La stessa idea di Berlusconi o una più democratica.
Ps Forza maestro, tieni duro!
Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici
5. Semmai dopo. Ma veniamo alle cose di politica nostrana. Grandi paginate sullo scazzo tra M5S e Lega sulla prescrizione, ma già mentre scrivo i due azionisti di maggioranza hanno trovato l’accordo, quindi potete anche non leggerle. Fine. (comunque la riforma grillina della prescrizione è passata ma slittata di oltre un anno, gennaio 2020. In sostanza, Salvini gli ha detto: sì sì, fate pure, tanto nel 2020 col cavolo che siete al governo).
6. Capestro. Secondo La Stampa, la maggioranza gialloverde somiglia molto al vecchio pentapartito, dove si faceva un vertice dei segretari alla settimana per evitare le crisi. Secondo il Corriere il coltello dalla parte del manico ce l’ha sempre la Lega perché Di Maio e buona parte dei suoi ministri nonché parlamentari sono già al secondo giro, e per lo Statuto M5s non possono essere ricandidati, quindi devono tirare avanti per forza anche accettando condizioni capestro, altrimenti per loro è game over.
7. Sicuri. Ah, il decreto sicurezza passato ieri prevede che saranno respinte come "manifestamente infondate" le richieste d’asilo da parte di migranti provenienti da "Paesi sicuri”. La lista dei Paesi sicuri la farà il Viminale, cioè Salvini. Ci sarà da ridere, o forse da piangere. Sicuro ad esempio che entrerà nella lista il Pakistan, considerato invece insicuro dal sito del Ministero degli Esteri, nella sezione per gli italiani che vogliono viaggiare all'estero. In sintesi: i Paesi considerati insicuri per gli italiani saranno considerati sicuri per i locali, la cui vita vale evidentemente meno.
8. Estate 2035. Peccato che Denis Verdini non conti più un cazzo: la sua ennesima condanna si piglia sì e no un trafiletto, in giro. E pensare che fino a un anno fa era un giorno sì e uno no al Nazareno, faceva la stampella della maggioranza, patrocinava il "partito della nazione" di Berlusconi e Renzi. Il “partito della nazione”, quanti ricordi, davvero nomina nuda tenemus. Comunque, per la cronaca, ieri Verdini si è preso altri quattro anni e quattro mesi per bancarotta, dopo la condanna in appello a 6 anni e 10 mesi per truffa e quella a cinque anni e mezzo per corruzione. In tutto fa 16 anni e otto mesi, iniziasse a scontarli oggi starebbe al gabbio fino alla metà del 2035. Il tutto in attesa dell’esito di un altro processo per cui l’accusa ha chiesto due anni.
9. Imparare. La Stampa racconta che in una libreria calabrese dove si proiettava “Sulla mia pelle” sono arrivati dei carabinieri, volevano la lista dei presenti. L’altro giorno anche Christian Raimo raccontava su Fb che alla presentazione di un suo libro sui giovani fascisti si erano presentate le forze dell’ordine. A me fa piacere che gli uomini in divisa frequentino eventi culturali. Imparare migliora tutti.
10. Geppetto. «I profughi hanno finito di spassarsela. Ho fermato il bandito parlandogli di Gesù. Il Geppetto gay si compra Pinocchio in Canada. La Francia ci dichiara guerra. Divino Otelma: Il mio rituale contro i barconi invasori. Vauro, ormai siamo alle luci rosse omosessuali. Alessandra Moretti, scollatura da brividi. Grande Fratello Vip, confessione sessuale di Lory Del Santo. Riattaccateve al Trump. Giulia smutandata a Uomini e Donne». (alcuni dei titoli fasciotrash di oggi. La mia collega Dondi, responsabile del sito, vuole farne un sondaggio interattivo per la consegna quotidiana di una Coppa Fasciotrash, e alla fine dell'anno si vota on line il migliore in assoluto. Che ne dite?).
