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08 giugno 2023

1993 – il romanzo delle stragi, di Andrea Cottone

 

Le bombe a Roma, a Firenze e Milano. Un viaggio alla scoperta dei misteri che hanno cambiato l’Italia.

Potete leggere questo romanzo, scritto dal giornalista Andrea Cottone, come un romanzo appunto: un ragazzo che decide di chiudere un lungo e travagliato corso universitario con una tesi, affidata ad un professore importante. Una tesi sull’Italia del 1993, uno degli anni cruciali della nostra storia recente, l’anno delle bombe di Firenze, Roma e Milano. L’anno che comincia con la cattura di Totò Riina, come aveva annunciata il ministro Mancino che, sebbene non sia un oracolo, aveva annunciato un bel regalo allo stato italiano, messo in ginocchio dai due attentati alle figure simbolo della lotta alla mafia, i giudici Falcone e Borsellino, uccisi nel 1992 a soli 57 giorni di distanza.
Ma il 1993 è anche l’anno in cui accadono altri eventi: si scioglie la Democrazia Cristiana, il partito che ininterrottamente dal 1948 aveva guidato il paese. Scoppia lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il vecchio partito comunista, sciolto alla Bolognina, si prepara forse a vincere per la prima volta le elezioni. È un anno di cerniera, questo 1993, tra la prima e la seconda Repubblica: compito di Ottavio, questo il nome dello studente, è compiere un’indagine storica

.. sono scoppiate delle bombe. Deve risalire alla causa e anche all’effetto prodotto da questi avvenimenti. Ci sono sentenze, testimoni che può ascoltare e tenga d’occhio anche le cronache più recenti.

Anche il tempo presente in cui avviene questa storia è un anno molto particolare: il terzo o quarto governo Berlusconi è messo in ginocchio dagli scandali, dalla crescita dello spread, dai mercati che non si fidano più del nostro paese e nemmeno del suo presidente del consiglio.
Il romanzo comincia proprio coi festeggiamenti la sera delle dimissioni, a cui seguì il governo tecnico di Mario Monti, passato alla storia come salvatore della patria, a capo di un governo fintamente tecnico che però, riuscì almeno a dare un po’ di credibilità. E anche qualche taglio alla spesa e alle pensioni.

Il nostro studente si getta con molto entusiasmo in questa ricerca: attraverso i vari capitoli del libro ci vengono raccontati i preparativi delle stragi di Firenze, di Roma e Milano. La mafia, dopo il maxiprocesso, anzi, anche prima della sentenza della Cassazione del 1992 aveva messo nel mirino Falcone, Costanzo e Martelli. Un commando mandato da Riina a Roma si era messo sulle tracce di Falcone, ma fu poi richiamato. C’era da preparare un botto più grande in Sicilia, c’era da fare scruscio. Era l’attentatuni di Capaci contro Falcone e poi, quello strano, anomalo, di via D’Amelio contro Borsellino.

Le bombe del 1993 furono preparate da un nucleo ristretto di persone dentro cosa nostra, anche dopo la cattura di Riina: da Messina Denaro (che non era il vecchietto che si faceva i selfie, come abbiamo visto nelle cronache dopo il suo arresto), a Giuseppe Graviano, madre natura, il boss trapanese Mariano Agate, Leoluca Bagarella. I camion con l’esplosivo fatti arrivare dalla Sicilia, i viaggi di Spatuzza per cercare gli obiettivi. E i morti: quelli mancati, come nell’attentato a Costanzo, fallito per un errore del mafioso che non riconobbe la macchina del giornalista. E quelli veri, come le vittime di Firenze e Milano. Anche qui però, attentati con diversi errori da parte del commando: una macchina piazzata male, una bomba esplosa troppo presto, come in via Palestro.

Ma che c’entravano quegli obiettivi con mafiosi semi analfabeti come Bagarella o Riina? E che c’entravano quelle vittime innocenti, come la bambina della famiglia Nencioni, con la vendetta della mafia? “Quelle morti non ci appartenevano” è il pensiero di uno dei mafiosi del commando, Spatuzza, uno che pure aveva sulla coscienza decine di omicidi.

Ma sarebbe potuto accadere anche di peggio: a Roma, lo raccontarono anni dopo i pentiti, allo stadio Olimpico, questa cupola ristretta che aveva dichiarato guerra allo stato aveva preparato un attentato con ancora più morti allo stadio Olimpico. Attentato che per un caso, fallì.
Ma quelle bombe, quelle morti, avevano portato ad una reazione: se dopo la morte di Borsellino lo Stato aveva deciso una reazione forte contro la mafia, con l’approvazione del 41 bis (il carcere duro voluto da Falcone), con lo spostamento nelle supercarceri dei mafiosi, quelle bombe creano una prima crepa nelle istituzioni.

Ci sono i contatti tra il Ros del colonnello Mori con Ciancimino, per capire se si poteva fare qualcosa, per fermare questa guerra – è quanto hanno ammesso gli stessi ufficiali.
Ci sono le lettere dei familiari dei detenuti al 41 bis, indirizzate al papa, al presidente della Repubblica, al vescovo di Firenze.
A seguire il filo della storia c’è il rischio di non capirci molto: come potevano questi mafiosi conoscere questi obiettivi dal valore artistico? Si parlava addirittura di colpire la Torre di Pisa.
Mafiosi che avevano commesso degli errori nella preparazione degli attentati.

A questo punto nel romanzo, e nella vita di Ottavio, si inserisce una voce da fuori: è qualcuno che conosce molto bene la storia di quei giorni, cosa è avvenuto in Italia tra il 1992 il 1993, qualcuno che si inserisce nel suo computer, come un hacker, invitandolo ad andare in Sicilia per incontrare il magistrato che sta indagando, nel 2011, sulla trattativa stato mafia, ovvero sul possibile reato di violenza contro un corpo dello stato.
Quelle bombe erano un messaggio, da parte di un’entità criminale come la mafia, per costringere lo Stato a smetterla con la linea dura?

Qui Ottavio conosce la storia del boss Luigi Ilardo, grazie al suo coraggio il Ros avrebbe potuto arrestare Provenzano nel 1995. Ma forse Provenzano doveva rimanere libero, come conseguenza di un patto scellerato tra un pezzo delle istituzioni la nuova cosa nostra. Un patto per far terminare le stragi, per far tornare la pace in questo paese.

