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12 dicembre 2025

L'Italia mancata con Piazza Fontana

"Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.

Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.

Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.

Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?

Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “va bene, ho capito ”.

Poi succede quello che deve succedere.

Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.

Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].

Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.

E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici".

Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro

Adesso riusciamo a parlare di strage fascista, invitando magari la maggioranza di governo a sfogliare il suo album di famiglia, considerando i legami tra Ordine Nuovo, chi ha messo la bomba e il Movimento Sociale.

Forse un giorno arriveremo ai burattinai, che usarono i fascisti come manovalanza nel loro gioco cinico con le bombe, le stragi, per fermare lo sviluppo progressista di questo paese.

Nelle università,  nelle scuole, nella polizia perfino, negli operai che rivendicavano in piazza i loro diritti assieme agli studenti.

Basta al delitto d'onore, alla criminalizzazione dell'aborto e del divorzio.

Una rivoluzione interrotta con le bombe, nella banca dell'Agricoltura, in piazza della Loggia, a Peteano, a Bologna anni dopo.

Basti ricordare che il giorno precedente quel  maledetto 11 dicembre 1969 al Senato veniva approvato lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire strage fascista: servono i burattinai sopra i fascisti, dentro lo stato, nella classe imprenditoriale, nelle logge coperte, in certi interessi oltre oceano (a proposito della pace e  della sicurezza che ci avrebbe garantito la Nato..).

20 luglio 2025

Il biennio di sangue di Luca Tescaroli

 

1993-1994. Le menti e gli esecutori degli attentati di cosa nostra nel continente

Lavoravo alla procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta quando si verificarono gli attentati nelle città di Roma, Firenze e Milano, e stavo iniziando ad occuparmi di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, e dell’attentato dell’Addaura pianificato per il 21 giugno 1989 per colpire Giovanni Falcone e i componenti della delegazioni elvetica in quei giorni a Palermo.

Avevo ancora nella mente le immagini desolanti dell’enorme cratere, di quella Croma scagliata a oltre sessanta metri di distanza dall’enorme deflagrazione, con all’interno i cadaveri straziati di Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, quella folla enorme e scomposta di persone che si riversavano nell’area aperta a tutti per andare a rendere omaggio alle vittime o semplicemente a curiosare [..]

Immagini che mi apparvero come lo specchio su cui si rifletteva uno Stato assente e distratto, che per tanti anni aveva tollerato o, forse, favorito, il dilagare del crimine organizzato.

Come sono stati individuati gli autori delle stragi del “biennio di sangue”, 1993-1994? Quali le prove che hanno consentito agli inquirenti di portarli a processo e ai giudici di condannarli a svariati anni di carcere? In che modo si è giunti alle condanne a Spatuzza, i fratelli Graviano, Riina e Bagarella i vertici dell’ala corleonese che in quegli anni comandava dentro cosa nostra?

La prima parte del racconto si occupa proprio di questo elencando nomi, circostanze, le confessioni degli stessi esponenti delle cosche rese davanti ai magistrati, una volta presa la scelta di diventare collaboratore di giustizia.

Luca Tescaroli oggi procuratore a Prato (dove ha chiesto di aprire una nuova direzione distrettuale antimafia per contrastare la criminalità organizzata cinese) si concentra sulle stragi di Firenze in via dei Georgofili del 26 maggio 1993, sulla strage in via Palestro a Milano e sugli attentanti a Roma del 27 luglio 1993. Oltre agli attentati al giornalista Maurizio Costanzo, il 14 maggio 1993, al fallito attentato a Totuccio Contorno nel 1993 e all’ultima bomba, l’ultima di questa scia di sangue e tritolo (e molto altro) cominciata con la bomba a Capaci, il 23 giugno 1992.

Un biennio di sangue che ha rappresentato la più grave minaccia contro le istituzioni italiane portata avanti da cosa nostra, in prima linea, su cui ancora si deve chiarire se ci siano stati, oltre a i boss, altri mandanti a volto coperto da ricercare sia dentro le istituzioni stesse, sia dentro altre centri di potere tra cui massoneria e pezzi dei servizi.

Come ricorda lo stesso autore, lo stragismo non rappresentava una novità nella storia del nostro paese: quelli che sono passati alla storia come gli anni della strategia della tensione sono stati caratterizzati da attentati contro banche, treni, sindacati riuniti in piazza, tentativi di colpi di stato che avevano come obiettivo quello di lanciare messaggi a chi di dovere dentro le istituzioni.

Quello che colpisce della scia di attentati del 1992-93-94 è quanto abbiano inciso nelle scelte politiche fatte dai vari governi: come per le bombe fasciste di Milano 1969 e Piazza della Loggia 1974 l’obiettivo era destabilizzare per stabilizzare l’asse politico in senso centrista e ostacolare la crescita dei partiti di centro sinistra, l’obiettivo delle bombe di cosa nostra era lo stesso, destabilizzare per non poi trovare all’interno dei partiti nuovi referenti politici.

Cambiare tutto per non cambiare nulla negli equilibri tra stato e mafia.

C’è un filo nero che lega le stragi fasciste a quelle mafiose (sempre che sia solo mafia): la presenza di esponenti dell’arcipelago nero come Paolo Bellini, condannato per la strage fascista di Bologna del 1980 e confidente dei carabinieri nel 1993. Nonché suggeritore a Nino Gioè della strategia di colpire le opere d’arte come strumento di ricatto per lo stato.

E poi Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, nata da una scissione del movimento sociale, indagato più volte per le stragi fasciste degli anni settanta e sempre assolto.

La pista nera arriverebbe anche a lui: come racconta il collaboratore dei carabinieri Alberto Lo Cicero, Delle Chiaie sarebbe stato visto a Capaci nei mesi precedenti la strage.

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Prosegue poi Tescaroli:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

La parte più interessante del racconto però è quella successiva: nella seconda metà si raccolgono tutti quegli spunti investigativi ancora da seguire perché o legati a punti poco chiari delle indagini o perché spunti meritevoli di approfondimento.

Perché una cosa va chiarita: nonostante le celebrazioni, le parole di circostanza da parte della politica (la stessa che poi attacca i magistrati quando toccano i loro interessi, la stessa che depotenzia la magistratura togliendo strumenti per fare indagini), siamo ancora lontani dalla piena verità su Capaci, sulla strage di via D’Amelio e sugli attentati avvenuti a Firenze, Roma e Milano.

.. occorre evidenziare che, in ordine ai fatti stragisti terroristico-eversivi del biennio 1993-94, dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che hanno imposto e impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso [..]
Tutto questo fa parte di altri filoni di indagini, che impongono di continuare a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti, unitamente al condizionamento provocato da tali attentati alla nostra democrazia, che lo richiede.

Partiamo da Capaci: come mai il commando che era stato mandato a Roma, di cui faceva parte anche Gaspare Spatuzza, nella primavera del 1992 per seguire Maurizio Costanzo e Giovanni Falcone in previsione di un attentato, è stato richiamato poi in Sicilia da Riina?

Perché l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e la sua scorta a soli 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone?
Come mai pezzi delle istituzioni hanno costruito il finto pentito Scarantino, un piccolo spacciatore ritenuto credibile in tre gradi di giudizio? Forse per allontanare le indagini dai fratelli Graviano?

Va chiarito il ruolo di Paolo Bellini, confidente dei carabinieri e suggeritore della strategia terroristica di colpire le opere d’arte: “Come mai le anticipazioni sulle intenzioni degli appartenenti a Cosa nostra veicolate a esponenti delle Forze dell’Ordine da Bellini, non hanno consentito di impedire l’escalation di violenza del 1993?”

Meriterebbe un approfondimento la morte di Nino Gioè uno degli autori della strage di Capaci, morto in uno strano (e poco credibile) suicidio in carcere, dopo aver scritto una lettera-testamento dove citava pure Bellini.

Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso”, diceva Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Giorgio Napolitano al Quirinale, intercettato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino. Ai magistrati di Palermo spiegò il senso delle sue parole: “A me quel suicidio non mi è mai suonato… mi ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Il corpo senza vita di Gioè lo trovano la notte tra il 28 e 29 luglio del ’93: esattamente 24 ore dopo la stragi di via Palestro, di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio in Velabro.

