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17 aprile 2017

I fondi per il cinema e il vaccino contro il papilloma virus

I fondi pubblici che hanno finanziato il cinema italiano, gli studi sugli effetti del vaccino anti-papilloma virus e, ad aprire la puntata di Report, il servizio di Sabrina Giannini sull'alimentazione.



Indovina chi viene a cena: cosa rimane delle uova nei prodotti industriali che mangiamo?
In Italia si producono 12 miliardi di uova l'anno, tutte uguali da fuori quando le compriamo fresche, con tanto di classificazione in base alla loro freschezza e al tipo di allevamento.
Quando invece mangiamo merendine, o pasta all'uovo, cosa sappiamo dell'identità delle uova con cui sono stati prodotti? Sono stati aggiunti additivi?
Secondo la legge sono tutte uova fresche. Ma non è tutt'oro quel che luccica...

I finanziamenti pubblici al cinema.

La domanda da cui si è partiti è “che fine hanno fatto i finanziamenti pubblici al cinema italiano”? In cinque anni il cinema italiano è stato finanziato per 1,2 miliardi di euro.
Soldi spesi per un principio nobile e importante: produrre film di interesse culturale, riempire le sale cinema, tenere vivo un settore, quello dello spettacolo, che da lavoro a molte persone.
Non tutti i film finanziati ne avevano veramente bisogno, perché film della categoria “cinepanettoni” dove l'interesse culturale sembra carente.
Con che criterio sono stati scelti allora, questi film?
In altri casi, il finanziamento tramite la forma del tax credit, ha nascosto un altro fine: non finanziare un film, ma fare un semplice investimento.
Tramite lo strumento del tax credit, il privato che investe soldi nel cinema, riceve dallo Stato il 40% di quanto investito: a farlo sono state soprattutto le banche (anche quelle poi finite nei guai come Popolare di Vicenza).
Riassumendo: non sempre sono stati prodotti buoni film, i cinema perdono spettatori e gli studi cinematografici cadono a pezzi.
Parte del servizio di Giorgio Mottola sarà dedicata alla storia dello studio cinematografico di “Papigno”: ancora prima di andare in onda, il servizio è costato una diffida da parte dell'attore Roberto Benigni che, come Berlusconi prima e Renzi ora, ha mandato tramite i suoi legali una lettera alla Rai.
Quel servizio non deve andare in onda.

Si parla dell'investimento che Benigni ha fatto per rilanciare gli studi di Papigno, a Terni: Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano ne ha parlato ieri

La puntata di domani racconta, tra le altre, la vicenda degli studi di Papigno, una frazione di Terni, dove il regista toscano ha girato La vita è bella e il meno fortunato Pinocchio. Benigni aveva un progetto ambizioso: trasformare Papigno negli Umbria studios, un nuovo prestigioso polo cinematografico in grado di fare concorrenza anche a Cinecittà, come racconta lui stesso ridendo. La scelta imprenditoriale si rivela sciagurata, nono-stante gli onerosi investimenti pubblici, tra fondi europei, statali e degli enti locali (Report li stima in 16 milioni di euro, anche se la cifra è contestata dall’avvocato di Benigni).

Papigno si trasforma in un pozzo senza fondo, Benigni e Braschi –racconta Report accumulano un passivo di ben 5 milioni di euro. A quel punto arriva un intervento inaspettato: nel 2005 è proprio Cinecittà Studios, la società di Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Andrea Della Valle, a rilevare gli studi ternani e a farsi carico dei debiti di Benigni (a oggi avrebbero versato 3,9 dei 5milioni di rosso). Papigno però non è stata rilanciata: oggi l’area è completamente abbandonata a se stessa, ha perso valore. Non si gira più un film e sono scomparsi i posti di lavoro (secondo le fonti consultate da Report almeno 200).
Adesso Cinecittà sta per tornare in mani pubbliche. Oltre a un’imponente mole di debiti accumulati da Abete e soci – spiega il giornalista Giorgio Mottola –lo Stato si ritroverà in pancia anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi.L’A RT I STA non ha voluto rispondere alle domande del cronista di Report, limitandosi a una battuta: “Non sa quanti soldi ci ho perso”. Anche lui, come Renzi, ha preferito far parlare gli avvocati.

