Visualizzazione post con etichetta Matteo Salvini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matteo Salvini. Mostra tutti i post

26 novembre 2023

Anteprima inchieste di Report – gli interessi di Gasparri e gli interessi dietro il ponte sullo stretto

L’infinito ponte sullo Stretto, il grande progetto da sempre promesso dai governi italiani come foglia di fico per nascondere le vergogne e le mancate promesso per il sud.

Se ne parla da 50 anni, non hanno mai costruito nulla, però ci è già costato centinaia di milioni.

Poi a seguire un servizio sullo Spid (e sulla presunta digitalizzazione del paese) e soliti furbi che hanno approfittato delle falle del sistema.

Infine un servizio sugli eterni Gattopardi in Sicilia, dove non si rinnega nulla, una condanna per favoreggiamento della mafia o una parentela con un boss.

Nella puntata si racconterà degli interessi in conflitto dell’ex ministro Gasparri (il servizio "lungo" andrà in onda domenica prossima).

Gli interessi di Gasparri

L’ex vice presidente del Senato si è segnalato recentemente per i suoi attacchi contro la tramissione Report e il conduttore Ranucci: dietro questo atteggiamento ci sono le domande che i suoi giornalisti hanno iniziato a fare su un’azienda nel settore della cybersecurity di cui Gasparri è presidente e di cui non ha fatto menzione quando è stato nominato al Senato.
Ne da una anticipazione Gianluca Roselli sul Fatto Quotidiano

Gasparri, il lobbista della cybersicurezza

OMISSIONI - Non dichiarò l’incarico, rischia la decadenza

Andrà in onda domani sera su Report “una corposa anticipazione” dell’inchiesta su Maurizio Gasparri, che sarà trasmessa integralmente domenica 3 dicembre. Il senatore forzista (fino a 3 giorni fa vicepresidente del Senato e ora passato a capogruppo azzurro anche per non coinvolgere l’istituzione di Palazzo Madama nelle sue vicende) al momento della sua rielezione, nel settembre 2022, ha tenuto nascosto l’incarico di presidente di Cyberealm, società di cybersecurity con sede a Milano, che opera direttamente e indirettamente con enti della PA e con lo Stato italiano. Come racconta il quotidiano La Notizia, Gasparri non l’ha dichiarato, cosa che potrebbe farlo decadere da senatore, visto che i parlamentari sono obbligati a rivelare tutti i loro incarichi, al fine di evitare possibili conflitti d’interessi. Che in questo caso esistono eccome, dato che il forzista, oltre che in Vigilanza Rai, siede in commissione Esteri e Difesa a Palazzo Madama e si occupa proprio dei temi relativi alla sicurezza digitale e attacchi informatici.

Tra il 2001 e il 2005 Gasparri è stato ministro delle Telecomunicazioni nel governo Berlusconi, sono gli anni in cui lo Stato cede un suo asset strategico, Telit. Gasparri, finito al termine del mandato da ministro entrò nel CDA di Telit per qualche tempo.
“Questa domanda non era prevista” – questo è stato l’atteggiamento del senatore di fronte alle domande di Report, che denota qual è la visione del giornalismo da parte di questa destra e di Gasparri. Le domande devono essere condivise con l’intervistato.

Peccato, perché sulla storia di Telit c’è l’interesse pubblico, con questa azienda il senatore stringe i contatti con le persone che oggi lo hanno voluto in Cyberealm, una scatola societaria che contiene quote di altre aziende specializzate nel campo della sicurezza informatica.
Gasparri è entrato in questa società perché conosceva le persone dentro questa società, per competenza dunque: chi sono queste persone? Gasparri non li nomina, ma Report ha fatto il lavoro di ricerca per noi: il titolare non è un imprenditore qualsiasi, si chiama Leone Ouzana, a lungo direttore della relazioni istituzionali di Telit e che oggi svolge attività di interesse nazionale nel suo paese.

L’AD di Cyberealm ha accettato l’intervista con Report, spiegando quale sia il suo lavoro, molto importante e delicato per Israele.

Ma c’è una altro imprenditore discusso in questa società, molto legato a Ouzana, si tratta di Ouzi Cats, numero uno di Telit fino al 2017, quando fu travolto da uno scandalo: negli anni 90, quando viveva negli Stati Uniti sotto un’altra identità, Cats era finito sotto indagine dall’FBI.
La storia era stata raccontata nell’agosto 2017 da Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano, intervistato anche nel corso del servizio.
Dunque oggi Gasparri è presidente di una società che ha direttamente o indirettamente relazioni con lo Stato ma questa carica non è stata dichiarata al Parlamento: “non ho nessun ruolo operativo” si difende Gasparri “il presidente da dei pareri, dei consigli su quelle che possono essere le scelte strategiche”. Ma questa azienda ha relazioni anche con la politica, anche col Gasparri ex vicepresidente del Senato, dunque? “Potrebbe capitare” ha ammesso a Report.
Perché la carica non è stata menzionata? “La legge prevede che siano da indicare funzioni da amministratore o di sindaco, io non sono né sindaco né svolgo funzioni da amministratore.. ”


Fino alla settimana scorsa era vice presidente del Senato: da questa settimana il suo ruolo è stato ceduto a Licia Ronzulli e lui è diventato capo gruppo di Forza Italia, per non mettere in imbarazzo un’istituzione della Repubblica.
Ma Gasparri è membro anche della commissione Difesa e della Vigilanza Rai dove si è spesso lamentato delle inchieste di Report, culminate con la convocazione del conduttore Sigfrido Ranucci in commissione il 7 novembre scorso, quando era già a conoscenza dell’inchiesta da 20 giorni. Convocazione in cui si è lanciato nella scenetta della carota e del cordiale.

Sul Fatto Quotidiano di oggi è uscita una seconda anticipazione: 

Cybersicurezza, Gasparri mandò lo 007 israeliano all’Agenzia delle Dogane

L’AFFARISTA DI FI IN SENATO - Stasera a “Report”. Da vicepresidente di Palazzo Madama è a capo di una società di sicurezza informatica, ma non l’ha dichiarato 

DI ALESSANDRO MANTOVANI

Lo scorso 12 luglio all’Agenzia delle Dogane si sono presentati due israeliani che volevano vendere un software per catalogare le merci. L’affare poi non si è concluso. L’appuntamento era stato procurato da Maurizio Gasparri, ex ministro e fino a qualche giorno fa vicepresidente del Senato, nella sua qualità di presidente della società Cyberealm che si occupa di sicurezza informatica, con delega tra l’altro ai “rapporti istituzionali” che poi vuol dire lobb. Uno dei due israeliani si chiama Arik Ben Haim. Secondo Report, che stasera su Raitre manda in onda un’anticipazione della sua inchiesta su Gasparri, Arik Ben Haim è un ex dirigente dei Servizi segreti israeliani. Da quando è in pensione fa l’imprenditore della cybersicurezza ma al momento è tornato operativo nella guerra contro Hamas.

Il ponte sullo Stretto – quello che non ci dicono

Dopo cinquant’anni di chiacchiere questo consiglio dei ministri approva il ponte che unisce la Sicilia al resto d’Italia e all’Europa.


Con queste parole il ministro dei trasporti annuncia l’approvazione e la partenza (l’ennesima) dei lavori per la costruzione della grande opera, sempre nel cuore dei governi di centro destra (compreso il governo Renzi). Grande opera sempre data per pronta, qualche pezzo di cemento è stato addirittura inaugurato, in rete si trovano centinaia di rendering su questo progetto di ponte a campata unica.

Il ponte sullo stretto è un favore agli italiani – prosegue il ministro – che lo aspettano da 50 anni e finalmente grazie a questo governo passeranno dalle parole ai fatti.
Come nel 2002 con Berlusconi e il suo fantasmagorico piano per le grandi opere.
O come anche nel 2004, sempre col governo Berlusconi (dove la Lega era pure presente, a proposito di promesse mancate).
Nel mezzo il governo Prodi, nel 2006, secondo cui magari prima si fanno le strade e poi vediamo.
Cacciato Prodi, col ritorno del cavaliere si torna a parlare di ponte nel 2009, nel 2010 annunciava solenne che “entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo del ponte sullo stretto ..”. Si, ma quale dicembre?
Renzi inizialmente, dall’opposizione, era tra i contrari al ponte (prima veniva l’emergenza edilizia scolastica, in Sicilia e nel resto d’Italia): ma nel 2016, al governo, era tutta un’altra musica “realizzeremo l’alta velocità Napoli Palermo che conterrà ovviamente il ponte sullo stretto.”
Berlusconi non si era rassegnato: il progetto doveva essere rimesso in vita, sosteneva nel 2017.
Poi però vennero i governi Conte I e II, il covid, altre emergenze, “non ci sono i presupposti per realizzare il ponte” era l’opinione dell’ex presidente Conte.

