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21 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – la guerra in Ucraina, il sistema pensionistico di oggi e le pensioni di domani

4 anni di guerra in Ucraina

Il 24 febbraio saranno 4 anni dall’invasione russa dell’UCraina, l’operazione speciale come l’aveva cinicamente battezzata Putin.

Dopo 4 anni, nonostante il supporto occidentale, la guerra è rimasta in stallo, i soldati russi occupano stabilmente parte delle regioni russofone contese. E nei negoziati, anche grazie all’arrivo di Trump con la sua politica di disimpegno, il potere della Russia sembra aumentato.

LA guerra è entrata nel cuore dell’Europa, la guerra dei droni, dei sabotaggi, della corsa al riarmo (per la felicità dell’industria delle armi). Una guerra che è entrata nell’agenda politica dell’Europa


Accanto alla guerra fatta dai soldati c’è poi la guerra contro la popolazione civile, sotto le bombe, senza riscaldamento, una guerra vigliacca e ancor più criminale.

E poi, la guerra ibrida, quella combattuta con le armi della propaganda, con le infiltrazioni nei parlamenti. Presadiretta ha intervistato il membro del partito socialdemocratico tedesco (SDP) Kakan Demir che al giornalista racconta dei timori nelle commissioni nel condividere informazioni riservate: dal 2020 il partito di estrema destra AFD ha portato avanti 7000 interrogazioni nel Parlamento e nei lander regionali, sulle nostre infrastrutture critiche e su come vengono trasportate le armi in Ucraina, “in quali depositi vengono custodite le armi, quali i dispositivi di sicurezza di quei depositi, quali percorsi fanno i convogli di armi in Ucraina ..”. Normalmente queste interrogazioni si fanno per presentare proposte di legge migliorative, ma AFD non ha mai proposto nulla e il sospetto del deputato è che stiano girando queste informazioni a Putin.

Le pensioni di oggi e i pensionati di domani

La somma di meno lavoratori attivi (nonostante i numeri dati dal governo), di salari più bassi, situazioni lavorative più precarie, una popolazione in decrescita sta mettendo a rischio il sistema pensionistico in Italia: di questa fragilità ne siamo consapevoli da almeno 20 anni, Piero Angela lo aveva raccontato in una vecchia puntata di Quark, quando ci aveva detto che nel 2020 ci sarebbe stato, per ogni italiano in pensione, un solo italiano attivo sul lavoro.

I conti dell’Inps reggeranno?


Cosa possiamo fare – ha chiesto Presadiretta al giornalista Sergio Rizzo? Non possiamo alzare le tasse, nemmeno possiamo tagliare troppo le pensioni, per non mandare alla fame altre persone (i poveri in Italia sono già circa 6 ml). Dovremmo rendere più stabile il rapporto di lavoro, alzare i salari, introdurre un salario minimo, combattere seriamente lavoro nero e caporalato. Ma questo non è nelle priorità né del governo (nemmeno dei precedenti in verità) né di Confindustria o delle associazioni di categoria.

Il sistema pensioni è in disavanzo (per la differenza tra contributi versati e pensioni erogate) – racconta Rizzo – ogni anno lo Stato deve metterci 50 - 60 miliardi: nel 2046 per coprire questo deficit serviranno circa 200 miliardi, il gettito irpef di un anno

Ma oltre a questo abbiamo un altro problema che inciderà sulle pensioni di domani e sull’Italia di domani: i tanti giovani, non solo laureati, che se ne vanno all’estero a lavorare. Sono state 124 mila nel solo 2024

Persone come Federica che è andata a fare la parrucchiera in un salone a Berlino dove lavora con un contratto regolare, è ben pagata (1800 euro al mese con un contratto a tempo indeterminato a part time) e può lavorare 3 giorni su 5. Niente apprendistato eterno, niente sabati in nero, niente sfruttamento. All’estero, diversamente dall’Italia, lavoro non è sinonimo di sfruttamento, pretendere una vita e un salario dignitoso non sono richieste folli.

Anziché dare bonus (basati sull’ISEE), perché il governo, non questo certo, non si impegna a dare asili gratis, mese gratis, la scuola gratis, trasporti gratis (o a prezzi molto calmierati) per venire incontro alle famiglie?
Perché non si alzano i salari, per incentivare le persone ad andare a lavorare (anziché rimanere a casa)?

La scheda del servizio:

Torna Presadiretta, in onda domenica 22 febbraio alle 20.30 su Rai 3, con la puntata “Pensione mai”. Le lavoratrici di Savona, Parma e Napoli sconfitte nella battaglia per difendere Opzione donna e costrette ad attendere anni prima di andare in pensione. Le mancate promesse della politica e la lotta di chi in pensione c’è già, ma con importi che in cinque anni hanno perso il 15% del potere d’acquisto. Nell’inchiesta, le misure dell’ultima finanziaria del governo Meloni con le motivazioni della maggioranza, le critiche dell’opposizione, le analisi dell’ex ministra Elsa Fornero e dell’ex presidente dell’Inps Tito Boeri. “PresaDiretta” racconta quanto il sistema italiano, in cui le pensioni sono pagate da chi lavora, sia diventato insostenibile. In alcune regioni come il Molise, i pensionati sono già di più dei lavoratori. L’ex direttore del Pronto Soccorso di Isernia ogni due giorni torna, da pensionato, a dare una mano agli ex colleghi. Remo e sua moglie Venere, precari della scuola, fanno i pendolari tra Caserta e Roma e quanto riceveranno di pensione? E poi, le simulazioni sulle migliaia e migliaia di precari con salari sempre più bassi che versano sì i contributi, ma non sufficienti a raggiungere il minimo necessario e quindi non matureranno la pensione. Nel frattempo, nel 2024 l’Italia ha toccato il record storico di partenze: 156mila persone hanno scelto di andare all’estero, un trend che cresce. Un reportage in Germania per conoscere Alessio, ingegnere informatico della provincia di Verona, e Federica, parrucchiera di Torino. Con loro, lo chef milanese Simone e le mamme Marianna, Francesca, Giulia, Grazia. Ventenni, trentenni ma anche quarantenni che hanno scelto di vivere a Berlino dove lavoro, casa e welfare sono una certezza.

Un viaggio, infine, nel sistema dei bonus, nelle storture dell’Isee, nelle truffe dei falsi braccianti e delle cooperative “scatole vuote”. Con l’evasione contributiva stimata dall’Inps in 10-12 miliardi l’anno e con 119 miliardi di crediti accumulati, mentre per la classe politica i privilegi resistono.

Pensione mai” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Elena Marzano, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti e Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

18 ottobre 2024

Hanno vinto i ricchi: Cronache da una lotta di classe di Riccardo Staglianò

 

Prologo

Nel 2022, in questa medesima collana, è uscito un libro che denunciava l’oscena concentrazione di ricchezza, e quindi di potere, di una piccola confraternita di imprenditori tecnologici che, per semplicità, chiameremo i nuovi padroni del mondo. In queste pagine descriveremo il preoccupante funzionamento, anche psichico, di persone come Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri, collettivamente definiti “gigacapitalisi”.
Da allora ho portato il libro in giro per l’Italia, il più delle volte in forma di monologo su un palco, con l’aiuto di una ventina di immagini alle mie spalle per scandire il racconto. La slide più profetica era la terza in cui segnalavo i rischi nella decisione di Musk – giusta nel merito, ma non nel metodo – della fornitura di satelliti starlink all’Ucraina invasa dai russi. Allarme rilanciato, quasi un anno dopo, anche dai media americani per il preoccupante strapotere raggiunto dall’erratico imprenditore.

Dobbiamo avere il coraggio di rompere alcuni tabù, una volta e per sempre: se, come dice il titolo di questo libro di Staglianò, "Hanno vinto i ricchi", dobbiamo iniziare a prepararci a contrattaccare.

Il noi, nella frase precedente, indica quanti ancora si definiscono progressisti e si riconoscono in questa Costituzione, specie nell'articolo 1.

C'è stata, ed è ancora in corso, una guerra contro i deboli, contro chi sta sotto, contro questa Costituzione progressista, moderna nonostante sia vecchia di 70 anni.

Una guerra che sta cambiando la pelle di questo paese, sempre più diviso in caste e dove le disuguaglianze aumentano, dove aumentano gli occupati ma allo stesso tempo aumentano i poveri e diminuiscono le ore lavorate.

Dove si continua a parlare di bassa crescita e bassa produttività ma allo stesso tempo si tagliano i salari: secondo i dati dell'OCSE siamo l'unico paese dove i salari sono diminuiti in questi trent'anni. Dove le colpe si devono dividere in parti uguali tra destra e sinistra.

Com’è stato possibile, mi chiedevo e mi chiedo? Com’è che la classe politica, tutta indistintamente ma soprattutto la sinistra che degli interessi della classe lavoratrice è stata storicamente portatrice, non si è stampata quel grafico [i dati OCSE sui salari] a grandezza murales..

Non hanno funzionato le cure fatte da tutti i governi, o quasi, di introdurre sempre più flessibilità nel mondo del lavoro, sempre più precarizzazione, con politiche (per non parlare di vere e proprie campagne pubblicitarie) contro il posto fisso, i diritti sul lavoro (un inutile irrigidimento del secolo passato).

Così come non sono servite, basta guardare i dati del PIL, del debito pubblico, a salvare i nostri conti i continui condoni, un bel favore agli evasori. Non è servito a nulla aver spostato la politica fiscale dal modello progressivo al modello piatto, la maledetta flat tax, dove il ricco e il povero (due categorie antiche che eppure esistono ancora) pagano lo stesso. Non è servito a nulla nemmeno aver spostato il peso della tassazione dalla finanza al lavoro, se non rendere ancora più felici i manager come Warren Buffet pagano meno tasse della segretaria.

