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18 gennaio 2018

Giornalismo all'americana

L'interviste e i trailer del nuovo film di Spielberg ci hanno galvanizzato: la storia dei giornalisti del Washington Post (e della direttrice donna) che hanno tenuto la schiena dritta di fronte alle pressioni presidenziali, pubblicando gli articoli su Nixon, la guerra sporca in Vietnam.
Chi ha amato come me il film del 1975 "Tutti gli uomini del presidente", non potrà che amare anche quest'ultimo, ambientato temporalmente prima del Watergate.
Ma siamo in un film e siamo anche in America.
Non sempre il giornalismo americano si è dimostrato all'altezza della situazione: penso a quanto successo dopo l'11 settembre con la bufala delle armi di distruzioni di massa e i giornalisti embedded dentro la guerra in Iraq.

E siamo comunque in America, lontano dall'Italia che in questi giorni ha messo l'elmetto e ha deciso di fare la guerra alle fake news.
Solo che la guerra la combatteranno funzionari del Viminale che risponderanno al ministro di turno.
Qual è lo stato di salute della nostra informazione?
Non sta messa proprio bene: ieri sera seguivo l'intervista di Carlo De Benedetti ad Otto e mezzo che ha liquidato la vicenda della telefonata tra lui e il suo broker come una banalità, un polverone ridicolo.
Era un segreto di Pulcinella,  si è difeso: né la giornalista presente e nemmeno altri hanno notato l'incongruenza.
Se era veramente un segreto (e non è così) allora altri broker e altri finanzieri si sono arricchiti solo perché avevano accesso ad informazioni riservate.

De Benedetti può star tranquillo comunque, la notizia è già sparita dai radar.
Può tranquillamente andare a votare PD e dirlo in televisione, senza che nessuno si indigni.

22 ottobre 2014

E' morto Ben Bradlee (l'ex direttore del Post)

"In questa storia non c'è niente in gioco a parte il primo emendamento della Costituzione, la libertà di stampa e forse il futuro di questo paese. .".
Tutti gli uomini del presidente, Alan J Pakula

E' il momento più alto del film sullo scandalo Watergate: sono le parole che il direttore del Washington Post Ben Bradlee rivolge ai suoi due cronisti Bob Woodward e Carlo Bernstein. I giornalisti che avevano seguito tutto lo scandalo Watergate: dall'infrazione alla sede dei democratici, agli assegni in tasca ai cubani che portavano ai fondi del comitato per la rielezione di Nixon. Fino ad arrivare ai fondi neri del partito repubblicano, centinaia di migliaia di dollari che furono usati per spiare, intercettare, screditare i democratici.
Costruire false lettere con cui rovinare l'immagine dei candidati alle primarie del Partito Democratico.
Sciogliere con l'inganno raduni del partito.
Creare false notizie che mettessero in cattiva luce gli avversari.

I fondi neri erano ricondubili all'ex ministro della Giustizia Mitchell, ma l'inchiesta di Woodward e Bernstein arrivò direttamente dentro la Casa Bianca.
Nixon, i suoi consiglieri, il suo gabinetto, sapevano.
Il depistaggio e l'insabbiamento dell'inchiesta sul Watergate non servivano a proteggere i ladri per l'infrazione.
Servivano a nascondere al popolo americano e alla giustizia le intercettazioni illegali, lo spionaggio, le menzogne.
Tutte cose che il Washington Post scrisse nei suoi articoli, che portarono il presidente degli Stati Uniti Nixon, l'uomo più potente d'America, alle dimissioni.
Bernstein e Woodward poterono scrivere in libertà, sempre rispettando i canoni del giornalismo d'inchiesta, perché erano protetti alle loro spalle dal loro direttore, Ben Bradlee.

Nonostante le telefonate, gli attacchi dalla presidenza, le minacce.
Nonostante lo scetticismo del mondo del giornalismo, nonostante lo scetticismo degli americani, che non riuscivano a comprendere la portata della loro inchiesta. Che coinvolgeva i servizi segreti, il ministero della Giustizia, la Casa bianca. E la libertà di stampa.
Ben Bradlee è morto ieri, nella sua casa a Washington.

Chissà quanti coccodrilli leggeremo oggi sui nostri di giornali. Diretti da persone che spesso ci vanno a cena o alle feste coi potenti di turno.
Direttori che di fronte alle telefonate di minaccia per una notizia scomoda si mettono pure in ginocchio.
Lo stato dell'informazione italiana è raccontato dal crollo delle vendite: gli italiani hanno capito che se devi leggere delle favole, delle promesse, allora tanto vale guardare la televisione, che almeno è gratis.