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09 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report – le spie vere e le spie presunte, le morti di lavoro, gli attacchi ai sistemi informatici

Nel mentre in Italia si compilano liste di proscrizione nei confronti di giornalisti, storici, intellettuali, per le loro opinioni sulla guerra, Report si occuperà delle quinte colonne di Putin nel nostro paese, partendo dalla missione di aiuto della federazione russa nel marzo 2020, seguendo il caso dell’ufficiale di marina Walter Biot, accusato di aver venduto segreti militari Nato ai russi.

Si parlerà anche di morti sul lavoro e di quanto i nostri dati sensibili siano a rischio.

La missione di aiuto russa in Italia

Il 22 marzo 2020 sbarcano all’aeroporto militare di Pratica di Mare 104 militari russi per una missione di aiuto chiamata “Dalla Russia con amore”: era solo una missione di soccorso per il nostro paese, alle prese con la prima ondata di pandemia oppure era un missione di spionaggio camuffata? Questi i dubbi sollevati da alcuni partiti politici nei confronti del governo Conte (finito al centro di una polemica politica) che, secondo alcuni, avrebbe consentito ai militari russi di venire in Italia per spiarci un po’.
Se lo chiede il sindaco di Bergamo,
Giorgio Gori: "Mi sono chiesto se tutti quei militari che accompagnavano i pochi medici erano qui soltanto per dare davvero un aiuto".



Erano le settimane successive alla mancata zona rossa, delle mascherine e dei dispositivi che mancavano negli istituti, della mancanza di coordinamento tra ATS, medici, su quali regole mettere in atto per limitare i contagi. Bergamo in quei giorni era l’epicentro mondiale della pandemia, il 18 marzo le immagini dei camion militari (dell’esercito italiano) che portavano via le bare dei morti dalla città fecero il giro del mondo.
È normale la presenza di tutti quei militari dentro una missione che aveva come fine iil portare aiuti medici e medici? Il rischio che all’interno della struttura sia arrivato anche qualche “spione” è concreto, il docente di storia delle relazioni internazionali Igor Pellicciar
i spiega come all’interno dell’esercito sono sempre presenti ufficiali dei servizi.

Di questa vicenda se ne è occupato il Copasir che ha sentito l’ex presidente del Consiglio Conte il quale ha precisato come il comitato abbia alla fine concluso che non ci siano elementi per pensare che questa missione abbia presentato criticità e si sia svolta fuori dall’ambito sanitario.
Gli interrogativi sul fine di questa missione nascono da fatto che a Bergamo fossero in molti, tra amministratori e dirigenti sanitari, ad essere all’oscuro dell’arrivo dei militari, con la colonna dei camion con la bandiera della federazione che sventolava al vento.
Non ne era stato informato il sindaco Gori che venne informato dalla regione Lombardia, con cui discuteva dell’apertura di un ospedale da campo.

Nel team di aiuto dalla Russia era presente anche il nome di Natalia Pshenichnaya, vicedirettrice dell'Istituto centrale di ricerche epidemiologiche: mesi dopo pubblicherà un paper sulla situazione italiana con giudizi spietati sulle iniziative messe in atto dal nostro governo, “l’assistenza sanitaria del paese non era preparata .. le misure di controllo dell’infezione non sono state attuate e hanno portato alla diffusione del contagio tra gli operatori sanitari ”

La vicedirettrice da anche un valore politico alle sue ricerche: nel settembre 2020 scrive un testo in cui dice che il coronavirus ha determinato nuovi parametri per costruire l’ordine mondiale.

È come se mostrasse il vero volto dell’operazione “Dalla Russia con amore”, è come se l’Italia venisse usata come cavallo di Troia per sbirciare dal buco della serratura per capire cosa stava veramente accadendo nei paesi occidentali, ma doveva anche servire alla Russia per arrivare prima nella corsa ai vaccini, una corsa in cui tutte le potenze mondiali si stavano confrontando.

Chi avrebbe avuto un vaccino avrebbe avuto un vantaggio strategico, specie se questo vaccino lo controllava – spiega ancora Igor Pellicciari, controllandone la produzione: “arrivare ad un vaccino per primi, in un contesto in cui lo controlla un’azienda farmaceutica che deve fare marginalità per sua stessa missione è diverso rispetto al potere geopolitico di un vaccino di Stato, uno Stato decide a chi darlo, per guadagnarci geopoliticamente.”

L’importanza del vaccino russo come strumento geopolitico sembrerebbe confermata dai documenti segreti del Dossier Center di Londra: si legge di un piano del braccio destro di Putin Kostantin Malofeev, dove nel marzo 2021 si prevedeva la creazione di una rete occulta nota come Altintern, alla quale dovevano aderire politici stranieri e dove il vaccino Sputnik doveva essere la strada per ripristinare i rapporti con i partiti euroscettici col fine di bloccare la politica sanzionatoria di Bruxelles.

La scheda del servizio: DALLA RUSSIA CON AMORE di Danilo Procaccianti

Collaborazione Federico Marconi

Il 22 marzo 2020 in piena pandemia sbarcano all'aeroporto di Pratica di Mare 104 militari russi. Sono destinati a Bergamo, in quel momento fra i luoghi più colpiti al mondo dal virus pandemico. Dovevano portare aiuti e medici ma erano perlopiù esperti di guerre batteriologiche. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina anche quella missione è sotto la lente d'ingrandimento del Copasir, l'organismo parlamentare di vigilanza dei nostri servizi segreti. È stata solo una missione di aiuto o i russi hanno fatto spionaggio militare e sanitario?

L’attività di spionaggio in Italia

In che modo si è mossa in Italia (e in Europa) la rete di spionaggio russa per carpire qualsiasi informazione utile, sulle strutture di difesa, sui nostri punti critici?

Della presenza di questa rete in Italia ce ne siamo accorti nel marzo del 2021 con l’arresto del capitano Walter Biot da parte dei carabinieri del Ros a Spinaceto (Roma): l’ufficiale è accusato passato dei documenti segreti della Nato alla federazione russa. Al momento dell’arresto era in servizio presso lo Stato Maggiore della Difesa al reparto di direzione strategica e politica delle operazioni, incaricato di gestire flussi di informazioni altamente sensibili e coperte dal segreto. Una grana diplomatica internazionale per il nostro paese che obbliga il ministro della Difesa Guecrini a riferire alle commissioni difesa di Camera e Senato: “chi è accusato di questi crimini ne dovrà rispondere di fronte alla legge ma vorrei dire che ancora una volta i valori e le esperienze delle nostre forze armate sono altro rispetto a quanto si è evidenziato in questa bruttissima vicenda.”

Walter Biot è stato arrestato dopo un lungo pedinamento da parte del Ros, che lo ha seguito in quel pomeriggio del 30 marzo 2021 da Spinaceto fino al quartiere dell’Eur, in cui sarebbe avvenuto lo scambio di documenti con un agente diplomatico russo, Dimitri Ostrukov. È su quest’ultimo che sono stati rinvenuti i documenti segreti, contenuti dentro una scheda microSD

A seguito dell’arresto dell’ufficiale vengono espulsi due funzionari dell’ambasciata russa, l’addetto militare Nemudrov e il colonnello Dimitri Ostroukhov, un altro diplomatico proveniente dal GRU, il servizio segreto militare. Secondo i nostri servizi di intelligence erano entrambi impegnati a cercare prove di intesa tra la Nato e il presidente ucraino Zelenski.