Questo spiegherebbe come mai certi avvicendamenti politici e nelle istituzioni: Mancino al posto di Scotti, Conso al posto di Martelli, lo stesso guardasigilli che avrebbe, da solo, non prorogato il 41 bis a più di 300 mafiosi come segnale di distensione.

Dopo lo scoppio delle bombe di luglio, i primi di agosto la DIA scrive di 41 bis, di come i boss fossero “delegittimati” e stessero perdendo potere all’interno dell’organizzazione e perciò avevano bisogno di riaffermarsi «anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado di indurre le istituzioni a una tacita trattativa». Quindi, il 10 agosto 1993, si parlava di trattativa praticamente in tempo reale, in documenti riservati, conoscibili a pochi. Se segnala il crescente malcontento nelle carceri da parte della classe media della mafia nei confronti dei capi, a cui vengono sollecitate «azioni di ritorsione contro lo Stato». Con tutte queste premesse , ed è forse questo il passaggio più importante della relazione, scrive la DIA: «E’ chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’art. 41 bis, potrebbero rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato. Intimidito dalla “stagione delle bome”». Boom. Più chiaro di così era difficile essere per chi firma quel documento. Gianni De Gennaro..

Scalfaro, allora presidente della Repubblica, in questa storia che forse non è solo un romanzo, avrebbe avuto un ruolo importante, in particolare nell’avvicendamento al DAP, la polizia penitenziaria, da Amato a Capriotti e al suo vice, Di Maggio.

La mafia cambiava pelle, come spesso le era successo nel passato: era entrata in borsa, come aveva intuito Falcone, entrando nel capitale dei gruppi industriali, stringendo accordi con l’alta finanza. E poi, col passaggio da Riina a Provenzano, aveva nuovamente cambiato pelle. Basta bombe, basta scruscio, si torna in immersione, nascondendosi agli occhi dei benpensanti.

Ottavio sarebbe pronto a chiuderla così, questa storia, questo romanzo che purtroppo si basa sulle pagine delle sentenze, sulle carte processuali, su testimonianze di pentiti.
Ma ancora una volta, questo strano personaggio che lo ha avvicinato una prima volta, lo ricontatta. Se già così questa storia di bombe e di ricatti allo stato fa paura, c’è un ulteriore livello di verità che fa ancora più terrore. Perché porta dentro i segreti dello stato.
C’è ancora tempo per chiudere la tesi: Kar93, così si fa chiamare questa persona, porta Ottavio a vedere questa storia partendo da prima del 1993, dalla caduta del muro, dalla fine della guerra fredda, dalla fine della necessità di uno scontro tra est e ovest. Dall’Italia che con l’inizio dell’inchiesta di Tangentopoli ha vissuto una breve parentesi di speranza di togliersi di dosso tutte le scorie del passato..

Sono gli anni in cui, era il 1990, il governo Andreotti decide di rivelare al paese l’esistenza di Gladio: si tratta di un nucleo di militari che avrebbero dovuto opera di sabotaggio in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia (quando si pensava che i russi avrebbero potuto invaderci).

Ma dietro Gladio c’è qualcosa di molto peggio: lo scoprirà, passaggio dopo passaggio, Ottavio, che come Dante col suo Virgilio, viene accompagnato dentro l’inferno che è stata la nostra storia recente. Da Portella della Ginestra fino a Piazza Fontana, alla bomba di Brescia per arrivare alla bomba alla stazione di Bologna. Dietro quelle bombe, si intravede sempre lo stesso grumo nero: pezzi di servizi, uomini delle istituzioni e manovalanza nera con uomini della mafia.
Cosa è successo in Italia in quegli anni successivi alla caduta del muro di Berlino? Succede che si saldano diverse anime criminali del nostro paese, la mafia che aveva bisogno di cercarsi nuovi referenti politici, i superstiti delle strutture deviate dei servizi (che non intendono affatto finire processati dopo aver servito la causa anticomunista), la Gladio nascosta, pezzi della massoneria che volevano tornare a servire il mazzo delle carte, finanzieri d’assalto che decidono di spolparsi l’industria italiana, tutti uniti in patto scellerato.

Essendo venute meno le coperture politico-istituzionali, bisognava attaccare frontalmente lo Stato per generare la destabilizzazione della compagine governativa e l’apertura di una trattativa con nuovi referenti politici.

Destabilizzare il paese per spaventare le persone, per riportare a più miti consigli chi dentro le istituzioni avrebbe potuto dare aria agli armadi e ai cassetti che dovevano rimanere chiusi.
Come ai tempi di Milano nel 1969.

Come con le bombe sui treni.
O nelle stazioni. O nelle piazze durante una manifestazione dei sindacati.

Il “sistema criminale” era in connessione con altri personaggi legati al mondo “affaristico-economico” per perseguire degli scopi politici. Negli anni infatti, le organizzazioni mafiose, Cosa Nostra in testa, si sono adoperate per ripulire i denari proventi da affari illeciti, immettendoli nell’economia legale. «Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale. Tanto è vero che la proprietà industriale si è andata ad inserire nel sistema finanziario.», spiega la DIA nel 1994. Il mercato finanziario è quello in cui «è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza, in quanto lì è difficile individuarne le fonti».
Così, attraverso il mercato finanziario, con un meccanismo simile al contagio, la mafia è riuscita a raggiungere il sistema industriale. «In poche parole, attraverso il mascheramento dei capitali, gruppi di mafia possono essere entrati preponderantemente in gruppi finanziari, anche di livello nazionale, e attraverso questi, nel mondo industriale». Del resto, Giovanni Falcone l’aveva detto in tempi non sospetti: «La mafia è entrata in borsa».

Ancora una volta, anche in questo secondo livello di verità, viene da chiedersi, ma è tutto vero oppure è solo un romanzo?

Sarebbe bello se lo fosse. Se fosse vero, come raccontano tutti, che la mafia è stata sconfitta, è finita con la cattura di Riina, di Provenzano e di Messina Denaro (l’imprendibile primula che si faceva i selfie coi compagni di terapia).

