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17 febbraio 2022

Il paese di ieri il paese di oggi

Forse è un caso, o un gioco del destino, che in pochi giorni concentra anniversari storici come quello del trentennale di Mani Pulite, e decisioni altrettanto storiche come quella della Consulta sull'ammissibilità dei referendum.

I referendum popolari nono sono passati: erano scritti male, si aprivano dei buchi, non si può usare lo strumento dei referendum per colmare un vuoto legislativo. Tutto vero, forse. Ma testimoniano dello stato di un paese che non sa guardar avanti, dove il distacco tra parlamento e paese diventa sempre più ampia. Che dovranno pensare quei milioni di persone che hanno firmato per cannabis (non solo per le canne, ma per un uso terapeutico) e per il suicidio assistito? Il parlamento, troppo occupato a difendere posizioni di rendita (balneari, concessioni autostradali), non farà mai leggi in tal senso. Non in questa legislatura.

Sulla giustizia si consolida la vendetta di una parte della politica, la destra da Salvini a Renzi, contro la giustizia. 

Il cittadino non potrà decidere se sia lecito o meno proibire la coltivazione per uso personale della cannabis, mentre potrà decidere se separare le carriere dei magistrati (una proposta vecchia di decenni, dai tempi di Gelli per chiarire).

Abroghiamo pure la Severino, senza modificarla.

Una politica debole si sta prendendo le sue rivincite su una magistratura altrettanto indebolita dagli scandali sia tramite la riforma Cartabia che tramite questi referendum dove, addirittura, si proponeva la possibilità per il cittadini di rivalersi direttamente contro il magistrato.

Perché allora la Consulta ha fatto passare i referendum sulla giustizia, molto tecnici e che interessano poco la maggioranza degli italiani (ma molto una certa parte politica)?

Che gliene frega ai cittadini della separazione delle funzioni? O delle liste del CSM?

Ieri Gherardo Colombo nel corso dell'intervista al giornalista Andrea Purgatori raccontava dell'inchiesta Mani Pulite, smontando tutti i luoghi comuni che ancora girano contro le inchieste del pool di Milano di cui faceva parte.

I suicidi in carcere e la carcerazione preventiva che indignano solo quando riguardano i potenti e non quando toccano gli imputati per piccoli reati.

Le indagini che hanno toccato tutti i partiti, non solo quelli dell'allora governo.

Infine l'errore di aver pensato che si poteva affidare alla magistratura il compito di risolvere tutti i problemi della politica: una politica che lucrava pure sulle spese per i bisognosi, sulla costruzione di ospedali, sulle case di cura per gli anziani (i famosi 7 milioni della prima tangente di Mario Chiesa).

Quella classe politica, quella della prima repubblica, si reggeva (non tutta, non solo) su un sistema di tangenti, nascoste dietro il finanziamento ai partiti (in modalità non previste dalla legge): un sistema che coinvolgeva i politici, i manager di stato di nomina politica, i manager privati che volevano lavorare col pubblico.

Un sistema dove i soldi pubblici venivano spesi male, come a Milano per la costruzione della terza linea della metro, per fare un esempio.

Tutti sapevano del sistema delle tangenti, ma andava bene a tanti, finché le condizioni politiche (anche a livello internazionale) non sono cambiate.

Tangentopoli poteva essere scoperta dieci anni prima, con la scoperta delle carte della Loggia P2, se il processo non fosse stato spostato a Roma dalla Cassazione - racconta Colombo che, assieme al collega Turone, aveva gestito inizialmente l'inchiesta su Gelli.

Il paese di ieri è rimasto il paese di oggi. L'insofferenza verso una stampa libera, verso una magistratura che, nei limiti stabiliti e rispondendo dei suoi errori, possa fare le sue inchieste su tutti i cittadini perché la legge è uguale per tutti.