“Erano due diplomatici che si occupavano della questione della Difesa e della sicurezza, quindi due addetti alla difesa dell’ambasciata russa in Italia” spiega a Report Tiberio Graziani – presidente di Vision e Global Trends: Graziani non è solo un esperto di Russia ma è anche uno dei soggetti filo russi indicati da una discussa pubblicazione curata dai docenti Olga Bertelsen e Jan Goldman e distribuita dalla Columbia University, anche se in realtà Il saggio è stato in realtà pubblicato da ibidem Press, una casa editrice tedesca con sedi a Stoccarda e ad Hannover.

Tiberio Graziani è stato inserito nelle famose liste dei putiniani, pubblicate da alcune delle testate nazionale più schierate sul fronte bellicista: la sua analisi a Report prosegue
“L’Italia è stata per motivi storici in paese schierato nell’orbita occidentale che ha avuto la funzione anche di essere mediatore tra il blocco occidentale e la Russia, in particolare la Russia sovietica, ma questa tradizione, questa funzione l’ha mantenuta anche dopo il collasso dell’Unione Sovietica”.

Lo scorso marzo l’ambasciatore russo Razov nella sua conferenza stampa di fronte al palazzo di Giustizia a Roma, è tornato sulla questione dei rapporti diplomatici tra Russia e Italia: “io ho lavorato coi governi di Letta, Gentiloni, Renzi e adesso con il governo di Draghi, in tutti questi anni io e i miei colleghi abbiamo fatto di tutto per costruire i ponti. Adesso con rammarico devo constatare che quello che è stato fatto viene smontato.”

La scheda del servizio: SPY GAME Di Daniele Autieri

Collaborazione Federico Marconi

Il 30 marzo del 2021 il capitano di fregata Walter Biot, in servizio presso il III Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, viene arrestato con l’accusa di aver venduto segreti militari della Nato alla Russia. Tra i documenti sequestrati anche il Reperto S, un’analisi della Nato sulle attività destabilizzanti della Russia in Ucraina. Gli uomini del Ros dei Carabinieri lo trovano in macchina con un addetto militare russo di nome Dmitri Ostroukhov, un uomo proveniente dal Gru, il servizio segreto militare di Mosca. Il giorno dopo l’arresto Ostroukhov viene espulso e insieme a lui viene espulso anche l’addetto navale dell’Ambasciata russa in Italia, Aleksej Nemudrov, il numero due dei diplomatici russi nel nostro Paese, l’uomo che aveva gestito la logistica della missione sanitaria russa in Italia del marzo 2020.

A un anno di distanza, il 5 aprile scorso, 30 diplomatici russi vengono espulsi dal Ministero degli Esteri perché accusati di condurre operazioni di spionaggio sul suolo italiano. Nel complesso, l’Europa espelle 149 diplomatici della Federazione Russa.

Che relazioni ci sono tra le attività dei due uomini espulsi nel caso Biot e i 30 addetti russi definiti dal Presidente del Consiglio Mario Draghi “pseudo-diplomatici”? E che tipo di documenti segreti nell’ambito delle attività dell’Alleanza Atlantica cercavano le spie russe in Italia?

Morire sul lavoro

In Italia si muore sui luoghi di lavoro: si muore per delle fatalità, ma si muore anche per assenza di formazione, perché i dispositivi di sicurezza vengono disattivati, per aumentare la produzione delle macchine (a chi importa delle persone, tanto?). E’ quello che è successo a Luana D’Orazio il 3 maggio 2021, inghiottita dall’orditoio su cui stava lavorando, che l’ha uccisa sul colpo. E’ quello che è successo il 5 maggio a Cristian Martinelli stritolato da un tornio verticale.. è solo una parte del bollettino di una guerra che ogni anno miete centinaia di vittime senza distinzione di sesso.

“Il meccanismo è sempre quello” spiega a Report Renato Delaini, esperto di sicurezza dei macchinari “c’è un macchinario che si muove e che prende la persona.” Magari hai litigato con la morosa, magari sei preoccupato per la figlia, magari hai fatto nottata il giorno prima, però il castigo non può essere la morte per una disattenzione.

I macchinari che popolano le nostre fabbriche hanno una forza spaventosa, racconta Giuliano Marrucci, se entri in contatto con una parte in movimento non c’è scampo, eppure il modo per renderle sicure c’è: alla Trebi di Brescia, azienda con 25 dipendenti, mettono assieme casottini come questi per la lavorazione dell’alluminio, dove la macchina è bel lontana dall’uomo.

In questa azienda non hanno mai avuti incidenti con le macchine, ad oggi hanno venduto 500 macchine in tutto il mondo: se le macchine si progettano per essere sicure, se si mette la sicurezza come standard aziendale, l’incidente non può succedere.

A garantire che la macchina è sicura dovrebbe essere il marchio CE: ma si tratta di una autocertificazione che rilascia il fabbricante. A questo si deve aggiungere che spesso i tecnici della prevenzione dell’ASL vanno di fretta, perché sono sempre meno per fare i controlli: dal 2008 ad oggi sono passati da 5060 a 2248 (ultima rilevazione nel 2019). E non finisce qua: anche quando il tecnico della prevenzione dell’ASL riesce ad individuare una macchina che potrebbe causare un incidente, si limita a passare la palla ad una commissione interministeriale coordinata dal min. dello Sviluppo che si dovrebbe riunire circa una volta al mese per valutare la segnalazione.

Ma per un paio d’anni la commissione non si è mai riunita, per cui le macchine sono rimaste in circolazione, racconta Susanna Cantoni della Consulta italiana di prevenzione, “è un brutto segnale.” Uno degli incidenti più diffusi è quello legato all’uso del trattore, con piccoli accorgimenti si potrebbero salvare oltre 120 vite l’anno, per esempio adottando le cinture di sicurezza oppure cabine che proteggono l’operatore in caso di ribaltamento, i costi non sono neanche tanto pesanti – prosegue Cantoni, poche centinaia di euro per le cinture e mille-millecinquecento euro per gli interventi più complessi e salverebbero più di cento vite l’anno.

“Peccato che da molti anni si aspetti il decreto che obbliga in caso di revisione ad attuare questa misura di sicurezza.” In caso di revisione controllano il freno, la freccia ma i presidi salvavita non vengono guardati.

La scheda del servizio: MACCHINE MORTALI di Giuliano Marrucci

Le pagine di cronaca continuano ad essere riempite da casi di morti sul lavoro dovuti a qualche macchinario industriale. E la dinamica è sempre la stessa: c'è qualche componente meccanica che si muove e qualcuno che ci rimane incastrato dentro. Se venissero rispettate le regole, non dovrebbe proprio accadere. Mai. Il problema è che a garantire la conformità dei macchinari è un'autocertificazione, e a controllarle ex post, delle 5 mila persone impiegate nelle ASL nel 2008, ormai ne sono rimaste poco più di 2000 e quando trovano qualcosa che non va, lo devono comunicare a una commissione interministeriale, che però non s'è riunita per due anni.

Quanto sono protetti i nostri dati sensibili

E’ notizia di questi giorni l’attacco di hacker sulle strutture informatiche dell’ATS Insubria in Lombardia: ma questo è solo l’ultimo di una serie di attacchi tra cui quello del dicembre scorso quando i sistemi informatici dell’Azienda Sanitaria 6 Euganea andarono in tilt a seguito di un attacco hacker. Un attacco vile, lo descrive il direttore del’ULSS 6 Paolo Fortuna, perché colpisce la sanità e dunque i soggetti più inermi, proprio nel mezzo dell’ondata di contati per covid dello scorso inverno: furono sospesi i CUP, le analisi, i prelievi, le liste di attesa per i tamponi e ovviamente anche gli hub vaccinali.

