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14 settembre 2017

La notte della rabbia di Roberto Riccardi


Prologo 
Il covo era in penombra. Stefano entrò con passo deciso, appoggiò il borsone sulla tavola, aprì la cerniera: Ne prese due bombe a mano SRCM di fabbricazione italiana che andarono ai suoi compagni, una pistola semiautomatica Walther P38 che tenne per sé e una cartina di Roma con vari punti segnati in rosso. Nel mettersi seduto guardò il suo vicino e si accorse di una nota stonata. 
- Ancora con quel ferrovecchio? 
Lorenzo non doveva prendere la Makarov e lo sapeva. Nell'ultima azione si era inceppata e aveva rischiato di lasciarci la pelle. Quando l'armiere di via del Tritone si era messo a strillare lui aveva rivolto la canna in aria, aveva premuto il grilletto per spaventarlo e non era successo nulla. Il tempo di riprendersi e l'uomo aveva infilato le mani sotto il bancone, di sicuro ne avrebbe tratto un'arma e quella sì che avrebbe funzionato. Per fortuna ci aveva pensato Stefano a spegnere il fuoco nelle vene dell'ardito esercente ….

L'ultimo romanzo del colonnello dei carabinieri Roberto Riccardi ci porta indietro nel tempo, nel pieno degli anni di piombo: leggendo le pagine del libro si entra proprio dentro gli uffici dell'arma dove si combatteva l'eversione e, dall'altra parte della barricata,dentro un covo di una delle sigle del terrorismo rosso, le SAP.
Il nome è parzialmente inventato (ispirato alle NAP e anche alle BR), come anche inventata (ma ispirata a fatti reali avvenuti in quegli anni) la storia del rapimento del professor Marcelli, consulente per la riforma del codice penale del ministro della giustizia, nonché aspirante ministro.
Un commando delle SAP lo ha rapito appena uscito da casa, uccidendo l'agente di scorta, il carabiniere Greco, una ragazzo venuto dal sud, ucciso con tutte le sue speranze in una guerra che nessuno aveva dichiarato. Se non la follia delle SAP.
Rosario Greco, l'ultimo martire di una causa insensata. L'ennesima follia della storia, un'onda di morte germogliata nelle viscere del fanatismo umano.

Si intuisce che l'autore abbia preso spunto dal rapimento di Aldo Moro (avvenuto quattro anni più tardi): l'agguato vicino casa, la scorta trucidata, i comunicati mandati ai giornali pieni di quel linguaggio delirante dei terroristi in cui si parla di lotte per il proletariato, di prigione del popolo, di tirannia borghese, di rivoluzione del popolo (come se quel carabiniere morto non facesse parte anche lui del popolo ..)
Squadra d'azione proletaria 
Direttivo strategico 
Oggetto: sequestro del professor Claudio Marcelli 
Comunicato n 2 
Noi, combattenti chiamati a guidare la rivoluzione, abbiamo decretato. Affidiamo la divulgazione delle nostre decisioni alla stampa perché nulla resti segreto....

Il ricatto allo Stato in cui le SAP chiedono la liberazione del loro vecchio comandante, lo Stato che deve decidere se proseguire la linea della fermezza o trattare.

Allo stesso modo, anche il nuovo protagonista di questo libro, il colonnello Leone Ascoli, capo del reparto antieversione dei carabinieri, ricorda per temperamento il generale Dalla Chiesa. È lui l'uomo che, per conto dello Stato, deve rispondere a questo duro colpo: capire chi siano questi terroristi delle SAP, dove si trovi il covo in cui nascondono Marcelli e, soprattutto, liberare l'ostaggio.
Togli un pugno di uomini che ci vivono rischiando la pelle o seminando morte, temendo in ogni sguardo che incrociano un nemico, segugi o lepri di una caccia senza riserve né regole.Resta l'intera città. Milioni di persone che al mattino accompagnano i figli a scuola, li salutano con un bacio e si affannano verso il lavoro ..

Come una cinepresa che si sposta da un obiettivo all'altro: il lettore viene portato dentro il covo dei terroristi, ascoltando i loro discorsi, le difficoltà relazionali tra di loro (persone, con difetti, ambizioni, desideri, dubbi ..).