Anche sulla strage di via Palestro c’è un buco nero: chi ha materialmente compiuto gli ultimi atti della strage a Milano? Il racconto dei mafiosi termina diverse ore prima, come se i mafiosi avessero lasciato l’operazione ad altri soggetti esterni alla mafia.

Come quella misteriosa donna bionda vista da testimoni vicino alla Uno bianca poi esplosa nella notte del 27 luglio.

Il 1993 è stato l’anno di tangentopoli, dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe alla rai di Saxa Rubra, del rinvenimento dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino, collocato da un funzionario dei servizi di Genova, della crisi economica del Paese.

Un anno di forti sconvolgimenti che hanno destabilizzato il paese, anche per le rivendicazioni fatte da una misteriosa sigla “Falange armata”: chi c’era dietro queste rivendicazioni, non solo sulle bombe ma anche sui delitti compiuti dalla Uno Bianca in Romagna?

E poi la trattativa stato-mafia: nonostante l’opera incessante dei negazionisti della trattativa (ovvero del ricatto a organi dello stato portato avanti da cosa nostra con gli attentati), questa trattativa c’è stata.

Lo dicono gli stessi ufficiali del Ros, se ne è ricordato dopo anni di distanza lo stesso Martelli: gli incontro tra uomini dello stato e intermediari mafiosi ci sono stati. Come ci sono state le reazioni da parte del governo Amato in reazione alle stragi, il 41 bis revocato a diversi mafiosi, l’avvicendamento al DAP in primis.

Scrive la Cassazione nella sentenza sulle strage di Firenze in via dei Georgofili:

[…] L’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata a indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti.

Commenta Tescaroli:

Dunque, sono stati acquisiti dati probatori, attraverso i processi celebrati, idonei a ritenere che siano esistite delle trattative, che i vertici dell’organizzazione mafiosa abbiano ricevuto oggettivamente un segnale istituzionale idoneo, nella loro prospettiva.

Sono domande che allargano l’orizzonte delle indagini andando oltre la sola cosa nostra: come mai le stragi sono finite nel 1994, poche settimane prima dello scioglimento del governo Ciampi e delle nuove elezioni, quelle in cui vinse il partito di Berlusconi, Forza Italia.

Il partito si cui, secondi diversi pentiti, si sarebbero convogliati i voti della mafia.

Il partito di Marcello Dell’Utri, il partito di Antonio D’Ali, entrambi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

La scheda del libro sul sito di Paper First

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


28 marzo 2025

La banda della Uno Bianca, di Daniela Chironi


Questo volume fa parte della serie “Storia dei grandi segreti d’Italia” curata da Barbara Biscotti per il settimanale Oggi: la storia di questa banda di criminali, composta da poliziotti (ma non solo) che si sono resi responsabili di rapine e omicidi, si colloca di diritto dentro quelli che chiamiamo i misteri d’Italia. Perché nonostante le sentenze di condanna, nonostante le confessioni (e le ritrattazioni) dei fratelli Savi, il nucleo di questa banda, molti aspetti di questa vicenda rimangono ancora oggi poco chiari.

Il terrore viaggia su una Uno bianca

Morti: 24.
Feriti: 102.
Crimini compiuti (in prevalenza rapine a mano armata e aggressioni): 103.
Questo il bilancio – per tacere del terrore seminato – di sette anni di efferata attività di una delle bande criminali più temute di sempre, quella cosiddetta “della Uno bianca”, che ha tenuto sotto scacco, negli anni a cavallo tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta, tutta l’area orientale della penisola situata tra l’Emilia Romagna e le Marche.
Sette anni nel corso dei quali non era nemmeno chiaro che tutte quelle feroci rapine alle banche e ai caselli autostradali, quegli atti violenti e gratuiti di stampo razzista come l’attacco mortale al campo nomadi di via Gobetti a Bologna o l’uccisione di due ragazzi senegalesi di San Mauro a Mare, Babou Cheick e Ndiaye Malik, fossero tutti attribuibili a una stessa mano.

La giornalista che ha curato questo volume ha diviso il racconto in più capitoli:

- i fatti contestati alla banda della Uno Bianca ovvero l’elenco delle rapine, degli assalti ai caselli e alle coop, le stragi, gli omicidi gratuiti commessi tra il 1987 e il 1994.

Una storia che l’autrice divide in quattro fasi:
1987: l’epoca degli assalti ai caselli con la Regata di Alberto Savi
1988-89: sono gli anni delle rapine ai supermercati fatte anche con l’uso di esplosivo

1990-91: alle rapine si associano diversi episodi criminali a sfondo razzista, sono gli anni in cui si registrano le maggiori violenze anche contro cittadini “colpevoli” di voler chiamare la polizia.
1992-94: gli anni delle rapine alle banche, ovvero atti criminali con dietro un obiettivo economico (il totale del bottino preso dalla banda è stati di quasi 2 miliardi di lire)

- il contesto ovvero la Bologna rossa negli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica, col crollo del Muro di Berlino e la fine del PCI, Bologna che si credeva essere isola felice

- la rete del mistero, ovvero tutti i punti rimasti oscuri, le domande senza risposta nonostante le sentenze passate in giudicato: il perché di alcuni delitti gratuiti, come mai la strage del Pilastro, coi tre carabinieri morti, come mai una volta che i fratelli Savi si sono resi conto di essere pedinati dalla polizia non si sono sbarazzati delle armi?

Sono emersi dei dubbi persino sulla versione ufficiale della svolta alle indagini, quando nel novembre del 1994 i due ispettori della Questura di Rimini, Baglioni e Costanza, si incrociarono portando all’identificazione di Fabio Savi, “lo stangone”, il secondo dei fratelli Savi, l’unico non poliziotto della banda, che così venne identificato.
Secondo Fabio, quel giorno non guidava una Tipo bianca e non avrebbe potuto seguire quel tragitto fino al suo appartamento..
C’è stata una soffiata alla Questura di Rimini che ha portato ai fratelli Savi? Magari della fidanzata di Fabio, Eva Mikula?
C’è poi il filone dei depistaggi (del brigadiere Macauda sul doppio delitti dei carabinieri Stasi ed Erriu), la pista sulla “quinta mafia” nel bolognese, le rapine alle coop per cui furono indagati degli esponenti della Camorra, poi finiti assolti dopo le confessioni e le ammissioni di colpa dei Savi.

Si parla anche dei suggestivi collegamenti con i colpi della banda del Brabante Vallone operativa in Belgio nei primi anni 80, stessa tecnica, stessa ferocia negli assalti ai supermercati. Si scoprì poi che i membri di questo gruppo criminale erano legati al mondo militare e a Gladio.
Altro punto ancora coperto da un velo di mistero riguarda le rivendicazioni dei colpi fatte da questa sigla, la Falange Armata: delle quasi 500 telefonate, 221 riguardavano proprio la Uno bianca.

Anche per l’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore del carcere milanese di Opera avvenuto il giorno 11 gennaio 1990 fu rivendicato da questa sigla (che si ritiene legata ad esponenti di Gladio e del Sismi): qui c’è un altro sinistro contatto con la Uno bianca, il killer della ndrangheta ha usato come arma la Colt 357 usata poi da Roberto Savi.

Nelle inchieste non è stato abbastanza approfondito il tema delle armi ovvero se i Savi avessero venduto le armi alla criminalità organizzata.
Non solo, quando nel corso delle indagini per un delitti compiuto dalla banda dove fu usato un fucile AR 70, si cercarono tutti i possessori in Italia. Tra questi anche Roberto Savi (che, cosa strana, sparava con un arma registrata a suo nome): agli inquirenti Roberto portò un secondo fucile appena acquistato, ma nessuno fece controlli sul primo fucile, quello che aveva sparato.

- Il Tribunale e la pubblica opinione

Le fulminee confessioni dei Savi autoaccusatisi di tutti i reati della Uno bianca è servita a placare la rabbia dei familiari delle vittime ma anche a far passare una versione di comodo di questa strana banda criminale, ovvero una "impresa criminale a natura familiare".