13 febbraio 2020

La favoletta

Le favole piacciono all'elettore di centrodestra e dunque sono spesso usate per la loro narrazione dagli esponenti politici di quello schieramento.
La favoletta su Mani pulite, per esempio, quella che ieri ha ripetuto su La7 durante la trasmissione Atlantide il figlio di Craxi: il complotto degli americani, i contatti tra i magistrati e l'ambasciata americana, l'indagine solo politica che ha coinvolto solo un leader politico, il sistema dei finanziamenti ai partiti non era malaffare, così facevano tutti ...
Passati vent'anni, pensavo si potesse fare un passo in avanti rispetto a questa versione autoassolutoria.
Perché il sistema del così fan tutti era reato.
Perché il sistema delle mazzette aveva distrutto il paese, le imprese sane a favore di quelle che pagavano le tangenti per vincere gli appalti.
Perché da quel sistema è poi esploso il debito pubblico che oggi è un zavorra per le nostre ambizioni politiche.

Ma la favoletta assolutoria e semplicistica prende sempre: non è colpa volta, è colpa degli immigrati che ci invadono, ci prendono il welfare, ci costano miliardi.
Con questa favoletta il leader di destra Salvini si è difeso per quanto fatto da ministro, quando ha bloccato navi davanti i porti per pura propaganda.
Ma la favoletta è venuta comoda anche sulla prescrizione, l'obbrobrio giuridico secondo i garantisti dei potenti secondo cui solo con la prescrizione (nei meccanismi che abbiamo ora) serve a garantire la giusta durata del processo.

Siamo il paese delle favole, che spesso allietano le giornate e i dibattiti nei talk, nascondendo la cruda realtà.
Quella dei finti salvatori di Alitalia, i patrioti di Berlusconi e quelli di Renzi.
Quella dello stato parallelo, infiltrato dalla P2 che ha organizzato la strage di Bologna e depistato le indagini.

Meglio le favole..

21 luglio 2019

Le menzogne che faticano a morire


Anni fa era uscito un libro che si intitolava Tutto ciò che sai è falso”: un saggio sulla disinformazione che spiegava come la nostra percezione della realtà fosse distorta.
Reduce dalla lettura del bel libro di Concita De Gregorio, “Nella notte”, mi è tornato in mente e mi ha fatto riflettere su quanto sia vasto il problema della disinformazione e quanto sia paradossale che succeda oggi nel mondo di internet, dei social media, dove l'informazione dovrebbe essere alla portata di tutti.
Ma non è così: basta partire da quanto successo la passata settimana cominciando dai conti ancora aperti col G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani, la morte dell'ex procuratore Borrelli e con i nostalgici della prima Repubblica quelli che parlano del complotto di Mani pulite; l'anniversario della strage di via D'Amelio e il depistaggio di Stato, di cui finalmente si parla.
Per arrivare a quelli che si abbeverano sui social media dove si parla di invasione di immigrati, di porti da chiudere di invasione. E' veramente così?

Tu quello che sappiamo sulle bombe della mafia della stagione 1992 1994 non racconta tutta la verità di quello che è successo, la verità giudiziaria che ci rimane non spiega la genesi della seconda Repubblica e la fine dei partiti politici della prima Repubblica spazzati via dalle bombe, dalla corruzione e anche dal fatto che non avevano più elettori che li votavano.
Il golpe giudiziario, che avrebbe toccato solo i partiti di centro destra e non il PCI (che pure non esisteva più dal 1989) è dovuto al fatto che non c'era più quel “muro” che costringeva l'Italia a mantenere quel blocco di potere attorno alla Democrazia Cristiana.
Con buona pace dei golpisti, Mani pulite ha toccato anche funzionari del PCI a Milano e Torino: eppure ieri, in occasione delle morte dell'ex procuratore Borrelli si è tornato a parlare di golpe, di Craxi esule lontano dall'Italia.

Il 19 luglio invece si è tornati, ma solo per un giorno, a parlare di mafia: torniamo sempre a parlare di quel biennio, 1992-1994, della fine della prima Repubblica e delle bombe della mafia in Sicilia e poi a colpire luoghi d'arte. Lo Stato ha sconfitto la mafia? Abbiamo dato giustizia a tutte le vittime?
Oppure quelle bombe erano il frutto di un dialogo di un pezzo di Stato mafioso e un pezzo di Stato deviato (che vedeva dentro anche pezzi di servizi): la morte di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone serviva a firmare quel patto, spazzar via vecchi residuati politici, l'ala militare mafiosa per dare l'impressione di un rinnovamento che di fatto non c'è stato

Il 20 luglio è stato l'anniversario della morte di Carlo Giuliani, ucciso in piazza Alimonda da un carabiniere: legittima difesa, hanno detto, Carlo stava assaltando la camionetta dei carabinieri.
Ma, come per Mani Pulite, per le stragi di mafia, si dive alzare la prospettiva con cui si guardano le cose e non fermarsi a quello scatto che mostra un un ragazzo alto un metro e 65 cm con un mano un estintore vuoto.