Ma non preoccupatevi: la destra non ha dimenticato questa grande opera, la stessa Meloni nel 2021 lo considerava opera strategica, e così, nel 2022, dimenticata l’emergenza covid, l’emergenza scolastica, si è tornati a parlare del ponte. “Il ponte lo famo” annuncia Meloni sorridente di fronte a Vespa, che sta già preparando un bel plastico.

Da quanti anni sentite parlare del ponte sullo stretto di Messina? Report aveva dedicato un servizio nel lontano 2002, ma già all’unità di Italia si è iniziato a discutere di come unire le due regioni. C’è voluto un secolo quando, nel 1968 Anas e FS bandirono un concorso di idee internazionale. Nel 1971 si arrivò ad una legge che definì il ponte opera di interesse nazionale.

Ma non se ne fece nulla fino al 1981 quando nasce la “Stretto di Messina Spa” concessionaria di Stato, con dentro IRI, Anas e le due regioni Sicilia e Calabria.
La società dimostra che il progetto è fattibile e questo parte nel 1985 col governo Craxi: ma quale ponte? Eni sponsorizza il ponte sommerso, trattenuto da dei tiranti in fondo al mare, ma alla fine passò il principio del ponte sospeso a campata unica. Si arriva a dicembre 1992 quando il presidente Calarco consegnò il progetto di massima al governo, ma da allora passeranno altri dieci anni di controlli e commissioni.
Nel 2002 Calarco, giornalista della Gazzetta del sud viene sostituito da Zamberletti, il governo Berlusconi inserì l’opera tra quelle strategiche, quelle da realizzare con procedura accelerata.
“Il ponte si fa” annunciava trionfante ai giornalisti.

Nel servizio di Report del 2002 Aurelio Misiti, allora presidente del consiglio dei lavori pubblici, spiegava che i lavori erano già partiti, ma in realtà si era ancora fermi al progetto preliminare.
Pietro Ciucci, che è ancora AD della società concessionaria, era sicuro: la prima pietra è prevista per l’inizio del 2005. Ma stiamo ancora aspettando..
Salvini ha oggi riesumato la società “Stretto di Messina SPA”, messa in liquidazione da Monti nel 2013: la società, per non fare nulla, c’è costata fino ad oggi 342 ml di euro.

Per la verità una cosa era stata fatta: è stata posata la prima pietra ovvero la variante di Cannitello, spostando la ferrovia, per far spazio ad un pilone del ponte, mai costruito.

Il cubo di cemento realizzato è stato definito da molti un ecomostro, avrebbero dovuto mascherarlo con una collinetta verde, ma è rimasto tale e quale.

Ecco perché i sindaci della zona, come la sindaca di Villa San Giovanni, non si fidano delle promesse: vogliono tempi certi e progetti certi. Come opera compensativa al cubo di cemento avrebbero dovuto rifare i marciapiedi e le ringhiere di tutto il lungo mare, ma ne hanno fatto solo un km su tre, dopo anni. “Su questo li abbiamo sfidati, questo abbiamo detto a RFI” racconta a Report Giuseppina Caminiti “lo abbiamo detto al ministro Salvini, che per essere credibili quando vengono a Villa San Giovanni e ci parlano del ponte sullo stretto, dovrebbero capire che qui ci sono 50 anni di opere incompiute, 50 anni di ritardi.”

Non ci sono solo gli occhi di Salvini e di parte della politica italiana sul ponte: ci sono anche gli occhi della mafia, come dicono le informative della Dia. Sorprende dunque (o forse no) la reazione del ministro alle parole di don Ciotti, un prete che la mafia, con la sua associazione Libera, la conosce molto bene vivendo sotto scorta da anni: “il ponte più che due coste unirà due cosche”, ovvero cosa nostra e ndrangheta.
La reazione aggressiva, scomposta, contro don Ciotti (definito signore in tonaca), ha pure sollevato qualche applauso tra gli imprenditori alla convention dell’Italia del si: “una ignoranza senza confini” è il giudizio di Salvini alle parole del fondatore di Libera.
“Mi ha preoccupato più l’applauso di chi stava in prima fila” – ha commentato don Ciotti – “un modo di fare politica per cui chi si permette di fare osservazioni deve essere spazzato via”.
Perché questa violenza?
“Questa volgarità che non fa onore a chi rappresenta, con un ruolo molto importante, la politica e il governo di un paese. Io ho detto quello che penso, perché non ci siano solo degli annunci, delle promesse, proclami, la Dia stessa ha richiamato, segnalato, l’attenzione che ci deve essere su tutto questo. È una minoranza non degna di rappresentare le nostre istituzioni”.


L’allarme sulle infiltrazioni mafiose era stato lanciato anche dalla diplomazia americana: se ne sappiamo qualcosa è grazie ai cablo che Wikileaks di Julian Assange ha pubblicato tra il 2008 e il 2009:

In alcuni cablo tra il 2008 e il 2009 i diplomatici americani scrivono che la mafia potrebbe essere "tra i principali beneficiari" della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, che comunque "servirà a poco senza massicci investimenti in strade e ferrovie" in Sicilia e Calabria. Ne abbiamo parlato con la giornalista Stefania Maurizi: "Per loro la Sicilia è una regione cruciale, e lo scrivono nei cablo, è la sede di una importantissima base, la base di Sigonella, che poi è diventata il cuore della guerra dei droni. È importantissima anche perché sono stati scoperti importanti giacimenti di gas naturale e perché ci sono strutture di intelligence cruciali, come i cavi sottomarini a fibra ottica che non sono di proprietà diretta americana, ma che sono nei loro programmi di sorveglianza di massa della NSA, come abbiamo scoperto grazie a Snowden. Quindi per loro la Sicilia è una regione cruciale. Dobbiamo capire che queste corrispondenze devono essere lette da Washington, cioè da chi fa la politica estera degli Stati Uniti, che deve avere una rappresentazione fattuale della situazione in un certo paese. Quindi non sono parole in libertà. "

L’operazione di Salvini a sostegno del ponte sembra un’operazione nostalgia: per il ruolo di amministratore ha richiamato Pietro Ciucci, proprio l’AD scelto da Berlusconi, colui che parlò di prima pietra del ponte nel 2005. Ma il nome di Ciucci sarebbe stato indicato a Salvini dall’ex ministro Lunardi, lo conferma un tecnico del ministero che ha partecipato alle prime riunioni con Salvini ministro.
A che titolo un ex ministro ha partecipato a queste riunioni? Non ne vuole parlare Ciucci, sebbene si stia parlando di un’opera che costa miliardi in un momento in cui il governo Meloni ha scelto di non potenziare la sanità pubblica.

Report ha cercato di porre la domanda a Lunardi: dal suo studio è stato visto uscire il professor Prestininzi, coordinatore del comitato tecnico voluto da Salvini che dovrà valutare il progetto del ponte.
“Io non partecipo alle riunioni del ponte [..] il professor Prestininzi è un amico di famiglia, io siccome so che vi eravate preoccupati su come mai avessi incontrato Salvini, io ero obbligato, essendo stato ministro ed avendo lanciato il ponte, adesso dovevo fare il passaggio di testimone..”
Ma a Report un tecnico del ministero ha raccontato altro: che Lunardi avrebbe organizzato un tavolo nel ministero con ingegneri, quindi qualcosa di più di un passaggio di consegne.
Lunardi a Report nega queste ricostruzioni: nessun tavolo, nessun suggerimento del nome di Ciucci, “mi hanno chiesto dei consigli ma a livello, ma io non ho mai fatto riunioni per carità”. Nessun incontro nemmeno coi consulenti legali di Webuild, “io non entro in quelle cose”.
Anni fa aveva suscitato polemiche (ma solo per il tempo di un orgasmo) la frase dell’allora ministro “con la mafia bisogna convivere”: Lunardi ha tenuto a precisare la frase detta “anche se saremo obbligati a convivere con la mafia le opere le faremo lo stesso..”
Nella frase originale Lunardi diceva questo: “Mafia e camorra sono fenomeni che ci sono sempre stati e sempre ci saranno [..] Purtroppo ci sono, dovremo convivere con queste realtà. Noi andiamo avanti a fare le opere che dobbiamo fare”. Ognuno si faccia la sua opinione..

La scheda del servizio: L’UOMO DEL PONTE di Danilo Procaccianti

collaborazione Andrea Tornago

Da più di 70 anni si parla di Ponte sullo Stretto. Non si è mai costruito nulla ma ci è costato già centinaia di milioni di euro. Nel 2013 dopo la liquidazione definitiva della società Stretto di Messina SpA decisa dal Governo Monti sembrava un capitolo chiuso per il nostro Paese. Ha riaperto i giochi il ministro delle infrastrutture Matteo Salvini che ha rimesso in piedi la società e riavviato tutte le procedure per la costruzione del ponte. Il bando di gara era stato vinto per un appalto da 4 miliardi, oggi in Legge di Bilancio ne sono previsti 11,6 ma non si capisce in base a quale progetto visto che l'unico progetto definitivo esistente risale al 2012. Dietro l'operazione Ponte sono tornate vecchie conoscenze di berlusconiana memoria.