Una verità di comodo che ha consentito a calare una coltre di nebbia su tutti i punti aperti ma non l’ansia di giustizia dei familiari delle vittime alcuni dei quali, durante il processo, hanno ricevuto delle telefonate di minacce. C’è qualche altro responsabile che è rimasto impunito?

Tra l’altro, solo dopo le condanne sono arrivate le ritrattazioni da parte degli stessi Savi, per esempio su come i due ispettori, Baglioni e Costanza, si sono imbattuti nell’auto di Fabio Savi.

- I punti aperti

Ci sono ancora tante domande senza risposta su questa banda che rapinava e assaltava banche e supermercati, uccidendo persone a volte senza nemmeno prendersi i soldi.

C’è la questione dei legami con la criminalità organizzata. Ci sono le intimidazioni ai parenti delle vittime, chi ha telefonato?

Ci sono quei capelli in mano a Primo Zecchi, una delle tante vittime dei Savi, ucciso perché stava facendo il suo dovere da cittadino.

Sarebbe interessante consultare l'archivio o gli archivi dei servizi: secondo il Giudice Spinosa (autore del libro uscito per Chiarelettere l’Italia della Uno Bianca): quello della Uno bianca è stato un attacco allo stato per destabilizzare Emilia Romagna, come le bombe della mafia della stagione 1992-93.

Ma forse non lo sapremo mai.

- Le conseguenze

Ci sono le famiglie straziate dal dolore, i familiari delle vittime che si sono raccolti in associazione. E poi ci sono i colpevoli: i tre fratelli Savi sono ancora detenuti, mentre gli altri comprimari o hanno patteggiato una pena oppure sono in libertà avendo già scontato la condanna.

Ma rimangono i dubbi ancora aperti: per evitare che una storia del genere possa ripetersi – conclude l’autrice, è importante continuare a provare a dare una risposta a questi punti poco chiari.

La scheda del libro sul sito di Edicola Shop e su quello della Gazzetta

- Chi sono i protagonisti di questa vicenda, ladri feroci e sanguinari? Terroristi? Strumenti in mano a poteri occulti o alle grandi orga- nizzazioni criminali? Dal 1987 al 1994, un gruppo di misteriosi banditi si muove a bordo di una Fiat Uno bianca seminando terrore e morte in Emilia-Romagna. Sono tiratori esperti, sanno maneg- giare l'esplosivo e conoscono la tecnica dell'assalto, con la quale aggrediscono i portavalori. Puntano a caselli autostradali, super- mercati, uffici postali, pompe di benzina e banche, ma fra i bersagli finiscono anche campi nomadi, stranieri e forze dell'ordine. Spa- rano senza esitare e senza un apparente motivo. Questi rapinatori assassini sono i fratelli Savi e i loro complici. E, tranne Fabio, sono tutti poliziotti.
-DIETRO LA UNO BIANCA CI SONO LA TARGA, I FANALI E IL PARAURTI. BASTA, NON C'È NIENT'ALTRO.- (FABIO SAVI, MEMBRO DELLA BANDA DELLA UNO BIANCA)

24 giugno 2024

La strage di Bologna, i mandanti di Paolo Morando


Questo breve romanzo del giornalista Paolo Morando è il secondo volume della raccolta "Terrorismo italiano" pubbicata dal Corriere della sera, curata da Barbara Biscotti.

L'autore ha scritto per Feltrinelli un saggio ben più corposo intitolato "La strage di Bologna - Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito" dove trovano spazio anche le storie dei primi processi che hanno portato alle condanne in via definitiva dei tre esponenti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, come anche le storie delle vittime.

Famiglie distrutte (anche nel senso materiale del termine) da quella bomba esplosa nella sala d'aspetto della stazione di Bologna in una mattina del 2 agosto 1980.

In questo libro ci si sofferma sugli ultimi sviluppi emersi dal processo Bellini/mandanti che, con le sentenze di condanna emesse in primo grado, ci consente per la prima volta dopo più di quarant'anni di arrivare al livello superiore.

La strage non è più solo opera di quattro ragazzi autodefinitisi spontaneisti: ora abbiamo il livello superiore che dai Nar, il gruppo terrorista di estrema destra cresciuto a destra del movimento sociale e in rottura con i "tramoni" di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, sale su fino alla P2 di Gelli e a uomini dello Stato che pensavamo di aver sepolto nella nostra storia passata. Uomini come Federico Umberto d'Amato, a capo dell'Ufficio Affari Riservati, una sorta di servizio segreto del Viminale, uomo di cerniera tra l’Italia e la Nato, piduista. Il suo ufficio è stato ritenuto responsabile, tra le altre cose, dei depistaggi all'indomani della strage di Milano, il 12 dicembre 1969, con la falsa pista che incolpava gli anarchici e la velina che definiva perfino Yves Guerin Serac come anarchico.

Mescolare il vero e il non vero, in modo da rendere difficile se non impossibile risalire alla verità.

Tutto ruota attorno alle carte, alle sentenze, ai passaggi dell'ultimo processo, conclusosi nell'aprile 2023 in primo grado (e dei precedenti processi chiaramente): interi passaggi vengono riportati, in modo che anche il lettore possa rendersi conto di come i giudici e i magistrati sono arrivati a stabilire le responsabilità dei sogetti imputati. Ma va dato atto all'autore di essere riuscito a non essere "pesante" nel racconto: chi vuole farsi una conoscenza sui fatti di Bologna, sui depistaggi, sui perché dei depistaggi e, cosa ancora più importante, sul perché di questa strage, può partire da questo libro.

Non mi soffermo sulle responsabilità, ormai acclarate, chiare e definitive, dei neofascisti condannati per la strage: nonostante ancora oggi il fronte innocentista (che trova sponda anche nella maggioranza di governo) non si sia rassegnato alla definizione di bomba "fascista", le loro responsabilità sono oltre ogni ragionevole dubbio. Ancora una volta, se volete leggere un approfondimento sulle prove che hanno portato alle condanne di Mambro, Fioravanti (assieme a Ciavardini e Cavallini, condannati ma non ancora in via definitiva), potete leggere il capitolo su Bologna nel libro "La ragazza di Gladio" di Paolo Biondani.

I colpevoli sono loro. Punto.

Quello che mancava fino al 2023 erano i perché: era una sentenza monca, quella che ha condannato i Nar, terroristi contro il sistema ma in realtà, finanziati e aiutati da pezzi dei servizi e della massoneria deviata, altro che spontaneisti. Si ritiene, spiega Morando, che siano addirittura stati creati dai servizi, quella parte che viene definita deviata, ovvero al servizio di interessi al di fuori del dettato costituzionale.

Se siamo arrivati a questo è grazie al lavoro e all'impegno della Procura Generale di Bologna, che ha avocato a sé il processo dopo la richiesta di archiviazione della procura. Ma soprattutto dobbiamo dire grazie all'impegno delle parti civili, avvocati e familiari dell'associazione vittime di Bologna che non hanno mai smesso di cercarla questa verità, di proteggere le sentenze di condanna dai continui despitaggi, ancora oggi.

Depistaggi che non finiranno, perché quella di Bologna è una pagina nera della nostra storia che racconta della doppia fedeltà di pezzi delle nostre istituzioni, di come siamo stati (ma è giusto usare il passato?) un paese a sovranità molto limitata.

Anche a prezzo della vita di 85 persone.

Sono state le parti civili a far ritrovare il documento "Bologna", sequestrato in Svizzera a Licio Gelli, dominus della P2 e, secondo molti storici, dominus anche dei nostri servizi segreti a cavallo degli anni settanta e ottanta. Su quel pezzo di carta, ripiegato in quattro, c'era la scritta Bologna, poi una serie di cifre, movimentazione da un conto corrente della banca UBS (Bologna 525779 –X.S.).

Soldi, che si è scoperto poi, sono finiti su conti riconducibili ai Nar, al direttore dell'Ufficio Affari Riservati, un potente uomo dentro il mondo dei servizi e al giornalista Mario Tedeschi, senatore del MSI ma anche giornalista de il Borghese, giornale su cui vennero pubblicati articoli a sostegno della fantomatica pista palestinese, pista che tutte le sentenze hanno smontato pezzo per pezzo.

