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14 giugno 2022

Report – le toghe rotte (e la riforma Cartabia)

 TOGHE ROTTE di Giorgio Mottola in collaborazione Norma Ferrara

Ieri sera Report ha parlato della riforma della giustizia, con un'intervista all'ex presidente Renzi, che torna a parlare con Report dopo la vicenda dell'autogrill che, sabato scorso ad un incontro per i referendum, ha accolto caldamente.

Ma Renzi ha avuto buone parole anche nei confronti dei 3 pm che hanno aperto le inchieste su di lui, su Open e su suoi genitori. Nel suo libro ha criticato i procuratori di Firenze, raccontandone alcuni episodi secondo lui inquietanti: tra i pm che Renzi invece ha lodato ci sono Falcone e Borsellino, sebbene nell'ultima leopolda fosse presente un giornalista che ha smontato gli strumenti usati dalla lotta alla mafia, come la confisca dei beni e l'ergastolo ostativo.

Alcuni di questi strumenti devono essere ripensati – racconta Renzi – se a questo si aggiunge che a Palermo i renziani hanno appoggiato Lagalla, il cerchio da un certo punto si chiude.

Se vince Lagalla noi siamo all'opposizione – dice Renzi. Ma Chinnici e Costumati, due renziani a Palermo, appoggiano Lagalla: si dimetterranno da Italia Viva dove l'intervista a Report?

La riforma Cartabia e l'indipendenza della magistratura

La riforma Cartabia mina la separazione dei poteri, alla basa delle norme giuridiche in Europa e in Italia: sarà il parlamento a dire ai procuratori capi quali reati da perseguire, sarà il ministero della giustizia a coordinare il lavoro del pm.

Questa riforma segue il segno delle precedenti, dalla riforma Castelli a quella Mastella: l'azione penale si concentra nelle mani del procuratore capo, che aveva il potere di avocare le inchieste eliminando il potere diffuso dei sostituti.

Si torna sempre a parlare di scontro tra politica e magistratura, da Craxi a Berlusconi, fino ad arrivare a Renzi. La magistratura era accusata di bloccare l'azione della politica, gli appalti, le imprese.

Come rischiava di succedere a Renzi, la grande esposizione universale del 2015, fiore all’occhiello di Milano e dell’allora governo Renzi: l’ex presidente, fine esposizione, ebbe a ringraziare proprio i magistrati della procura di Milano, allora guidata da Bruti Liberati, per aver contribuito al successo di expo.

C’è stato un accordo tra magistratura, quella milanese, e la politica, l’esecutivo, per non bloccare l’evento con inchieste sugli appalti? Di questo ne ha parlato con Report l’ex procuratore aggiunto di Milano Raffaele Robledo: “[quello che è successo] è la prova di un intervento pesante della politica, sul procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati, per far si che non vi fossero intralci giudiziari su Expo.”

Nel 2015 Robledo era responsabile dei reati contro la pubblica amministrazione a Milano, nel 2014 aveva iniziato un’indagine sull’appalto per la piastra di Expo per 140 ml di euro. Appalto assegnato al colosso delle costruzione Mantovani SPA con un ribasso record del 40%.

“Facendo delle intercettazioni emerse che una persona aveva avuto, prima della valutazione della commissione, i risultati coi punteggi.” Il primo grande appalto di expo era così truccato o, per dirla in termini più corretti, c’erano indizi seri che facevano temere che portavano a pensare a questo.

Ma grazie ai poteri della riforma Castelli, Bruti Liberati avoca le indagini di Robledo e sposta il suo aggiunto ad un altro ufficio: il timore era salvare Expo, che Expo si poteva bloccare? Ma expo, spiega oggi Robledo, non si sarebbe fermata, le aziende si potevano commissariare.
La vicenda di Robledo era stata raccontata da Riccardo Iacona nel suo libro Palazzo d'ingiustizia.

Renzi nel suo libro racconta di aver incontrato Bruti Liberati prima in una saletta privata in un aeroporto: Renzi non ha chiesto di bloccare le inchieste al procuratore capo, sebbene poi ci sia poi stata la revoca alle inchieste di Robledo. Oggi Bruti Liberati, che ha accettato l'intervista, spiega che in questa storia tutti hanno svolto il suo ruolo, nessuna interferenza da parte della giustizia.

Report ha intervistato Riccardo Targhetti, che per un periodo ha avuto il ruolo di capo: certe scelte sono state prese da delle sfere in alto, racconta a Mottola, lasciando intendere di incontri con l'allora presidente Napolitano e i vertici della procura. L'ex presidente sarebbe intervenuto anche in un'altra vicenda poco chiara, quella di MPS.

La sanzione su Robledo nella vicenda contro Liberati arriva al CSM, dove era presente Luca Palamara: il CSM si spacca, racconta l'ex pm, ma alla fine si da ragione a Bruti Liberati e apre su Robledo diversi procedimenti disciplinari. Il sistema sacrificò Robledo, conclude Palamara.

Non solo, Bruti Liberati in un incontro con Robledo gli rinfacciò di aver preso la carica di aggiunto grazie proprio a lui, “potevo far uscire uno dei miei..”

“La vicenda Robledo Renzi non esiste” spiega oggi Bruti Liberati, che sul sul tema Renzi, Expo e Robledo non ne vuole parlare.

La politica per controllare il potere diffuso dei procuratori, può scegliere di controllare i capi, per bloccare le indagini – racconta oggi il giudice Di Matteo.

Non sono opinioni, i dati delle condanne avvenute dal 2005 sui reati dei colletti bianchi sono in netto calo:

per il reato di concussione, che riguarda chi fa pressioni per ottenere una mazzetta, le condanne definitive sono scese da 110 a 9 con una diminuzione del 91 per cento. Mentre per la corruzione sono calate da 248 a 90 (-63 per cento), mentre invece per voto di scambio politico mafioso in 16 anni ci sono stati solo 15 politici condannati in via definitiva. E la riforma Cartabia varata dal governo dei “Migliori” di Mario Draghi rischia di fare addirittura peggio: sarà il Parlamento a indicare al procuratore capo quali reati dovrà perseguire in modo più urgente.

E' un vulnus – non ha dubbi oggi il giudice Nino Di Matteo: si limita l'azione penale e si toglie di mezzo l'indipendenza della magistratura, con l'indicazione dell'azione penale che passa dall'esecutivo (dovrebbe essere il Parlamento secondo la riforma, ma di fatto in questi anni le camere sono state esautorate dal loro potere), allontanandoci da quel modello di giustizia che vuole l'Europa.

Forse domani non ci sarà più bisogno di incontrare un procuratore capo in un salottino di un aeroporto, come successo a Renzi.

Nella riforma Cartabia sarà inserito il criterio di valutazione, in cui sono coinvolti anche gli avvocati, gli stessi che i giudici si ritrovano in aula. La valutazione si baserà anche sulle sentenze che, nei vari gradi di giudizio, non sono state ribaltate: in questo modo si scoraggiano quei magistrati che vogliono portare avanti casi difficili.

E poi c'è la questione dell'improcedibilità: secondo Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, proprio per questo aspetto la riforma Cartabia è la peggiore riforma di questi anni, “questa riforma non serve a risolvere i problemi e i drammi della gente.”

La riforma introduce il concetto di “improcedibilità”: partendo dal giusto principio per cui ogni processo deve avere una ragionevole durata, la riforma stabilisce un numero massimo di anni (diverso a seconda dei gradi di giudizio) entro cui deve durare un processo. Il processo d’Appello potrà durare al massimo due anni, quello di Cassazione 12 mesi, se si supera questo limite il processo decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza.

A Napoli il presidente della Corte d’Appello De Carolis racconta come, almeno il 50% dei processi che arriva in Appello abbia superato i due anni dunque, se fosse già attiva la riforma Cartabia, A Milano sono aperti 8000 processi penali, pendenti, mentre a Napoli si arriva a 57mila: è un discorso di numeri, per fare i processi servono le risorse come racconta il servizio di Report: se alla corte d’Appello di Milano ci sono quasi 150 giudici per 8000 processi penali e quindi ogni giudici ha una media di 53 processi, a Napoli ci sono 39 giudici per 57000 procedimenti.

Cosa succederà dunque? Quando arriveranno i processi i giudici dovranno decidere se procedere prima con quelli più vecchi per evitare che finiscano in prescrizione o se invece partire da quelli recenti per evitare che diventino improcedibili. Dopo il dibattito parlamentare la ministra ha concesso una proroga ai due anni ai reati considerati più gravi come gli omicidi, i reati di mafia e le violenze sessuali aggravate. Ma ci sono altre decine di reati altrettanto importanti che rischiano la tagliola dell’improcedibilità.