La scheda del servizio IL VIRUS DEL RISCATTO di Lucina Paternesi e Goffredo De Pascale

Basta un clic per consegnare nelle mani dei criminali informatici l'accesso a tutti i nostri dati. Nel 2021 si sono registrati oltre 2000 attacchi informatici gravi, il 10% in più rispetto all'anno precedente. Le cyber gang lavorano come la criminalità organizzata e gli obiettivi sono sempre più istituzionali perché l'imperativo è fare business: sfruttando le vulnerabilità dei sistemi esposti in rete riescono a risalire le reti aziendali con privilegi da amministratori e poi sferrano l'attacco ransomware, cioè bloccano macchine e dati rendendoli illeggibili per poi chiedere un riscatto. Dopo Regione Lazio, sono state vittime di ransomware anche l'Asl3 di Napoli, alcune strutture ospedaliere di Milano e, a fine 2021, anche l'Ulss di Padova. È bastato avere una copia di backup di tutti i dati per limitare i danni? Chi deve mettere al riparo i dati sensibili dei cittadini?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 febbraio 2022

Presadiretta – il salario minimo

Poche ore prima della trasmissione uno studente di 16 anni è morto in un incidente stradale mentre stava completando uno stage aziendale: è l'ultima disgrazia sul lavoro e purtroppo non sarà l'ultima. E’ cominciata con una notizia di cronaca la puntata di Presadiretta che ha raccontato delle morti bianche (una strage che sembra non fermarsi mai), dei salari da fame, del far west dei contratti, dei controlli insufficienti.

Quando il lavoro viene spezzettato, destrutturato, anche il lavoratore rischia di fare la stessa fine: schiacciato da una gru o stritolata dentro una macchina tessile, come successo a Luana D'Orazio, morta a Prato lo scorso maggio e che il ragazzo e la mamma ancora non si riescono a spiegare. Luana parlava spesso del suo lavoro (dove aveva la qualifica di apprendista), delle condizioni di sicurezza dove lavorava, di come spesso dovesse rimanere sola davanti la macchina, di come tornasse spesso distrutta a casa.

Qualche settimana prima le era già capitato di rimanere agganciata alla staffa, quella sporgenza della macchina (l'orditoio) a cui lavorava, ma era riuscita a sganciarsi.

Sula macchina che doveva controllare le protezioni di sicurezza erano state rimosse da tempo, sono state rinvenute delle ragnatele sulla grata che mantiene l’operatore lontano dagli ingranaggi: se i dispositivi fossero stati attivi l'incidente non poteva accadere in nessun modo – racconta il consulente legale della famiglia.

La procura di Prato ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio per i due proprietari i quali, si difendono, affermano di non sapere nulla dei dispositivi e nemmeno della scarsa preparazione degli operai. Ma queste dichiarazioni cozzano con quanto hanno riportato i colleghi di Luana: i dispositivi erano tolti per aumentare la produzione, una prassi comune in tante aziende piccole e destrutturate.

Andare e lavorare e non tornare a casa no.. non lo accetti – racconta a Presa diretta il fidanzato – Luana è la mia ragazza e io con questa ragazza ci dovevo fare la vita, ma non gliel'hanno permesso.

Non si possono più accettare i discorsi “ma si è sempre fatto così”, con poca sicurezza, chiedendosi se la sera si torna a casa.

Le storie di chi muore su lavoro sono simili: storie di precarietà, di subappalti, di poca manutenzione e sicurezza per il profitto. Sfruttamento e dignità negata di chi lavora.

Il viaggio di Presadiretta nel mondo del lavoro parte da chi oggi sta cercando lavoro: i dati sull'occupazione sono positivi, dicono le statistiche, ma a trascinare la ripresa sono i contratti a termine, stagisti, part time. Tutti con salari da fame, con una media da 5 euro all'ora, sempre sotto i mille euro al mese.

Oltre 5 milioni di lavoratori guadagnano meno di 830 euro al mese: sono le 830mila persone che tengono in piedi i beni culturali nei musei, che guadagnano a full time 1100 euro al mese.

Guide, archeologi, archivisti, addetti alle biglietterie e allo shopping sono tutti assunti in modo esternalizzato, a volte anche liberi professionisti.

Come Cristina Chiusura, fondatrici dell'associazione Mi riconosci che si sta battendo per eliminare il volontariato e il tirocinio dentro musei e luoghi d'arte, una prassi comune da nord a sud, a Senigallia persino il direttore del museo è a titolo gratuito.

C'è una classe imprenditoriale che sta facendo i soldi (sulla cultura) sfruttando una marea di giovani, preparati e pagati poco: ad ogni bando fatto nei musei, ad ogni appalto, lo stipendio si livella verso il basso.

Così si sta formando un capitale umano che lavora con contratti precari mentre il ministero dei beni pubblici lamenta una carenza di personale: la politica ha fatto la sua parte con la bulimia delle riforme del lavoro che hanno svalutato la dignità dei lavoratori e smantellato i loro diritti – spiega Marta Fana, ricercatrice italiana molto dentro le dinamiche del mondo del lavoro.

Stiamo producendo un mondo del lavoro più povero è anche più vulnerabile: l'Italia è l'unico paese dove in dieci anni i salari sono calati, -2,9%, perfino la Grecia ha visto crescere i propri salari.

Paghiamo poco perfino gli operatori socio sanitari, gli archeologi che proteggono i nostri tesori, quelli che consideriamo il nostro “petrolio”.

Chi entra nel mondo del lavoro si sente dire che l'importante è la visibilità che ti viene data, “inizia a lavorare e poi si vede”, nel mondo del giornalista e dei pubblicisti poi è tornato il cottimo, quello di Lulù del film di Elio Petri.

C'è poi il problema del nero, nei ristoranti e nei bar, persone assunte per lavorare poche ore e che invece sono costrette a turni lunghissimi: le loro storie sono raccolte sulla pagina del partito Possibile, storie di baby sitter, baristi, perfino architetti, giornalisti, laureati, persone che lavoravano, con contratti a termine che nemmeno gli consentono di vivere dignitosamente.

Si arriva al paradossi di dover pagare per lavorare: avete capito bene, ad un ragazzo con uno di questi contratti a termine è stato proposto dal suo capo di chiedere un mutuo per poter colmare il salario insufficiente e poter vivere e lavorare in una città del nord.

Non è lavoro, è sfruttamento e questo sta diventando l'unico modo di far andar avanti il sistema: ci si sta assuefacendo a questo modo di concepire questo sistema.

Un sistema dove sei costretto a fare più lavori per sopravvivere, rischiando di sprofondare nella povertà, cosa più facile se sei al sud, se sei una donna, giovane.

Abbiamo salari bassi e una percentuale di part time non volontario più alto in Europa, il 49% delle lavoratrici assunte è a part time, per poche (anche tre ore) al giorno.

Come le signori delle pulizie, che prendono 9 euro all'ora: è il contratto di multiservizi, talmente vago che dentro trovi lavoratori della logistica e del mondo delle pulizie.

Sono le imprese che decidono quale contratto applicare ai lavoratori, avendo la forza e il potere di ricattare le persone che cercano lavoro: se non ti piace, troveremo qualcuno che sarà meno schizzinoso di te (o come diceva la ministra, choosy).

L'articolo 36 della costituzione parla di salario dignitoso, che dovrebbe consentire al lavoratore una vita libera: a questo si appoggia l'avvocato Fausto Raffone nelle sue cause di lavoro, contro contratti anticostituzionali che però continuano ad essere usati nel paese.