Il Gattopardo

La scheda del servizio: TOTO CAMBIA di Claudia Di Pasquale

collaborazione Raffaella Notariale

Totò Cuffaro è tornato e con lui è tornata la Democrazia Cristiana. Tra i nuovi volti della Dc c'è quello di Nuccia Albano, primo medico legale donna della Sicilia e oggi assessora regionale alla Famiglia. Alcune settimane fa Report ha scoperto che è anche figlia dello storico boss di Borgetto, Domenico Albano, deceduto negli anni '60. L'Assessora ha dichiarato che non rinnega il padre, ma che il suo stile di vita è distante dalla mafia e all'insegna della legalità. Il fratello, Giovanni Albano, è a sua volta il presidente della Fondazione Istituto G. Giglio, che gestisce l'ospedale di Cefalù. Che ruolo ha avuto l'ospedale nella campagna elettorale della sorella? E che ruolo ha oggi la Fondazione Giglio nel contesto della sanità siciliana?

Lo spid e la nostra identità digitale

La scheda del servizio: UNO, NESSUNO E CENTOMILA SPID di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella

Tra il 2021 e il 2023 in alcune città italiane, tra cui Siena, Ancona e altre in Friuli-Venezia Giulia, molti degli studenti che avevano diritto al Bonus Cultura 18App si sono visti azzerare il proprio plafond senza aver fatto accesso alla piattaforma del Ministero della Cultura né aver speso soldi in qualche libreria o acquistando i biglietti per una mostra o un concerto. Ad oggi i casi sono più di 600 e la truffa si aggira sui 300 mila euro. Chi ha sottratto i soldi che i neo 18anni avrebbero potuto spendere in manifestazioni culturali o testi universitari? Mentre il Governo ha deciso di non rifinanziare il bonus, sostituendolo con una Carta del Merito e una Carta cultura giovani in base all’Isee, qualcuno si è approfittato delle falle nel sistema di autenticazione utilizzato per accedere al Bonus 18App, lo Spid.
Ma come, se l’identità digitale di ciascuno di noi prevede l’autenticazione del richiedente? Tra finti librai che incassano buoni mai spesi in assenza di controlli e doppioni delle identità digitali, quanto siamo pronti alla sfida del ‘Wallet europeo’ con cui potremo acquistare un biglietto aereo o autenticarci durante un controllo delle forze dell’ordine?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 maggio 2021

Anteprima inchieste di Report – i rifiuti della Campania

Il servizio principale riguarderà le tonnellate di rifiuti esportati illegalmente dalla Campania e dalla terra dei fuochi, anche in Tunisia dove sono arrivati 282 container dal porto di Salerno. Un traffico che ha portato all'arresto del ministro dell'ambiente tunisino.

Un servizio sui sindacalisti in aspettativa, sullo smart working e infine la terza puntata sugli incontri in autogrill con l'agente dei servizi, da un Matteo all'altro.

Il traffico di rifiuti della Campania

Bernardo Iovene torna ad occuparsi della sua Campania e della malagestione dei rifiuti, compresi quei 282 container mandati in Tunisia e che ora rischiano di tornarci indietro. Uno scandalo che in Italia ha avuto una scarsa eco e che invece ha portato alle dimissioni del ministro tunisino dell'ambiente.

Iovene ha girato la regione, andando ad intervistare le associazioni sul territorio e le persone che controllano il territorio: persone come Giuseppe Parente a Grazzanise che col suo lavoro (che dovrebbe essere fatto dallo stato) monitorano la presenza di discariche abusive segnalate poi alle istituzioni.



Come quella scoperta in un'area confiscata: residui di materiali edilizi, resti di bare che qualcuno scarica lì.

A Trentola Ducenta l'associazione ha ripreso i roghi alle montagne di spazzatura: “chissà che estate ci aspetterà” si chiedono Biagio e Giovanni, due esponenti, memori dei roghi dell'estate 2020, perché la situazione è peggiorata quest'anno, in questa discarica illegale si trovano rifiuti pericolosi abbandonati lungo la strada per centinaia di metri.

A Villa Literno i comitati avevano trovato montagne di pneumatici che venivano portate lì sistematicamente per bruciarli: dopo le segnalazioni dei fuochi ci fu per la prima volta la rimozione dei rifiuti da parte del comune. Quest'anno pneumatici non se ne vedono ma quel sito rimane un posto dove le persone scaricano ancora rifiuti con una sorpresa: una serie di carte di credito ancora valide o ancora da attivare di utenti del nord Italia. Bernardo Iovene ha contattato i carabinieri che faranno i loro accertamenti.



Ma dopo tre giorni dalla prima visita, a Villa Literno sono tornati i pneumatici: “questo è diventato un incenerimento ordinario a tutti gli effetti.”

Ad Afragola e Acerra nei terreni coltivati è stato steso del compost fuori specifica, prodotto dagli impianti di compostaggio che non può essere venduto ai contadini e va smaltito in discarica a pagamento.

I carabinieri sono intervenuti a controllare questi campi quando è stato scoperto che il mais cresceva a macchia di leopardo: dove c'erano queste macchie sotto c'era una maggiore quantità di rifiuti. Aghi per insulina, pezzi di vetro, ferro, plastica, pezzi di tappeti...

Questi rifiuti sono stati posti sui campi e fresati assieme al terreno da cui ancora oggi spuntano qua e là pezzi di plastica: mentre Iovene faceva il servizio sul campo, assieme ad uno dei volontari di Acerra, è arrivato il proprietario, che era stato denunciato proprio da questi.

Di fronte alle telecamere stava alzando le mani su queste persone: le indagini della procura sono ancora in corso, ma le analisi sui terreni sono chiare.

I rifiuti campani sono finiti anche in Puglia, nelle campagne del tavoliere delle puglie, nel foggiano a Stornarella: sono rifiuti abbandonati nelle campagne che fanno danno all'agricoltura. Si tratta di materiale imballato, già lavorato in qualche impianto che, invece di smaltirlo come doveva, ha pensato bene di abbandonarlo risparmiando sui costi.

Sono balle di rifiuti che arrivano dalla zona del salernitano e abbandonate per queste strade di campagna nella notte, a volte dopo essere bruciate: oltre al danno ambientale c'è anche il costo della rimozione.

La scheda del servizio: Terra felix di Bernardo Iovene con la collaborazione di Greta Orsi e Roberto Persia

Dal porto di Salerno sono partiti 282 container di rifiuti, scarti da raccolta differenziata, destinazione Sousse, in Tunisia, ma le autorità tunisine li hanno definiti illegali. Sono state arrestate sette persone tra cui il ministro dell’Ambiente, funzionari della dogana e dell’agenzia nazionale dei rifiuti, sono indagate altre 11 persone tra le quali il console della Tunisia a Napoli. Un affare che ha destato uno scandalo nazionale nel paese nordafricano. Nella vicenda è coinvolta un’azienda del salernitano che scarica tutte le responsabilità sulla Regione Campania. Report ha intercettato la stessa tipologia di rifiuti nelle campagne del foggiano e seguito con mesi di riprese insieme ai volontari di Acerra lo spargimento di finto compost sui campi della terra dei fuochi. Infine le telecamere di Report sono tornate nei luoghi dove puntualmente bruciano rifiuti ingombranti o speciali: secondo uno studio dell'Istituto superiore di sanità ci sarebbe una correlazione tra salute e inquinamento nella terra dei fuochi.

L'aspettativa sindacale

Claudia di Pasquale lo scorso anno aveva fatto un servizio sui dirigenti della CISL e sulla poca trasparenza del sindacato: un servizio che era stato poco gradito ricevendo perfino l'accusa di voler mettere in discussione il ruolo dei sindacati.

Questa sera si occuperà della legge che tutela l'aspettativa sindacale, riportando alcuni casi di abusi, sindacalisti assunti in modo fittizio da imprese da cui ricevevano uno stipendio senza svolgere alcuna attività.

Come l'ex responsabile delle vertenze Cisl di Milano, di cui se ne parla nell'anteprima: si chiamava Carlo Russo, prima di morire ha consegnato le sue buste paga ad un suo collega fidato perché facesse chiarezza, Pippo Foti ex segretario della Fisascat Lombardia.

“Mi aveva confidato che la Cisl di Milano non aveva le risorse per pagare l'intera retribuzione per cui gli propose l'assunzione presso una società che avrebbe pagato una parte della sua retribuzione.”

Il sindacato così avrebbe risparmiato sugli stipendi e sui contributi: il sindacato avrebbe pagato solo 1200 euro, i restanti 700 sarebbero arrivati da un giro di 4 imprese di pulizie per alberghi con nomi diversi.

Questa persona ogni due anni si trovava così con un nuovo datore di lavoro con cui però non lavorava mai, perché lui lavorava a tempo pieno per l'ufficio legale della CISL.

La giornalista ha cercato di contattare queste società: la prima aveva sede presso un business center a Milano ma è stata messa in liquidazione nel 2016, da una signora dell'Ecuador con domicilio in una associazione che si occupa di persone disagiate, persone prese dalla strada. Forse una testa di legno, un nome da mettere su un foglio per far vedere che la liquidazione della società era avvenuta in regola.