Riccardo Staglianò racconta di questa guerra di classe, di come è stata portata avanti e di chi sono state le vittime numeri alla mano. Eccoli
Dramatis personae (in forma di numeri)

  • -2,9% come sono cambiati i salari medi annui in Italia dal 1990 al 2020 (Ocse)

  • +22,8% aumento della produttività per ora lavorata nello stesso periodo (Ocse)

  • -4,5% diminuzione del potere d'acquisto dei salari lordi dei lavoratori dipendenti negli ultimi 10 anni (Istat)

  • 9,8% italiani in povertà assoluta, ovvero 5752000 persone (Istat)

  • 11,5% occupati a rischio povertà (Istat)

  • 29680 euro retribuzione media effettiva pro capite,lorda, nel 2023 (Istat)

  • 23310000 totale dei lavoratori, di cui 18,1 ml dipendenti e 5,2 ml autonomi (Istat)

  • 1011 contratti collettivi, di cui circa900 "pirata" (Inps)

  • 6 su 10 contratti collettivi scaduti a marzo 2023 (CGIL)

  • -7,9% ore lavorate in meno dal 2000 (133 ore all'anno), a forte della crescita del part time (Istat)

  • 64,4% percentuale di donne in part time involontario nel 2019 (Eurostat). Quota che al sud raggiunge l'80% (Svimez)

  • 12% quota di working poors in Italia nel 2019 (Eurostat)

  • 780 euro Un quarto dei lavoratori guadagna meno di questa cifra (che corrispondeva anche all'ammontare massimo del reddito di cittadinanza per un single, incluso il contributo per l'affitto)

  • 31366000 cittadini che presentano una dichiarazione dei redditi positiva. Il 47% degli italiani non avrebbe redditi e vive a carico di qualcun altro (Itinerari Previdenziali)

  • 73% aliquota massima Irpef nel 1974. Oggi è al 43% (Mef)

  • 83% percentuale dell'Irpef pagata rispettivamente dai lavoratori dipendenti (53,5%) e pensionati (29,5%) nel 2022 (Mef)

  • 69,7% percentuale Irpef evasa dai lavoratori autonomi nel 2020 (Mef)

  • 100 miliardi di euro la media annuale (2018-20) dell'evasione fiscale (gap contributivo) in Italia, calcolata dal Mef, è di 96,3 miliardi

  • 0,05% percentuale del PIL che viene dalle imposte di successione

Eccoli i numeri impietosi di un paese dove aumentano le disuguaglianze, dove chi nasce ricco ha molte probabilità di aumentare la sua ricchezza mentre chi nasce in una famiglia svantaggiata deve arrangiarsi per tutta la vita nella speranza di rimanere a galla.

Come è stato possibile arrivare a tutto questo? Ci si è arrivati, a partire dagli anni settanta e poi galoppando, negli anni 80 di Reagan e dei liberisti alla Milton, portando avanti precise scelte politiche.

Usando la bugia dietro al teoria della trickle down economy, lasciate stare in pace i ricchi, qualcosa arriverà anche a chi sta in basso.

Oppure la giustificazione che i ceti abbienti, con meno tasse, avrebbero creato più posti di lavoro.

Arrivando perfino ad invocare l'Europa, ce lo chiede l'Europa..

Dover averci raccontato cosa è stato fatto dai passati e recenti governi sulla pelle dei lavoratori, dopo averci mostrato come vivono i "ricchi", alle prese con lo shopping a Cortina e, dall'altra parte della barricata, come si arrabattano le persone tra mille lavoretti o il part time a cui sono costretti, arriva il momento in cui Staglianò ci spiega quello che dovremo fare.

- salario minimo (un lavoratore su quattro guadagna meno del reddito di cittadinanza, uno scandalo)

- revisione del catasto

- far pagare le tasse a tutti (perché le tasse non sono pizzo di stato, la mafia è l’antistato!)

- aumentare la tassa di successione (cosa c’è di più antiliberale e anti meritocratico nel lasciare intonse le successioni?)

- cambiare il paradigma della spesa pubblica: meno bonus e maggiori investimenti in istruzione

- favorire la partecipazione dei lavoratori nelle scelte aziendali

- una patrimoniale sui redditi più alti (nel libro l’autore fissa un primo terro a 78mila euro)

- portare avanti regole europee e nazionali contro i trust, ovvero le big company di internet che si comportano come dei veri stati


Tutto il contrario di quanto si è fatto finora, complice una classe politica che si preoccupa più del mantenimento dello status quo e dei privilegi di pochi rispetto che al futuro del paese. Di una classe imprenditoriale per lo più miope e incapace di guardare al futuro. Di un esercito di giornalisti e d economisti presunti esperti, ma in realtà “utili idioti” di questa situazione insostenibile per il nostro paese.

Sono quelli che ripetono a pappagallo, prima deve aumentare la produttività (è aumentata invece, ma i salari sono rimasti fermi), che meglio togliere le tasse alle imprese (il cuneo fiscale), ma alla fine questo non ha stimolato le imprese ad assumere.

Meglio togliere i paletti, i lacci e lacciuoli alle imprese, così potranno assumere: abbiamo visto cosa è successo, abbiamo creato una generazione di lavoratori poveri che non vedranno mai la pensione e non potranno mai pensare a fare famiglia (a proposito della bassa natalità).


Come mai in Italia, se questa è la situazione per la maggioranza degli italiani, nessuno si fa sentire per protestare? Perché gli unici che protestano sono le minoranze a tutela dei loro privilegi insensati (i tassisti, i balneari)?

Beh, c’è prima di tutto un clima nel paese di scoramento, di paura nel futuro: se hai la pancia vuota, se per vivere devi fare mille lavoretti, arrivi a casa stanco e non hai nemmeno voglia di guardare la TV.


.. se sei in fila alla mensa della Caritas, non hai lo spazio mentale per pensare a un ordine sociale diverso.


E pensare che in America, non proprio la patria del comunismo, il sindacato dei lavoratori del settore auto ha scioperato per 46 giorni per avere gli aumenti richiesti nel salario. Ricevendo perfino il sostegno del presidente Biden.

In Italia sarebbero stati arrestati tutti? Chissà. In questi messi sono state approvate a colpi di decreti leggi anti-libertarie spacciandole per leggi “sicurezza”: perfino Ghandi oggi in Italia rischierebbe la galera con le sue proteste pacifiche.

In Italia, poi, l’unica rivoluzione che c’è stata è stata quella fascista, per modo di dire, il cui leader è arrivato a Roma con calma col treno (che almeno per lui è arrivato in orario).

E poi la sinistra: sparita dal Parlamento, sparita dai giornali, se non per poche eccezioni, sparita dall’agenda politica. Oggi parlare di patrimoniale fa suscitare le grida dei conservatori, come se veramente stessero arrivando i cosacchi ad abbeverarsi.

In questo paese possiamo accettare che delle persone senza aver avuto una condanna siano rinchiuse nei lager (come succede ai migranti nei CPR), ma non parliamo di patrimoniale, per carità!

Ma in Italia si fa fatica a protestare non solo per quello che non si ha (il salario minimo, la patrimoniale, la lotta all’evasione), si fa fatica a lottare per quello che viene tolto. Il reddito di cittadinanza prima (perché se non vuoi lavorare non devi essere mantenuto, dicono). La sanità pubblica (che il governo Meloni ha fatto finta di aumentare, mettendo nel fondo una cifra che verrà mangiata dall’inflazione), l’istruzione pubblica (ovvero l’ascensore sociale, cioè il figlio dell’operaio che vuole diventare medico), lo Stato, insomma, in quanto insieme di istituzioni che dovrebbero occuparsi della vita e del benessere di tutti e non di pochi.

Soprattutto di quell’italiano su dieci che è in povertà assoluta. Se vogliamo essere chiamati democrazia, dobbiamo partire da qui, prima del crollo, prima che sia troppo tardi.

I capitoli del libro

Capitolo 1: Anatomia di una caduta - così i poveri sono diventati più poveri

Capitolo 2: La grande rapina

Capitolo 3: Perché nessuno si arrabbia?

PS: sono usciti ieri i dati Istat con la fotografia degli italiani nel 2023: nonostante i proclami di questo governo di patrioti, i dati della povertà assoluta sono rimasti uguali mentre è cresciuta la povertà relativa.

PS2: nel piano strutturale di bilancio inviato all’Europa questo governo si impegna a recuperare il 5% dell’evasione ma a partire dal 2027, ovvero tutto a carico di chi verrà dopo di loro. Tutto in linea con una maggioranza per cui il reddito di cittadinanza è metadone di stato mentre le tasse sono “pizzo di stato”.

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


16 giugno 2024

Report - la sicurezza sul lavoro, l’acqua delle terme e l’acqua sprecata in Sicilia

LAVORO A PERDERE di Danilo Procaccianti

16 febbraio 2024: nel cantiere del nuovo supermercato Esselunga a Firenze crolla una trave ammazzando 5 operai. Per accellerare i lavori al cantiere sono arrivate nuove squadre, creando della confusione, in violazione delle norme sulla sicurezza.
L’ipotesi è che i lavori avessero subito una accelerazione per evitare le penali che sarebbero scattate in caso di ritardi nella consegna dell’opera. Questa sarebbe confermata dalle mail sequestrate dalla procura di Firenze che indaga per omicidio colposo plurimo e crollo colposo. Si ipotizza anche un difetto di fabbricazione della trave o un errore nel suo montaggio: di sicuro c’è che a tre mesi dalla strage sul registro degli indagati non compare nessun nome.

I familiari delle vittime vogliono però sapere cosa è successo, come Simona Mattolini, che a Report spiega di voler capire chi abbia causato la morte del marito e degli altri quattro operai: “sono cinque persone che non sono tornate a casa per causa di qualcuno e non di qualcosa”.
Cosa è mancato in quel cantiere? “Sono mancate le regole minime di sicurezza in quel cantiere” continua il segretario della Fillea
Marco Carletti “i quattro morti (dei cinque) non dovevano essere in quel luogo, era assolutamente vietato lavorare sotto l’operazione di getto. Il problema vero di quel cantiere è che quel manufatto che avete visto in televisione è stato costruito in due giorni e mezzo ..”