Sono contratti presenti nel registro del CNEL (in totale sono più di 900), siglati dai sindacati confederali e ideati dalla politica che non ha fatto nulla per limitarne la proliferazione.

Salari pirata – così li chiama il professor Lucifera, che consentono la competizione delle aziende italiane, piccole e poco tecnologiche, sul salario.

Servirebbe il salario minimo legale: questa la strada per uscire dal lavoro povero e dallo sfruttamento.

Il confronto dalla Germania.

In Germania il salario minimo esiste dal 2015, quando fu approvato da una maggioranza schiacciante: non si lavora per meno di 9,82 centesimi, una misura che coinvolge almeno 4ml di lavoratori.

Non è molto, ma è una garanzia per le persone: inizialmente i sindacati erano contratti perché temevano che il salario minimo ponesse un freno alla contrattazione collettiva (timori poi rivelati infondati).

Gli imprenditori sono contrari al salario minimo in Germania come in Italia: ma hanno capito che in una società ricca i salari da fame non sono più accettabili, soprattutto nella Germania nell'est.

La commissione Mindestlohn, composta da sindacati e tecnici, monitora l'andamento del salario minimo nel paese, che deve seguire il costo della vita affinché sia efficace.

Il salario minimo è servito ad eliminare il nero, ha fatto guadagnare tutto il sistema economico tedesco, facendo crescere il salario di intere categorie (la ristorazione, i servizi).

Non ha portato, come sostengono i liberisti, ad una maggiore disoccupazione, che avrebbe distrutto posti di lavoro: l'indice di disoccupazione è sceso dal 7 al 5%, si sono creati posti di lavoro nei settori con salari più bassi.

Il prossimo aumento del salario minimo in Germania crescerà a 10 euro al prossimo luglio, ma il cancelliere Scholz ha promesso di arrivare a 12 euro, una cifra che dovrebbe riguardare il 25% dei lavoratori, 10 milioni di tedeschi.

Il salario minimo non esiste in Svezia, Finlandia e Austria, poi Italia e Cipro, nonostante l'Europa chieda che questa misura sia rafforzata: la stessa presidente della commissione europea sta portando avanti una sua battaglia su questo, assieme al commissario europeo al lavoro che emanerà una direttiva sul lavoro per colpire proprio i salari bassi.

“Vogliamo una Europa che tuteli i propri lavoratori, che non faccia dumping” racconta ad Elena Stramentinoli: obiettivo dell'Europa è aumentare la contrattazione collettiva, avere salari più alti, investimenti in formazione.

Ma le associazioni industriali sono contrarie a queste scelte, che invece sono supportate dalla lobby dei sindacati riuniti, la confederazione dei sindacati rappresentata da Luca Visentini.

E in Italia? La proposta del salario minimo non è stata portata avanti dai governi recenti, nemmeno dal movimento 5 stelle.

Per il PD il salario minimo dovrebbe scattare per i lavoratori non coperti dal contratto collettivi nazionale, mentre per il m5s nella sua proposta dovrebbe essere una misura universale.

Per Sinistra Italiana il salario minimo dovrebbe essere fissato a 10 euro, mentre la contrattazione collettiva dovrebbe battersi per salari superiori a questa soglia.

Possibile, non rappresentata in Parlamento, porta avanti la sua proposta sul salario minimo.

Nella destra a favore c'è solo FDI, senza proporre una sua soglia di salario minimo, per non gravare sulle casse di una azienda.

Il ministro Orlando sarebbe anche favorevole, ma con l'accordo di sindacati e confindustria, ma prima vorrebbe rivedere i criteri di rappresentanza dei sindacati, perché ci sono aziende che firmano contratti con sigle sindacali fittizie, si tratta dei contratti pirata di cui si parlava prima, con salari al ribasso.

Si riuscirà ad arrivare al salario minimo in questa legislatura? Difficile, ammette il ministro, ma tutti sanno dei rischi di quanto potrebbe accadere con la somma di inflazione e salari bassi, potrebbe ridursi la domanda interna e questo bloccherebbe la ripresa del paese.

Questo mondo sul lavoro così strappato, parcellizzato, sono causa delle morti sul lavoro: il ministro Orlando vorrebbe applicare una norma al bonus del 110% per verificare che chi sta sui cantieri sia formato per quel lavoro, non avere più muratori improvvisati che per vincere appalti al ribasso non rispettano le regole di sicurezza.

Mattarella nel suo discorso ha detto “mai più morti sul lavoro”: ma c'è una relazione tra precarietà e morti, non sono due fenomeni disgiunti, se vogliamo ridurre i morti dobbiamo ridurre la precarietà.

Come succede nel settore della logistica, dove si rilevano cooperative in appalto o subappalto, persone costrette a lavorare più ore rispetto a quelle del contratto. Persone costrette a subire ricatti se non si piegavano alle richieste dei capi, come succede per esempio nel mondo della logistica.

La logistica non ha conosciuto crisi durante il lockdown eppure queste persone, con contratti part time, sono state trattate peggio delle bestie.

Alcuni di loro sono stati lasciati a casa con un whatsapp, come successo alla Logista: le aziende del settore cercano sempre di pagare meno le persone, niente sindacati, solo cooperative da aprire e chiudere alla bisogna.

Cooperative che prendono personale senza formazione, dove non ti puoi permettere di scioperare e manifestare, di chiedere maggiore sicurezza per il tuo lavoro.

Siamo schiavi e dobbiamo lavorare come macchine” racconta un ragazzo che lavora nella logistica.

Uno di questi, un ragazzo di 22 anni, è morto schiacciato da un camion al terzo giorno di lavoro: aveva ricevuto la sufficiente formazione dall'azienda?

La precarizzazione aumenta il rischio di incidenti sul lavoro, lo certifica anche un rapporto della UIL, sui dati dei primi mesi del 2021, quando abbiamo registrato un infortunio ogni otto ore, una cosa inconcepibile con tutte le tecnologie e le norme sulla sicurezza che abbiamo, ma spesso assenti nei cantieri, dove i controlli dicono che l'80% non rispetta le norme sulla sicurezza.

Il governo, all'indomani dell'incidente di Torino (la gru caduta ammazzando tre operai), ha deciso di assumere mille nuovi ispettori: ma non basta, racconta l’ingegnere della sicurezza Marco Palombarini

Noi abbiamo 1,8 milioni di aziende in Italia e abbiamo circa 3-4mila ispettori del lavoro [sono poco più di 4mila] che si occupano di tutto, non solo dei controlli: è stato calcolato statisticamente che un’azienda può subire un controllo ogni 11 anni e mezzo. Io mi chiedo se dobbiamo affrontare questo oceano infinito pensando che questi poveri ispettori risolvano il problema. Andrebbe ribaltato il discorso, l'imprenditore dovrebbe vedere un vantaggio nell'etica sul lavoro, se sei un'azienda che rispetta le norme sulla sicurezza hai un vantaggio negli appalti.”

E’ una proposta interessante, una sorta di patente a punti o una corsia preferenziale per le aziende che non registrano incidenti e che dimostrano di essere a norma.

I fondi di investimento che controllano le aziende

Basta lavoratori usa e getta, basta risparmiare sulla sicurezza e basta con la finanziarizzazione delle aziende: la fine del blocco dei licenziamenti decisa dal governo Draghi a maggio 2021, ha portato ad una serie di licenziamenti di aziende controllate da fondi di investimenti stranieri.