Il concetto era fin troppo semplice, se le azioni erano rivendicate con delle telefonate bastava intercettarle. Così un gruppo di carabinieri per mesi è stato chiuso in uno stanzino di un’agenzia di stampa, in attesa che arrivasse la chiamata. (…) Ma quello non è stato l’unico tentativo, ci aveva provato anche l’ambasciatore Paolo Fulci, ai tempi capo del Cesis, la struttura che coordinava i due servizi segreti italiani: il Sismi e il Sisde. L’ambasciatore aveva già dovuto affrontare la discovery di “Gladio” nell’agosto 1990 mentre era ambasciatore alla Nato. Un vero guaio. Gladio era la struttura supersegreta che rientrava nel filone americano di “Stay behind” (letteralmente “stare dietro”), creata nel dopoguerra per opporsi al Patto di Varsavia e che agiva nella guerra non convenzionale, quella psicologica, e si esercitava per prevenire invasioni sovietiche. Fulci era il primo non militare a ricoprire quel ruolo. Ed è stato un incubo, anche perché non appena arrivato scoperchia uno scandalo legato a fondi neri, viene spiato nella sua residenza, incontra numerosissime resistenze. Due giorni prima che assumesse quel ruolo, quando ancora la notizia era segreta, la Falange armata già lo minaccia, preventivamente. Come potevano mai saperlo? L’unica possibilità era che fosse una voce interna agli stessi servizi.

Ma non è finzione la storia della Falange Armata, la sigla che ha annunciato (oltre alle operazioni criminali della banda della uno bianca) anche diversi omicidi politici di quegli anni, come quello di Salvo Lima.
Non è finzione la sovrapposizione tra i luoghi delle telefonate e le sedi coperte del Sismi (di cui parla il libro in questo passaggio), come scoprì l’allora ambasciatore Paolo Fulci, messo dal governo Andreotti a capo del Cesis

K93: Ecco.

8: Cosa? Che vuol dire?

K93: È molto semplice: i punti indicati nella mappa che hai messo sotto sono le sedi coperte dei servizi e il secondo foglio…

8: Perché ti sei fermato?

K93: Beh, il secondo foglio sono i punti da cui sono partite le telefonate della Falange armata.

8: Praticamente…

K93: Praticamente coincidono.

8: Cristo santo, ma tu lo sapevi?

K93: Sì ma finora non avevo prove(…).

Non è finzione l’esplosione delle leghe meridionali, fondate da mafiosi con dentro massoni e vecchi personaggi dell’eversione nera, che avrebbero dovuto prendere il controllo del sud (e nemmeno è finzione il modello dell’Italia divisa in tre come immaginato dall’ideologo della Lega Miglio).
Come non è finzione che le bombe, le stragi, finiscono nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi a capo di un partito fondato da Marcello Dell’Utri.

Come non è finzione quello che la lasciato scritto l’ex presidente Ciampi dopo le bombe del 1993 a Roma: avevo la sensazione di essere nell’imminenza di un colpo di Stato.

Ma forse questa è solo finzione, la mafia non esiste, è stata sconfitta, lo Stato ha vinto, la politica e le istituzioni hanno resistito e non ci sono segreti da nascondere.

Possiamo accontentarci di questa versione di comodo, come Neo, il protagonista di Matrix di fronte alla scelta, pillola blu o pillola rossa?

Come è avvenuta la transizione tra prima e seconda repubblica?

La scheda del libro sul sito dell'editore Aliberti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


23 maggio 2023

Report – l’arresto di Messina Denaro, la latitanza, la trattativa

La verità, vi prego, sulla mafia, sull’arresto di Messina Denaro e su chi ne ha garantito la latitanza – viene da parafrasare il poeta Auden, per questa puntata di Report, all’indomani delle celebrazioni sulla morte del giudice Giovanni Falcone ucciso a Capaci 31 anni fa assieme alla moglie e ai componenti della scorta.

Sos Emilia Romagna

Ma l’anteprima della puntata è dedicata all’alluvione in Emilia Romagna, con le immagini dei campi allagati, gli allevamenti dove gli animali rischiano di affogare nell’acqua.
L’acqua nei campi ha raggiunto l’altezza di 1 metro e venti centimetri: significa la morte delle piante, dei laboratori, dei frigoriferi, di tutte le strutture nelle aziende agricole o negli allevamenti.
Andrea Benzenati – l’allevatore che ha aperto a Report il suo allevamento deve salvare le sue scrofe che sono rimaste nell’acqua fredda per più di 24 ore.

Passata l’emergenza arriverà poi il momento della conta dei danni.

La pupiata di Paolo Mondani

Nei vocali presi dal telefono di MMD si sente parlare il boss della sua vita privata: la cattura del boss è diventata una soap opera, le amanti che litigano, il paese omertoso sullo sfondo, la sua cartella clinica squadernata davanti a tutti.

Possibile che la sua rete di fiancheggiatori finisca con l’alter ego, il medico massone e l’autista?

Ancora mancano pezzi della cattura, non sappiamo chi abbia garantito la sua latitanza: il giudice Di Matteo parla di garanzie ad alto livello, in una provincia, Trapani, che non è una provincia qualsiasi. Qui si legano mafia, logge massoniche, servizi segreti.
Nelle logge si ritrovano mafiosi, politici che si ritrovano assieme. A Trapani si trovava la base dell’aeronautica usata da Gladio: dopo l’arresto di MMD si scoprì che il suo fiancheggiatore era il medico Tumbarello, i cui contatti cui servizi erano noti da anni, medico anche iscritto alla massoneria.

MMD aveva messo in piedi una rete massonica tutta sua: è stato l’architetto Tuzzolino a raccontarlo alla magistrata Principato. Alcune sue rivelazioni si sono rivelate false e ne hanno causato l’arresto, ma altre sono state riscontate: come quelle sui rapporti tra Messina Denaro e l’ex sottosegretario D’Alì, sul fatto che quest’ultimo fosse iscritto alla loggia La Sicilia, come un Gran Maestro.
Le indagini sulla massoneria si sono poi fermate: a queste super logge segrete appartenevano imprenditori trapanesi e politici che tutelavano la latitanza del boss.
Tuzzolini incontrò Messina Denaro più volte, in diversi incontri che gli diede una mano in un suo progetto a New York.
La Loggia La Sicilia era una diretta emanazione della P2 – racconta il servizio: sin dai tempi di Bontade la mafia era in contatto con la loggia di Gelli. Diversi pentiti hanno dettagliato di viaggi in Sicilia di Gelli in Sicilia, dove questi si incontrava coi boss mafiosi.
Dunque la rete di protezione di MMD (scoperta dalla pm Principato) è di derivazione da quella di Gelli: politici, giornalisti, professionisti, tutti dentro questa loggia itinerante, senza sede, che dava consigli e contatti per chi voleva investire all’estero.