A Firenze e provincia c’è un accordo che risale al 2014 chiamato “cantiere trasparente”, per gli appalti privati sopra i 5 ml di euro è previsto un sistema elettronico di rilevazione delle presenze, il monitoraggio delle ore di lavoro e il monitoraggio della formazione dei lavoratori.
A Firenze e provincia c’è un accordo che risale al 2014 chiamato “cantiere trasparente”, per gli appalti privati sopra i 5 ml di euro è previsto un sistema elettronico di rilevazione delle presenze, il monitoraggio delle ore di lavoro e il monitoraggio della formazione dei lavoratori.
C’era tutto questo in quel cantiere? “In quel cantiere non c’era” spiega il segretario della Fillea CGIL “non a caso la sera fummo ricevuto in prefettura e la viceprefetta con candore (legittimo, io fui spaventato) ci disse che al momento non sappiamo neanche quanti ce ne sono sotto seppelliti.. è evidente che in quel cantiere ci fossero delle situazioni di irregolarità, per me è certo perché io li ho fermati quelli che immediatamente dopo l’infortunio fuggivano dal cantiere allontanandosi dall’intervista che voleva fargli la polizia.”
Se scappavano era perché avevano qualcosa da nascondere: analizzando il cantiere è stato come scoperchiare un vaso di pandora, con episodi di caporalato, lavoratori a nero..
Della situazione degli operai nel cantiere (dove a morire sono stati dipendenti in subappalto stranieri) ne parla l’Imam di Firenze “loro prendevano 12 euro, a chi ha portato il lavoro dovevano dare 7 euro e rimaneva così a loro 5 euro. Questo non è per un mese o due, ma era per più di un anno .. Questo è caporalato, abbiamo una legge in Italia contro questo abuso. Per altro questi ragazzi egiziani avevano un permesso di soggiorno, di asilo, non so se politico o umanitario, perciò non sapevano neanche l’Italiano, erano impauriti. Questa era una situazione incredibile, a Firenze nel 2024”.
Il giornalista
Danilo Procaccianti ha chiesto all’Imam se gli operai avessero fatto dei corsi di formazione, sulla sicurezza : “se non parlano l’Italiano.. non hanno fatto niente.

Report ha intervistato il segretario generale della Fillea CGIL di Firenze Marco Carletti, chiedendo in particolare se in quel cantiere si è riuscito a capire se ci fossero lavoratori a nero: “alcune cose di quel cantiere le abbiamo già affidate ad organismi inquirenti..”
Un modo per dire si: quel cantiere sarebbe stato controllato ben 9 volte dal dipartimento prevenzione dell’azienda sanitaria Toscana centro, nove controlli che non avevano incredibilmente rilevato nulla di anomalo.
Ma allora come prendere le dichiarazioni del direttore del dipartimento di prevenzione USL, secondo cui ci sarebbe un monitoraggio molto frequente? L’ultima verifica su quel cantiere era del 12 gennaio scorso e non avevano dato luogo a rilievi.


Sono controlli che durano 20 minuti, 30 minuti racconta un ex ispettore della prevenzione: in qualsiasi cantiere in Italia non avrebbe rilevato nulla. L’ex ispettore avrebbe subito pressioni di ogni tipo per evitare multe e sanzioni alle aziende che controllava.
A pochi metri dagli uffici degli ispettori, tra l’altro, ci sono capannoni dove lavorano cinesi, in condizioni insane e pericolose. Nessun capannone rispetta le norme di emergenza: non è fatalità quello che succede nei cantieri.

Il marchio con la Esse ha sempre puntato sulla sua italianità ma, come racconta il servizio di Report, nei suoi magazzini arrivava manodopera per tramite finte cooperative: questa frode è stata scoperta dalla Finanza milanese, che ha parlato di un vero e proprio caso di schiavismo in età moderna.
All’origine di tutto c’è il tema della riduzione al massimo dei costi dell’opera, per la massimizzazione del profitto, a volte anche a scapito della sicurezza, questa potrebbe essere la causa dell’incidente di Firenze: il committente dei lavori era la Villata spa, società della famiglia Caprotti, proprietari di Esselunga. Il presidente della società La Villata è l’ex ministro Angelino Alfano che, per la costruzione del supermercato di Firenze ha affidato i lavori alla società “Attività edilizie pavesi”, che a sua volta ha dato in subappalto i lavori ad un dedalo inestricabile di aziende.
Nella notifica del cantiere si parla di 150 imprese coinvolte e a scorrere l’elenco si trovano 61 subappalti.
L’ex ministro ha preferito non rispondere alle domande poste da Giorgio Mottola, “le ha già detto che non parla” , hanno fatto scudo gli assistenti che hanno poi allontanato il giornalista dalla libreria dove stava Alfano doveva presentare un libro. Argomento scomodo, evidentemente, quello della sicurezza dei lavori. Anche se ci sono stati cinque morti.
Nessuno da Esselunga ha chiamato i familiari delle vittime per fare le condoglianze, silenzio assoluto: “penso che chi non ha paura ci mette la faccia ” sono le parole di Simona Mattolini “chi ha la coscienza pulita ci mette sempre la faccia, se non c’è niente da nascondere perché scappare ..”

Per capire le cause del crollo nel cantiere bisogna seguire il flusso del denaro a cominciare proprio dalla società immobiliare del gruppo Esselunga, quella Villata SPA guidata da Angelino Alfano: la società va “da Dio” spiega a Report Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto privato nell’economia, consulente della trasmissione in tanti servizi, “La Villata guadagna più dei Benetton con le autostrade in monopolio, fa più del 50% di utile lordo e al netto delle imposte guadagna il 33% dei ricavi, un terzo del fatturato è utile netto ..”
Come riescono a fare questi utili? “Sicuramente abbassando al massimo i costi, comprimendo i costi a chi gli costruisce la roba.”

Chi costruisce la roba è AEP, che però ha solo 21 addetti, una forza lavoro che non è in grado di gestire appalti come quello di Firenze: AEP è solo un general contractor che lavora tanto, ma a fronte di alte perdite, paga le imposte con la rateazione e dunque è costretta a strozzare i subappaltatori se vogliono mantenere i lavori.
La Villata guadagna anche sulle spalle delle aziende costrette a tagliare i costi: a Genova su altri appalti, sempre al massimo ribasso, c’erano stati incidenti che hanno causato infortuni ai lavoratori.
AEP non ha soldi per pagare le tasse, nei suoi cantieri succedono incidenti, ma poi trova soldi per finanziare la politica.

Come successo a Lodi, dove AEP ha comprato un’area per costruire un centro commerciale, ma solo se il comune amministrato dal centrodestra avesse fatto una variazione urbanistica per cambiare la destinazione del terreno.
Ci sono stati incontri tra emissari di AEP e politici del centro destra di Lodi: in particolare FDI era contrario a questo cambio di destinazione, per poi cambiare idea. C’entra qualcosa un finanziamento di Esselunga a Fratelli d’Italia?
Report ha intervistato la consigliera comunale Giulia Baggi di FDI, chiedendo come mai si era mossa per raccogliere le firme per il supermercato. “Non ho raccolto firme per Esselunga, ma per una riqualificazione” ha risposto la capogruppo, ma in realtà nel volantino del suo partito si parlava esplicitamente del marchio con la S: chissà se a smuovere i consiglieri sia stato proprio un finanziamento al partito fatto da Attività edilizie pavesi, 25mila euro il giorno prima che la variante arrivasse in consiglio comunale e 24.500euro qualche giorno dopo la raccolta firme (nel settembre 2020). Una scansione temporale un po’ strana di cui però la capogruppo non ne sapeva niente. E’ tutto regolare, a termini di legge, ma è anche opportuno? Un’azienda che finanzia un partito che poi adotta in consiglio comunale una delibera a sua favore?
“Penso che le due cose non fossero collegate, io facevo parte del gruppo consiliare di allora e del finanziamento non ne sapevamo nulla.”

Gli esposti in procura su questa vicenda a Lodi non avevano portato nulla, come nulla avevano portato le indagini che la stessa azienda aveva fatto al comitato per il presidente della regione Liguria Giovanni Toti con la coincidenza che da quanto ha cominciato a governare lui in Liguria i supermercati Esselunga sono passati da 0 a 6. Toti sembra essere diventato un testimonial pubblicitario del marchio.
Il consigliere comunale, ed ex giornalista, Ferruccio Sansa aveva denunciato tutto questo: “benvenuta Esselunga, Esselunga sta arrivando a Genova, più concorrenza e spesa meno cara.. a me questa sembra pubblicità… ciao mister Esselunga festeggerai da lassù e i liguri ti ringrazieranno risparmiando qualche euro di spesa..”

Il finanziamento di AEP è stato di 50mila euro al comitato Giovanni Toti era arrivato nell’agosto 2020 proprio in coincidenza con la discussione in regione dell’apertura del supermercato Esselunga a Genova: “
secondo me, se una amministrazione deve pronunciarsi e dare via libera a questa operazione consistente, ovviamente poi, se questa riguarda un suo finanziatore, allora si crea una questione di opportunità..” continua Sansa.
Quello che colpisce, chiede Danilo Procaccianti, è che questo sembra un modus operandi, quando c’è qualche problema con la politica, la società che costruisce i supermercati Esselunga comunque tira fuori denaro.
“Ci sono finanziamenti, col logo di Esselunga
che spesso compare, a eventi del comune di Genova che sono eventi che danno molto lustro al politico, poi c’è un altro fenomeno interessante. Esselunga è il principale inserzionista della principale televisione privata ligure, una televisione per cui Toti e Bucci hanno una estrema simpatia..”

Nell’inchiesta della procura di Genova dovrà capire se dietro queste storie ci sono possibili reati o meno: di certo ci sono gli incontri tra Toti, il rappresentante di Esselunga Moncada, che in un caso parlano col ministro Brunetta sui vini da esporre sugli scaffali. Sono questioni di interesse pubblico?
In Liguria è difficile distinguere dove finisce il pubblico e inizia il privato: l’impressione è che si stia assistendo all’inchino della politica nei confronti dell’imprenditoria, in cambio di appoggi per le elezioni.

In questi mesi ci sono stati diversi incidenti sul lavoro: a Firenze, alla diga dell’Enel, a Casteldaccia nel palermitano. Tutti incidenti con morti: solo fatalità, imperizia dei lavoratori?
No, spesso questi incidenti sono legati all’assenza di regole di protezione sui cantieri e dentro le imprese, i processi spesso durano anni e comunque non riportano in vita le persone, mancano i controlli da parte di Asl, gli ispettori del dipartimento di prevenzione spesso – come ha mostrato il servizio – ricevono pressioni per non fare sanzioni alle aziende.
Report ha parlato degli incidenti a Casal Bordino, in Abruzzo, in una azienda dove mancava il piano di prevenzione esterno, che dovrebbe proteggere la popolazione: la fabbrica è rimasta ferma solo per pochi mesi, ma poi l’attività è ripresa: fino ad un nuovo incidente con altri 3 morti.