Oltre ad una possibile situazione da conflitto di interesse per Abete, nell'articolo di Rodano si ricordava quando Benigni aveva difeso Report dagli attacchi di Berlusconi (quando voleva censurarla e togliere la manleva), in nome dell'articolo 21 della Costituzione. La più bella del mondo..

La scheda del servizio: “CHE SPETTACOLO!” Di Giorgio Mottola
Un miliardo e duecento milioni: è il contributo di cui ha beneficiato l’industria cinematografica italiana negli ultimi cinque anni, più di tanti altri settori a cui è precluso l’aiuto di Stato. Con i soldi del contribuente è discutibile salvare una banca, secondo l’Unione Europea, ma sovvenzionare il cinema si può: è una questione di identità culturale. Che film abbiamo finanziato per il loro interesse culturale? Si va da “Sapore di te” di Carlo Vanzina, ad “Amici miei – come tutto ebbe inizio” di Neri Parenti, a “Il ricco, il povero e il maggiordomo” di Aldo Giovanni e Giacomo. E poi ci sono i contributi sull’incasso. “Cado dalle nubi” di Checco Zalone, una delle rare pellicole italiane che al botteghino è andata benissimo, ha ricevuto un milione e novecentomila euro: ne aveva bisogno? Ma la principale forma di sostegno che noi contribuenti garantiamo al cinema è il “tax credit” che vuol dire oltre cento milioni di sconti fiscali ai privati che decidono di investire nel cinema. Per ogni euro investito, lo Stato restituisce loro il 40%. Si scopre che a investire sono state soprattutto le banche: Unicredit, Bnl, Monte dei Paschi, la Popolare di Vicenza. Quanti dei soldi del tax credit sono finiti veramente ai film?
Intanto i leggendari studi cinematografici di Cinecittà cadono a pezzi nel degrado e hanno accumulato debiti per oltre 32 milioni. Come siamo arrivati a questo, in una realtà che è stata gestita da super manager come Luigi Abete, Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis? Anche Roberto Benigni è uno che ha investito del suo, ma quando le cose si sono messe male è riuscito a sfilarsi. Cinecittà invece pare che ce la dovremo ricomprare noi contribuenti.

Il secondo servizio di Alessandra Borella tocca il tema del vaccini, oggi molto attuale per le polemiche nate dall'obbligo di sottoporre i bambini ai vaccini per evitare il ritorno di malattie che pensavamo aver eliminato.
Nel servizio si parlerà del vaccino contro il papilloma virus: se sulla necessità dei vaccini c'è poco da aggiungere, altro discorso sono i test cui questi devono essere sottoposti per essere certi della loro efficacia, che non portino ad effetti collaterali.
Un team di ricercatori indipendenti ritiene che l'Agenzia del Farmaco non abbia fatto quanto necessario, per questi test e che ci sarebbe pure una situazione di conflitto di interesse.

La scheda del servizio: “EFFETTI INDESIDERATI” Di Alessandra Borella


Il papilloma virus (HPV) è stato collegato all’insorgere del tumore al collo dell'utero. Per prevenirlo l’Italia è stata il primo paese in Europa ad introdurre il vaccino anti-papilloma virus, tra i più costosi in età pediatrica. Le nostre autorità sanitarie hanno potuto contare su una valutazione positiva dell’Agenzia Europea del Farmaco, che ha dichiarato sicuro questo tipo di vaccini. Ma le segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti HPV sono state correttamente valutate? Se lo chiede un team di ricercatori indipendenti danesi della rete “Cochrane Collaboration”, che ha presentato un reclamo ufficiale a Strasburgo. L’accusa è contro l’Agenzia Europea del Farmaco: avrebbe sottovalutato le reazioni avverse e ci sarebbero anche dei conflitti d’interesse che non sono stati dichiarati.