Dentro questa loggia, raccontano i pentiti, anche l’ex senatore D’Alì, lo zio era iscritto alla loggia P2: oggi l’ex senatore è in carcere per la condanna di concorso esterno.

L’ex collaboratore Morsicato ha raccontato a Report dei familiari di MMD con cui era entrato in contatto: si sapeva che il boss era protetto da uomini dello stato. Lo stesso Tuzzolino spiega come nelle logge fossero presenti uomini delle forze dell’ordine e dei servizi.

Giovanni Savalle è un imprenditore che è stato considerato dalla GDF come il tesoriere di MMD: lo scorso anno è caduta l’accusa di essere in relazione col boss, per tramite di altri imprenditori, come Gianfranco Becchina. Secondo la DIA Becchina sarebbe a capo di una rete di trafficanti in opere d’arte. Altri rapporti con Maria Guttadauro, figlia di Filippo Guttadauro (sposato con la sorella di MMD), con Luca Bellomo (nipote del boss).. Buoni rapporti non solo coi parenti del boss ma anche con la politica, di destra o di sinistra: Totò Cuffaro gli aveva chiesto di candidarsi.

Tumbarello, il medico massone di MMD, era una fonte dei servizi: lo si sapeva da anni – racconta una fonte a Report che lavorava nella polizia giudiziaria: l’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino aveva proprio Tumbarello come tramite per raggiungere Messina Denaro. L’operazione Vaccarino era gestita dal Sisde e serviva per concordare la consegna spontanea del boss: una sorta di pre tavolo di trattativa.

Nelle lettere che MMD scrive a Vaccarino il boss spiega le sue condizioni, a modo suo: al centro della trattativa c’è l’ergastolo, il 41 bis.

Poi arriva la malattia e le abitudini del boss cambiano: è come se volesse lasciare delle briciole nel suo percorso per farsi arrestare, come il cellulare lasciato ad altre pazienti della clinica.

O era troppo fiducioso della rete di protezione oppure si è lasciato arrestare.

Il funzionario di polizia giudiziaria che è stato sentito da Report racconta della mancata cattura nel 2022: c’è un’ultima lettera con dentro dei pizzini, in cui MMD parla in codice “è andato tutto a scatafascio”, come se sapesse dell’indagine grazie ad una talpa.
Le indagini erano fatte da polizia e carabinieri, le cimici nella casa della sorella Rosalia erano state inserite dalla polizia e i carabinieri volevano inserirne una nel bagno
nel dicembre 2022.
Qui c’è un mistero, un pizzino che prima c’è, poi scompare: un pizzino dove si parla della malattia del capomafia, quel pizzino poi servì ai carabinieri per arrivare alla cartella clinica e poi arrivare alla cattura.
La sorella Rosalia si accorge dei movimenti di polizia e carabinieri, che si pestano i piedi: nel pizzino il boss dichiara di non voler usare la posta perché non sicura, ma rimane a Campobello, dove si sentiva sicuro.

I servizi segreti non vogliono che Matteo Messina Denaro fosse catturato nel maggio 2022, col governo Draghi”: sarebbe cioè il secondo round di una trattativa partita tramite uno scambio di lettere (le lettere a Svetonio) tra il mafioso e l’ex sindaco Vaccarino.
Lettere dove si parla del 41 bis, che rimane ancora un nervo scoperto per la mafia: quelle lettere servivano a preparare il terreno per la consegna di Messina Denaro.

L’arresto del latitante era stato annunciato da Salvatore Baiardo: nel processo del 2020 Ndrangheta Stragista aveva parlato di aver incontrato coi Graviano l’ex presidente Berlusconi.

Massimo Giletti aveva ospitato a La7 Baiardo dove quest’ultimo aveva annunciato l’arresta di Messina Denaro come regalo al governo, “quando allo stato farà comodo..”
L’arresto dei corleonesi in cambio della fine del 41 bis?

Report ha chiesto conto a Baiardo di questa cattura annunciata? Chi lo ha detto a Baiardo?
A Report Baiardo parla di un coinvolgimento dei servizi, che avrebbero interloquito col boss.

A Omegna sarebbe stata scattata la foto di Graviano con Berlusconi e l’ex generale Delfino: ex generale del Sismi, indagato per gli attentati del 1993. Cosa ci faceva sul lago D’Orta assieme ai Graviano? Quelle foto esistono veramente?
“Se non va tutto come deve andare le foto escono nel libro” racconta poi a Mondani: le foto sono state mostrate a Paolo Berlusconi – racconta ancora Baiardo.
L’avvocato di Paolo Berlusconi racconta di insinuazioni, si tratta solo di una richiesta di denaro.

Dopo la chiusura della trasmissione di Giletti e dopo l’uscita della storia delle foto, Baiardo inizia a ritrattare tutto facendo dei video su Tik Tok.
Altro che foto, sono tutte fesserie..

Ma all’autorità giudiziaria Giletti racconta di questa foto polaroid dove ha riconosciuto Berlusconi, l’ex generale Delfino e poi un’altra persona che Giletti non ha riconosciuto.

In uno scambio di messaggi Baiardo fa riferimento ad una data, l’8 marzo, data in cui la Cassazione inizia a discutere dell’ostacolo ostativo: a che gioco sta giocando Baiardo e per conto di chi?

Strane coincidenze in questa storia: la profezia del veggente Baiardo che da Giletti annuncia il regalo al governo Meloni, l’arresto del latitante Messina Denaro il 15 gennaio.

E, anni prima, la profezia del generale Delfino che nel 1992 annuncia la cattura di Riina, come favore al ministro Martelli.

Graviano, in una deposizione, racconta di essere venuto a conoscenza del pentimento di Balduccio Di Maggio, di cui non avvisò però Riina.

Oggi Martelli racconta di una visita, nell’estate del 1992, del generale Delfino: “non si preoccupi, le portiamo noi Riina” gli disse.
Già a luglio qualcuno nello stato sapeva della disponibilità di Di Maggio nel consegnare proprio Riina?
Era stato Graviano a portare Di Maggio a Borgomanero – racconta Baiardo oggi: è stato poi Graviano a portare Di Maggio dal generale Delfino, vendendo così Riina allo stato.
Questo si incastra con le rivelazioni fatte da Spatuzza, quando a Roma Graviano felice, spiega al suo soldato che avevano aggiustato tutto con quello di canale 5 e col paesano di Palermo.

