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11 ottobre 2016

Report – il latte (e i derivati) e il falso biologico)

Indovina chi viene a cena: latte e isuoi sostituti
Latte senza mucche. Latte che forse non proviene i problemi alle ossa.
Una squadra di calcio vegana in Inghilterra: niente prodotti animali, per un'idea di mondo migliore (a detta del proprietario della squadra).

Sabrina Giannini nel suo servizio sfata i miti sul latte: contiene più calcio una cipolla, lo dice la scienza. Il mito del latte è promosso dagli spot del governo, per aiutare i produttori ora che non ci sono più incentivi.

Così a Cremona ad una mostra agricola le mucche sono quasi delle modelle, che non vengono nemmeno munte per avere le mammelle più turgide. Tanto non scoppiano..
Affari d'oro anche per i tori e per il loro sperma, che garantisce mucche sane e che producono tanto latte.
Tutto artificiale, come le mucche dopate, con l'ormone, per vincere le gare: l'ormone della crescita è stato scoperto dal procuratore di Brescia un anno fa, alcuni allevatori scopriranno a breve se andranno a processo. L'Europa che fa la morale all'America, ancora non si fanno controlli sulla somamotropina: il mondo idilliaco di prati e pascoli esiste solo sulla carta.

Oggi le mucche fanno 40 50 litri di latte al giorno: sono selezionate per essere munte durante tutta la gravidanza, nella seconda metà della gravidanza questo è ricco di ormoni.
Che effetti ha sui bambini?
Che effetto hanno le sostanze dopanti?
Nelle vacche di pianura che non vedono mai l'erba non ci sono le sostanze presenti nei pascoli alpini, come l'omega tre.

Ma l'Europa sta puntando sugli allevamenti intensivi: chi ci guadagna sono i grandi produttori che livellano verso il basso il costo del latte, latte di cui non conosciamo la provenienza.
Non conosciamo l'origine del latte sui formaggi (eccetto quelli dop): un bel regalo fatto dall'Europa ai produttori.
Negli stabilimenti Galbani entra un camion proveniente da un paese dell'Est: sulla fiducia dobbiamo credere che la mozzarella Galbani proviene da pascoli italiani. E non dalla Lituania.
E i carichi di cagliata provenienti dalla Lituania?
Niente di illecito, la legge lo permette.

Dalla pianura Padana a San Francisco: qui producono latte senza mucca.
Il latte è prodotto secondo un processo simile a quello della birra: le proteine sono prodotte in modo artificiale, arrivando ad un latte con un gusto simile a quello naturale ma senza lattosio (e con meno consumo di acqua).
In America puntano al risparmio del suolo: latte costruito in laboratorio e verdure che crescono in altezza.

I 20 anni di Report.
“Sarà la mia ultima stagione alla conduzione di Report”: dopo tanto tempo la palla passa ai giornalisti della squadra, che ha contribuito a far diventare un prodotto di successo.
Stagione storica, questa: 20 anni di Report. Cosa farà nel futuro Milena Gabanelli? Forse l'inviata?

Report – il Bio illogico di Bernardo Iovene.
Siamo disposti a pagare di più per un prodotto alimentare senza pesticidi: fa bene a noi e all'ambiente. Ci sono 14 enti certificatori, che dipendono dal ministero.
Tutto a posto?

quando arriva il nemico ti devi difendere”: così parla un produttore di grano, non biologico.
Si riferiva al grano che è stato prodotto dalla Puglia, da Liuzzi (Civitate), che non era biologico: grano finito poi nei mulini poi certificati dai rispettivi enti.
Ma nessun ente ha fatto il suo lavoro di controllo: è così facile far passare del grano normale per biologico?

Dopo 6 mesi si è arrivata alla denuncia dei carabinieri, nata da un controllo post di un ente certificatore: ma quel grano è poi diventato pasta, che qualcuno si sarà mangiato. Non solo in Italia.

CCCB è un importante ente certificatore: ma poi CCCB è di proprietà di un ente, il Consorzio Bio, un consorzio di imprese che racchiude poi le società che producono farina bio.
Situazione anomala, da conflitto di interesse forse.

Feder Bio, la confindustria dei produttori Bio, detta le linee guida, su tutti i passaggi della filiera: ma la vicenda di Liuzzi dimostra che i controlli sono stati lenti, le comunicazioni poco efficaci.