Una seconda società aveva sede in una palazzina a Roma, anch'essa liquidata da una equadoregna. Una terza società, da cui Carlo Russo era stato assunto, aveva sede presso un ufficio che veniva usato per la corrispondenza e che è poi stato chiuso per morosità.

“Ad un certo punto Carlo era anche perplesso da questa situazione” confida l'amico alla giornalista che non è riuscita ad avere un'intervista dall'allora segretario organizzativo della sede Cisl di Milano, Gilberto Mangone, mentre il segretario generale di Milano che si è trincerato dietro un “non ero io che me ne interessavo e non ho nulla da dire”

La scheda del servizio: L'aspettativa di Claudia Di Pasquale con la collaborazione di Federico Marconi e Giulia Sabella

L'aspettativa sindacale non retribuita è prevista e tutelata dall'articolo 31 dello Statuto dei lavoratori. È un importante diritto, che consente ai lavoratori chiamati a ricoprire un incarico sindacale di svolgere in piena autonomia e libertà il proprio mandato. Il decreto legislativo 564 del 1996, varato quando il ministro del Lavoro era Tiziano Treu, ha però specificato che l'aspettativa sindacale non retribuita può essere riconosciuta solo dopo "un periodo non inferiore a sei mesi". Significa che il lavoratore può essere distaccato dopo almeno sei mesi di lavoro effettivo. L'Inps ha anche specificato che "la contribuzione figurativa non è riconosciuta a chi, non essendo dipendente dell'azienda al momento dell'incarico sindacale, è stato assunto successivamente, nel corso dello svolgimento del mandato o incarico per il quale è fatta richiesta". Lo scopo è anche quello di evitare assunzioni fittizie, finalizzate solo a ottenere l'aspettativa sindacale non retribuita. In questo caso, infatti, i contributi previdenziali sono figurativi, cioè vengono accreditati dall'Inps che poi liquiderà la pensione. Ma l'obbligo dei sei mesi di lavoro viene sempre rispettato?

Lavorare in smart working

Lo smart working è un'opportunità per fermare il consumo di cemento nelle grandi città, per ripopolare le cittadine della provincia, un'opportunità per i borghi turistici (è sufficiente una connessione di rete) e la possibilità per i pendolari di riconquistarsi quelle ore di tempo spese sui treni regionali (che non verranno potenziati nemmeno dal PNRR che potrebbe diventare un'occasione mancata).

La scheda del servizio: Smart working in progress di Max Brod con la collaborazione di Greta Orsi immagini di Matteo Delbò e Chiara D'Ambros

Con la pandemia tutto il mondo, Italia compresa, ha iniziato a sperimentare lo smart working. Da una parte ci sono i datori di lavoro che ci credevano ancor prima del Covid, dall'altra c'è chi, per paura dei cosiddetti "furbetti", non si fida a lasciare i lavoratori a casa. È così che cresce la richiesta, per gli investigatori privati, di spiare i dipendenti. Non tutti però sono così diffidenti. Ci sono aziende che vedono aumentare la produttività grazie allo smart working e molti dipendenti hanno iniziato a scegliere le location più disparate per la loro postazione di lavoro: addirittura le navi da crociera. Migliaia di piccoli borghi in via di spopolamento, poi, sognano di rinascere grazie al lavoro agile. Sempre che arrivi anche qui l'elemento fondamentale per lavorare da remoto: l'internet veloce.

Quelli che si incontrano agli autogrill

Non ci sono solo gli incontri “anomali” del Matteo rottamatore col dirigente del DIS (la struttura che coordina l'attività dei servizi interni ed esterni), incontri che hanno suscitato la reazione scomposta di Renzi e dei suoi fedelissimi, culminata con l'esposto alla magistratura e dell'interrogazione parlamentare del deputato Nobili, basata su un dossier patacca che Report aveva intercettato per tempo.

Anche l'altro Matteo (Salvini) si è incontrato in sedi non ufficiali con Marco Mancini. Questo è quanto risulta a Report che ha posto la stessa domanda di Renzi a Salvini che, al giornalista ha risposto prima di non ricordare e poi ha escluso ogni incontro in sedi che non fossero “istituzionali”.

Ne fa una anticipazione Il Fatto Quotidiano con un articolo di Alessandro Mantovani:

Insomma, potrebbe esserselo dimenticato. Una cosa è certa, la frequentazione tra i due ha radici antiche: “Mancini – racconta Salvini – l’ho incontrato ripetutamente, lo andai a visitare per la prima volta in carcere a San Vittore quando fu arrestato ed ero consigliere comunale”. Fu arrestato due volte a giugno e a dicembre del 2006, quando Salvini era consigliere a Milano, prima per il sequestro di Abu Omar e poi per lo spionaggio alla Telecom. Il suo vecchio amico Giuliano Tavaroli, che era alla Telecom, alla fine patteggiò, mentre Mancini ne uscì prosciolto, come per il rapimento dell’imam da parte della Cia, anche perché i governi confermarono il segreto di Stato sulle attività del Sismi di Nicolò Pollari di cui faceva parte, con ruoli di crescente rilievo fino all’incarico di capodivisione operazioni.

Chissà se il Copasir chiederà un'audizione anche per Salvini, dopo quella di Renzi, “dopo aver chiesto al Dis un’indagine interna su Mancini, anche sulla base delle rivelazioni dell’ex emissaria del cardinale Angelo Becciu, Cecilia Marogna (di cui si era occupato un servizio di Report ad aprile)”.

La direttiva del presidente Draghi impone che d'ora in avanti gli incontri tra politici e agenti dei servizi debbano essere autorizzati dai vertici dei servizi, poche ore prima della direttiva – racconta l'anticipazione del servizio – Salvini era intervenuto per difendere Renzi: “incontrare esponenti dei servizi di sicurezza è normale, io ne ho incontrati a decine”.

Ma Salvini difende Renzi perché anche lui in questi anni ha incontrato Mancini più volte, lo rivela una fonte a Report, incontri avvenuti anche in autogrill e in prossimità di Cervia, quando Salvini si recava al Papeete.

Su Repubblica di ieri Carlo Bonini ha lasciato intendere che l'incontro tra Renzi e Mancini fosse auspicato dal procuratore Gratteri, grande amico di Renzi (così dice il giornalista di Repubblica) e anche di Mancini, con un'allusione molto pesante nell'articolo, perché si fa intendere che questo rapporto sia nato quando Mancini e Pollari aiutavano Gratteri a trovare “asseriti” arsenali di ndrangheta.



Gratteri ha smentito su tutta la linea e spero che voglia ribattere a questa accusa a mio avviso molto velenosa.

La scheda del servizio: Gli autogrill segreti di Walter Molino con la collaborazione di Federico Marconi

È possibile per un politico incontrare un agente dei servizi segreti in occasioni non istituzionali? Dopo la rivelazione di Report sul colloquio tra il senatore Matteo Renzi e il capocentro del Dis Marco Mancini all'autogrill di Fiano Romano, il governo Draghi ha diramato una nuova direttiva per regolamentare i rapporti tra politici e 007. Ma prima di questa direttiva, erano veramente possibili questo tipo di incontri? Attraverso interviste esclusive, tra cui quella al presidente del Copasir Raffaele Volpi, Report ricostruisce le ripercussioni successive al rendez vous tra Renzi e lo 007, che si intrecciano con quelle sul controllo parlamentare sui servizi di sicurezza.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 aprile 2021

Anteprima delle inchieste di Report: il Vaticano, le due Leghe, la Sicilia dei morti spalmati

Questa sera Report torna a parlare di Vaticano, del Veneto e di cosa è successo nella seconda ondata e della Sicilia coi report sul covid abbelliti. Infine le due Leghe e i soldi da restituire allo Stato.

C'è del marcio in Vaticano

Seconda puntata dell'inchiesta di Giorgio Mottola sugli episodi di corruzione in Vaticano: il giornalista è venuto in possesso di un documento del 2011 in cui la segreteria di Stato vaticana autorizzata l'ambasciata dell'Iran a depositare in contanti il denaro presso il loro conto allo IOR e poi a far uscire i soldi tramite bonifico. Un'autorizzazione inusuale che, tecnicamente, consente di fare riciclaggio di denaro sporco. E poi, come mai questa autorizzazione dall'ambasciata?

Becciu, ex vice segretario di stato, e monsignor Perlasca temevano che queste operazioni (come altri investimenti) fossero scoperte e riportate al papa. L'uomo di cui la segreteria di Stato e Perlasca aveva più paura era Libero Milone, nominato dal papa revisore generale della Santa Sede: proprio nel 2015 aveva iniziato a ficcare il naso negli investimenti a Londra del Vaticano:

“ho visto dei documenti contabili che dicevano che c'erano investimenti a Londra, allora ho chiesto i documenti che non mi sono mai stati dati ” racconta a Mottola, e un anno dopo è stato costretto alle dimissioni.