I fratelli Graviano erano ad un passo di Berlusconi, sempre smentiti da quest’ultimo.
E questo porta
a raccontare di due verbali della Dia dimenticati nel cassetto: nel 1996 Francesco Messina era alla Dia e indagava sulle stragi del '93 insieme al magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi, quando firmò due verbali con le rivelazioni di un confidente fino ad allora sconosciuto, Salvatore Baiardo. Quest’ultimo confessa a Francesco Messina di aver assistito nella sua casa tra il 1991 – 92 a conversazioni telefoniche tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri dalle quali si evinceva che i due avevano interessi economici comuni in Sardegna.

Oggi il prefetto Messina è direttore del servizio centrale anticrimine e racconta a Mondani di quel verbale: “disse di aver assistito ad una conversazione telefonica tra Graviano e un tale Marcello, questo bisogna dirlo per onore della cronaca.”

Baiardo aveva capito tramite un commercialista di Palermo, Fulvio Lima parente del politico Salvo Lima (ucciso dalla mafia nel marzo 1992), che venivano trasferiti ingenti capitali proprio a Marcello Dell’Utri: “parlò di questo interessamento anche di Fulvio Lima a questo trasferimento di denaro, ma anche questo fu riferito all’autorità giudiziaria.”
La villa dove i Graviano stavano dopo le stragi del 1993 era ubicata a Punta Volpe (in Sardegna) ed è Baiardo che paga l’affitto per conto dei Graviano: “Baiardo raccontò di aver dovuto recapitare una valigia ai fratelli Graviano che si trovavano in vacanza in Sardegna e che questa valigia ad un certo punto fu recapitata in una villa che era nel comprensorio
vicino alla villa del prossimo presidente del Consiglio..”
Cosa aveva intuito Chelazzi (il pm fiorentino che indagò sulla bomba ai Georgofili) alla fine del suo percorso investigativo sulla strage di Firenze, sulla strage di Milano e sulle stragi del 1993?

Io credo che lui avesse percepito chiaramente da tempo che dietro a questi fatti non c’era soltanto l’ala militare di cosa nostra corleonese.”

Baiardo è stato interrogato dal pm Tescaroli a Firenze sulle stragi di Firenze e Milano: erano stragi per spazzar via la vecchia mafia e far emergere la mafia nuova, l’ala di Provenzano.
Sulla trattativa stato mafia la Cassazione ha confermato le assoluzioni a politici e carabinieri, il fatto non è reato: ma nella sentenza di appello era stato scritto come Dell’Utri aveva tramato per favorire interessi dei mafiosi.
Oggi l’indagine sui mandanti esterni per queste stragi si sono riaperte, gli investigatori stanno cercando le tracce di denaro tra i Graviano e Berlusconi (secondo i Graviano erano investimenti fatti nelle sue aziende).

Sulla strage di via dei Georgofili il pentito Spatuzza ha detto che questi morti non ci appartengono: o mafiosi non avevano tutto quell’esplosivo poi fatto esplodere sotto la torre. Secondo il giudice Donadio altri (chi?) hanno messo altro esplosivo oltre a quello dei mafiosi: i periti, sentiti da Report, parlano di Tritolo, Pentrite, T4, esplosivi che si ritrovano anche per uso civile.
Un ex agente della polizia giudiziaria di Firenze ha raccontato di una indagine svolta: la Torre dei Pulci poteva essere un obiettivo diverso,
perché quella Torre era ospitato un centro forse collegato ai servizi (forse dietro al scelta di quell’obiettivo c’erano altre menti raffinatissime?).
Un ex carabiniere poi passato ad una società privata avvisò gli investigatori con una minaccia nemmeno troppo velata. L’indagine fu poi troncata da un importante magistrato.

A Milano e a Firenze diversi testimoni parlano di una bionda e di una bruna: di questi strani agenti parla l’ex compagna del poliziotto Peluso, Marianna Castro, che parla di una rete (di agenti o ex agenti) composta da "faccia da mostro" e dall'ex funzionario del Sisde Contrada.

Da Firenze a Milano: il 27 luglio 1993 in via Palestro a Milano esplode una bomba uccidendo 5 persone ferendone 12. I magistrati ritengono che ci sia un buco di 48 ore nella ricostruzione della preparazione della strage, perché nessuno dei collaboratori di giustizia sa dire cosa accadde dopo, come se i mafiosi avessero passato nelle mani di altri l’esecuzione.
Altri chi? Ma non era stata solo la mafia a preparare e gestire quelle bombe?
Il giornalista Fabrizio Gatti nel 2019 ha scritto
Educazione americana, la storia di un agente della Cia di stanza a Milano che gli rivela i retroscena della strage.
“Dice di chiamarsi Simone Pace, il suo nome convenzionale, quindi credo che sia anche il nome finto, racconta e rivela che in quegli anni degli attentati, così come prima e negli anni successivi esiste in Italia e anche a Milano una squadra clandestina della Cia, formata da cittadini italiani e americani. In particolare lui, nei mesi precedenti all’attentato di via Palestro viene coinvolto dal suo capo americano, che dice di chiamarsi Viktor, viene coinvolto in un sopralluogo in via Palestro.”

Ancora Gatti racconta che Viktor chiese a Pace di comprare dei componenti chimici per realizzare una bomba: poco distante dalla casa di Viktor stavano i due mafiosi che hanno portato l’esplosivo per Milano.

Pace si definiva un facilitatore della storia, uno che fa si che la storia segua un certo corso – spiega Gatti a Mondani.

La nostra storia è stata facilitata grazie alle bombe, alle stragi, dietro cui si ritrovano spesso le stesse facce: un paese che non teme la mafia, che non ha nulla a che spartire con mafia e terrorismo (di tutto i colori), che non teme i ricatti dei mafiosi DEVE sapere svelare questi misteri, queste facce.

Sarà questo il compito della prossima commissione antimafia? Sarà questo l'obiettivo di questo governo?

02 gennaio 2023

Anteprima inchieste di Report – le stragi mafiose, i tamponi rapidi e la scuola che funziona

La ricerca della verità sulle stragi del 1992-93, l'inchiesta sui tamponi rapidi in Veneto e poi come la Finlandia ha investito nella scuola perché è lì che si formano i cittadini di domani.