Da dove arriva il grano di Liuzzi? Il signor Liuzzi non lo ha voluto dire.
Che fare allora per evitare altre frodi nel futuro: esiste una piattaforma tecnologica, ma manca na timbra del ministero, nella specie da parte del sottosegretario Olivero.
Ora il timbro c'è, ma sulla piattaforma di Federbio, che è una associazione privata.
Ma Liuzzi avrà fatto tutto da solo?
Rimane comunque il fatto che l'ente certificatore dei maggiori marchi è di proprietà del consorzio che racchiude i marchi stessi.

Cerignola: azienda biologica che produce pomodori, poi messi ad essicare.
L'ente di certificazione come lavora? Produttore e certificatore si conoscono, ma gli ispettori cambiano turno, dice una persona di Icea (l'ente).
I controlli sono fatti a sopresa? Non sempre, nel caso di Samanta, su un campione di grano dall'Ucraina il produttore era stato avvertito.
E negli anni, Icea non ha mai trovato problemi nell'azienda Agricola grains: questa importa dall'est, da produttori biologici.
Altra stranezza: gli enti certificatori sono andati in Romania e poi sono seguiti i produttori biologici, uno si aspetterebbe il contrario.
Cosa succede in Romania?
Bernardo Iovene, travestitosi da produttore, è andato lì a scoprirlo.

In Romania gli imprenditori italiani si trovano bene: cinque enti di certificazione italiani sono andati in Romania, ma tre hanno fatto una brutta fine.
Come Icea: molti dei prodotti non sarebbero veramente biologici, ma contenenti prodotti trattati con fitosanitari.

Un ex responsabile di un ente certificatore, poi sospeso, parla davanti a Iovene di mazzette, di soldi passati per avere la certificazione, da parte di italiani. Per prodotti col bollino bio, che paghiamo caro e che non è biologico.

Solo i documenti sono biologici – ammette anche un intermediario, in una intervista nascosta: sul campo ci si mette d'accordo , tra controllore e controllato.
Voi prendete in affitto 1000 ettari, prendete un intermediario che lavora qua e che tratterà con voi”: basta oliare il sistema, avere un intermediario sul posto, un terzista a cui dare i soldi per i pesticidi e il resto del materiale.
I controlli sono l'ultimo dei problemi.

Siamo sicuri che non è tutto così – commentava la Gabanelli, sulle mille aziende in Romania. Non sappiamo quanto importiamo dalla Romania perché è in Europa.
Come si fa a bloccare le partite farlocche? Infatti la frode più grossa è stata scoperta al porto di Ravella, dove arrivava merce da Malta, ad esempio.

Delle 350mila tonnellate ne sono state sequestrate 2000: granaglie con dentro prodotti tossici, per un volume d'affare complessivo di 126 ml.
A Pesaro sul banco degli imputati dovrebbero esserci anche i dirigenti del ministero – spiega il dottor Carnemolla, di Federbio: enti certificatori sospesi in Italia, ma che potevano lavorare in Romania.
Iovene ha raccontato la storia della Just Organic, di Gianpaolo Romani, interdetto alla produzione: ma lavora ancora perché “paga bene”.
Romani aveva come società di consulenza una società di Enrico Maria Pollo: direttore della società Archimede, console onorario in Romania, ma soprattutto capo segreteria del vice ministro con delega al Biologico, Olivero.

Quando la Ecogruppo, altro ente certificatore, boccia una partita che veniva da una società da Romani (e venduta alla Sedamil), il responsabile di Ecogruppo viene convocato dal vice ministro.
Doveva usare il buon senso, nessuna pressione: non volevano penalizzare troppo l'azienda, spiega il vice ministro.


Ancora una volta emerge il problema dei conflitti di interesse, dentro le stanze del ministero: a rischio, oltre alla nostra salute, è anche l'immagine del ministero.

10 ottobre 2016

Report - l'inchiesta sul Biologico

Come già Presa diretta, anche le inchieste della nuova serie di Report andranno in onda il lunedì sera e non più domenica (e il pubblico ha tenuto, almeno a guardare lo share).
La seconda novità di questa stagione è la copertina affidata a Sabrina Giannini sul tema dell'alimentazione, dal titolo (poco rassicurante in senso ironico) "Indovina chi viene a cena":
"Saranno dieci le puntate di Indovina chi viene a cena tutte incentrate sull’alimentazione, un percorso tra miti e salute, interessi che orientano il mercato e comode abitudini. Con una appendice sempre sui progetti alternativi che l’uomo ha già messo in atto o sta ideando in vista del 2050, quando nove miliardi di persone abiteranno il pianeta e le risorse saranno ancor più ridotte".
Nelle scorse edizioni la giornalista si era occupata del "doping" carne bovina (e delle due inchieste della procura di Cuneo), del cibo per cani e gatti, dell'olio di palma.