Mentre gli altri approvavano Nadia rabbrividì. Era entrata nel gruppo per amore di un uomo che non la meritava, per un obiettivo da realizzare combattendo i fascisti e il capitalismo.Non riusciva ad accostare i suoi ideali alla morte di un magistrato. Sfruttava forse i lavoratori quell'uomo? Si era macchiato di crimini ai danni del popolo? Niente di tutto ciò. Compiva il suo dovere in cambio di uno stipendio. Non usava nemmeno l'autista, pur avendone diritto.

E, il capitolo dopo, dentro gli uffici spartani del reparto, composto dal meglio degli investigatori dell'arma, capaci di compiere un appostamento o un pedinamento senza farsi scoprire, un lavoro che richiede tanta abilità e anche tanta pazienza.
La stessa pazienza che serve per spulciarsi gli archivi per trovare quel nome o quell'indirizzo utile per scovare una pista.
Ma, come i terroristi del SAP, anche i carabinieri sono uomini: padri di famiglia con un figlio a casa con cui parlano poco, perché sempre dietro al lavoro (“sposati all'arma” si dice) e chissà se anche lui è stato avvicinato a qualche sigla dell'eversione.
L'appuntato Berardi, autista del colonnello Ascoli, il maresciallo Florio (che non riesce a passare il concorso come ufficiale perché troppo orgoglioso per chiedere una raccomandazione), il capitano Fontana, l'appuntato Bianchi (l'uomo degli archivi) che ancora doveva comprare il regalo per la comunione della figlia.
Chissà se questi terroristi, spesso provenienti da famiglie borghesi, hanno mai conosciuto un uomo in divisa, prima di scrivere che lo Stato si abbatte e non si cambia ..
Se conoscessero le loro storie, le loro difficoltà nel vivere, altro che servi del potere.
Chissà cos'avevano in testa i terroristi al risveglio, quali pensieri li agitavano. Per sconfiggerli dovremmo riuscire a capirlo, si disse il giudice.

Perché ogni uomo è un mondo a sé: il mondo dentro il colonnello Ascoli ha dentro un dolore che deriva dalla sua famiglia, ebrei di Roma, scampati alla razzia del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 ma non alla delazione di qualche famiglia fascista e dunque deportati ad Auschwitz.
Numero di matricola A-5786, tatuato sul braccio
I ricordi del lager riaffiorano nella memoria del colonnello: la sofferenza e la fame, il rischiare la vita per un capriccio delle SS, le mille crudeltà (oltre ogni immaginazione) cui è stato testimone (alcune ispirate a storie reali, come quella di Alberto Sed deportato romano).
Anche Leone sarebbe morto, ad Auschwitz, se non l'avesse salvato un ragazzo, un detenuto politico, il Bepi, che l'ha sottratto alla pallottola con sopra il suo nome.
Per mano del tenente Helmut Brandauer, l'uomo dagli occhi di ghiaccio.

Riccardi è abile nel raccontare la tensione degli investigatori, le pressioni che arrivano dal mondo della politica e le tensioni, di diversa natura, all'interno del commando delle SAP, che si trovano a dover gestire un uomo e non un burattino che risponde ad un potere sopra le democrazie (le BR aveva coniato la sigla Stato Imperialista delle Multinazionali, Sim).
Ma nel libro si racconta anche dei movimenti attorno al rapimento: il sottosegretario che, sposando la linea dura, usando tutta la sua ambizione e cinismo, punta a prendere il posto del ministro che verrebbe fatto fuori nel caso fallissero le indagini dei carabinieri ..
- I falchi della maggioranza si augurano che la riforma Marcelli venga approvata per avere più potere. [..] E' brutto dirlo, ma che il professore sia il bersaglio dei terroristi rafforza la credibilità del progetto.

C'è il generale (ostile ai cambiamenti progressisti e alle proteste di studenti e sindacati) che, anziché fare gioco di squadra, punta ad usare le informazioni in cui è venuto in possesso, per fare carriera nell'arma e puntare al posto di prefetto di Roma.