Lo stato che non riesce a i conti col suo passato

Lo scorso 23 maggio Report, in occasione dei trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, aveva dedicato un servizio alla pista nera dietro questi attentati, una pista che portava al leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. A distanza di anni – racconta Sigfrido Ranucci – nonostante la voglia di stendere un velo d’oblio su queste morti, emerge sempre qualcosa di nuovo e che getta luci ancor più inquietanti.
Si parte da lontano, dal 14 gennaio 1968, quando i paesi della vale del Belice erano sotto una coltre di neve: la prima scossa dell’ottavo grado sorprese le persone nelle case e rase tutti i paesi al suolo, affondando le macerie nel fango. Un giornalista scrisse “hanno assassinato la miseria”, storia di una agricoltura poverissima fatta di oppressione e mafia. I contadini di Poggioreale marciarono per anni contro il feudo per coltivare una terra lasciata marcire nelle mani dei baroni. Storia vecchia, si dirà, le cose oggi sono cambiate. A poca distanza dai paesi lasciati nelle loro macerie c’è il paese nuovo di zecca, anche se sarebbe stato possibile ricostruire quello vecchio, ma bisognava arricchire i costruttori e chi comanda in Sicilia sono sempre gli stessi.
“Questi ruderi sono l’emblema della memoria perduta” racconta Paolo Mondani, muovendosi un mezzo al muri crollati delle case dei vecchi paesi: la memoria di quanto presto noi italiani dimentichiamo e di quanto facilmente crediamo a menzogne disonorevoli.
Come nel caso della morte del maresciallo Antonino Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca,
una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

A distanza di trent’anni dalle stragi del 1992-93 siamo ancora alla ricerca dei mandanti, non possiamo fermarci al livello mafioso (a meno di non volerci accontentare di una verità parziale, il che vorrebbe dire accontentarci di una mezza democrazia, di vivere in un paese che non sa fare i conti col proprio passato, che non sa fare pulizia al suo interno).
Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.
Carte che potrebbero riscrivere la storia del nostro paese, perché potrebbero confermare quei legami tra uomini dello Stato, mafiosi, servizi e personaggi della destra eversiva: tra questi, il fondatore di Avanguardia Nazionale (una formazione di estrema destra nata dal Movimento Sociale) Stefano Delle Chiaie, su cui sta indagando la DIA su incarico delle procure di Firenze e Caltanissetta (di cui si è occupato anche Marco Lillo sul Fatto Quotidiano).



La Procura della Repubblica di
Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili
nella notte del 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la relazione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo risponde il magistrato dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.

La scheda del servizio: STATO D'ONORE
di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Report torna a indagare gli anni delle stragi in Italia. Ancora oggi emergono altri protagonisti, a lungo rimasti insospettabili, e uomini che per anni hanno scelto il silenzio.
La storia della nostra Repubblica continua a essere riscritta, e ora è sempre più evidente come nelle stragi del ’92 e ’93 ci sia la mano di mandanti esterni. Vi mostreremo per la prima volta l’informativa redatta dall’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo, dove si segnalava la presenza di Stefano delle Chiaie a Capaci in cerca di esplosivo poco prima della strage. Una informazione dal grande valore investigativo, ma incredibilmente non approfondita dai carabinieri. Come mai?
Solo oggi rileggendo la storia capiamo come per individuare i responsabili dietro gli anni più bui della nostra Repubblica occorra tenere in considerazione gli elementi ricorrenti di un sistema al cui interno operavano uomini della destra eversiva, massoni, uomini dello Stato e mafiosi. Non è storia vecchia, oggi che la legislazione messa a punto per combattere la mafia da Falcone e Borsellino viene messa a dura prova e da ogni lato si moltiplicano i tentativi di riscrivere il periodo stragista e i suoi responsabili.

La gestione dei tamponi in Veneto

Report tornerà ad occuparsi della gestione della pandemia in Veneto, in particolare sui tamponi rapidi dove sarebbero emersi dai pareri falsi.

L’efficienza nella gestione della prima ondata da parte della regione Veneto era dovuto alla scelta, voluta dal dottor Crisanti, di effettuare campioni per tracciare il virus e i nuovi focolai prima che si estendessero. Con la seconda ondata la regione ha scelto di adottare i test rapidi, affidandosi al parere del dottor Rigoli: oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.
Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”
I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti (e anche altri esperti) aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive. La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.
Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

Il dottor Rigoli era presentato dal presidente Zaia come l’Elon Musk del Veneto, uno che ha avviato la sperimentazione ante litteram prima di tutti: oggi è sotto inchiesta da parte della procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per turbativa del mercato, falso e depistaggio. Avrebbe affermato il falso quando avrebbe affermato di aver effettuato una indagine tecnico scientifica sull’efficacia dei tamponi rapidi poi acquistati dal Veneto nel settembre 2020.
“Erano kit validati certificati CE IVD, quindi io non dovevo validarne la sensibilità e la specificità ..” è la risposta che ha dato oggi il dottore al giornalista.
La procura è partita dal servizio di Report dello scorso anno, dove si raccontava di una maxi fornitura di tamponi rapidi per diverse regioni, tra cui il Veneto, per 148ml di euro.

La scheda del servizio: LA GRANDE TRUFFA
di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

In Veneto durante la seconda ondata della pandemia è accaduto il disastro: ci sono stati 1600 morti in più rispetto alla media nazionale. Cosa è successo? Avevano puntato tutto sui tamponi rapidi, era il test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per le Rsa, contrariamente alle indicazioni dell’OMS e anche a uno studio del prof. Crisanti. Dopo la nostra inchiesta dello scorso anno si è mossa la procura di Padova e ha chiesto il rinvio a giudizio di quello che per il governatore Zaia era l’Elon Musk del Veneto, il dottor Roberto Rigoli: sostanzialmente nella gestione della seconda fase della pandemia aveva preso il posto del professor Crisanti come braccio destro di Luca Zaia. I magistrati scoprono che a giustificare appalti milionari per i tamponi rapidi, ci sarebbero attestazioni scientifiche false. Nel corso delle indagini spuntano anche intercettazioni imbarazzanti.
La scuola in Italia (e nel resto del mondo)

