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25 dicembre 2023

Assalto alla Lombardia, di Marco Sasso

Prologo

Dal 1995 ad oggi la partita per il controllo della Regione Lombardia, l’ex locomotiva d’Italia per modello economico e sociale, si è giocata in una sola parte del campo politico, il centrodestra.

Quella dell’eccellenza lombarda è stata tuttavia una falsa narrazione, uno storytelling vecchio e vuoto di contenuti di fronte all’impatto delle crisi globali, delle sfide del cambiamento climatico e della pandemia da Covid-19, se si confrontano i dati socioeconomici con altre regioni italiane ed europee. Il ciellino Roberto Formigoni, durante 18 anni di governo ininterrotto, ha piegato l’istituzione del Pirellone ai propri interessi personali e di appartenenza politica al mondo di Comunione e Liberazione, con leggi e delibere che hanno favorito l’esplosione dei privati nel mondo della sanità. Formigoni ha saputo per primo sfruttare l’indebolimento del patto costituzionale, facendolo diventare la base per un governo locale palesemente antistatale che punta alla distribuzione della sovranità a una pluralità di soggetti che tengono insieme il privato e il pubblico.

Negli ultimi trent’anni la giunta non ha saputo né voluto mediare tra gli interessi plurali della società che rappresenta e, attraverso i suoi “mandarini” di Palazzo, ha abdicato al suo ruolo pubblico di regolatore e decisore del mercato. Il paradigma è nel campo sanitario la legge regionale del 1997, che ha sancito un modello diverso da quello nazionale (in nome della libertà di scelta e della sussidiarietà tanto cara ai ciellini) e ha messo le basi per un ampio impoverimento del pubblico. Dagli anni ’90 i gruppi privati decollano e si trasformano in colossi: oltre al San Raffaele e alla Fondazione Maugeri, nel 1994 apre l’Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi, nel 1996 viene inaugurato l’Humanitas di Gianfelice Rocca, il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli inizia ad espandersi fino ad arrivare a 18 ospedali, tutti rigorosamente accreditati.

Ma il velo è stato sollevato con la pandemia e i lombardi si sono trovati con il cerino in mano di un servizio non all’altezza. La privatizzazione della sanità è il simbolo di una vita pubblica devastata dalle logiche del puro profitto e interamente subordinata agli affari di pochi che non ha invertito la rotta nemmeno con l’ultima riforma sanitaria targata Moratti. Anche quest’ultima legge regionale sdogana definitivamente la logica dell’equivalenza tra i due modelli, quello pubblico e quello privato, e l’ex vicepresidente si è limitata a inaugurare ex consultori pubblici trasformati in case di comunità.

Nemmeno i leghisti Roberto Maroni e Attilio Fontana hanno mai proposto un nuovo modello più vicino alle esigenze dei lombardi, perpetuando uno schema di gioco che prevede il controllo “militante” della macchina burocratica. Una regione spesso contro, che osteggia la Costituzione repubblicana e pretende di andare per la propria strada anche con i governatori leghisti al comando in tema di diritti e autonomia fiscale.

L’efficientismo di facciata del centrodestra ha mostrato tutti i suoi limiti con la pandemia da Covid-19 che ha causato oltre 40mila morti solo in Lombardia, con il triste record della provincia di Bergamo dove i decessi sono aumentati a marzo 2020 del 568% rispetto agli anni precedenti.

Il titolo non è stato scelto a caso: assalto è proprio la parola più corretta per raccontare quello che ha fatto il centro destra in regione Lombardia negli ultimi 20 anni, anzi, andando indietro fino al 1997, quando sono partite le politiche di privatizzazione della sanità con le leggi volute dall’ex presidente Formigoni. Un assalto, una completa e totale occupazione dei posti di potere in tutte le strutture in cui si articola la macchina di governo regionale, dalla sanità, all’istruzione, al settore dell’edilizia pubblica, ai trasporti, all’agricoltura. Un sistema di potete, quello della Lombardia, dove sembra di essere tornati indietro di secoli: le cariche e le nomine, dai direttori delle ASL fino all’ultimo dei funzionari sono assegnati secondo la tessera politica, dove la fedeltà politica alla Lega a Comunione Liberazione, a Forza Italia e, oggi, anche a Fratelli d’Italia (che nelle ultime politiche ha sorpassato gli alleati nella coalizione) va sopra ai principi di competenza, esperienza, professionalità.

Come nel vecchio medioevo con i Vassalli, Valvassori, Valvassini.
Una sorta di reddito di cittadinanza al contrario: risorse pubbliche spostate verso manager, dirigenti e funzionari pubblici arruolati per tessera di partito, distribuendo rendite di posizione e allevando una generazione di politici che da Milano oggi hanno fatto il salto politico e sono atterrati a Roma.

Il saggio di Marco Sasso è stato scritto tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023, prima delle elezioni regionali avvenute a febbraio 2023 che hanno visto ancora una volta prevalere, come avviene ininterrottamente dal 1995, il centro destra. Nelle intenzioni dell’autore, questo libro avrebbe dovuto aprire gli occhi ai cittadini lombardi, sbattendogli in faccia quella che è la realtà che sta dietro la macchina della propaganda (che paghiamo tutti noi cittadini, anche quelli che non votano Lega o FDI).
Purtroppo l’autore non c’è riuscito: nonostante quanto è successo nemmeno tanti mesi fa ai tempi del Covid, quando la Lombardia è stata la regione con più morti nel mondo, quando il ciclone dei contagi ma mandato in crisi ospedali, pronto soccorsi, quando medici e infermieri si sono trovasti senza dispositivi per proteggersi perché le ASST ne erano sprovviste, senza nemmeno un protocollo aggiornato per combattere la pandemia (o una influenza) perché quello esistente non era stato aggiornato.

Il falso mito dell’eccellenza lombarda

Privato è bello (o così ci hanno raccontato)

L’aggressione ai beni comuni è stata il fil rouge della politica che ha segnato i 18 anni di “regno” del ciellino presidente Roberto Formigoni, che grazie al comunitarismo cattolico ha incrementato gli affari privati: a sua firma la legge regionale n. 31 del 1997 che rivoluziona – per la prima e unica volta in Italia – la sanità assumendo come principio ispiratore la sussidiarietà solidale per assicurare l’erogazione uniforme dell’assistenza. Formigoni è al governo della Lombardia da due anni quando viene emanato il provvedimento che contrassegnerà i successivi cinque lustri politici e il futuro delle cure di milioni di lombardi di oggi e di domani. Attraverso quel principio tanto caro ai seguaci di Gioventù studentesca e al mondo di Comunione e Liberazione, il privato entra prepotentemente nel Servizio sanitario regionale grazie all’accreditamento, formalmente per cooperare alla pari con le strutture pubbliche, nei fatti per essere supportato e foraggiato dal Servizio sanitario, riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia, i centri di eccellenza di ricerca o le Residenze socioassistenziali (Rsa), lasciando alla medicina pubblica la gestione dei settori meno redditizi come i servizi di emergenza-urgenza, quelli dedicati alle dipendenze da alcool e droghe e la psichiatria. In questa gara impari il pubblico si vedrà tagliare migliaia di posti letto sostituiti dalle strutture private accreditate. Tra decine di leggi e norme ad hoc, nella sostanza è stata assicurata agli imprenditori, in assenza di vincoli di programmazione della Regione Lombardia, la possibilità di orientare le proprie attività verso prestazioni con rapporto favorevole tra rischio e remunerazione.

Ancora una volta la macchina della propaganda che in regione Lombardia funziona molto bene (contro gli immigrati, contro l’islam, contro gli ambientalisti, contro le associazioni LGBQ+), ha prevalso contro la logica dei fatti. La propaganda che ci racconta come la sanità qui sia una eccellenza, una parola che Formigoni, condannato a 5 anni per corruzione, ripeteva davanti ai giornalisti: eccellenza e sussidiarietà, quel principio tanto caro ai suoi amici di Comunione e Liberazione, per cui nei suoi anni di governo si è svuotata la sanità pubblica, chiudendo presidi, ospedali, consultori, per far spazio al privato in convenzione. Perché bisognava dare ai cittadini lombardi la possibilità di scegliere tra pubblico e privato, mettendoli in una sorta di competizione falsata: da una parte si toglievano risorse al pubblico, dall’altro si drenavano fondi regionali per finanziare strutture private basate sulla logica del profitto che, nei mesi della pandemia, nemmeno si sono fatte carico del carico dei malati per covid.