Del rischio di impunità di massa ne parla il procuratore Gratteri: “con la riforma Cartabia rischiano l’improcedibilità gli omicidi colposi, gli incidenti sul lavoro, tutti si riempiono la bocca dal presidente della repubblica a scendere che è insopportabile e inaccettabile ma il 50% dei processi d’appello non si celebrerà, lo hanno detto tutti i procuratori generali delle corti di Appello. Tutti i processi per inquinamento, eppure questo governo ha dedicato un ministero alla transizione ecologica. E i reati contro la pubblica amministrazione non vi scandalizzano? Corruzione, concussione, peculato, perché non sono gravi? E sono anche processi senza detenuti, che non si celebreranno, metà non arriverà in appello.”

In molti Tribunali i reati dei colletti bianchi rischiano di non arrivare mai ad una sentenza ma rischiano anche i morti sul lavoro, gli incidenti sulla strada e i morti in tragedie come il crollo del ponte Morandi o il crollo della funivia a Mottarone. Per non parlare poi dei reati minori ovvero le truffe, le lesioni, le aggressioni o la violenza sessuale semplice.

È sempre il giudice De Carolis a spiegarlo “fino ad oggi, la violenza sessuale semplice sono riusciti a non farla prescrivere, ma adesso non so se riusciremo a farlo in un anno e mezzo, comunque sono processi delicati, non sono processi semplici.”

Stesso discorso per le truffe, già adesso tutte si prescrivono quasi tutte: “quelli che noi consideriamo reati bagatellari, sono spesso quelli che creano più danno sociale. Per esempio le truffe agli anziani sono un reato odioso. Quello che mi preoccupa” racconta il giudice al giornalista di Report “è il segnale che arriva, si rischia di avere l’impunità per una grande massa di reati.”

La riforma della giustizia ce l'ha chiesta l'Europa, soldi in cambio della riforma che abbassa la durata dei processi: in Svizzera bastano 377 giorni, mentre in Italia la media è sette anni.
Ma l'Europa ha chiesto anche la certezza del diritto, non di cancellare i processi del tutto, inoltre l'Europa chiedeva di partire dalla giustizia civile mentre in Italia il governo ha scelto invece di partire dal penale.
In media nei Tribunali italiani in corte d'Appello durano più di due anni, a Napoli solo per arrivare sul tavolo del presidente occorrono sei mesi. Le proroghe concesse dalla Cartabia solo solo una foglia di fico: molti reati rimarranno senza colpevoli, perfino tragedie come quella di Rigopiano e del Mottarone.

Cosa servirebbe fare allora?

Se volessimo agire sulla durata dei processi dovremmo usare altre leve: la digitalizzazione, snellire le notifiche, le rogatorie e le sue regole. E poi mancano cancellieri, mancano o sono insufficienti, mancano anche i magistrati: rispetto alla Germania abbiamo meno giudici e più avvocati (e questo spiega tante cose), mancano all'organico 1300 magistrati e il 40% delle forze di polizia giudiziaria, quelli che fanno materialmente le indagini.

Per selezionare i magistrati più meritevoli, servirebbe un CSM scevro da contatti con la politica, ma la riforma non tocca suo meccanismo elettivo. Qualche magistrato parla di un accordo tra CSM e politica, per evitare proprio di toccare il suo potere: l'ANM ha scioperato contro la Cartabia, l'ultima volta era capitato contro la riforma Castelli, ma lo sciopero non ha avuto una grande adesione, anche per l'atteggiamento pavido dell'ANM stessa.
Secondo alcuni magistrati, esiste un accordo silente, una tregua tra ANM e politica, per non toccare il meccanismo elettivo nell'autogoverno della magistratura e questo spiegherebbe l'atteggiamento dell'Anm sulla riforma. 
Con la Cartabia resterà intatto il potere delle correnti per nulla scalfito dalla riforma del sistema elettorale, in corso di approvazione al Senato.

Per Gratteri fresco di bocciatura da parte di Palazzo dei Marescialli per il posto di Procuratore nazionale antimafia, la nuova legge “è se possibile peggio di quella attuale. Crea un sistema dove già si può prevedere già quanti candidati prenderà una corrente, quanti un’altra, quanti un’altra. Il problema va risolto alla radice: la mamma di tutte le riforme è quella del Csm, bisogna arrivare al sorteggio”.

Paolo Itri, il procuratore campano intervistato da Report, racconta delle chat di Palamara: centinaia di magistrati facevano autopromozione, per se stessi. Dopo un anno dallo scandalo, la procura generale di Cassazione ha deciso che questo comportamento non è passibile di sanzioni, non è un comportamento illecito.

È impossibile eliminare le correnti dalla magistratura ed eliminare del tutto i rapporti con la politica: ma almeno che le correnti servano ad eliminare le mele marce, almeno che il CSM non sia più una camera di compensazione per far avvicinare quei poteri che dovevano essere indipendenti.
La riforma poteva introdurre un elemento di sorteggio, per evitare casi come quelli raccontati da Palamara: tutto questo per evitare che l'Italia da culla, diventi la tomba della giustizia.

Recentemente il CSM ha nominato il nuovo capo della procura nazionale Antimafia: alla fine ha vinto il procuratore Melillo, mentre si aspettava un ballottaggio con Gratteri. Si ritorna ai tempi di Falcone, quando fu bocciato prima come capo dell'Ufficio Istruzione poi come capo della super procura, poco prima di morire. 
La bocciatura di Gratteri, un magistrato che si è tanto esposto nella lotta alla mafia, rischia di farci ritornare a quei tempi.

Alla votazione per la nomina del procuratore capo della DNA, gli alti magistrati di Cassazione, Curzio e Salvi, hanno scelto di partecipare al voto, diversamente da quella che era la prassi nel passato: entrambi hanno scelto di votare per Melillo (per dare una maggioranza nitida alla persona che sarebbe stata scelta, ma come facevano a saperlo prima?).

L'imprimatur a Melillo era già stato scelto prima, perché appartiene alla stessa corrente di Salvi e Curzio – come racconta Palamara (le cui parole vanno sempre vagliate con cura)?
Prima di votare, Unicost e Area, avevano già raggiunto un accordo coinvolgendo anche i due alti magistrati di Cassazione?

Nessuno discute i meriti di Melillo – racconta Report – che è stato anche capo di gabinetto al ministero della giustizia fino al 2018: anche questo è un valore aggiunto, ammette Salvi (e si torna al rapporto tra politica e giustizia).

Anche Gratteri avrebbe potuto diventare ministro, ai tempi del governo Renzi: la sua nomina è saltata per volontà dell'allora presidente Napolitano (al suo posto arrivò Orlando).

Gratteri non sarebbe stato accettato come interlocutore con la politica: questo malumore dei procuratori capo arrivò fino al Quirinale – lo conferma anche Renzi nel suo libro che aggiunge anche il nome di Pignatone, tra i suggeritori della bocciatura di Gratteri.

La riforma Cartabia è un'occasione persa, sempre che ne avremmo un'altra nel futuro: questa riforma introduce anche altre norme come il diritto all'oblio secondo cui, in caso di archiviazione si devono eliminare dagli articoli i nomi degli imputati, una sorta di oblio di Stato, che non tutela il diritto all'informazione. Si limitano anche le possibilità ai procuratori di rilasciare interviste.

Riassumendo, dal 1 gennaio del 2025 ci sveglieremo in un paese più buono, senza corrotti o criminali, nel silenzio dei giornalisti che non potranno più raccontare dei casi in oblio, coi processi che, almeno al 50% finiranno in nulla, diventeranno improcedibili. Coi magistrati capi, scelti dal CSM (e coi condizionamenti con la politica) e coi sostituti che dovranno indagare secondo le direttive scelte dal parlamento.

25 giugno 2019

L'urlo


L'assegnazione delle olimpiadi invernali del 2026 a Milano e Cortina è l'evento che la propaganda del partito del PIL attendeva.
Il partito che mette assieme il modello Expo di Sala e il modello del fare-realizzare-costruire della Lega salviniana.
Il modello Expo che significa volano per il turismo e anche conti in perdita (i ricavi dai biglietti e delle royalties non hanno costi sostenuti), mega strutture che ora attendono una destinazione (fuori Milano, dove si fa fatica ad attirare centri di ricerca e università), processi ancora in corso per sprechi e procedure poco chiare.
Il partito del fare è quello delle grandi opere, dal TAV all'alta velocità alle autostrade pagate dal pubblico perché altrimenti sarebbero in perdita.
Per Salvini è anche meglio dei migranti per la sua propaganda.

Oggi siamo tutti felici e ci si dimentica dei debiti cumulati a Torino (vedi tu quei fessi dei grillini che dicono no alle olimpiadi), delle strutture realizzate nel 2006 e abbandonate (qualcosa di simile a quanto successo nel 2009 con i mondiali di nuoto a Roma).
Ci si dimentica delle retate avvenute nel 2015, della pax tra governo e procura di Milano, degli anni sprecati a non fare nulla e a litigare sulle nomine (tra Formigoni, Moratti e tutti i ras del centrodestra lombardo), del terreno comprato dai privati a caro prezzo, delle opere realizzate con dei rincari, bandi senza gara perché si doveva fare in fretta.