[La legislatura che ci stiamo lasciando alle spalle] ha fallito il suo obiettivo dichiarato fin dal giorno degli applausi imbarazzati con cui accoglieva il discorso di reinsediamento di Napolitano, accreditandosi così un ruolo costituente che è stato bocciato dal Paese.- la risposta di Alessandro Robecchi a Michele Serra, in merito alla proposta di Pisapia
Ecco perché, se guardiamo alla parabola di questa legislatura, oggi sembrano grottesche e basse le ipotesi di prolungarne artificialmente la vita con un governo Padoan, Gentiloni, Franceschini o Calenda.
Ma ve li immaginate, giurare al Quirinale festeggiando un inizio che ha già in sé l'impronta della fine? Ma che effetti produrrebbe sul Paese vedere la manfrina di un nuovo premier e magari delle sue promesse, così stridenti con l'evidenza di un esecutivo triste, solitario y final?
Davvero non ne abbiamo bisogno. Davvero sarebbe un atto di responsabilità solo apparente, in realtà più irresponsabile del suo contrario, cioè il voto.
Per fare una legge elettorale decentemente omogenea tra le due Camere e che non sia incostituzionale bastano venti giorni. O basta riutilizzare una di quelle precedenti il Porcellum. O prendere il Consultellum e clonarlo per la Camera.
E per tutto questo non serve nessun nuovo governo, con tutto il suo cucuzzaro di campanelle scambiate, di foto di gruppo, di nuovi ministri sorridenti. Quello uscente, dopo i danni fatti, abbia almeno il coraggio e la responsabilità di fare il suo dovere fino a che lo richiede la Costituzione, invece di portarsi via la palla come un bambino capriccioso.
Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.
E poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore, Michele, parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.
Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.
Aspetto. Per ora no, grazie.
Del resto se i giganti digitali decuplicano i profitti con un decimo dei dipendenti (e se questa è la tendenza) solo la tassazione di questi profitti e la loro redistribuzione col reddito minimo può salvare il meccanismo produzione-consumo su cui si regge l'economia. In sala, ieri, solo Simoni si è schierata apertamente a favore. Per gli altri era tutto un "se ne può parlare, tutte le ipotesi di soluzione vanno messe sul tavolo, vedremo". Vedremo un cacchio, mi veniva da dire. Ma da moderatore qual ero dovevo essere appunto moderato quindi non l'ho detto. Mi sono limitato a chiosare, sul finale, che forse non è ancora chiarissima alla politica la rilevanza di quanto sta accadendo e l'urgenza di fare qualcosa. E, per non farmi dare dell'estremista, ho citato in proposito un articolo dell'Economist proprio sulla robotizzazione che ammazza i posti di lavoro: «I governi devono fare qualcosa prima che i loro popoli si arrabbino». Ecco, «before their people get angry». L'articolo dell'Economist era di due anni fa. Prima della Brexit, prima di Trump, eccetera. Non so se è già troppo tardi.
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| Scheda referendum del 2005 |
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| Scheda (annunciata via twitter) del referendum sul DDL Boschi |
Non so, vedete voi la differenza: a me pare che, per la prima volta, si abbandoni la neutralità burocratica per inserire nella scheda alcuni connotati politici.
Peccato che siano solo i connotati su cui argomenta una della due parti in causa: il superamento del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari, il contenimento dei costi, la soppressione del Cnel.
Tutti veri, per carità, ma allo stesso modo (essendo ugualmente vero) si sarebbe potuto scrivere:
Approvate il testo della legge costituzionale concernente"Creazione di un nuovo Senato non eletto dai cittadiniDoppio incarico di senatori e consiglieri regionaliCreazione di nuovi procedimenti tra Camera e Senato fino un massimo di dieci per l'approvazione delle leggiRiduzione dell'autonomia delle regioniTriplicazione del numero delle firme necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare?"
In altre parole, in questa scheda la domanda contiene in sé (solo) argomentazioni a favore di una delle due risposte. Tra l'altro proprio quelle argomentazioni di più facile impatto "anti-casta": meno parlamentari, riduzione dei costi della politica.