C’è stato un incidente perfino al circolo del golf di Perugia: le macchine tagliaerba non avevano dispositivi di sicurezza, mancavano i corsi di formazione per i trattori. Le risposte dall’azienda erano le stesse, non ci sono i soldi per fare sicurezza e per i corsi di formazione.
Ma se devo fare sicurezza devo chiudere il campo – risponde il vicepresidente del cda del campo golf.
E se denunci la mancata sicurezza rischi anche di perdere il posto.

Sempre in Liguria è successo anche di peggio: nel cantiere di Recco i lavoratori, stanchi di non essere pagati, si erano rivolti al sindacato perché il datore di lavoro non aveva versato loro nemmeno i versamenti alla cassa edile.
“E’ diventato una giungla” commenta il delegato Fillea CGIL Serafino La Rosa “qua abbiamo lavoratori che arrivano al nord che non sanno nemmeno cos’è fare un corso sulla sicurezza, a volte ci troviamo lavoratori che fino a ieri facevano i pizzaioli.”
Stanchi di questa situazione gli operai una mattina di due mesi fa si sono rifiutati di lavorare e hanno denunciato tutto ai sindacati: a quel punto è arrivata in cantiere una squadra col compito di fare un raid punitivo.
Un ragazzo egiziano è stato preso a botte: per difendere i propri diritti siamo arrivati a questo, a dover prendere calci e pugni.
A Genova c’è un grande appalto pubblico per la ristrutturazione di palazzi,
le case popolari gestite dalla SPIM, una società al 100% del comune di Genova. Ma questo non ha evitato che i cantieri fossero fuori controllo: anche qui gli operai raccontano di stipendi non pagati, né cassa edile né inps, lavoratori a nero, addirittura gente senza permesso di soggiorno (dunque clandestini, ma tollerati perché funzionali a questa imprenditoria malata).
I sindacati hanno convocato il datore di lavoro nei loro uffici: a quest’ultimo gli è scappato di bocca che è vero, non avevano fatto corsi di formazione, sulla sicurezza, non sapeva chi c’era in cantiere .. però il cantiere continua a lavorare, nessuno gli ha revocato l’appalto.
Cosa risponde il sindaco di Genova? Nulla “c’ho da fare” dice al giornalista di Report mandandolo via “me lo allontanate per favore”.

C’è sempre qualcosa di più interessante da parlare rispetto alla sicurezza sul lavoro.
268 infortuni sul lavoro, 4% in più rispetto allo scorso anno, una media di 3 morti al giorno, un infortunio al minuto.
La ministra del lavoro Calderone chiede più controlli sul lavoro: ma chi li farà questi controlli?
A parole sono tutti per la sicurezza ma alla fine, racconta il magistrato Bruno Giordano, i morti non votano: è stato cacciato dalla ministra Giordano da capo dell’ispettorato sul lavoro, come primo atto.
Marina Calderone era presidente dell’ordine dei consulenti del lavoro, prima di diventare ministra: in quel ruolo aveva incontrato il magistrato Giordano, a cui aveva chiesto di firmare un protocollo con l’ordine dei consulenti del lavoro, un protocollo che esonera le aziende che ricorrono ai loro servizi di ricevere ispezioni. Un protocollo che Giordano aveva criticato.

Alla fine quel protocollo è stato firmato dai Calderone marito e moglie.
Nel frattempo il suo ministero ha ridotto i risarcimenti Inail, ha proposto la riduzione di ore di formazione per le aziende a rischio. La proposta di patente a punti sarebbe anche interessante, ma bisogna aspettare l’iter della magistratura ma poi alla fine i punti si guadagnano con un bel corso di formazione.
Ma cosa sta facendo per le ispezioni sui cantieri e nelle imprese?

ACQUE SCURE di Emanuele Bellano

Un’inchiesta sulla corruzione nel mondo degli appalti per l’acqua pubblica: il servizio è cominciato con la testimonianza di Marco Schiavio, titolare dell’azienda Passavant, nel settore di depurazione delle acque. Racconta di una gara europea a cui partecipa anche Veolia: la sera prima della gara è stato contattato dal DG di Veolia, che gli chiedeva di aumentare il prezzo della loro offerta, per ammodernare un depuratore.
In questa gara internazionale Passavant si è trovata in mezzo a due giganti, Suez e Veolia, che si occupa oltre che di acque anche di rifiuti.

L’appalto era sul depuratore di Clichy, in gestione ad una società pubblica francese, Siaap: il valore era di 300 ml di euro, dal racconto di Schiavio, Veolia avrebbe proposto una tangente a Passavant per spartirsi l’appalto.
Alla fine l’appalto viene attribuito a Veolia, Passavant fa ricorso avendo proposto un valore per i lavori più bassi: quando esce la notizia del ricorso, Veolia convoca a Parigi Schiavio che, non fidandosi di questo invito, si presenta con una penna che registra le conversazioni.
All’incontro due importanti manager di Veolia esprimono il problema che il ricorso avrebbe presentato e promettono denaro a Passavant se non avessero presentato ricorso, poi altri lavori assieme nel mondo, come subappaltatori.
Il ricorso va avanti: a Passavant arrivano dei documenti su carta Siaap, dove emerge che l’azienda italiana aveva punti uguali alle concorrenti, finché, dopo la presentazione dell’offerta, su un altro documento, Passavant perde 24 punti per problemi di non conformità.
Le tabelle di conformità sono state redatte dalla società Artelia
(uno studio ingegneristico internazionale): ma in questa gara avrebbe avuto un forte conflitto di interessi, perché contemporaneamente alla valutazione di questo appalto. Artelia era in gara assieme a Veolia in un altro appalto.
La gara è stata poi annullata nel 2018, anche per questa situazione di conflitto di interesse.

Schiavio ha raccontato poi di un altro appalto, per un impianto di depurazione di Parigi: ancora una volta Passavant riceve un messaggio da un ex consulente di Sarkozy, Dominique Payllè, che gli chiede di rinunciare alla gara.
Payllè lo invita a rinunciare l’offerta, perché tanto orama il film è stato già scritto: l’autorità che gestisce l’appalto, il Siaap, ha già assegnato la gara, contro ogni regola di concorrenza.
L’appalto per la decantazione di Parigi è stato vinto alla fine da Veolia.
Tutti gli appalti per il depuratore di Parigi sono stati vinti da Suez, Sterau e Veolia: alla fine la sensazione è che questi appalti siano stati spartiti dai tre colossi, che hanno presentato offerte concordandole tra di loro. Lo dicono due ministeri francesi, che mettono anche nero su bianco come questo controllo degli appalti dai gruppi francesi ha fatto anche lievitare i costi.
Stiamo parlando di lavori finanziati anche dalla Bei, la banca di investimenti europei, soldi dei cittadini europei.

Barbalat, ex amministratore di Veolia, smentisce la versione di Schiavio, sebbene nelle registrazioni ascoltate si senta la sua voce.

Con questi appalti Suez e Veolia riescono ad affacciarsi sui mercati di altri paesi: Veolia gestisce l’acqua in Campania, Sicilia e nella provincia di Latina.
Veolia in particolare gestisce la rete idrica in Sicilia in particolare attraverso la Siram: il servizio di Report racconta l’inchiesta che ha coinvolto il manager Manganaro, in una inchiesta seguita dalla Finanza per una tangente pagata per una gara di appalto.

Siram avrebbe fatto delle pressioni ad un amministratore pubblico, che ha denunciato ai magistrato la tangente.
Ma l’arrivo di Veolia è stato un affare per la Sicilia? No, se si gira Agrigento si vedono i tanti serbatoi sulle case, perché qui l’acqua corrente non arriva tutti i giorni.
Ma è acqua che non si può bere, serve solo per lavare, le persone devono usare l’acqua minerale per cucinare e per il caffè.
I serbatoi sono ricaricati quando arriva l’acqua corrente, due giorni a settimana, a volte anche meno: è in corso un razionamento dell’acqua distribuita da Siciliaacque, che fino allo scorso anno era controllata al 75% da Veolia.
Siciliaacque avrebbe dovuto fare degli interventi per aumentare l’acqua disponibile, dall’accordo del 2004, ma molti di questi non sono stati fatti: a Blufi, alla diga Gibbesi, ad esempio.
Oltre a queste mancate opere di potenziamento della rete, ci sono perdite che vanno avanti da settimane senza essere riparate. Così le persone devono prendersi l’acqua dalla fontana dal monte Bonamorone.

Non è stato un affare l’arrivo di Veolia in Italia e in Sicilia, che oggi ha abbandonato la regione Sicilia: ci sono crediti degli enti locali, lavori non fatti per la rete idrica, che perde per il 51%.
Oggi le quote di Veolia sono in carico ad una società di CDP, cioè i risparmi postali.

Nel Lazio la pulizia delle acque sono in gestione ad Acea (ovvero Suez): a Frosinone a Fontana Liri c’è un depuratore che non funziona e che è costato all’Italia una multa dall’Unione Europea pari a 165mila euro al giorno
(i liquami inquinano i fiumi).
Il depuratore pagato dai cittadini in bolletta, scarica le acque reflue nel fiume Liri.
L’avvocato Macioci ha fatto causa ad Acea per i costi per la depurazione in bolletta, pur sapendo che il depuratore non funzionava: Macioci ha vinto la causa e gli verranno indennizzati gli oneri per la depurazione delle acque.
E gli altri abitanti di Monte San Giovanni Campano?
Suez ha usato Acea per entrare nel mercato italiano: Acea ha distribuito dividendi per centinaia di milioni usando soldi pagati dagli abitanti dei comuni della provincia di Frosinone, per servizi non erogati.

 UN BUCO NELL’ACQUA Di Chiara De Luca

320 impianti termali al 90% accreditati col servizio sanitario: dovrebbero essere il nostro fiore all’occhiello, per le terapie erogate. Ma qual è la situazione di questi impianti?
A Montecatini si curano assieme perfino russi e ucraini per le “acque miracolose” che curano il corpo: la città si è attrezzata per accogliere i clienti dall’est, tanto che alcuni di loro hanno investito qui. Il gran Hotel La Pace è stato acquistato dalla figlia di un deputato della Duma.
E se Putin e Zelensky venissero qui a discutere della pace?
Le terme di Montecatini sono un bene dell’Unesco, un bene che deve essere tutelato dunque:
dei sette stabilimenti termali ne rimangono aperti solo due, uno di questi invece è parzialmente chiuso.