Ma oggi c'è il ministro-sceriffo che vigilerà, fino al 2026.
Certo, Salvini e la sua lega sovranista non sono stati così accorti con le persone che hanno imbarcato: come Arata, l'imprenditore nel settore energetico. 
Come il sindaco di Scorrano Stefanelli, arrestato recentemente nel corso di un blitz contro la mafia pugliese: per le passate europee aveva fatto campagna elettorale per il candidato leghista Casanova (con tanto di foto sul palco col ministro).

25 aprile 2018

Palazzo d'ingiustizia, di Riccardo Iacona


Il caso Robledo e l'indipendenza della magistratura. Viaggio nelle procure italiane

Prologo, davanti al CSM 
E' la mattina del 15 aprile 2014, sono le nove e trenta. A Roma, in una sala del Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, si trovano riunite in seduta comune la prima e la settima commissione del Csm. 
Alfredo Robledo, procuratore aggiunto, capo del secondo dipartimento della Procura di Milano, sessantaquattro anni, si appresta a rispondere alle domande dei consiglieri.I componenti delle due commissioni conoscono già il caso, perché hanno ricevuto per tempo la documentazione: un primo lungo esposto, poi arricchito da un secondo, in cui si racconta di alcune decisioni prese dal procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, il quale, secondo Robledo, avrebbe messo a rischio i beni più preziosi della Procura, ovvero la sua indipendenza e autonomia. 
Nell'esposto sono elencate molte delle inchieste che hanno occupato le prime pagine di tutti i giornali e i palinsesti delle televisioni: le indagini sul dissesto dell'ospedale San Raffaele, la gara d'appalto per la cessione delle quote che il comune di Milano possedeva della Sea, la società che gestisce tutti i servizi degli aeroporti milanesi; l'inchiesta sulle firme false servite a presentare le liste dei candidati di Forza Italia alle regionali del 2010, filoni d'indagine su Expo 2015 all'epoca ancora secretati, e tanti altri episodi di cui, fino a quel momento, non si aveva notizia. 
Robledo punta il dito contro Bruti Liberati a suo dire responsabile di aver tentato, in relazione agli episodi riferiti, di rallentare o influenzare le indagini per motivi che nulla hanno a che vedere con l'esercizio autonomo dell'attività investigativa.

Dal caso particolare, la vicenda del procuratore aggiunto Alfredo Robledo, finito sotto procedimento disciplinare, cacciato da Milano dal suo posto di capo del dipartimento contro i reati della ppaa, come spunto per raccontare un problema generale della giustizia italiana, di cui forse non abbiamo colto tutta la portata e pericolosità.
La spinta verso la gerarchizzazione dentro le procure, con un Procuratore Capo che non solo può avocare a sé fascicoli, coordinare i lavori, dirigere gli uffici: un Procuratore Capo col potere di dirottare i fascicoli dal giudice competente ad n altro magistrato, di un altro ufficio, in spregio all'organizzazione interna.
Che può dimenticarsi i fascicoli (che magari riguardano proprio qualche personaggio potente) nel cassetto; perfino usarli per attaccare qualche magistrato troppo indipendente, troppo poco disciplinato, troppo poco disposto a cogliere quelle “sensibilità istituzionali”.
Quella sensibilità che va a discapito della legge uguale per tutti, dell'obbligatorietà dell'azione disciplinare, di una giustizia che non deve tener conto delle dinamiche industriali di un gruppo o di un partito o di un governo.

La storia di Alfredo Robledo, oggi tornato alla funzione requirente dopo due anni di Purgatorio a Torino, è sintomatica di tutto questo.
Sta succedendo qualcosa nelle procure, qualcosa che riguarda tutti noi, la possibilità di veder riconosciuti i nostri diritti pur senza avere santi in paradiso.
Tutto questo è avvenuto grazie (o per colpa) delle varie riforme della giustizia, dalla riforma Castelli, fino all'ultima legge targata centro sinistra sulla responsabilità civile dei magistrati.
Su questo argomento, a parte i tratti di facciata, destra e sinistra si sono dimostrate uguali nel dimostrare la stessa insofferenza nei confronti dei magistrati che si muovono contro politici, contro le banche, contro le lobby. Contro i troppi don Rodrigo di questo paese contro cui in pochi hanno voglia di andare ad indagare.

C'è un altro aspetto sta minando l'indipendenza e la credibilità della magistratura che, va sempre ricordato, è un organo indipendente dall'esecutivo come sancito dalla Costituzione: il potere delle correnti all'interno del CSM, la capacità di questi gruppi, di diritto privato, nel condizionare, pilotare, imporre nomine di magistrati a ruoli apicali.

Lo racconta al giornalista Andrea Mirenda magistrato a Verona che, riferendosi alle correnti le definisce
“associazioni di diritto privato che si sono impadronite di un organo di rilevanza costituzionale come il Csm distribuendo incarichi e trasformandolo in un mezzo di asservimento dei magistrati… Il Csm non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici”. 


È grazie ad un voto di un magistrato di MD che Robledo è diventato procuratore aggiunto a Milano:

Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi che mi rompeva i coglioni e andare a fare la pipì, così sarebbe stata nominata come aggiunta la Gatto”

Queste sono le parole che Bruti Liberati gli rinfaccia, quando Robledo gli chiarisce che intende non intende scegliersi i fascicoli di cui occuparsi, ma continuare ad occuparsi dei reati contro la pubblica amministrazione.

La famosa politicizzazione dei magistrati, quella che denunciava Berlusconi per difendersi dai processi e screditare i magistrati dell'accusa, esiste.
Ma nel senso esattamente opposto a quanto lo intendono i vari Berlusconi o i signori garantisti che scrivono sui giornali, garantisti coi potenti (da Dell'Utri a Mori, come successo recentemente dopo la sentenza sul processo alla Trattativa stato mafia); ma silenti quando sotto processo finisce un signor nessuno.

Come spiega Riccardo Iacona, stiamo parlando di un architrave importante della nostra democrazia, n bene prezioso:
«L’autonomia dei pm è di fatto sotto attacco. Da essa dipende il funzionamento della democrazia: se si scardina l’equilibrio tra i poteri e la politica mette le mani sulla giustizia, ogni arbitrio è possibile». 

I primi due capitoli del libro di Iacona sono dedicati alla carriera del magistrato napoletano, dal processo aiie banche (l'inchiesta sui derivati di Unicredit, usati per fare elusione); all'inchiesta delle finte Sim di Tim (con cui si sono falsati i dati del mercato); i derivati nel comune di Milano (che ha consentito al comune di Milano di recuperare 455ml di euro); l'inchiesta sulle tangenti pagate a Saddam per l'inchiesta Oil for Food, che ha portato a processo persone vicine all'allora governatore Formigoni.
Fino al processo sulle società offshore di Berlusconi: Robledo, assieme al collega De Pasquale, è l'unico magistrato che è riuscito a far condannare l'ex presidente del Consiglio Berlusconi, nel 2013.
Poi sono arrivate le inchieste che hanno portato allo scontro tra Robledo e il suo superiore, Bruti Liberati: fascicoli finiti nel cassetto come quello sulle quote di Sea, l'linchiesta sul crac del San Raffaele, tenuta ferma per consentire il salvataggio del gruppo da parte di una cordata che aveva dietro l'allora cardinal Bertone.
L'inchiesta sulle firme false di Forza Italia per le regionali del 2010.
Infine l'inchiesta su Expo, sull'appalto della piastra, cominciata nel 2014, quando a vincere la gara fu il gruppo Mantovani (lo stesso del Mose), con un ribasso del 42% (ma poi con le variazioni dei costi, il costo dell'opera aumentò dell'80%, La Mantovani si riprese quasi tutto..).
Su questo stava indagando il procuratore Robledo, quando fu stoppato da Bruti Liberati che inventòl'Area Omogenea Expo, affidando le indagini alla Boccassini e di fatto supervisionando tutti i fascicoli.
L'expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie ad un lavoro istituzionale d'eccezione, al prefetto e alla procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale” - queste le parole dell'allora Presidente del Consiglio Renzi.