Non sono sicuro che questa sia la modalità più fair e neutrale per porre un referendum.
Non sono sicuro che non si potesse arrivare un testo meno burocratico rispetto al passato senza sconfinare nel phishing - e magari concordandolo tra i comitati del sì e del no.
Non sono sicuro che, in assenza di un eventuale accordo, non sarebbe stato comunque meglio ricorrere alle formule - burocratiche ma indubbiamente neutrali - con cui si è votato nei precedenti referendum costituzionali.
Siamo infatti talmente abituati, da secoli, all'idea che per vivere è necessario lavorare e siamo talmente abituati a occupare col lavoro il 90 per cento del nostro tempo da svegli, da rischiare di ritrovarci spaesati, vuoti (e per un periodo tremendamente infelici) nel fuoriuscire da questa antica coazione.Stefano Feltri sul FQ del 6-01-2016, parte dal caso Bluckster e mette la pulce all'orecchio a quanti brindano per fluttuazioni di decimali nell'occupazione
Il "lavoro per vivere" è un po' la nostra sindrome di Stoccolma e guarirne implicherà una difficile fase transitoria - altro che bonanza. E su questo passaggio dovremmo iniziare a fare qualche riflessione perché non è affatto detto che nella società del lavoro rarefatto saremo serenamente svagati dalla socialità, dal divertimento e dalle passeggiate in campagna.
Tutto ciò, naturalmente, dando per scontata una precondizione: cioè che il capitalismo sappia capire che una certa redistribuzione dei profitti per legge (una volta scomparsa o fortemente ridotta quella per via salariale e contrattuale) è l'unica strada che ha per sopravvivere e prosperare. Quindi riponga l'arrogante baldanza con cui negli ultimi trent'anni ha bandito ogni governance.
Ma su questo ho abbastanza fiducia: da quando esiste, il capitalismo ha sempre preso a calci lo Stato quando gli dava fastidio salvo poi richiamarlo urgentemente quando ne aveva bisogno. E presto ne avrà di nuovo bisogno, anche se non sarà uno Stato in senso classico (quello nazionale-hegeliano) ma qualche sovrastruttura istituzionale e transnazionale d'altro tipo.
Se invece il capitalismo non la capirà, quest'esigenza di autoriforma e di redistribuzione, peggio per lui: ma (temo) peggio soprattutto per noi tutti. Perché il conflitto sociale esasperato, in una società postideologica, postreligiosa, desindacalizzata e senza più corpi intermedi, rischia di somigliare a un caotico e distopico tutti-contro-tutti.
Tutto finisce: la lezione di Blockbuster di Stefano FeltriVI RICORDATEquando il sabato sera andavate a noleggiare un dvd da Blockbuster? Non è passato poi molto tempo.All’apice della sua non lunga storia, nel 2005, la catena aveva 9.000 negozi e 80 mila dipendenti soltanto negli Stati Uniti. Oggi il servizio di video on demand Netflix vale 50 miliardi di dollari e ha soltanto 2.139 lavoratori a tempo pieno, gli unici spazi che affitta sono server di Amazon. Facebook nel 2014 ha incassato 12,5 miliardi di dollari ma ha soltanto 9.000 dipendenti. Nel 1962 l’azienda americana che aveva più dipendenti era la General Motors, impiegava 564 mila persone. Nel 2012 era la catena di supermercati Walmart, che ne aveva soltanto 2.200. “I datori di lavoro su larga scala negli Stati Uniti sono soprattutto nel commercio, dove i salari sono bassi, il turnover elevato e la mobilità verso l’a l to minima”, scrive il sociologo Jerry Davis nel paper della Brookings Institution Capital markets and job creation in 21st century.Nel 1937 il premio Nobel Ronald Coase si chiedeva perché esistono le imprese. Risposta: “C’è un costo nell’utilizzo del sistema dei p re zz i ”. È più conveniente assumere qualcuno, dargli un salario decente, benefici e incentivi a migliorare (l’invenzione della carriera) invece che affidarsi soltanto a un sistema di transazioni continue che richiede di sforzarsi sempre di saperequal è il giusto prezzo per un prodotto o un servizio. Dagli anni Ottanta le grandi imprese hanno capito che se si spostava abbastanza verso Est la contrattazione,sfruttando i bassi salari indiani o cinesi, esternalizzare poteva essere comunque conveniente. La gig economy, quella di Uber e delle piattaforme di lavoro achiamata, permette di sapere con grande facilità il prezzo sempre aggiornato anche di quei servizi che non si possono svolgere da Bangalore. E il numero di aziende che hanno necessità di assumere i propri lavoratori si riduce drasticamente. Meglio tenere presente questo quadro se anche nel 2016 continuerà l’ossessio n e tutta italiana per le variazione dello zero virgola dei tassi di disoccupazione.E tutti questi cambiamenti accadono in un mondo con sempre più disuguaglianze, sempre più conflittuale, sempre più diviso.