L’Excelsior è invece oggi chiuso e trasformato in un magazzino: all’interno ci sono dei quadri importanti che vanno tutelati.
Dopo anni di bilanci in rosso, il marchio di Montecatini Spa è stato messo all’asta, vendere beni per pagare i debiti: c’è un debito da 20 ml di euro per la realizzazione della più grande piscina termale, dove si è pagato 1,5ml di euro per un progetto dell’archistar Fuksas.
Ma i costi per la realizzazione della piscina sono aumentati, tanto che alla fine si è bloccato tutto.
Le terme sono in una fase di declino, che diventa il declino di una intera città, gli alberghi e le strutture commerciali.
Di chi è la colpa di questo declino? Le terme sono gestite a metà da regione e comune: nel 2016 la regione ha dichiarata non strategica la sua partecipazione nelle terme, puntando alla dismissione della sua partecipazione
(cosa difficile in quanto le terme erogano un servizio in convenzione con la sanità). Due anni dopo la regione di ripensa, Montecatini ritorna strategica se si fosse presentato un piano di risanamento: ma in assenza di questo, sono mancati sia gli investimenti che il rilancio.
Oggi Montecatini SPA è all’asta,
in un’asta internazionale (con tutti i beni dentro): la regione se ne lava le mani, lascia mano libera all’amministratore unico, che però non avendo soldi dalla regione non può fare nulla. Un cane che si mangia la coda.

Anteprima inchieste di Report - la sicurezza sul lavoro, l’holding di Aci, l’acqua delle terme e l’acqua sprecata in Sicilia

Se la scorsa settimana Report si è occupata della sicurezza sulle strade (secondo il modello Salvini e di questa destra), questa sera tocca al drammatico tema della sicurezza nel mondo del lavoro. Tre morti al giorno non sono una fatalità.

Poi un servizio sugli acquedotti italiani e si chi ci sta arricchendo.

La sicurezza sui luoghi di lavoro

In Italia si può morire di lavoro: la politica, la classe dirigente e parte del mondo dell’informazione considerano i tre morti sul lavoro ogni giorno (e gli infortuni) come una tassa da pagare, qualcosa da accettare in nome del profitto e delle procedure snelle nei cantieri.
La morte di 5 operai nel cantiere di Firenze dell’Esselunga del 16 febbraio scorso è emblematico: della situazione degli operai nel cantiere (dove a morire sono stati dipendenti in subappalto stranieri) ne parla l’Imam di Firenze “loro prendevano 12 euro, a chi ha portato il lavoro dovevano dare 7 euro e rimaneva così a loro 5 euro. Questo non è per un mese o due, ma era per più di un anno .. Questo è caporalato, abbiamo una legge in Italia contro questo abuso. Per altro questi ragazzi egiziani avevano un permesso di soggiorno, di asilo, non so se politico o umanitario, perciò non sapevano neanche l’Italiano, erano impauriti. Questa era una situazione incredibile, a Firenze nel 2024”.
Il giornalista Danilo Procaccianti ha chiesto all’Imam se gli operai avessero fatto dei corsi di formazione, sulla sicurezza : “se non parlano l’Italiano.. non hanno fatto niente.”

Report ha intervistato il segretario generale della Fillea CGIL di Firenze Marco Carletti, chiedendo in particolare se in quel cantiere si è riuscito a capire se ci fossero lavoratori a nero: “alcune cose di quel cantiere le abbiamo già affidate ad organismi inquirenti..”
Un modo per dire si: quel cantiere sarebbe stato controllato ben 9 volte dal dipartimento prevenzione dell’azienda sanitaria Toscana centro, nove controlli che non avevano incredibilmente rilevato nulla di anomalo.
Ma allora come prendere le dichiarazioni del direttore del dipartimento di prevenzione USL, secondo cui ci sarebbe un monitoraggio molto frequente? L’ultima verifica su quel cantiere era del 12 gennaio scorso e non avevano dato luogo a rilievi.

Cosa è accaduto su quel cantiere lo scorso 16 febbraio allora? L’ipotesi è che i lavori avessero subito una accelerazione per evitare le penali che sarebbero scattate in caso di ritardi nella consegna dell’opera. Questa sarebbe confermata dalle mail sequestrate dalla procura di Firenze che indaga per omicidio colposo plurimo e crollo colposo. Si ipotizza anche un difetto di fabbricazione della trave o un errore nel suo montaggio: di sicuro c’è che a tre mesi dalla strage sul registro degli indagati non compare nessun nome.
I familiari delle vittime vogliono però sapere cosa è successo, come Simona Mattolini, che a Report spiega di voler capire chi abbia causato la morte del marito e degli altri quattro operai: “sono cinque persone che non sono tornate a casa per causa di qualcuno e non di qualcosa”.
Cosa è mancato in quel cantiere? “Sono mancate le regole minime di sicurezza in quel cantiere” continua il segretario della Fillea “i quattro morti (dei cinque) non dovevano essere in quel luogo, era assolutamente vietato lavorare sotto l’operazione di getto. Il problema vero di quel cantiere è che quel manufatto che avete visto in televisione è stato costruito in due giorni e mezzo ..”
A Firenze e provincia c’è un accordo che risale al 2014 chiamato “cantiere trasparente”, per gli appalti privati sopra i 5 ml di euro è previsto un sistema elettronico di rilevazione delle presenze, il monitoraggio delle ore di lavoro e il monitoraggio della formazione dei lavoratori.
C’era tutto questo in quel cantiere? “In quel cantiere non c’era” spiega il segretario della Fillea CGIL “non a caso la sera fummo ricevuto in prefettura e la viceprefetta con candore (legittimo, io fui spaventato) ci disse che al momento non sappiamo neanche quanti ce ne sono sotto seppelliti.. è evidente che in quel cantiere ci fossero delle situazioni di irregolarità, per me è certo perché io li ho fermati quelli che immediatamente dopo l’infortunio fuggivano dal cantiere allontanandosi dall’intervista che voleva fargli la polizia.”
All’origine di tutto c’è il tema della riduzione al massimo dei costi dell’opera, per la massimizzazione del profitto, a volte anche a scapito della sicurezza, questa potrebbe essere la causa dell’incidente di Firenze: il committente dei lavori era la Villata spa, società della famiglia Caprotti, proprietari di Esselunga. Il presidente della società La Villata è l’ex ministro Angelino Alfano che, per la costruzione del supermercato di Firenze ha affidato i lavori alla società “Attività edilizie pavesi”, che a sua volta ha dato in subappalto i lavori ad un dedalo inestricabile di aziende.
Nella notifica del cantiere si parla di 150 imprese coinvolte e a scorrere l’elenco si trovano 61 subappalti.
L’ex ministro ha preferito non rispondere alle domande poste da Giorgio Mottola, “le ha già detto che non parla” , hanno fatto scudo gli assistenti che hanno poi allontanato il giornalista dalla libreria dove stava Alfano doveva presentare un libro. Argomento scomodo, evidentemente, quello della sicurezza dei lavori. Anche se ci sono stati cinque morti.
Nessuno da Esselunga ha chiamato i familiari delle vittime per fare le condoglianze, silenzio assoluto: “penso che chi non ha paura ci mette la faccia ” sono le parole di Simona Mattolini “chi ha la coscienza pulita ci mette sempre la faccia, se non c’è niente da nascondere perché scappare ..”

Per capire le cause del crollo nel cantiere bisogna seguire il flusso del denaro a cominciare proprio dalla società immobiliare del gruppo Esselunga, quella Villata SPA guidata da Angelino Alfano: la società va “da Dio” spiega a Report Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto privato nell’economia, consulente della trasmissione in tanti servizi, “La Villata guadagna più dei Benetton con le autostrade in monopolio, fa più del 50% di utile lordo e al netto delle imposte guadagna il 33% dei ricavi, un terzo del fatturato è utile netto ..”
Come riescono a fare questi utili? “Sicuramente abbassando al massimo i costi, comprimendo i costi a chi gli costruisce la roba.”

AEP, la società di costruzioni di Esselunga ha lavorato anche a Genova per la costruzione di nuovi supermercati che, negli anni della presidenza Toti, sono passati da 0 a 6, anche grazie ai buoni rapporti con la politica.
Stessa storia a Lodi: Report ha intervistato la consigliera comunale Giulia Baggi di FDI, chiedendo come mai si era mossa per raccogliere le firme per il supermercato. “Non ho raccolto firme per Esselunga, ma per una riqualificazione” ha risposto la capogruppo, ma in realtà nel volantino del suo partito si parlava esplicitamente del marchio con la S: chissà se a smuovere i consiglieri sia stato proprio un finanziamento al partito fatto da Attività edilizie pavesi, 25mila euro il giorno prima che la variante arrivasse in consiglio comunale e 24.500euro qualche giorno dopo la raccolta firme (nel settembre 2020). Una scansione temporale un po’ strana di cui però la capogruppo non ne sapeva niente. E’ tutto regolare, a termini di legge, ma è anche opportuno? Un’azienda che finanzia un partito che poi adotta in consiglio comunale una delibera a sua favore?
“Penso che le due cose non fossero collegate, io facevo parte del gruppo consiliare di allora e del finanziamento non ne sapevamo nulla.”
Gli esposti in procura su questa vicenda a Lodi non avevano portato nulla, come nulla avevano portato le indagini che la stessa azienda aveva fatto al comitato per il presidente della regione Liguria Giovanni Toti con la coincidenza che da quanto ha cominciato a governare lui in Liguria i supermercati Esselunga sono passati da 0 a 6. Toti sembra essere diventato un testimonial pubblicitario del marchio.
Il consigliere comunale, ed ex giornalista, Ferruccio Sansa aveva denunciato tutto questo: “benvenuta Esselunga, Esselunga sta arrivando a Genova, più concorrenza e spesa meno cara.. a me questa sembra pubblicità… ciao mister Esselunga festeggerai da lassù e i liguri ti ringrazieranno risparmiando qualche euro di spesa..”