Ma attorno al rapimento delle SAP c'è un'altra guerra in corso, tra eserciti che non di vedono ma che sono per questo meno pericolosi.
L'Italia degli anni '70 (e forse non solo quell'Italia) era terreno di scontro tra le spie dei due blocchi in cui era diviso il mondo dopo gli accordi di Yalta.
I servizi dei paesi occidentali e quelli del blocco orientale, tra cui la temibile Stasi: agente del servizio di sicurezza della DDR è proprio quell'Helmut, l'ex SS che, dopo la guerra, è stato abile a salvarsi dalla giustizia, a costruirsi una nuova vita. E a tessere le fila di un suo gioco, a stare in mezzo ai servizi dell'est e dell'ovest, a fare il doppio gioco insomma.
Saputo dall'ex partigiano Bepi che Helmut è in città, Leone Ascoli cerca la sua vendetta, personale: uccidere l'uomo che occupa i suoi incubi e potersi finalmente liberare dal suo passato (sei come un uomo fermo di fronte ad a una porta chiusa – gli dice una scrittrice con cui fa amicizia, nel corso delle indagini).

Sono giorni frenetici, in cui è la tensione a tenere in piedi le persone. Il colonnello Ascoli e i suoi uomini, il giudice Tramontano.
A chi deve rispondere Leone Ascoli? Alla sua vendetta di deportato, alla sua coscienza di uomo, al dovere di ufficiale dell'arma?

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

12 settembre 2017

Il tiro a segno come al luna park – da La notte della rabbia Riccardi

Ne “La notte della rabbia” il colonnello dell'arma Roberto Riccardi ci porta indietro nel tempo, nel 1974, negli anni di piombo: mescolando fiction e pezzi di storia, il racconto parte dal rapimento di un consulente del governo, aspirante ministro, da parte di un commando delle SAP, a Roma.
A mettersi sulle tracce dei terroristi c'è il comandante del nucleo antieversione del carabinieri, il colonnello Leone Ascoli.
Ma alla sfida tra Stato e anti-stato, tra legalità ed eversione, si affiancherà una seconda sfida, perché in quell'Italia si stava combattendo anche una seconda guerra, tra spie, servizi e agenti doppiogiochisti.
E così Leone si trova di fronte un suo antico nemico, l'ex tenente delle SS, aguzzino nel campo di Auschwitz in cui Leone fu rinchiuso, in quanto ebreo, in quanto uomo non degno di vivere.
Lì, nel campo, Leone e Helmut Brandauer si sono già incontrati, quando un suo compagno di prigionia, Bepi, gli aveva salvato la vita.
Era l'estate del 1944 e dentro il campo di sterminio la vita, la dignità della persona, era regolata dai capricci delle SS, che come delle divinità decidevano della vita o della morte delle persone che avevano davanti (come ci ha raccontato Levi in “Se questo è un uomo”).