Se non sono stati i NAR, come mai i servizi, controllati dalla P2 di Gelli, si sono mossi sin da subito, per sviare le indagini e sostenere così la loro innocenza? Anche le sentenze di condanna a Gelli e a pezzi del Sismi (il vecchio servizio segreto militare) sono passate in giudicato: stiamo parlando dell'operazione "terrore sui treni" con cui furono fatti trovare, nel gennaio 1981, sul treno Taranto Milano delle bombe con la stessa micidiale composizione di quella di Bologna. Come facevano i servizi a conoscere la giusta composizione della bomba del 2 agosto, visto che i periti non avevano ancora depositato i loro risultati?

Quel documento, che Gelli conservava con cura nel suo portafoglio ripiegato in quattro, non era mai arrivato ai magistrati di Bologna: era stato inviato dalla Guardia di Finanza ai magistrati milanesi ma senza riportare l'intera scritta "Bologna" nonostante in quei mesi del 1987 il processo sulla bomba alla stazione fosse già in corso. Sciatteria, superficialità, oppure un altro tentativo di depistaggio?

Quel documento è arrivato ai magistrati di Bologna grazie al lavoro dell'ex magistrato Claudio Nunziata che ne trovò traccia in un libro dello scrittore inglese e lo riportò all'associazione vittime.

Il documento Bologna fa il paio con un altro, anche questo strategico per comprendere il ruolo e il potere di Gelli: si tratta del documento "artigli": si tratta di una nota scritta da un dirigente del Viminale, da inviare al ministro dell'interno (che nel 1987 quando fu redatta era Amintore Fanfani). In questa nota si riassume un incontro avvenuto al Viminale tra l'avvocato di Licio Gelli, in quel momento già sotto processo per la strage, e il capo della polizia Parisi (che era stato anche direttore del Sisde).

Cosa c'è scritto in quel documento, così segreto da non venire nemmeno archiviato (tanto che fu trovato anni dopo nell'archivio in via Appia del Viminale)?

Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”.

Il messaggio, anzi, il ricatto che Gelli per tramite del suo avvocato, fa allo stato italiano, è questo: non fatemi domande scomode su Bologna, in particolare facendo riferimento al documento "Bologna" che gli era stato sequestrato, altrimenti tiro fuori gli artigli anche io.

Inizio a parlare - fa capire Gelli - dei miei rapporti con lo stato, coi servizi, magari tirando fuori altri elenchi compromettenti, come la lista completa degli appartenenti alla Loggia P2.

Gelli chiedeva solo di poter morire in pace nel suo letto, cosa che puntualmente avvenne nel 2015: per il depistaggio, per le sue responsabilità in questa strage (scoperte anni dopo, certo), Gelli non ha scontato un giorno di prigione in Italia. Il suo ricatto ha funzionato.

Ma adesso da questi due documenti sappiamo: sappiamo come è maturata questa strage e perché è stata fatta.

La corte di Assise d'Appello di Bologna ha riportato quasi completamente la memoria presentata dall'Avvocatura di Stato, che ha ricostruito il contesto di quegli anni: erano gli anni in cui l'esperimento del centro sinistra andava a morire, Gelli e la sua P2 era riuscito a tenere sotto controllo il caso Moro, mettendo davanti la ragione di stato e lo status quo alla vita del presidente DC.

Erano gli anni in cui i repubblicani si apprestavano a vincere le elezioni nel 1980, con Ronald Reagan e Bush sr alla Cia: da una parte Gelli comprende che per preparare il terreno a questa destra deve continuare la sua opera di destabilizzazione del paese, in modo da poter conquistare più potere nei confronti degli americani. E dunque i finanziamenti ai Nar, iniziati nel 1979, gli attentati, i delitti politici.

Dall'altra parte gli americani comprendono - continua la corte d'Assise nelle sue motivazioni - che Gelli va deposto, va messo fine al suo potere: inizia una campagna contro di lui, viene tirato fuori dai servizi (quelli che lui controllava) il dossier Cominform, dove Gelli è presentato come spia dell'est. Tutto falso, ma è uno strumento (in cui viene coinvolto il giornalista di OP Mino Pecorelli) utile a intorbidire le acque.

Scrivono i giudici nelle motivazioni:

«si può tuttavia già notare che la strage del 1980 non fu che la prosecuzione della strategia della tensione inaugurata nel 1969 in Italia e che non fu l'ultima tappa della violenza politica che continuò a funestare l'Italia».

Nell'ultimo filone del processo è stato condannato anche Paolo Bellini: è stato riconosciuto in un frame di un video girato da un turista tedesco nei momenti successivi alla strage: quel video, in VHS, fu inviato poi ai magistrati bolognesi, da questo furono estratte diverse foto. Solo nel 2019 un avvocato di parte civile si accorse che solo parte di quelle foto erano state analizzate dai giudici. Guarda caso mancava un pezzo dove all'improvviso compare un uomo, che somiglia molto a Paolo Bellini.

Strana figura, la sua: esponente di avanguardia nazionale, latitante dopo diversi omicidi per la ndrangheta, ritornato in Italia sotto falso nome.

Il padre era un fascista convinto che, dice Bellini figlio, lo voleva spingere per entrare nei servizi.

Entra però, come afferma la sentenza di primo grado, in questa strage, come entrerà anni più tardi nel periodo stragista della mafia (non come responsabile, ma per aver suggerito le opere d'arte come obiettivo di attentati), nel 1993 con le bombe a Firenze, Roma e Milano.

Ma questa è un'altra storia, o forse no.

La storia dei processi sulla strage di Bologna ci da una lezione importante: sebbene molti dei responsabili siano morti, non è mai troppo tardi per arrivare ad una verità, per dare giustizia alle vittime e per inchiodare alle loro responsabilità i mandanti di queste trame nere che, ogni giorno, diventano sempre meno oscure, sempre prendendo spunto dalle motivazioni della sentenza

anche coloro che si resero verosimilmente mandanti e/o finanziatori della strage, pur senza appartenere in modo diretto a gruppi neofascisti, condividevano i predetti obiettivi antidemocratici di fondo ed ambivano all’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse”.

Il link per ordinare il libro.

20 giugno 2024

La ragazza di Gladio di Paolo Biondani

 


Prefazione di Benedetta Tobagi

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace come bussola per addentrarsi nel labirinto dello stragismo, Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Dalle soffitte di Castelfranco Veneto [il deposito delle armi di Ventura, esponente di Ordine Nuovo, tra i responsabili della strage di Milano, assolto nei processi] a quelle in Toscana [come il deposito nell’appartamento del capocentro del Sid Mannucci Benincasa], ai loculi interrati – e violati – dei cosidetti «Nasco»di Gladio in Friuli, ricostruisce la trama fitta e talvolta sorprendente che segue in filigrana quella dei cosiddetti «misteri d’Italia», che poi misteri non sono affatto.

Un libro prezioso, questo La ragazza di Gladio del giornalista Paolo Biondani, per comprendere quella parte della nostra storia che viene generalmente racchiusa nella definizione “anni di piombo”, il periodo che va dalla strage di Milano del 12 dicembre 1969 e che arriva fino al dicembre del 1984 con la bomba fatta esplodere sul rapido 904, la “strage di Natale”. Gli anni delle delle bombe fatte esplodere nelle piazze, come a Brescia il 28 maggio 1974, nelle stazioni, come a Bologna il 2 agosto 1980, sui treni come a Gioia Tauro, sul treno Italicus. Attentati caratterizzati da fattori comuni: prima di tutto i depistaggi organizzati da uomini dello stato (dai servizi militari, dagli stessi investigatori) che hanno reso difficile l’individuazione dei responsabili e arrivare a sentenze di condanna. Poi quella che viene considerata la matrice: sono tutti attentati realizzati da estremisti di destra, di quell’arcipelago nero a destra (e contigui) al Movimento Sociale, con l’obiettivo di creare terrore, alzare il livello di tensione in un paese che, a fine anni sessanta, voleva togliersi di dosso finalmente tutto il vecchiume che arrivava dal regime fascista. Sono gli anni in cui si saldano le proteste degli operai per l’autunno caldo con quelle degli studenti. Sono gli anni in cui si teorizza l’uso delle operazioni coperte, operazioni sporche, per ostacolare l’avanzata delle sinistre, per bloccare il baricentro politico di questo paese attorno al polo di centro destra, col partito della Democrazia Cristiana bloccato al governo. Tutto questo è stato tradotto, prendendo a prestito una formula usata da un quotidiano inglese nei giorni successivi la strage di Milano come “strategia della tensione”: infiltrarsi nei gruppo di protesta della sinistra, alzare il livello dello scontro, organizzare attentati da far addossare alle sinistre, agli anarchici.