Il finanziamento di AEP è stato di 50mila euro al comitato Giovanni Toti era arrivato nell’agosto 2020 proprio in coincidenza con la discussione in regione dell’apertura del supermercato Esselunga a Genova: “se una amministrazione deve pronunciarsi e dare via libera a questa operazione consistente, ovviamente se questa riguarda un suo finanziatore, allora si crea una questione di opportunità..” continua Sansa.
Quello che colpisce, chiede Danilo Procaccianti, è che questo sembra un modus operandi, quando c’è qualche problema con la politica, la società che costruisce i supermercati Esselunga comunque tira fuori denaro.
“Ci sono finanziamenti, col logo di Esselunga, a eventi del comune di Genova che sono eventi che danno molto lustro al politico, poi c’è un altro fenomeno interessante. Esselunga è il principale inserzionista della principale televisione privata ligure, una televisione per cui Toti e Bucci hanno una estrema simpatia..”

Sempre in Liguria è successo anche di peggio: nel cantiere di Recco i lavoratori, stanchi di non essere pagati, si erano rivolti al sindacato perché il datore di lavoro non aveva versato loro nemmeno i versamenti alla cassa edile.
“E’ diventato una giungla” commenta il delegato Fillea CGIL Serafino La Rosa “qua abbiamo lavoratori che arrivano al nord che non sanno nemmeno cos’è fare un corso sulla sicurezza, a volte ci troviamo lavoratori che fino a ieri facevano i pizzaioli.”
Stanchi di questa situazione gli operai una mattina di due mesi fa si sono rifiutati di lavorare e hanno denunciato tutto ai sindacati: a quel punto è arrivata in cantiere una squadra col compito di fare un raid punitivo.
Un ragazzo egiziano è stato preso a botte: per difendere i propri diritti siamo arrivati a questo, a dover prendere calci e pugni.
A Genova c’è un grande appalto pubblico per la ristrutturazione di palazzi, case popolari gestite dalla SPIM, una società al 100% del comune di Genova. Ma questo non ha evitato che i cantieri fossero fuori controllo: anche qui gli operai raccontano di stipendi non pagati, né cassa edile né inps, lavoratori a nero, addirittura gente senza permesso di soggiorno (dunque clandestini, ma tollerati perché funzionali a questa imprenditoria malata).
I sindacati hanno convocato il datore di lavoro nei loro uffici: a quest’ultimo gli è scappato di bocca che è vero, non avevano fatto corsi di formazione, sulla sicurezza, non sapeva chi c’era in cantiere .. però il cantiere continua a lavorare, nessuno gli ha revocato l’appalto.
Cosa risponde il sindaco di Genova? Nulla “c’ho da fare” dice al giornalista di Report mandandolo via “me lo allontanate per favore”. Che ci sia una situazione di pericolo e di violazione delle regole importa ancora a qualcuno? A parte dopo le tragedie?



La scheda del servizio: LAVORO A PERDERE
di Danilo Procaccianti
Collaborazione Goffredo De Pascale, Andrea Tornago

Un incidente sul lavoro al minuto, tre morti al giorno, più di milleduecento all'anno. Sono i numeri di una vera e propria strage, i numeri dei morti sul lavoro. Solo negli ultimi quattro mesi ci sono stati tre incidenti con più morti nello stesso evento: Casteldaccia (Pa), Suviana (Bo) e Firenze dove, per il crollo di una trave, sono morti 5 operai il 16 febbraio scorso e ad oggi non c'è nessun nome iscritto sul registro degli indagati. In quel cantiere erano coinvolte più di 100 aziende e nella notifica del cantiere appaiono 61 subappalti. Quanto ha influito tutto questo in quella tragedia? Cosa sta facendo la politica per ridurre questi tragici numeri?

Il business sull’acqua pubblica

In Italia Veolia si occupa di energia e di acqua e in Sicilia per 20 anni ha gestito l’acquedotto regionale, l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua ai comuni: con quali risultati?
Ad Agrigento basta alzare la testa per vedere che c’è qualcosa che non torna nel servizio erogato, ovvero i tanti serbatoi sui tetti delle case. Come racconta il signor Mario Aversa, portavoce dell’associazione Punto e a capo, “ogni serbatoio fa capo ad una unità immobiliare, una famiglia” e più grande è la casa più grande deve essere il serbatoio.
Perché nelle case, nell’Italia del 2024, non arriva l’acqua corrente, così le famiglie devono arrangiarsi coi serbatoi e con le pompe per portare l’acqua in casa. Ma rimane un’acqua che non si può bere, “addirittura mettiamo l’amuchina dentro perché non sappiamo che tipo di acqua è” racconta a Report una signora del posto “io non l’adopero neanche per cucinare”.
Perché qui, sempre nell’ITalia del 2024, usano l’acqua minerale (in bottiglie di plastica) per cucinare, persino per il caffè. Per gli altri usi c’è quella del serbatoio, fino a quando non finisce e allora va ricaricato, secondo i turni dell’acqua: “chi si alza prima al mattino in questa zona avvisa gli altri che sta per arrivare l’acqua perché sente prima di tutti il rumore, dopodiché aspetta, oppure lava la biancheria..”
Si lava e si stendono i panni tutti assieme, quando arriva l’acqua per i serbatoi, due volte a settimana, mercoledì e sabato – continua la signora Rubini – “però non è sempre così perché in questo momento ad esempio arriva anche dopo otto o dieci giorni.”

Perché in questo momento è in corso un piano di razionamento dell’acqua in 93 comuni siciliani, annunciato da SiciliaAcque, la società che gestisce il prelievo dell’acqua da pozzi e dighe e anche l’acquedotto con cui la distribuisce ai comuni.
Dall’anticipazione del servizio: Il piano di razionamento partito a marzo riguarda 93 Comuni nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Palermo e Trapani. La decisione è stata presa dalle autorità regionali insieme a Siciliacqua, la società che gestisce l'approvvigionamento dell'acqua e la sua distribuzione ai comuni. Ad Agrigento nelle case l'acqua corrente arriva solo una o due volte a settimana per poche ore. Scorre invece dalla fontana Bonamorone dove tutti vanno a fare scorte.

Così, nell’Italia del 2024, dove si appresta a costruire la grande opera che stupirà il mondo, il ponte sullo stretto, persone di 80 anni sono costrette a portare a mano bidoni di acqua dall’unica fontana pubblica del paese, per fare scorta.
Siciliaacque fino al 2023 controllata da Veolia con il 75% delle quote societarie ” spiega a Report l’esperto tributario Maurizio Di Marcotullio “mentre il 25% era detenuto dalla regione Sicilia”: questa società ha ottenuto dalla regione la gestione dell’acqua a seguito di un accordo firmato nel 2004: la regione fondamentale era eliminare il rischio di mancanza di acqua, eliminare le condizioni che potessero mettere in difficoltà i cittadini e le imprese – racconta Salvatore Licari membro della consulta idrica di Agrigento.
Viene così stilato un elenco di interventi per ammodernare l’acquedotto e aumentare la quantità di acqua disponibile, ma dopo 20 anni Siciliaacque ne ha fatti solo alcuni di questi interventi e altri rimangono sulla carta.
Tra gli interventi non fatti c’è anche il completamento della diga di Blufi: qui avrebbe dovuto essere raccolta acqua per circa 7 ml di metri cubi per un nuovo bacino che poi l’acquedotto avrebbe dovuto portare ai comuni. Ma alla fine l’acquedotto non è mai stato realizzato: la diga era responsabilità della regione Sicilia, la componente dell’acquedotto era invece a carico di Siciliaacque che però si difende dicendo di non essere obbligata a portare l’acqua ai comuni, perché quest’acqua dovrebbe essere destinata all’irrigazione dei campi.
In un rapporto stilato a fine 2021 Siciliaacque prende atto che l’acquedotto Fanaco ad Agrigento è in alcuni tratti degradato ma programma la manutenzione solo a partire dal 2025, stessa cosa per l’acquedotto Ancipa in provincia di Enna e per altre opere considerate strutturali.
Ma se gli acquedotti non sono adeguati aumenta il rischio di perdite lungo il percorso (Report ne mostrerà diverse nel corso del servizio, alcune con perdite sostanziose che vanno avanti da settimane senza che nessuno faccia nulla): in Sicilia la perdita lungo il trasporto arriva al 51,6%, costringendo le persone a dove ricorrere ai serbatoi.

La scheda del servizio: ACQUE SCURE
di Emanuele Bellano
Collaborazione Chiara D’Ambros, Raffaella Notariale

L'acqua è un bene comune e la rete idrica appartiene allo Stato che la affida in gestione a soggetti privati, pubblici, o misti. I più grandi gestori dell'acqua in Europa sono due società francesi: Veolia e Suez. Con base in Francia operano anche in Italia su tutto il territorio nazionale. La testimonianza esclusiva di un imprenditore italiano che ha cercato di entrare nel grande business della depurazione delle acque permette di scoperchiare e di ricostruire dall'interno il meccanismo dei grandi appalti internazionali di questo settore. Offerte di denaro nel tentativo di truccare le gare, conflitti di interessi, promesse di sub-appalti: la società milanese Passavant Impianti di Marco Schiavio si ritrova travolta da un sistema che non avrebbe mai immaginato esistesse a quei livelli. Grazie a documenti inediti e a registrazioni si delinea uno spaccato di come gira lo sporco mondo della depurazione delle acque. Con dei rivoli che scorrono anche nel nostro Paese.

Gli affari dell’Automobil club

Del servizio di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella è uscita una anticipazione sul Fatto Quotidiano a firma di Roberto Rotunno:

Aci si fa la holding e alla sicurezza vanno le briciole

Prendi la parte più sana di un ente pubblico come l’Automobile Club Italia (Aci) e trasferiscila in una holding privata. Con l’impegno si occupi, forse, di realizzare le attività benefit previste dal gruppo. Report in onda stasera alle 20.50 su Rai3 si occuperà delle ultime manovre societarie di Angelo Sticchi Damiani, presidente Aci con un mandato che assomiglia più a una monarchia: è in carica dal 2011.