Sul Fatto Quotidiano è uscito uno stralcio del libro dove si parla di queste indagini, cominciate dal gruppo di Robledo nel 2014
Sulla grande vetrina internazionale garantita dall’Esposizione universale il suo governo ha puntato molto. Bisognava quindi che nessuno rovinasse la festa. Il 24 aprile 2015 era uscito su giustiziami.it un articolo a firma di Frank Cimini e Manuela D’Alessandro dal titolo La moratoria sulle indagini della Procura di Milano per Expo (e non solo): “‘Magari adesso il porto delle nebbie siamo noi’, dice un pm critico con la gestione della procura da parte del capo Edmondo Bruti Liberati, evocando la storica definizione che tanto tempo fa era stata utilizzata per gli inquirenti romani”. (…) Il 12 luglio 2012 viene intercettata una conversazione tra Antonio Rognoni (il numero uno di Ilspa, società della Regione coinvolta in Expo, ndr) e i suoi collaboratori in cui l’ad di Ilspa rivela che tre giorni prima, il 9 luglio, era venuto a trovarlo nel suo ufficio Ottaviano Cinque, proprietario della Socostramo srl, un’altra società di costruzioni che faceva parte della cordata Mantovani. 
L’imprenditore, senza dirgli nulla, gli aveva dato un biglietto su cui c’era scritto a mano: “Sappiamo di essere in testa nella parte qualitativa della gara della piastra”. Informazione che nessuno poteva avere, perché la commissione aggiudicatrice per la gara d’appalto non aveva ancora finito di valutare le offerte. In sostanza, Cinque comunica a Rognoni che la gara la vincerà l’associazione di imprese guidata dal gruppo Mantovani. (…) Il bigliettino è per Rognoni la dimostrazione che qualcuno dentro la commissione lavorava per far vincere la Mantovani. “Non so per quale ragione Ottaviano Cinque abbia ritenuto di mostrami il bigliettino”, dichiara Rognoni rispondendo a una domanda di Robledo quando viene interrogato: “Penso che l’abbia fatto per dare una notevole dimostrazione di forza, come a significare che lui aveva il favore della commissione. Non ho dubbi sul fatto che l’offerta della Mantovani complessivamente superasse la soglia dell’anomalia”. (…) 
Rognoni continuava a trovare difficoltà nell’appalto Mantovani. Io ne ho parlato con Giuseppe Sala, gli ho anche consigliato di andare in procura a denunciare, ma lui mi disse che dovevo essere io a denunciare”, fa mettere a verbale Angelo Paris (braccio destro di Sala, ad di Expo, ndr), interrogato dai magistrati di Milano.
Rognoni chiede che si faccia una verifica di congruità dell’offerta al ribasso: “Sono andato da Sala e ho spiegato i motivi per cui mi sembrava irragionevole l’offerta della Mantovani”, dichiara a Robledo. “Sala mi ha risposto che loro sarebbero andati avanti, perché non avevano il tempo di fare una verifica sui prezzi che erano stati stabiliti da Mantovani per capire se l’offerta era anomala o meno”. 

Quello che è successo dopo è storia oggi nota: la creazione dell'area omogenea, i fascicoli tolti a Robledo e vagliati da Bruti Liberati, poi l'esposto al CSM nell'aprile 2014, finito con la sua bocciatura.
La lettera di Napoletano, considerata un intervento a gamba tesa, l'allontanamento dal secondo dipartimento nell'ottobre 2014 e infine lo spostamento a Torino (senza funzioni di indagine) nel febbraio 2015.

Pochi magistrati hanno voluto parlare con Iacona, molti han preferito non commentare, non esprimere un parere, non mostrarsi.
Oggi a dirigerla [la procura di Milano] c'è Francesco Greco, il cui nome compariva diverse volte nell'esposto di Robledo. Alla richiesta di un'intervista, avanzata via email, non ha risposto. Lo stesso vale per Ilda Boccassini. Anche gli altri procuratori, aggiunti e sostituti, hanno mantenuto il silenzio. Dopo l'esito dello scontro tra Bruti Liberati e Robledo, con l'allontanamento del procuratore aggiunto da Milano e viste anche le indicazioni del Csm per una gerarchizzazione spinta all'interno delle procure, tutti pensano che sia meglio non esporsi.

È questa la giustizia che vogliamo, noi cittadini liberi di una democrazia? Una giustizia con procuratori che non devono prendere iniziative, che prima di aprire un fascicolo devono considerare le prossime scadenze elettorali, una quotazione in borsa di un gruppo industriale... un evento internazionale che consentirà al governo in carica e al suo presidente di prendere consenso?
Cosa dovrebbe fare un giudice a Taranto (o a Vado Ligure, o in Sicilia a Priolo, o in Basilicata di fronte agli impianti Eni)? Pensare alla difesa dell'ambiente, alle morti e alle malattie per l'inquinamento, alla violazione delle leggi, oppure pensare agli azionisti di queste società, ai partiti che stanno dietro, agli investitori?

Se c'è qualcosa di buono in questa storia, racconta un giornalista di cronaca giudiziaria di Milano, Frank Cimini, è che ci ha consentito di vedere dal di dentro tutte queste storture della giustizia.
«Dobbiamo comunque ringraziare Robledo. Se non avesse presentato l'esposto, non avremmo saputo molte cose. Così almeno resteranno nella storia».

Ritorno a Milano

“Palazzo d'ingiustizia” è un libro che da veramente un punto di vista importante, anche della procura che una volta era simbolo della giustizia italiana, quella che non si piegava alla malapolitica, quella che non girava la testa dall'altra parte.
Oggi Milano, raccontano due testimoni degli anni di Mani Pulite, Manuela D'Alessandro e Frank Cimini, sembra essere diventato “il porto delle nebbie”: si fanno molte inchieste sulla estero vestizione delle aziende, ma pochissime indagini sulla corruzione, sui reati dei colletti bianchi, “è un po' come se la procura si fosse addormentata”, spiega Manuela D'Alessandro.

Le ultime righe di Iacona, sono veramente amare e dovrebbero far riflettere tutti:
Lascio il palazzo di Giustizia di Milano convinto che, qualunque sia il giudizio sulla vicenda di Robledo, abbia stabilito uno spartiacque. Al di là delle vicissitudini personali che pure hanno attraversato I capitoli di questo libro, c'è un prima e un dopo Robledo. E il dopo che si sta profilando riguarda tutte le procure e i tribunali d'Italia: l'autonomia dei pm è di fatto sotto attacco. Non è mai stato facile portare a sentenza definitiva i colletti bianchi; nel dopo Robledo si rischia di non arrivare mai nemmeno al primo grado.

Altri post sul libro di Iacona:

La scheda del libro sul sito di Marsilio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

22 aprile 2018

Palazzo d'ingiustizia – il caso Expo (e la sensibilità istituzionale)

La recente sentenza di primo grado sulla Trattativa Stato mafia ha fatto riemergere le solite polemiche sui magistrati politicizzati, che partecipano ad iniziative politiche, rilasciano interviste e dunque sono magistrati schierati.
È un modo per screditare il loro lavoro, per gettare discredito sulle loro inchieste, una sorta di difesa basata sul fango piuttosto che sui fatti.
Ma che ci sia il rischio di una politicizzazione nelle Procure non è un'invenzione dei garantisti a corrente alternata (solitamente in soccorso del potente di turno): nel libro “Palazzo d'ingiustizia” Riccardo Iacona parte dalla storia del pm Alfredo Robledo per raccontare una certa deriva nei palazzi dove si amministra la giustizia.
Si citano, nel libro, diverse inchieste che sono state bloccate o sottratte al procuratore aggiunto, che a Milano era a capo del dipartimento per i reati contro la pubblica amministrazione: inchieste stoppate per questioni di sensibilità politica, per non mettere in difficoltà amministratori pubblici. Eppure la giustizia non dovrebbe guardare in faccia a nessuno: sono le inchieste sul crac del San Raffaele, cominciata nel 2011 e tenuta ferma, questa l'impressione, per consentire il salvataggio del gruppo da parte del Vaticano (con l'interessamento del cardinal Bertone).
L'inchiesta sulla vendita delle quote azionarie di Sea, da parte del comune di Milano nel dicembre 2011: un fascicolo sparito, fino allo scoop de l'Espresso del marzo 2012, quando poi uscì fuori dai cassetti dell'allora procuratore capo Bruti Liberati.
L'inchiesta sulle elezioni regionali del 2010, vinte da Formigoni e poi annullate dal TAR (anni dopo): fu presentato un esposto dai radicali dove si parlava delle firme false presentate dal PDL. Inchiesta archiviata in soli tre giorni.
L'inchiesta su presunti poliziotti corrotti nella Mobile di Milano, che Bruti Liberati si è ostinato a voler affidare alla stessa polizia, portando ad un nulla di fatto, col sospetto di coperture interne.
Infine l'inchiesta su Expo, sull'appalto della piastra, cominciata nel 2014, quando a vincere la gara fu il gruppo Mantovani (lo stesso del Mose), con un ribasso del 42% (ma poi con le variazioni dei costi, il costo dell'opera aumentò dell'80&%, La Mantovani si riprese quasi tutto..).
Su questo stava indagando il procuratore Robledo, quando fu stoppato da Bruti Liberati che inventò l'Area Omogenea Expo, affidando le indagini alla Boccassini e di fatto supervisionando tutti i fascicoli.
“L'expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie ad un lavoro istituzionale d'eccezione, al prefetto e alla procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale” - queste le parole dell'allora Presidente del Consiglio Renzi.

Quale è stata questa sensibilità istituzionale?