In Vaticano sin dal principio l'accoglienza di Milone e dei suoi collaboratori non è delle migliori: pochi mesi dopo il suo insediamento il suo ufficio è oggetto di una misteriosa intrusione che viene rivelata dal signore delle trame in Vaticano, Luigi Bisignani.

C'è un video, della trasmissione Virus, dove Bisignani parla di una bomba che sta per esplodere, la violazione del computer del cantone del Vaticano, “chi ha osato tanto?”

Era un segnale per far cambiar idea a Milone, che nel suo ufficio si è pure trovato una microspia, denunciata alla gendarmeria che purtroppo non ha mai fatto niente.

La scheda del servizio: IL SABOTAGGIO di di Giorgio Mottola con la collaborazione di Norma Ferrara e Giulia Sabella

Nuove testimonianze inedite rivelano che il Vaticano avrebbe potuto evitare la presunta truffa del palazzo di Londra, costato 400 milioni di euro. L'ufficio del revisore generale della Santa Sede aveva infatti scoperto l'investimento nella primavera del 2016, ma la Segreteria di Stato vaticana non ha mai fornito la documentazione richiesta. In Vaticano la maggior parte dei professionisti scelti dai due pontefici Benedetto XVI e Francesco per vigilare sulla trasparenza e la correttezza delle transazioni finanziaria è stata negli ultimi anni sistematicamente boicottata o addirittura sabotata. I protagonisti dell'antiriciclaggio e della revisione contabile della Santa Sede tra il 2011 e il 2017 raccontano a Report la guerra subita all'interno delle mura vaticane, combattuta a colpi di dossieraggi, computer infettati, microspie e minacce di arresto.

La sanità veneta

Dall'inchiesta della settimana scorsa sulla Lombardia, si passa al Veneto: in questa seconda ondata questa regione ha registrato il tasso di mortalità più alto d'Italia, 8000 decessi in poco più di due mesi, a partire da ottobre – racconta la senatrice Laura Puppato. Cosa è successo in questo mesi?

E' successo che il contatto dopo il tampone anziché dopo 24 ore arrivava dopo giorni, pazienti risultati positivi non sono stati contattati da alcun tracciatore, per risalire poi ai contatti e isolare i contagi.

Così a dicembre nel vicentino si sono trovati nella stessa situazione di Bergamo: non si trovavamo cioè posti negli ospedali per i malati e nemmeno per effettuare le cremazioni (alcune delle salme sono state spostate a Bologna).

Con la seconda ondata la regione ha voluto dimostrare un obiettivo completamente politico, che era tutto merito loro (quello della prima ondata)– racconta il Andrea Crisanti (che nella prima ondata è stato consulente del governatore Zaia) – e che quindi avrebbero potuto fare a meno di me e del mio contributo.

La scheda del servizio: IL GIALLO VENETO di Danilo Procaccianti con la collaborazione di Marzia Amico e Chiara D’Ambros

Cosa è successo alla sanità veneta? Nella gestione del virus all'inizio sono stati i primi della classe. Ma a gennaio hanno registrato il tasso di mortalità più alto d'Italia. Nonostante il parametro di occupazione delle terapie intensive fosse stato superato, già a novembre, il Veneto è rimasto in zona gialla. Perché? Uno degli artefici dei successi della prima ondata è stato il prof. Andrea Crisanti che però durante la seconda ondata è stato messo da parte e non sono stati ascoltati i suoi allarmi sulla sensibilità dei tamponi rapidi di cui il Veneto ha fatto largo uso.

Quelli che spalmano i morti in Sicilia

Cosa succede quando la vita delle persone è considerato solo un problema secondario di fronte al PIL, le pressione di chi vuole tenere tutto aperto per non perdere soldi?

Succede che i dati della pandemia, su cui si decide il colore di una regione e dunque le sue misure di restrizione, vengono spalmati, abbelliti.

“Non si può dire che in un giorno ci sono stati 26 morti, quando invece i 26 morti ci sono stati in 4 o 5 giorni” - questo gridava il presidente della Sicilia Nello Musumeci il 1 aprile scorso - “ma alla fine, comunque li collochi nelle giornate, il saldo finale della settimana non cambia.”

Si scoprì poi che quei numeri erano falsi, i morti in Sicilia erano stati spalmati su più giorni per abbellire il bollettino che la regione mandava a Roma.

“Leggere oggi che i nostri genitori erano dei numeri.. lo abbiamo già vissuto questa cosa dei numeri” - racconta Simone Isabella, dell'associazione vittime del covid in Sicilia.

Di numeri dei morti parlavano in una intercettazione la dirigente Letizia Di Liberti con l'assessore alla salute Ruggero Razza: la Di Liberti era al vertice del dipartimento delle attività sanitarie, dove si gestisce la piattaforma che raccoglie i dati del covid in regione, numeri su cui poi il governo decide sulle fasce di rischio. E' rimasta in carica sotto governi di centrodestra e di centrosinistra, da Lombardo a Crocetta fino a Musumeci.

Fino a quando il 30 marzo scorso la Di Liberti è finita ai domiciliari: la procura di Trapani l'ha accusata di aver falsificato i dati sui decessi e sui contagi dopo aver ascoltato la sua telefonata con l'assessore Razza:


DL “i deceduti te li devo lasciare o te li spalmo?”

RR “ma sono veri?”

DL “Si, solo che sono di tre giorni fa”

RR “e spalmiamoli un po'”

La scheda del servizio: LA SPALMATA di Walter Molino con la collaborazione di Federico Marconi

Morti e malati di Covid considerati solo dei numeri, per evitare le restrizioni e le chiusure delle attività economiche della Sicilia. Un'inchiesta partita da un piccolo centro di elaborazione dei tamponi di Alcamo ha terremotato la sanità regionale. Il governatore Nello Musumeci, l'assessore alla Sanità e suo delfino, Ruggero Razza, i più importanti dirigenti degli uffici regionali, passati per le giunte di centrodestra e centrosinistra sono stati intercettati, in un'indagine definita dai gip "la punta dell'iceberg di ripetute falsità". Per evitare le chiusure della "zona rossa", uomini e donne al vertice del governo regionale avrebbero falsificato i dati sui morti e sui contagiati Covid-19 per mesi, spalmandoli su più giorni, così come quelli sui ricoveri in terapia intensiva. A Report intercettazioni inedite a audio esclusivi

I 49 milioni della Lega


Il 21 dicembre 2019, al congresso federale della Lega, nasce la nuova lega nazionalista di Salvini sulle ceneri della “vecchia” lega separatista di Bossi. Forse solo Bossi non l'aveva capito che quel passaggio era la fine della Padania e della secessione del nord (principio che era sempre rimasto nello Statuto della vecchia Lega, anche negli anni in cui era al governo a Roma). Per capire le ragioni che hanno portato a questa seconda Lega si deve risalire alla condanna stabilita dal Tribunale di Genova secondo cui la Lega doveva restituire 49ml allo Stato, in quanto finanziamenti di cui non aveva diritto.

Ma la procura di Genova iniziò ad incontrare fin da subito problemi, perché nelle casse del partito erano rimasti solo 110mila euro mentre le federazioni regionali, come la Lega Toscana, sollevavano dei contenziosi, sostenendo di essere enti indipendenti dalla Lega Nord.

Così si arrivò all'accordo per la restituzione di quei 49ml in rate da 600mila euro, da restituire in 60 anni: si arriva ad una lega divisa in due, una Lega A quella di Salvini e una bad company, “è abbastanza assurdo che nel nostro sistema venga riconosciuto questo” commenta il giornalista di Open Polis Vincenzo Smaldore.

La scheda del servizio: 2x1000x2 di Luca Chianca con la collaborazione di Alessia Marzi

Il 21 dicembre 2019 un instancabile Umberto Bossi dà la sua benedizione a quella che sembra essere una vera e propria trasformazione del suo partito indipendentista in quello nazionalista della Lega per Salvini Premier. Alla fine del congresso però non c'è stato nessun passaggio a un nuovo partito, ma il mantenimento della vecchia Lega Nord e il riconoscimento del nuovo partito di Salvini. Bad company da un lato e newco dall'altro. Quando alla fine del 2017 i magistrati di Genova alla ricerca dei 49 milioni di euro di contributi non dovuti hanno trovato solo 100 mila euro nelle casse della Lega Nord, il vecchio partito si è accordato con la Procura per restituire 600 mila euro l'anno per i prossimi 70 anni. E dove li prenderebbe i soldi? Anche se oggi non permette ai suoi militanti di candidarsi alle elezioni amministrative, riscuote ancora il 2x1000 e ci paga il debito con lo Stato

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 gennaio 2021

Anteprima delle inchieste di Report: su monopattini, piano pandemico e il patto della Lega

Questa sera Report ritorna sul piano pandemico italiano, non aggiornato dal 2006. A seguire un servizio sui vaccini, uno sul più grande produttore di monopattini elettrici e infine un retroscena sull'accordo tra Salvini e Bossi nel passaggio verso la nuova Lega.