Marco Sasso racconta del rapporto privilegiato che ha il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli, tra gli esperti che hanno scritto la riforma sanitaria del presidente Formigoni: tra accreditamenti, passando per l’acquisizione dell’ospedale San Raffaele, la trasformazione di ospedali privati in Irccs, istituti di ricerca che, sempre grazie a Formigoni, possono accedere a fondi per la ricerca, il Gruppo San Donato tra il 2001 e il 2021 riceve rimborsi pubblici per 17 miliardi di euro (che rappresentano l’80% dei suoi ricavi).

Se guardiamo i dati dei Livelli Minimi Essenziali, i LEA, la Lombardiasta al quarto posto, dietro ad altre regioni come Emilia Romagna dove, tra le altre cose, gli ospedali di prossimità distribuiti sul territorio, esistono da anni.
Finita la pandemia si è detto che, basta, bisognava rafforzare la medicina territoriale, che il modello ospedalo-centrico tanto amato dalle giunte di centro destra, aveva fallito: ma è stato solo un fuoco di paglia, nemmeno la riforma voluta da Letizia Moratti ha cambiato le cose. Come ha raccontato più volte Report nei suoi servizi, si sono solo fatte tante inaugurazioni delle case di comunità, senza mettere un euro (nemmeno dal PNRR) per inserire nuovo personale in strutture che già esistevano e che hanno solo cambiato nome.
Lo spiega bene l’autore mettendo uno dietro l’altro cifre e dati: la sanità in Lombardia costa più che nelle altre regioni, andando a smentire l’altra voce della propaganda secondo cui il privato cosa meno ed è più efficiente.
Ma quale eccellenza? Dove ti giri in Lombardia si trovano sempre più ambulatori privati o cliniche smart dentro le fermate della metropolitana, nei supermercati, alla faccia del diritto alla salute dei cittadini.

Nemmeno il covid è riuscito a cambiare l’approccio ideologico iperliberista (privato buono, pubblico cattivo) dietro queste scelte politiche: prima il privato, quello che è vicino al tuo partito o alla tua corrente. E non importa se questo calpesti i diritti delle persone: un capitolo del libro è dedicato alla legge 194 che concede a tutte le donne il diritto ad abortire in modo sicuro.

Per motivi essenzialmente solo ideologici (e oscurantisti), tutte le giunte regionali hanno fatto tutto il possibile per ostacolare questo diritto, cominciando dal bloccare l’uso della piccola RU 486, con la massiccia presenza di medici abortisti in strutture accreditate (una stortura della legge, quella dell’obiezione, che nessun governo ha cancellato).

A che serve cancellare una legge come la 194 (come anche la stessa presidente Meloni ha dichiarato) quando puoi ostacolarla con la burocrazia? Quando puoi cancellare i consultori, strutture nate a fine anni 70 per aiutare le donne nelle problematiche legate alla sessualità, sostituendoli con strutture private, pagate da noi, gestite da associazioni “pro vita”, dunque fortemente ideologizzate, che non applicano la legge?

Dove sta la sicurezza delle donne?

Nel cuore del potere lombardo

È notizia di questi giorni che in regione si stanno ultimando le nomine nel comparto della sanità, un settore che vale 22 miliardi di euro ogni anno, una bella fetta del bilancio regionale. Qui si gioca la vera partita del potere: il cuore del potre sta tutto nella partita delle nomine dove, per la prima volta, il partito di Giorgia Meloni potrebbe avere più posti di quelli degli altri partiti della coalizione, la Lega di Salvini e Forza Italia di Tajani, anche andando ad allearsi con i vecchi potenti di Comunione e Liberazione, andando perfino a riesumare personaggi spariti dalla scena politica come Lucchina (ex braccio destro di Formigoni) o Mantovani (ex vice presidente, passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia).
L’autore, nel capitolo “Nel cuore del potere” racconta tutte le vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti del centro destra in questi ultimi anni: non tutte hanno portato ad una condanna in via definitiva, come nel caso Formigoni per i regali e i soldi presi dalla fondazione Maugeri in cambio delle scelte in ambito sanitario, ma tutte raccontano la stessa cosa, ovvero che il l’interesse pubblico passa in secondo piano, dopo il profitto del privato.

Ma il capitolo racconta anche altro: le porte girevoli in regione, dove si danno incarichi a politici trombati alle elezioni nazionali, dove si assumono per consulenze ben remunerate giornalisti e personaggi senza esperienza ma solo con la tessera giusta in tasca. È una macchina che mangia tanti soldi nostri, quella regionale: la sobrietà non è una dote del “celeste”, come si faceva chiamare Formigoni, che nonostante il voto di povertà si è fatto costruire un nuovo palazzo, il Pirellone, con tanto di eliporto sul tetto (costato 50 ml di euro), con un ufficio arredato nel segno dello sfarzo e del lusso (dove per l’arredo si sono spesi 42 milioni di euro). Tutti soldi nostri, ricordiamocelo sempre.

Ma nemmeno Salvini ha dalla sua la dote della sobrietà: per la sua macchina della propaganda social, la bestia, ha investito milioni euro finiti nella società del suo guru, Luca Morisi, che veniva pagato due volte: direttamente dai gruppi parlamentari e poi anche per gli appalti che le ASL in regione concedevano alla sua società.

Una forma di ritorno economico per l’uomo che ha portato milioni di follower al segretario della Lega passato da Roma ladrona a prima gli italiani..

Tanto quanto nella sanità, anche nell’istruzione la fanno da padrona i privati: il principio è sempre lo stesso, la sussidiarietà, ovvero dare a tutte le famiglie la “libera scelta” di mandare i figli in una struttura pubblica o in una privata (essenzialmente una cattolica).

Ovviamente è un principio che favorisce il privato, che in proporzione agli studenti che frequentano le sue scuole, prende molti più soldi rispetto al pubblico. Ancora altri numeri (che troverete leggendo questo libro): 24 ml date alle scuole private nella dote scuola, di fronte solo agli 8 ml dati alle famiglie con disabili.

Vita quotidiana in terra lombarda

L’ultimo capitolo è una lunga carrellata dentro la vita dei lombardi a cominciare dai trasporti regionali, un mondo che conosco molto bene essendo un pendolare di Trenord da più di venti anni.

Anche nel trasporto regionale vale la tessera di partito, nonostante lo stato impietoso dei trasporti, con treni affollati, in ritardo, con problemi di manutenzione. La regione avrebbe il ruolo di controllore su Trenord, che si prende ogni anno 950 ml di euro dalle nostre tasse per far funzionare i treni: ma è la stessa regione che in questi anni ha favorito il trasporto su gomma, costruendo e finanziando altre autostrade (oltre 400 km di nuove autostrade da qui al 2030) dimenticandosi del fatto che buona parte delle linee regionali sono ancora a binario unico.

Le precettazioni di queste settimana hanno acuito la tensione all’interno dell’azienda, portando ad una situazione di estrema difficoltà per i viaggiatori, sottoposti allo stress di treni soppressi o in ritardo.

Aler è invece l’azienda regionale che si dovrebbe occupare dell’edilizia pubblica: nonostante ci sia una grande fame di alloggi pubblici (e 20000 sfratti esecutivi nell’area metropolitana), molte delle case dell’ente regionale sono chiuse, sfitte, perché inagibili. Servirebbe almeno 1 miliardo per sistemale, ma i conti in rosso (700ml di debiti) impediscono ogni investimento.

Così l’azienda, dove a farla da padrone sono manager di area vicina al centro destra, è costretta a vendere le case. E chi rimane fuori dalle graduatorie deve arrangiarsi.