La cupola degli appalti 
Robledo, di fatto, è fuori dall'indagine su Expo 2015. Il procuratore della Repubblica gli impedisce persino di partecipare agli interrogatori dei funzionari, dirigenti, faccendieri arrestati il 7 maggio 2014, tra cui Angelo Paris, il direttore della pianificazione acquisti di Expo, Primo Greganti, il già noto «compagno G» e Gianstefano Frigerio, altro protagonista di Mani Pulite quando svolgeva il ruolo di collettore delle tangenti per la Dc.A coordinare l'unica inchiesta aperta dalla procura di Milano sull'Esposizione Universale è quindi Ilda Boccassini, sotto la stretta sorveglianza imposta da Bruti Liberati con la nascita dell'Area omogenea Expo 2015.L'8 maggio 2014, nell speciale conferenza stampa convocata in procura all'indomani degli arresti Expo, Bruti Liberati e Ilda Boccassini parlano dell'esistenza in Lombardia di una vera e propria cupola degli appalti, un'associazione alla quale il pm Antonio D'Alessio, che segue le indagini, riconosce la «capacità di avere ramificazioni in diversi settori dell'alta amministrazione, nonché appoggi e agganci di carattere politico istituzionale che hanno assicurato la possibilità di avvicinare con successo pubblici ufficiali.» 
In questa cupola Primo Greganti avrebbe avuto il ruolo di difendere gli interessi delle cooperative, mentre Frigerio secondo i magistrati «proteggeva le imprese riconducibili a tutti gli schieramenti politici».Sulle prima pagine di tutti i giornali campeggia l'annuncio che finalmente la cupola del malaffare che inquinava Expo è stata sgominata. La notizia di un'organizzazione «bipartisa» che si spartiva gli appalti sull'evento suscita tanto clamore da far dichiarare all'ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo, che a ventidue anni da Tangentopoli nulla è cambiato [..]L'allarme porta la nomina dell'ex pm anticamorra, Raffaele Cantone, alla guida dell'anticorruzione. Molto rumore per nulla, a leggere le sentenze di patteggiamento con cui i protagonisti dell'inchiesta hanno chiuso il loro conto con la giustizia, davanti al giudice per l'udienza preliminare di Milano Ambrogio Moccia. Le pene superano a stento i tre anni: Primo Greganti è agli arresti domiciliari per motivi di salute, come l'ex parlamentare Dc Gianstefano Frigerio, mentre l'ex manager Expo Carlo Paris è tornato libero. 
Ci si sarebbe aspettato di più per quella che era stata definita la «cupola nazionale degli appalti». Inoltre l'inchiesta non ha aperto alcuno squarcio di verità su cosa si stesse muovendo attorno all'affare del secolo.Greganti, Frigerio e Paris non hanno confessato o rivelato i nomi dei politici con cui sarebbero stati in contatto, e la loro decantata operazione di pulizia si è risolta nel semplice accertamento delle responsabilità personali dei tre rinviati a giudizio.«In effetti questa inchiesta non era un granché come spessore investigativo», commenta Manuela D'Alessandro, «[..] si sono toccate le seconde linee, anche se comunque è stato arrestato Paris, che era il braccio destro di Sala: non dimentichiamo che gli uomini vicini a lui sono stati quasi tutti arrestati». 
Il cuore dell'inchiesta sarebbe stato quindi la Piastra? «L'affare della piastra, certo. Prova ne è che adesso la procura generale ha scoperto che quell'appalto sarebbe truccato in origine, anche se è ancora tutto da provare».«Hanno fatto quell'inchiesta prima che Expo venisse inaugurato, per dire ai giornalisti che avevano “beccato” le tangenti e ce si poteva andare avanti con i lavori perché era tutto a posto», dice Frank Cimini. «Se avessero indagato a fondo su Expo c'era il rischio che saltasse tutto. Ecco perché hanno fatto questa scelta». 
È proprio, infatti, sull'affare della piastra (l'indagine che Robledo aveva cominciato prima che gli fosse sottratta) che la nuova inchiesta riprende forza fino a rinviare a giudizio, insieme agli altri, Giuseppe Sala e Antonio Rognoni, rispettivamente commissario unico di Expo 2015 e amministratore delegato di Infrastrutture Lombarde spa. 
Secondo Frank Cimini e Manuela D'Alessandro, che di inchieste molto mediatizzate ma poi finite nel nulla ne hanno viste tante, anche questa nuova indagine della procura generale potrebbe non andare in porto. Non solo per il rischio prescrizione ma perché, a loro giudizio, non abbastanza solida: «Le indagini andavano fatte nel 2014, quando aveva cominciato Robledo. Bisognava intercettare tutti. Non è stato fatto e adesso, anni dopo, vai a trovare le prove per un processo. Non è affatto semplice».
Palazzo d'ingiustizia – Riccardo Iacona Marsilio editore



Altri articoli sul libro di Iacona


15 aprile 2018

Quando la magistratura non è indipendente - da Palazzo d'ingiustizia (Iacona)

Una magistratura non indipendente ma condizionata è un rischio per la nostra democrazia.
Diffidate sempre da quanti propongono modelli di Costituzione dove il potere giudiziario è sottostante il potere esecutivo (citando Francia e Stati Uniti): la nostra Costituzione che prevede la separazione dei poteri, con tutte le imperfezioni che volete, è la migliore al mondo da questo punto di vista.
Significa un potere giudiziario non condizionato dai potenti di turno, dai desiderata del governo e dei suoi amici.
Significa una legge uguale per tutti e una giustizia che sia veramente il “potere di chi non ha potere”.


Cosa succede quando invece questa indipendenza viene a mancare?
Lo racconta Riccardo Iacona nel suo ultimo libro uscito per Marsilio: “Palazzo d'ingiustizia. Il caso Robledo e l'indipendenza della magistratura. Viaggio nelle procure italiane”.
«L’autonomia dei pm è di fatto sotto attacco. Da essa dipende il funzionamento della democrazia: se si scardina l’equilibrio tra i poteri e la politica mette le mani sulla giustizia, ogni arbitrio è possibile». Forte di questa convinzione, Riccardo Iacona ci conduce nelle stanze dei Palazzi in cui si esercita la «malagiustizia» italiana, puntando i riflettori su un intricato groviglio di lotte fratricide e interessi inconfessabili. I retroscena del lavoro delle procure, le vicende dalle quali sono nate indagini su banche, corruzione, malaffare, e i processi che dalla stagione di Mani Pulite a oggi hanno occupato le prime pagine dei quotidiani rivivono nell’avvincente ricostruzione di una delle migliori voci del giornalismo investigativo italiano. L’incontro con l’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, protagonista di eclatanti contrasti che lo hanno indotto a presentare un clamoroso esposto al Consiglio superiore della Magistratura, innesca un’appassionante inchiesta sulla realtà delle aule di giustizia, tra documenti inediti e dichiarazioni esclusive, con il racconto in presa diretta delle vicende giudiziarie che hanno segnato la storia recente del paese, delle interferenze della politica, dello strapotere delle correnti, dei condizionamenti all’indipendenza dei giudici.

La magistratura italiana è politicizzata, come diceva Berlusconi? In parte, ma non per le ragioni di cui parlava l'ex presidente del Consiglio.
Gli attacchi alla politicizzazione, di certe procure e solo di quelle, era legato alla necessità di difendersi dai processi, impedire il loro svolgimento, farli finire in prescrizione, attaccare i magistrati colpevoli di lesa maestà (il voler processare un politico che ha preso voti, non come certi magistrati, che hanno solo vinto un concorso).

Oggi, racconta Iacona citando la storia del magistrato Alfredo Robledo e i suoi scontri con l'ex procuratore capo Bruti Liberati, i fascicoli rimangono nel cassetto e lì rimangono, fino a che non si arriva all'archiviazione. Oppure vengono bloccati tra primo grado ed appello.

Sul Fatto Quotidiano di oggi, potete leggerne uno stralcio: “Expo 2015, storia di una inchiesta mancata”