Crediamo di sapere tutto sul G8 di Genova, sulle devastazioni dei Black bloc, sugli scontri di piazza, sulla morte di Carlo Giuliani, ma non è vero.
Bisogna guardare il film di Daniele Vicari per conoscere la storia della macelleria messicana alla Diaz, le violenze psicologiche nel carcere di Bolzaneto.
L'inerzia della polizia nel colpire i black bloc che agivano indisturbati a Genova nei primi due giorni.

Ma, nel caos informativo di questi giorni, chi le racconta queste cose?
Chi racconta che a Milano (e nel resto d'Italia) si faceva la cresta su ogni appalto e non per finanziare il partito? Che le tangenti favorivano i cattivi politici e i cattivi imprenditori, penalizzando le imprese oneste?

A Milano si è stimato che la MM3 sia costata 192 miliardi/km.
Ad Amburgo 45.
I costi per il passante sono stati di 100 miliardi/km per 7 anni.
A Zurigo è costato 50 miliardi.
Negli anni 80 il debuto pubblico è salito alle stelle: si è passati (rapporto PIL/debito pubblico) da 60% nel 1980, al 118% nel 1992.

[Da Blu Notte Tangentopoli]

Chi racconta che è impossibile che funzionari di polizia abbiamo creato da soli la falsa pista Scarantino e che giudici e magistrati l'hanno ritenuta credibile?
Chi racconta che nel 2001 quelli che chiedevano un mondo diverso, i no global, sono stati colpiti e ridicolizzati e che quelli che erano allora i nemici dei No Global oggi sono proprio i sovranisti, diventati no global fuori tempo massimo.
L'irrinunciabile linea del Piave di cui parlava Borrelli nel ultimo discorso da procuratore generale deve essere un monito anche per noi, deve spingerci ad andare a cercare la verità e non fermarsi alle verità di comodo, quelle confezionate da altri e che la macchina della menzogna ha trasformato in verità di comodo.

24 febbraio 2017

Mani pulite 25 anni dopo

L'archiviazione delle accuse (da parte del Gip) contro l'ex presidente del cons. regionale Graziano.
Le inchieste della procura di Napoli che toccano un ministro e il padre dell'ex presidente Renzi.
Il doppiopesismo col quale si (pre)giudica la giunta romana da altre, come quella milanese.
L'uso del garantismo da una parte, e delle insinuazioni (su comportamenti non penali) dall'altra. 
25 anni dopo Mani pulite non hanno insegnato nulla, se ogni inchiesta che tocca un politico diventa un pretesto per una speculazione politica che segue lo stesso copione: da una parte quelli che si difendono dietro la presunzione di innocenza, quelli che "facciamo lavorare i magistrati" e dall'altra quelli per cui un avviso di garanzia, un indagine è già una condanna.
Dimenticandosi che esistono indagini e indagini.
Che l'essere assolti in via penale significa poco, perché esistono comportamenti non penalmente rilevanti che però possono essere censurabili per un politico.
Come frequentare un mafioso, ad esempio. Come ad esempio avere rapporti,anche chiedere voti (non importa che poi non si dimostri che ci sono stati degli scambi tra politico e mafioso).
Come il traffico di influenze, un reato difficile da dimostrare finché non esiste una legge sulle lobby.
Come, infine, le inchieste sulle spese pazze dei consiglieri regionali: possono anche essere spese di rappresentanza, costumi o cene. Ma rimangono comportamenti poco opportuni.