Il re dei monopattini

Chi è il re dei monopattini elettrici, quei mezzi a due ruote che abbiamo visto circolare per le città e abbandonati a tutti gli angoli delle strade?

Nell'anteprima del servizio, si parla di “Salvatore Palella è ritenuto il "re dei monopattini elettrici". Ha fondato della società che sta riempiendo di veicoli a due ruote le città di mezzo mondo. Report ha attraversato l'oceano per incontrarlo, ma l'accoglienza non è stata delle migliori. ”

Per usare i monopattini si deve scaricare un'app, ci si deve registrare, si inseriscono i dati della carta di credito, e così si può sbloccare il mezzo per iniziare il viaggio.

Il monopattino serviva per decongestionare il traffico e inquinare di meno, per questo le amministrazioni hanno puntato su di lui, senza regolamentarne (nemmeno a livello nazionale) in modo omogeneo il suo utilizzo.

Dietro il monopattino ci sono imprenditori che studiano per essere l'Elon Musk del futuro: uno di loro è sicuramente Salvatore Palella, fondatore della società Helbiz, che è stata uno degli sponsor della cerimonia di insediamento del nuovo presidente Biden.

Helbiz Italia è stata fondata nel 2018 e in pochi mesi diventa in Europa uno dei leader dei monopattini.

Il nome per questa società è arrivata dalle due parole “help business”, l'idea era trovare un aiuto, un idraulico, un'elettricista attorno a te, poi come tante idee della Silicon valley è cambiata.



Di origini italiane, oggi vive a New York, il suo ufficio è al 32 esimo piano di un grattacielo di Wall Street, dove ha accolto il giornalista di Report in modo “poco amichevole”.

“Che tu non sia il benvenuto questo te lo posso dire anche io”, sono le parole di accoglienza del signor Palella al giornalista.

Come mai questo atteggiamento?

Forse perché il giornalismo scomodo, che fa domande a cui è imbarazzante rispondere, piace solo se fatto sugli altri. Se fatto su se stesso un po' meno.

La scheda del servizio: Il mago di Helbiz di Daniele Autieri in collaborazione di Federico Marconi, immagini di Dario D’India, Afredo Farina e Giovanni De Faveri

I monopattini stanno riscrivendo le regole della mobilità urbana anche in Italia. E la Helbiz è stata la prima azienda ad aver portato lo sharing nel nostro paese. La società ha ottenuto concessioni per la condivisione dei suoi mezzi in oltre venti città italiane, a partire da Roma e Milano. Ma chi c’è dietro la Helbiz? L’amministratore delegato si chiama Salvatore Palella, è nato ad Acireale 33 anni fa e oggi guida un gruppo mondiale dal suo ufficio al 32° piano di un grattacielo di Wall Street, a New York. La storia della Helbiz si intreccia con quella di tanti personaggi del jet set e dello sport italiano, da Alessandro Del Piero che offre il suo volto per uno spot, a Marco Borriello, tirato in ballo nella lista dei possibili investitori. Dal passato di Palella emergono però numerose ombre e relazioni con figure vicine alla criminalità organizzata e personaggi dal passato controverso. La società ha una holding di controllo nel Delaware, che scherma l’identità dei suoi azionisti, mentre sulla testa di Palella pende una richiesta di class action, presentata presso la District Court di New York City, per un’avventura imprenditoriale finita male nel mondo delle criptovalute. Alla luce di questo e molto altro, chi c’è realmente dietro la Helbiz? Con quali capitali viene finanziata l’azienda? E soprattutto, che responsabilità hanno le pubbliche amministrazioni e lo stato italiano nelle mancate verifiche sulle società incaricate di condurci nella mobilità del futuro?

Il piano pandemico

Siamo stati i primi ad essere colpiti in Europa dalla pandemia, abbiamo reagito senza seguire fin da subito un piano, medici e infermieri hanno dovuto improvvisare nei reparti, senza dispositivi di protezione a sufficienza. E l'Oms, l'ente terzo che avrebbe dovuto essere una voce autorevole, nel dare indicazioni su come gestire il virus, non si è dimostrato all'altezza.

Report è stata una delle prime trasmissioni a puntare il dito contro il piano pandemico e a scovare poi quel rapporto del gruppo di ricerca italiano dell'Oms, ritirato subito dall'organizzazione stessa.

Perché avrebbe messo in imbarazzo il governo italiano che aveva appena finanziato l'Oms che, per autotutela, ha messo in campo il direttore aggiunto Ranieri Guerra, come intermediario col governo italiano, che per sua stessa ammissione è stato “consapevole foglia di fico” per nascondere i problemi.

Il piano vero, uscì poi il 2 marzo, ad inizio epidemia ma troppo tardi, due mesi dopo il primo alert dell'Oms di gennaio: dopo la riunione del 20 febbraio, la parola d'ordine era normalizzare, Zingaretti che si fa riprendere in un pubblico durante un aperitivo a Milano, contraendo il virus.

Solo il 10 marzo tutta l'Italia diventa zona rossa, ma le attività produttive si fermeranno solo il 21: la capacità reattiva dell'Italia fu elogiata a settembre dall'Oms da un video rilanciato poi sui social dal presidente Conte e dal ministro Speranza.

Ma poche settimane prima l'Oms aveva fatto ritirare un rapporto critico sulla gestione italiana della pandemia, che denunciava proprio il mancato aggiornamento del piano pandemico.

Giulio Valesini ha nuovamente intervistato il ricercatore Francesco Zambon, autore di quel rapporto al centro di una guerra interna all'Oms. Tra chi voleva che fosse censurato il passaggio sul piano pandemico (fermo dal 2006) e i ricercatori che sono rimasti fermi sulle loro posizioni.

“Quando vidi il video mi ricordo che feci un balzo sulla sedia perché pensai, si stanno preparando perché uno scandalo era imminente, era impossibile che questa cosa non venisse fuori .. il video è uscito a settembre e subito dopo c'è stata la consegna di “Noi denunceremo” del rapporto ai magistrati e per me era come legare le due cose, ma perché io sapevo tutti i retroscena del rapporto”.

Quel video dell'Oms era come un'azione risarcitoria, preventiva, per prepararsi allo scandalo.

Il rapporto è stato subito ritirato dopo le pressioni della stessa organizzazione che, in questi mesi, non ha mai risposto seriamente alle domande di Report sui perché.

Che però è riuscita a partecipare ad una video conferenza in cui era presente Hans Kluge, capo OMS Europa: è stato chiesto delle mail di pressione dietro la scelta, politica, di bloccare il rapporto di Zambon.

“E' vero, c'era qualcosa da correggere nella linea temporale e l'abbiamo messo offline, voglio che sia chiaro che in nessun momento ho avuto pressioni da parte del ministero italiano o di chiunque altro per ritirare il rapporto. Ma deve capire [al giornalista di Report] che se l'Oms fa una valutazione in un determinato paese, secondo le procedure condividiamo il rapporto col nostro partner principale, che è il ministero della salute.”

Ma le mail di guerra Zambon in cui si chiedeva di non scrivere che il piano pandemico era fermo al 2006 sono una violazione del codice di condotta dell'organizzazione, si chiedeva cioè ad un ricercatore di scrivere il falso – questa l'opinione di Zambon – “una violazione che rivela un conflitto di interesse, motivo per cui ho deciso di segnalare la cosa a tutti gli organi competenti all'interno dell'Oms, perché penso che sia una cosa piuttosto grave e riguardava un punto centrale del rapporto, l'aggiornamento del piano pandemico.”

E' partito un accertamento interno all'Oms per capire se il codice di condotta sia stato violato? Al ricercatore non risolta.

La credibilità dell'organizzazione di fronte all'opinione pubblica a questo non è compromessa?

“L'immagine dell'Oms in Italia direi che è decisamente compromessa ..” risponde il ricercatore che, in questi mesi, non è mai stato contattato dal ministro Speranza, dal ministero né dall'Istituto Superiore della Sanità: “Mi sarei aspettato una telefonata, se non altro di chiarimento ..”

L'Oms, alla luce dei fatti, non può permettersi di scrivere la verità e urtare la sensibilità politica di un ministro, perché il ministro appartiene ad uno stato che finanzia l'Oms stessa.

“Il mandato dell'Oms non è quello di occuparsi della sensibilità dei ministri, certamente coi ministri bisogna avere un rapporto trasparente, bisogna essere molto diplomatici quando si tratta con tutti gli stati membri, ma certamente lo scopo non è rendere felice o infelice un ministro..”

La scheda del servizio: Era solo un'influenza di Cataldo Ciccolella, Norma Ferrara, Giulio Valesini, immagini di Paolo Palemo e Alfredo Farina .