«Perché in Europa il centrosinistra non riesce a trarre vantaggio dai fallimenti dei suoi avversari politici?Il motivo profondo sta nel fatto che ha assimilato le politiche del centrodestra, invalse da circa un trentennio: l’accettazione degli accordi di libero scambio, la deregolamentazione di quasi ogni cosa e (nell’eurozona) l’introduzione di vincoli di bilancio insieme all’adozione delle più rigorosa dottrina dell’indipendenza della banca centrale che sia mai stata formulata.Così oggi i partiti di centrosinistra non sono più distinguibili dai loro avversari.(…)Lo spostamento a destra è sembrato funzionare, inizialmente. Portò ai successi elettorali di Tony Blair in Inghilterra nel 1997 e di Gerhard Schröder in Germania nel 1998. Blair fu rieletto due volte; Schröder una. Queste vittorie hanno creato lo stereotipo ancor oggi persistente fra i dirigenti politici di centrosinistra: quello secondo cui si possono vincere le elezioni solo su posizioni di centro.Poi però sono arrivate le crisi finanziarie e politiche scoppiate a partire dal 2007. Dopo aver abbandonato i tradizionali strumenti di gestione della politica macroeconomica, il centrosinistra era rimasto privo di alternative. Così, quando la crisi del capitalismo globale ha offerto un’occasione da non perdere, i suoi leader non hanno saputo coglierla. Hanno salvato le banche, invece di nazionalizzare. Hanno imposto l’austerità. Non avevano nulla di originale da dire».Il post si chiude così:
Oh, io lo dico da cinque o sei anni e mi danno dell'estremista radicale; adesso che lo scrive un analista moderatissimo del "Financial Times" come Wolfgang Münchau, come la mettiamo?
Ps. Il testo integrale del pezzo di Münchau è sull'Espresso in edicola; sì, ammetto che l'ho letto per questo, l'altro ieri, passandolo e titolandolo (e nel caso trovandomi d'accordo, com'è evidente da questo post).
Primo, il voto favorevole alla riforma delle pensioni. «Anche qui, è chiaro che abbiamo sbagliato», dice Fassina. «Però la legge Fornero era contenuta nel decreto di stabilità approvato in fretta e furia appena Monti era diventato premier e in quel momento non c’erano le condizioni per fare diversamente. Eravamo consegnati nelle mani del Professore, che era considerato da tutti il salvatore della patria. Quella cosa fu approvata in cinque giorni: ci sentivamo in emergenza completa. E poi avevamo appena votato la fiducia al governo Monti: sull’atto più importante, la legge di stabilità, quello su cui era nato lo stesso governo, non potevamo fare altro».Il pd renziano.