Detto ciò, a 25 anni da Mani pulite, Il Fatto Quotidiano pubblica un saggio su quell'inchiesta, cercando di sfatarne i luoghi comuni e le bufale che si sono costruite dopo:
Da domani in libreria e in edicola “Mani Pulite 25 anni dopo”. Eccone un’anticipazione
1.Mani Pulite fu un’operazione politica che eliminò per via udiziaria un intero sistema che aveva garantito 50 anni di democrazia in Italia.
È stata una grande, ma ordinaria indagine giudiziaria, Mani Pulite, non un’operazione politica. Partì da una piccola inchiesta su una tangente da 7 milioni di lire che poi, come nel gioco del domino, si allargò mazzetta dopo mazzetta e portò alla luce un gigantesco sistema della corruzione. E poté svilupparsi grazie a un insieme di concause. L’abilità investigativa dell’ex poliziotto Antonio Di Pietro e degli altri pm a cui il nuovo Codice di procedura penale del 1989 aveva passato la direzione delle indagini e il coordinamento della polizia giudiziaria. La crisi economica, che aveva assottigliato il denaro pubblico da destinare agli appalti e dunque i margini per le mazzette, il che rese gli imprenditori più disponibili a denunciare i politici che chiedevano loro tangenti (...). Poi furono non i giudici nei processi, ma gli elettori nelle urne, a far saltare il sistema dei partiti (...). Tant’è che il primo a beneficiarne fu il più abile figlio dell’Ancièn Regime corrotto, Silvio Berlusconi(...).
2. Mani Pulite ha salvato i“comunisti” e ha annientato gli anticomunisti, cioè i democristiani e i socialisti.
A guardare i fatti, i “comunisti” non sono stati affatto salvati: il primo politico arrestato da Mani Pulite non fu il socialista Mario Chiesa (amministratore di un ospizio comunale), ma il pidiessino ex comunista Epifanio Li Calzi, assessore comunale all’Edilizia, deceduto nel 2013. Dopo di lui, finì in carcere o sotto indagi nel’intera dirigenza del Pds milanese: i “cassieri” occulti Luigi Carnevale e Sergio Soave, il segretario provinciale Roberto Cappellini, l’ex vicesindaco Roberto Camagni, l’assessore Massimo Ferlini, il segretario provinciale Barbara Pollastrini e il parlamentare Gianni Cervetti (gli ultimi due poi assolti). A Roma, le indagini giunserofino al tesoriere nazionale Marcello Stefanini (...), furono arrestati e condannati il funzionario Primo Greganti e il responsabile del settore energia Giovanni Battista Zorzoli. Il pool indagò anche sulle coop rosse e su una misteriosa valigia piena di soldi che Raul Gardini portò nella storica sede del Pci, di cui però non si riuscì a individuare il destinatario(...). Il Psi apparve più colpito da Mani Pulite perché il suo padre padrone Bettino Craxi risiedeva e operava a Milano, (sotto la competenza diretta di quella procura, diversamente dai segretari degli altri partiti,con base perlopiù a Roma) e perché gli imprenditori (...) di area socialista si rivelarono i più disponibili a confessare(...) Infine, Craxi si rivelò l’unico segretario di partito che rubava anche per sé e senza alcuna precauzione: come raccontano alcuni testimoni, i soldi gli venivano consegnati in grandi buste gialle nel suo ufficio milanese, in piazza Duomo 19.
3. Mani Pulite usò il carcerecome forma di tortura e le manette per estorcere confessioni.
La decisione di mandare in carcere gli indagati veniva presa non dal pool di Mani Pulite, ma dai giudici delle indagini preliminari (i gip), come previsto dalla legge. Quanto alle confessioni, molti degli indagati le rendevano senza essere arrestati o ancora prima che scattassero le manette (“Cominciavano a parlare già al citofono”, ricorda ironico Davigo). Chi confessava veniva rimesso in libertà perché erano cadute le esigenze cautelari(...).
4. ManiPulite ha indotto al suicidio molti arrestati.
È un argomento drammatico e ricattatorio (...). Nessun indagato di Mani Pulite si è tolto la vita in carcere. Erano indagati, ma a piede libero, il segretario del Psi di Lodi, Renato Amorese, e il deputato socialista, Sergio Moroni, entrambi morti suicidi. Era libero anche Raul Gardini, che non sopportò il peso delle accuse che avrebbe dovuto confessare di lì a qualche giorno nell’interrogatorio già fissato in Procura. Morì in carcere, invece, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, ma il pool Mani Pulite l’aveva già fatto scarcerare: era trattenuto in cella da altri magistrati per una diversa indagine, quella sulla tangente Eni Sai (...). Moroni lasciò una lettera, in cui non se la prendeva con i magistrati, ma con i compagni del Psi che l’avevano emarginato (...) Dopo la morte di Moroni, Craxi commentò: “Hanno creato un clima infame”. D’Ambrosio (...) replicò: “Il clima infame l’hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”.(...)
5. Mani Pulite fu ispirata o manovrata da poteri occulti (la Trilateral, la Cia...) che volevano mettere fine alla Prima Repubblica e impossessarsi delle aziende di Stato.
Anche qui, la verità storica è molto più prosaica e banale. Nel biennio 1992‘93 l’Italia vive una grande trasformazione nel contesto della profonda mutazione geopolitica internazionale (la fine della Guerra Fredda). Molti poteri, italiani e non, cercano di incunearsi in questa svolta storica e provano a pilotarla per i propri interessi (...). Ma non c’è alcun complotto. (...) Dopo l’implosione dell’impero sovietico, gli americani lasciano che l’Italia segua il suo destino. E le indagini di Mani Pulite possono decollare.
6. Il protagonista di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, era un personaggio spregiudicato e corrotto.
“Da che pulpito viene la predica”, verrebbe da dire, citando Davigo: a dare lezioni di etica a Di Pietro e agli altri magistrati del Pool hanno provato personaggi pesantemente coinvolti nel sistema di Tangentopoli. Quanto a Di Pietro,è stato indagato in lungo e in largo senza che sia stato trovato un solo elemento di rilievo penale a suo carico. (...) Quello che resta è il fango messo in circolo in una campagna politica e mediatica durata anni e che alla fine è riuscita a raggiungere l’obiettivo di appannare l’immagine dell’uomo che nel 1992 93 era considerato “l’eroe di Mani Pulite”(...).
7. Bettino Craxi fu un grande statista morto in esilio, a cui sarebbe ora di dedicare una via o una piazza di Milano.
Non è questo il luogo per valutare le qualità politiche di Craxi, il quale ha sempre diviso l’Italia fra ammiratori e detrattori (...). Comunque sia, è stato riconosciuto colpevole invia definitiva dalla Corte diCassazione (...) di reati gravi come l’illecito finanziamentoai partiti e la corruzione. (...)Lui stesso manteneva saldamente la leadership del partito anche grazie ai soldi delle tangenti, con una grave distorsione del gioco democratico. E utilizzò una parte dei proventi delle mazzette per scopi personali. Lo documenta la sentenza del processo All Iberian (concluso in primo grado con la condanna di Craxi e del suo finanziatore occulto Berlusconi, e in appello e in Cassazione con la prescrizione dei reati accertati): almeno 50 miliardi di lire raccolti per il partito e finiti su tre conti svizzeri intestati allo stesso Craxi furono da lui destinati a finanziare il canale televisivo Gbr della sua “amica” Anja Pieroni, per comprarle l’hotel Ivanohe a Roma, per acquistare una casa a New York, per affittare una villa in Costa Azzurra per il figlio Bobo.