Nonostante la pianura padana sia la zona più inquinata d’Italia, nonostante l’inquinamento causato dal traffico su gomma, dagli allevamenti intensivi, dalle attività industriali, la regione ha da sempre preferito investire nel trasporto su gomma, andando anche a finanziare la famigerata Brebemi, l’autostrada che si doveva finanziare da sola in project financing e che invece rischiava di trasformarsi in un lungo campo da calcio.
Non solo, la regione ha ostacolato i piani del comune di Milano sull’Area C, sui divieti di circolazione dei mezzi più inquinanti: ogni anni circa 90000 persona sono vittime di malattie legate all’aria cattiva che si respira, ma nonostante questo si continua ad andare avanti a consumare suolo per nuove autostrade, nuovi capannoni per la logistica (col miraggio dei posti di lavoro, che non si sa quanto dureranno), a sottrarre suolo pubblico che viene ricoperto da cemento (nel solo 2020, l’anno del covid, sono stati cementificati 750 nuovi ettari di suolo). La Lombardia è, secondo i dati di Ispra, la prima regione per consumo di suolo.

E nei pochi campi rimasti, c’è il rischio che siano inquinati per lo sversamento di fanghi tossici: lo racconta il giornalista nel capitolo “la pianura padana infangata” dove racconta di come, sfruttando le maglie larghe della legge regionale sui fanghi ottenuti dalla depurazione di scarti industriali, la WTE SRL abbia inquinato i terreni di diversi campi nel bresciano.

Io ogni tanto ci penso, cioè, chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi”: così diceva un dipendente dell’azienda in una intercettazione. Chissà se ci pensano a questa pianura cementificata, infangata, in regione? E che ne dicono i vertici di Coldiretti, associazione da tempo vicina a questa maggioranza di destra?

C’è una alternativa a questa politica, a questo gruppo di potere, a questa gestione del potere in Lombardia? Nell’ultimo capitolo del libro l’autore fa un bilancio amaro della situazione: a sinistra c’è un vuoto, il PD non è ritenuto dai cittadini un partito a cui dare fiducia per combattere queste battaglia per la sanità pubblica, per la scuola pubblica e laica, per la difesa dell’ambiente e per la fine delle spartizioni politiche nelle nomine pubbliche.

Non solo, il famoso modello Sala non si discosta (sul consumo del suolo, sulla gestione del bene pubblico) dal modello di questa destra. Che rimane allora? Rimangono le tante associazioni sul territorio che portano avanti con grandi difficoltà queste battaglie, come Non una di meno, il Forum Salviamo il Paesaggio (come recita l’articolo della Costituzione), Dico 32, gli studenti di Fridays for future, Asgi e Naga, l’associazione che ha smascherato le terribili condizioni dentro il CPR di via Corelli a Milano.

Ci dobbiamo rassegnare alla padanizzazione dell’Italia, ora che questa coalizione di destra sta governando il paese, togliendo risorse alla sanità e depotenziando i servizi pubblici? Abbiamo cinque anni per leggere questo libro e comprendere cosa sta succedendo in Lombardia e in Italia.

La scheda del libro sul sito di Laterza, l’intervista all’autore e un estratto.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

10 novembre 2013

La disfatta del nord, di Filippo Astone


Il saggio di Filippo Astone parla della crisi della regioni del nord e ne individua le cause all'interno della classe politica nordista che in questi venti anni ha amministrato comuni, provincie regioni e paese: come spiega l'autore “questo libro ruota attorno alla «questione settentrionale», o, meglio, attorno al suo lato oscuro: l’inadeguatezza e la rapacità delle sue classi dirigenti”.


Classi dirigenti che nel lontano 1994 erano calate dal nord produttivo verso Roma ladrona per settentrionalizzare il paese e che invece hanno solo causato la meridionalizzazione delle regioni sotto le alpi: “a vent’anni di distanza non solo i leader del Nord non hanno imposto i loro presunti valori al resto d’Italia ma paiono averli dimenticati. Alla meritocrazia si è sostituito il nepotismo, alla concorrenza i favori personali”.

Non solo il nord non è riuscito a esportare le sue virtù (la buona sanità, amministrazioni che funzionano, infrastrutture realizzate nei tempi e nei costi) al resto d'Italia, ma le cronache giudiziarie ci raccontano di come oramai la famosa “linea della palma” sia bel oltre la linea del Pò, solo per parlare della mafia. Visto che non ha più senso parlare di rischio infiltrazione.
La meridionalizzazione del nord ha portato all'occupazione da parte della politica di tutte le poltrone possibili, l'assenza di controllo sulla spesa pubblica usata solo per favore amici, l'assenza di meritocrazia, di rispetto delle regole e del bene comune, cementificazione, traffico illegale di rifiuti, e ancora “corruzione, clientelismo, malagestione, mafie, sottosviluppo economico, lentezza, incapacità o impossibilità di prendere decisioni”.

Nulla è stato risparmiato ai cittadini di Lombardia, Piemonte, Veneto.
Colpevole di questa disfatta è soprattutto un’intera generazione di politicanti e affaristi del Nord: “passando da Maroni a Formigoni, da Monti a Tosi e Ponzellini, dalla Lega a Comunione e Liberazione; tra banche che finanziano gli amici anziché le piccole imprese, grandi aziende pronte a fuggire all’estero, ricchezze accumulate a scapito della salute dei cittadini”.


Le inchieste della magistratura non sono il problema, ma solo il sintomo di una malattia grave, che rischia di essere sottovalutata: prendiamo ad esempio l'inchiesta che riguarda Formigoni e la Maugeri: i numeri che la magistratura contesta ai ciellini Pierangelo Daccò e Antonio Simone, sono 70 milioni di euro, relativi a uno soltanto degli almeno 20 filoni di inchiesta.
Solo questa cifra è pari all’intero importo della tangente Enimont (150 miliardi di vecchie lire): tangente Enimont che segnò la fine di un'intera classe politica della prima Repubblica. 

Formigoni (e i suoi assessori) e Maroni che ne ha preso il posto in regione, invece non sembrano avere accusato nessun colpo.
Spiega l'autore, e lo ripete più volte nel corso del libro che a lui non interessa tanto l'aspetto giudiziario:
“ciò che conta davvero sono i comportamenti (morali, storici, gestionali e politici) che emergono dagli atti giudiziari e dalle cronache”.
Tutti i politici coinvolti nelle inchieste raccontate infatti si dicono sereni, nell'attesa che la magistratura faccia il suo corso. Al massimo, quando proprio lo scandalo è enorme, parlano di complotti politici orditi da giudici o dall'opposizione.

Così si è difeso Bossi, così si difende Formigoni.

Ma le inchieste raccontano di fatti che meriterebbero, a prescindere dal corso giudiziario, una risposta politica. Chi ha fatto entrare la ndrangheta nei cantieri del nord e perfino dentro la giunta regionale? Come si fa a parlare di regione virtuosa, buon governo, quando non si conoscono i costi della sanità, quando questa è praticamente in mano ad un movimento religioso e dove tutti i dirigenti di Asl e strutture ospedaliere sono nominati per tessera politica (e non per merito)?
Come sono potuti capitare gli scandali del Santa Rita, dei rimborsi regionali, il crac del S. Raffaele?


I numeri della questione settentrionale.

Se si esclude la Lega, nessun partito politico porta nella sua agenda la questione settentrionale (e questo è l'unico merito che si può concedere al Carroccio).
Il nord, in pratica le tre regioni citate poco prima, mantengono il resto d'Italia, sia in termini di PIL prodotto, sia in termini di tasse che escono dal territorio e finiscono al governo centrale e alle altre regioni. 
Alcuni dati forniti dall'autore: “in media, ciascun lombardo spende (in tasse) 3800 euro ogni anno per mantenere i connazionali del Centro e soprattutto del Sud”.

E ancora: “ogni anno i cittadini della Sicilia ricevono dalle altre regioni italiane la bellezza di venticinquemilaseicento miliardi di vecchie lire”.
Il Nord nel suo insieme, con il 45,5% della popolazione, produce il 54,5% del pil.
Il Sud con le isole, abitato dal 34,9% degli italiani, produce infine il 16% del pil.
Questi numeri che raccontano di una Italia a due velocità dovrebbero far riflettere: prima per capire come far diminuire questo gap (far sì che il meridione cresca come PIL, come benessere, come servizi ottenuti dallo Stato). Dall'altro per l'importanza nel saper amministrare correttamente questa ricchezza, saper governare questa locomotiva che oggi, per colpa della crisi e di questa malagestione, rischia di rimanere al palo. E se il nord tracolla, per i numeri che abbiamo visto prima, tutto il paese cade.





In un precedente post avevo riportato tutte le considerazioni dell'autore che smonta il falso mito della Lombardia sinonimo di buon governo: la Lombardia è oggi governata, col silenzio complice della Lega, da CL e dal suo braccio operativo che è la Compagnia delle Opere.