Alle 21.30 invece i consueti servizi: si comincia con Bernardo Iovene con "Bio illogico", dove il giornalista farà le pulci al sistema di certificazione del biologico in Italia.
Sessantamila imprese che fanno un fatturato da 4,3 miliardi per 18 milioni di famiglie come consumatori: nel biologico siamo i primi in Europa, ma siamo sicuri dei controlli e dei bollini dei prodotti "bio" che compriamo?
"Quattordici sono gli enti che controllano le imprese che fanno biologico, a loro volta controllato da un ente unico, sopra il quale vigile il ministero. Siamo in una botte di ferro".




La scheda del servizio:
È bastato cambiare un numero su un certificato per far passare undicimila tonnellate di grano duro convenzionale come biologico. La truffa è partita da San Paolo Di Civitate, provincia di Foggia. Gli enti che dovevano e potevano controllare sulla vendita se ne sono accorti sei mesi dopo, quando il grano è diventato semola e poi pasta spedita in tutto il mondo. Che cosa succede se poi si scopre che il grano non era biologico? Bisogna ritiralo dal mercato, ma dopo mesi è già cotto e mangiato. L’inchiesta entra nel mondo dei certificatori e si sviluppa in Romania dove alcuni enti di certificazione italiani sono stati sospesi perché certificavano come biologici prodotti trattati con fitosanitari e pesticidi. Gran parte del grano biologico che consumiamo arriva dai paesi dell’Est. Bernardo Iovene si è trasformato in imprenditore agricolo per ricostruire come è stato possibile che in cinque anni siano transitate 350 mila tonnellate di falso biologico in Italia. A vigilare su tutto c’è il ministero delle Politiche agricole, ma proprio nel ministero e nel posto cruciale potrebbero annidarsi relazioni pericolose. 
L'anteprima sul sito di Reportime: il biologico non è biologico (e noi italiani siamo sempre i soliti furbetti)



Anche il secondo servizio di Giulio Valesini "Il rappresentante" riguarda l'alimentazione: chi abbiamo mandato a Bruxelles per rappresentare l’Italia nella "tutela della nostra sicurezza alimentare e della sanità animale"? 
Il ministero della Salute ha scelto il dirigente Pasqualino Rossi, nel passato accusato di corruzione ma dove il processo è finito in prescrizione.
Vero che in Italia abbiamo la presunzione di innocenza, ma viene da chiedersi come mai il ministero abbia scelto proprio questa persona.

La scheda del servizio:
"A Bruxelles c’è la sede della Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione Europea. Svolge un ruolo strategico: “Promuovere e difendere le posizioni italiane nell’ambito dell’Unione Europea”; in pratica tutto quello che per l’Italia si decide in Europa, dai trasporti, agli affari economici, dalla sicurezza, alla sanità, all’immigrazione prima passa da questi uffici. I dossier sono affidati ai funzionari mandati dai ministeri di Roma. E la scelta dovrebbe cadere su quelli con il curriculum migliore. Il ministero della Salute ha scelto di mandare a Bruxelles, a rappresentare l’Italia nella tutela della nostra sicurezza alimentare e della sanità animale, il dirigente Pasqualino Rossi. Rossi fu arrestato nel 2008 dal Procuratore di Torino Raffaele Guariniello con l’accusa di corruzione. Il processo si è chiuso nel settembre del 2015 con la prescrizione dei reati. Sarà tutto regolare, ma si può dire che il ministro Lorenzin abbia scelto il migliore per rappresentare l’Italia?"
Infine, un'inchiesta sull'esercizio fisico: "Muoversi" di Stefania Rimini, che ci darà la ricetta per vivere più a lungo, più sani e magari più felici.
Una magia? No, semplicemente muoversi!