Nel suo discorso di fine anno il presidente della Repubblica Mattarella ha voluto citare la scuola (e l’università e la ricerca) come le basi con cui creare gli italiani del futuro, se vogliamo dare al paese una visione, un futuro.
Report è andata in Finlandia per capire qual è il segreto dell’educazione in questo paese: la programmazione dell’educazione segue in Finlandia tutto un ciclo – racconta il servizio di Lucina Paternesi – dall’infanzia fino all’università, è il trionfo della democrazia, a tutti viene data un’opportunità, ma come?
Attraverso una pianificazione dei posti di studio – spiega a Report Dario Greco, professore all’università di Tampere ad Helsinky – quindi di quanti medici, quanti ingegneri avrò bisogno tra cinque, dieci o vent’anni. Dove voglio che l’economia del paese vada: ad esempio in questo paese alla fine degli anni ‘80 c’è stata una pianificazione rispetto all’innovazione tecnologica nel campo delle telecomunicazioni ed ecco che arriva il miracolo Nokia che, però, in realtà non è un miracolo perché è stato costruito.
Report è entrata in una di queste scuole: dentro si trova un asilo nido, una libreria comunale, un centro giovanile ed è frequentato ogni giorno da più di 800 ragazzi seguiti da un centinaio di dipendenti tra insegnanti e personale amministrativo e specializzato come la psicologa, gli assistenti di pedagogia. Tutto questo ha ovviamente un costo per la collettività: sono circa 4ml di euro l’anno, racconta la direttrice Hanna Sarakorpi solo per stipendi, costi di libri, quaderni e matite. Ma poi ci sono le spese del comune per il mantenimento dell’edificio, dei consumi e quant’altro. La visione dietro questa struttura è quella di investire nel futuro del paese, come conferma la ministra dell’istruzione Li Sigrid Andersson: “le scuole pubbliche sono finanziate dallo stato centrale in base ad alcuni parametri a cui vanno aggiunti i fondi delle singole municipalità. Negli ultimi anni abbiamo deciso di destinare più risorse in quelle aree in cui il tasso di disoccupazione è più alto e il livello di studi più basso”.
Qual è il segreto di un modello così efficiente?

E’ un sistema che abbiamo costruito negli anni, cento anni fa eravamo una nazione povera e rurale, oggi siamo un paese all’avanguardia proprio grazie all’istruzione pubblica, costruiamo la società del futuro partendo dalla base, dall’istruzione, e lo facciamo anche investendo molto sugli insegnanti, sono preparati, competenti e hanno un buono stipendio e sono molto rispettati per il ruolo che svolgono.”
La Finlandia investe solo 300 ml di fondi europei sull’istruzione e lo fa per migliorare la formazione e le competenze di adulti con percorsi formativi mirati. L’Italia invece nell’ultimo PON, il programma operativo nazionale, ha goduto di oltre di 2 miliardi di fondi europei di cui solo il 44% è stato effettivamente erogato agli istituti. Il tema è questo, spendere bene i fondi che si hanno a disposizione: spiega perché Paolo Iozzi preside dell’Istituto Comprensivo Fellini a Roma “spesso questi fondi diventano un incubo magari non sappiamo chi li possa gestire o come gestirli all’interno della scuola. Quando si parla di PON molto spesso anche i docenti stessi dicono ‘oddio un altro PON non ce la possiamo fare ’..”
I soldi che arrivano dall’Europa per gli investimenti strutturali devono essere rendicontati ma nei nostri istituti mancano le competenze.
Antonello Giannelli è il presidente dell’associazione naz. Presidi: “una volta fatta la progettazione in realtà non la conduciamo bene in porto perché non riusciamo bene ad effettuare la rendicontazione finale che viene effettuata sulla base di regolamenti europei, quindi uguali per tutti i paesi membri e lì perdiamo parecchio, perché circa la metà dei fondi che poi sarebbero impegnati poi non vengono erogati per questa difficoltà.”
Cosa impedisce di farci liquidare queste somme?

Se non abbiamo personale ferrato su queste procedure poi è evidente che la qualità della rendicontazione è bassa e questo esita in un 50% delle somme che non vengono riconosciute dall’Europa.”

Se solo sapessimo spendere bene i fondi che abbiamo a disposizione, potremmo cambiare il volto delle nostre scuole.

La scheda del servizio: LA BUONA SCUOLA
di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella

Nessun compito in classe, né interrogazioni o esami. Gli alunni sono liberi di uscire dall’aula, leggere libri o fare progetti manuali in base alle proprie vocazioni. E i risultati si vedono: secondo il programma PISA dell’Ocse gli studenti finlandesi sono ai primi posti per quanto riguarda la lettura, la matematica e le scienze. Pochissimi i fondi europei investiti, mentre la quota di PIL dedicata all’istruzione è quasi il doppio rispetto all’Italia, il 5% contro il nostro 2,9%. È questo il successo del sistema educativo e scolastico della Finlandia? In parte, ma non solo. Un viaggio nelle scuole migliori del paese per raccontare come, in appena cento anni, la Finlandia si è trasformata da paese rurale e povero in un paese all’avanguardia e tecnologico, dove trovano lavoro i cervelli italiani in fuga e dove ha trovato casa il primo preside italiano.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione. 

04 giugno 2017

Quando la mafia scoprì l'arte – da La strategia dell'inganno (Stefania Limiti)

Quello che rimase della torre dei Pulci, in via dei Georgofili

Le stragi di Capaci e via D'Amelio.
I delitti politici come quelli di Salvo Lima e Ignazio Salvo. E quelli minacciati ad altri esponenti ritenuti dalla mafia traditori, come il ministro Calogero Mannino.
I tentativi di golpe che riempivano le pagine dei giornali (anziché le piazze di carri armati) come l'assalto alla sede Rai di Saxa Rubra e il famoso golpe raccontato da Donatella de Rosa.
I partiti in crisi dalla fine dei vecchi equilibri (come il crollo del Muro e la fine della guerra fredda) e per le inchieste di Milano.
E, ancora, lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il black out di Palazzo Chigi, la crisi economica...

Stefania Limiti racconta questi episodi nel suo libro “La strategia dell’inganno” (Chiarelettere editore): le autobombe, gli attentati, i delitti, il sangue,mettendoli uno in fila all'altro e legandoli assieme in una sola strategia di guerra non convenzionale.
Una guerra psicologica, come le “PsyOps”, le operazioni di guerra psicologica che tendevano a confondere l'avversario, per condizionarne l'azione. Una strategia nata dalla direttiva del National Security Council del 19 dicembre 1947.
Cosa è successo allora in Italia tra il 1992 e il 1993? Un periodo nero della nostra storia, la fine della prima Repubblica, vecchi partiti che spariscono e nuovi partiti che si affacciano sulla scena politica.

L'autrice, dedica un intero capitolo alle bombe mafiose, quelle per cui Spatuzza (il pentito che si autoaccusò della bomba contro Borsellino) disse: “Siamo andati in un terreno che non ci appartiene, quei morti non ci appartengono.”