17 febbraio 2017

Come è cambiato il paese

Come è cambiato il paese, come è cambiata la classe dirigente, come è cambiata la politica?
A 25 anni dalla stagione di "mani pulite" dovremmo essere in grado di dare una risposta a queste domande, che indicano il grado di maturità di una democrazia.
Siamo stati capaci di imparare la lezione, abbiamo capito cosa è successo, il paese (la classe politica, i partiti) ha rinforzato le sue difese immunitarie?

Col rischio di passare per la solita Cassandra, sembrerebbe di no.
Il ministro degli esteri che ad Hammamet a ricordare l'anniversario della morte di Craxi.
Le inchieste che toccano la classe politica che vengono usate come armi per colpire l'avversario, senza che si riesca ad arrivare ad una regolamento interno su finanziamenti, comportamenti da evitare per opportunità politica senza dover aspettare (e trincerarsi) la magistratura..

Le polizze del sindaco Raggi (e la chat, e la nomina del fratello del suo ex capo di gabinetto Marra) da una parte.
E le inchieste sula Consip, sugli appalti Expo e sul Mose. Su mafia capitale sul Cara di Mineo.
Un lungo elenco di inchieste che occupano giornali e che poi finiscono nel dimenticatoio, proprio mentre si celebrano i processi.

E' un argomento delicato questo, che tocca la selezione verso il basso dei nostri rappresentanti, di come sia tutto diventato troppo veloce e troppo autocelebrativo.
Molto più semplice chiedersi cmoe è cambiata Milano in tutti questi anni.