Errore successivo, aver sostenuto l’esecutivo anche quando Berlusconi lo aveva già mollato: «Dopo le elezioni amministrative del maggio 2012 il capo del Pdl era ancora formalmente nella maggioranza, ma si comportava come se fosse all’opposizione», ricorda Fassina: «Insomma noi siamo rimasti lì con il cerino in mano a sostenere da soli le politiche di austerity. Io allora ebbi l’ardire di dire che dovevamo anticipare la nuova legge di stabilità e andare a votare a ottobre, ma fui massacrato in modo pesantissimo nel mio stesso partito, con tanto di richiesta di dimissioni. Penso che invece avremmo dovuto fare proprio così. Cioè dire: “questa è stata l’emergenza ma non può essere il nostro programma, noi abbiamo un altro progetto e adesso che la fase più grave è passata si va alle urne”. Ripeto: fui bastonato pesantemente, solo per averlo proposto».
Ulteriori errori, elenca Fassina, il fiscal compact e il pareggio di bilancio: «Averli appoggiati fa parte di quella subalternità che ha viziato il Pd fin dall’inizio. Se avessimo avuto una qualche autonomia culturale, noi di sinistra, avremmo potuto pressare Monti per ottenere almeno delle clausole migliori. Lo sbaglio nostro, quello che sta alla base di quelli successivi, era appunto precedente: stava nella versione soft del paradigma liberista adottata dal mio partito fin dal discorso di Veltroni al Lingotto. Nasce tutto da là».
Ancora più duro sul passaggio che segna la nascita del governo Monti è il segretario della Fiom, Landini: «La sinistra non aveva alcuna proposta alternativa a quello che ci avevano detto di fare Trichet e Draghi nella loro lettera dell’estate 2011. Così, quando cadde il governo Berlusconi, si scelse di non andare a votare e di appoggiare il governo dei tecnici. Fu un errore tragico: per un anno ci siamo bevuti la ricetta imposta dalla Troika, dalla riforma delle pensioni al pareggio di bilancio. L’appiattimento del Pd a quelle politiche, durante quel periodo, è stato decisivo nell’aprire le praterie al risultato di Grillo nel 2013».
Vincenzo Vita, ex senatore Pd, offre un racconto di quei giorni ancora caldo di emozione e a tratti agghiacciante: «Il partito non aveva capito l’importanza di quello che stava facendo. Quando cercavo di spiegare ai colleghi del mio gruppo che stavamo votando una cosa demenziale, tutti mi rispondevano: “ma Vincenzo, qui cade il governo”. Non ci fu nemmeno l’agio di un confronto né nel partito né tra i parlamentari: neppure sul pareggio di bilancio che pure ebbe un percorso lungo, in quanto modifica della Costituzione. Niente: era una cosa calata dall’alto e noi dovevamo adeguarci per non far cadere Monti. Io ci provai fino all’ultimo: ancora nel giorno del voto finale, nell’aula di Palazzo Madama, passai tra i banchi dei miei compagni per cercare di parlare con loro a uno a uno, ma senza alcun successo. Mi dicevano: “lascia stare, dai, lascia stare”. Perfino Ignazio Marino, di cui ho grande stima, mi rispose: “Vincenzo, non ho studiato bene il dossier”. Ma quale dossier? Ma cosa c’era da studiare? Era evidente che non aveva alcun senso quella roba, proprio a livello di logica elementare. Ci stavamo mettendo in una gabbia di ferro da soli, senza motivo, e lo stavamo facendo perché “altrimenti cadeva il governo”. Rimasi quasi solo. E non mi riferisco soltanto al mio partito, ma anche al mondo della sinistra italiana, che con pochissime eccezioni non comprese assolutamente la rilevanza di quel passaggio».
