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10 aprile 2023

Report – sanità malata, paese infetto: il pandemonio nel 2020, l'intramoenia e il codice appalti

RITORNO A BERGAMO – Il pandemonio di Cataldo Ciccolella

Report ha fatto un salto alla primavera di tre anni fa: i ma non lati nelle camere degli ospedali dove mancavano i caschi per tutti, i morti che crescevano, i medici e gli infermieri stremati per il lavoro.
Le bare portate via dai camion militari. Il lockdown, le città dove all’improvviso non c’era nessuno in giro.
Era la primavera del 2020: tutto cominciò con la pandemia partita in Cina a fine 2019, tenuta nascosta dal governo, per evitare figure. Ancora oggi i dati del mercato di Wuhan non sono arrivati alla comunità scientifica e che consentirebbero una migliore analisi della pandemia.
Lancet ha pubblicato un articolo secondo cui i morti sarebbero 259mila, avremmo sottostimato i morti: i paesi che hanno avuto meno morti sono quelli con un piano pandemico aggiornato, non come il nostro, che era rimasto fermo al 2006.
L’indagine di Lancet conferma la teoria dei magistrati di Bergamo: con la zona rossa a Bergamo si sarebbero potuto evitare almeno 4000 morti, per questo sono finiti indagati l’ex presidente Conte, il ministro Speranza e poi Fontana e Gallera in Lombardia.
L’indagine di Bergamo racconta quello che è successo nelle stanze del potere e che non si doveva sapere.
Negli ospedale mancavano i caschi respiratori, non ce n’erano per tutti, si sono dovute fare delle scelte, chi salvare e chi no: mancano mascherine, camici e altri dispositivi.

Se ne doveva occupare il CFO del ministero, Ruocco: ma di fronte alle richieste di fare scorte, chiede solo di fare una ricognizione dei dispositivi reperibili nel territorio.

Il vice ministro Sileri a Report racconta di aver insistito nell’acquisto di respiratori, anche chiamandolo al telefono a Ruocco: dopo aver scoperto che i dispositivi erano insufficienti non si fece nulla, dopo il 20 gennaio non si fece nessun nuovo acquisto, anzi si continuarono a vedere in Cina dispositivi.
Solo dopo Codogno la protezione civile chiese la disponibilità di scorte, ma era tardi, era già febbraio: ma a febbraio in una chat con la responsabile della sicurezza delle cure farmaceutiche Rodorigo minimizza il problema, compra solo qualche mascherina..
Ma nelle chat emerge che Ruocco temeva più la corte dei conti che non la pandemia:

«Vogliono per forza farmi comprare prodotti sanitari per tutta l'Italia - scriveva Ruocco il 15 febbraio - queste sono tutte spese che poi la Corte andrà a rivedere».
Lo spettro della Corte dei Conti e di un ipotetico danno erariale preoccupa Ruocco: «Gli acquisti devono essere giustificati e proporzionati comunque - proseguiva - si, già, se programmi male non è giustificato».
E ancora: «Volevano 150 medici, ne ho presi 77, sono milioni.
Poi c'è la parolina magica 'altre spese strettamente connesse' dove ognuno si infila - faceva notare il tecnico -. Sì, ma ora - sono certo. Il prossimo vagone del treno sarà per Spallanzani e Iss (strutture, personale, farmaci, attrezzature) e lì devi stare. Furbacchioni, ieri ho detto a qualcuno che non ho le renne parcheggiate davanti casa..
se vogliono capire capiscono».


Oggi Ruocco ha deciso di non rispondere alle domande di Report, “mi lasci in pace, non è il caso di parlare adesso.”
Ruocco voleva programmare gli acquisti senza l’ingerenza della politica – spiegherà poi in una lettera a Report.
In quei giorni nel ministero c’era il caos: la lettera in inglese dall’Oms dovette aspettare giorni per essere tradotta, come avvenne poi grazie ad una società esterna.
Andrea Urbani, capo della programmazione, si lamenta col capo di gabinetto di Speranza, Zaccardi: parla di assenza di prevenzione, mancano persone. Di fronte a Report ammette quanto la situazione fosse drammatica

“Il problema degli enti pubblici, signori, è che ci sono persone totalmente inadeguate. Tu prendi persone a gestire pezzi importanti del Paese e li scegli in base a logiche che non hanno nulla a che vedere con il merito… quando le cose vanno bene non se ne accorge nessuno, quando vanno male… succedono queste cose”

Uno studente cinese scrisse a Giovanni Rezza, capo dell’ISS, due lettere a gennaio 2020 riportandogli documenti sulla situazione a Wuhan, spiegando che il virus avesse un alto periodo di incubazione, i termoscanner dalla Cina non servivano, serviva una quarantena più lunga dalla Cina.
Lo studente manda anche video dalla Cina, con pazienti sdraiati nelle corsie degli ospedali, ormai al collasso: informazioni che cozzavano con l’immagine che la Cina cercava di far arrivare al mondo.
Rezza scrisse a Brusaferro, riportandogli la sua preoccupazione: ma non accadde nulla, non fu presa alcuna decisione.
Anche l’ex capo di gabinetto, parlando con l’onorevole Bersani, esprime i suoi timori sugli arrivi dalla Cina.
I vertici della sanità avevano timore anche delle azioni dei magistrati, sia dal punto di vista penale che contabile: così, non avendo dispositivi, si inizia a parlare di strumenti creativi, come il peperoncino da usare in Calabria.
L’ex sottosegretaria Zampa in una chat con Zaccardi, capo programmazione, esprimeva i suoi timori sui burocrati del ministero, “tragicomici”. Tragicomici come Ruocco, a quanto pare: ma oggi Sandra Zampa preferisce non tornare sul punto.
“Eravamo di fronte a qualcosa di eccezionale .. io penso che abbiamo fatto il meglio, penso che il ministro Speranza debba essere ringraziato.”
Tutti i dirigenti definiti tragicomici sono entrati poi nel CTS, rendendolo di fatto indipendente dalla politica.
Zampa era scettica nell’atteggiamento del governo, nell’atteggiamento di Brusaferro e degli altri alti dirigenti, “sembriamo una classe dirigente allo sbando”, una classe dirigente che ha bisogno di una traduzione di una mail in inglese, che non sa prevedere la crescita dell’infezione del virus, che non è in grado di tracciare i casi di polmoniti anomale.
Non abbiamo fatto meglio o come gli altri paesi: secondo la procura di Bergamo il CTS e il ministero si sarebbe dovuto ascoltare le indizioni date dallo studio Merler, che aveva analizzato i dati dalla Cina e li aveva proiettati sull’Italia, immaginando che saremmo arrivati a 78mila morti in un anno..
Il CTS cerca di applicare lo studio per un piano pandemico, subito declassato perché non applicabile, non avevamo quei posti letto per i ricoveri in terapia intensiva a sufficienza.

Ma oggi il piano pandemico esiste? È realistico?

E il CTS era un organo scientifico a supporto per la politica? Dalle carte emerge che il CTS fosse una foglia di fico: di fatto era un CTS troppo ampio, troppo succube della politica, che decideva a chi mandare le informazioni e a chi no, come racconta oggi l’ex vice ministro Sileri.
La task force
(che come si dicono i due dirigenti Maragnino e D’Amario non sarebbe nemmeno legittima) messa in piedi dal ministro Speranza decide, a febbraio 2020, di non mettere in atto il piano pandemico: fu una scelta condivisa con Speranza che ha scelto di non risponderne a Report.

Mentre l’OMS raccomandava di applicare il piano pandemico, la task force decide di non applicarlo e Silvio Brusaferro ammette di averlo letto solo nel maggio 2020.

I magistrati si sono avvalsi della consulenza di Crisanti, consapevole che il piano pandemico, pur essendo pensato all’influenza, andava bene anche per il covid.
Report è tornata ad intervistare l’ex ricercatore Zambon: il suo report, critico contro il governo per come ha gestito la pandemia, in modo caotico e “torbido”.
Ma oggi il piano pandemico esiste? Esiste ma è solo un piano sanitario, dovrebbe essere un piano interministeriale, non c’è un coordinamento tra i ministeri e le regioni. Non sono stati definiti i compiti e così alla fine a prendere le decisioni sarà il presidente del consiglio di turno – a parlare così è il generale Lunelli.

In base alla perizia di Crisanti, se si fosse applicata la zona rossa subito si sarebbero risparmiati 4000 morti: il governatore Fontana in una lettera nel febbraio 2020 chiede al governo di non applicare altre misure di restrizione, eppure poteva applicarla direttamente lui la zona rossa.
Oggi Fontana rigetta le tesi di Crisanti, definito un “esperto di insetti”, uno che ha fatto una perizia basata su illazioni.
Fontana il 25 febbraio 2020 aveva cercato di rassicurare i cittadini lombardi: il virus è poco più di una influenza normale. Ma dopo 3 giorni lo scienziato Merler comunica alla regione Lombardia le stime in regione: il rischio in regione era il medesimo di Codogno, si poteva chiudere la regione allora come la cittadina nel lodigiano.
A Marzo il dottor Nacoti, dell’ospedale di Bergamo, decide di pubblicare un articolo in cui si mette nero su bianco le impreparazioni negli ospedali, mancavano i posti, i malati arrivavano in condizioni critiche negli ospedali, non c’era nessun monitoraggio preventivo.