Nella mia regione, di fatto, è stata realizzata una sorta di privatizzazione nei beni pubblici, fatta coi soldi dello Stato, del cittadino: “Formigoni e i suoi accoliti sono riusciti a realizzare, a modo loro, il sogno leghista: la disarticolazione dello Stato.[..]

è stata privatizzata buona parte della sanità, dei servizi sociali, del welfare, della gestione dei beni comuni.[..]
La privatizzazione «sussidiaria» apre anche la strada alla riduzione della spesa sociale tout court.”
Si dice che questa privatizzazione coi soldi pubblici alla fine costi poco al cittadino e che abbia portato la sanità a livelli di eccellenza: ma la realtà, spiega l'autore, è diversa. La sanità è a buoni livelli grazie a tutti i soldi che vengono in essa investiti, grazie al lavoro fatto ben prima che arrivasse Formigoni. 


Il sedicente Governo tecnico di Monti

Forse pochi altri governi erano nordisti come quello del professore in loden: anche lui si prende la sua parte di demerito per come ha gestito il suo anno abbondante di esecutivo, sia per l'Italia che per il nord.
Monti è subentrato a Berlusconi e al suo governo del Bunga bunga (che non riusciva più a fare alcuna riforma per sanare il deficit e che per anni non aveva nemmeno ammesso l'esistenza di una crisi): il professore in loden è stato chiamato come salvatore della patria, uno dei tanti nella nostra sfortunata storia, per salvarci dal default: “il paese si è salvato per qualche mese dal default e dal discredito internazionale, facendo però pagare tutto il conto alle fasce più deboli della popolazione”.

Salvataggio compiuto grazie alle sue “riforme”, parola che da allora “è diventata espressione di sacrifici e peggioramento”: la riforma delle pensioni (che ha causato il dramma degli esodati) e quella del lavoro (che non ha portato alcun beneficio nell'occupazione).

“Con Monti e i suoi tecnici nessuno dei problemi strutturali (la bassa crescita economica, il pauroso deficit che affliggono l’Italia è stato risolto. [.. ] Il nordista bocconiano Monti ha lasciato il Paese in uno stato peggiore [..] ha evitato il default e ha offerto un’immagine internazionale più presentabile del «Bunga Bunga» berlusconiano”.


La riforma Fornero ha creato “lavoratori che oggi hanno fra i 25 e i 50 anni sono stati trasformati, senza saperlo, nei poveri di domani. Senza una pensione dignitosa” e più facilmente licenziabili.
I conti del paese sono stati tamponati dai tecnici che “hanno impostato solo una politica di aumento della tassazione, riduzione dei diritti dei lavoratori, prelievo di risorse dall’Inps”.

Nonostante le tante promesse e i titoloni dei giornali, “Non c’è stato alcun rigore. Solo aumento delle tasse e riduzione dei diritti dei lavoratori”.
La spesa pubblica e il debito pubblico non sono stati ridotti in alcun modo, non è stata fatta nessuna reale liberalizzazione o apertura dei mercati chiusi.
Scrive l'autore: “Grazie alle «riforme» montiane, sul fronte fiscale, le entrate passeranno da 740 miliardi nel 2011 a 765 nel 2013, 800 miliardi nel 2014 e 820 nel 2015.[..]
I sacrifici sono stati a carico soprattutto delle famiglie, che soffriranno per l’aumento delle bollette
[..] In nome di presunte «necessità» ci si è accaniti contro le parti più deboli della popolazione, senza chiedere alcunché alla parte più ricca del Paese, ai percettori di rendite di posizione, alle banche”.
Come si è visto ora, tutto questo rigore senza crescita strozza l’economia.

Alla fine, il tecnico Monti che mai si sarebbe ricandidato, si è invece dato alla politica costruendosi un suo partito: la sua discesa in capo è stata a fianco di un altro personaggio che verrà poi successivamente citato dal libro. 
Monti è apparso, il 20 dicembre 2012 in coppia con Sergio Marchionne alla Fiat di Melfi, dove non si capiva chi dei due presentava il suo programma politico: Marchionne che garantiva i suoi investimenti al sud, a Melfi, modello industriale fatto a discapito dei diritti dei lavoratori. Diritti tolti anche grazie alle “riforme” del professore. 

Doveva essere il trionfo del manager e del politico tecnico, e invece è stata solo la dimostrazione della “inadeguatezza di Monti, visto che, nemmeno un mese dopo l’incontro a Melfi, Marchionne ha annunciato due anni di cassa integrazione proprio nella fabbrica della Basilicata appena visitata con Monti”.

Spiega Astone : “quella di Monti è solo ideologia, [..] Mario Monti si toglie la maschera del tecnico e si rivela per quello che è sempre stato: un politico, pronto a sfruttare la visibilità ottenuta con la premiership per correre alle elezioni”.


Il caso Ponzellini: il volto della disfatta

“Se la disfatta del Nord potesse avere un volto, sarebbe quello pingue e con gli occhiali alla Onassis di Massimo Ponzellini, l’ex presidente della Banca popolare di Milano”: Ponzellini, come gli esponenti della politica, è uno dei protagonisti della storia di questa disfatta.
Presidente della banca popolare, che è arrivato a questa carica grazie alla sponsorizzazione della Lega ma che è stato votato grazie anche alla lobby dei sindacalisti-azionisti in banca (per mantenere i propri privilegi), è riuscito nel compito di portare la sua banca in crisi, a tradire il suo mandato (che doveva essere quello di favorire le piccole imprese) per finanziare i grandi imprenditori del salotto buono della finanza (Ligresti e Caltagirone). Ma anche BPLUS di Francesco Corallo. Figlio del boss mafioso Gaetano Corallo, vicino a Nitto Santapaola, l'uomo dei corleonesi a Catania.


Anche questa storia racconta di “mazzette in cambio prestiti a società contigue a esponenti della criminalità organizzata”, di “familismo, la mancanza di meritocrazia, i sistemi chiusi, la corruzione, l’intrusione della politica nelle aziende”.

Astone racconta della Bplus, dell''attività di lobbying da parte delle società di giochi online nei confronti della politica (PDL) per avere leggi più favorevoli :
Nel marzo 2012 in Commissione finanze della Camera, dove siede Laboccetta, un emendamento del Pdl fa cadere le barriere antimafia per le concessionarie dei giochi d’azzardo, abolendo per i soci l’obbligo della certificazione”.
Non solo
“quando la Corte dei conti contesta all’Atlantis un danno all’erario per aver scollegato le slot machine dal sistema telematico della Sogei, Laboccetta (come risulta da intercettazioni predisposte per altre cause dal pm Henry John Woodcock) fa pressione sull’allora segretario di Fini Francesco Proietti Cosimi, perché la concessione dell’Atlantis non venga revocata”.


Ma oltre alla storia dei Corallo, Astone racconta anche della raccomandazione chiesta da Grilli (quando era dirigente del ministero del Tesoro) a Ponzellini per la nomina a presidente della Banca d'Italia : “il milanese bocconiano Vittorio Grilli (non ancora assurto a ministro «tecnico» dell’Economia) cercherà più volte di farsi raccomandare da Ponzellini per ottenere dal centrosinistra d’opposizione la benevolenza verso la sua corsa all’incarico.
[..]
Grilli non diventerà mai governatore, risultando battuto da Ignazio Visco. Ma se ce l’avesse fatta, sarebbe stato proprio lui a vigilare su Ponzellini”.
Conclude l'autore:
“l’affaire Ponzellini dimostra che, al di là delle parole, i politici della Lega Nord non hanno mai lavorato in favore del proprio elettorato di riferimento e dei relativi territori. Alla Lega, una banca serviva solo per la sua leadership, e per il ristretto clan che la circondava”.

La mafia al nord

Altra causa della disfatta del nord, la presenza della mafia dentro i gangli dell'economia: Il fronte più insidioso della disfatta del Nord è rappresentato dalle mafie che – grazie all’alleanza con alcuni settori delle élite settentrionali – vanno colonizzando con successo territori un tempo sani e produttivi”.