Dopo le bombe contro i due magistrati Falcone Borsellino, la strategia della guerra della mafia allo Stato seguì una strada diversa. Non più solo omicidi mirati, ma atti di terrorismo contro luoghi d'arte.
Luoghi sicuramente ignoti a Bagarella e Brusca che, dopo la cattura di Riina nel gennaio 1993, presero in mano le redini di cosa nostra.
Perché quella scelta?
Chi indicò quei luoghi ai mafiosi?
E chi, materialmente piazzò gli ordigni?

Dal sito Antimafiaduemila, un brano del capitolo:
Strage Georgofili; e la mafia si scoprì esperta d'arte e cultura
27 maggio 1993, Firenze, via dei Georgofili, ore 1.02La potenza di fuoco degli stragisti proruppe nel mese più dolce dell’anno. Un furgone imbottito di esplosivo saltò in aria nel cuore della notte tra il 26 e il 27 maggio in una magnifica via di Firenze. Non colpì un nemico in carne e ossa, un giudice, un giornalista o un politico “traditore”: stavolta la cupola palermitana puntava a ferire il paese intero. “Non si va a Firenze così, non si va a Firenze per caso!” griderà il pm Alessandro Crini al processo per le stragi sul continente. Vero. Perché fu scelto il capoluogo toscano? Una risposta secca non c’è.Sappiamo che verso la fine del 1992 venne costituito un gruppo di fuoco, Riina decise di “tornare a stuzzicare lo Stato”, come ha raccontato Brusca, con un gesto dimostrativo: il collocamento di una bomba a mano agli Uffizi. “Poi in realtà l’azione la fece Santo Mazzei – ha spiegato – e mise un proiettile d’artiglieria a Boboli”, negli splendidi giardini meta di turisti e bambini. Tra i progetti dei quali discusse anche Brusca c’era quello di lanciare una serie di messaggi intimidatori (come le siringhe infette e le merendine avvelenate), “ma senza che ci fossero vittime: l’idea era di telefonare prima all’Ansa e avvertire tutti. Nel caso della bomba a mano, nella telefonata si doveva far riferimento a Pianosa e all’Asinara, così avrebbero capito che il messaggio veniva da noi e chi era dietro a Bellini l’avrebbe rimandato a cercare di fermarci”. Nell’autunno, quando venne messo il proiettile a Boboli, andò tutto storto: Mazzei, un malavitoso che era stato a lungo in carcere con Bagarella e che non era ancora “combinato” – solo nell’agosto del 1992 sarebbe entrato a far parte della mafia secondo i riti tradizionali –, era troppo concitato al telefono, parlava in dialetto siciliano molto stretto, il centralinista non capì una parola e riattaccò.Il proiettile fu ritrovato un mese dopo e agli inquirenti ci volle un po’ per riavvolgere il nastro e dipanare la matassa. Il messaggio d’allarme non scattò.Secondo Brusca era stato lo stesso Bellini a dare loro le idee sul tipo di azioni da compiere: Voleva farci rubare anche un’opera di enorme valore agli Uffizi, un quadretto piccolo che si poteva mettere sotto la giacca. Siccome non riuscivamo a trovare opere d’arte da scambiare con lo Stato, avevamo pensato di rubarne una. E fu sempre Bellini a spingerci verso Firenze e la Toscana per compiere questi gesti. In quel periodo c’era Spadolini presidente [del Senato, nda] e per Bellini era una persona molto sensibile a queste cose, avrebbe scatenato la guerra se succedevano fatti del genere. E un critico come Sgarbi avrebbe fatto la guerra allo Stato che non proteggeva i suoi beni.Sempre a Bellini, ha ricordato Brusca, sarebbe da ricondurre il progetto di un attentato alla Torre di Pisa: “Ma anche in quel caso doveva essere un atto dimostrativo. Pensavamo di mandare sulla torre qualcuno con dieci-quindici chili di esplosivo in uno zaino, poi avvertire giornalisti e forze dell’ordine per far allontanare tutti e farlo esplodere con un comando a distanza. Immaginate la figura che ci avrebbe fatto lo Stato?”.Di quella trattativa apparentemente non resta niente. Ma Gioè è morto e non sappiamo che fili si siano snodati. Appena si rese conto della fregatura, Giovanni Brusca, spinto dal suo pragmatismo, cercò il consenso di Riina per fare una minitrattativa, del tutto privata: aveva pensato di far rubare qualche quadro di valore in Sicilia per contrattare la libertà del vecchio Bernardo, suo padre. Bellini, che sosteneva di poter contare sull’appoggio di un generale dei carabinieri, offrì la concessione degli arresti ospedalieri al padre di Brusca in una struttura militare di Pisa, ma alla fine Giovanni non accettò. Non è facile stabilire se la vicenda sia una spia dell’arroganza di Cosa nostra che vuole trattare con lo Stato da pari a pari o, al contrario, dello sbandamento allucinato dei boss siciliani.Restano vere le parole del magistrato Crini: “Non si va a Firenze così!”. Una volta GiovanniBrusca, era il 1995, chiese a Matteo Messina Denaro in che modo avessero individuato gli obiettivi delle stragi e lui rispose che li avevano individuati “tramite le guide turistiche”. Brusca aveva quella curiosità perché non aveva mai sentito parlare, prima che si facesse da parte, di Georgofili o attentati simili, e si sentì rispondere proprio così: “Abbiamo deciso così e abbiamo individuato gli obiettivi tramite le guide turistiche, i dépliant”. Anche Gaspare Spatuzza ricorda i dépliant: a Santa Flavia c’erano Graviano, Francesco Tagliavia, Messina Denaro, Francesco Giuliano, Giuseppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, il fido luogotenente di Graviano che lo avvertì dell’incontro. Spatuzza entrò nella villa dalla porta secondaria, Graviano gli disse che dovevano fare un attentato.Sul tavolo c’erano libri e figure di monumenti, fotografie, ma loro avevano già fatto dei sopralluoghi. Cioè Lo Nigro, Graviano, Tagliavia e Messina Denaro già erano stati lì.”Spatuzza racconta quel che vide. Ammette che “lui era solo un soldato, loro erano i capi”. Non prese parte alla nascita di un’idea. Dice solo che quelli sapevano già dove piazzare le bombe, ma non sa come abbiano deciso o chi glielo abbia suggerito.

Altri posti dedicati al libro di Stefania Limiti