L’articolo è un tradimento – dice l’assessore al Welfare in Lombardia Gallera, “questa cosa è gravissima e inqualificabile, una coltellata alla schiena con ripercussioni mondiali, vergognoso ” dice al telefono con Maria Beatrice Stasi.
Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo le cose cambiano in regione: si aveva paura di far emergere la verità, perché turbava lo status quo.

Ancora oggi Nacoti, che ha subito pressioni per quell’articolo, la situazione non è cambiata: i medici che hanno subito la prima ondata non sono stati ascoltati per un debriefing. Tanto è vero che si è arrivati poi alla seconda ondata.

Il 2 marzo c’è una riunione del CTS: il presidente Conte viene avvisato dei dati drammatici, si parla della zona rossa, ma Conte prende tempo. In Lombardia aspettano Roma, non volendo prendere loro la decisione di instaurare la zona rossa, perché, dice Fontana, a Bergamo c’è un piccolo focolaio.
Il 9 marzo del 2020 si prende una decisione: si decide di chiudere il paese perché i dati sono drammatici, tutto il paese è zona rossa.

Dietro la mancata zona rossa non ci sarebbero stati solo errori di valutazione e impreparazione, ma anche strategie politiche come quella rivelata dall’ex funzionaria al Welfare in regione Lombardia Aida Andreassi in quei giorni in prima linea nella task force del Pirellone.
“Ho saputo che Salvini non vuole che la regione prenda posizione. Vuole mettere in difficoltà il governo, gente di m.. ne ho conosciuta tanta, ma come lui mai” – questa una sua telefonata con Niccolò Carretta, consigliere regionale. Avvicinata dal giornalista di Report, anche la dottoressa Andreassi ha preferito non rispondere alle domande.

Salvini prima era favorevole ad un blocco dalla Cina, poi cambia idea, poi parla di creare una zona rossa in tutta Europa: la strategia di Salvini era quella di far cadere la responsabilità delle chiusure non sul presidente della regione ma su Conte.
Né Salvini né la dottoressa Andreassi hanno accettato di rispondere alle domande di Giulio Valesini.
Salvini ha fatto pressioni sulla regione affinché non chiedesse al governo di fare la zona rossa e mettere in difficoltà Conte? C’è stato un gioco politico sulla zona rossa?

Contro questa zona rossa c’erano anche le pressioni degli industriali, come Bonometti: tutti gli imprenditori vedevano le chiusure con terrore. Tra questi il costruttore di Luna Rossa, Pierino Persico, che aveva una importante consegna in autunno. Persico ne parlò con Gori, sindaco di Bergamo, quello dello slogan “Bergamo non si ferma”, che aveva sottostimato il rischio del covid.

La priorità non era la vita delle persone ma l’economia e le attività industriali: si doveva tenere nascosto tutto ai cittadini, che non dovevano sapere della totale impreparazione del paese.

Nel servizio di Valesini si tornerà a parlare ancora dei vaccini: dall’inchiesta di Bergamo emerge infatti che sul contratto dei vaccini Pfizer si navigava nel buio, persino Nicola Magrini il capo di Aifa si infuriò per il contratto con Pfizer perché i dati grezzi non sarebbero stati resi disponibili prima del dicembre 2024 e comprare a scatola chiusa un medicinale per milioni di persone lo riteneva assurdo: il 22 novembre 2020 Magrini scrive in chat a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto dell’ex ministro della salute Speranza) di aver appena ricevuto da un giornalista il testo dell’accordo con la casa farmaceutica

Magrini: “Caro ministro ricevo questo da un giornalista. Lo ritengo molto serio e anche grave. Non credo di poter essere tenuto all’oscuro di queste cose (da Ruocco & Co.)”.

Magrini: “Il protocollo Pfizer infatti recita: ‘I dati saranno messi a disposizione [dei ricercatori che li chiederanno] 24 mesi dopo la conclusione dello studio’ a certe condizioni:
1) tra i ricercatori ci deve essere uno statistico;
2) i dati non potranno essere usati in tribunale (4/n).
Secondo i documenti di registrazione, il completamento del trial è previsto per l’11 dicembre 2022. Quindi, i dati grezzi saranno disponibili a partire dall’11 dicembre 2024. Probabilmente il vaccino sarà già stato somministrato miliardi di persone.”
.
Magrini: “Io non mi faccio prendere in giro su cose come queste”
Zaccardi: “Se è così, grave”.

Magrini: “Ritieni sia normale che i contratti che abbiamo firmato per farmaci e vaccini nessuno li abbia letti? O tu li hai letti?”

Zaccardi: “No, il ministro ha voluto fare da solo. Mandami in sintesi le condizioni ordinarie di questa tipologia di contratti”.

Magrini: “Grazie, capisco meglio ora. No, non vi sono tipologie tipo contratti, ma manco sto capestro che sembra scritto come una presa in giro per analfabeti con l’anello al naso… E sapere chi se ne occupa e come sarebbe il minimo tra di noi del gabinetto ristretto”.

Le più alte autorità sanitarie avevano dubbi su questi contratti e sulla sicurezza dei vaccini, per aver detto queste cose i giornalisti di Report sono stati definiti complottisti. Anche per questo dobbiamo essere grati del lavoro della procura di Bergamo, che ha consentito di ricostruire i fatti così come sono avvenuti sin dal gennaio 2020.
Ma oggi il problema della politica sono i magistrati di Bergamo, che subiranno una ispezione da parte del ministero della giustizia, invocando la riforma Cartabia.

Nessuno deve sapere, né delle carte e nemmeno degli imputati e se dovessero passare i due anni, scatterà l’oblio di stato, sancito dalla riforma del governo Draghi.
Alla faccia della trasparenza, del senso della stato, della giustizia per i morti di Bergamo.

L’OCCHIO DI RIGUARDO di Daniele Autieri

Roma ospedale oftalmico: Report ha raccolto diverse testimonianze di pazienti che si lamentano di ritardi, di operazioni andate male, di lunghe liste di attesa anche in situazioni gravi.

È l’ospedale più antico d’Italia per la cura dell’occhio: dovrebbe garantire la cura a tutti i pazienti che non possono pagarsi le cure, ma i documenti che Report ha visionato, raccontano di corsie particolari per agevolare pazienti privati che danneggiano i pazienti e con operazioni “rubate” da medici privati.

Ci sarebbero dentro l’ospedale due strutture: pazienti che si mettono in lista d’attesa nel pubblico possono attendere mesi mentre pazienti che vanno in lista di attesa con medici che lavorano in intramoenia, hanno l’operazione subito, grazie al santo in paradiso.
Il santo sarebbe il medico che garantisce di avere subito l’operazione: quelli che invece scelgono di seguire le regole, come Stefania, possono invece aspettare mesi per una post operazione per rimuovere l’olio al silicone che serviva per far aderire alla retina.
Stefania si deve rivolgere all’ospedale di Tor Vergata, ma qui si rifiutano di operarla: così la signora è dovuta tornare all’oftalmico, ma in via privata dal primario dell’ospedale. Così ottiene un certificato con cui presentarsi al pronto soccorso e potersi poi operare, indipendentemente dalle liste di attesa.
Il dottor Tambu
rrelli (che opera in regime di intramoenia) di fronte a Report spiega che non si è trattato di una raccomandazione, la paziente poteva essere ricoverata anche senza la sua lettera. Ma forse sarebbe rimasta in lista d’attesa per mesi?

Alla fine Stefania ha subito 4 operazioni, è dovuta andare allo studio di Tamburrelli da privata, pagando di tasca sua: alla fine la signora rischia di perdere l’occhio, non vede più bene dall’occhio destro.
Sono tanti i pazienti che, grazie all’aiutino di un medico in prestazione privata riescono ad operarsi agli occhi saltando la lista d’attesa dell’ospedale romano, come emerge dai colloqui tra le infermiere registrati all’interno della struttura grazie all’inchiesta della procura:

“un’altra paziente è venuta con un foglietto, un pezzetto di carta scritto di suo pugno dalla dottoressa .. cioè ma non si possono fare queste cose. Lo dico, quella ha fatto andare un codice bianco là, l’ha inserito in OBI dai codici bianchi in ambulatorio, l’ha portata in camera operatoria. Ma queste sono cose gravissime ..”

La direttrice dell’area sanitaria invita a fare denunce di questi casi, “ma le verifiche sono un’altra cosa”. L’ex responsabile delle liste di attesa ammette che sono tanti i casi di operazioni di persone che arrivano dal pronto soccorso.
La due diligence della direzione sanitaria ha analizzato la situazione all’oftalmico: le sale operatorie sono sottoutilizzate, molte delle operazioni sono state fatte con chiamate fuori da quelle dell’ospedale, ovvero i pazienti sono stati chiamati da enti esterni, privati.
Chi ha i soldi può superare le liste d’attesa, facendo saltare il principio della sanità pubblica: dentro l’oftalmico pubblico e privato sono vasi comunicanti, ci sono pazienti che vengono rubati dal privato, medici che consigliano di rivolgersi al suo studio privato, cosa che non sarebbe possibile (a meno che nell’ospedale manchino posti).
Questa anomalia è arrivata alla regione Lazio, quando una paziente ha scritto al presidente della regione: le era stato detto “se vuoi l’operazione vai dal privato..”