Il libro che avete tra le mani è un’indagine sulla sinistra italiana. Quella che secondo alcuni è sparita e secondo altri, invece, ha stravinto le ultime elezioni europee. Due visioni estreme: e chi leggerà le pagine che seguono vedrà che sono un po’ sbilenche entrambe.Questo libro è diviso in tre parti.La prima è sul passato più recente. Il periodo preso come punto di partenza è il biennio tra il 2007 e il 2009.Il 2007 è l’anno in cui è nato il Partito democratico e in cui Beppe Grillo ha tenuto il suo primo V-day. Nel 2008 il Pd ha perso le elezioni, la sinistra radicale è scomparsa dal Parlamento, Grillo ha lanciato le sue prime liste civiche. Nel 2009 è implosa la segreteria Veltroni, con la sua ambizione di riunire tutta la sinistra italiana in un unico partito plurale e “a vocazione maggioritaria”, mentre lontano dai riflettori nasceva il gruppo dei rottamatori che avrebbe aperto la strada a Matteo Renzi; in quello stesso anno è stato fondato il Movimento 5 Stelle e si è diffusa la protesta di piazza contro il governo Berlusconi. Partendo da quel biennio, in questa prima parte si sono analizzati quindi gli sviluppi successivi, fino alle elezioni politiche del 2013 e a quelle europee del 2014. La ricostruzione storica non è però proposta in modo strettamente cronologico, ma attraverso le diverse forme in cui le persone e le rappresentanze della sinistra si sono manifestate, evolute o involute.Sempre da blog Piovono rane e da l'Espresso, tre capitoli del libro:
La seconda parte del libro è sul presente. E qui l’indagine è concentrata sulle tre forze politiche verso le quali si indirizza l’elettorato della sinistra italiana: il Pd di Renzi, il Movimento 5 stelle e l’area della lista Tsipras. Manca la quarta area in cui questi elettori sono defluiti: l’astensionismo. Ma questo non è, evidentemente, un soggetto politico.
L’ultima parte di questa ricerca è sul futuro, quello più prossimo nel tempo. E ha anche la piccola ambizione di fornire agli elettori e agli attivisti della sinistra italiana qualche strumento utile in termini costruttivi: niente di sistematico, solo mattoni e tasselli.
Il libro è intessuto di colloqui con alcuni protagonisti della politica che, con le proprie testimonianze e le proprie opinioni, contribuiscono alla rappresentazione storica, alla fotografia del presente e alle prospettive per il domani. I virgolettati dei personaggi intervistati sono spesso molto difformi tra loro: e non sempre chi li ha raccolti concorda con essi. Ma costituiscono comunque i fili di un ordito e di una trama il cui risultato finale – in termini di interpretazione, di tesi e di proposte – risulterà chiaro a chi leggerà questo libro. O, almeno, qui ce lo si augura.
Quattro novembre 2010, ex stazione Leopolda di Firenze. All’ingresso c’è uno striscione dipinto con lo stile dei writer: «Al passato grazie, al futuro sì». Dentro, centinaia di persone: soprattutto giovani. Sul palco, a destra, dietro a una scrivania, i due ragazzi che hanno organizzato la giornata: Pippo Civati, monzese, 35 anni, consigliere regionale lombardo del Pd spesso critico verso la dirigenza del suo partito; e Matteo Renzi, di pochi mesi più grande, neosindaco di Firenze. È da qui, da questo giorno d’autunno e da questa stazione dismessa, che partirà l’ascesa del rottamatore verso la segreteria del partito e Palazzo Chigi.
All’incontro della Leopolda si arriva però attraverso un percorso cominciato più di tre anni prima e in cui Renzi in realtà ha - almeno all’inizio - un ruolo marginale. Il gruppo di partenza nasce infatti nel 2007, dopo il congresso con cui i Ds hanno deciso di sciogliersi nel futuro Pd: e a un gruppo di giovani più o meno di sinistra che si sono conosciuti in Rete grazie ai rispettivi blog viene l’idea di provare a far sì che il nuovo partito non sia solo il frutto di un accordo tra due vecchie dirigenze, quelle dei Ds e della Margherita.
