che la Lega è collusa? Certamente no. Ma siccome amministra moltre provincie e comune, una domanda se la deve fare: come hanno fatto questi signori qua, ad entrare nel nostro territorio e nella nostra economia.
E magari anche come han fatto ad avvicinare certe nostre persone.

Da Piovono Rane:

Una piccola mappa della ‘Ndrangheta in Lombardia, il rapporto 2009 della Direzione nazionale Antimafia, gli omicidi di mafia al nord, l’inchiesta di Biondani e Portanova già linkata ieri, un altro pezzo di Paolo, un’inchiesta un po’ più datata ma sempre attuale, un’intervista a Caselli, il parere della Boccassini, un’altra inchiesta del maggio scorso di Giuseppe Catozzella.


16 novembre 2010

Vieni via con me - Montalbano contro Saviano

La seconda puntata (di Vieni via con me) forse ha risentito del problema di venire dopo una prima molto esplosiva: d'altronde la Rai stessa che decide con un gesto di autolesionismo di mettere il commissario Montalbano contro lo scrittore Saviano, ci ha messo del suo.
E pensare che una volta Montalbano e il suo essere meridionale piacevano poco ...

Come avrano reagito i veriti Rai al monologo sulla ndrangheta: dalla leggenda dei tre cavalieri, alle mani su Milano.
E la Lega? Punta sul vivo, per la sua politica degli spot contro la criminalità, quando poi si tura bene il naso per non sentire la puzza dei capitali mafiosi che arrivano al nord.
Lo scrittore Saviano, ha indossati i panni del professor Saviano e ci ha fatto una bella lezione sulla vita degli ndranghetisti, o meglio, sulla non vita: costretti a vivere dentro bunker segreti, e a decidere da lì dentro le sorti dell'economia del nord, dei traffici di droga (ieri ne hanno sequestrato per 250 milioni), del controllo del territorio al sud.
Il rito di iniziazione, quando si passa da contrasti onorati, a picciotti: un rito vecchio di centinaia d'anni, eppure ancora usato. Questo il paradosso di una struttura che si conosce ancora troppo poco, troppo sottovalutata.
Il giuramento tra "fratelli di sangue", le divisioni in crimine, locali, ndrine.
La società minore (sgarrista, camorrista..) e la segreta e ancora poco norta società maggiore (santista, vangelo..).

Non sono storie lontane, su cui riderci troppo sopra: sarebbe un errore pensare che stiamo parlando di riti vodoo, di sperduti popoli primitivi.
Di primitivo c'è ben poco, quando si parla di gente che ha legami con la finanza, col grande narcotraffico mondiale, con la politica.

Come nella ricca Lombardia, e a Milano, capitale degli investimenti criminali. Politica, sanità, affari e appalti: S Giulia, TAV MI-BG, nuovo tribunale....
L'inchiesta di questa estate portata avanti dai magistrati Bocassini e Pignatone ha ricostruito gli scenari dietro l'omicidio dello scissionista Domenico Novella, il suo omicidio a S. Vittore Olona, gli incontri al circolo Falcone Borsellino. Il ruolo di mediatore dell'avvocato Pino Neri.
I contatti con dirigenti della Asl di Pavia e con esponenti della Lega.

La stessa Lega che riconosce come padre ideologico quel Miglio (cui addirittura si dedicano scuole con tanto di ministri), che intendeva costituzionalizzare le mafie al sud.
Ha ricordato Saviano come combattere non sia solo una questione di sbirri e magistrati, ma anche una questione di garantire i diritti costituzionali, che non devono essere elargiti come favori: "sarà la parte sana dei calabresi che bloccherà la ndrangheta".
Altro che scudi fiscali e processo breve.
Gia parlarne di queste cose, vuol dire tanto: perchè significa che ora in tanti sanno cosa vuol dire essere ndranghestisti e fin dove arriva il loro potere. Non è solo Platì e Africo.

Alla fine del monologo, Saviano ha citato una bella frase di Tolstoj che riporto:
"come non si puo' asciugare l'acqua con l'acqua, non si puo' spegnere il fuoco con il fuoco, cosi' non si puo' distruggere il male con il male". Per eliminare il male occorre una forza di segno contrario: l'amore. Se si aggiunge violenza a violenza, la somma totale della violenza non puo' che crescere."

Segnalazioni:
Il ministro non l'ha presa bene:

Maroni ha parlato di accuse infamanti e non ha gradito in particolare il racconto fatto dal giornalista di approcci della criminalità organizzata con un consigliere regionale leghista. «Chiedo risposta - ha spiegato il ministro - anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere smentite».

E anche il presidente leghista Boni:
«Non esistono atti giudiziari che convalidano il "teorema Saviano" - sottolinea Boni - pertanto ho attivato gli uffici del Consiglio regionale affinchè acquisiscano dalla Rai la registrazione della puntata di ieri, verificando alla lettera che cosa è stato detto e quali tipi di accuse sono state rivolte alle istituzioni lombarde, che comunque meritano rispetto».

PS: anche prima del maxi processo si diceva la stessa cosa della mafia in Sicilia. Giusto per la cronaca.

Questa invece, l'inchiesta de l'Espresso.