I Nas stanno indagando sull’ospedale Oftalmico, anche sul lavoro dell’ex responsabile delle liste di attesa.

LA MANZETTA di Walter Molino

Dal primo aprile il codice appalti di Salvini è diventato legge: meno gare, meno controlli sugli appalti. Tutto questo per realizzare le opere in meno tempo: ma la storia dell’ospedale costruito nella Fiera del Levante a Bari racconta una storia diversa, questo ospedale doveva costare 9 ml e alla fine è arrivato a costarne 17ml.
Dietro gli appalti per quest’opera ci sarebbero delle mazzette, scoperte da una indagine della procura di Bari che sta creando grosso imbarazzo in regione e al presidente Emiliano.
Questo ci dice che è meglio farli prima i controlli, sugli appalti: perché alla fine le zone opache e poco trasparenti vengono scoperte dai magistrati. Finché viene loro lasciato indagare, si intende.

09 novembre 2021

Report – i rapporti tra Oms e politica, i soldi della mafia e le tasse dei campioni

Un aggiornamento sulle inchieste fatte sul piano pandemico e sul report dell'Oms ritirato dai vertici dell'organizzazione. Poi un servizio sull'uomo che avrebbe riciclato 500 miliardi di dollari delle mafie: come ha fatto?

Nell'anteprima un servizio su come pagano le tasse (in modo agevolato) i campioni dello sport.

Controlli al campione di Giulia Presutti

I campioni dello sport non sono campioni anche nel pagare le tasse: ci sono quelli che trasferiscono la residenza all'estero (come Fisichella o Max Biaggi) per pagarne di meno e così l'agenzia delle entrate deve fare dei controlli a campione per capire se ci sia una evasione o meno.

A Monaco ha casa anche Berrettini, finalista a Wimbledon: non è solo, tutti i campioni hanno costituito una star company, società a cui sono versati i soldi dei premi o dei gettoni dei tornei e sono tutte società in paesi a fiscalità agevolata.

Lo stato italiano, per capire se siano truffe o meno, deve fare controlli a campione ai campioni, considerati a volte come emblema del made in Italy, una presa in giro per le persone che questi giochetti, col fisco, non li possono fare.

Quella di Berrettini si chiama Asmat di cui è anche amministratore: con questo sistema gli sportivi possono alleggerire le aliquote fiscali che pagano, perché attraverso queste società che incassano i montepremi possono scaricarsi maggiori costi e dunque fanno figurare la star come fosse più “povero”.

Nella sede della società di Berrettini non c'è un ufficio preposto a curarne gli interessi, anzi nel palazzo di lusso in centro a Monaco sono presenti in un solo piano decine di società analoghe.

Qui, racconta una segretaria, le star dello sport non hanno mai messo piede, le persone vengono a prendere la posta e via.

Lo sportivo ha scelto di non rispondere alle domande della giornalista, le telecamere di Report lo hanno messo in allarme: se è tutto regolare, come mai questo sottrarsi ai giornalisti? E come mai ha scelto di contribuire poco con le sue tasse al nostro paese, preferendo Monaco?

Anche nel mondo della Formula 1 le cose funzionano in modo simile, con la differenza che le scuderie possono pagare le tasse agendo come sostituto di imposta.

I loro compensi sono tassati nel luogo dove si svolge la gara, questo dice la legge: anche se hai la sede a Monaco, come l'aveva il pilota Fisichella, per gli eventi in Italia si dovrebbero pagare le tasse in Italia.

Ma ci sono scuderie che hanno esternalizzato questa attività all'estero, per gestire i contratti dei loro piloti. Per esempio, intervistando il commercialista De Santis la giornalista scopre che un pilota Ferrari ha rapporti con una società che si chiama GSA.

Ma le ritenute in Italia non sono pagate, perché si tratta di una società svizzera, controllata al 100% da Ferrari SPA, anche qui una bella convenienza fiscale.

Come per i tennisti con casa a Monaco, anche alla GSA (società con dieci dipendenti, con grande liquidità a disposizione), commercialisti e avvocati hanno poca voglia di parlare con Report, di spiegare cosa faccia questa GSA, che rapporti abbia con Ferrari.

“Perché gli italiani vanno in Svizzera, non perché fanno bene il cioccolato” è il commento ironico del consulente di Report in questioni fiscali Bellavia.

Oggi, spiega Ferrari in risposta a Report, i contratti dei piloti sono gestiti dalla Ferrari stessa.

Il grande schema (il riciclatore autonomo) di Giorgio Mottola

Oggi le mafie italiane sono ricche come mai nella loro storia: nonostante le confische dello stato, non si scalfisce il vero patrimonio. Si recupera solo poco, il 2%, spiega Gratteri, non esiste una rete europea per combattere il riciclaggio.

Gli investigatori e i pm calabresi si sono messi sulle piste di un imprenditore calabrese, che avrebbe in gestione fondi per 500 miliardi (due volte il PNRR), Roberto Recordare, secondo l'accusa, soldi delle mafie.

Il suo era un nome che non era mai uscito, né sui giornali, né nei lavori dei magistrati, un imprenditore con un profilo basso.

Nelle intercettazioni si parla di servizi, di equilibri da sconquassare a livello mondiale: Giorgio Mottola è andato ad intervistarlo nel suo ufficio, pieno dei quadri dipinti dallo stesso imprenditore. Recordare è un personaggio particolare, anche simpatico, uno che la ndrangheta non la vede (a Palmi, dove vive) e che invece denuncia la pressione dei magistrati, il sopruso dei magistrati.

Recordare si considera un riciclatore autonomo: sul suo computer si trovano documenti che parlano di fondi per miliardi, cifre enormi per noi comuni mortali, ma non per le banche centrali, come quella degli Emirati.

Un privato non potrebbe gestire questi fondi attraverso queste banche centrali, a meno che non ci siano accordi: Recordare era in contatto con le banche centrali di paesi extra europei, soprattutto asiatici e aveva rapporti anche con personaggi di alto livello che lo aiutavano a muovere il denaro di provenienza ignota.

Come il titolo su un conto a Dubai da 36 miliardi, il cui documento era sul suo cellulare: di chi erano o sono i soldi?

Se sono fondi illeciti, andate a prenderli – è la risposta di Recordare: ma chi è questa persona, un grande truffatore o un grande riciclatore?

Mottola ha incontrato un imprenditore in opere d'arte, proprietario del documento del titolo da 500ml: si chiama Maurizio Contessa ed è un commerciante d'arte, che avrebbe trovato questi titoli da milioni dentro una intercapedine del muro di casa, dentro una valigetta del padre.

Il padre lavorava nel casinò di Montecarlo negli anni '80, dove prestava soldi ai giocatori facoltosi: è stato ucciso nel 1989 nel corso di una rapina, in auto.

Come faceva ad avere quei soldi, quei documenti con tanti soldi? Contessa si è rivolto a Recordare, affidandogli un documento da 500 ml, passando per un faccendiere coinvolto in diverse inchieste delle procure.

Recordare, nelle intercettazioni, parla con boss come Carmelo Gagliostro: parlano di movimenti di denaro, ma di quale provenienza? Sono i soldi della cosca Gagliostro?

Recordare ha incontrato due personaggi, legati al clan Santapaola, attraversando lo stretto: al telefono con loro parla di soldi che si “puliscono” attraversando paesi stranieri, come il Tagikistan.

Soldi in contanti che si spostano in più banche e che poi si integrano nell'economia lecita, in territorio europeo (diventando puliti), dopo aver girato il mondo, Afghanistan, Pakistan, Tagikistan fino alla Malesia.

Stiamo parlando di un riciclaggio di un altro livello: i paesi islamici danno garanzie a chi ricicla ancora più alte, per chi volesse ficcare il naso dentro le loro banche.

In un'altra intercettazione si parla di un conto in Liechtenstein, del senatore Renzi, prima del suo arrivo a palazzo Chigi: un conto aperto dalle persone che avrebbero favorito la sua ascesa alla presidenza del consiglio, circostanza smentita dal senatore.

Ma in questa storia si incontrano personaggi morti e poi resuscitati, come il signor Dimitri V., titolare di un fondo da 1 miliardo di dollari con sede a Cipro: miracolo? No, la foto di questa persona sul passaporto ricorda quella di Roberto Recordare, un imprenditore italiano al centro del servizio di Mottola.

Nonostante questo Dimitri V. sia morto da 30 anni l'agenzia delle entrate gli assegna nel 2017 un codice fiscale con cui delega al signor Recordare la gestione del suo fondo da 1 miliardo di dollari.

Nell'intervista, il signor Recordare nega inizialmente di aver mai conosciuto questo Dimitri, per poi cambiare versione e spiegare che sì, quello sulla foto del passaporto è lui, ma è tutto regolare, perché “la stessa persona può avere in giro nel mondo identità diverse.”

L'inchiesta di Recordare è stata in parte bruciata per un errore fatto in tribunale a Reggio: il cd con tutti gli atti dell'indagine è stato allegato ad un processo, il pm non lo aveva chiesto perché dovevano rimanere segreti. Così l'indagine è stata danneggiata perché quegli atti, nel CD, sono ora pubblici.

