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13 gennaio 2019

L'opposizione che riparte

Si TAV visto da destra

Si Tav visto da sinistra

Il PD ha scelto di ripartire dalla piazza del #sitav, sabato scorso.
Assieme a Lega e Forza Italia, pure loro in piazza (piazza senza bandiere ma con tanti politici schierati).

Poteva scegliere di ripartire dai diritti di chi lavora, di schierarsi (anche) dalla parte dei ridersi di Foodora che ieri in parte si sono visti riconoscere dei loro diritti dal Tribunale di Torino.

Vicenza, quella dei lavoratori della gig economy che aveva seguito Presadiretta

12 aprile 2018

La sentenza sui riders di Torino

Quando si parla di giustizia, di amministrare la legge, la forma è sostanza: ovvero il rispetto della forma è fondamentale quanto la sostanza dei fatti che si va a giudicare.
Succede oggi, però, che questa forma, specie quando si parla di lavoro, stia andando di fatto ad annullare la sostanza, in una sorta di separazione non consensuale tra i due.
Mi sto riferendo alla sentenza di ieri a Torino dove è stato rigettato il ricorso dei riders di foodora del 2016, sloggati cioè licenziati o sospesi dalla APP per aver protestato per le condizioni di lavoro.
Quando cioè l'azienda decise che non dovevano più essere pagati ad ora ma a consegna, a 4 euro l'ora. Il ritorno del lavoro a cottimo.
Sentenziano i giudici che i riders sono lavoratori autonomi, non sono dipendenti, dunque per loro non si applicano certe norme di tutela.
Intendiamoci: indossano la casacca dell'azienda, devono rispettare dei turni decisi dell'algoritmo, non possono smettere prima né iniziare dopo... ma non sono dipendenti.
E' il nuovo modello del lavoro, frutto delle riforme fatte dal legislatore e dalle mancate leggi che avrebbero dovuto ben normare queste situazioni.
Invece la politica ha preferito accontentarsi anche lei della forma: i numeri dei nuovi contratti di lavoro, anzi dei lavoretti della gig economy, quelli che rendono felici i progressisti e i liberali, meno chi deve stare in bici tutto il giorno.

Sul Fatto Quotidiano, Andrea Giambartolomei riporta stralci delle chat tra questi lavoratori e i loro responsabili
Secondo i legali, il lavoro era molto poco autonomo. Lo dimostrerebbero gli ordini scritti dai “manager” su Whatsapp. “Ragazzi, scusate, finirei alle 10, ma chiedo di finire mezz’ora prima – scriveva un fattorino –. Ho troppo male alle gambe avendo fatto quattro ore e mezza (…). Non assegnate altri ordini, per favore”. Gli risponde il manager: “Mi spiace ma abbiamo bisogno di tutti i nostri rider per tutto il turno”. In un altro messaggio il city manager rimprovera i fattorini di non essere andati prima del turno a ritirare le birre omaggio da consegnare: “Non è opzionale, è obbligatorio”. Segue ultimatum: “Chi non passa domani e nei prossimi giorni prima del turno a prendere le birre vada pure in vacanza”. Secondo Foodora tutto questo non dimostra un rapporto subordinato: “Manca l’obbligo di lavorare e l’obbligo di far lavorare – ha spiegato Ornella Girgenti con i colleghi Paolo Tosi e Giovanni Realmonte –. Erano i rider a decidere quanto e quando dare disponibilità”. Secondo lei, dalle chat emerge che molti potevano usufruire di cambi di turno o non presentarsi senza sanzioni. Il giudice Marco Bauzano ha così respinto tutte le richieste. Tra i rider presenti l’amarezza è molta. “Questa sentenza può essere un problema per gli altri fattorini”, afferma l’avvocato Druetta. Ma non è finita.

E' il nuovo mondo del lavoro, bellezza e tut non puoi farci niente.
City manager, app, sloggati.
Niente posto di lavoro, niente tutele, tutto a tuo carico, perfino la bici.
Zitto e pedala.

26 ottobre 2016

Una sera con Daniele




"L'idea di essere pagati a consegna [a cottimo] spinge ad andare più veloce, a prendere più rischi".

Così parla Daniele, rider di Foodora a Torino: sembra di essere tornati ai tempi di Lulù, il protagonista di La classe operaia va in paradiso.
“Un pezzo, un culo, un pezzo, un culo” ...

Daniele in 4 ore ha fatto 10 consegne percorrendo 35 km.
Con la sua bici e il suo smartphone (ma dopo le proteste l'azienda ha stipulato una convenzione con un'azienda che ripara le bici, che consente uno sconto del 50%).
Ha una laurea in storia e, almeno fino a novembre, questo lavoro che, dopo il servizio, difficilmente gli verrà rinnovato.

Il film di Elio Petri finiva Lulù che lavora ad una catena di montaggio rumorosa, intento a raccontare ai compagni di un sogno in cui tutti gli operai sfondavano un muro ed entravano in paradiso.
chissà cosa sogna la sera uno come Daniele.

Anni fa il libro di Michela Murgia "Il mondo deve sapere" aveva scoperchiato il mondo dei call center, i soprusi, le piccole storie di schiavitù.
E oggi, che sappiamo di nuovi schiavi a cottimo nel mondo dei call center, nelle consegne, perfino nel mondo del giornalismo, non abbiamo nemmeno più alibi.
Stiamo allevando una generazione di schiavi, senza nemmeno una fabbrica, senza il miraggio del progresso, del futuro.