Tra di essi ci sono l’ex candidato outsider alle primarie del 2005 Ivan Scalfarotto, il giornalista e blogger Luca Sofri, l’economista Marco Simoni; a loro si avvicina quasi subito Pippo Civati. Ne nasce un sito Web, chiamato iMille, e - pochi mesi dopo - il gruppo si riunisce a Roma per un evento dal titolo profetico: “La necessità di uccidere il padre”.
Curiosa, vista oggi, la composizione degli oratori: si va da Civati a Paola Concia, dall’editore Michele Dalai alla filosofa Chiara Lalli, dal futuro ministro Federica Mogherini all’attuale parlamentare montiana Irene Tinagli, da Diego Bianchi (“Zoro”) fino a un altro futuro ministro, Marianna Madia (...).
Quando la segreteria Veltroni si disintegra (febbraio 2009), tra questi “giovani eretici” si apre la discussione sulla possibilità di mandare a casa la vecchia nomenclatura. Così nell’aprile del 2009 a Riotorto, frazione di Piombino, si rivedono per un seminario organizzato da Scalfarotto, Concia, Sandro Gozi e dallo stesso Civati, con Marianna Madia, Irene Tinagli e Marta Meo. In corsa viene invitata anche Debora Serracchiani, fino a poche settimane prima ignota consigliera provinciale a Udine: il video del suo intervento contro le timidezze dei dirigenti del partito, in un’assemblea dei circoli, aveva appena riscosso un grande successo in Rete, diventando un emblema della nuova generazione che contesta quella vecchia.
A gestire i lavori a Piombino sono Scalfarotto e Civati. E Renzi? L’allora presidente della provincia di Firenze viene a sapere di questa riunione e l’ultimo giorno, la domenica, arriva anche lui. Si ferma soltanto un pomeriggio, giusto il tempo di fare qualche battuta e di conoscere il gruppo di trentenni grazie ai quali inizierà la sua ascesa. I “piombini” si rivedono tre mesi dopo al Lingotto di Torino, scelto come luogo simbolico per “far rinascere il Pd”. In quei giorni Renzi è appena stato eletto sindaco della sua città: quindi al Lingotto non va. Ma da Palazzo Vecchio partecipa alle discussioni per proporre una candidatura alla segreteria del Pd alternativa alle due “di nomenclatura”, cioè Bersani e di Franceschini. «Renzi insisteva che mi candidassi io, diceva che bisognava dare un segnale generazionale e mi presentava agli incontri pubblici come “il prossimo segretario del Pd”», dice oggi Civati: «Io invece ero convinto che la persona migliore di noi da proporre fosse la Serracchiani, diventata popolare grazie a quel video. Ma Debora, a sorpresa, decise di appoggiare Franceschini. Alla fine spuntò come terzo candidato Ignazio Marino e quindi ci schierammo con lui».
Così si arriva alla prima prova nei gazebo di quelli che in seguito verranno chiamati “rottamatori”: Marino però si ferma al 12 per cento e il percorso comune non va oltre. Quindi gli ex “piombini” ricominciano daccapo: e dopo le regionali del 2010 si ritrovano ancora a parlare del Pd da cambiare in un campeggio politico intitolato “Andiamo oltre” ad Albinea, vicino a Reggio Emilia. Ed è così che si arriva all’appuntamento della Leopolda. Racconta Civati: «Renzi un giorno mi chiamò e mi disse: “Pippo, tu che fai queste cose bellissime tipo Piombino o Albinea: perché non ne organizziamo una insieme, più in grande, qui a Firenze? Questa volta ospito io”. A me sembrò una buona idea, anche se politicamente eravamo già diversi: lui veniva dal giro dei teodem e come candidato sindaco alle primarie di Firenze era considerato quello più moderato. Io avevo già uno sguardo più a sinistra e un’idea di leadership molto più di rete, meno personalistica...».