Come ha fatto Recordare ad operare nelle banche di questi paesi islamici, come la banca del Tagikistan, dove l'occhio di chi vuole controllare questi soldi ha difficoltà ad entrare?

La resa dei conti di Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini

Quello tra il giornalista Valesini e il dirigente dell'Oms è un duello rusticano: farebbe anche ridere, se non ci fosse di messo una pandemia, le migliaia di morti dello scorso anno quando questo paese si è fatto trovare impreparato.

Oggi Ranieri Guerra non è più all'Oms, non può più essere foglia di fico per il nostro governo, per coprirne le magagne, per coprirne le responsabilità.

Come ex DG del ministero della Salute avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico ed è lo stesso Guerra ad aver fatto pressioni al ricercatore Zambon affinché modificasse il suo rapporto, dove si criticavano le scelte e le mosse del governo lo scorso anno, definite approssimative.

Ma il documento incriminato è stato ritirato solo dall'Oms o il governo italiano ha fatto pressioni sull'organizzazione?

Il documento di Zambon stava mettendo in crisi i rapporti tra Oms e la Cina, per un paragrafo dove parlava dell'origine del virus (quel virus somigliava alla Sars, circostanza che era stata negata dai cinesi), ma anche i rapporti tra Oms e l'Italia.

Così, per la riscrittura di alcune parti era stato tolto da web, per essere poi ripubblicato, con le correzioni suggerite da Oms al ricercatore, cosa che non è poi mai avvenuta.

Report ha scoperto che era stato letto anche da Speranza e da Brusaferro (presidente dell'ISS): secondo Brusaferro quel report sarebbe un incidente diplomatico, perché l'Italia è un finanziatore dell'Oms: non si può negoziare un report, non si negoziano i contenuti, a questo serve un'organizzazione come l'Oms.

L'Istituto Superiore della Sanità analizzò il documento e relazionò Brusaferro, che poi arrivò a Speranza che dice “con Kluge sarò durissimo”.

Così Oms bloccò la pubblicazione del documento i cui contenuti sarebbero dovuti essere rivisti assieme tra Oms, Iss e governo, alla faccia dell'indipendenza.

“Abbiamo bisogno che il ministro sia felice”, scrive Kluge (responsabile Oms in Europa), dopo aver parlato col ministro, a Zambon.

Felice nel senso che l'Italia stava finanziando l'Oms e quel rapporto poteva incrinare il rapporto col nostro paese. Gli italiani, forse, sentendo questa storia, saranno meno felici.

Un ruolo importante nella storia del rapporto dell'Oms di Zambon lo ha l'ex direttore Aifa Mantoan, chiamato da Kluge per mediare col ministro.

Altre correzioni al rapporto Zambon sono state fatte dalla responsabile relazione esterne Cristiana Salvi: “io correggevo lo stile” ha spiegato la Salvi, era un rapporto non corretto come stile di comunicazione.

Eppure il rapporto era stato approvato per la pubblicazione, il giorno 11 maggio, tutte le revisioni erano già state fatte: “Zambon ha costruito un caso sul nulla” spiega al giornalista di Report.

Qual era il motivo di quelle revisioni? Erano solo correzioni dello stile o anche dei contenuti: i passaggi incriminati riguardavano le infezioni dei medici, all'inizio, il fatto che al paziente zero non fosse stato fatto il tampone.

Il rapporto di Zambon era stato approvato dal comitato centrale in Svizzera e non era tenuto ad avvisare prima della sua pubblicazione il nostro governo.

E' Report che sta sposando una sua teoria, disinformando, oppure attorno a questo rapporto, al piano pandemico mai scattato, ci sono state pressioni politiche che non hanno giovato alla lotta contro la pandemia.

A Report nessuno parla niente su questo punto, tutti si trincerano dietro il riserbo per l'indagine della magistratura di Bergamo che sta indagando sul focolaio a Bergamo, in Val Seriana e sulla scelta di riaprire l'ospedale di Alzano, dopo i primi casi.

Eravamo il quarto paese per mortalità, se avessimo applicato il piano pandemico (indirizzato per l'influenza) anche se vecchio e non aggiornato dal 2006, avremmo salvato vite umane? Perché il ministero non lo ha messo in atto?

Report ha aggiunto un altro tassello alla mancanza della chiusura delle zone rosse in Lombardia: ad inizio marzo la regione lanciava un sos all'Oms, chiedendo un supporto per chiudere la regione, un altra foglia di fico.

C'è stata una telefonata da parte del dottor Caiazzo al dottor Kluge, affinché quest'ultimo chiedesse poi al governo di chiudere la regione Lombardia, ma l'Oms rispose che si doveva discutere, per non entrare in “beghe interne della politica italiana” - racconta lo stesso Zambon.

La proiezione di Caiazzo era la stesa di Merler, ricercatore della fondazione Kessler: duemila persone in terapia intensiva a fine marzo, un valore che la Lombardia non avrebbe potuto reggere.

Ma l'Oms non aiuta la regione Lombardia, in mano a partiti diversi da quello dell'allora governo: chi pagherà per queste scelte?

Di certo non pagherà la politica, che ha scelto di bloccare la commissione di inchiesta a quanto successo fino al 30 gennaio. Tutto quello che è accaduto dopo non interessa, alla politica italiana.

Commissione con primo firmatario un leghista, ma che ha avuto un grande appoggio da tutti i partiti, compreso il m5s e il pd. Tutti hanno qualcosa da coprire sui fatti dello scorso anno, per la pandemia?

E' stato tolto il riferimento all'Oms grazie ad un emendamento di un politico di LEU, stesso partito di Speranza.

E vissero tutti felici e contenti, in Italia e anche nell'Oms, che verrà guidato ancora da Thedros, presente al G20 della salute a Roma, con tanto di cena pagata da noi.

E i vaccini per i paesi poveri?

E i parenti delle vittime?

E cosa faremo alla prossima pandemia?

08 novembre 2021

Anteprima inchieste di Report – il report dell'Oms, il grande riciclatore e i campioni dello sport

Chissà se anche la puntata di questa sera susciterà le stesse reazioni censorie (oltre che le giuste critiche come ogni servizio giornalistico) come quella della scorsa settimana sulla terza dose?

Gli argomenti, almeno sulla carta, riguardano temi molto tabù: il report dei ricercatori veneziani dell'Oms ritirato perché critico contro l'azione del governo italiano (e i rapporti opachi tra l'organizzazione e le istituzioni italiane).

Il sistema di riciclaggio dei soldi della ndrangheta (eh, ma vuoi mettere i furbetti del reddito di cittadinanza?), la nuova cupola mafiosa in cui fanno parte anche massoni e politici e infine le tasse che i campioni dello sport dovrebbero pagare.

I giochi politici attorno alla pandemia

Oramai, a parte Report, Presadiretta e la procura di Bergamo, chi altri si ricorda di quel piano pandemico che l'Italia, mentendo all'Europa, non ha aggiornato per anni e che nemmeno ha usato ad inizio pandemia, lo scorso anno?

E chi ancora a voglia di aprire il capitolo dei rapporti opachi tra le istituzioni italiane e Oms, un organo di garanzia sovranazionale che non dovrebbe fare favori a nessuno?

Eppure fare luce su quei primi mesi della pandemia in Italia consentirebbe di chiarire le responsabilità (a meno di non voler far passare l'idea che sia stato solo un caso) ed evitare altre morti al prossimo giro. I virus non aspettano altro.

Il servizio di Cataldo Ciccolella e Giulio Valesini riparte da qui: il piano pandemico, il rapporto dei ricercatori di Venezia ritirato perché avrebbe creato imbarazzo al governo italiano, le telefonate e i messaggi tra Ranieri Guerra ed esponenti delle istituzioni italiane.

Aggiungendo altri tasselli: come la telefonata, ai primi di marzo, prima che il governo Conte decidesse di mettere in lockdown il paese, tra regione Lombardia e Oms, tra i presenti Luigi Caiazzo braccio destro dell'assessore al welfare Gallera e Hans Kluge, capo dell'Oms in Europa.

In questa telefonata la regione cercava una pezza politica dall'Oms invocando un loro intervento per far chiudere la regione, non avendo messo in piedi nessuna misura restrittiva chiedeva all'organizzazione, “anche loro avevano bisogno di una foglia di fico”, citando l'espressione usata da Ranieri Guerra.

Anche Massimo Zambon, il “pesce piccolo” come si definisce nel suo libro, ha assistito a questa telefonata: “il dottor Caiazzo chiese aiuto ad Hans Kluge dicendo che la situazione in Lombardia era critica, c'erano delle proiezioni che dicevano che se la situazione fosse andata avanti in quel modo, al 26 marzo ci sarebbero stati 20mila casi, con 2000 pazienti in terapia intensiva, per cui loro non avevano alcuna capacità in TI. Il dottor Caiazzo fece una richiesta molto esplicita a Kluge chiedendo supporto a chiudere la regione Lombardia.”

Caiazzo chiede a Kluge, agenzia tecnica, di parlare col governo per chiudere i confini e adottare misure restrittive sul modello di quanto si stava facendo in Cina.