La scheda del servizio:
Sempre più giovani sotto i trent’anni si ritrovano con il collo deformato perché passano ore con la testa piegata sul telefonino o sul tablet, oppure seduti davanti al computer con posture scorrette. Invece di stare sempre a scrivere e inviare messaggi vocali, per grassi e magri la vera medicina è: muoversi! Due ore e mezzo alla settimana sarebbe il minimo sindacale per evitare di ricadere nella sedentarietà, considerata la quarta causa di morte, ma di movimento più se ne fa, meglio è. È ormai dimostrato che i benefici aumentano all'aumentare della "dose". Non è necessario perdere un'ora per andare e tornare dalla palestra, vale anche portare il cane a spasso, fare le pulizie energicamente, salire le scale, parcheggiare lontano e poi camminare veloci... I 150 minuti settimanali si possono addirittura spezzare in sessioni da dieci minuti, basta che sia attività fisica almeno "moderata", cioè quella che ti lascia accaldato e con il fiato appena un po' corto. E poi il segreto per non invecchiare in fretta è l'elasticità. Con quali esercizi?
L'anteprima su Reportime:


Diciamo la verità: quanti di noi usano lo smartphone tenendolo in alto ad altezza occhi, in modo tale da non dover piegare la testa in avanti? E quanti tengono il tablet ben dritto, davanti al naso? Probabilmente quasi nessuno, ma poi non stupiamoci se arriva un attacco di cervicale o ci ritroviamo con un’ernia, dolori e rigidità. In certi casi le vertebre addirittura si raddrizzano perché il nostro collo per non sentir male si trasforma in una specie di collarino naturale… che però non si riesce a levare tanto facilmente come quello di plastica.

16 febbraio 2015

Presadiretta – terra nostra

Presa diretta si è occupata nel servizio di ieri delle culture intensive, dello sfruttamento dei terreni, del settore biologico in crisi per colpa dei residui che vengono ritrovati nel fieno che si da alle bestie.
Vogliamo nutrire il pianeta ma non sappiamo più prenderci cura dei terreni, non sappiamo più rispettare gli equilibri della terra, che non può essere sempre sfruttata in nome del profitto.
Raffaella Pusceddu è andata in Trentino, nelle zone della mela Doc: qui la monocultura della mela ha portato ai filari degli alberi fino in cima alle colline.
Per spingere al massimo la produzione i contadini del consorzio usano pesticidi, che i sindaci della zona hanno poi vietato.
A Malles è stato un referendum ha bloccare l'uso delle sostanze chimiche, che non sono finivano nell'aria, ma anche nel cibo, con tutti i problemi per la salute delle persone. Anche per i figli dei produttori di mele.
Nonostante le minacce, le pressioni, il 76% dei cittadini qui ha detto no: da una parte l'associazione dei produttori di mele che ha cercato di rassicurare le persone. Ci sono protocolli da rispettare, non è vero che si rilevano residui di pesticidi. La APOT garantisce l'ecosistema e che i loro associati usano i fitofarmaci al minimo indispensabile.
Dall'altra parte la filiera del biologico, che rischiava di chiudere: in una valle ventosa, come fai ad essere sicuro che i prodotti usati su un versante, non arrivino dappertutto?
Bisogna trovare una via tutti assieme, diceva uno di questi allevatori. Anche puntare sulla monocultura è rischioso, anche se profittevole nei tempi brevi. Che succede se la domanda di mele crolla all'improvviso?

Stesso discorso per le monoculture di mais, che impoveriscono i terreni.
Le monoculture stanno facendo morire la terra: sono terreni stanchi, che perdono la loro fertilità per colpa di culture intensive associate a fertilizzanti e pesticidi. Per aumentare la produttività dei terreni. Per ripristinare i terreni servono anni, dice un professore dell'università della Tuscia, il prof. Valentini. Quale è il PIL della terra?
Tutto questo è valutato in 50000 miliardi di dollari, un valore confrontabile coi 70000 mila miliardi del PIL di ricchezza mondiale.
La biodiversità ha un valore, anche per l'industria alimentare, ma di questo non si tiene conto nelle finanziarie dei governi.
Serve un piano nazionale di difesa del suolo agricolo: i terreni che andiamo a toccare sono già poveri e se noi distruggiamo questo valore, perderemo anche l'altro pil economico.