Paolo Biondani ha avuto il pregio, in questo romanzo, di raccontare tutto questo usando un linguaggio comprensibile e chiaro, non sono presenti citazioni da atti della magistratura, se non indispensabili al racconto ma, come spiega l’autore nel primo capitolo, qui dentro troverete atti e ricostruzioni che sono state ritenute vere dai giudici

Premessa Questo non è un romanzo. È un libro che racconta solo fatti certi, documentati e comprovati da sentenze inoppugnabili.
E le sentenze, a saperle leggere, mettendole assieme cercando di legarle assieme seguendo un unico filo, parlano: “non è vero che le stragi sono un mistero. C’è un minimo di verità giudiziaria che i cittadini hanno diritto di conoscere”.
Vi assicuro che è assolutamente così: smettiamo di parlare di misteri d’Italia, è vero che non sappiamo ancora tutto sui responsabili delle stragi (a livello politico, intendo, ma poi ci arriveremo), ma sappiamo già molto e tutto questo ci è di aiuto per comprendere la nostra storia di ieri.
E, come spiegherà l’autore negli ultimi due capitoli, anche la storia di oggi, dove troviamo al governo gli eredi di quel partito fondato nel 1946 da ex repubblichini di Salò.
Biondani ha la felice intuizione di raccontare tutto
questo seguendo due tracce abbastanza inedite: la prima è la testimonianza importante di una ragazza che è stata testimone dei preparativi della strage di Brescia del 1974. La seconda è la storia dei depositi delle armi, i Nasco, ad uso della rete di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, concepita in ambito Nato a fine anni 50, che doveva attivarsi in caso di invasione dell’esercito del patto di Varsavia.

La ragazza di Gladio

«la ragazza di Gladio» del titolo è una testimone chiave di un nuovo processo sulla strage di Brescia che si è aperto nel 2024.

Stiamo parlando della fidanzata di Silvio Ferrari, il ragazzo morto mentre preparava un attentato, forse addirittura ucciso dai suoi camerati, era un esponente di Ordine Nuovo (la formazione politica nata da una scissione del Movimento Sociale), che non si fidavano più di lui.
Ai magistrati di Brescia, che oggi stanno celebrando il processo su altri responsabili della strage di Piazza della Loggia e sui livelli superiori ha raccontato una verità incredibile: gli incontri tra questi neofascisti e uomini dello stato in una caserma dei carabinieri a Verona. Incontri in cui esponenti di ordine nuovo e carabinieri, tra cui il capo centro del sid di Verona e il capitano Delfino, parlavano di bombe, di attentati, di violenza.
Tutto il racconto fatto dalla ragazza è stato riscontrato dai magistrati, compresi gli incontri fatti da questi ragazzi appena maggiorenni nella base Nato di Verona dove venivano accolti, oltre che dal capitano Delfino, da un ufficiale americano. Le parole della ragazza di Gladio cambiano completamente il racconto fatto fino ad oggi delle stragi: i fascisti vengono relegati a mera manovalanza, forse qualcuno di loro veramente pensava che si sarebbe arrivato ad una dittatura in Italia, come in Grecia. Ma erano solo pedine nelle mani di pupari ben più abili: alzando lo sguardo verso i livelli più alti, possiamo includere tra i manovratori di questa strategia terroristica ed eversiva pezzi dei servizi, ufficiali Nato e ufficiali dello Stato Maggiore fino ad arrivare ai referenti politici e a quegli imprenditori che li finanziavano.
Tutti questi avrebbero dovuti essere portati a processo per le loro colpe, a partire dagli ufficiali del Sid e poi del Sismi che erano venuti a conoscenza delle stragi, per esempio grazie a quanto raccontava loro Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, ma vale lo stesso per Bologna, per Peteano, per i presunti assassini “spontaneisti” dei Nar (l’intelligence dell’esercito sapeva del furto di bombe a mano di Fioravanti, armi usate in successivi attentati). Informazioni mai condivise con l’autorità giudiziaria.

Ma sarebbe alquanto difficile: non siamo riusciti a condannare tutti i fascisti responsabili di quelle bombe allora, figuriamoci cosa potremmo fare oggi dove molti dei protagonisti di queste vicende o sono molto anziani o sono morti.

Nemmeno il colonnello Amos Spiazzi, reo confesso dell’essere appartenuto ad una struttura segreta che organizzava attività illegali anticomuniste: su di lui scrive Biondani “ci vogliono giudici veramente eccezionali per assolvere uno che ha confessato”.

Dovremmo allora avere il coraggio di riscrivere la nostra storia recente, ma non nel senso innocentista come vorrebbe l’attuale maggioranza di destra, ma iniziare veramente a raccontare al paese, non solo alle vittime delle stragi, del doppio stato, della doppia fedeltà di molti uomini delle istituzioni, dei tanti compromessi che abbiamo accettati in nome di Yalta, del mondo diviso in blocchi, della ragione di stato.

I Nasco – violati – di Gladio

I Nasco dovevano essere strutture nascoste dove nascondere armi ed esplosivi, tenuti in involucri sigillati, da usare in caso di invasione dall’altro fronte del blocco.
Chi avrebbe dovuto usare queste armi erano militari e civili dentro Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, una struttura così nascosta da non essere rivelata nemmeno a tutti i presidenti del Consiglio.
Gli italiani ne sono venuti a conoscenza dopo che il presidente Andreotti ne diede notizia , in due comunicazioni alla commissione stragi e alle camere, nel 1990
(dopo il crollo del muro): ma a costringere l’allora presidente a parlare di Gladio furono le inchieste di Venezia che finalmente avevano portato a galla una verità diversa. Gladio era una struttura a due volti: c’era un volto ufficiale, sebbene tenuto nascosto, ma c’era anche un volto segreto e molto più pericoloso.
I gladiatori e, soprattutto, i depositi di armi, furono usati nelle operazioni sporche durante la “strategia della tensione”: come racconta Biondani, molti Nasco furono violati da mani ignote che prelevarono parti di micce ed esplosivi poi usati in attentati.
Dopo che, casualmente, uno di questi arsenali venne scoperto, ad Aurisina, i servizi iniziarono a trasferire le armi nei depositi delle caserme dei carabinieri o in case di civili: sono quei famosi depositi di armi militari scoperti a volte casualmente a volte nel corso di indagini, in cui i proprietari si sono difesi sostenendo di essere collezionisti. E arrivando perfino ad essere creduti dalle corti.
La bomba che uccise i tre carabinieri a Peteano, nel 1972, era stata innescata da un accenditore a strappo, proveniente proprio da un Nasco di Gladio, come racconta l’allora giudice Felice Casson: «Per la bomba di Peteano i terroristi di Ordine nuovo hanno usato un innesco uscito illegalmente da un arsenale di Gladio»..
La strage di Peteano ci è utile per chiarire tutto il disegno: carabinieri erano i tre morti, come carabinieri erano gli ufficiali che hanno depistato le indagini

Dal processo emerge che gli ufficiali erano stati manovrati da un generale molto potente e molto reazionario, Giovanni Battista Palumbo [..] una quinta colonna della P2 all’interno dell’Arma.
Ma c’è di peggio: la macchina saltata in aria a Peteano era stata colpita da proiettili sparati da una calibro 22. Quella pistola, hanno ricostruito le indagini, porta direttamente a due ordinovisti: il primo si chiama Vincenzo Vinciguerra, dopo anni da latitante ha deciso di consegnarsi allo stato per raccontare delle trame nere di Ordine Nuovo, orchestrate dalla P2 di Licio Gelli.
L’altro ordinovista
si chiama Carlo Cicuttini ed era segretario del movimento sociale, che lo aiutò ad espatriare e sfuggire dalla giustizia.