Duemila persone in terapia intensiva era l'elaborazione che già il 4 marzo era stata fatta da Stefano Merler, autore degli scenari per il piano segreto del governo e da Danilo Cereda in regione Lombardia: una catastrofe annunciata, per giorni dopo questi scenari non sono stati presi provvedimenti né in regione né dal governo.

Dallo scambio di mail tra OMS e regione emerge che la preoccupazione dell'organizzazione era non turbare l'armonia col governo più che tutelare la salute dei cittadini lombardi.

Zambon aggiunge che anche il ministro Speranza, ad inizio marzo, chiede supporto politico a Kluge, per le sue scelte. Come mai questo doppio atteggiamento con regione e governo?



“I panni sporchi si lavano in casa” - il monito del responsabile della compliance dell'OMS Andreas Mlitzke durante una riunione interna: ma poi questi panni vanno lavati, per evitare zone grigie ed accuse: perché le denunce interne fatte da personale OMS, come quella di Zambon (o come altre su casi di violenza in Congo durante la crisi dell'Ebola), non hanno fino ad oggi portato ad indagini degli organismi di vigilanza interni.

Sul Fatto Quotidiano è un'uscita una anteprima del servizio:

Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella di Report tornano anche sul piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e sul rapporto dell’Oms che definiva “caotica” e “improvvisata” la risposta italiana alla prima ondata, pubblicato e ritirato in poche ore il 14 maggio 2020. Alcune chat tra il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e il ministro Roberto Speranza portano a ipotizzare un ruolo di quest’ultimo nella mancata ripubblicazione. “Con Kluge sarò durissimo”, annunciava Speranza, indispettito perché il governo non era stato informato della pubblicazione, riferendosi al direttore europeo dell’Oms, il tedesco Hans Kluge. E poco dopo: “Mi ha chiamato Kluge. Si è scusato. Ha confermato che lo ha ritirato e che si propone di discuterlo con noi”.

La scheda del servizio: La resa dei conti di Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini con la collaborazione di Eleonora Zocca e Norma Ferrara

Report torna sull'inchiesta che ha fatto il giro del mondo: la soppressione del dossier sulla gestione della pandemia in Italia, frutto del lavoro dei ricercatori Oms della sede di Venezia. Il rapporto denunciava l'esistenza in Italia di un piano pandemico vecchio, datato 2006, e mai aggiornato, ma denunciava anche le bugie della Cina sui primi contagi e gli errori della stessa Organizzazione mondiale della sanità. Per questo andava riscritto o fatto morire. Attraverso materiali inediti Report può rivelare tutta la catena di eventi che ha portato a silenziare il lavoro di Francesco Zambon, responsabile del dossier ritirato e mai più ripubblicato. Più che motivazioni scientifiche si è trattato di un vero intrigo internazionale. Inoltre sarà trasmesso un video esclusivo in cui un funzionario di primo livello dell'organizzazione di Ginevra dice che se ci sono problemi non bisogna andare a parlare coi giornalisti, perché i panni sporchi si lavano in casa. Infine, mentre i pm di Bergamo indagano anche sulla mancata applicazione del piano pandemico, gli inviati di Report sono andati a curiosare dietro le quinte della Commissione d'inchiesta parlamentare che dovrebbe indagare sul Covid-19. E hanno scoperto insospettabili accordi tra destra e sinistra per limitare l'ambito di indagine.

I soldi e il potere delle (nuove) mafie

Un uomo solo avrebbe riciclato 500 miliardi per la mafia, camorra e ndrangheta: Giorgio Mottola ha incontrato quest'uomo, Roberto Recordare, nel suo studio, dove il giudice Gratteri viene raffigurato in un quadro con le corna, perché emblema di una magistratura mafiosa.

Secondo gli investigatori questa persona avrebbe messo in piedi uno schema di riciclaggio per conto delle mafie, italiane o anche straniere: ma potrebbero anche essere soldi di provenienza diversa, di altre mafie o di altri, “perché sono calabrese sono ndranghetista?” prova a difendersi Recordare, “se faccio un reato, voglio farlo a nome mio.”

Recordare è un riciclatore autonomo, dunque, proprietario di titoli come quello da 36 miliardi di dollari, certificato da una banca danese e che fanno riferimento ad un fondo negli Emirati Arabi.

Di chi sono questi soldi? “Se sono illeciti, andate a prenderli” è la risposta dell'imprenditore.

Ma in questa storia si incontrano personaggi morti e poi resuscitati, come il signor Dimitri V., titolare di un fondo da 1 miliardo di dollari con sede a Cipro: miracolo? No, la foto di questa persona sul passaporto ricorda quella di Roberto Recordare, un imprenditore italiano al centro del servizio di Mottola.

Nonostante questo Dimitri V. sia morto da 30 anni l'agenzia delle entrate gli assegna nel 2017 un codice fiscale con cui delega al signor Recordare la gestione del suo fondo da 1 miliardo.

Nell'intervista, il signor Recordare nega inizialmente di aver mai conosciuto questo Dimitri, per poi cambiare versione e spiegare che sì, quello sulla foto del passaporto è lui, ma è tutto regolare, perché “la stessa persona può avere in giro nel mondo identità diverse.”

Il servizio di Mottola racconterà di come la ndrangheta abbia cambiato pelle, una prima volta, a seguito di un incontro su una montagna in Aspromonte, Montalto, nel 1969, raccontato a Report da uno dei presenti. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

Nel summit di Montalto la ndrangheta non stringe un accordo organico solo con l'estrema destra, come emerso nelle indagini sul Golpe Borghese c'è un terzo protagonista che ha avuto un ruolo importante di regia dell'operazione, la Loggia Propaganda 2 di Licio Gelli.

La scheda del servizio: Il grande schema di Giorgio Mottola con la collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi

Dove finiscono i soldi delle mafie? Report ha provato a cercare una risposta entrando nella storia di un imprenditore calabrese che potrebbe aver riciclato circa 500 miliardi di dollari per conto di 'ndrangheta, Cosa nostra e del clan dei Casalesi. Potrebbe essere lo schema di riciclaggio più imponente della storia italiana. Secondo gli investigatori, l'imprenditore aveva creato una rete che andava da Cipro alla Malaysia, passando per Tagikistan, Pakistan, Dubai e Afghanistan. Sul suo computer le forze dell'ordine hanno trovato decine di passaporti falsi e documenti che attestavano la gestione diretta di investimenti finanziari per quasi 40 miliardi di euro. In esclusiva Report è riuscito a intervistare il presunto riciclatore, che ha spiegato i meccanismi della finanza internazionale con cui è possibile movimentare somme di denaro colossali. Si va dai templari ai broker internazionali, con sullo sfondo i rapporti con gli esponenti dell'ala finanziaria di alcuni tra i clan di mafia più potenti in Italia. L'imprenditore è stato intercettato e pedinato per quasi un anno e le sue operazioni finanziarie restituiscono un racconto completamente inedito di come le mafie riciclano i soldi, degli uomini che li fanno circolare, di chi li incassa e di chi finisce, senza saperlo, per usare gli stessi canali dei clan per muovere il proprio denaro. Una storia in grado di ridisegnare lo schema del riciclaggio dei soldi che partono dal nostro paese e fanno il giro del mondo.

Le tasse dei campioni

Come e dove pagano le tasse i campioni dello sport italiano?

Il servizio Giulia Presutti spiegherà come non sempre i campioni italiani siano anche campioni nel fisco: Matteo Berrettini ha costituito una società nel Principato di Monaco che incassa al posto suo i proventi dell'attività tennistica, ACEMAT SARL, una sorta di interposizione tra il tennista e chi lo paga, una tecnica usata per sfruttare i diversi criteri di tassazione del reddito di impresa, rispetto alla tassazione del reddito della persona.

Queste società, chiamate star company, dovrebbero pagare le tasse nei paesi in cui la star incassa il compenso ma in realtà servono anche ad alleggerire la scure fiscale sugli sportivi perché ovunque la SARL ha aliquote più basse della persona fisica.

Il docente di antiriciclaggio Ranieri Razzante aggiunge che “il compenso grosso da un torneo viene tassato di meno se lo fattura la società, perché in genere l'aliquota è più bassa, effettivamente va a pagare di meno perché si scarica più costi. Perché io sportivo da solo mi posso scaricare solo la mia tuta, una spesa irrisoria rispetto al mio guadagno, la società si scarica la sede, la luce, il gas, il telefono ..”.

Dove sta il vantaggio?

I soldi del torneo vengono in parte girati alla società, come compenso per gli amministratori (ovvero la star stessa, come Berrettini), con cui poi ci si scarica i costi e così dal punto di vista fiscale il ricavo risultante è inferiore, così da far figurare lo sportivo “più povero”.

In Austria ad ottobre si sono disputati gli Open dove Berrettini era testa di serie: il torneo e gli allenamenti sono blindati poiché il manager ha vietato l'intervista a Report, perfino i suoi autisti sono stati “brieffati” per non dare informazioni alla giornalista.

Nella sede della società di Berrettini non c'è un ufficio preposto a curarne gli interessi, anzi nel palazzo di lusso in centro a Monaco sono presenti in un solo piano decine di società analoghe.