I mafiosi, che l'autore chiama i “Caproni”, “pervertono il sistema della concorrenza capitalistica, facendo in modo che nella competizione di mercato non prevalga il migliore”, perché alla fine vince chi ha dietro di sé la criminalità organizzata. Per cui riesce a spuntare prezzi più bassi per un appalto, tariffe più convenienti per lo smaltimento rifiuti ..

Come succedeva per la Sicilia alcune decine di anni fa, per molti, la mafia al nord non esiste e , se esiste, è solo una presenza sporadica. Eppure “secondo il Mafia Index, un vero e proprio indice della penetrazione della mafia in Italia, elaborato da Transcrime la Lombardia è la regione del Nord a maggiore densità mafiosa”.
“Il catalogo dei luoghi comuni vuole che le mafie al Nord non siano poi così presenti e che gli imprenditori collusi siano stati costretti dalle minacce”
racconta e dunque la penetrazione che non è frutto della minaccia dei “caproni” agli imprenditori padani ma bensì “sono al contrario i colletti bianchi settentrionali che si rivolgono ai criminali, che li corteggiano”.

Le mafie hanno costituito delle vere e proprie reti che mettono assieme professionisti, imprese, politici locali. Che devono a questa rete criminale la propria ascesa politica: per i voti presi, per in finanziamenti.


Ogni volta che vengono pescati dalle forze dell'ordine, ci si dovrebbe chiedere come mai i loro leader politici non li hanno fermati prima: “come nel caso del governatore della Lombardia Roberto Formigoni, che ha ignorato la contiguità ai Caproni del suo alleato politico e compagno di partito Massimo Ponzoni”.

Per raccontare questo fenomeno, l'autore racconta poi i casi dell'assessore Massimo Ponzoni, del costruttore Ivano Perego e dell'assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti.

Dove erano gli amministratori virtuosi? Dove era la Lega?




Tra i principali artefici della Caporetto nordista c’è la Lega – mette subito in chiaro l'autore: “il Nord non è mai riuscito a esprimere una leadership politica all’altezza della sua economia e del suo tessuto sociale”.


La Lega
“ha alimentato una classe di politicanti che sotto lo spadone di Alberto da Giussano si è rivelata vorace, disonesta e incapace [..] i consiglieri regionali del Carroccio si sono completamente appiattiti su Formigoni e Comunione e liberazione”. La politica che Astone chiama la “sussidiarietà dei favori”.


La Lega “ha la responsabilità di aver creato un clima culturale diffuso che ha fornito risposte sbagliate ai problemi del Nord: chiusura invece di apertura al mondo globalizzato e alle sue opportunità, tradizionalismo invece di innovazione”. Ma anche occupazione delle poltrone come faceva la vecchia Democrazia Cristiana, ha dato troppa enfasi al problema della piccola criminalità, dimenticandosi delle mafie (che nel frattempo erano entrate nell'Ortomercato), ha ricandidato consiglieri che erano stati immortalati assieme a mafiosi (come Ciocca), non si è accorta degli affari del suo tesoriere Belsito (l'inchiesta parla di ipotesi di riciclaggio e associazione mafiosa).
Aver promesso agli elettori il famoso “federalismo” e aver invece solo portato ai tagli lineari da Roma, il patto di stabilità, il porcellum (che blocca gli eletti in Parlamento), l'aumento delle tasse regionali.

Il fallimento della Lega : “Sì, la Lega ha fallito almeno tre volte: dal punto di vista morale, politico e gestionale.”.


Infine, cosa sta succedendo in Piemonte, dopo che la Fiat ha deciso, ma non l'ha detto chiaramente, di abbandonare il nostro paese. Tutta colpa del Contrattone stipulato tra Fiat e Chrysler, nel 2009: riuscirà il nord e il paese a fare a mano della sua più grande (e unica) azienda di auto?

La conclusione dell'autore: come può uscirne il nord, da questa disfatta? Solo con un alleanza trasversale, da parte di tutto il ceto veramente produttivo. Un'alleanza dei contadini, la chiama Filippo Astone.

Quello cioè, che non ha solo succhiato risorse per se e per gli amici, aziende che investono in ricerca (come la Mapei di Squinzi, il nuovo presidente di Confindustria), che non credono nella libertà di licenziamento per fare impresa, aziende che non godono di protezioni politiche o che fanno impresa esclusivamente col denaro (e le sovvenzioni, e la sussidiarietà) del pubblico. 
Contadini in contrapposizione ai Luigini, quelli che governano le aziende coi patti di sindacato, con le reti di relazioni dei salotti buoni.
Perché questi contadini non propongono alla politica una “piattaforma che promuova le istanze dei produttori ed elimini le rendite di posizione do coloro che nulla generano e tutto succhiano?”.
Così il nord potrebbe rallentare la corsa verso la disfatta.

Approfondimenti e altre letture:
Report - la banca degli amici (BPM)
Giuseppe Gennari - Le fondamenta della città
Presa diretta: basta con l'austerity
Presa diretta: ndranghetisti
Presa diretta: Ricchi e poveri
Davide Milosa, Gianni Barbacetto Le mani sulla città
Giuseppe Caruso e Davide Carlucci A Milano comanda la ndrangheta


La disfatta del nord, di Filippo Astone (
Longanesi editore)
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

05 novembre 2012

Report – il papa re

Nel momento in cui sto scrivendo è in corso un'assemblea dei lavoratori dell'ospedale San Raffaele di Milano, per decidere come muoversi, contro i 244 licenziamenti decisi dalla proprietà (Rotelli), per i noti problemi di bilancio. È questo l'epilogo dell'eccellenza lombarda: il San Raffaele che veniva considerato la struttura di eccellenza lombarda, il fiore all'occhiello di don Verzè, l'amico di Formigoni e Berlusconi, cui consigliò proprio al cavaliere quell'igienista dentale che il celeste inserì nel proprio listino per eleggerla in regione.

Oggi, la proprietà scarica sui lavoratori i problemi di gestione: non ha nulla da dire su questo il governatore, il papa re? Questa definizione l'ha data al giornalista che ha curato il servizio, Alberto Nerazzini, l'imprenditore Loioli, parlando dell'inchiesta Oil for food, che ha coinvolto società legate a uomini del presidente. 

Al momento Formigoni è solamente indagato, per il reato di corruzione sui soldi presi dalla fondazione Maugeri. Un reato che, per le leggi italiane, sarà difficile da dimostrare.
E comunque, nonostante scandali e inchieste, è ancora un uomo forte, o quanto meno, che si reputa tale: al meeting di Rimini si è sbilanciato nel dire “il papa mi guarda e mi dice io prego per lei ..”. 

Chissà, forse prima del governatore dovrebbe pregare per i cittadini di Taranto, per quelli dell'Alcoa, per gli esodati. Per i lavoratori del San Raffaele, che oggi vengono scaricati.
Chissà se i consiglieri della giunta Formigoni, e del consiglio regionale, verranno scaricati dai partiti: si è quasi arrivati al record, per numero di arrestati e indagati.
Zambetti: concorso esterno in mafia.
Nicoli Cristiano: peculato, traffico rifiuti.
Minetti: induzione alla prostituzione.
Penati: corruzione
Buscemi: corruzione e truffa
Boni: peculato
I sottosegretari Gibelli e Giammanco.
Ponzoni, ex assessore all'ambiente.
Larussa, il fratello dell'ex ministro.
L'assessore Raimondi, all'ambiente.
Rinaldin, Monica Rizzi, Belotti, Renzo Bossi e infine Formigoni.

L'inchiesta di Report di ieri sera ha spiegato chi sono gli uomini di Formigoni, i Memores Domini, con cui ha cementato le sue relazioni in 17 anni di potere. 
Ma si è partiti, dall'inchiesta delle firme false, quelle che hanno inaugurato il quarto mandato.

Come ha spiegato Nerazzini, Formigoni è passato dall'indagare per conto dell'Unione Europea alle elezioni in Moldavia nel 1990, all'essere finito in una indagine per le firme false, presentate prima delle elezioni del 2010. Inchiesta nata su esposto dei radicali: 10 persone sono state rinviate a giudizio, tra cui il coordinatore Podestà (secondo cui, questo non è un problema che interessa i cittadini).
Quelle firme sono servite per il listino bloccato: quello che ha portato in regione la Minetti, Puricelli (il fisioterapista dell'anno nel 2011, oltre a fare il consigliere), Riparbelli, Alboni e i leghisti Gibelli e Bossetti (Rai way e radio padania).