05 giugno 2016

Su Benigni e sui maligni

Non mi è piaciuto l'intervento di Massimo Gramellini, a Che tempo che fa (riprendendo un suo articolo su La Stampa) : tra le parole della settimana, il giornalista ha messo dentro una parola anche per Benigni, criticato per il suo “si”al referendum.
Un si con la testa, dice il comico, per una riforma pasticciata, scritta male ma di questi tempi, meglio questa che niente.
E per fortuna che ha usato la testa.

A Gramellini sfugge questa incoerenza e passi.
Ma non sono sfuggiti gli attacchi, persino da Brunetta. 
Ma come, uno come Benigni ha bisogno di genuflettersi al governo?
Non lo so: chissà se avesse detto no alla riforma, avrebbe avuto altri passaggi in Rai?
Altre cose sfuggono a Gramellini: non è solo Benigni che si è preso le sue critiche in questo clima da stadio.
Anche l'Anpi ha avuto la sua dose di attacchi. Non sono veri partigiani, siccome votano no - affermazione di un ministro della Repubblica che aveva anche detto che chi vota no vota, vota come i fascisti. 
Il clima da stadio, dunque, non è solo da una parte.

Siamo maliziosi se pensiamo che questa uscita pro referendum serva a conquistarsi dei meriti nei confronti del manovratore da Roma?
Perché i passaggi in Rai, in prima serata, da Fazio, fanno comodo se uno poi deve vendere dei libri.

Ma noi siamo dei gufi, si sa. I maligni. Noi che voteremo no come i fascisti.
Noi che vogliamo mantenere i posti in Senato, vogliamo gli sperperi …

Loro no, invece.

18 dicembre 2012

La Costituzione più bella, ma non realizzata

Una volta tanto, il servizio pubblico che fa da servizio pubblico per parlare di Costituzione, proprio in un momento in cui, per la crisi, per l'impoverimento dell'offerta politica, la Costituzione stessa viene picconata.

Mi è piaciuta la serata di Benigni, anche le sue battute sul cavaliere ("l'unico italiano che non vuole andare in pensione").
Mi è piaciuto anche il concetto su cui Benigni stesso, anche se con troppa enfasi e qualche iperbole di troppo, è tornato più volte: la nostra Costituzione, la più bella del mondo, è una legge che protegge, che esorta a fare, che non pone divieti, ma anzi, che stimola a rimuoverli questi paletti che bloccano il completo sviluppo della persona. L'uguaglianza del cittadino, non suddito, di fronte allo stato e alle sue leggi. La libertà di espressione, di culto, il rispetto delle minoranze linguistiche. Noi italiani, grazie a questa Costituzione, possiamo essere liberi dalla paura del più forte, del potente.
L'articolo 4 che parla del diritto al lavoro ("la soluzione a tutti i nostri problemi"); la separazione tra Stato e religione, ognuno sovrano a casa propria.
Le autonomie locali che lo stato deve incentivare, per un vero federalismo.

"Quando entrerà veramente in vigore sarà un mondo migliore", la battuta di Benigni che meglio descrive la serata di ieri.
Perché a questo punto il cittadino dovrebbe chiedersi come mai questa legge non è ancora applicata e chi ne sta ostacolando l'applicazione.
Quelli che propongano leggi anticostituzionali, i lodi e le immunità ad personam, per esempio.
Ma anche i tagli lineari alla scuola che impediscono ai meno abbienti, di conseguire il raggiungimento della laurea, come previsto appunto dalla costituzione.

In questo paese, chi chiede l'applicazione dei principi della carta costituzionale, sul rispetto dell'ambiente, sulla sanità pubblica, sulla scuola, sulla legge uguale per tutti, passa per un marziano.
Uno potrebbe anche chiedersi se questo governo, che con un decreto ha salvato l'Ilva (sconfessando i magistrati), che chiede rigore ai cittadini comuni ma non promuove l'equità, che salva le banche ma non i posti di lavoro, stia seguendo questa Costituzione o un'altra che sta nella sua testa.

In Italia, un magistrato che si definiva "partigiano della costituzione" è stato attaccato e il CSM ha aperto un fascicolo (a proposito, speriamo che Ingroia non scenda in campo).