Auschwitz, estate 1944
Sulla Judenrampe lui e Bepi si guardarono a lungo. Un debole sole scaldava appena le ossa, regalando una parvenza fugace di benessere. [..]
Sinistro non era il treno, ma il concentrato di ferocia che lo attendeva sulla banchina: le SS, i kapò e perfino loro, i derelitti dalle tute a strisce, compagni di sventura divisi solo dalla data di arrivo al campo, emblema di ordine fame e paura. Bepi si avvicinò perché i sorveglianti non sentissero. - A te chi tocca oggi?
- I bambini. A te?
- Lo stesso.
Parlavano a voce bassa con le labbra socchiuse, comunicare era vietato e sulle punizioni non potevi sbagliarti. Per le mancanze ordinarie il bastone, la frusta o i morsi dei cani. Per quelle più gravi la forca. Il ragazzo ebreo si piegò come per raccogliere un oggetto, un altro dei loro trucchi per parlare senza essere uditi.
- Hai visto chi comanda? - domandò.
Il Bepi non fece in tempo a rispondere e Leone a rialzarsi, un colpo terribile lo raggiunse alla testa. Cadde, il sangue gli colava sul volto. [..]
Quel giorno era stato assegnato ai bambini. Il compito più ingrato, caricarli sui carretti che li avrebbero condotti alle camere a gas. Nessuno di loro si sarebbe salvato, all'economia del lager non portava profitto.
Da tanto dolore non riusciva mai a rialzarsi. Meglio così, per un po' avrebbe scansato la fatica.
Il Bepi si era avviato con gli altri, chino per terra ne distinse le gambe all'interno del flusso. Lo vide avvicinarsi a una donna che teneva in braccio un neonato e battagliare con lei per farsi consegnare la creatura. Inventava scuse per convincerla e nel frattempo si guardava intorno, le SS non dovevano vedere.
Insisteva così nel tentativo di sottrarla alla morte. Secondo le regole del campo una giovane sola poteva salvarsi, mentre una mamma a cui toglievano il figlio era considerata persa e quindi inutile. Se i medici l'avessero vista col bambino lei sarebbe finita al gas.
Non era mai facile e non lo fu quella volta, la madre non voleva cedere. Il Bepi allora si avventò, perse di forza il neonato e si dileguò protetto dalla massa. La donna, trattenuta da altri, non potè seguirlo. Il partigiano filava a passo svelto verso un carretto, ma qualcuno ne deviò il percorso.
Il dolore dominuiva e la vista tornò ad assisterlo, così Leone alzò gli occhi in tempo per scorgere una SS che spingeva il Bepi verso un gruppo di commilitoni. Due di loro li conosceva: sempre in prima fila nel torturare i progionieri, sempre pronti ad ubriacarsi la sera, una volta finito il loro sporco lavoro.
L'ufficiale che guidava le operazioni sorrise mel guardare il piccolo, portato in braccio dal prigioniero. Avanzò, i suoi occhi mandavano i lampi. Bepi intuì il pericolo e provò a tornare sul suo percorso abituale. Il carretto era a poca distanza, gli bastava qualche passo per raggiungerlo e adagiarvi il bambino.
Il tenente si piantò a gambe larghe davanti al giovane impedendogli di proseguire. Si spiegò a gesti, mimò un ordine e perfino Leone, lontano com'era, realizzò cosa volesse. Il neonato non dovea essere posato sul carretto ma lanciato per aria. Dio mio, pensò, a cosa serve quel gioco?
Bepi tentò l'unica difesa possibile, finse di non aver capito. L'ufficiale estrasse la pistola e gliela puntò alla tempia. Leone non seppe mai a quale impulso risposero le sue gambe, senza deciderlo si trovò in piedi.
Camminava verso le SS con le braccia lungo i fianchi e i pugni serrati. Il tedesco gli dava le spalle. Bepi era immobile, con l'arma a contatto con la pelle e un'espressione gelida sul viso. Fissò il compagno per un istante che parve eterno, intuendo i suoi disegni. Quel pazzo di un ebreo voleva affrontare il tenente, lo avrebbero ucciso e non sarebbe servito, per il piccolo non c'erano speranze.
Senza guardare scagliò il bambino più in alto che poteva. Fu un lancio incredibile, che il gruppo SS seguì con ammirato stupore. La Luger che avrebbe ucciso Leone si puntò verso il cielo. Uno sparo, un centro perfetto. Egli chiuse gli occhi perché la scena potesse svanire, avrebbe preferito che a dissolversi fosse l'intero universo.
Il resto della storia glielo raccontarono in seguito: il Bepi costretto a posare il cadaverino insanguinato sul carretto, fra gli altri bambini che piangevano chiamando le madri; i tedeschi che radunavano fascette di marchi da consegnare a chi aveva sparato; l'aguzzino soddisfatto che impugnava la sua pistola fumante.
Era un tiro a segno, come al luna park, con un bersaglio umano che contava pochi giorni di vita. [..]
Leone rimase a occhi chiusi, incapace di urlare o di muoversi. Poco dopo gli arrivò una bastonata sulla schiena. Misurata, per provocare dolore senza farlo cadere. Si sentì spingere verso la banchina, lo costringevano a riprendere il lavoro.
Fece in tempo a vedere chi lo aveva colpito. Era l'artefice dell'orrore di prima, l'uomo che la notte sognavano di uccidere e la mattina pregavano di non incontrare.
Il suo nome era Helmut Brandauer.
La notte della rabbia – Roberto Riccardi, Einaudi editore

28 febbraio 2015

La firma del puparo, di Roberto Riccardi

Incipit:

Non sappiamo esattamente a quanto risalga, ma di certo la mattanza dei tonni è un rituale antichissimo.L'uomo trascinò la gamba offesa fino all'unica finestra, da cui filtravano raggi che illuminavano appena il magazzino. Sollevò il coltello per osservarlo controluce. Sulla lama c'era ancora una macchiolina, constatò con fastidio. Minuscola, ma c'era, e il rosso s'intravedeva.La perfezione non è di questa terra, si disse per calmarsi, ma la rabbia rimase. Era già abbastanza seccante essere ricorso a quell'arma, invece di terminare il lavoro con le consuete modalità. Per giunta scopriva che nel suo magnifico covo sul litorale di Palermo [..] c'era una traccia sufficiente per distruggerlo. Non era più come una volta, quando si poteva sparare ad un uomo e si poteva fumare accanto al suo cadavere per allentare la tensione. Ora bisognava stare attenti a ogni minimo dettaglio: i mozziconi, i capelli, le gocce di saliva. [..] Terminato il lavoro avevano infilato il cadavere in un barile pieno d'acido, tenendolo a mollo il tempo sufficiente a farlo sciogliere. Infine avevano scaricato i rifiuti in mare, lo stesso mare che ogni anno assisteva alla mattanza dei tonni.
Abbiamo visto il tenente Rocco Liguori nei panni di “undercover”, per sventare un traffico di droga e mettere le manette ad un suo amico di infanzia. Un ragazzo come lui cresciuto in quel piccolo paese dell'Aspromonte, ma che aveva fatto un'altra scelta: il coltello e non la forbice. 
I due bambini, diventati adulti, si sono trovati su fronti opposti: il primo esponente importante di una 'ndrina impegnata nel traffico di droga col sudamerica, il secondo ufficiale dei carabinieri impegnato nel contrasto al traffico internazionale della droga.
In “Venga pure la fine” l'abbiamo seguito nella sua missione in Bosnia, per dar la caccia a quanti hanno speculato sulla guerra civile.


Tornato Italia, viene ora richiamato a Palermo, perché il passato torna a bussare alla sua vita. Di uomo e carabiniere.

Nino Calabrò, l'amico di giochi di infanzia, ha deciso di fare un importante passo, collaborando con lo Stato. Una scelta difficile ma fatta per evitare alla sua famiglia altri dolori. E proprio per tutelare sua moglie e i figli, chiede l'aiuto di Rocco. 

Per Rocco il trasferimento a Palermo, in fretta e furia, arriva in un momento della vita personale dove ancora non si è deciso se mettere le radici da qualche parte o perdersi per il mondo: pochi i bagagli personali, ma tanti ricordi
“c'è una fase della vita in cui quanto possediamo può entrare nel portabagagli di media capacità. Coi sentimenti è più difficile, li metti una parte e si spostano, decidono loro dove andare e non ti resta che farci i conti, prima o poi”.

La collaborazione di Calabrò inizia raccontando un omicidio avvenuto pochi anni prima: il giornalista Michele Sanfilippo, scomparso senza lasciare tracce. Gli investigatori non avevano ancora archiviato il caso sebbene temessero che fosse stato ucciso e il cadavere fatto sparire: Sanfilippo aveva scritto articoli estremamente lucidi e mirati nei confronti della nuova mafia.

Un altro “cadavere eccellente”, sebbene sulla sua morte siano rimasti dei dubbi: possibile che sia stato ucciso solo per i suoi articoli?

A Palermo, Rocco dovrà lavorare assieme al procuratore antimafia Cordero e la sua giovane uditrice Francesca Mucci, che stanno raccogliendo le deposizioni del neopentito.
Qui incontra anche una sua vecchia amica: il capo della Mobile, Vera Morandi, conosciuta ai tempi dell'antidroga, che era stata una scintilla che non aveva preso fuoco. Un'amicizia e forse anche qualcosa di più.

Oltre alle questioni personali, il problema per il tenente Liguori è organizzare la sicurezza della famiglia di Calabrò: moglie, tre figli e una cugina che vive con loro, Stefania. Una ragazza che, dopo la morte della madre non è più stata la stessa, ed è diventata la classica persona “molto chiacchierata”. Tanti ragazzi attorno, tanta voglia di divertirsi e uscire. Riuscirà a stare tranquilla nella nuova città con la nuova identità?