Come successo alla Gianetti ruote in Brianza: i fondi non puntano se non ad un ritorno immediato dei loro soldi, nessun investimento a lungo termine.

La crisi della Gianetti, di proprietà del fondo Quantum Capital, nasce anche dalla crisi del settore auto: ma è possibile che in Italia le politiche industriali siano decise da un fondo finanziario?

Il fondo Quantum nel 2019 aveva comprato anche uno stabilimento a Brescia dalla Gkn che è rimasto aperto a differenza di quello brianzolo: qui però le persone sono comunque preoccupate per il loro posto, per gli investimenti non fatti e per il loro futuro.

La Gianetti ha chiuso perché i bilanci erano in perdita, per il costo dell'acciaio, perché lo stabilimento era poco produttivo dice la Qauntum che è un fondo di investimenti molto diversificato: il loro mestiere è prendere il buono dalle aziende che acquisiscono (a poco prezzo perché in crisi) e tagliando via quello che non va bene, un taglia e cuci, che porta allo smantellamento delle aziende, spesso in crisi e manda in crisi le persone che ci lavorano.

La politica, nazionale e locale, non ha fatto alcuna moral suasion per scongiurare questi casi: i sindacati della Gianetti avevano espresso i loro timori alla regione Lombardia, temevano che la multinazionale non volesse tenere due stabilimenti nella stessa zona.

Cosa che poi si è verificata coi 152 licenziamenti. Una sconfitta delle istituzioni, di fronte ad una multinazionale che lascia a casa le persone con una mail o con un sms.

Come ci si difende dall'attacco della finanza?

Dal 2015 al 2020 si sono contate 80 operazioni in cui fondi di private equity sono subentrati alla proprietà di aziende: molti di questi casi si sono conclusi male, con licenziamenti o chiusure.

Come è successo alla GKN: il fondo si chiama Melrose industries, che ha come obiettivi aziendali “compra, ristruttura e vendi”. Quello che per le persone è un massacro sociale è un investimento da far fruttare per il fondo.

A Ceriano per la Gianetti, come alla GKN di Campi Bisenzio è emerso il vero volto della finanza che sta dietro a parte del mondo dell’industria: non si guarda più all’economia reale, cioè l’investimento per far crescere il rapporto che esiste tra soldi e produzione – spiega a Presadiretta Anna Maria Romano di Finance Watch – ma semplicemente fra soldi e soldi.

Si passa da quella che era la tradizionale equazione denaro – merce - denaro ad un’equazione completamente differente che significa denaro – denaro – denaro.”

Obiettivo di Melrose non è migliorare industrialmente un'azienda come la GKN: siccome l'azienda era in crisi, si sono tagliati i costi, pur di mantenere il profitto e garantire i dividendi agli azionisti, “operazioni difficili ma necessarie”, ammette il fondo in un suo rapporto.

Lo studio legale Lablaw che ha assistito la GKN, ha pure vinto un premio: un suo avvocato si è permesso pure di usare un'espressione quantomeno inopportuna contro chi ha sollevato critiche, definendoli “rosiconi”.

Eppure c'erano stati accordi alla GKN dove non si parlava di licenziamenti, c'era stato un trimestre positivo, forse c'era una possibilità di reindustrializzare lo stabilimento.

Ma l'avvocato non lo sa, lui ha fatto il suo lavoro.

Il governo avrebbe potuto fare di più contro queste situazioni?

Le multinazionali non si fermano con dei decreti, racconta il nuovo imprenditore che sta riprendendo gli stabilimenti di Campo Bisenzio: non le fermi con la forza ma con l'intelligenza.

Nel decreto anti delocalizzazione sono presenti norme che prevedono delle sanzioni per le aziende che licenziano senza un minimo di preavviso, che non fanno tavoli.

La politica industriale fatta dal governo dovrebbe incentivare i buoni investimenti, in settori realmente produttivi, legati alle rinnovabili e non a settori decotti.

Ma c’è un altro modo di fare impresa

Nei Paesi Baschi Presadiretta è andata ad incontrare la Mondragon corporation, una prima esperienza di democrazia industriale, che parte dalla scuola, dalla formazione, per un modello di impresa a misura d'uomo, con cooperative gestite in modo efficiente e rapido come le più grandi multinazionali al mondo.

Sono cooperative dove i dipendenti sono proprietari della fabbrica, dove non importa il profitto a breve perché vogliono lasciare qualcosa di importante alle future generazioni.

Solidarietà e innovazione, investimenti per nuovi prodotti e una forte attenzione a mantenere basso il gap salariale tra manager e operai (massimo 1 a 6).

17 ottobre 2021

Fate presto

Anche ieri due morti sul lavoro, dopo i 4 morti di venerdì. Fate presto, governo dei competenti, perché questa strage è intollerabile, anche una morta è troppo.

Il tempo per le discussioni e per le attese è finito: va creata una banca dati nazionale sugli infortuni, va creata l'aggravante del delitto colpo sul lavoro, va posta attenzione al tema dell'amianto (che continua ad uccidere gli operai che lavorano alle vecchie fabbriche e alle vecchie case costruite negli anni sessanta).

Mentre in Germania la coalizione tra verdi, social democratici e liberali (tedeschi, non italiani) sta discutendo di alzare il salario minimo a 12 euro (e a superare il modello Hartz 4), in Italia ancora non abbiamo un salario minimo, ci sono intere sacche di lavoratori che pur avendo un lavoro e un salario sono in una situazione di semi povertà.

Fate presto ad approvare questo salario minimo. Capisco che questo tema non appassioni (per usare un eufemismo) la destra italiana, e nemmeno parte del PD troppo attento a non scomodare le imprese.

Ma fate presto, questa povertà, queste situazioni di difficoltà, associate a chi sta perdendo il lavoro (magari per colpa delle delocalizzazioni) porteranno ad un clima di maggiore tensione nei prossimi mesi.

Fate presto. Qui non si tratta di Green pass, ma di vivere e lavorare dignitosamente, di tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Qui è in ballo il collante di questa repubblica fondata sul lavoro, che deve essere ben retribuito, sicuro, tutelato.

03 ottobre 2021

Nel migliore dei mondi possibili

E' stata una settimana difficile, nonostante lo smart working mi consenta di lavorare da casa (alla faccia del PIL e del benessere di bar e caffè di Milano).

Difficile per il dover inseguire tutte le notizie, quelle a livello nazionale. Difficile anche per i problemi della vita di tutti i giorni.

La vicenda Morisi, la condanna dell'ex sindaco di Riace Lucano, a Milano l'incontro dei "giovani" per discutere del clima, l'accusa di fare solo bla bla e le rassicurazioni dei grandi, da Draghi e Cingolani.

L'inchiesta di Fanpage su Fratelli d'Italia, i finanziamenti black (da verificare, certo), le espressioni fasciste (e non è solo goliardia).

E, per effetto di una parte della riforma Cartabia (che sostituisce la prescrizione con l'improcedibilità), la possibilità che in un futuro non si possa fare più cronaca giudiziaria (e memoria storica) per il principio di non colpevolezza, fino a sentenza definitiva. In aggiunta al diritto all'oblio per cui domani non potremmo più ricordare processi finiti con una sentenza di non colpevolezza (che si tratti dei vertici di Banca Etruria o di mafia capitale).

Racconteremo la storia della trattativa stato mafia e del terrorismo mafioso con tanti omissis ***?

E come racconteremo Piazza Fontana? Potremo tirare in ballo ancora Freda e Ventura, Digilio e gli altri ordinovisti?

Da una parte, seguendo le notizie dei TG, l'impressione di vivere nel mondo migliore possibile o quasi.