Nonostante fossero lampanti le irregolarità (c'è gente che ha delegato la firma per telefono) in Lombardia non si è rivotato. Su questo episodio Formigoni, che ha chiesto al giornalista le domande in anticipo, non ha voluto rispondere.

Gli amici del governatore.
Capita, che dopo 17 anni di potere, si cementino certe relazioni, e si faccia fatica poi a distinguere dove finisce l'amicizia e dove inizi il rapporto istituzionale. Cosa sia privato, nella vita di ciascuno, e cosa sia pubblico.
Daccò (condannato per crac del S Raffaele), Simone e Formigoni sono amici da una vita.
Secondo l'inchiesta, Formigoni in cambio di delibere favorevoli alle strutture private per cui Daccò faceva da faccendiere, ha ricevuto 7 milioni di euro in benefit vari. Come una villa in Sardegna, comprata da Perego (il compagno nei Memores Domini di Formigoni) ad un prezzo inferiore a quello reale.
Mica male per uno che ha fatto voto di castità e povertà.

Nerazzini ha poi raccontato della ragnatela emersa per l'inchiesta Oil for food: l'inchiesta (in cui il presidente non è entrato) cercava di far luce sulle mazzette pagate al regime iraqeno, in cambio del petrolio.
Formigoni ha raccomandato a Tareq Aziz alcune società, come la Cogep (i raccomandati sono stati poi condannati per corruzione internazionale, reato poi prescritto in appello). 
La Betoil avrebbe invece gestito il transito di petrolio: Loioli (quello della definizione papa re), che ha lavorato come intermediario anche per gli uomini della Cogep, spiegava al giornalista come la pratica delle tangenti fosse la normalità.
FABRIZIO LOIOLI - IMPRENDITORE
Formigoni…guarda Formigoni, ti faccio un esempio pratico, è come il Papa e poi ci sono i cardinali perché lui non è un uomo di denari, è un uomo, diciamo, di poteri. Però i cardinali si fanno gli intorti tra di loro e riferiscono al Papa quello che a un certo punto gli fa comodo che il Papa sappia, anche se poi il Papa è a conoscenza della verità, però non te la contesta, che è diverso che il cardinale ha preso la busta e gliel’ha data al Papa…. Il Papa non ti dirà mai “portami”, il Papa ti dirà “Madonna che brutto ‘sto giardino”, mica lo puoi mettere in galera! A un certo punto arriva il giardiniere e ti fa una Versailles! È costata 20milioni e non lo beccherai… guarda che Formigoni con i soldi nella marmellata non lo beccherai mai. Daccò, che io so chi è, e conosco tutto di quello lì, Daccò è un cardinale ingordo che però a differenza degli altri era un pochettino più furbo ed è durato più a lungo.

Chi sono gli altri cardinali, allora?

De Petro, anche lui di Cl: avrebbe raccolto bonifici per la società Candonly (da società del gruppo Finmeccanica).

La Candonly fu fondata da Perego (il coinquilino di Formigoni) nel 1991, a Dublino. Per gestire i flussi di denaro fuori dall'Italia? E a chi finivano questi soldi? A cl?
In questa rete di società off shore fanno parte la fondazione Memalfa, fino ad arrivare al conto Paiolo in Svizzera
MILENA GABANELLI IN STUDIO 
Cesana è un leader storico di CL 3 anni fa è stato nominato dalla giunta Formigoni presidente del policlinico Mangiagalli di Milano. A Lugano fa incontri di teologia all’università. E a Lugano c’è una sede dell’associazione di frati laici di CL, di cui Formigoni da 40 anni è l’esponente più famoso. Ne fa parte anche Perego che con Formigoni vive da tanti anni. Ed entrambi hanno fatto promessa solenne di verginità, obbedienza, povertà. Tuttavia non si sputa sopra una villa in Sardegna. Se poi salta fuori che durante un’emergenza umanitaria si può portare a casa qualche affare con il petrolio, perché no? E se uno apre in Svizzera un conto paiolo avrà il suo perché. Perego all’inizio degli anni 90 insieme al segretario di Formigoni costituisce a Vaduz la fondazione Memalfa. Questa fondazione oggi non c’è più non sappiamo se è stata rimpiazzata dalla membeta. Sta di fatto che questo è l’entourage stretto di Formigoni che ha governato per 17 anni la regione più ricca d’Italia, che può contare sul suo territorio anche su una associazione molto ben radicata che è quella di compagnia delle opere, ovvero il braccio imprenditoriale di CL. 


La compagnia delle opere.
La Cdo è il braccio imprenditoriale di Cl: è forte in Lombardia. Tanto forte che se vuoi lavorare qui, si dice, devi essere dentro, altrimenti sei fuori.
Nerazzini ha raccontato i casi dell'ospedale di Bergamo, dell'istituto privata ImiBerg, fino ad arrivare all'inchiesta sulla discarica di Cappella Cantoni, firmata ma non pubblicata sulla gazzetta, per volere di Formigoni.
L'ospedale di Bergamo è una maxi opera, su un terreno acquitrinoso su cui c'era una perizia negativa, che è ancora incompiuta nonostante siano stati spesi molti più soldi di quelli preventivati.
Si è passati da 284 ml a 500 ml.
La direzione dell'ospedale ha dato al consigliere dell'Idv Sola dei documenti, per poter controllare le spese, pieni di omissis, manco fosse un'opera segretata.
Nell'ospedale, come in regione, gli uomini chiave sono di Cl: lo stesso consigliere che non è riuscito a vedere le carte spiegava come
“Gli uomini chiave di Regione Lombardia appartengono a Comunione e Liberazione, iocredo che l’aspetto più volgare e ributtante di questa storia è che l’appartenenzaconvinta sulla base di valori condivisibili anche dai non cristiani e lo dice un cattolico,che sono i valori cattolici, sia stata calpestata, prostituita da un manipolo di politici,vogliamo ancora definirli così con la P maiuscola, in alcuni casi ahinoi, che ne hannofatto bassa merce ma considerevole dal punto di vista dei numeri, di supporto, disostegno alla propria aziona amministrativa. CL, CDO hanno ingabbiato Regione Lombardia.”
Contro l'istituto ImiBerg e alcuni lavori di ampliamento, alcuni cittadini hanno fatto ricorso: la Dia era scaduta nel 2007, ma il consiglio comunale, all'unanimità ha approvato lo stesso i lavori.
Lavori su cui ora sta indagando la procura di Bergamo e quella di Milano.
Lavori cui ha partecipato l'impresa Locatelli, che fa parte della Cdo, e che la stessa Cdo locale, come ha ammesso il signor Breno, ha aiutato quando era in difficoltà.
Breno, Locatelli, il consigliere Raimondi, sono finiti indagati per corruzione.


Chi sono i Memores Domini.
Nerazzini ha raccolto le testimonianze di due ex appartenenti al gruppo. Quello dei voti di povertà, castità e ubbidienza e che non dovrebbe avere a che fare con reti off shore, ospedali dai costi in crescita. 
Bruno Vergani è uscito da questa struttura una mattina di molti anni fa. Ha spiegato l'importanza del voto di obbedienza: si obbedisce al Dio incarnato in terra, il proprio responsabile, e non alle leggi proprie.

Marco Palmisano è invece uscito per un problema alla vista.
Ha spiegato che anche comprarsi una villa è un atto di povertà, basta non considerarla come un oggetto di valore. 
Palmisano è stato fondatore del Movimento Popolare, assieme a Formigoni e Buttiglione, per aiutare la DC nell'esprimere meglio il ruolo dei cattolici in politica.
Ma Palmisano è anche stato in Publitalia con Dell'Utri e Berlusconi.
Ha spiegato come, nel 1979, quando il cavaliere comprò Il giornale, chiese a Don Giussani dei professori per prendere delle lezioni di dottrina politica. Tra questi l'attuale arcivescovo di Milano, Scola.
Chissà se, alla fine, il fine ha giustificato i mezzi.