Ma ancora meglio, per raccontare in filigrana queste trame, meno oscure di quanto si pensi, è la bomba alla stazione di Bologna: in questa storia troviamo tutti i protagonisti negativi questa storia, dai terroristi neri, i finti spontaneisti neri dei Nar, Mambro e Fioravanti, e la loggia P2 di Gelli, che a fine anni settanta controllava un pezzo dell’editoria, parte della finanza, i vertici dei servizi e delle forze armate. Le ultime indagini, nate in questi anni dalla scoperta del documento Bologna sequestrato a Gelli in Svizzera e rimasto colpevolmente nel cassetto per anni, gettano una nuova luce sugli organizzatori della strage (perché su chi ha messo la bomba dubbi non ce ne sono):

Perché Licio Gelli, che nel 1980 aveva in mano tutti i servizi segreti, si espone personalmente per fermare le indagini sui giovani spontaneisti armati romani? La spiegazione secondo i magistrati della procura generale di Bologna è chiara: perché era stato proprio il capo della P2 pianificare la strage e a pagare quei terroristi.
Gelli ha finanziato i Nar sin dal 1979 per questa strage, per depistare le indagini ha coinvolto direttamente i suoi referenti nel Sismi (e bloccato le indagini del Sisde, il servizio interno appena nato), orchestrando per tramite del giornalista Tedeschi una campagna stampa a sostegno della pista straniera, quella che oggi chiameremo fake news.
Ma di fake news, di despistaggi, è piena la nostra storia: dalla finta pista anarchica costruita dall’ufficio affari riservati per piazza Fontana, alla finta pista che incolpava i fratelli Papa per la bomba di Brescia, per arrivare al finto anarchico Bertoli per la bomba alla questura di Milano. Fino ad arrivare al finto pentito Scarantino, costruito e istruito dalla squadra di La Barbera per spostare le indagini sulla strage di via D’Amelio, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Ma cosa c’entrano le stragi di mafia con le stragi fasciste degli anni di piombo?

La responsabilità politica di quelle stragi - oggi

Se i primi capitoli sono preziosi perché aiutano a comprendere i fatti, le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1984, altrettanto importanti sono gli ultimi capitoli, per un duplice motivo: prima di tutto perché raccontano parti della nostra storia sufficientemente recente, che non abbiamo ancora del tutto dimenticato.

Parlo delle stragi di mafia avvenute tra il 1992 e il 1993, la morte dei giudici Falcone e Borsellino, le bombe che colpirono i luoghi d’arte, l’essere arrivati ad un passo da un colpo di stato.
La nascita della seconda repubblica.

Il secondo motivo è perché si parla della responsabilità politica di quanto successo in Italia: oggi in Italia siamo abituati a contestare le sentenze della magistratura (cosa legittima, se si contesta partendo da motivazioni oggettive), figuriamo se a livello politico c’è la volontà di assumersi delle responsabilità politiche, specie su fatti particolarmente infamanti.
Ma ancora una volta sono i fatti a parlare: oggi si parla di stragi fasciste, delegando le colpe ai soli esponenti di ordine nuovo, come se questo fosse un movimento a sé stante.

Scrive Biondani:

..le stesse sentenze definitive fanno notare che ordine nuovo non era un'organizzazione occulta era una corrente del movimento sociale Italiano. Le brigate Rosse, prima linea e le altre bande criminali terroristi di sinistra erano gruppi armati clandestini che agivano segretamente fuori e contro tutti i partiti rappresentanti in Parlamento a cominciare dal PC di Berlinguer, che loro accusavano di aver tradito il comunismo.
Il terrorismo nero invece è nato dentro
il partito ufficiale della destra italiana. I suoi leader migliori [Almirante] se ne sono resi conto purtroppo solo tra il 1973 e il 1974 dopo cinque anni di bombe sui treni e nelle piazze e i loro eredi non ne parlano.
Nel libro vengono citate le storie del senatore Abbatangelo, coinvolto nell’inchiesta sulla strage del rapido 904, di Carlo Cicuttini per Peteano, di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, quest’ultimo dirigente del MSI fino al 1973.
Non è un anno casuale, il 1973, è l’anno dove a Milano, in un corteo del movimento sociale viene lanciata una bomba a mano contro un agente di polizia, Antonio Marino, che muore per l’esplosione. I militanti missini avevano pronte delle finte tessere del pci, che sarebbero servite per addossare le colpe alla sinistra.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

Il famoso album di famiglia andrebbe sfogliato anche a destra dunque: finché non lo faremo, continuerà a mancare un pezzo di verità al racconto della nostra storia. Un pezzo di verità che le istituzioni di questo paese, di qualunque colore, devono avere il coraggio di andare a ricercare e raccontare e questo vale per la bomba scoppiata in piazza della Loggia fino alle bombe che sono scoppiate nel nostro paese nel biennio dello stragismo mafioso 1992-93: tante analogie le legano le une alle altre, troppe.

La campagna di attentati sanguinari che ha colpito le nostre città tra la fine del 1992 e l'inizio del 1994, nei mesi che hanno cambiato il sistema di potere in Italia, nascondeva una nuova strategia della tensione.

In questa trama c'è un disegno di stampo terroristico, sicuramente organizzato ed eseguito dai boss di cosa nostra. Ma probabilmente non è solo mafia.

Altri articoli sul libro

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

- La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

- La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari

- La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


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18 giugno 2024

La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

 

Come mai lo stragismo in Italia è durato così tanti anni? Come mai è stato così difficile per i magistrati arrivare ad accertare le responsabilità materiale e individuare i colpevoli (esponenti dell'arcipelago nero contiguo spesso al Movimento Sociale, il partito dell'ordine)?

Perché i gruppi neofascisti, Ordine Nuovo (movimento nato dal MSI nel 1956), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale, Nar non agivano isolati, erano aiutati economicamente e militarmente da corpi dello stato. E protetti da pezzi delle istituzioni: si parla spesso di servizi deviati, ma ad essere deviato dall'obbligo di fedeltà alla Costituzione era un intero pezzo dello Stato. Che usò i fascisti per condizionare la vita politica di questo paese, bloccando le richieste di riforme progressiste che arrivavano dal paese, con l'onda lunga del 1968.

Questa è verità storica e processuale: i servizi sapevano di cosa stavano organizzando i fascisti di Ordine Nuovo nel 1974: avevano informatori nei movimenti di destra, ricevevano delle veline. Ma non hanno avvisato i magistrati né le forze dell'ordine, né prima della strage né dopo.

Il terrorismo esiste un molte parti del mondo ed è contro la democrazia, la società civile, contro lo stato di diritto e i suoi rappresentanti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta i magistrati che indagano sulle stragi nere, da Milano a Venezia, da Firenze a Bologna, scoprono questa verità inconfessabile: il terrorismo di destra in Italia è dentro lo Stato. Ci sono ufficiali dei servizi segreti, militari e politici che stanno dalla parte dei terroristi, lavorano contro la giustizia per deviarla e fermarla.

Per lungo tempo la bomba in Piazza della Loggia sembrava un'eccezione: nei primi dieci anni di istruttorie non si vedono tracce di servizi deviati. A scovarle per la prima volta, nel 1985, sono i giudici di Bologna che indagano sulla strage dell’Italicus.

La scoperta è clamorosa, anche se resta per anni incompleta, monca. A Roma, nella sede centrale dei servizi segreti militari - chiamati prima Sifar, poi Sid, quindi Sismi, oggi Aise: ogni cambio di nome è l'effetto della scoperta di scandali criminali di straordinaria gravità, con conseguente grande riforma, prima di tutto lessicale - vengono sequestrate delle copie di informative anonime, mai trasmesse alla magistratura. In gergo si chiamano «veline».

Sono carte che scottano: contengono notizie dettagliatissime su un piano di rinascita clandestina di Ordine Nuovo, come organizzazione stragista conclamata. 