È appena arrivato in libreria “Palazzo d’ingiustizia”, il libro di Riccardo Iacona (Marsilio) sul conflitto che ha opposto a Milano il procuratore aggiunto Alfredo Robledo al suo capo, Edmondo Bruti Liberati. Subito il giudice Andrea Mirenda, che nel libro attacca il peso politico delle correnti, è stato denunciato dall’ex membro laico del Csm di Forza Italia Pierantonio Zanettin, che chiede al ministro della Giustizia una sanzione disciplinare per quanto ha detto nel libro.
L’Expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie a un lavoro istituzionale d’eccezione, al prefetto e alla Procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale”. È il 5 agosto 2015, Expo è in pieno svolgimento, e nel corso di una visita ufficiale in Giappone l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi si lascia andare a questi sentiti ringraziamenti.
Sulla grande vetrina internazionale garantita dall’Esposizione universale il suo governo ha puntato molto. Bisognava quindi che nessuno rovinasse la festa. Il 24 aprile 2015 era uscito su giustiziami.it un articolo a firma di Frank Cimini e Manuela D’Alessandro dal titolo La moratoria sulle indagini della Procura di Milano per Expo (e non solo): “‘Magari adesso il porto delle nebbie siamo noi’, dice un pm critico con la gestione della procura da parte del capo Edmondo Bruti Liberati, evocando la storica definizione che tanto tempo fa era stata utilizzata per gli inquirenti romani”. (…) Il 12 luglio 2012 viene intercettata una conversazione tra Antonio Rognoni (il numero uno di Ilspa, società della Regione coinvolta in Expo, ndr) e i suoi collaboratori in cui l’ad di Ilspa rivela che tre giorni prima, il 9 luglio, era venuto a trovarlo nel suo ufficio Ottaviano Cinque, proprietario della Socostramo srl, un’altra società di costruzioni che faceva parte della cordata Mantovani.
L’imprenditore, senza dirgli nulla, gli aveva dato un biglietto su cui c’era scritto a mano: “Sappiamo di essere in testa nella parte qualitativa della gara della piastra”. Informazione che nessuno poteva avere, perché la commissione aggiudicatrice per la gara d’appalto non aveva ancora finito di valutare le offerte. In sostanza, Cinque comunica a Rognoni che la gara la vincerà l’associazione di imprese guidata dal gruppo Mantovani. (…) Il bigliettino è per Rognoni la dimostrazione che qualcuno dentro la commissione lavorava per far vincere la Mantovani. “Non so per quale ragione Ottaviano Cinque abbia ritenuto di mostrami il bigliettino”, dichiara Rognoni rispondendo a una domanda di Robledo quando viene interrogato: “Penso che l’abbia fatto per dare una notevole dimostrazione di forza, come a significare che lui aveva il favore della commissione. Non ho dubbi sul fatto che l’offerta della Mantovani complessivamente superasse la soglia dell’anomalia”. (…)
Rognoni continuava a trovare difficoltà nell’appalto Mantovani. Io ne ho parlato con Giuseppe Sala, gli ho anche consigliato di andare in procura a denunciare, ma lui mi disse che dovevo essere io a denunciare”, fa mettere a verbale Angelo Paris (braccio destro di Sala, ad di Expo, ndr), interrogato dai magistrati di Milano.
Rognoni chiede che si faccia una verifica di congruità dell’offerta al ribasso: “Sono andato da Sala e ho spiegato i motivi per cui mi sembrava irragionevole l’offerta della Mantovani”, dichiara a Robledo. “Sala mi ha risposto che loro sarebbero andati avanti, perché non avevano il tempo di fare una verifica sui prezzi che erano stati stabiliti da Mantovani per capire se l’offerta era anomala o meno”. (…)
Gli uomini di Robledo scoprono uno strano giro di vendite di quote societarie tra il gruppo Mantovani e la società Socostramo srl, in associazione d’impresa non solo sul cantiere di Expo (…). “La situazione appariva anomala”, mi racconta Robledo, “perché su alcune partecipazioni acquistate dalla Socostramo la Mantovani aveva effettuato ingenti svalutazioni poco tempo dopo il loro acquisto. (…) Si trattava evidentemente di uno spunto investigativo di notevole interesse, poiché le differenze tra le somme pagate e quelle rimaste in bilancio dopo la svalutazione erano elevate e avrebbero potuto rappresentare una modalità di costituzione di disponibilità ai fini del pagamento di tangenti”.

19 dicembre 2016

Caput mundi

Per chi ieri avesse voluto cercare qualche informazione sulla vicenda milanese, sul perché dell'autosospensione del sindaco Sala, inutilmente le avrebbe trovate su Repubblica (e su buona parte dei TG).
Roma caput mundi: la crisi della giunta Raggi, Roma nel caos, l'arresto del dirigente Marra, le tensioni nel M5S, quella conferenza stampa da pochi minuti senza domande (Marra è solo uno dei dipendenti ..).
Tutto veniva spiegato nel minimo dettaglio, compreso il contratto firmato dal sindaco alla Casaleggio che in tutta la storia, non è cosa da poco.
Il direttore di Repubblica si complimentava pure del lavoro svolto dai cronisti: visto, avevamo ragione noi a dubitare di Marra e ci hanno pure accusato di essere di parte ..

In prima pagina, un po' più in piccolo, si parlava del sindaco Sala: dell'inchiesta sull'appalto della piastra? Ma nemmeno per idea. 
Dopo le paginate su Roma, del caso Sala si riportava solo l'appello dei sindaci (e del PD e del presidente Maroni) affinché torni al lavoro dopo l'autosospensione (un provvedimento non previsto dal testo unico).
Non una riga sull'appalto della piastra, non una riga di quello che scriveva la Gdf sull'inchiesta: un appalto la cui base era 270 ml, aggiudicato con un ribasso al 42% dalla Mantovani e poi costato 290 ml.
20 ml in più: così sono andate le cose.
Magari dal punto di vista penale non emergerà nulla nemmeno dopo la proroga chiesta dalla procura generale.
Rimane la questione politica, rimangono quei 20 ml in più. Soldi pubblici.

Non è solo questo che mi ha dato fastidio.
Repubblica riportava in piccolo un articolo dove si raccontava del procuratore generale, Alfonso, uno che apre tante inchieste che poi finiscono in nulla...
Ma il fascicolo è stato avocato da un suo sostituto (procuratore generale), Felice Isnardi (e Vasco Errano è stato assolto, ma i soldi al fratello erano veri come anche il pasticcio delle carte presentate dalla regione).




E' grave quanto successo a Roma: un sindaco che racconta che una persona che ha voluto a fianco fosse solo uno dei tanti, una società privata che impone i collaboratori ad un sindaco eletto.
Bene che la stampa abbia ficcato il naso nella storia di questa persona, che pure aveva lavorato con le precedenti giunte (e ci si chiede dove fosse la stampa).
Il M5S non si è distinto a Roma da quelli che c'erano prima: e ora tutto questo deve avere un riflesso politico sulla giunta.

Ma grave anche che questa storia sia usata per nascondere il resto.
I non ricordo, i non rispondo dei consiglieri o altri deputati romani nell'inchiesta per mafia capitale.
L'oblio su Expo, sugli extra costi, sulle tangenti, sui controlli mancati (per imperizia o per mancanza di tempo, questo lo dirà la magistratura).
Sul contrasto tra Bruti Liberati e Robledo, il secondo escluso dagli interrogatori.
Il procedimento civile per cui Sala potrebbe decadere da sindaco (per la sua non eleggibilità come sindaco).

16 dicembre 2016

La vecchia storia di Expo

Un progetto, il più importante per Milano, che era rimasto impantanato per le beghe politiche dei tanti polli del pollaio che volevano aver voce (Formigoni, Moratti..).
La gara per la prima grande opera (la piastra), che era stata aggiudicata dalla Mantovani, con un grande ribasso rispetto al prezzo della gara, quel 42% che aveva suscitato stupore perfino in uno come Formigoni.
Mentre Mantovani si aggiudicava l'appalto, in Regione Rognoni, l'uomo delle infrastrutture, si era mosso per far vincere la gara a Impregilo (quella del Ponte e di altri grandi lavori).
Si doveva fare in fretta, però: forse anche per questo Sala, amministratore scelto dal governo, non ha approfondito su questa gara, sul ribasso. Questo emerge anche dalle intercettazioni e dalle carte della Guardia di Finanza.
Sala, Paris e Chiesa:
"pur con gradi di responsabilità diversi, attraverso le loro condotte fattive e omissive hanno comunque contribuito a concretizzare la strategia volta a danneggiare indebitamente la Mantovani per tutelare e garantire, si ritiene, più che la società Expo 2015 spa il loro personale ruolo all'interno della stessa"
L'inchiesta sulla piastra risale al 2012, seguita dal procuratore Robledo: qui dovremmo parlare dello scontro interno in procura, delle inchieste "congelate" nei mesi di Expo per un senso di responsabilità nei confronti del governo, dello scontro tra Robledo e Bruti Liberati..
E ora, siamo punto e a capo.
Sala indagato per quella gara, la procura che voleva archiviare mentre la procura generale ha avocato l'inchiesta e prorogata per altri mesi.

Ora Sala si è sospeso e oggi incontrerà il prefetto per capire come far andare avanti la macchina del comune.
Vedremo come procederà l'inchiesta, le accuse contro il sindaco sono così "scivolose", i responsabili del ritardo dei lavori (per cui alla fine si è dovuto fare tutto in fretta, senza controlli) sono fuori dalle indagini e il codice degli appalti presenta ancora parte delle anomalie che hanno poi portato a tutte le indagini di questi anni.
E poi c'è il discorso economico: gli extra costi, il costo delle corruzioni (e non sto parlando del sindaco), le opere che sono fatte in ritardo, di corsa, male..
Chi paga per questo? 