Ieri sera alla Feltrinelli di Milano Alessandro Robecchi presentava il suo ultimo libro "Torto marcio", assieme a Gad Lerner.
Un giallo sociologico, lo ha chiamato il giornalista, in cui si attraversano tutti gli strati sociali della capitale morale (?) per scopre chi sia l'assassino che mette delle pietre sulle sue vittime.
Milano è cambiata in questi ultimi 10 anni: una volta se passavi dal centro alla periferia, le differenze non le coglievi a colpo d'occhio.
Oggi, se passi da corso Magenta, dove la gente è ricca sin dai tempi di Manzoni, a piazza Selinunte, nella casbah di Milano, cogli delle differenze anche antropologiche - spiegava lo scrittore.
Ci sono persone che vivono, si vestono, parlano in modo diverso.
Posti dove esiste un altro welfare che non è quello dello stato.
Posti dove la guistizia la danno persone e gruppi che sono al di fuori dalle leggi dello stato. E dove le leggi dello stato non assicurano la giustizia per tutti.

Giustizia, uguaglianza, contrastare la forbice che separa ricchi e poveri.
Chi sta sopra e chi sta sotto, senza diritti e tutele.
Anche così è cambiato questo paese.

17 febbraio 2012

L'hanno fatta frana loro



E sono passati 20 anni da Mani Pulite..
E possiamo dirlo con tutta franchezza: l'hanno fatta franca loro.
I partiti (intesi come gruppo di potere affaristico, divisi in correnti, dove pure sulle tessere degli iscritti si riesce a essere opachi),  i corrotti e i corrrutori, le imprese che vivono di soldi pubblici.
Abbiamo ancora le mani sporche, lo dicono i numeri della Corte dei conti (60 miliardi di euro all'anno), lo dicono le inchieste sui casi di corruzione (destra e sinistra, se ancora queste espressioni possono vare per i partiti di oggi, ultimo caso a Pomezia). Lo dice il profondo stato di crisi e di credibilità in cui vive questo paese: per cui un professore normale, che dice cose normali (ecco, ogni tanto anche lui si lascia andare in qualche uscita fuori luogo) sembra come un marziano venuto da fuori.
Certo, il paragone con chi stava prima:  Gelmini,  Frattini, Bondi, La Russa, Alfano ..


D'altronde, perchè le cose sarebbero dovute cambiare? Non sono cambiati i partiti, in mano alle stesse persone. Non sono cambiate le leggi per contrastare la corruzione, anzi, i reati sono stati tolti (si pensi al falso in bilancio) o depotenziati.
Non sono cambiati gli italiani, che ancora si devono rendere conto di due cose: i soldi persi nella corruzione, nell'evasione, negli sprechi della politica, sono soldi pubblici, cioè di tutti.
E che quei soldi, non torneranno più indietro, sono persi per sempre.
Con i soldi della corruzione non si costruiranno più ospedali e scuole, non si finanzieranno più borse di studio per premiare il merito.
I soldi buttati via con le grandi aziende di stato (Finmeccanica, la Rai, Fincantieri,Enit ..) potevano essere usati per fare investimenti in ricerca, per renderle più competitive, altro che articolo 18.
I soldi sprecati in grandi eventi (almeno le Olimpiadi a Roma ce le siamo risparmiate) potevano essere usati per mettere in sicurezza frane, fiumi, montagne.



L'hanno fatta franca loro, e ci abbiamo rimesso noi. Noi che avevamo firmato e votato per un parlamento pulito, per l'acqua pubblica (nuovamente rimessa in discussione) e per dire basta al finanziamento pubblico ai partiti.
E oggi, a 20 anni da Mani pulite, si vedono pochi spiragli di cambiamento.
Se l'emergenza è svuotare le carceri a breve, non togliere le leggi che intasano carceri e tribunali.
Se l'emergenza è punire i magistrati che si dicono "partigiano della Costituzione" (sanzione firmata da un esponente del PD e uno del PDl, "qual corrispondenza d'amorosi sensi").
Se l'emergenza è commissariare Sanremo perchè altrimenti Celentano parla.
Se l'emergenza è trovare chi ha passato le carte dal Vaticano ai giornalisti del Fatto.