Gli schiavi della terra a Latina.
L'agricoltura è anche una scena dove vengono violati i diritti di migliaia di persone: nel 2015 a pochi km da Roma ci sono storie come quelle raccontate da Antonella Pusceddu.
Sono le storie dei braccianti indiani, indispensabili nella produzione del cibo: persone che prendono 40 euro ogni 1000 ravanelli raccolti a mano.
Nei campi a raccogliere la verdura, si trovano per lo più sono stranieri campi, ma ci sono anche delle italiane.
I braccianti, per contratto, dovrebbero lavorare massimo sei ore, invece lavorano anche dieci ore, per 3 euro all'ora.
Uno di questi ha raccontato la sua giornata alla giornalista: a fine giornata ti senti morto, vieni insultato e siccome lavoro non c'è, devi accettare tutto. Anche le umiliazioni del caporale, che si trattiene un terzo della paga.
Mezz'ora di pausa, padroni che schiavizzano i lavoratori: siamo tornati agli anni '50, coi foglietti scritti a mano compilati dal padrone.
Ci sono anche buste paga false, perché indicano molte meno ore di lavoro.
I 12000 indiani sick sono un serbatoio di lavoratori che nemmeno vengono pagati: uno sfruttamento da schiavi da parte dei padroni. Che fine han fatto gli ispettori del lavoro, i sindacati?
I braccianti sono considerati come animali: in una intercettazione due padroni dicevano che gli anziani vanno lasciati a casa e i giovani vanno sfruttati per due anni al massimo.
Mercato di Fondi: è uno dei più grandi d'Italia, ma qui la domanda è crollata e così anche i prezzi per il contadini. La crisi interna ha messo in ginocchio le aziende agricole che qui facevano la fortuna. E ora è finito tutto con la crisi.
I broccoli nemmeno conviene raccoglierli, perché si vendono a 30 centesimi, nemmeno conviene prenderli.
E anche questo è lo specchio dell'agricoltura in Italia, con cui vorremmo nutrire il pianeta.

La nuova stazione della TAV a Firenze.
Presa diretta si era occupata della stazione di Firenze nel 2013, con l'arresto della Lorenzetti di Italferr: ma sono passati due anni e il cantiere sotto Firenze è rimasto fermo.
La Lorenzetti premeva sulla commissione del ministero dell'ambiente, per far si che la terra dei cantieri non fosse considerata terra da trattare, con un bel risparmio per le aziende.
La talpa è ferma da un anno e mezzo, perché dopo l'inchiesta il ministero ha sospeso il piano per le terre, perché serve capire dove mettere la terra in sicurezza.

Ma nonostante il fermo, i costi sono saliti di altri 528 ml euro e non si è costruito quasi nulla.
Il presidente di FS Elia ha rassicurato il giornalista Danilo Procaccianti: vedremo se pagare questi milioni a Nodavia.
Il lavoro del CNR sarà completo a giugno, entro settembre ottobre si ripartirà coi cantieri.
Moretti, l'ex presidente (ora in Finmeccanica) si era preso l'impegno con Rossi, il presidente della Toscana, di finire i lavori entro il 2014.
Il presidente della regione è furioso, perché i treni dell'AV fanno da tappo per i treni dei pendolari: si sono spesi tanti soldi per l'AV, qualcosa non ha funzionato.

Sono le forme contrattuali il problema: spingono a far durare il più possibile i lavori per prendere più soldi, c'è tanta corruzione dietro gli appalti. L'AV è una delle opere più costose in Italia: 61 ml al chilometro, mentre in Francia siamo a 10 ml.

L'intervista a Riccardo Fusi e la storia dell'appalto a Firenze: è stato condannato per l'appalto per la scuola marescialli a Firenze, dove è stato considerato uno degli imprenditori della cricca della protezione civile di Bertolaso.
Fusi chiamava Verdini, per gli appalti, anche se non ne ha mai vinto uno: perché, come ha spiegato al giornalista, chi ha l'amico più potente e che fa parte del sistema, vince.
Come a Venezia col Mose: dove trovavi certi uomini che rispondevano alla politica, che decidevano a chi dare l'appalto.
Fusi accusa il mondo della cooperativa rosse, spiegando che questo sia un sistema protetto: ci sono sempre nei grandi appalti. Poi non lamentiamoci se le opere durano tanto e costano sempre di più.
Si vincono gli appalti costruiti su misura con gare al minimo ribasso, e poi si mettono in progetto delle varianti supplettive per sistemare il prezzo.

E sono opere che si mangiano i terreni su cui dovremmo coltivare il cibo per l'uomo. E il problema è sempre lo stesso.

15 dicembre 2014

Report – i biofurbi

I cosmetici e gli alimenti bio oggi sono prodotti in diffusione, ma anche in questo settore ci sono tanti i furbetti, i furbetti del bio che usano le parole giuste per attirare i consumatori.
Naturale, biologico, … e costoso. Ma la differenza di costo è giustificata per tutti i prodotti sullo scaffale?