È lo stesso Civati a scegliere la maggior parte delle persone che interverranno a Firenze, allargando il gruppo dei “piombini” a centinaia tra giovani amministratori locali (non solo del Pd), attivisti dei movimenti e delle associazioni, blogger, artisti, giornalisti, scrittori. Curiosamente, sia Scalfarotto sia Serracchiani in un primo tempo non sono affatto convinti di andare alla Leopolda: considerano il sindaco di Firenze troppo moderato, se non “di destra”: solo le insistenze di Civati «per colorare Matteo con il nostro gruppo» alla fine convincono i due a partecipare. Il sindaco di Firenze, tuttavia, è quello che lancia l’evento con un’intervista nella quale viene per la prima volta pronunciata quella parola che mediaticamente sfonderà: “rottamazione”.
L’appuntamento fiorentino è un successo. Ci sono persone di tutta la sinistra italiana: dal Popolo Viola ai radicali, dai sindacalisti di base agli ambientalisti, dagli attivisti per i diritti dei migranti ai giovani sindaci pd poco in linea con la leadership nazionale. Ai tre giorni di meeting si registrano settemila persone mentre sono 25 mila quelli che seguono l’evento in streaming. Dal palco, Renzi dà la parola e la linea, alternando politica e battute, frecciate e cazzeggio: a tratti sembra quasi un disc jockey. Alla fine tra gli interventi più cliccati su YouTube ci sono quelli di Alessandro Baricco, di Pif e di Maria Elena Boschi, 29 anni, che si presenta come semplice “avvocato esperto di diritto societario”.
Un mese dopo, tuttavia, Matteo Renzi va in visita ad Arcore, da Silvio Berlusconi. Racconta Civati: «Io non ne sapevo niente: mi sono svegliato un mattino e ho visto che in Internet c’era una valanga di improperi contro Matteo e, per proprietà transitiva, contro di me. Leggendo ho capito cos’era successo. Ho cercato di rimediare con un post in cui prendevo blandamente le distanze, qualcosa tipo “io non l’avrei fatto”, ma ho anche tentato di difendere Renzi aggiungendo che non si poteva attaccarlo per quella visita. Invece lui si arrabbiò con me, mi scrisse che si sentiva tradito. Quindi iniziammo ad allontanarci e a poco a poco naufragò il progetto di far crescere insieme una rete di eventi e di persone».
Nei mesi successivi, Civati organizza altri incontri, più locali, che lui chiama “leopoldine”. Renzi non si fa più vedere e inizia a correre in proprio. Tutto per l’episodio della visita ad Arcore? Secondo Civati, no. Quello in realtà sarebbe stato poco più che un detonatore per una rottura che sarebbe avvenuta comunque: «Veniamo da percorsi differenti: lui dalla tradizione popolare, io dalla sinistra. E poi: noi volevamo costruire una rete che ponesse le premesse di un nuovo gruppo dirigente, con una solida elaborazione di pensiero alle spalle. Invece lui aveva un disegno che poi è emerso con chiarezza, cioè quello di un partito dove c’è un solo pensiero, il suo, e gli altri si devono adeguare».
Ivan Scalfarotto, rimasto al fianco di Civati fino al 2013 e poi passato con Renzi, ha di quella rottura un’interpretazione diversa: «È stata una questione più personale che politica. Pippo è un talento, è colto, intelligente: ma poi la leadership di Matteo è emersa in modo evidente».
E - comunque sia - è questa “evidente leadership” a segnare i destini di tutta quella banda di ragazzi che un tempo sfottevano ugualmente sui loro blog i vecchi capi del Pd. Boschi, Mogherini e Madia oggi sono ministri, Scalfarotto e Gozi sottosegretari, Simoni capo segreteria del viceministro dello Sviluppo Economico. I civatiani costituiscono invece l’unica vera opposizione interna al Pd. E l’ultima immagine che ritrae insieme “Matteo e Pippo” è proprio quella che arriva in diretta da Montecitorio il giorno in cui si vota la fiducia al governo dell’ex rottamatore: si vede Renzi marmoreo sulla sua nuova poltrona da premier mentre Civati, in piedi dal suo banco in alto a sinistra, gli dice a voce bassa che «sta sbagliando»