Ecco, non vorrei che la serata di ieri fosse solo un modo per ripulirsi la coscienza. In un momento in cui la parte dove si parla di sovranità che appartiene al popolo, sembra quasi una presa in giro.

06 dicembre 2011

C'era una volta e c'era ancora

C'era una volta il cavaliere e c'è ancora.


“Un giorno – ha detto Benigni – dovremo raccontare questi anni come una favola: c’era una volta un Cavaliere che aveva tanti cavalli, stalle, stallieri, stallone e tanti castelli, tante isole, tante principesse, tutte sul pisello. A un certo punto ne arrivo’ una un po’ piu’ giovane e lui disse: e’ la nipote del Gatto con gli stivali. Poi arrivo’ un’orca dalla Germania e a colpi di bund e spread le principesse fuggirono, lui resto’ solo, si dimise e noi vivemmo felici e contenti”. [la favola di Benigni, raccontata ieri durante lo show di Fiorello]







Ma a chi serve la fiducia sulla manovra? A Monti o a Berlusconi (che teme che il PDL si sfaldi)? Se non ci fosse fiducia, si vedrebbe chi veramente vuole appoggiare questo governo.
Che, di questo passo, perderà sempre più consenso (altro che sondaggi).
Mentre, dall'altra parte, quello del cavaliere tornerà a crescere  (e anche le sue azienda), nonostante i suoi processi siano ancora tutti lì. Come i suoi conflitti di interesse.

Noi aspettiamo: la gara per le frequenze TV, l'accordo con la Svizzera per gli evasori, delle leggi contro evasione e corruzione (magari la ratifica della convenzione europea), l'ICI anche alla Chiesa, via i condannati  e gli indagati in Parlamento, taglio ai privilegi della politica, una legge sul conflitto di interessi ..

Non vorremmo che dopo la stretta sulle pensioni, dovremmo anche ingoiare anche i licenziamenti facili per tutti.  

09 novembre 2010

Vieni via con me - Roberto Benigni

Eccola qua, la forza della satira: usare parole semplici per sferzare il potente di turno. Per ridicolizzare il potere: come il DG Rai che usa il pretesto del cachet e che poi "sarebbe vergognoso che poi prendessi uno stipendio".

Benigni nel suo lungo monologo non ha parlato di gossip, ma solo di Ruby, una minorenne marocchina che si dice sia stata con il presidente "se queste notizie venissero confermate" .
"Silvio non ci lasciare" chiede Benigni a nome dei comici: cosa andremmo a fare?
C'è ne per tutti nel suo sketch: contro la politica anti-immigrati (cui viene chiesto di parlare italiano e pagare le tasse, tutte cose che noi italiani non vogliamo più fare), su Bossi (dietro il cespuglio), su Ghedini.
E sulle uscite del premier: dietro le escort, la vendetta della mafia.
La mafia che ha cambiato stile per vendicarsi: dal tritolo di Falcone alle mignotte "torni a casa e ti trovi 3 escort in bagno".

Dalle toghe rosse alle luci rosse, sempre cose di sinistra come la Costituzione (e per fortuna che almeno il PD non è di sinistra).
Silvio alle prese col processo Mills, un caso difficile: un avvocato corrotto da un avvocato di B. per testimoniare ad un processo di B. .. chi sarà il mandante?

Silvio alle prese con le escort: "non sapevo fosse minorenne", "non sapevo che la D'Addario fosse una escort": alla fine, dopo avergli dati i soldi "ma che mestiere farà questa qua?" ..

L'invito alla Bindi "gli piaci", "sacrificati per il partito".

Infine, dopo aver cantato la canzone di Silvio e la sua versione personale di "Vieni via con me", la chiusura con un suo elogio a Saviano:
"una persona che mette davanti la verità e la giustizia alla sua vita".
Una persona condannata a morte da "Sandokan" Schiavone per un libro e che il premier strozzerebbe per aver scritto di mafia (e aver infangato l'immagine del paese).
Eppure, come ci ha ricordato Benigni stesso, le fiabe sono importanti non perchè ci raccontano che i draghi esistono, ma che i draghi possono essere sconfitti.