28 ottobre 2016

Guai a cambiare lo storytelling su Expo - Gianni Barbacetto

L'articolo di Gianni Barbacetto su mafia ed Expo: 
NORDISTI - Expo e mafia, guai a cambiare lo “storytelling” di Gianni Barbacetto 
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Reggio Calabria per rivelare, un anno dopo la fine dell’esposizione universale, che la ’ndrangheta aveva messo le mani su Expo. Le imprese legate alle cosche calabresi Aquino-Coluccio di Gioiosa Jonica e Piromalli-Bellocco di Rosarno si erano aggiudicate importanti subappalti per Palazzo Italia, le vie d’acqua, i cluster, la “piastra”, i padiglioni di Cina ed Ecuador. Nel luglio scorso, un’altra indagine aveva fatto emergere la presenza di Cosa nostra: il consorzio Dominus, che aveva allestito in subappalto stand e grandi padiglioni stranieri, faceva riferimento a siciliani che portavano i soldi in Sicilia, ai boss di Pietraperzia, in provincia di Enna. Il cocktail Expo: qualche parte di ’ndrangheta e una parte di Cosa nostra. Aspettiamo la spruzzata di Camorra e poi le principali organizzazioni mafiose ci sono tutte. 
Eppure nessuno s’indigna. Ormai l’esposizione universale è stata archiviata come “grande successo”. Lo storytelling di Expo è una narrazione fatta di folle oceaniche, code al padiglione del Giappone, occhi incantati delle luci dell’Albero della vita, aumento dell’occupazione e del pil, milioni di euro attesi nei prossimi anni come ricadute positive dell’evento (addirittura 31,6 miliardi d’indotto nei prossimi 15 anni, con 240 mila occupati).
Nessun giornale – a parte il Fatto quotidiano – ricorda i duri fatti. I 21 milioni di biglietti venduti ai grossisti non sono stati tutti effettivamente incassati, i visitatori veri non sono stati più di 15-18 milioni, i conti reali sono disastrosi (2,2 miliardi di soldi pubblici spesi, con incassi non superiori ai 700 milioni), la disoccupazione non è diminuita, il pil italiano è cresciuto a malapena di uno zero virgola, le cifre dell’impatto economico futuro sono promesse da cartomante redatte su commissione. E quell’area enorme (e costosissima) su cui è stata montata la grande fiera non ha ancora, al di là di mirabolanti human-tecno-promesse, un destino certo.
Quel che è sicuro, scritto nero su bianco nelle carte delle indagini giudiziarie, è che le mafie a Expo hanno banchettato. “Non hai capito, noi bruciamo tutto!”, dicevano intercettati gli uomini delle cosche. Ci avevano detto, con grande vanto, che l’esposizione universale è stata un modello anche per quanto riguarda la sicurezza e i controlli antimafia. Ora le inchieste giudiziarie smontano miseramente questa pretesa: né i controlli né la retorica sono riusciti a fermare le aziende collegate alle famiglie calabresi e siciliane.
 
Come sappiamo, lo storytelling radioso di Expo ha avuto anche un effetto politico: sulla base del (presunto) successo dell’esposizione, il manager che l’ha gestita è stato candidato sindaco di Milano e ha vinto le elezioni. Oggi i giornali si guardano bene dal fare i conti finali e relegano le notizie sulla mafia in Expo nelle pagine locali. Altrimenti sarebbero costretti a rivedere i giudizi entusiasti sull’evento, ma soprattutto su Giuseppe Sala, diventato nel frattempo sindaco di Milano.
Un manager che non si è accorto di quello che succedeva attorno a lui non ha naturalmente responsabilità penali, fino a prova contraria. Ma un manager che non ha visto che, non solo la “cupola” della corruzione, ma anche le mafie si erano impossessate dell’esposizione non è certo da premiare. La sua vantata immagine di custode della legalità dell’operazione esce a pezzi. Eppure i giornaloni tutti zitti: non possono smentire la narrazione che hanno contribuito a creare.

12 novembre 2015

L'uomo forte al comando (come scorciatoia dei mediocri)

Sempre in tema di Roma, dell'uomo forte solo al comando e dei lacci e lacciuoli della democrazia, segnalo l'articolo di Gilioli: "La scorciatoia dei mediocri".
Abbiamo tolto di mezzo i corpi intermedi (perché di impiccio per chi comanda), abbiamo tolto di mezzo gli eletti (perché scelti dagli elettori, dunque capita che ti eleggano un onesto). Ma i problemi rimangono, e non è che si può sempre ricorrere al camouflage o propaganda per coprirli.

Il buco di Expo. I problemi del dopo Expo. E ora le opere per il giubileo e i costi.
Il cesarismo - visto come valore di efficienza, di problem solving - è ormai passato dal centrodestra al centrosinistra: giusto l'altro ieri l'Unità paragonava Renzi a Pericle, spiegando che «anche nella patria della democrazia si sentiva il bisogno di far affidamento ad un leader».
Oggi ci piace così. O meglio, a molti piace così: far affidamento ad un leader. Non importa nemmeno quanto bravo, purché decida. E faccia arrivare i treni in orario.
Forse è un effetto dell'identificazione tra media e politica, della comunicazione che non è più ancella della politica ma semmai il contrario; o forse è la reazione uguale e contraria a vecchi eccessi di assemblearismo, di indecisonismo molecolare. Che hanno fatto danni non solo in termini di efficenza, ma anche di reputazione della democrazia, di autostima democratica: "non siamo capaci di governarci da soli, troviamo un capo che faccia lui". Ed è anche una bella deresponsabilizzazione, incaricare il salvatore della patria: che sia il commissario alla spending review, il preside-amministratore delegato, lo zar dell'anticorruzione o appunto il superprefetto della capitale.
Comunque sia, quello che sta accadendo in così tanti ambiti ci dice che abbiamo un compito immane davanti a noi: saper immaginare e costruire una democrazia che sia anche efficiente, funzionante. Più efficiente e più funzionante dell'uomo solo al comando. Quindi diventare cittadini responsabili e maturi, consapevoli della complessità, delle interconnessioni: e capaci di gestirle.
Altro che "far affidamento a un leader", che è la scorciatoia dei mediocri.

10 novembre 2015

I nodi al pettine

Terminata l'Expo dei miracoli, sempre alla faccia dei gufi, attendiamo ora di conoscere il piano del dopo Expo.
Sala è a caccia dei 100 milioni necessari per pareggiare il bilancio (ma non bastavano i 21 ml di biglietti venduti?).
Oggi Renzi è qui a Milano per appoggiare (a modo suo) il piano del governo (Progetto 2040), che prevede un polo tecnologico in mano all'IIT di Genova.
In un solo colpo Renzi è riuscito a scontentare tutti: da Maroni al rettore della Statale Vago, restii ad accettare l'arrivo di enti esterni alla regione e al comune dentro i terreni di Expo (su cui il governo ancora non è entrato).
Sarebbe interessante raccontare cosa sia questo IIT di Genova: una struttura di diritto privata finanziata da soldi pubblici, su cui è anche difficile chiedere trasparenza sui finanziamenti.

Barbacetto e Maroni sul FQ del 10-11-2015:
Giovanni Bachelet, fisico,docente alla Sapienza e depu-tato Pd dal 2008 al 2013, avevapresentato un’interrogazione parlamentare per conoscere la valutazione indipendentes ull’Istituto voluta nel 2007 dal ministro Tommaso Padoa Schioppa. “Il ministro Gelmini mi disse che era andata perduta”,dice Bachelet.“Quelloche stupisce dell’Iit”, spiega il fisico, “è la sproporzione tra  ifondi impiegati e la produzione scientifica. E neanche il 3 per cento del budget viene da privati. La sensazione è che ora si cerchino giustificazioni per farlo sopravvivere”
Forse in Lombardia mancano competenze e strutture per gestire un polo tecnologico? Oppure dietro la scelta dei soggetti (oltre all'IIT di Genova, ci sono l’Institute for international interchange di Torino presieduto da Mario Rasetti e la Edmund Mach Foundation di Trento, con a capo Andrea Segré) ci stanno altri interessi?

Chissà se oggi ci sarà modo oggi, di riprendere anche il discorso sulle inchieste giudiziarie su Expo (che da quel punto di vista non è stato proprio un successo).
Inchieste che hanno coinvolto il capo di Infrastrutture Lombarde arrestato il 20 marzo 2014 Antonio Rognoni.
Carlo Chiesa (responsabile unico per la gara della piastra, vinta dalla Mantovani) e poi il general manager Angelo Paris. 

Prima o poi i nodi vengono al pettine e non è facile tenerli nascosti.
Specie se diventano costi che pesano sui conti pubblici di comune e regione per i prossimi anni.

13 ottobre 2015

Alla faccia dei gufi

Alla fine della solita intervista, senza domande scomode, e con ampia possibilità di sproloquiare senza fermo, Renzi non è riuscito a fermarsi.
Parlando anche di Expo, ce l'abbiamo fatta, alla faccia dei gufi.
La solita insolenza, arroganza, abilità nel nascondere i problemi o le magagne per enfatizzare solo ciò che ci fa comodo.

Se Expo è riuscito ad arrivare in porto è stato perché nei cantieri ci sono stati operai a lavorare giorno e notte.
Perché fino a pochi mesi prima, alla faccia dell'ottimo lavoro di Sala e Bracco, era tutto fango.
E corruzione, e costi che si gonfiavano.