Sono state raccolte dai servizi segreti tra il 1973 e il 1974, nei mesi cruciali della strage di Brescia. L’informatore è un neofascista, che da mesi è a libro paga del Sid. Il suo nome in codice è Tritone. Una fonte interna del terrorismo nero, di spessore straordinario: è in grado di preannunciare gli attentati in tempo reale e poi di riferire i commenti degli autori. E' dentro il nucleo stragista. E racconta in diretta ai servizi quello che viene a sapere.

Il 25 maggio 1974 la fonte Tritone partecipa all’incontro più nefasto: il vertice in cui viene pianificata la strage di Brescia. Ne parla con il suo referente nel Sid.

Ma nessun ufficiale lancia l'allarme. I magistrati e la polizia giudiziaria non ne vengono informati. Né allora, né dopo la strage. Le veline, anzi, vengono bruciate.

Tritone era un neofascista attivo in Veneto, reclutato dal centro SID di Padova, dove «intorno al 1984-85», in coincidenza con una nuova serie di indagini sui servizi, arriva l'ordine di «distruggere tutti gli archivi con il fuoco» [..] un ordine assurdo impartito direttamente dall'allora comandante del Sismi, cioè dal numero uno in carica dei servizi segreti militari. [La ragazza di Gladio di Paolo Biondani ]

Altri articoli sul libro:

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia (link)

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17 giugno 2024

La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

 

Non è vero che delle stragi nere avvenute in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta non sappiamo niente: depistaggi, protezioni dei terroristi (fascisti, legati a partiti di estrema destra, come il Movimento Sociale) da parte di centri di potere in Italia e oltre oceano hanno reso difficile la ricerca delle verità su responsabili e mandanti sulle bombe di Milano, Brescia, Bologna e gli altri attentati avvenuti durante la strategia della tensione.

Ma molte cose le sappiamo: questo romanzo di Paolo Biondani, giornalista de l'Espresso, racconta le trame nascoste dietro queste stragi partendo da due punti di indagine quasi inediti fino ad oggi. Una testimone degli incontri tra i fascisti che hanno preparato e organizzato la strage di Brescia con ufficiali dell'Arma dei carabinieri, con incontri avvenuti in presenza di ufficiali del SID (il nostro servizio segreto) e alcuni perfino nella base Nato di Verona.
E poi il filone delle armi: come scrive Benedetta Tobagi nell'introduzione

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace.

Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Le armi, i servizi deviati (o, meglio, al servizio dell'antistato), i gruppi fascisti usati come pedine di questo gioco del terrore, Gladio (compresa la Gladio nascosta, la Gladio nera), il mondo diviso in blocchi, la scelta politica di bloccare l'avanzata delle forze progressiste usando il terrore: di questo parla il libro nel primo capitolo, per bocca di un magistrato che quelle trame le ha viste da vicino, Gerardo D'Ambrosio.

Anche in Italia era arrivata l'onda lunga del '68, con le speranze di rinnovamento politico, libertà civili, giustizia sociale, addirittura rivoluzione, che la destra reazionaria vive come un incubo.

Nel cosiddetto «autunno caldo» del 1969 le lotte operaie si saldano con le proteste studentesche, con scioperi, manifestazioni e cortei che si susseguono soprattutto nelle grandi città industriali. La prima forza di sinistra, il Partito Comunista Italiano (PCI), che dopo lo storico strappo con l'Unione Sovietica è parte attiva della sinistra democratica europea, continua a guadagnare voti, in ogni elezione.

Ed è allora che esplode la cosiddetta «strategia della tensione», che molti anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, protagonista della storica istruttoria sulla strage di Piazza Fonana, oggi purtroppo scomparso, riassume in «poche parole», come esordisce lui, alla fine di una giornata di lavoro, nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. 

«Alla fine degli anni sessanta», scandisce il magistrato, con la sua voce calda [..] la scrivania ingombra di fascicoli, alla parete la fotografia dell'amico pubblico ministero Emilio Alessandrini, che indagava con lui su Piazza Fontana e fu ammazzato dai terroristi rossi, «alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati. E l'effetto politico veniva amplificato infiltrando e incolpando falsamente i gruppi di estrema sinistra, per favorire una reazione autoritaria»

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04 aprile 2024

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo di Benedetta Tobagi

 

Introduzione

Questo saggio prende in esame la dialettica tra magistratura servizi segreti e potere esecutivo (in particolare la presidenza del Consiglio l'autorità politica a cui risponde l'intelligence) in relazione alle inchieste e ai processi per le stragi terroristiche avvenute tra il 1969 del 1980. La ricerca si concentra sul periodo compreso tra la riforma dei servizi segreti del 1977 e la metà degli anni novanta, quando l'Italia comincia a riassestarsi dopo i terremoti politici seguiti alla fine della guerra fredda e si vale di documentazione di intelligence inedita declassificata a partire dal 2014 [la direttiva Renzi].

A partire da questa prospettiva il saggio affronta due questioni più ampie che attraversano tutte le grandi democrazie contemporanee, connesse al problema della trasparenza (disclosure) e al diritto di sapere (right to know). Da una parte, le possibilità e limiti di un controllo politico, pubblico e democratico sui servizi segreti; in particolare se come si possa esercitarlo ex post, a tempo debito, attraverso la documentazione d'archivio anche al di fuori dell'ambito della giustizia penale. Dall'altra, più in generale ancora, come i limiti della trasparenza e le vaste lacune documentarie condizionino la ricostruzione storica di vicende, nel nostro caso dell'Italia repubblicana, in cui la dimensione politica si intreccia o collide con quella criminale, per riflettere su presupposti di una metodologia di ricerca che affronti in modo rigoroso anche la dimensione occulta della vita politica di un paese.

Arrivati alla fine di questo - ben documentato - saggio sui servizi segreti (in relazione al periodo tra gli anni sessanta – inizio novanta) prevale una sensazione di sconforto: le tante lacune della nostra storia moderna che riguardano in particolar modo le stragi avvenute in Italia negli anni della strategia della tensione potrebbero non venir mai colmate per l’impossibilità ad accedere agli archivi segreti custoditi, possiamo dire gelosamente, dai nostri servizi di sicurezza (e non solo loro se pensiamo agli archivi dell’Arma).

Per usare l’espressione del procuratore di Catanzaro Porcelli, uno dei magistrati del processo per la strage di Piazza Fontana, non sappiamo nemmeno quanti scheletri abbiamo nei nostri armadi.

Non è colpa dei servizi di sicurezza, dell’intelligence in sé: sono apparati dello Stato che, per costituzione (e in rispetto si spera della Costituzione) devono lavorare ai confini della legge, devono muoversi in una zona grigia tra Stato e antistato, raccogliere informazioni su possibili rischi sulla nostra sicurezza. Ma sono servizi che devono anche rispondere al principio di trasparenza, fin dove possibile, nei confronti di noi cittadini, attraverso il Parlamento e nei confronti della magistratura.

La storia recente però ci dice che non è sempre stato così: al centro della ricerca di Benedetta Tobagi ci sono quelli che sono definiti come dei veri arsenali, gli archivi dei servizi dove sono state accumulate, nel corso degli anni, le più svariate informazioni. Non sempre per fini previsti dalla loro funzione e non sempre nel rispetto dei principi della Costituzione.

Stiamo parlando dei segreti di Stato che i servizi, con l’avvallo della presidenza del Consiglio, hanno opposto nei confronti della magistratura quando quest’ultima chiedeva informazioni che potessero far luce su stragi, attentati, i tanti episodi che hanno costellato il periodo della strategia della tensione che hanno causato – tra il 1969 e il 1984 – 135 morti.

Stiamo parlando dei depistaggi, attuati da esponenti dei servizi, per bloccare, intralciare l’azione della magistratura che, ad eccezione di pochi casi, non è stata in grado di arrivare ad una sentenza di condanna sui responsabili e sui mandanti.

Stiamo parlando di episodi specifici come la velina del SID del dicembre 1969 inviata ai magistrati milanesi grazie a cui, assieme all’azione depistante dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, fu creata la falsa pista rossa sugli Anarchici responsabili della bomba di Piazza Fontana.
Stiamo parlando del depistaggio messo in atto dal Sismi (controllato dalla P2) per indirizzare i magistrati bolognesi verso la fantomatica pista internazionale dietro la bomba alla stazione del 2 agosto 1980.