Canale Cavour, piana vercellese: le risaie si stanno convertendo al biologico, ma in molti fanno i conti e dicono che è una farsa. Lo dicono i risicoltori, che servirebbe fare i controlli dopo la semina: andate a controllarli, nel momento in cui diserbano!

I produttori che usano i diserbanti accusano quelli del biologico di giocare sporco: sul sito del Sinab, la produzione di biologico ha una media di 67,84 q.li per ettaro. Il riso non biologico ha una media di 65 q.li.
Produco di meno se uso i diserbanti? È chiaro che c'è qualcosa che non va.
I prezzi crollano per colpa del dazio zero, deciso dall'Europa, sul riso importato dalla Birmania : noi italiani siamo i primi produttori di riso in Europa e siamo danneggiati da questa politica.
L'importazione selvaggia sta danneggiando i nostri risicoltori, che hanno bisogno del contributo europeo.
E allora in molti si sono però buttati sul bio, che paga di più, anche se ha leggi più stringenti: il riso bio costa tre volte di più. Ma anche tra i borsisti del riso, qualcuno dice che non esiste riso bio: la produzione del biologico scenderebbe tantissimo. Come è possibile che la resa sia la stessa del convenzionale?
Riso bio è possibile, ma senza le rese che sono registrate in Italia: forse hanno un padreterno che li aiuta, dice un vecchio agricoltore.
E i certificati degli enti? Li rilasciano le ditte che fanno bio, ma i controlli?
Piero Riccardi è andato al laboratorio della borsa del riso: qui si fanno le analisi sul riso, anche quelli dei residui dei fitofarmaci.
Che non si trovano né su quello bio, né su quello non bio. Dov'è allora la differenza? Gli esami dovrebbero essere fatti quando si diserba, perché nel biologico è vietato diserbare.
Azienda Stocchi: si è convertita al biologico, dopo una malattia in famiglia.
Ora produce solo riso senza diserbanti: fanno la rotazione dei campi, facendo riposare i terreni. La resa è chiaramente minore, perché non si sfrutta al massimo il terreno.
I costi per la produzione del riso si abbattono, senza l'uso di prodotti chimici e riducendo la produzione nei campi. Ma la produzione è inferiore: chiaramente l'obiettivo è la qualità del prodotto che importa.
In tasca al contadino rimane di più, anche con minore produzione.
Il punto è che la produzione media del bio è quasi uguale a quella del riso convenzionale: forse a dubitare sul bio si ha ragione. Anche perché il responsabile della agricoltura sostenibile, in regione, non conosce i numeri della resa del bio.

Come funzionano i controlli.
Da 1700 sono passati a 3000, gli ettari dedicati alla coltura bio nel 2014: molti produttori fanno però un mix bio e convenzionale.
Il marchio bio lo danno gli enti di controllo, che a loro volta dovrebbero essere controllati dalle regioni, che delegano alle province.
Teoricamente: in pratica il controllo è fatto attraverso questionari fatti compilare agli agricoltori.
Perché hanno tagliato fondi alle province e le regioni non danno soldi per i controlli: in mezzo a questi bisticci forse i furbetti del bio ci campano.
I risicoltori non accettano interviste, fanno parlare confagricoltura: nella confederazione non hanno mai parlato di riso biologico, strano.
Sono i giovano di confagricoltura che denunciano il finto bio, che parlano di concorrenza sleale e vogliono presentare la loro denuncia all'Europa.
Chi fa solamente bio, sono solamente tre in regione. Per loro aumentano i controlli da parte dell'ente certificatore e siccome sono pochi, sono sempre sorteggiati per le analisi a campione.
E quelli che fanno produzione mista?
La provincia di Novara non ha le forze per controllarle tutte: si controlla solo sulla carta dicono a Vercelli e Novara.
Bioagricert è l'organismo di controllo in Piemonte e Lombardia: solo il 3% è stata rilevata difettosità, ovvero è stato trovato un diserbante.
L'area del vercellese e del novarese è anche quella più inquinata dagli erbicidi, dicono all'Arpa.
Ma il picco degli inquinanti si ha solo quando si usa il prodotto chimico, che ha un tempo di degrado basso e in una decina di giorni le misurazioni riportano valori già bassi.
La parola è deroga: deroga sulle regole di produzione del bio, fatte dalla regione Piemonte, che permetteva fino a ieri la produzione di riso bio tutti gli anni sullo stesso campo.
Ma ora la ha vietato, mentre in Europa si sta discutendo di vietare anche la produzione mista.
Meglio tardi che mai.