Il servizio di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella fa luce sugli aspetti opachi dell’operazione in favore della Ventura Spa. Che cosa si intende, in primis, per operazioni benefit? L’Aci si occupa di promozione, controllo e indirizzo sul settore automobilistico, quindi il pensiero va alla sicurezza stradale. Ma qui, sorprendentemente, viene fuori che l’investimento è molto risicato: da bilancio, ci sarebbero 5 milioni di euro, ma le fonti del programma di Sigfrido Ranucci raccontano che in realtà in quella cifra ci sono altre voci come il Cis – Viaggiare informati e i servizi di informazione per chi si sposta all’estero. Benché Sticchi Damiani parli di circa 13 milioni spesi, andando all’osso il costo è appena 1 milione. Il presidente sostiene poi che l’Aci conterebbe su 50 formatori sul territorio a svolgere attività più altri 80 degli automobilclub. In realtà, risulta che dentro l’Aci vi siano appena tre formatori, e che altri 40 arriveranno a tempo parziale spostandoli altre mansioni, quindi a costo zero. Ricapitolando, la holding Ventura dovrà mettere in pratica le scarse attività benefit dell’Aci, in cambio riceverà il 25% di Sara Assicurazioni, società che nel 2023 ha realizzato un utile di 83 milioni. Il piano è stato redatto da Kpmg, che da questa operazione ha previsto un risparmio fiscale che Sticchi Damiani vorrebbe usare proprio per aumentare le attività benefit.

La scheda del servizio: QUATTRO RUOTE E QUATTRINI
di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella
Collaborazione Eva Georganopoulou

L’ACI nasce nel 1898 come associazione di appassionati torinesi dell’automobile, diventa poi un’associazione nazionale che nel secondo dopoguerra cresce fino a entrare nel parastato diventando il gestore del PRA, il registro delle automobili. I soldi delle imposte sulle auto insieme alle tessere dei milioni di soci, nel corso degli ultimi decenni hanno portato l’Automobile Club d’Italia a possedere immobili per più di 215 milioni di euro e persino l’80% di quote dell’assicurazione SARA, una gallina dalle uova d’oro. Il fatturato ACI gira sui 600 milioni di euro. Report ha verificato quanti di questi soldi finiscono in formazione per la sicurezza stradale.

Il buco nelle terme

Montecatini Terme era il fiore all’occhiello della regione Toscana, all’interno della struttura ci sono vari stabilimenti, ciascuno con una sua funzione terapeutica: nello stabilimento Tettuccio, per esempio, si pratica la cura idroclinica per le patologie gastrointestinali. Sono cure previste dal sistema sanitario nazionale attraverso 12 giorni di terapia che prevede di bere fino a 4 bicchieri di acqua ogni giorno a secondo delle problematiche, colon irritabile, diverticoli – spiega a Report il medico Stefano Russo. A Montecatini Terme sempre in convenzione col SSN, vengono curate anche le patologie osteo articolari sia attraverso dei fanghi in acqua sia attraverso la fango terapia. Qui vengono curate anche la patologie respiratorie, anche nel periodo post covid venivano indirizzati qui dei pazienti.
Il servizio di Report racconterà come funzionano i vari stabilimenti.

La scheda del servizio: UN BUCO NELL’ACQUA
Di Chiara De Luca
Collaborazione e ricerca immagini Eva Georganopoulou

L’Italia con i suoi 320 impianti, per il 90% accreditati con il Servizio sanitario nazionale, è uno dei paesi al mondo con la più antica tradizione termale. Montecatini Terme è una delle città termali più importanti d'Italia, meta amata anche da russi e ucraini. La società Montecatini Terme Spa, di proprietà di Comune e Regione, è in perdita dal 2011 e oggi tutto il patrimonio immobiliare, stimato in 50 milioni di euro, è finito all’asta per un valore di circa 42 milioni di euro. Report ha analizzato i motivi per cui si è arrivati a questo punto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 marzo 2024

Presadiretta autodifesa

La battaglia dei lavoratori dell’auto

Il viaggio nel mondo delle industrie, per capire qual è lo stato di salute, comincia a Detroit: qui la crisi ha colpito duro nel settore delle auto. Il maxi prestito di Obama salvò alcune aziende, come Chrisler, poi acquistata dalla Fiat di Marchionne.

Le aziende furono salvate, gli stipendi dei manager sono cresciuti ma non quelli degli operai: si è arrivati allo sciopero contro le big three (Ford, Stellantis e GM), con lo slogan “eat the rich”. Sei settimane di sciopero hanno portato ad un accordo storico: il sindacato e i lavoratori nei picchetti hanno ricevuto la solidarietà del presidente Biden, non di Trump, “a lui non interessa nulla dei lavoratori” risponde il segretario del sindacato UAW Shawn Fain.

Per gli operai non è mai tempo di chiedere aumenti di salari – si sente dire sempre così, anche in Italia: ma la battaglia del sindacato ha avuto ragione di questa sciocchezza, anche per le battaglie portate avanti contro gli scandali, contro un atteggiamento troppo amichevole con le aziende (voglio un sindacato grasso e docile diceva Marchionne). In Italia si direbbe un sindacato ideologico, ma è quello che serve per difendere i diritti e i salari, anche con scioperi pesanti che hanno causato perdite di profitti, stimati in 4,3 miliardi di dollari in quelle sei settimane.

L’aumento di salari è stato tra il 20 al 25%: sono soldi che consentono alle persone di poter vivere meglio, permettersi di pagare le bollette. Hanno ottenuto il ripristino del COLA, l’adeguamento degli stipendi con l’inflazione, benefici anche per i neo assunti.

Lo sciopero è stato vissuto con grande entusiasmo dai lavoratori, si sono sentiti uniti: hanno ricevuto il sostegno da parte di un fondo dello stesso UAW per mantenere le famiglie.

Anche la politica industriale di Biden ha fatto la sua parte: la sua amministrazione ha messo sul piatto un investimento da 750miliardi per la svolta green, investimenti in nuovi veicoli elettrici, purché prodotti in America. Così è stata supportata l’industria americana, anche con incentivi fino a 7500 dollari per veicoli elettrici e ibridi, tutto per mantenere la produzione negli Stati Uniti.

Stellantis voleva abbandonare lo stabilimento di Belvedere in Illinois: ma dopo le proteste dei lavoratori e del sindacato UAW hanno fatto cambiare idea a Tavares.

Mantenere aperte le fabbriche e aumentare i salari non ha mandato in bancarotta Stellantis né delle altre aziende: le aziende stanno cercando di risparmiare quei soldi con misure di efficientamento, che significa tagli ai posti di lavoro, anche se questo significa diminuire la sua forza lavoro.

È la solita avidità aziendale, i manager vogliono sempre più soldi nelle mani di poche – racconta a Presadiretta il segretario di UAW – che punta il dito contro le delocalizzazioni e che per questo propone un sindacato globale.

Stellantis in Italia

Il ministro Urso deve convincere Stellantis a rimanere in Italia e a mantenere gli stabilimenti aperti a Mirafiori, Pomigliano: il ministro vorrebbe puntare ad 1 milione di veicoli prodotti in Italia (oggi siamo a mezzo milione), ma senza la partenza di nuovi modelli è un obiettivo poco credibile.

Servirebbe un altro produttore di auto da fuori, ma l’AD di Stellantis ha già minacciato il governo italiano: c’è un braccio di ferro tra l’Italia e Stellantis che sta chiedendo incentivi e investimenti nelle infrastrutture.

I nuovi modelli di Stellantis, la topolino e la 600 elettrica saranno prodotti all’estero, mancano nuovi modelli prodotti in Italia.

Ad oggi gli unici investimenti di Stellantis su Mirafiori sono il Battery Technology Center dove si collaudano le batterie e l’hub per l’economia circolare, per il riciclo dei componenti. Torino non è più la capitale italiana dell’automotive: Edi Lazzi ha portato Presadiretta nella zona est di Torino, quella che era chiamata la Stalingrado italiana per la presenza di tante aziende nel settore dell’automotive, oggi però molte sono chiuse, per le delocalizzazioni di Stellantis.

Presadiretta è andata poi a Grugliasco davanti a quello che, secondo le intenzioni di Marchionne, doveva essere il polo del lusso, con la produzione delle Maserati, su cui si doveva basare la rinascita della Fiat Chrisler a Torino: oggi è tutto abbandonato, oltre le vetrine si intravede una macchina, rimasta là dentro dopo tutti questi anni. Si tratta del primo modello prodotto, con le firme degli operai: qui una volta lavoravano 2500 operai, ma un giorno in Fiat hanno deciso che questo fosse uno stabilimento di troppo, hanno trasferito le poche produzioni rimaste a Mirafiori. “Abbiamo visto chiudere centinaia di imprese” spiega a Presadiretta Edi Lazzi segretario generale della Fiom Cgil di Torino “ne abbiamo quantificato almeno 370 nel solo settore metalmeccanico, persone che hanno perso il posto di lavoro e che ancora oggi stanno facendo la cassa integrazione. E sembra che questo film dell’orrore non si fermi..”
Lo stabilimento della Maserati è stato messo in vendita da Stellantis sul sito di immobiliare.it, come fosse un edificio qualsiasi e non uno degli insediamenti industriali tra i più importanti dell’automotive italiana.

Alla Lear si producono sedili per le auto: i lavoratori sono oggi in presidio perché temono la chiusura dello stabilimento. Qui non si lavora proprio, come conseguenza di quello che sta facendo Stellantis, che porta il lavoro fuori da Torino e così si riduce il lavoro di tutto l’indotto. Fino a pochi anni fa non si trovava il parcheggio davanti la Lear, oggi invece il piazzale è vuoto: le persone davanti la fabbrica sono preoccupate, temono le delocalizzazioni e anche l’atteggiamento del governo, che non si rende conto della catastrofe.
I sedili della 500 elettrica sono realizzati da una azienda turca, che ha abbassato i costi, prendendosi la commessa.

Cosa si produce nell’hub dell’economia circolare inaugurato a fine dicembre del 2023 dove sono stati messi a lavorare 100 operai? Si recuperano pezzi, parti mobili, dei veicoli non marcianti – spiega a Presadiretta Alberto Pittarello operaio Stellantis – poi c’è il ripristino di veicoli marcianti con pochi km a cui viene data una rimessa a posto per essere rimesso in vendita.

Non era proprio la stessa mansione che aveva prima, quando lavorava per Maserati, dove montava le plance.

In questo hub Alberto, che ha 50 anni, è il più giovane: ci sono tutte persone che si apprestano ad arrivare alla pensione “a me piacerebbe girarmi e vedere che c’è un giovane di 26 anni, che subentra, giusto per avere lungimiranza, vuol dire che c’è un progetto ..”
Invece accanto ad Alberto non c’è nessuno.