Le indagini della procura di Bergamo hanno portato la Guardia di Finanza nelle stanze del ministero della Salute e dell'Iss. I funzionari che hanno gestito la prima ondata devono spiegare perché non hanno risposto immediatamente alla nota dell'Oms che il 5 gennaio dell'anno scorso diceva: "Prendete in mano i piani pandemici". Report è in grado di rivelare che per diverse settimane il nuovo virus fu sottovalutato e ancora a inizio febbraio un verbale della task force che supportava il ministro Speranza lo assimilava a una influenza. Nel frattempo la difesa dell'Oms alle richieste di trasparenza fa sempre più acqua, al punto da usare documenti confidenziali pubblicati proprio da Report, ma cambiandone la data. E per il whistleblower Francesco Zambon, che aveva denunciato la tentata manipolazione del rapporto sull'Italia, non è ancora chiaro cosa riserva il futuro.

Ci salverà il vaccino

Ora che le multinazionali a cui abbiamo affidato il nostro futuro iniziano a chiudere i rubinetti dei vaccini, forse in molti si renderanno conto del problema: aver delegato ai privati la ricerca, la produzione e la vendita dei vaccini.

Perché se deve essere il mercato a regolare chi si salverà e chi no, chi riceverà per primo (e in maggior dosi) il vaccino e dunque potrà ripartire prima, allora il mondo sarà sempre più diviso, sempre maggiori tensioni internazionali scoppieranno.

Non solo, i vaccini oggi autorizzati hanno alcuni problemi: il trasporto e la conservazione, la copertura dal virus, che andrà rinnovata probabilmente ogni anno, come per l'influenza.

Peter Doshi, professore di farmaceutica all'università del Maryland, spiega come sia misurata la loro efficacia: quando si dice efficacia al 90%, si intende la riduzione sul 90% dei sintomatici che hanno avuto un tampone positivo, non è una riduzione del 90% delle infezioni, i test non sono concepiti per rilevare questo.

Significa che i vaccinati possono essere immuni alla malattia, ma portatori del virus e a loro volta, trasmetterlo: il virus potrebbe continuare a circolare anche alla fine delle vaccinazioni, nessuno può assicurare che non avvenga.

“L'eradicazione del virus è un obiettivo molto ambizioso e che finora è stato raggiunto solo con un virus, quello del vaiolo” racconta il professor Crisanti.

Non sappiamo se veramente il vaccino sarà in grado di fermare il virus: dovremo continuare ad indossare la mascherina – commenta Cody Meissner dell'FDA, l'autorità americana – praticare il distanziamento sociale, evitare gli assembramenti, non potremo cambiare il nostro comportamento pensando di essere al sicuro, questo è quello che bisogna dire alla gente.

In Belgio stanno lavorando ad un vaccino nuovo, sulle basi di quello contro la febbre gialla: “noi invece puntiamo sull'immunità permanente e a bloccare la trasmissione” spiega Johan Neyts, professore dell'università di Leuven in Belgio.

A Leuven non stanno lavorando solo al vaccino ma anche alla ricerca di un farmaco anti-covid: “pensate a quanto successo a Bergamo ad inizio pandemia, a quanto avrebbe fatto la differenza avere un farmaco a disposizione. Abbiamo bisogno di un farmaco specifico contro la famiglia del corona virus, che è molto ampia, potrebbe esserci una mutazione immune al vaccino, o magari la prossima volta emergerà un virus più letale o che colpirà i bambini e noi non possiamo farci trovare impreparati.”

Ma forse per le multinazionali del farmaco conviene più un vaccino che debba essere rinnovato ogni anno, un problema per i paesi del terzo mondo: “i big pharma vogliono fare soldi, ma il problema è più grande che contenere il covid nel mondo occidentale, ci vuole un vaccino che sia utilizzabile in tutto il pianeta, altrimenti il virus potrebbe ritornarci come un boomerang”.

La scheda del servizio: Nelle mani del vaccino di Manuele Bonaccorsi, Lorenzo Vendemiale, con la consulenza di Ludovica Jona, in collaborazione di Marzia Amico, immagini di Matteo Delbò e Fabio Martinelli

Il vaccino ci porterà definitivamente fuori dalla pandemia? Dai test svolti dalle case farmaceutiche emerge un’elevata sicurezza ed efficacia, ma non si sa se permetterà di interrompere la trasmissione del virus. Infatti, nonostante ogni giorno nel mondo vengano effettuati milioni di tamponi, proprio per intercettare gli asintomatici, i volontari dei trial clinici sono stati testati solo in caso di sintomi. La conseguenza? Non sappiamo se il vaccino ci protegga solo dalla malattia o anche dall’infezione e quindi se potremo raggiungere l’immunità di gregge. Con testimonianze dei volontari e interviste ai massimi esperti americani ed europei che hanno valutato i vaccini, l’inchiesta racconterà come sono avvenuti i trial di Pfizer e Moderna, e quale impatto il vaccino potrà avere nella lotta contro l’epidemia. Report, inoltre, in collaborazione col collettivo di giornalisti investigativi Behind the Pledge, svelerà in esclusiva i cosiddetti “EmaLeaks”, mail e documenti interni da cui emergono le pressioni politiche sull’Agenzia europea del farmaco per accelerare il processo di autorizzazione. Pressioni avvenute proprio mentre i commissari dell’Ema riscontravano alcuni problemi nella produzione del vaccino Pfizer.

L'intervista a Belsito e il passaggio tra le due Leghe

L'ex tesoriere della Lega (di Bossi) racconta l'accordo, non rispettato, tra l'ex segretario Bossi e Salvini, segretario della nuova Lega nazionalista nel 2014.

La scheda del servizio: L'ACCORDO di Luca Chianca in collaborazione di Alessia Marzi

Il 26 febbraio 2014 viene siglato un patto generazionale tra Umberto Bossi e il nuovo segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Un accordo noto a molti, ma che nessuno ha mai potuto leggere. L'accordo nasce due anni dopo l'inchiesta sui fondi pubblici che ha sconvolto il partito. Dopo Bossi, arriva Maroni, poi Salvini che nel 2013 viene eletto segretario federale. L'anno dopo si siedono davanti a un tavolo per decidere del futuro politico del senatur. Salvini promette 450 mila euro all'anno per mantenere lo staff composto dagli autisti e dalla segreteria del presidente della Lega. In cambio l'ex avvocato di Bossi, Matteo Brigandì, rinuncia a 6 milioni di euro di mancati pagamenti proprio dalla Lega Nord. Soldi che già nel 2014 sono fondamentali per le casse del partito, che rischia, come poi è successo, di vedersi sequestrare ben 49 milioni. Abbiamo ricostruito la storia dell'accordo grazie all'intervista esclusiva a Francesco Belsito, l'ex tesoriere del partito travolto dallo scandalo, unico condannato per appropriazione indebita a causa di quell'accordo.

Tutte le anticipazioni sono state prese dalla pagina FB e dall'accout Twitter di Report


27 ottobre 2020

Report - Vassalli, valvassori e valvassini

Pandemia aerea – Giulia Presutti

Prima del servizio dedicato alla Lombardia e al sistema lombardo, il servizio di Giulia Presutti sugli effetti della pandemia sui voli aerei.

LE compagnie aeree, nonostante non ci siano blocchi sui voli, hanno continuato a cancellare i voli, con pochi giorni di preavviso: il governo aveva tolto l'obbligo di rimborsare coi soldi i passeggeri, ma solo nel lockdown.

I voucher continuano ad essere usati ancora oggi: chi tutela i diritti dei passeggeri?

Gaetano ha visto tre voli annullati, per un valore di 450 euro: la compagnia Volotea lo ha rimborsato il costo con un voucher, non ha avuto la possibilità di essere rimborsato con denaro.

Elisa si è vista rimborsare con un voucher un volo cancellato a luglio, sempre da Volotea: per molti il voucher è stata una beffa. Che dice Enac?

Sono state richiamate le compagnie, spiega la vicedirettrice: le compagnie incassano in anticipo i soldi dei biglietti, come un bancomat, perché poi basta cancellare il volo e cavarsela con questi finti rimborsi.

Anche perché non tutti i rimborsati possono permettersi di decidere la data del volo all'ultimo momento.

Non solo, i call center delle compagnie non funzionavano, si sono registrati diversi casi di persone che hanno aspettato ore al telefono, per un numero a pagamento.

Alitalia ha ricevuto 200ml di fondi pubblici, per il Covid: come mai non rimborsa i biglietti oggi? “Rimborseremo tutti quelli che dobbiamo rimborsare” assicura un responsabile della compagnia di bandiera.

Enac ha emesso una sola sanzione, negli ultimi anni. L'antitrust si sta muovendo per una istruttoria, su Ryan Air, Easy Jet, Vueling. Ma con calma.

L'inchiesta di Giorgio Mottola sul sistema lombardo

Chi in Lombardia ha cercato di portare avanti test sierologici rapidi si è trovato davanti l'opposizione della Lega che, col segretario Grimoldi, si è mossa contro il sindaco di Robbio: ci sono dei messaggi di minaccia, così tutti i comuni hanno dovuto aspettare la Diasorin.