Cosa farà ora Formigoni? Anche lui il suo partito, come gli intervistati han lasciato intendere?
MILENA GABANELLI IN STUDIOIntanto sia chiaro che la nostra critica non è rivolta a CL come movimento, ma è circoscritta alle persone di cui abbiamo parlato. Dopodiché il futuro progetto politico che dipende da tre fattori uno al Pirellone, uno ad Arcore e uno a Roma, sembrano chiacchiere da bar, ma troppo spesso le decisioni, le sorti del nostro paese sono spesso state decise o scritte su un tovagliolo di carta a cena o sotto un ombrellone.Quello di cui possiamo stare certi è che il vecchio, che ha fatto la sua parte per tenere il paese bloccato, proverà a riciclarsi sotto al nome di un partito nuovo. Ora, se dobbiamo tenerceli o mandarli a fare un altro mestiere dipenderà anche da noi. Tutto ha un suo tempo e il significato della parola riciclo non deve essere utilizzato per le persone, ma per le cose.

Il link alla puntata.
Il pdf con la trascrizione del servizio.

04 novembre 2012

Formigoni e il misterioso mondo dei Memores Domini

Da Report-time sul sito del corriere:


È possibile parlare di Roberto Formigoni senza parlare di Comunione e Liberazione? No, non è possibile.Perché il governatore più longevo della storia nasce culturalmente dentro al movimento ecclesiale di Don Giussani. Eppoi perché il suo successo germoglia nel Movimento Popolare, il braccio politico di Don Giussani al servizio dei vescovi e della Dc, di cui lo stesso Formigoni, alla fine del ’75, è uno dei fondatori.Ripetono sempre, i personaggi pubblici di Cl, che le loro azioni non hanno nulla a che fare con la loro appartenenza al Movimento. Eppure lo stesso Formigoni, nel suo discorso più sincero e «libero», quello fatto ad agosto di fronte alla platea «amica» del Meeting, offre non pochi spunti a una lettura efficace del suo agire politico, aggredito dall’ennesima inchiesta: «Lorsignori non sanno che come andrà a finire non lo decidono loro ma lo deciderà soltanto il Padreterno! È questo che mi rende libero!» Ma aggiunge anche: «Il Papa mi guarda e mi dice: “Io prego tutti i giorni per lei”. Sono rimasto sconvolto. Ho soltanto potuto dirgli: “Grazie Santità perché ne ho bisogno”».Dichiarazioni forti e violente; spunti, appunto, interessanti e teologici. Ecco perché ne abbiamo parlato con un grande storico della Chiesa come il professore Alberto Melloni. Ed ecco perché, nell’inchiesta “Il Papa Re”, in onda domenica sera a Report, non manca il viaggio dentro il mondo dei Memores Domini: rappresentano la frangia più radicale della Fraternità di Comunione e Liberazione. Formigoni ne fa parte da oltre quarant’anni, quando decide di dedicare totalmente la vita a Dio, nel rispetto delle solenni promesse di obbedienza, povertà e verginità. Quali sono le regole di questa associazione? Qual è la pratica dei consigli evangelici assunti con impegno personale? Come può un monaco laico di Cl far convivere tutto ciò con il suo lavoro? In fondo, il mandato giussaniano è proprio quello di portare l’Avvenimento, la Testimonianza nel mondo, attraverso il proprio lavoro.Siamo riusciti a incontrare qualche ex Memor: Bruno Vergani – che smette di essere un monaco laico di Cl una trentina di anni fa – e Marco Palmisano – uscito più recentemente ma ancora organico al Movimento, nonché sorprendente anello di congiunzione tra Cl e Berlusconi. Due esperienze diverse e due interviste complementari, per riuscire a capire meglio l’uomo politico Formigoni. Ma anche una figura come Alberto Perego, altro indagato nell’inchiesta Maugeri e coinquilino del Governatore nella casa-comunità di Milano. 
La puntata integrale visibile da lunedì

13 febbraio 2011

La lobby di Dio di Ferruccio Pinotti

Fede affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e la compagnia delle opere.

Quello di Ferruccio Pinotti è un lungo viaggio dentro il mondo di Comunione e Liberazione: le origini del movimento (il gruppo di studenti che si riunì attorno alla sigla “gioventù studentesca”), i primi passi dentro l'università (nei difficili anni 70), i legami con la politica. La Democrazia Cristiana prima, poi il passaggio a Forza Italia e ora, l'avvicinamento al movimento della Lega Nord.
Il clima che si respira al meeting di Rimini, dove è possibile incontrare i vertici dell'economia, delle banche, dei partiti di centrodestra (ma anche esponenti del centrosinistra); ma anche i tanti volontari che passano una settimana qui, per lavorare gratis.
Che cosa è Comunione e Liberazione: dai primi insegnamenti di Don Giussani al Berchet e alla Cattolica, sono passati tanti anni. Oggi dietro Cl si nasconde un mondo di politici (come il governatore della Lombardia Formigoni, che ha scelto di non rispondere alle domande dell'autore), professionisti (nell'economia, nella sanità, nell'amministrazione) e anche volontari. Ma anche un mondo che cerca di applicare gli insegnamenti religiosi ricevuti in modo concreto nel mondo civile: “o protagonisti o morte”.
E i membri di Cl lo stanno diventando, protagonisti: tramite la galassia di imprese associate alla Compagina delle Opere, Cl controlla vasti pezzi della sanità, della scuola e dei servizi. Nella Lombardia ma anche nel resto del paese, come racconta l'autore, in Sicilia e in Calabria.
Ecco, gli aspetti imprenditoriali-affaristici della Cdo lasciano alquanto perplessi: come si coniuga il volontarismo e il non-profit con gli appalti che le aziende (spesso in modo poco trasparente, spesso senza gara, spesso grazie a quella rete di amicizia la cui dimensione reale sfugge) incassano?
Come si coniuga i valori cristiani con i tanti scandali emersi in questi anni, che vedono come protagonisti queste aziende?
Pinotti racconta dello scandalo Why Not, che ha portato alla condanna in primo grado di Antonio Saladino, responsabile della Cdo nel sud. Un'inchiesta, quella di De Magistris, che è stata ostacolata in tutti i modi dalla politica, forse perchè, al pari dell'inchiesta sulla Loggia P2 nei primi anni 80, stava portando alla luce un intreccio tra massoneria, politica, generali, finanzieri. Che usavano fondi pubblici per scopi ben poco nobili, di certo ben distanti da quelli di creare posti di lavoro nel sud.
Come in Sicilia, con il Cdo regionale che ha avuto legami col Cerisdi e poi con Sviluppo Italia, società pubblica molto chiacchierata, per i soldi sprecati in opere costose, faraoniche, legate ad interessi di personalità politiche locali.
Si racconta anche dello scandalo Oil for food, che ha sfiorato, per la scoperta del conto corrente Memalfa, i
Memores Domini (“monaci guerrieri” che praticano la castità e vivono in residenze comuni). Degli appalti della cooperativa La Cascina (nelle mense dei Cie) partita da una inchiesta di Bari. Le bonifiche a Milano nell'area Montecity, che ha portato agli arresti di lady Abelli e Giovanni Grossi. La truffa dei corsi di formazione a Padova, da parte della Cosmi Group.

Ecco, perchè un libro su Comunione e Liberazione? Iniziamo col dire che questo non è un libro contro, ma un libro su. Sapere come vengono usati i fondi regionali in regione Lombardia, in nome del principio di sussidiarietà, è importante. Soprattutto se si pensa che questa politica, di togliere soldi al pubblico (nella sanità, nelle scuole) per darli senza gara a dei privati la si vorrebbe applicare a tutto il paese.
Politica che, si comprende subito, non porta a migliore servizio per un cittadino ( questo lo dicono gli scandali che si leggono sui giornali, come quello del Santa Rita, lo stato delle scuole pubbliche in regione, le code e le attese per una prestazione sanitaria), non porta ad una sana competizione tra pubblico e privato. Una privatizzazione dei servizi pubblici che in realtà diventa un sistema di imprese facenti parte di un gruppo, che oera in regime di quasi monopolio con i soldi pubblici.

Un capitolo molto interessante è quello in cui si racconta il mondo di Cl dall'interno: di chi ne fa parte, di chi ne è poi uscito. Come si entra dentro questo gruppo? Come si vive questa esperienza nella vita di tutti i giorni?
Non sempre ne esce un quadro molto idilliaco: la testimonianza di ex membro, Bruno Vergani, racconta di un mondo in cui vige l'obbligo all'obbedienza al proprio superiore, perchè l'autorità è “incarnazione di Cristo” in terra.