Il mercato cosmetico.
Esiste anche il biologico dentro la cosmesi, senza sostanze chimiche: è un settore in crescita, molti consumatori hanno iniziato a comprare bio attratti dalle parole stampigliate sulle confezioni.
Tutte con la parola bio sulla confezione.
Nel 2014 il fatturato di questo settore è stimato in 400ml di euro, 8% in più rispetto al mercato.
Ma non esistono regole precise, a livello europeo e mondiale: in che modo allora si può scrivere bio sulla confezione?

Un erborista ha mostrato al giornalista di report come si coltivano i campi, senza pesticidi: dalle piante coltivate, si producono poi i prodotti cosmetici.
Anche qui c'è un ente certificante.

Ma ci sono i finti bio: prodotti che sono chiamati “naturali”, anche se c'è scritto biologico sulla confezione.
Biologico significa che gli ingredienti sono prodotti in una determinata maniera, da una agricoltura biologica: bisogna leggere la lista che compone il prodotto.

Peccato che gli scaffali sono pieni di prodotti che di bio hanno solo il nome: quanti si leggono la lista dei componenti, si scopre che dentro ci sono sostanze che arrivano dal petrolio, come la paraffina.
Anche l'uso della scritta “non testato sugli animali” è fuorviante, perché è vietato dal 2004.
Come la scritta nickel tested, vietato da anni.
Stesso discorso per i prodotti per cosmesi con la scritta per celiaci: la celiachia non ha nulla a che fare con l'uso di prodotti cosmetici.
Ma chi difende il consumatore da queste false informazioni?
Le aziende dovrebbero farsi controllare da un ente esterno: ce ne sono 7 e non hanno un unico standard: la verità è che sulla cosmesi non c'è un controllo esterno e non esiste un sistema di tutela per i consumatori.
Intervistato dal giornalista il sottosegretario Abrignani ha risposto che è un argomento che sarà oggetto di riflessione alla Camera.
Ma la legge presentata non va avanti, perché ci sono cose più importanti .. dice il presidente della commissione ambiente Realacci.
Il risultato è che fino ad oggi c'è una concorrenza sleale che frega i produttori onesti.
Qui potete rivedere la puntata (sul riso e sui prodotti cosmetici) e scaricare il pdf con la trascrizione dei servizi (su riso e cosmesi).

14 dicembre 2014

Il mondo del biologico

Il biologico è buono, il biologico è migliore, fa bene alla salute, ha un gusto migliore ..
Quando in Italia si crea una bolla attorno ad un prodotto, questa attira attorno una platea di furbi pronti ad approfittarne.
Vale lo stesso per i cibi col bollino di “biologici”: la frutta, la pasta, la verdura.
E' un etichetta che rassicura il consumatore, che magari si ferma a quella scritta e non legge oltre: ma è anche un'etichetta che costa, che pesa di più sulle tasche del consumatore.
Ma sarà tutt'oro quello che luccica?
Le inchieste di Report di questa sera si occuperanno proprio di questo.
La prima, I biofurbi: riso di Piero Riccardi, racconterà del lato nascosto dei produttori di riso biologico. Come è possibile che in Italia si produca la stessa resa (quintali per ettaro) di riso biologico che di riso “convenzionale”? Che controlli abbiamo?
Che razza di riso finisce sulle nostre tavole?

La scheda:
Il biologico secondo me fa le stesse cose del non biologico. Stessi trattamenti... Bisogna prenderli nel momento in cui diserbano. In quei momenti li bisogna andarli a prendere quelli che fanno il riso biologico!” Risicoltori che accusano altri risicoltori. I diserbanti in agricoltura biologica ovviamente non sono ammessi, ma sembra che qualcuno non ci creda molto. L'accusa è pesante perché il riso bio viene pagato anche 3 volte tanto rispetto a quello prodotto con agricoltura convenzionale, quella che può usare i diserbanti per combattere le erbe infestanti. Il bio viene pagato di più perché produce di meno. O almeno dovrebbe essere così.Dal sito del Sinab, del Ministero dell'agricoltura vediamo però che il riso bio prodotto in Italia ammonta a 570.217 mila quintali, prodotti su 8405 ettari, che fa una media di 67,84 quintali a ettaro, cioè in pratica la stessa media del riso convenzionale. E i risicoltori piemontesi che fanno convenzionale non ci stanno e chiedono controlli. Ma come funzionano i controlli e chi deve controllare?Report è stata nelle campagne intorno a Vercelli, la capitale del riso italiano. Attorno al canale Cavour, distese di riso. Tra poco verrà raccolto, ma i prezzi del riso stanno crollando per via di importazioni in Europa di riso asiatico a prezzi stracciati. Cambogia, Birmania forti di un accordo commerciale con l'Europa per esportare a dazio zero, stanno conquistando i mercati europei. Eppure fino a ieri noi eravamo i signori del riso italiano.
L'anteprima su Reportime:

Seconda inchiesta: i prodotti per la bellezza biologici.
Anche qui si ha l'impressione che la parola bio serva più che altro a far alzare il prezzo dei prodotti.
Il mercato dei cosmetici biologici e naturali raggiungerà alla fine del 2014 i 400 milioni di euro di fatturato. E' un settore in costante crescita e rispetto al 2013 è aumentato del 7,7 per cento. Nel mondo, il giro d'affari legato a questo tipo di prodotti, tocca i 13 miliardi di dollari. Creme, saponi e trucchi bio si trovano ormai non solo nelle botteghe dedicate ma anche negli scaffali delle grandi catene di distribuzione. Come facciamo ad essere sicuri che quando prendiamo un cosmetico con la scritta "bio" stiamo comprando davvero un prodotto biologico? Che differenza c'è tra naturale, ecologico e bio? E poi, chi tutela il produttore che ricorre all'agricoltura biologica per fabbricare i propri cosmetici da chi invece usa la parola "bio" solo perché fa vendere di più?

"La cricca del Po" è il servizio di Giulio Valesini sull'agenzia che segue la manutenzione delle rive del Po, per la manutenzione degli argini e la loro messa in sicurezza.
L’AIPo è l’agenzia pubblica che si occupa della manutenzione e della sicurezza del fiume Po. Decide come e dove intervenire per mettere in sicurezza gli argini del fiume e dei suoi affluenti: appalti che ogni anno valgono circa 200 milioni. Nel 2013 la Procura di Rovigo ha concluso un’indagine su alcuni lavori assegnati dall’AIPo. Sono indagati quattro funzionari pubblici e tre imprenditori. Uno di questi ha raccontato ai magistrati come ha funzionato il sistema per alcuni appalti: chi ha dovuto pagare per lavorare e come si fa la cresta sui lavori.

Dell'obbligo di montare le ruote da neve è il tema del servizio di Giuliano Marrucci: “Catene da sole”:
Dal 15 novembre in molte strade italiane è partito l'obbligo di pneumatici invernali o catene a bordo. Sapere esattamente quali, è impossibile. Ogni gestore fa la delibera per i tratti di sua competenza e linee guida da rispettare non ce ne sono. E così l'obbligo non c'è nella nebbia della pianura padana, ma per andare al mare in provincia di Trani, si. Anche con un sole che spacca le pietre. Anche se con 20 gradi gli pneumatici invernali sono molto meno sicuri di quelli estivi.

Il fiato sul collo” è il servizio di Emilio Casalini su Equitalia e sulle cartelle di pagamenti che arrivano agli italiani. In caso di errori da parte dell'ente pubblico, è facile far valere le proprie ragioni?
Equitalia notifica ai cittadini le cartelle di pagamento per conto di vari enti pubblici. Se ritieni di non dover pagare puoi difendere le tue ragioni con più facilità, chiedere di sospendere la riscossione e avere risposta in tempi certi”. Questo è quello che dice il loro sito, ma poi la realtà, tra verbali sbagliati, tasse già pagate, assenza di risposte, come molti italiani sanno, è ben diversa.


Infine, Giuliano Marrucci e i pagamenti elettronici verso la pubblica amministrazione: “La fattura elettronica”. Un bel risparmio di carta e di tempo, da parte dei fornitori.
L'inchiesta si chiede che fine facciano i pagamenti una volta arrivati ai sistemi
Dal 6 giugno una bella fetta della Pubblica Amministrazione ha dovuto dire addio alla carta stampata ed è stata obbligata a ricevere le fatture esclusivamente in formato elettronico. Per i fornitori è stato un gran sacrificio, ma se in cambio possiamo ottenere l'eliminazione della carta e la semplificazione dei processi interni della pubblica amministrazione, ne varrà senz'altro la pena. Ma che fine fa il file elettronico una volta che entra dentro agli uffici?