Qui, racconta una segretaria, le star dello sport non hanno mai messo piede, le persone vengono a prendere la posta e via

La scheda del servizio: Controlli al campione di Giulia Presutti

Tra gli atleti italiani, molti hanno scelto di non vivere più in patria. Il Principato di Monaco e la Svizzera sono le mete preferite per chi sposta la residenza fiscale. Si tratta in genere di tennisti, come i numeri 9 e 7 mondiali Jannik Sinner e Matteo Berrettini, e di piloti di Formula 1 e Moto GP. Girano il mondo tutto l'anno per competizioni e tornei, perciò la normativa internazionale impone loro di pagare le tasse in tutti i paesi nei quali competono e producono reddito. In Italia è chi eroga il compenso, l'organizzatore del torneo o la casa automobilistica, a trattenere le imposte dovute al fisco. Ma è sempre così? Alcune scuderie di Formula 1 hanno deciso di utilizzare società estere per fare i contratti ai piloti. Con qualche vantaggio fiscale...

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


23 ottobre 2021

Anteprima Presadiretta – il virus perfetto

Ultima puntata di questa stagione 2021 per Presadiretta dedicata alle origini del virus: è solo passato un anno dal lockdown, dalle bare per i morti di Bergamo portate via dai camion militari e, soprattutto, dalle prime settimane della pandemia, quando ancora non era chiaro di cosa stessimo parlando (è poco più di una influenza, Milano non si ferma..). E' passato solo un anno e in molti non vedono l'ora di mettersi tutto alla spalle: ma quello che non possiamo dimenticare è l'impreparazione nella gestione della pandemia, la dipendenza con paesi dell'est asiatico per l'approvvigionamento di mascherine e altri materiali, e l'assenza di un piano pandemico nazionale e anche a livello regionale.

Presadiretta, nel servizio di Lisa Iotti e Francesca Nava, si porrà alcune domande su questo virus: come mai a quasi due anni dalla pandemia che che ha fatto quasi 5 milioni di morti nel mondo, ha messo in ginocchio il mondo intero e non è ancora finita, non sappiamo ancora come si sia originato il virus chiamato Sars-Cov?

Il servizio mostrerà come le autorità cinesi hanno fatto di tutto per tenerci all'oscuro, hanno impedito alla speciale commissione dell'Oms che nel febbraio di quest'anno doveva indagare sulle origini del virus, di accedere ai loro dati grezzi, facendo di fatto fallire l'indagine internazionale.

Colin Butler – professore di epidemiologia all'Australian National University: “è stata fatta un'indagine farsa, un esercizio di propaganda politica, che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'Oms nel futuro”.

I giornalisti di Presadiretta hanno anche scoperto che i ricercatori cinesi hanno cancellato dai loro database 22mila sequenze di coronavirus, hanno negato che a Wuhan (la città da cui è partita la pandemia) si facessero esperimenti con virus dei pipistrelli.

Non solo, queste ricerche sui virus si facevano in laboratori dove si lavorava senza scafandri e in stanze non pressurizzate: lo si è scoperto da una tesi scovata da un giornalista di inchiesta indipendente, dove si parla di laboratori di livello BSL2, un livello troppo basso dove l'unica protezione è costituita dai guanti.

Ed ora – racconta Iacona nell'anteprima – persino l'OMS pensa che l'ipotesi di un incidente di laboratorio possa essere la causa della pandemia.

Queste le parole del direttore Tedros Ghebreyesus: “io ho lavorato in laboratorio e so che gli incidenti accadono, abbiamo bisogno di informazioni, informazioni dirette su quale fosse la situazione di questo laboratorio prima e all'inizio della pandemia.”

Solo dopo un anno siamo venuti a conoscenza di un incidente in un laboratorio di Pechino dove si stavano facendo ricerche sul nuovo coronavirus e lo siamo venuti a sapere soltanto per caso: da uno scambio di mail col professore Shan-Lu.

Ma Presadiretta ha una sua notizia in esclusiva è che le ricerche in Cina si facevano anche coi finanziamenti pubblici americani (arrivati all'organizzazione Eco Health Alliance guidata da Peter Daszak, uno degli zoologi più in vista che partecipò alla prima ispezione dell’Oms a Wuhan.

Forse erano finanziamenti per fare in Cina esperimenti sull'aumento della contagiosità dei virus che negli Stati Uniti fino al 2017 erano vietati? – si chiede Presadiretta

Scrive in un'anticipazione del Corriere

Dai documenti derubricati di recente risulta che Daszak avrebbe veicolato in Cina 3,7 milioni di dollari di fondi ottenuti dal governo Usa dal 2014 al 2020. Ma Daszak era anche a capo della Commissione della rivista Lancet sull’origine del virus. Quella stessa rivista pubblicò nel febbraio 2020 una lettera di un gruppo di scienziati che sosteneva la genesi naturale del Covid. Daszak si è dovuto dimettere prima dell’estate per il sospetto di un grave conflitto di interesse: da una parte passava soldi pubblici ai laboratori di Wuhan; dall’altra avrebbe dovuto indagare con rigore sugli esperimenti condotti in quello stesso istituto.

 

Il servizio farà anche il punto sulle indagini della magistratura di Bergamo sulla risposta italiana alla prima ondata della pandemia: il piano pandemico non aggiornato e comunque non attuato, la mancata zona rossa nella Val Seriana, le decisioni prese dal governo nazionale e dalle regioni. Quanto abbiamo pagato, in termini di malati e morti, tutto questo?

I parenti delle vittime del covid vogliono chiederne conto alla politica: “questi familiari che vengono qua [alle udienze del processo] a dimostrare che anche la politica in qualche caso ha ucciso più del virus” racconta la coordinatrice del team legale dei familiari delle vittime Consuelo Locati.

Era una pandemia che potevamo prevedere?

Secondo Nicoletta Dentico – direttrice del programma salute globale – non c'era pandemia più prevedibile, “non è colpa del virus se ha trovato una prateria di incompetenza, di impreparazione davanti a sé, nella quale ha attecchito facilmente.”

Un piano pandemico aggiornato avrebbe potuto attutire notevolmente l'impatto di questa pandemia – è l'opinione di Donato Greco, epidemiologo e membro del CTS: “quante esercitazioni sono state fatte negli ultimi quindici anni, quanta gente era pronta ad aprire mille posti letto in più.”

Proprio sul piano pandemico sta indagando la procura di Bergamo: davanti al tribunale civile di Roma 500 persone che hanno perso familiari durante la pandemia hanno citato in giudizio le più alte istituzioni dello Stato.

A Presadiretta raccontano perché questa scelta: “Le istituzioni dovrebbero essere dalla parte del cittadino e invece avere scoperto che il piano pandemico non era aggiornato dal 2006, aver assistito all'impossibilità di poter acquistare delle mascherine, siamo entrati in una guerra senza verificare quello che avevamo come munizioni.”

Presadiretta ha intervistato il direttore del dipartimento di microbiologia di Padova Andrea Crisanti, autore di una perizia per la procura di Bergamo (di cui è consulente tecnico) che sta indagando sulla gestione italiana alla pandemia e sull'ecatombe in Val Seriana: “io lo definirei un disastro” racconta a Presadiretta “secondo i nostri calcoli il 23 febbraio all'interno dell'ospedale di Alzano c'erano circa 70-75 persone già infette. La Lombardia non aveva i tamponi i quanto meno dicono di non avere i tamponi, ma la diagnosi di covid non si fa solo col tampone. La TAC, in combinazione con il quadro clinico avrebbe fornito un elemento importantissimo per fare una diagnosi presuntiva. E' mancata una indicazione per capire quello che stava succedendo in ospedale. Si sarebbero potuto rendere conto che stavano praticamente seduti su una bomba.”

Dall'anticipazione che trovate sul Fatto quotidiano:

Al centro della perizia, che verrà consegnata entro dicembre, ci sono gli studi e i calcoli matematici che dovranno fornire delle risposte ai quesiti dei magistrati bergamaschi su quanto avvenuto all’interno dell’ospedale di Alzano Lombardo (chiuso solo per poche ore il 23 febbraio 2020), sulle conseguenze e l’impatto della mancata zona rossa in Val Seriana e della mancata attuazione del piano pandemico nazionale, il cui aggiornamento era fermo al 2006. Con interviste e documenti esclusivi, lo speciale di PresaDiretta affronterà anche le altre ombre della pandemia ripercorrendo l’intera catena di comando che ha portato alle decisioni prese da Governo e Regioni nelle prime settimane dell’emergenza Covid, con un focus particolare sui piani pandemici regionali.

In tutti questi mesi la Cina ha testato più di 80mila campioni di animali nella città di Wuhan e nel resto del paese e più della metà di questi erano presi da animali selvatici ma in essi non hanno trovato alcuna traccia di Sars-Cov2. Lo stesso è stato fatto per i pipistrelli: decine di migliaia di test in tutta la provincia di Hubei dove si trova Wuhan e nessuno di loro aveva virus simili a Sars-Cov2.

Alina Chan è una Biologa Molecolare all'università di Boston: “hanno campionato i fornitori di animali che vendevano gli animali al mercato e non hanno trovato niente, chiaramente a volerci fidare delle parole della Cina.”

L'unica certezza che abbiamo in tutta questa storia piega di buchi neri – spiega la giornalista Francesca Nava – è che non c'erano pangolini o pipistrelli al mercato di Wuhan al contrario di quello che si è detto per mesi.