Come racconta in modo chiaro l’autrice, ci sono notizie che devono rimanere riservate o segrete, ma il problema di questo paese è che ci sono anche notizie, informazioni “indicibili”, che non possono in alcun modo essere divulgate al paese.

Pensiamo alle protezione di cui hanno di fatto goduto gli stragisti neri grazie a pezzi dello Stato mentre altri pezzi dello stesso Stato cercavano le prove degli attentati.

Pensiamo anche al rapporto stato – mafia, un tema che è rimasto tabù per anni, al centro del processo passato alla cronaca come processo sulla trattativa (ma che invece parlava d’altro).

Ma oltre alle informazioni riservate e indicibili, esiste anche un altro genere di informazione raccolta e gestita in modo “sporco” dai servizi: si tratta dei dossier, legali o molto spesso illegali, su personaggi ostili alla maggioranza del momento, contro i magistrati che si permettevano di indagare (e magari di portare a processo i vertici delle istituzioni, come successo a Catanzaro).
Che fine hanno fatto questi dossier, queste notizie, spesso scandalistiche, spesso legate alla sfera intima dei vari personaggi “attenzionati”: non lo sappiamo.

Non sappiamo che fine abbiano fatto i dossier del Sifar raccolti all’indomani del piano Solo, non sappiamo che fine abbiano fatto i fascicoli dell’Ufficio Affari Riservati. La pratica dei dossier non è solo memoria del passato, visto quello che si è scoperto sul Sismi di Pollari e dell’ufficio di Pio Pompa.

Come mai in Italia è successo tutto questo? I depistaggi, i comportamenti fuori dalla Costituzione e non solo fuori dalla legge benché legittimi per la difesa delle istituzioni come uno ci si aspetterebbe? I dossier con cui portare avanti le azioni di ricatto che sono state alla base della prima e della seconda repubblica?

Nonostante questo volume non abbia l’ambizione di raccontare la storia dei servizi, Benedetta Tobagi affronta il cuore oscuro di questo paese, intrecciato alla genesi della repubblica nata dai panni del regime (i vertici di magistratura, esercito, pezzi dei servizi erano in servizio sotto il fascismo) e in un mondo diviso in blocchi secondo gli accordi di Yalta.

I nostri servizi dovevano essere obbedienti alla Repubblica ma dovevano essere fedeli anche a quanto deciso oltreoceano, a Washington. E spesso tra queste due fedeltà a prevalere era la seconda.

I nostri servizi, nati come servizi militari, sono rimasti per anni senza una vera regolamentazione, sul segreto di stato, sulla trasparenza degli atti. C’è voluta la riforma del 1977 per iniziare a costituzionalizzare il mondo dell’intelligence italiana, iniziando a creare una struttura di controllo democratico, il Cesis, organo parlamentare, per togliere parte della discrezionalità e del controllo che fa capo normalmente alla presidenza del Consiglio.

Ma anche la riforma del 1977, come racconta ampiamente Benedetta Tobagi, ha mancato i suoi obiettivi: i tempi non erano maturi, la presenza del mondo in blocchi, l’ostilità della politica e quella degli “spioni”. C’è voluta una seconda riforma, quella del 2007 che ha portato alla nascita di Aise e Aisi, per formalizzare la durata del segreto di Stato.

Nonostante tutte le riforme, tutti i passi in avanti, molto rimane da fare: negli ultimi due capitoli del saggio si parla degli archivi dei servizi, al plurale, perché nemmeno sappiamo quanti siano in Italia. E nemmeno sappiamo come attingere alle informazioni in esso contenuti, nemmeno sappiamo se ancora contengono tutte le informazioni che vi erano contenute.

Esiste l’archivio Russomanno, dal nome del dirigente dell’Ufficio Affari Riservati, legato al prefetto Umberto D’Amato, dominus dei servizi del Viminale, ma non abbiamo le “chiavi” per accedere ai contenuti, perché le cartelle seguono una classificazione singolare.
Lo stesso vale per l’archivio di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, resa pubblica con una mossa a sorpresa da Andreotti nel 1990: ma è un archivio parziale, mancano molti documenti, come manca probabilmente l’elenco completo dei “gladiatori”.

L’accesso parziale, impedito dalle leggi, dalla burocrazia di Stato, dalla scomparsa colpevole di documenti importanti, rende la conoscenza della nostra storia solo parziale. Tutto questo fa gioco di quanti, potendo nascondere il passato, soprattutto le pagine più imbarazzanti, possono permettersi oggi continuare ad avere un ruolo politico. Gli eredi dei politici di ieri, dei partiti di ieri, responsabili almeno politicamente di quanto successo in Italia.

Sono gli eredi di quella “destra profonda” che, come racconta Aldo Giannuli “comprende settori della classe dirigente, del mondo economico, dalle banche all’industria e degli ambienti militari; una ‘destra profonda’ ben più estesa della sua espressione parlamentare che, come denuncia più volte Aldo Moro a partire dal 1962, una componente conservatrice e reazionaria che ha tentato di sfruttare a fondo la guerra fredda per bloccare o comunque ostacolare una più profonda democratizzazione della società”.

Ecco il perché delle bombe, dei depistaggi per addossare le colpe alla sinistra, dei dossier per ricattare politici o esponenti pubblici. Ecco il perché dei legami con la destra estrema, da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale, utili idioti della strategia della tensione.

La politica, sempre, non solo negli anni della strategia della tensione, ha usato i servizi come fosse una sua ditta privata (uso l’espressione che il direttore del Sid Miceli rivolse al ministro Tanassi a Catanzaro, riferendosi al caso Giannettini).

Chi controlla il passato controlla il futuro – sta scritto così nel romanzo di George Orwell, 1984: purtroppo in Italia rischiamo questo, in assenza di una verità storica, riconosciuta, condivisa da tutti, che il nostro passato risulti incompleto e dunque manipolabile. E che questa assenza di memoria storica condizioni ancora il nostro futuro come Repubblica democratica fondata sull’antifascismo (valore, quest’ultimo, nemmeno riconosciuto dall’attuale maggioranza di governo).

Servirebbe un ulteriore sforzo da parte della politica e una maggiore pressione dell’opinione pubblica, che non può essere più trattata come un bambino che non è in grado di comprendere. Gli archivi sono un’importante arma di potere, di condizionamento e di potenziale ricatto. Devono essere gestiti da un ente terzo, non possono essere lasciati nella discrezionalità di pochi pezzi delle istituzioni “senza un vero controllo”.

L'atteggiamento ingannevole dei servizi che abbiamo incontrato innumerevoli volte, quando ripetevano alle autorità giudiziaria di aver consegnato tutto il materiale di interesse - per essere poi regolarmente smentiti - si ripropone ora a fronte della pressione dell'opinione pubblica per i versamenti e la declassifica. Finché l'ente produttore [i servizi] mantiene pieno controllo e accesso esclusivo al proprio archivio e seleziona in autonomia cosa eventualmente versare all’Archivio Centrale dello Stato, questo vanifica ogni speranza di controllo democratico ex post da parte delle istituzioni preposte, del giornalismo investigativo e della ricerca storica.

Non saremo mai una vera Repubblica democratica e antifascista finché non riusciremo a rendere effettivo questo controllo democratico, che non ci riporti indietro ai tempi della P2, dove il potere, le nomiche, erano altrove rispetto al Parlamento.
A questo va aggiunta un’altra considerazione: oggi al governo abbiamo una destra che non solo non si dichiara antifascista ma nemmeno ha reciso del tutto i legami con la destra degli anni Settanta (a prescindere dalle sentenze della magistratura), ma che sta usando tutto il suo potere per riscrivere la storia recente del nostro paese e cancellare colpe e sentenze già passate in giudicato (come la strage alla stazione di Bologna).

Non è solo un problema degli storici, ma della nostra vita di cittadini.

Il video della presentazione del libro fatta da Claudia Moroni della Fondazione Flamigni

La scheda del libro sul sito di Einaudi

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