Alcuni stabilimento producono più cassa integrazione che altro, come a Mirafiori: l’azienda Stellantis oggi sta incentivando i suoi dipendenti ad andarsene, – racconta un altro operaio “l’azienda sta dicendo, noi ti aiutiamo economicamente per uscire .. avessero investito gli stessi soldi che stanno investendo per far andar via le persone probabilmente facevano uno o due modelli nuovi.”

Tavares sta spingendo i suoi fornitori a ridurre i costi, andando a portare la produzione nei paesi a più bassi salari: si risparmia su tutto nell’era Tavares, anche su affitti, riscaldamento. Meglio produrre in India e in Asia, pur di avere costi inferiori: è una richiesta di mercato – giustifica il presidente della Sila Pavesio – ma questo significa produrre prodotti di qualità, rimanendo in Italia con la ricerca.

Ma ci sono aziende che hanno seguito Stellantis, andando a spostare la produzione all’estero, come AD Microchannell Devices.

Da Torino a Pomigliano: qui si producono 2500 veicoli, tra cui la Panda. Ma Stellantis ha fatto sapere che la nuova panda elettrica sarà prodotta in Serbia, il presidente serbo ha dato l’annuncio di fianco alla presidente patriota Meloni.

Quali prospettive rimangono per i 4200 operai di Pomigliano, a cui oggi viene chiesto di lavorare su turni massacranti?
La panda elettrica è fondamentale per mantenere l’occupazione in Italia: spostare la produzione in Serbia è uno schiaffo ai lavoratori, costretti a competere coi lavoratori serbi.

Presadiretta è andata a Kragujevac, città a circa 140 km da Belgrado dove ha incontrato Branko Vuckovic, giornalista locale, esperto di industria e automotive, che ha mostrato gli storici stabilimenti Zastava Fiat, oggi di proprietà di Stellantis. Ai tempi della Fiat nel parcheggio aziendale potevano stare solo le auto della Fiat e della Zastava, le auto di altri marchi dovevano sostare lontano e gli operai venire a piedi. Poi i capannoni costruiti per la Fiat 500, negli ultimi due anni la fabbrica è stata chiusa e hanno impiegato questo tempo per installare altre linee di produzione nello stabilimento. I lavori sono quasi pronti – racconta il giornalista serbo – e la produzione della nuova auto Fiat dovrebbe iniziare nel terzo trimestre di quest’anno. Al momento nella fabbrica ci sono 500 operai circa: solo loro che produrranno, secondo i piani di Stellantis, l’auto per tutte le tasche, la nuova Panda elettrica: “io parlo con la gente, sono sempre per strada, posso dirti che qui sono tutti molto felici che Stellantis abbia scelto Kragujevac per produrre il nuovo modello, perché l’auto elettrica rappresenta il futuro e questo porterà tanto lavoro per la città e per tutta la Serbia”.

Nel 1954 venne firmato il primo contratto tra gli Agnelli e la Zastava: l’amministrazione ha eretto un monumento alla Fiat, che ha poi salvato il marchio serbo quando stava per fallire. Lo stabilimento di Kragujevac ha comunque subito dei tagli, molti fornitori esterni hanno visto tagliarsi i contratti per la scelta di Stellantis di internalizzare la produzione di componenti.

Molti lavoratori di queste aziende, come la Adient, hanno così perso un lavoro: il processo di riduzione delle spese e di risparmio di Tavares non porterà nuovi posti di lavoro in Serbia, ad alcuni operai è stato proposto o di andare a lavorare all’estero, oppure di prendersi due anni di indennità.

Che accordo è stato firmato con Stellantis? Il governo serbo sta dando molti soldi a Stellantis per farla rimanere qui, come successo prima con Fiat: sono sovvenzioni per gli stipendi, infrastrutture, sconti al prezzo dell’energia.

Ma il punto centrale sono i salari bassi: sono 600 euro al mese per Stellantis, perché la Serbia rimane un paese a basso costo di lavoro (con cui noi italiani dovremmo fare concorrenza). Un paradiso per gli investitori, ma un inferno dei lavoratori, non si sopravvive con 600 euro al mese – raccontano a Presadiretta diversi sindacalisti intervistati.

Il contratto tra governo serbo e Stellantis è segreto: il giornalista Miletic racconta che in Serbia è normale che i cittadini siano tenuti all’oscuro di questi accordi, nascondendo quali siano i favori e i soldi dati a questa compagnia. Sta tutto nelle mani del presidente serbo: per ogni posto di lavoro il governo può sborsare fino a 130mila euro in dieci anni.

Di fatto, è il governo che paga i salari.

L’ex presidente Tadic ha firmato i primi accordi con la Fiat di Marchionne: all’epoca si pensava di attrarre investimenti tenendo bassi i salari.

Così oggi siamo arrivati ad una situazione che è prossima ad un ricatto: o tenete bassi i salari, o ci date incentivi, o noi ce ne andiamo.

Si chiama effetto della centralizzazione del capitale, come diceva Marx: i grandi produttori fanno la guerra ai piccoli, per eliminare la concorrenza.

Il professor Brancaccio ha spiegato a Presadiretta quali scenari potremmo avere: piegarci al liberismo o cambiare la politica europea di produzione, decidendo dove produrre e dove no, per ristrutturare il settore.

La guerra dei prezzi, già raccontata da Marchionne anni fa, farà fuori i piccoli produttori e in questa guerra ci troveremmo stritolati anche noi.

Nel frattempo in Italia continua la cassa integrazione e gli incentivi alle dimissioni.

4 giorni a settimana

Ma ci sono anche imprese che pensano che il loro successo sia legato anche al benessere dei loro dipendenti. Come Luxottica, simbolo del made in Italy: l’azienda fondata da Leonardo Del Vecchio, scomparso nel 2022, ha deciso di ridurre l’orario di lavoro, regalando del tempo ai propri dipendenti.

Quello della settimana corta, “time for you” è parte dell’accordo integrativo tra operai e azienda: i venerdì liberi saranno dedicati alla famiglia, negli altri giorni si potrà lavorare meglio perché più rilassati.

Si produrrà di meno? No perché si può organizzare il lavoro con anticipo, anche investendo con nuove assunzioni, magari di donne, perché la settimana corta favorisce anche la parità di occupazione.

Luxottica è stata la prima azienda a dare la mensa gratis, a dare rimborsi ai dipendenti, con borse di studio, con nuove forme di welfare: si può essere competitivi con meno ore di lavoro, con salari dignitosi.

Dopo Luxottica, Presadiretta è andata nello stabilimento di Lamborghini: qui non hanno aderito al jobs act e ora hanno puntato alla settimana corta.

Gli investimenti nella fabbrica consentono di recuperare le minori ore di lavoro: meno stress nella produzione, maggiore efficienza delle linee di produzione.

L’azienda da mezz’ora al giorno ai dipendenti, ha concesso lo smart working a tutti i dipendenti: qui è in corso una rivoluzione industriale, che una volta tanto non è ai danni di chi lavora.

Non si fa competizione al ribasso, spiega a Presadiretta il responsabile delle risorse umane: la settimana corta porterà ad un maggiore attaccamento al lavoro, una riduzione degli infortuni, maggiore efficienza.

Anche in Germania si sta sperimentando la settimana corta: lo chiedono i sindacati ad Amburgo nel settore metalmeccanico, ma anche in settori amministrativi.

In Spagna la settimana corta la sta portando avanti il governo: il ministro del lavoro parla di una rivoluzione del tempo, ridurre il lavoro a parità di salario.

Anche in Portogallo si sta portando avanti una sperimentazione, iniziata dal governo precedente, su aziende molto diverse.

Gli effetti sui dipendenti parlano chiaro: meno stress e maggiore soddisfazione, si cerca di far bene il lavoro con meno ore. Il tempo libero stimola la creatività, incentiva la formazione.

Non è una riforma né di destra né di sinistra – racconta l’economista portoghese Pedro Gomes a Presadiretta: la settimana corta è il futuro, ma la politica deve guidare il cambiamento, che non avverrà da solo.

La storia delle lavoratrici di La Perla

La battaglia delle lavoratrici del marchio La Perla è per tutti noi: sono due mesi che in pausa pranzo scendono in strada a far rumore, per attirare attenzione sulla loro situazione. Si parla di portar fuori la produzione, con tante incognite sul loro futuro: il fondo inglese Tennor ha comprato il marchio e lo scorso marzo è iniziato un tracollo della produzione, non ha mai fatto un piano industriale, ha aumentato l’indebitamento nei confronti dei fornitori.

La Perla è un marchio nato nel 1954, è un marchio noto per la qualità dei suoi prodotti.

Queste lavoratrici oggi provano un senso di rabbia per l’ingiustizia che stanno subendo, per come si sta distruggendo un patrimonio industriale e lavorativo.

Molte delle dipendenti non sono giovani e non sarà semplice per loro trovare un lavoro: per il fondo inglese le dipendenti sono numeri, non persone che devono pagare un mutuo.

Il fondo inglese ha ridotto i posti vendita de La Perla, causando problemi anche nelle aziende dell’indotto: nei magazzini della logistica giacciono capi invenduti che potrebbero ripianare i debiti dell’azienda. Ma il fondo inglese ha altre idee: l’obiettivo è ridurre al massimo le perdite, massimizzare i rendimenti finanziari. I fondi finanziari non sanno improvvisarsi in imprenditori, la finanza del fondo Tennor sta uccidendo il lavoro.

Così oggi, per le mancate tasse pagate dal fondo inglese, i beni de La Perla sono congelati, bloccandone il rilancio: servirebbe una regolamentazione europea sui fondi finanziari, che dia poteri ai lavoratori per difendersi da questi fondi che si comportano come predatori, distruggendo il lavoro.

Forse non mancano, come dicono i giornali, persone che vogliono lavorare in Italia, fare sacrifici. Mancano imprenditori in Italia, che vogliono mettersi in gioco, partendo dal know di queste lavoratrici che un mestiere lo conoscono bene e che oggi devono lottare senza uno stipendio.

Senza un lavoro con un salario dignitoso, le nostre città diventeranno solo per persone che vivono di rendita – racconta a Iacona la rappresentante sindacale.

Ecco cosa rischiamo in questo paese, non solo il deserto industriale, ma anche il deserto sociale.