“Per cultura i cinesi non mangiano pipistrelli” racconta lo zoologo Chris Newman di Oxford - “quindi non ci saremmo aspettati di vederli in un mercato alimentare e anche i pangolini, che all'inizio erano sospettati di essere potenziali vettori, non erano in vendita in nessun mercato della città.”

I pipistrelli non erano nel mercato del pesce ma erano nei laboratori dell'istituto di virologia, il team di Wuhan è il solo al mondo ad essere riuscito ad allevarli in cattività allo scopo di creare un nuovo modello sperimentale per la ricerca scientifica.

Perché l'ipotesi che il virus potesse essere uscito da questi laboratori è stata messa subito da parte in favore dello spillover naturale?

Esistono dei conflitti di interesse nella comunità scientifica internazionale sulla ricerca per le origini del virus (ovvero, ci sono ricercatori che hanno paura che che la politica limiti le loro ricerche e i finanziamenti per i loro lavori)?

Cosa c'è dietro la guerra fretta tra Cina e Stati Uniti su quest'ultimo punto?

13 aprile 2021

Report – il rapporto dell'OMS, la corruzione in Vaticano

Il piano pandemico censurato, la corruzione in Vaticano e il vaccino SputnikV, questi gli argomenti della prima puntata di Report.

Le chat di Ranieri Guerra che smentiscono l'ex dirigente del ministero della Salute, le pressioni per censurare il report dell'OMS ci sono state: quel report criticava l'assenza di un piano aggiornato e il caos dei primi giorni.

I somarelli di Venezia di Giulio Valesini

Ranieri Guerra racconta nelle chat di aver contattato il dirigente europeo Hans Kluge e di aver poi chiesto scusa al ministero.

Ora Ranieri Guerra è indagato a Bergamo, per aver mentito ai magistrati, per il piano pandemico inadeguato, che forse se fosse stato aggiornato avrebbe salvato molte vite nella prima ondata: un intrigo internazionale che parte da Ranieri Guerra, arriva a Copenaghen e tocca anche dirigenti del ministero della Salute e un ex presidente del Consiglio.

Il ministero ha avuto un atteggiamento reticente, ha ammesso la procuratrice capo di Bergamo, mentre l'OMS ha cercato addirittura di bloccare e controllare l'operato della procura. Come se fosse lesa maestà l'indagine di Bergamo sulla strage e sul report redatto da Zambon e dai ricercatori di Venezia.

Non avevamo dispositivi a sufficienza, posti in terapia, nessun protocollo certo per una pandemia: ma l'OMS e Ranieri Guerra era preoccupato per il risvolto politico di quel report dell'OMS, perché avrebbe potuto irritare il ministro Speranza.

Ranieri Guerra avrebbe contattato il capo segreteria di Speranza e il direttore dell'ISS Brusaferro: nelle chat Zambon e i ricercatori sono chiamati somarelli da Ranieri Guerra.

E Speranza che ruolo ha avuto? Secondo Zambon, il ministro e i suoi dirigenti sapevano del rapporto e delle pressioni per censurarlo.

MA c'è dell'altro: l'Italia aveva dato all'OMS dei dati falsi sulla pandemia lo scorso anno, andava tutto bene secondo i dati del ministero ma in realtà eravamo una bomba pronta ad esplodere.

Zambon si è dovuto dimettere dall'OMS che dovrebbe essere un organismo indipendente, che invece ha interferito con la procura di Bergamo che oggi sta indagando sulla mancata applicazione di un piano non aggiornato dal ministero che, a detta della procura, si dimostra reticente non dando nomi di responsabili di quel piano.

Non solo Ranieri e Brusaferro parlano di voler riscrivere quel report, per compiacere il governo.

Quel dossier preoccupava in tanti: il ministero, la ragnatela di potere tessuta da Ranieri Guerra per l'Italia dentro l'OMS, contattando addirittura l'ex presidente D'Alema.

Lo sterco del diavolo di Giorgio Mottola

I soldi del Vaticano sono stati investiti in un fondo speculativo preso da una banca d'affari, legato alla pandemia e a possibili rischi geopolitici: questo il racconto di un broker romano, Enrico Crasso, che ha gestito i fondi della segreteria vaticana, ai tempi di Angelo Becciu.

Fino al 2018, il cardinale Becciu ha gestito la cassaforte dell'obolo di San Pietro, le donazioni dei fedeli: dopo alcune anomalie, il papa lo ha spostato a capo della congregazione delle cause dei santi, nominandolo prefetto.

L'idea era riformare la canonizzazione, perché spesso le cause per i santi arrivano a compensi alti, una cosa scandalosa: ma intorno a questi processi continuano a muoversi persone oscure, con troppi interessi terreni.

Report è partito dalla canonizzazione di Aldo Moro, il presidente della DC ucciso dalle BR (con tutti i misteri rimasti aperti) nel 1978.

Il numero dei santi è triplicato dai tempi di Wojtyla, la congregazione diventa la fabbrica dei santi, i santi che erano “beni durevoli” si erano trasformati in beni di consumo.

Per definire se uno è un santo, la chiesa fa un processo, in un tribunale vicino a San Pietro, la Congregazione dei santi, che uno dei prefetti definì la “madre di tutte le tangenti”: il costo di alcune cause ha sfiorato il milione di euro, compreso il compenso degli avvocati difensori e dei postulatori. Non basta fare un miracolo per diventare santo, purtroppo tocca anche pagare qualche tangente.

Nicola Gianpaolo è un postulatore che sta portando avanti la causa di santificazione di Aldo Moro: la causa è stata sospesa, racconta Gianpaolo, perché interessi superiori si erano palesati, perché si presenta un altro postulatore per Moro, una banca che voleva maneggiare dei soldi raccolti dalle donazioni dei fedeli.

La figlia di Moro, Maria Fida, ha così chiesto la sospensione del processo, per evitare intromissioni di altri postulatori e di altre persone.

Finché qualcuno nella congregazione non chiede a Gianpaolo un “contributo”, una tangente: si parla di 80mila euro, ma Gianpaolo non ha accettato questa tangente, che sarebbe arrivata a nome di Becciu.

Nicola Gianpaolo ha fatto una denuncia al papa, dove oltre a Becciu si faceva il nome di un prete, il concussore del contributo: il sottosegretario alla congregazione dei santi, Turek, prete di origini polacche.

Turek è l'uomo incaricato ad indagare sulle cause dei santi: di fronte al giornalista ha smentito quanto riferito da Gianpaolo (la richiesta del “contributo”), ma altri postulatori hanno raccontato di altri comportamenti scorretti del prete.

Il cardinale Becciu conosceva queste pressioni, questo giro di soldi?

Becciu è definito da un postulante come un “vaso di pandora”: alla figlia di Moro è arrivata una sua lettera piena di offese, dove viene quasi definita come una pazza.

Il papa ha così tolto il ruolo e i privilegi di cardinale a Becciu lo scorso anno: per otto anni era il numero tre nella gerarchia vaticana, sostituto del segretario di Stato, aveva preso importanti decisioni in Vaticano, aveva gestito tanti soldi delle donazioni e della segreteria.

La denuncia di Gianpaolo è ora oggetto dell'indagine della magistratura vaticana: altri postulatori parlano di pressioni di Turek, raccontano che Becciu non poteva non sapere, c'è l'accusa di peculato fatta dai magistrati vaticani.

E poi ci sono le anomalie degli investimenti fatti coi soldi della segreteria vaticana: i segreti di questi investimenti sono custoditi in Svizzera a Lugano, in una villa a strapiombo sul lago dove vive Enrico Crasso,il broker romano a cui la segreteria di stato vaticana ha affidato le chiavi della sua cassaforte.

E' arrivato a gestire un quinto, quasi un quarto del patrimonio – racconta Crasso al giornalista: fino al 2014 ha gestito al massimo 40 ml di euro, è con l'arrivo di Becciu che Crasso fa il salto di qualità, lascia Credit Suisse per fondare una sua società di brokeraggio a cui la segreteria di Becciu arriva ad affidare oltre 400 ml di euro.

“Le aspettative era per un profilo [di investimento] moderato e pertanto il mio compito è stato facilitato da questo” spiega a Report, ma forse si dimentica di alcune operazioni davvero sorprendenti: col suo fondo di investimento dal profilo moderato, Centurion, dentro cui sposta i soldi della segreteria, finanzia due produzioni cinematografiche, tre milioni vanno a Man In Black 3 e 1 ml a Rocket Man, il film sulla vita di Elton John, star della musica pop e icona gay.

“I promoter volevano fare questo investimento in un film di Oliver Stone, White Lies, verso la fine del 2018 ci comunicano che Stone non era più disponibile a fare il film, una doccia fredda, però alla fine i promoter investirono in questi film, con una performance del 13%, peraltro un film di grande successo”: talmente di successo che Elton John ha accusato la chiesa cattolica di ipocrisia, da un lato accusa il cantante della sua omosessualità, dall'altro guadagna con un film sulla sua vita e che celebra il suo matrimonio gay.

Tutti gli investimenti sono stati concordati con la segreteria vaticana: anche l'investimento fatto coi soldi delle donazioni su un fondo altamente speculativo che scommetteva sull'arrivo di una catastrofe, di una guerra o di una pandemia.