Dall'altra le morti sul lavoro, la crescita economica basata su lavori precari e mal pagati, la cancellazione (dalla discussione politica e dai piani del governo Draghi) del salario minimo perché tanto c'è la contrattazione nazionale (peccato che nei contratti di categoria si possa andare in deroga), come se fossero cose distinte.

Da una parte le belle parole sulla transizione ecologica, dall'altra l'inchiesta di Presa diretta di lunedì scorso che ci ricorda quanto sia potente ancora l'industria del fossile, di quanto siano poco "green" i piani di Eni ed Enel, delle centrali a gas ancora in funzione, delle perdite di metano nella rete Snam (che solo Snam sta monitorando).

E poi c'è la vita di tutti i giorni: delle famiglie con figli che, quando si ammalano, devono arrangiarsi nel contattare il pediatra, tenerli a casa (e come, se non si ha smart working?) oppure fargli un tampone da privato.

I problemi di ieri sono rimasti al loro posto: la scuola, la sanità pubblica, i medici di base che mancano.

L'ultima perla, l'obbligo dello SPID per accedere ai servizi regionali come il fascicolo sanitario, nato dal decreto semplificazioni del 2020.

Ogni identità digitale deve essere legata ad una email e ad un numero di cellulare.

Chi ha fatto la legge avrà pensato ai tanti anziani o alle persone in difficoltà (di tutti i tipi)?

Oppure avrà come al solito pensato che era problemi che si possono scaricare sulle famiglie?

30 maggio 2021

Arriva il boom

 


Per capire il mood, il sentiment che gira attorno al governo Draghi, basta guardare le prime de La Stampa e di Repubblica.

L'estate della ripartenza, dice Confindustria. Nelle pagine interne una bella intervista a Brunetta (ve lo ricordate, il ministro ultra berlusconiano, ora si fa intervistare da Repubblica, come cambiano i tempi..).

Brunetta, che poteva essere un nobel, ci dice che con la loro rivoluzione gentile porteranno l'Italia ad un nuovo boom.

Su La Stampa ci si dedica alla funivia: colpo di scena, tutti gli indagati sono stati scarcerati, nessun indizio di colpevolezza scrive il gip (ah, questo giustizialismo che colpisce tutti). Iniziate a prendere nota, tra due settimane sarà il solito errore umano, altro che imprenditori avidi.

Si è appena chiusa una settimana che, per me, è la cartina al tornasole dei tempi moderni che viviamo: la tragedia al Mottarone (e il forchettone per non fermare gli impianti per un controllo). Le due morti sul lavoro a Pavia (che si inseriscono in un lungo elenco di nomi, di persone morte sul luogo di lavoro). Il farmacista, il medico e l'avvocato che davano oppiacei ai lavoratori indiani nei campi dell'agro pontino affinché non si stancassero. I fanghi tossici sversati sui campi del nord'Italia e le risate dei due imprenditori dell'imprenditore e del geologo su quel bambino che avrebbe mangiato i frutti di quei campi.

E poi le polemiche sul decreto per le semplificazioni, fatto trapelare in bozza ai giornali per vedere l'effetto che fa (ma queste cose non le faceva Conte?), con dentro il minimo ribasso e l'assenza di vincoli sui subappalti.

Hanno chiesto cento sapendo che potevano puntare a 80, i competenti del governo: il minimo ribasso non c'è, forse, e la regola del subappalto rimane al 50% del totale ma fino ad ottobre.

Niente da fare sulla tassa di successione, perché non è tempi di prendere, e nemmeno sui licenziamenti.

Che succederà tra un mese, con la fine del blocco (che comunque non ha evitato i licenziamenti per cessazione di attività come quelli della Disney Italia, che pure ha goduto della cassa integrazione) e con la fine del blocco degli sfratti a settembre?

A leggere i giornali questo paese ha bisogno di cene, aperitivi, vacanze, di ripartire. Arriva il boom, avete lettoMa chi se lo prenderà questo boom?

Questo paese avrebbe bisogno di case, di una riqualificazione dei quartieri che non scacciasse via le persone in difficoltà, di sicurezza ma intesa come sicurezza sul lavoro, a scuola, di una sanità che funziona.

E invece ci ritroviamo a chiedere scusa ai politici finiti sotto processo (e dopo le assoluzioni nascondo i fatti). Ci troviamo a sentire gli esperti di virologia laureati sui social attaccare Galli perché a maggio i numeri del contagio sono positivi (visto, aveva ragione Draghi col suo rischio calcolato?).

E' tempo di restaurazione, altro che ridistribuire, di diritti sociali, di equità.

17 gennaio 2018

Ti ricordi ancora della sicurezza sul lavoro?

In una campagna elettorale basata sul poco o nulla, all'improvviso la cronaca ci riporta coi piedi per terra: si passa, purtroppo, dal discutere del voto utile, degli immigrati che ci invadono e che vengono qui a delinquere, delle case chiuse, della razza bianca a rischio estinzione, alla tragica morte di tre persone, operai della Lamina morti intossicati a Milano.
A rischio estinzione forse sono più le tute blu (te li ricordi ancora gli operai, quelli che lavorano in fabbrica, nelle campagne, nei poli della logistica?), visto che nel 2017 le morti bianche sono cresciute del +5% come anche gli incidenti.
Eppure ci sono le leggi che pure sono buone (lo dice il magistrato torinese Guariniello in un'intervista al Fatto Quotidiano da Ferruccio Sansa):

Raffaele Guariniello, lei da magistrato e oggi nel suo impegno per il Parlamento ha dedicato la vita alla sicurezza sul lavoro. Ma la battaglia non è ancora vinta. Perché?Nel 2008 era stato fatto un ottimo testo unico sulla sicurezza. Ma non bastano ottime leggi, se poi restano sulla carta. Primo, c’è un problema di vigilanza. Gli organi competenti ci sono, anzi, sono quasi troppi. Ma poi servono organici e professionalità. Ancheil nuovo ispettorato non ha i mezzi. Ci sono città che hanno uno o due ispettori. Senza una vigilanza sistematica e organica non si ottiene nulla. 
E la magistratura?I processi penali non vanno bene. In alcune zone d’Italia non vengono proprio fatti. Altrove c’è troppa lentezza.Leggo tante sentenze della Cassazione che dicono: il reato c’era, ma è prescritto. Tra gli imprenditori si diffonde un senso di impunità. Peggio:chi rispetta le regole finisce per avere uno svantaggio nei confronti dei disonesti.
E i manager condannati non finiscono in galera...Già, il caso Thyssen. Con la Germania che non ci consegna i manager tedeschi responsabili della tragedia. Eppure l’Italia era all’avanguardia nella tutela della sicurezza. 
 