Mentre le indagini portate avanti da carabinieri e polizia si concentrano sulla nuova guerra di mafia a Palermo, Rocco segue una sua pista, ottenuta andando a sentire un suo amico dell'FBI. Pista che porta ad un fantomatico personaggio, “il puparo”:
«Parlo del padre di Mandalà. Gli ha ceduto lo scettro oltre vent'anni fa, ma stando a varie fonti non si è tirato fuori del tutto, ha fatto un passo indietro per consentire al figlio di esercitare il suo ruolo. In realtà nelle scelte strategiche ha sempre manutenuto l'ultima parola, almeno finché Giuseppe era vivo.»«Una sorta di consigliori»Mi battè la sua manona sulla spalla «Vedo che sta entrando nel linguaggio. Ora dovrai seguirmi nel dialetto. Conosci la parola puparo?»
Chi è questo puparo e che ruolo ha svolto in Cosa nostra, in tutti i lunghi anni di carriera accanto ai boss, vicino a politici e ministri: 
“Quell'uomo custodiva i segreti più scottanti dell'intera storia repubblicana, aveva trattato con i capi di governo e attraversato vicende incredibili, dal banditismo alla soppressione dei primi sindacalisti, dall'avvento delle prime raffinerie di droga alle guerre di mafia e ai cadaveri eccellenti dei servitori dello Stato”.
Liguori entra così in una nuova dimensione della mafia: quella dei segreti, delle collaborazioni con la ndrangheta per il narcotraffico e per l'eliminazione di quanti interferiscano nei suoi affari. 
Rocco si spinge fino a Corleone, per andarlo ad incontrare: un incontro basato su mezze parole, allusioni, messaggi che dovrà decifrare. Chi è il puparo? Un mafioso che si è sempre mosso dietro le quinte, senza lasciare mai una traccia, uno “sbozzatore ignoto”: 

“Palermo è una città meravigliosa, l'avrà apprezzata, ma ha il difetto dell'indolenza. Da secoli lascia che l'uomo le scriva sul bianco della pietra con il nero del cuore. Ebbene, questa città è da sempre il mio marmo. Per tanto tempo io sono stato l'ignoto sbozzatore di vari scultori. Cerchi pure quanto vuole, non troverà mai la mia firma da nessuna parte”.

Il racconto di Roberto Riccardi si muove alternando le pagine con la caccia ai mafiosi, con le pagine dove ci racconta il lato umano e personale del tenente Liguori. Le difficoltà nel gestire la protezione ai tempi di facebook, la difficoltà ad aprire i propri sentimenti nei confronti di una persona che ti sta vicina. Sapendo che una pallottola può raggiungerti e spegnere tutto. Ma anche l'ostinazione nel voler portare fino in fondo il proprio compito: proteggere la famiglia di Nino (che “stava barattando il passato col futuro”), fare chiarezza sulla morte del giornalista, ricostruire le mosse del puparo che tira le fila della guerra tra cosche a Palermo. 

Di quel delitto vorrei conoscere l'esecutore e il mandante, perché quando un pupo si muove sulla scena, dietro le quinte c'è sempre un puparo. Non ho ancora deciso chi sia peggiore, se l'uomo che preme il grilletto o quello che gli ordina di sparare.
E, forse, anche mettere un punto fermo nella sua vita sentimentale.
La scheda del libro sul sito di E/O.
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15 novembre 2012

Undercover di Roberto Riccardi

Niente è come sembra
«Nelle famiglie di rispetto, una volta, ai bambini appena nati si metteva vicino un coltello e una chiave». [..]
«Quegli oggetti sono dei simboli» riprende. «Il coltello rappresenta gli uomini d'onore, la chiave gli sbirri». Tossisce. «Senza offesa, Rocco. E' una prova». Estrae il pacchetto delle sigarette e se ne accende una. Mi manda il fumo negli occhi senza volerlo. «Se il bambino tocca per primo il coltello, sarà un uomo di rispetto. Se tocca la chiave sarà uno di voi». Pronuncia quel "voi" senza espressione, ma ciò che pensa mi arriva ugualmente. Non sono il solo a sapere che fra noi c'è una distanza.
Rocco e Nino sono il coltello e la chiave, lo sbirro e lo ndranghetista: cresciuti assieme in un piccolo paesino dell'Aspromonte dove il tuo destino è già stabilito dalla famiglia in cui nasci (o forse è questo quello che gli uomini d'onore vogliono credere di loro stessi), li vedremo crescere e seguire le rispettive strade, che li porteranno su fronti opposto.
Rocco, figlio di un carabiniere, diventa prima allievo maresciallo per poi essere chiamato come agente "undercover" dentro la Direzione antidroga.
Nino, figlio di un uomo di rispetto, viene affiliato alla locale per mano del capobastone e fatto entrare nell'onorata società in nome degli antichi cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso.
Per diventare poi un esponente di spicco di una 'ndrina dedita al traffico internazionale di droga.