A Londra, nella ex sede della catena Harrod's, si trova il palazzo su cui ha investito il fondo di investimento: un palazzo venduto al Vaticano dal broker Mincione, amico di Crasso.

Mincione aveva gestito i fondi di investimento di Enasarco, soldi poi finiti in Athena: le pensioni degli agenti di commercio sono stati usati per le sue scalate bancarie, quelle di MPS e della Banca popolare di Milano.

Scalate andate male, così nel 2012 Mincione ha acquistato il palazzo a Londra, coi soldi di Enasarco, che poi ha sciolto i rapporti con l'investitore. Così Mincione si è trovato qualcun altro da cui prendere soldi, ovvero la segreteria vaticana a cui vende il palazzo.

Si parla di 200ml, soldi confluiti nel fondo Athena: i soldi dei fedeli sono stati usati per le scalate bancarie, senza preoccuparsi troppo di eventuali risvolti etici.

I soldi iniziano ad assottigliarsi, per il mutuo sul palazzo e per altri investimenti in perdita: alla fine da 200 si arriva a 137 ml di euro.

Ma in Vaticano, monsignor Perlasca, non fermò gli investimenti: aveva paura di dover riferire a Becciu, che secondo i documenti in possesso di Report, era consapevole degli investimenti fatti.

Tutti gli investimenti erano gestiti e noti da Becciu e da un funzionario laico, Fabrizio Tirabassi: quando le cose iniziano ad andar male, è lui che porta dentro un altro broker, Gianluigi Torzi.

Quando in Vaticano iniziano a capire che la storia del palazzo di Londra (la truffa londinese) sta per esplodere, iniziano le trattative per sostituire Mincione: è stato Giuseppe Milanese, imprenditore nella sanità, a raccontare questa storia poco edificante.

Storia dentro cui entra un altro broker, Torzi, esperto in cartolarizzazioni, fatto entrare nel gioco per fare pressioni su Mincione.

Ma, secondo Crasso, è stata solo una pantomima, una seconda truffa: tra Torzi e Mincione c'erano rapporti consolidati, si sarebbero spartiti i soldi del Vaticano, mentre vendevano le quote del palazzo al Vaticano, ma ad un prezzo non di favore.

Anche qui, nonostante i milioni persi, la segreteria vaticana continua a fidarsi di Mincione e Torzi. L'avvocato di Torzi nell'intervista parla di commissioni prese da Crasso, che sembrerebbero delle mazzette, tramite società in Dubai e nella repubblica dominicana.

Soldi dei fedeli finiti in paesi offshore, che passano nelle mani di persone poco inclini al culto della fede, materiale compromettente con cui ricattare i prelati che avrebbero dovuto controllare. Non si capisce se in questa storia i preti sono complici o vittime.

Nel 2018 chiude di incontrare Torzi per chiudere l'affare del palazzo: si arriva ad un accordo verbale, ma questo salta presto. C'è una intercettazione tra Torzi e Tirabassi dove si tira in ballo anche il ruolo dei servizi e dove si parla di milioni che girano in modo poco pulito.

Alla fine al Vaticano, la gestione del palazzo di Londra è costato 400ml di euro, per un palazzo che oggi ne vale 290ml. Cosa è diventato il Vaticano?

Oggi Torzi, Mincione e Crasso sono accusati di truffa, monsignor Perlasca è invece accusato di abuso d'ufficio, i protagonisti di questa storia si accusano l'uno con l'altro, volano gli stracci.

Parlando di servizi, si arriva ad una donna, Cecilia Marogna e a Francesca Chaoqui, lobbista, nominata nel 2013 nella commissione per riforma delle finanze vaticane: oggi ha raccolto informazioni sul mondo del Vaticano, segreti, come quelli attorno a Becciu, “che oggi non potrà più far male”.

La Chaoqui sapeva degli affari di Becciu con Tirabassi, Mincione e Crasso: questi venivano rinfacciati al cardinale in un messaggio dove però la lobbista chiedeva ldi fare pace in cambio della tessera della benzina e per la spesa.

Cecilia Marogna è stata una delle persone di fiducia dell'ex segretario di stato Becciu: a lei il cardinale ha affidato la raccolta di segreti dentro e fuori il Vaticano, un dossieraggio su altri prelati, una sorta di servizio segreto parallelo.

“Chiamiamolo così, in interazioni con gli altri servizi segreti paralleli internazionali”: sembra una spy story ma non è così, Cecilia Marogna aveva un incarico ufficiale presso la segreteria di stato, con un documento firmato da Becciu, col ruolo di “analista geopolitico”.

Come ha maturato l'esperienza geopolitica? Da autodidatta, ha risposto. Come fa una persona così ad entrare in contatto con i vertici del Vaticano?

Con una mail scritta al cardinale nel 2016, la risposta data, molto poco credibile.

Altra versione quella fornita da Francesca Chaoqui, una dei protagonisti dello scandalo Vatileaks: “so che è stata presentata al cardinale e questo ha deciso di fidarsi di lei.”

Prima di collaborare col Vaticano la Marogna era dentro gli ambienti della massoneria e si era iscritta al movimento Roosvelt, l'organizzazione politica fondata da Gioele Magalvi, massone del grande oriente d'Italia e gran maestro venerabile.

Una vicinanza che la Marogna giustifica come necessaria per “deformazione professionale”: nei suoi studi e nelle sue frequentazioni ha conosciuto anche Gianmaria Ferramonti (leghista della prima ora considerato vicino a Gelli): anche queste frequentazioni (Ferramonti, Pazienza, Flavio Carboni) erano tasselli del suo “studio”.

Ferramonti negli anni 90 fu trait d'union tra la Lega di Miglio e le leghe meridionali, vicine al commercialista della mafia Mandalari.

C'è anche Bisignani in questo pantheon fatto di esponenti della massoneria vicini a Licio Gelli (gran maestro della P2, coinvolto in diversi episodi neri della nostra storia): Ferramonti stesso si considera un “gelliano” che, recentemente sembra aver puntato su Italia Viva e sulla caduta del governo Conte.

Ferramonti avrebbe fatto pressioni sull'onorevole Boschi tra gennaio e febbraio per aprire la crisi.

“Diciamo che con la Boschi ho una corrispondenza .. ci scriviamo non ci parliamo [..] Gli avevo dato una piccola notizia che se buttavano giù sto cretino Conte magari gli davamo una mano, vediamo ..”

Gli davate una mano, chi?

“Allora, qui hai un rappresentante di Confimpresa, di Confimea, della Cifa, insieme qualche milioncino di voti ce lo abbiamo, no? E se decidiamo di [spostarli sulla Boschi] chi sarà al momento giusto al posto giusto.”

Per entrare nei suoi giri, Cecilia Marogna si avvicina a Ferramonti, partecipando alle sue cene romane: “[Cecilia Marogna] è una brava ragazza intelligente e furba.. è venuta a qualcuna delle mie cene romane. C'è stato un periodo tre o quattro anni fa che organizzavo cene a Roma ogni 15 giorni, facevano a gara per esserci, ma non roba da 10-20, 80-100 persone.”

E chi partecipava a queste cene?

“Tutti quelli che volevano di un certo livello in su. Anche la Chaoqui è una cara amica”.

La Marogna aveva rapporti, per il suo lavoro in Vaticano con Becciu, coi servizi segreti italiani: nel 2018 il governo italiano mentre stava per rinnovare i vertici dei servizi, c'è stato un incontro in Vaticano per le nomine.

C'è un carteggio tra il direttore dell'AISE Carta e la Marogna, una cooperazione andata avanti per mesi, per esempio sulla gestione del rapimento di alcuni prelati da parte di Al Qaeda.

Soldi presi dal Vaticano e finiti su un conto della Marogna, poi finiti per spese personali: soldi per operazioni umanitarie e poi finiti in borse Prada e hotel di lusso. Soldi giustificati dalla Marogna per le sue risorse: tra queste anche i rapporti con Francesco Pazienza, condannato per depistaggio sulla strage di Bologna. E' lui la persona a cui la Marogna si rivolge per la liberazione di un frate in sudamerica.

Marogna è stata indirizzata a Pazienza da un ex ufficiale dei carabinieri, Giuliano Tavaroli, ex agente del Sismi, ex capo della security di Telecom, al centro di una centrale di dossieraggio illegale per cui ha patteggiato una pena.

La Marogna si è trovata al centro di una guerra di spie, per la successione dell'Aise dopo l'uscita di Carta, doveva essere la ghigliottina per far fuori Carta e Becciu e per favorire l'amico Mancini alla vicedirezione dell'Aise.

Quanti fantasmi del passato, da Aldo Moro a Tavaroli e Mancini. I dossieraggi di Telecom e Pirelli. I gelliani Bisignani, Pazienza, Ferramonti.

Cosa c'entra in tutto questo la Marogna? Perché Becciu le chiede di fare dossieraggi sugli altri prelati, di occuparsi di prelati rapiti in territori difficili? Perché i nostri servizi la contattano per la gestione di questi rapimenti?

La chiesa non è questa: se questo marcio è venuto fuori è per i meccanismi di sorveglianza messi in piedi da papa Bergoglio, perché noi abbiamo bisogno di una chiesa che si metta dalla parte degli ultimi, non che faccia speculazioni o si metta a fare dossier e guerre di ricatti.