Cosa è successo?Quando vado all’estero si stupiscono delle nostre inchieste sulla sicurezza e le malattie professionali. Perché noi abbiamo due vantaggi: avevamo le leggi migliori e una magistratura indipendente dall’esecutivo. A Parigi la procura ha appena chiesto l’a r c h i v i azione nei processi per i morti d’amianto. 
Allora perché non riusciamo a far rispettare le leggi?Sono d’accordo con il presidente Sergio Mattarella: bisogna rendere effettive le leggi. Servono più risorse. Ed è essenziale una magistratura specializzata in una materia tanto complessa e delicata.Giudici che sappiano fare indagini veloci per evitare la prescrizione. E che conoscano le leggi e sappiano a chi affidare le perizie. Perché servono tecnici capaci e senza conflitti di interessi. Oggi poi esiste il divieto di stare in un gruppo specializzato per più di dieci anni. A me è capitato di perdere in un colpo sette giudici specializzati in materia di sicurezza sul lavoro.  
Ma questa legislatura che sta finendo come si è comportata in materia di sicurezza dei lavoratori?Il governo non può pensare di fare solo le leggi. Deve anche fornire le risorse. E poi ci sono stati casi di nuove norme che sono consapevolmente incomprensibili e oscure. Vedi quella sul ‘lavoro agile’ cioè l’occupazione del futuro  che si fa in parte nei locali dell’impresa e in parte fuori. La disciplina sulla sicurezza è incomprensibile, i datori di lavoro non sanno come comportarsi. Era stato anche fatto notare, ma si è detto che bisognava fare velocemente. Che i dubbi sarebbero stati chiariti dopo. In questa campagna elettorale si parla tanto di ‘competenza’. Penso che ce ne vorrebbe molta in Parlamento. Anche in materie complesse e delicate come il lavoro. Senza controlli e regole chiare si continuerà a morire. Come e più di prima.

Leggi chiare e più personale per vigilare la loro applicazione.
Perché a differenza dei reati percepiti e del senso di insicurezza che viene gonfiato da tg e dalle sparate dei razzisti all'italiana, qui parliamo di reati veri, di delitti veri, di persone vere.
Anche questo dovrebbe essere argomento da campagna elettorale, non Spelacchio o i numeri del PIL o dell'occupazione sparati a caso.

31 maggio 2012

Morire per lavoro


“O lavori con le scosse o ti metti in ferie”: l'articolo di Emiliano Liuzzi su Il fatto quotidiano.

Ventiquattro ore dopo la scossa che ha sepolto i lavoratori, distrutto capannoni, viene da chiedersi perché fossero lì dentro a lavorare e non, come tante altre persone all'aperto, a preoccuparsi della loro pellaccia più che dei bilanci da fare, del premio produttivo da raggiungere, dello stipendio. Volontari in barba alle leggi della natura? Manco per idea. In molte aziende, quelle piccole, da dieci, quindici dipendenti, le richieste le ha fatte il direttore generale, il padrone direttamente, il ragioniere dell'amministrazione. “Noi siamo qui”, ha detto il piccolo imprenditore di turno via telefono ai suoi dipendenti. Un “noi siamo qui” che in molti casi ha suonato come “meglio che rientriate, perché se non lavoriamo oggi è un problema mio, domani un problema vostro”. Lo raccontano al Fatto Quotidiano non una, ma diverse persone. Tanti immigrati tunisini, ripresi anche in video. “Evitatemi di finire licenziato, proprio io che sono tornato a lavorare”, dice uno degli ospiti del campo allestito a Cavezzo. “Mi hanno costretto e sono rientrato”. Lo dice anche il marito di una donna che la mattina di lunedì 21 maggio è stata “gentilmente” invitata a rientrare. “E mia moglie è andata. Lavora in un'azienda del settore della meccanica da 20 anni. È tornata in ufficio. Si è salvata per miracolo, è stata l'ultima a uscire dalla porta d'emergenza. Il caso di mio zio – prosegue l'uomo – la dice ancor più lunga. Lo hanno chiamato i colleghi e spiegato che sul cancello della ditta c'era un cartello, che era meglio che passasse a leggerlo. Che cosa c'era scritto? Invito molto armonioso e gentile: c'è stato il terremoto, ma la vita continua. Chi vuole lavora, gli altri possono prendersi le ferie. Liberissimi di farlo”.
   ECCO PERCHÉ non c'era nessuno nelle case, ma c'erano molte persone a lavorare. Non è successo niente di diverso. Alla Haemotronic gli operai nella maggior parte dei casi sono assunti con contratto a tempo. In questo caso non c'è stata nessuna pressione per tornare, ma sotto le macerie sono morti i precari. L'azienda è un colosso della biomedica, i problemi non c'erano, ma avevano la certificazione per tornare al lavoro. Nessun rischio, nessun pericolo. Le pareti por-tanti hanno resistito, è il resto che è crollato.
   D'altronde avere l'agibilità, anche in casi di massima emergenza, è un gioco da ragazzi . Basta un ingegnere pagato dall'azienda che dice se è possibile rientrare. “Non potevamo prevedere un'altra scossa, non era prevista, eravamo convinti di poter lavorare”, dice uno dei soci della Haemotronic tra le lacrime, Mattia Ravizza. E nessuno mette in dubbio la sua parola. C'era anche lui lì, dentro, ha rischiato come gli altri. E non è un eroe.
   Ma quei lavoratori erano dove non dovevano essere. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Modena, Vito Zincani. E ha fatto capire dove andrà a parare la sua inchiesta. Strutture, progetti, direzione dei lavori. Ma soprattutto dovrà farsi spiegare perché a Medolla gli operai erano in fabbrica mentre il paese era quasi completamente evacuato. Chi ha dato l'agibilità, chi l'ha firmata? E perché tante di quelle carrozzerie che coprono così potenti motori del secondo comparto mondiale per la biomedica, dietro solo a Memphis per produzione, si sono sciolte come panetti di burro.

Ventiquattro ore dopo la scossa che ha sepolto i lavoratori, distrutto capannoni, viene da chiedersi perché fossero lì dentro a lavorare e non, come tante altre persone all'aperto, a preoccuparsi della loro pellaccia più che dei bilanci da fare, del premio produttivo da raggiungere, dello stipendio. Volontari in barba alle leggi della natura? Manco per idea. In molte aziende, quelle piccole, da dieci, quindici dipendenti, le richieste le ha fatte il direttore generale, il padrone direttamente, il ragioniere dell'amministrazione. “Noi siamo qui”, ha detto il piccolo imprenditore di turno via telefono ai suoi dipendenti. Un “noi siamo qui” che in molti casi ha suonato come “meglio che rientriate, perché se non lavoriamo oggi è un problema mio, domani un problema vostro”. Lo raccontano al Fatto Quotidiano non una, ma diverse persone. Tanti immigrati tunisini, ripresi anche in video. “Evitatemi di finire licenziato, proprio io che sono tornato a lavorare”, dice uno degli ospiti del campo allestito a Cavezzo. “Mi hanno costretto e sono rientrato”. Lo dice anche il marito di una donna che la mattina di lunedì 21 maggio è stata “gentilmente” invitata a rientrare. “E mia moglie è andata. Lavora in un'azienda del settore della meccanica da 20 anni. È tornata in ufficio. Si è salvata per miracolo, è stata l'ultima a uscire dalla porta d'emergenza. Il caso di mio zio – prosegue l'uomo – la dice ancor più lunga. Lo hanno chiamato i colleghi e spiegato che sul cancello della ditta c'era un cartello, che era meglio che passasse a leggerlo. Che cosa c'era scritto? Invito molto armonioso e gentile: c'è stato il terremoto, ma la vita continua. Chi vuole lavora, gli altri possono prendersi le ferie. Liberissimi di farlo”.
   ECCO PERCHÉ non c'era nessuno nelle case, ma c'erano molte persone a lavorare. Non è successo niente di diverso. Alla Haemotronic gli operai nella maggior parte dei casi sono assunti con contratto a tempo. In questo caso non c'è stata nessuna pressione per tornare, ma sotto le macerie sono morti i precari. L'azienda è un colosso della biomedica, i problemi non c'erano, ma avevano la certificazione per tornare al lavoro. Nessun rischio, nessun pericolo. Le pareti por-tanti hanno resistito, è il resto che è crollato.
   D'altronde avere l'agibilità, anche in casi di massima emergenza, è un gioco da ragazzi . Basta un ingegnere pagato dall'azienda che dice se è possibile rientrare. “Non potevamo prevedere un'altra scossa, non era prevista, eravamo convinti di poter lavorare”, dice uno dei soci della Haemotronic tra le lacrime, Mattia Ravizza. E nessuno mette in dubbio la sua parola. C'era anche lui lì, dentro, ha rischiato come gli altri. E non è un eroe.
   Ma quei lavoratori erano dove non dovevano essere. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Modena, Vito Zincani. E ha fatto capire dove andrà a parare la sua inchiesta. Strutture, progetti, direzione dei lavori. Ma soprattutto dovrà farsi spiegare perché a Medolla gli operai erano in fabbrica mentre il paese era quasi completamente evacuato. Chi ha dato l'agibilità, chi l'ha firmata? E perché tante di quelle carrozzerie che coprono così potenti motori del secondo comparto mondiale per la biomedica, dietro solo a Memphis per produzione, si sono sciolte come panetti di burro.