Dentro la Direzione Antidroga Rocco conosce quello che diventerà il suo mentore, nel mondo dell'infiltrazione: il commissario Nicola Clemente, chiamato "il regista", e anche la giovane ispettrice di polizia Vera Morandi. Bella ma sfuggente. Qui impara le due regole del gioco, per infiltrarsi nel mondo dei narcotrafficanti: "niente è come sembra", il comandamento del regista e  "non lasciarti coinvolgere o non riuscirai a controllare il pericolo", quello della collega della polizia.

Dopo aver abbandonato il gruppo, per proseguire la carriera come ufficiale nell'arma, Rocco è costretto a rientrare nella direzione antidroga per la sparizione del commissario Clemente, probabilmente ucciso in Messico, durante una delle sue operazioni come infiltrato.

Gli viene chiesto di infiltrarsi a sua volta, per scoprire cosa è successo: c'è una nave con sette tonnellate di cocaina, coltivata dai campi della Colombia e passata per i narcotrafficanti del Messico, che sta per attraccare in Italia: Rocco sarà lo sbirro corrotto che permetterà alla ndrina dell'ex amico di infanzia Nino, di far sbarcare in Italia tutta quella montagna di droga.

Undercover è un romanzo dal respiro internazionale: si comprende, leggendo le pagine del libro, quanto sia globalizzato il mondo, specie per la criminalità organizzata. Come la ndrangheta che, grazie ai suoi profitti nel traffico della droga, riesce a conquistarse sempre più credito tra le altre organizzazioni criminali. A comprarsi poliziotti, imprese, politici.

"I calabresi sono invece intelligenti, si muovono sottotraccia come piante dalle radici sotterranee. Hanno soppiantato i siciliani in Estremo Oriente e nelle Americhe, in australia e in Europa. Ovunque ci fosse da guadagnare arrivano loro. Sono diventati leader nle traffico mondiale della droga per senza possedere fonti di produzione, pagando la bamba colombiana con l'eroina, mettendo i capitali al sicuro nei paradisi fiscali, investendo, comprando governi e scalando multinazionali."
pagina 70 
Potere che nasce non solo dalla ferocia dei boss e dei capibastone: la forza delle ndrine sta nel sapere trovare gli uomini chiave, i cosiddetti colletti bianchi, con cui entrare nelle bianche, dentro le aziende in crisi e bisognose di liquidità, dentro i consigli comunali e regionali.
"Cosa Nostra è un'organizzazione diversa, non te lo scordare. Le nostre 'ndrine sono a base familiare, per vuotare il sacco devi essere disposto a tradire tuo padre, i tuoi fratelli. E' più difficile".
«Speriamo. Come sta il commendadore?»
Nino si accende una sigaretta.
«Quell'uomo è un mago del riciclaggio, fa diventare oro tutto quello che tocca. Sa pensare in grande, da quando gli abbiamo affidato la gestione dei capitali sta comprando dappertutto: pacchetti azionari da cmopagnie miltinazionali, una banca in Russia, a Bruxelles un intero quartiere. In Germania e in Olamnda non ne parliamo, stiamo rilevando catene di locali per trasformarli in ristoranti italian style. La gente lì ci va matta. Giustamente perché si mangia benissimo. Ma il vero pallino del commendatore è la politica. In Calabria controlliamo parecchi voti, a Roma abbiamo appoggi e referenti. E lui non si accontenta mai, dice che il nostro potere non deve avere confini»
124
E il problema, per questi gruppi, non è affatto procurarsi il denaro:
«Il problema della ndrangheta oggi non è fare denaro, è lavarlo. Servono colletti bianchi, investimenti puliti. La piazza principale è Milano, dove ci sono quasi trecentomila imprese e il solo Ortomercato ha un volume d'affari di tre milioni al giorno. Ma abbiamo in pugno altre città».
pagina 156
La forza di questo libro, scritto grazie alle esperienze dirette del colonnello Roberto Riccardi  ("storia di vita toccata con mano", ha scritto nella prefazione della mia copia) non è solo nella verosimiglianza del racconto, ma anche nel saper descrivere l'umanità (e la disumanità) dei personaggi che si incontrano.
A cominciare da Rocco, per cui non è sempre facile non lasciarsi coinvolgere dai sentimenti, dai ricordi del passato. Ma che trova la sua forza proprio nel ricordo del padre carabiniere, perso troppo presto.