Ora, dove ci si riempie la bocca coi numeri degli afflussi, dove il racconta che Expo è indicato come modello per le grandi opere, non dimentichiamoci di cosa è stato.
Anche perché ora incombe il giubileo, i lavori per la gestione dei pellegrini a Roma città aperta (specie alle mafie) sono fermi e non vorrei che si ripetesse lo stesso canovaccio di Milano: lavori da fare in fretta, senza gara, ad affidamento diretto.
Alla faccia dei gufi.

Visto che è così sicuro, Renzi avrebbe anche potuto anche rispondere dei suoi scontrini, quelli delle sue cene. Avrebbe potuto anche spiegare il ruolo del PD nella cacciato di Marino; spiegare a che livello è piazzata l'asticella dell'etica, visti i sottosegretari indagati per spese pazze. 
Anziché promettere manovre con taglio delle tasse, lotta alla povertà, potrebbe raccontarci di come faranno le regioni, così restie ai tagli, a mantenere gli stessi servizi sanitari senza aumentare i ticket.
Potrebbe articolare meglio la sua visione di lotta alla povertà: perché se tagli le tasse sulle ville ai chi ha di più, questo incide di più rispetto a chi ha un piccolo appartamento.

Oggi, alla faccia dei gufi, passerà la riforma del Senato. Le unioni civili vedremo. La riforma della prescrizione chissà. Il falso in bilancio (non nella versione attuale) non è dato saperlo.

24 maggio 2015

La sharing economy – il futuro è già nato

Il futuro non sono le grandi opere, le trivelle, l'alienazione dei diritti.
Le aziende tradizionali in crisi che chiudono, o chiedono la cassa integrazione o che tengono aperto solo perché ci sono i sussidi.
“Ti guardi intorno e vedi un mondo in crisi, giri la testa dall'altra parte e ne trovi un altro tutto in movimento.”

Il mondo in movimento è quello che racconterà stasera l'inchiesta di Michele Buono sulla “sharing economy”: gente che mette in rete i propri beni che non usa, il proprio tempo, la propria disponibilità.
La tenda o il trolley da affittare per un viaggio.
I mezzi per la pulizia e la manutenzione delle strade.
La cena a casa di persone che non conosci.
Una postazione di lavoro per chi ha le idee per sviluppare progetti ma non i soldi per una sede.
Serve solo la rete, gente che si mette in gioco e degli amministratori locali sufficientemente lungimiranti in grado di far diventare queste idee il futuro, senza lucrarci sopra.

La scheda del servizio: EFFETTO DIROMPENTE di Michele Buono (Collaborazione di Andrea De Marco e Filippo Proietti)
Se un produttore italiano di mobili regala i suoi prodotti o una società di Manhattan offre, senza farsi pagare, postazioni di lavoro a chiunque abbia un buon progetto, o se a Berlino ci sono negozi dove non si compra ma si prende in prestito, non stiamo parlando di casi clinici, ma di economia collaborativa. È il nuovo modello di mercato globale. Attraversa la produzione, le tecnologie e sta modificando la nostra stessa percezione della realtà. Tutto nasce da un nuovo valore, la condivisione. Se hai uno smartphone collegato alla rete e le applicazioni giuste, con un click trovi una vettura da guidare o per condividere un passaggio, trovi una casa o una postazione per lavorare dove ti pare e ti sposti per il mondo.
È sempre più facile arrivare in una città e cenare a casa di qualcuno che nemmeno conosci senza andare al ristorante. Attraverso un’applicazione scegli la casa dove andare a cena, guardi i profili di chi organizza e degli ospiti che partecipano e gli oggetti che ti servono puoi condividerli, prenderli in prestito o noleggiarli. Perché possedere dei beni quando si possono usare dei servizi? Si liberano così delle risorse perché si risparmia, si creano altri mercati e nuovi modi per generare reddito. E funziona al punto che in uno Stato intero – l’Oregon – le amministrazioni delle città condividono, attraverso una piattaforma digitale, mezzi pesanti per la manutenzione delle strade. A Seattle c’è Wikispeed, un modello tipo Wikipedia per costruire automobili: progetti open e condivisi, collegamenti in rete ed è come se ci fosse un’unica fabbrica fatta di micro officine diffuse per il mondo.
A Milano è nato il più grande progetto di co-housing d’Europa: case ad affitto calmierato per quelle fasce non abbastanza povere per una casa popolare ma nemmeno in grado di permettersi un affitto a prezzi di mercato. Dove sta la condivisione? Ognuno degli abitanti mette a disposizione le proprie competenze e le scambia: è la condizione per fare il contratto. Ma prima di tutto occorre che chi amministra le città non favorisca le speculazione sui propri terreni; e poi ci vuole un buon progetto. Solo così il piano può tenersi economicamente e attirare gli investimenti di un fondo immobiliare. E tutto questo non è effetto della crisi, ma di una nuova visione che sta un po’ cambiando il mondo.

L'anteprima su Reportime:
Perché possedere dei beni quando si possono usare dei servizi? Gli oggetti che ti servono puoi condividerli, prenderli in prestito o noleggiarli. Sta proprio qui il cambio di paradigma, risultato di una miscela tra nuove tecnologie e web. Si liberano così delle risorse perché si risparmia, quel denaro prende altre strade, si creano altri mercati e nuovi modi per generare reddito.Praticamente si creano nuovi lavori e contemporaneamente cambia il profilo dell’economia. Grazie alla sharing economy sta diventando sempre più facile arrivare in una città e cenare a casa di qualcuno che nemmeno conosci: non vai al ristorante, basta un’applicazione e scegli a casa di chi andare a cena, guardando i profili sia di chi organizza che degli ospiti che partecipano. Nuove conoscenze, la tua rete si allarga e ci stanno guadagnando tutti.


Per la serie “Nutriamo il pianeta”: Grasso che cola di Luca Chianca
Il tema dell'esposizione mondiale di Milano è “Nutrire il pianeta”, ma con che cosa, visto che da anni si conoscono i cibi che fanno male? In Italia, il paese della dieta mediterranea, i numeri sono preoccupanti: i bambini in sovrappeso sono il 20,9% e i bambini obesi sono il 9,8%. Il codice europeo contro il cancro, per esempio, dice espressamente di limitare i cibi con molti zuccheri e grassi, di evitare la carne conservata e le bevande zuccherate. Eppure oggi, tra gli sponsor di Expo, ci sono anche le aziende che quel cibo lo vendono.

Su reportime un anteprima del servizio:
Il tema dell'esposizione mondiale di Milano è “Nutrire il pianeta”, ma con cosa, visto che la maggior parte del mondo occidentale ormai mangia un cibo innaturale. “Oggi - secondo Franco Berrino, già direttore dell'Istituto dei Tumori di Milano - decine di studi ci dicono quali sono i fattori che contribuiscono all'obesità. Al primo posto le patatine, poi le carni conservate, le carni rosse e le bevande zuccherate”.A fine aprile a Milano, a pochi giorni dall'inaugurazione di Expo, il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, partecipa alla presentazione della Carta di Milano, il manifesto per combattere la malnutrizione e lo spreco di cibo nel mondo. Assente il ministero della Salute, eppure i dati sono allarmanti: per ogni persona malnutrita, due sono sovrappeso. Circa 2,1 miliardi di persone sono obese e 29 milioni periscono per malattie dovute ad un eccesso di cibo. In Italia, il paese della dieta mediterranea, i numeri sono preoccupanti: i bambini in sovrappeso sono il 20,9% e i bambini obesi sono il 9,8%.Il paradosso è che da anni si conoscono i cibi che fanno male. Il codice europeo contro il cancro, per esempio, dice espressamente di limitare i cibi con molti zuccheri e grassi, di evitare la carne conservata e le bevande zuccherate. Al punto che l'Organizzazione mondiale della sanità, qualche mese fa è intervenuta sull'utilizzo di zuccheri aggiunti raccomandando di non superare il 5% dell'apporto calorico, cioè ha chiesto di non superare 25 grammi di zucchero al giorno, ma il ministro della salute Beatrice Lorenzin si è opposta sostenendo che i nostri prodotti sono aggrediti senza nessuna base scientifica seria.

Infine, un'inchiesta sui furbetti del TAR di Salerno: Credito esaurito di Giorgio Mottola

Contro il caro bolletta e il rischio intercettazioni c'è chi ha trovato una soluzione. Nel 2006 al Tar di Salerno hanno deciso di far avere una scheda telefonica aziendale a ciascuno dei propri dipendenti, ma qualcuno si è lasciato prendere la mano. Nel tribunale, infatti, lavorano una ventina di persone, le sim attivate, invece, sono arrivate a più di mille. Come sia stato possibile, se lo sono chiesti anche alcuni investigatori, quando, nel corso di indagini sulla camorra, hanno intercettato alcune delle schede intestate al Tar. E non si è trattato solo di qualche breve telefonata. Al Tribunale amministrativo di Salerno lo scorso anno è arrivata una bolletta da centinaia di migliaia di euro.