La scorsa puntata, con l'intervista a Caianiello, organizzatore occulto della giunta Fontana, Report ha raccontato come funzionano le candidature in regione, la ricerca dei voti della ndrangheta in regione, il meccanismo delle mazzette. La selezione dei candidati, il drenare denaro pubblico.

Tangentopoli non è mai finita, racconta Caianiello: la politica ha un costo, la mazzetta deriva da chi la chiede ma anche da chi la propone.

Se vuoi entrare nel giro che conta in regione, con gli appalti, devi essere vicino alla politica: è la storia dell'imprenditore Daniele D'Alfonso.

Ai politici di Forza Italia ha pagato vacanze e mazzette, per entrare nel giro grande: anche D'Alfonso si è rivolto a Caianiello, che lo ha messo a fianco del consigliere Tatarella.

A quest'ultimo dava 5000 euro al mese, perché gli presentava politici, perché così poteva ottenere appalti con l'Amsa.

Daniele D'Alfonso ha anche legami con la ndrangheta lombarda, per esempio con una società dei Molluso con cui ha portato a termine lavori edili.

Soldi in nero sono arrivati anche al gruppo di FDI e a consiglieri di Forza Italia, tutti vicini a Caianiello.

Il portafoglio dell'imprenditore torna utile alle regionali del 2018, quando Caianiello lo mise in contatto con suoi candidati: “si sapeva che D'Alfonso dava una mano alla campagna elettorale di Forza Italia..”

Soldi dati per ottenere poi qualcosa in cambio, finita la campagna elettorale (quella stravinta dal centro destra): sono decine di migliaia di euro in nero spesi per i politici che si presentavano alle elezioni, una specie di pesca, racconta il giornalista.

“E' così se vuoi lavorare. Cosa vuoi fare? Devi morire di fame o lavorare, io ho una famiglia da mantenere, cosa faccio?” è stata la risposta dell'imprenditore, che poi ha proseguito “Sono quindici anni che li conosco, sono quindici anni che ho rapporti privati.. se io ho una campagna elettorale da dare una mano devo dare una mano ..”

Tra i candidati che D'Alfonso sostiene con più soldi in nero c'è Fabio Altitonante (20mila euro in nero), delfino di Caianiello che riesce a farsi eleggere in regione e ad ottenere da Fontana la nomina a sottosegretario regionale con la delega pesante sulla rigenerazione dell'area Expo.

I soldi per la politica? Sono gettoni spesi per entrare in un certo giro, in certi meccanismi, per farsi vedere: “lo fanno tutti” ammette D'Alfonso.

Per i soldi presi da D'Alfonso (l'accusa è di traffico di influenze), Altitonante è stato arrestato e costretto a dimettersi da sottosegretario ma ha conservato il posto in consiglio regionale. E nonostante tutto questa estate si è candidato sindaco in una piccola città abruzzese, Montorio.

“Mi hanno chiesto se, con la mia esperienza, potevo sopportarli in questa rinascita del paese” è stata la risposta del consigliere, di fronte a questa contraddizione. “Sono certo che da processo ne uscirò pulito..”

A che livello è stata fissata l'asticella dell'etica in Lombardia? Imprenditori che pagano gettoni per avvicinare politici (e che poi non pagano i lavori con la ndrangheta), per poi ottenere lavori da aziende pubbliche.

Nelle società pubbliche della regione, ogni consulenza, ogni nomina, ogni incarico doveva passare per l'ok di Caianiello: tutti i bandi erano di fatto truccati, le nomine sono frutto di spartizione politica, non in base al merito.

Quando il professionista riceveva l'incarico dalla regione, doveva pagare la tassa a Caianiello: arrivava dal commercialista che lavorava con la partecipata una fattura da pagare.

Si parla di un versamento del 10%: si chiama mazzetta, basta moltiplicare le consulenze per n volte e così si nascondono i finanziamenti occulti al politico.

A volte i contributi arrivavano cash all'ex dirigente di FI, che poi riversava in parte nelle casse del partito. Oltre a FI, c'erano altri partiti che ricevevano le decime dai loro professionisti: Caianiello parla di FI, Lega e PD.

L'ex segretario di FI a Gallarate, Bilardo, parla di un professionista di Varese, l'avvocato Mascetti, che si è preso diversi incarichi in provincia: un sistema di spartizione degli incarichi in quota Lega, che in provincia dava solo incarichi a Mascetti – racconta l'ex assessore Licati e lo ha pure confermato Caianiello.

Mascetti ha lavorato con Fontana come avvocato e oggi è consulente della regione (diretta da Fontana) per 50mila euro: il suo potere deriva dalla sua associazione, Terra Insubre, che organizza convegni in regione e che strizza l'occhio al secessionismo della vecchia Lega.

Ma in quella associazione c'era modo di incontrare il mondo leghista: lo racconta un ex delegato, che parla di una sorta di CL della Lega.

Gruppi di professionisti che lavorano assieme, in lobby, con forte interesse nel settore sanitario: Mascetti ha fatto diverse consulenze con ospedali lombardi, da Melegnano a Varese a Como.

L'ex assessore Monica Rizzi racconta dei rapporti di Mascetti con la lega di Bossi: li considerava dei fascisti e li aveva messi nel libro nero.

Da Terra Insubre arriva anche Savoini, quello con busto del Duce sulla scrivania: Report aveva raccontato la storia della compravendita di petrolio, all'hotel Metropol di Mosca, per far arrivare dei soldi alla Lega di Salvini, si parla di 65mln per finanziare la campagna elettorale.

Nella trattativa si cita il nome di Mascetti, che sedeva nel comitato direttivo di Banca Intesa: vicenda in cui non c'entra nulla – il commento dell'avvocato su queste intercettazioni.

Non tutti hanno voglia di parlare di Mascetti: un ex parlamentare della Lega ha parlato dei suoi rapporti con Giorgetti, nella stessa foto con Mascetti e il suo braccio alzato.

Mascetti è stato nominato, in quota Lega, in Italgas: favorito dalla Lega? Fatto smentito dall'ex sottosegretario. Ma quando Bossi è stato estromesso dalla Lega, Mascetti ha iniziato a prendere incarichi importanti, fino alla fondazione Cariplo: a Varese i membri sono decisi dalla provincia.

La Lega ha chiesto, a Varese, i tre posti nella fondazione Cariplo – racconta Caianiello: gestisce milioni da usare poi sul territorio, anche per attività di beneficenza.

Dalla fondazione arrivano soldi a Terra Insubre, per progetti su Celti in Lombardia per esempio.

E' la logica della Lega, occupare tutti i posti e poi distribuire i posti a valvassori e valvassini – racconta un dirigente della fondazione che ha preferito rimanere anonima.

Mascetti ha risposto al servizio di Report, spiegando via email che vuole fare cultura e non politica, che ora è solo un socio di Terra Insubre. La politica è come un magnete, commenta Ranucci, pretende che tutto ruoti attorno a lei.

Come racconta la storia dei tamponi che alcuni comuni lombardi hanno voluto fare, senza aspettare la regione: a Robbio hanno fatto 4500 tamponi, dove in molti han pagato per chi non poteva. Con questa operazione, che non ha pesato sulle casse pubbliche, si è fatto uno screening locale, suscitando però le ire della regione Lombardia.

Molti comuni hanno ricevuto il divieto di fare test sierologici: è successo a Cisliano, che ha ricevuto una diffida da ATS, basata su cavilli burocratici.

Il sindaco di Robbio, nonostante le diffide dell'ATS di Pavia è andato avanti: la regione aveva affidato i test a Diasorin, con cui aveva firmato un contratto in esclusiva. Ma la Diasorin non era pronta quando i comuni si sono mossi a marzo con dei test certificati e usati poi in Emilia e Romagna.

Techno genetics (un'azienda concorrente) aveva messo a disposizione i suoi test al San Matteo, vedendoseli rifiutati.

Ma la regione non ha nemmeno fatto la gara per il tampone: su questo appalto la procura ha aperto un'inchiesta.

Anche in questa storia c'è una società pubblica, l'Istituto insubrico, i suoi rapporti con la Diasorin, il suo direttore generale Gambini, pure lui in stretti rapporti con Mascetti. Una bella carriera per uno che è partito da una farmacia e che ora è dirigente del Besta.

Contro i sindaci ribelli sono scesi in campo i pezzi grossi della Lega: anziché preoccuparsi della situazione sanitaria in regione, due deputati hanno firmato una interpellanza al ministro Speranza, per fermare il lavoro dei sindaci come quello di Robbio (“quella merda di Robbio”).

Il segretario regionale Grimoldi ha mandato dei messaggi agli amministratori locali, contro Robbio: al solo sentir nominare Diasorin, Grimoldi ha minacciato una querela, dicendo di non conoscere dove sta Robbio.

Perché questo accanimento contro i test fatti a Robbio? In altre regioni però quei test sono stati fatti, senza problemi da parte del ministero della sanità.

Se queste indagini dovessero confermare le accuse, sarebbe triste scoprire che l'avidità umana sovrasta il bene della salute dei cittadini.