21 dicembre 2010

Lucarelli racconta la morte sul lavoro

Ascanio Celestini nella sua introduzione: si è perso l'identità del lavoro, l'orgoglio di appartenere ad una categoria, come gli operai delle acciaierie che i bambini di una volta andavano ad osservare al cambio turno.
Oggi, gli operai hanno perso coscienza di classe e compito dei registi (e degli attori) è raccontare l'individuo: perchè la lotta di classe oggi la fa il padrone.
Almeno la coscienza individuale, l'etica, la dobbiamo recuperare.

Tante storie, dal nord al sud, di lavoratori, raccoglitori di frutta, italiani e immigrati.
Come la storia di Fausto, a Prestine, trovato morto su una strada per un incidente di moto. Un incidente strano: una sola ferita in testa, ed è vestito in canottiera e calzoncini, il vestiario di quando lavora in cantiere. E anche la moto non è sua, ma del padre di un geometra.

Le indagini del Gip, che non crede all'incidente, raccontano un'altra storia. Fausto è morto nel cantiere dove lavorava in nero. I colleghi, o presunti colleghi, anzichè chiamare il 118, avrebbero avvertito il capo. E qualcuno avrebbe inscenato l'incidente in moto. Ma è solo una pista investigativa: al processo i testimoni ritrattano. Una brutta storia, non solo per la morte sul lavoro, ma perchè è una storia di omertà, minacce. Nel profondo nord.

La seconda scena è quella di un muratore marocchino, nel lecchese, abbandonato lunga una strada da due persone che prima l'hanno rapito, poi minacciato con una pistola: voleva incontrare il padrone per chiedergli dei soldi in arretrato. "se parli con la polizia sei morto"? Cosa dovrebbe dire alla polizia?
Avrebbe potuto raccontare delle minacce nei confronti dei lavoratori immigrati, clandestini, dunque più deboli e ricattabili. Da parte di imprenditori lecchesi, con legami a famiglie della ndrangheta del nord.
E di certo la ndrangheta, non ha cuore la sicurezza nei cantieri.

Altra immagine è quella dei colpi di fucile a Rosarno: siamo a gennaio 2010, Aiva è un raccoglitore di arance a Rosarno. Da un fuoristrada spunta un fucile da caccia. Cosa sta succedendo?
Chi sta sparando agli "africani", che qui vivono in una situazione di indigenza e povertà, in decine costretti a dormire assieme dentro cameroni. Come capitava agli italiani che dalle regioni del sud venivano a lavorare al nord. Spesso in nero, spesso con una paga inferiore. Perchè erano terroni.

A Salerno, a Casalbuono, in un laboratorio improvvisato, lavorava Giovanna. Non voleva studiare e aveva deciso di lavorare senza contratto in quel posto, per 1,5 euro all'ora.
E' morta, nel luglio 2006, in seguito ad una scintilla, un corto circuito, che ha fatto bruciare le imbottiture dei materassi che cuciva e da cui è uscito un gas, simile allo Zyklon B che i nazisti usavano per uccidere gli ebrei.
E' morta assieme all'amica perchè ai primi segnali di incendio, anzichè scappare, ha cercato dell'acqua per spegnere il fuoco.
Il responsabile del laboratorio è libero, oggi, in attesa del processo di appello.

Anche alla Thyssen Krupp, la squadra che lavorava per la produzione dei nastri di acciaio, è morta perchè dopo il primo principio di incendio, non è scappata. Anzi, han cercato di spegnere le fiamme con degli estintori vuoti.
Poi, dal cielo, da un tubo sono uscite delle gocce d'olio. E si è scatenato l'inferno.
Sono morti in sette: Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Antonio Santino, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi.

Una morte assurda, come assurda deve essere sembrata l'atto di citazione per danni che Claudio ha ricevuto da parte della Umbria Olii, dopo l'incidente in cui hanno perso la vita (esplosi per aria, letteralmente) 4 colleghi.
30 milioni di euro di danni, chiesti dal signor Del Papa, alle famiglie degli operai morti.
Assurdo. Come assurdo è morire per lavoro, in una nazione che all'articolo 1 della costituzione recita "l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro".

Assurdo perchè se ci fosse stato l'impianto antiincendio nello stabilimento di Torino, in viale Margherita, le vite dei 7 operai potevano forse essere salvate. Ma lo stabilimento era in dismissione e l'azienda non ha voluto spendere i soldi per la sicurezza.
C'è un processo in corso: per la strage della Thyssen (contro l'amministratore Harald Espenhahn e altri manager) e anche per l'incidente alla Umbria Olii.
Vedremo cosa dirà la giustizia e la magistratura, nel frattempo non possiamo che condividere le parole del collega Barbetta "non si può uscire di casa, andare a lavorare e non tornare più".

Cosa è diventato il lavoro oggi: solo un mezzo per fare soldi, al minor costo possibile e più in fretta possibile?
Questa è una incultura delle imprese che favorisce le morti sul lavoro.
Specie se a morire sono le persone indifese: come gli immigrati, i clandestini.
Lavoratori che si fanno male il primo giorno di lavoro, perchè è lì che i responsabili sono costretti ad assicurarli.

Costretti a subire minacce, come nella storia di Ion Cazacu: bruciato perchè aveva alzato la voce, per chiedere un suo diritto al padrone.
Come Jerry Masslo, morto a Villa Literno nel 1989: anche lui si era rifiutato di cedere di fronte ai suoi diritti.


20 dicembre 2010

La morte sul lavoro

Ascanio Celestini aprirà la puntata di stasera di Lucarelli racconta che parlerà delle morti sul lavoro e del mondo del lavoro: "un mondo del lavoro sempre più frammentato e convulso".
Il lavoro, fondamento dell’Italia democratica e della sua Costituzione, non solo è quello che permette di vivere ma è anche l’organizzazione della nostra quotidianità, ciò che ne stabilisce tempi e luoghi. Quando poi il lavoro è quello giusto, è anche un bel modo per realizzarsi. E tante cose, il lavoro, ma spesso è qualcosa che non dovrebbe essere. Nel 2009, in Italia, si sono infortunate sul lavoro 790.000 persone: più di 2000 al giorno. Di queste, 1.050 sono morte: quasi tre al giorno, inclusi i festivi.

Attraverso le storie tragiche di imprenditori e lavoratori tentiamo di raccontare cosa non funziona nella sicurezza sul lavoro, quanto è stato fatto per difenderla e quanto ancora ci sia da fare, per impedire che il lavoro, che dovrebbe portar vita, porti così spesso la morte.