Racconta Pinotti: “Don Giussani, il fondatore di CL, voleva portare la Chiesa nella società. I suoi successori hanno trasformato la Chiesa in una società per azioni.”

Nel finale, l'autore si domanda su quale potrebbe essere il futuro di Cl (dopo la morte di Don Giussani) , se diventare una prelatura come Opus Dei o continuare con una crescita casuale sul piano religioso ma rapida in quanto ad occupazione di spazi sociali nella scuola, sanità, impresa. Per dare alla Chiesa un power network sempre più affidabile, ma che la espone sempre di più a scandali, a divisioni sia orizzontali che verticali.
E conclude:

“L'abilità con cui Cl ha colonizzato in pochi anni una regione trainante come la Lombardia e la sua velocità di espansione in regioni come Piemonte, l'Emilia Romagna, la Calabria, la Sicilia destano preoccupazione per il radicarsi di un 'metodo' che – inchieste giudiziarie a parte – cresce senza limiti e controlli.
Sarebbe interessante chidedersi in questo senso se la Banca d'Italia, attraverso la sua vigilanza, abbia pensato di effettuare una indagine accurata per verificare se l'aumento delgi accordi tra istituti di Credito e Compagnia delle Opere prefiguri condzioni preferenziali di acesso al credito e una differenza di trattamento tra imprese garantite dal networl di Cdo e imprese senza raccomandazioni. O se l'antitrust non veda nelle 34000 imprese della Cdo la nascita di un cartello.
Sarebbe utile capire, come abbiamo cercato di fare noi, quali e quanti appalti vengono vinti dalle imprese della Cdo in quelle aree in cui il potere politico ciellino è forte. O perchè certi professionisti, solo perchè di aea Cl, lavorino più degli altri; o la ragione di certe misteriose e veloci carriere. In un'Italia smpre più dominata da consorterie, gruppi, lobby, massonerie e bande varie, porsi questi quesiti significa avere a cuore il proprio paese, preoccuparsi delle generazioni che verranno e di è più debole e meno preparato ad affrontare una competizione via via più scorretta e ingiusta. Questo lo spirito di servizio che ha animato la nostra inchiesta.”

Alcuni spunti:
Il rapporto di Cl con la Lega.
Il modello lombardo.

La scheda sul sito di Chiarelettere.
Il sito di Ferruccio Pinotti.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
Technorati:

06 febbraio 2011

La lobby di Dio – il rapporto tra Comunione e Liberazione e la Lega

Nel suo ultimo libro Ferruccio Pinotti parla di Comunione e Liberazione: dopo aver raccontato la sua storia, il suo modo di concepire la sussidiarietà (la statalizzazione dello sato tramite rapporti di lobbing con le regioni) e i suoi rapporti con la politica (la Dc prima e FI poi), Pinotti racconta del legame tra Cl e la Lega Nord. Due entità molto più legate di quanto si sarebbe tenuti a credere:

A questo punto dovrebbero cominviare a intuirsi i due principali cardini teorici che hanno permesso a due mondi apparentemente così inconciliabili di convergere sulla stessa strada. E cioè federalismo (“de-statalizzazione”) da una parte e integralismo dall'altra.

Gli ismi che uniscono Lega Nord e Cl” li ha definiti con grande acutezza lo psicologo Enrico Magni, firmando nel luglio del 2009 sul quotidiano online “Leccoprovincia.it” un lucido editoriale che è utile citare: “Lega Nord e Comunione e Liberazione sono l'espressione di due integralismi territoriali. Tutte e due sono nate ai piedi delle Alpi, tutte e due hanno nell'organizzazione materiale il punto di forza, tutte e due hanno nella trascendenza un oggetto di riferimento. [..] Tutte e due hanno un oggetto persecutorio che va vinto e che è diverso nelle varie forme, apparenze, sostanze. Gli extracomunitari per la Lega Nord sono coloro che rubano il lavoro ai locali e portano insicurezza sociale, per gli altri sono portatori di un credo diverso che può destabilizzare la tradizione religiosa. Per tutte e due il lavoro, il fare e la ricchezza sono il prodotto di un'appartenenza che è sinonimo di sacrificio e etica. In apparenza le due organizzazioni possono sembrare in contrasto , ma nel profondo hanno molte radici in comune che andrebbero ulteriormente analizzate e approfondite”.
La lobby di Dio, pagina 62

Quando è avvenuto questo matrimonio di interessi?

La riconciliazione è avvenuta nel 2008, durante il convegno dal titolo “Federalismo fiscale e sussidiarietà”, organizzato a Verona dalla sezione locale di Compagnia delle opere. I ciellini vi invitarono a parlare il sindaco leghista Flavio Tosie lo fecero interloquire con Giorgio Vittadini, storico leader della Cdo. [..] E alla fine ci pensò lo stesso Vittadini a spiegare le ragioni di quell'invito a Tosi: “Noi dialoghiamo a tutto campo – disse – e la Lega al dil degli aspetto folcloristici tipo ampolle del Po, quando ragiona sui fatti è assolutamente interessante [..] Siamo alieni dallo schierarci con questo o quel partito, guardiamo al pragmatismo, ma non possiamo non essere interessati a un federalismo molto sussidiario come quello prospettato nell'ultima versione: allora tanto di cappello a uno come Calderoli, che lo sta sviluppando con molta capacità di dialogo”.

Comunione e Liberazione si è convinta così che la Lega, sulla base di un comune sostrato culturale volto alla destrutturazione dello stato centralista e all'affermazione di certi integralismi, poteva incarnare il vero orizzonte politico post-berlusconiano; la Lega dal canto suo, ha capito al volo invece che per “ambire a diventare quello che trent'anni fa era la Democrazia Cristiana” non poteva prescindere dal rapporto con un ambiente cattolico come quello di Cl, che “continua a rappresentare un considerevole blocco sociale e, perchè no, di voti”.
La lobby di Dio, pagina 64

Da questo spunto si inizia a capire quali siani i poteri forti dietro questo governo, che spinge per un federalismo in salsa leghista, che tiene in vita Berlusconi nonostante tutto. Li abbiamo visti assieme al meeting di Rimini nel 2009 e nell'estate scorsa: la Lega Nord e Cl: "insieme per destrutturare lo stato, per sminuzzarne le competenze e gestirle a livello locale attraverso il braccio operativo di Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere. Le parole d'ordine sono sussidiarietà e federalismo, ma la traduzione concreta di questi concetti si articola nell'affidamento progressivo della sanità ai privati, nella scelta dei docenti su base regionale, in lucrosi business come quello dei trasporti e dell'energia, in trasferimenti di soldi a società private che gestiscono pezzi sempre più ampi del pubblico".

Altri pretesti di lettura:

.. a pagina 19
“Nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell'assistenza, nell'università”.
Eugenio Scalfari sul potere della Compagnia delle Opere in Lombardia. “La repubblica”, 13 ottobre 2008.

.. a pagina 52
“Berlusconi è come De Gasperi”
Raffaello Vignali, ex presidente della Compagnia delle Opere, 7 aprile 2006.

.. a pagina 359
“E' entrato a far parte di Cl un personaggio come Marco Barbone, l'omicida di Walter Tobagi”.
Marco Barbone è responsabile della comunicazione della Compagnia delle Opere.

...a pagina 48
"Puoi essere un corruttore, un tangentista, un terrorista, ma se vai da loro e scopri l’incontro con Gesù potrai tranquillamente entrare nell’orbita di Cl."
Mino Martinazzoli, più volte ministro della Repubblica nelle file della Democrazia cristiana.

...a pagina 137
"È un meccanismo diabolico: io curo i rapporti con il politico, lui mi dà i finanziamenti, io gli assumo la gente, lui si prende i voti."
Arturo Zannelli, già direttore della Compagnia delle opere Calabria e marito di Caterina Merante, teste chiave dell’inchiesta Why Not.

"Una Chiesa privata, ben sintonizzata con gli umori della destra italiana e dominata dall'affettuosa confidenza con banchieri e imprenditori .....è il linguaggio di un conservatorismo moderno che si esprime la strana indulgenza Ciellina per i malfattori, contrapposta alla severità con cui additano i moralisti.”
Gad Lerner, “la Repubblica”, 28 agosto 2010

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