Carlos Romero, il feroce proprietario di una hacienda nella foresta colombiana, dove sfruttando il lavoro di centinaia di campesinos, produce la droga che poi vende ai cartelli messicani. 
Come i Los Zetas, una formazione di ex militari del governo, passati dall'altra parte della barricata, al traffico di droga. Potenza del denaro.
Rosario Romero, un'affascinante mercente d'arte colombiana, ma di origini olandesi: sarà lei la tramite per conto dei messicani, con Rocco. Un fiore nel fango (capirete nel finale).

Dalla foresta colombiana distrutta proprio dai coltivatori di droga, al Messico delle favelas dove impari la violenza fin da bambino. Fino all'Italia dove questo gruppo di persone coraggiose (gli undercover) cerca di fermare questo mostro, la ndragheta, che riesce a moltiplicare i propri profitti grazie al traffico della droga.
Un mondo pieno di violenza, dove nessuno è innocente e per cui "se si risale la scala delle colpe, alla fine non resta nessuno".
E' solo un apparente lieto fine quello cui si arriva, alle ultime pagine, piene di colpi di scena.

L'incipit del romanzo, qui.
La scheda del libro sul sito di E/O.
Il link per ordinare il libro su ibs
Technorati:

11 novembre 2012

Undercover – l'incipit

Undercover - niente è come appare, di Roberto Riccardi.
Incipit:

“La lattina di birra rotola veloce lungo la strada scoscesa. Il suo fragore fa voltare le vecchie sulle seggiole, davanti agli usci delle case. Sono l'anima del paese queste donne dai volti scavati, tutte uguali nei loro fazzoletti neri, nelle vesti lunghe fino ai piedi, affacciate sul mondo come lo guardassero dal ponte di una nave, come se non fossero mare anche loro. Quegli occhi scuri hanno visto tutto, ma di fronte a una domanda si voltano altrove, e se lo trovi strano vuol dire che sei un forestiero, la gente del posto sa bene come vanno le cose sotto la barba dell'Aspromonte.
I due bambini rincorrono l'improvvisato pallone sino a perdere il fiato, gli sguardi ebbri di vita che spera. La lattina arranca, ha incontrato una pendenza, poi un piede la blocca.La figura possente nasconde il cielo, è l'apparizione di un Dio.
 
Nino non ha bisogno di alzare gli occhi: riconosce l'uomo dalle scarpe, che pulisce ogni sera prima di caricarsi.«Papà!».La figura si china e gli parla sottovoce, con un tono di lama affilato.«Quante volte ti dissi di non giocare coi figli degli sbirri?».Il bambino vorrebbe piangere, invece si gira verso l'amico con un'aria corrucciata.«Rocco, devo andare a casa».L'altro, fermi a venti passi, accenna un saluto. Forse ha capito e forse no. Non sa ancora tante cose, alla vita bisogna dare tempo di insegnare”.
Rocco Liguori e Nino Calabrò sono i due bambini dell'incipit: il primo diventa ufficiale nei carabinieri, il secondo, cresciuto una una famiglia di ndranghetisti, diventa un esponente di spicco di una 'ndrina che fa affari nel traffico di droga, proveniente dalla Colombia, via Messico.
Le loro strade si incroceranno, quando Rocco diventa agente undercover (infiltrato) della Direzione antidroga, per scoprire che fine ha fatto il suo mentore (il regista).
Un romanzo che si basa su esperienze di vita, toccata con mano, come ha spiegato lo stesso autore alla rassegna letteraria “La passione per ildelitto”. La scheda del libro sul sito di Edizioni E/O.
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