30 giugno 2022

Una giornata cominciata male di Michele Navarra

 

Un nonno straordinario

Ivano Papa, a settantatré anni compiuti da una settimana e dopo oltre cinquanta di matrimonio, si era ormai abituato alle discussioni con la moglie. In realtà, non avrebbero nemmeno potuto definirsi “discussioni”, perché nei battibecchi con Margherita non c’era alcun scambio di opinioni e men che mai un esame approfondito di una questione di parte di due persone che espongono ciascuna le sue vedute.

Una giornata cominciata male è un giallo ambientato nel mondo forense,tra avvocati e magistrati: un mondo che l’autore Michele Navarra, avvocato penalista, conosce molto bene e le cui dinamiche verranno raccontate molto bene. I meccanismi della giustizia penale, le regole del codice, quelle scritte e quelle non scritte, l’importanza del garantire la migliore assistenza legale ai propri assistiti, cercando di mantenere un rapporto “alla giusta distanza” col proprio assistito. Giudici che applicano le leggi senza considerare troppo le conseguenze delle loro scelte e altri, invece, che rispettano la persona, le sue garanzie, i suoi diritti. Come prevede la Costituzione che, tra le altre cose, garantisce a tutti gli imputati il diritto ad una difesa, compito arduo talvolta quando capita di avere a che fare con persone con cui non vorresti averci niente a che fare, almeno nella vita di tutti i giorni, come il signor Federico Santini. Imprenditore romano di mezza età con qualche peccatuccio fiscale alle spalle, una ex moglie con cui si è lasciato male e una giovane fidanzata che lo aspetta a Capalbio con cui il rapporto sta diventando un po’ difficile.

Una giornata di merda, anzi la regina delle giornate di merda, pensò Federico Santini superando l’incrocio per Montalto di Castro in direzione Capalbio

In un serata di agosto, sotto una pioggia battente, proprio mentre sta raggiungendo Claudia, che negli ultimi tempi gli è sembrata distante, la sua auto investe un vecchio pensionato che gli stava inavvertitamente tagliando la strada. Nessuno lo ha visto e sulla macchina i segni dell’impatto non sono evidenti e così, vigliaccamente, Santini decide quindi di scappare, sperando di farla franca, senza sapere che due occhi nascosti hanno visto tutto.

Sono giorni difficili per lui: non c’è solo il rapporto con Claudia che sembra arenarsi, scatenando in lui pensieri di gelosia, c’è l’infamante accusa da cui deve difendersi in Tribunale. La ex moglie lo ha accusato di molestie nei confronti della figlia di una sua amica. Amica con cui lo stesso Santini aveva pure avuto una breve relazione..

Quella giornata iniziata male però, non è destinata a finire: pochi giorni dopo quell’incidente, dopo essere stato da Claudia, Santini si sveglia in una rimessa di barche con un forte mal di testa, senza alcuna memoria della serata precedente.

Non ricordava quasi nulla di quanto accaduto la sera precedente, aveva soltanto un vago ricordo di aver litigato furiosamente con Claudia e di averla addirittura… colpita.

Ma Claudia è morta: è stata accoltellata a morte nel suo appartamento dove Santini, arrivato per recuperare il suo portafoglio e il suo orologio.

Gordiani è uno di quegli avvocati che quando segue un caso, arriva quasi a farne una malattia, tanto che i suoi colleghi dello studio si mettono sempre a disposizione per aiutarlo, anche se non sono esperti del ramo penale

«Appunto perché so come sei fatto che voglio aiutarti», rispose Paolo condiscendente. «Ogni volta è la stessa storia: entri in paranoia prima ancora di sapere di cosa si tratta, nemmeno fossero affari tuoi».

Per fortuna a Grosseto Gordiani e Santini troveranno un magistrato estremamente garantista (nemmeno si dovrebbe usare questo aggettivo, dovrebbe essere scontato per tutti, per chi sta in Tribunale e per chi lavora nelle forze dell’ordine):

Polara era un magistrato attento e scrupoloso, garantista fino al midollo e per questa sua caratteristica era letteralmente adorato da tutti gli avvocati

Ancora una volta Santini decide di fare la cosa sbagliata: scappa dalla scena del crimine cercando di ripulire alla meglio le sue impronte.

Questa volta non si tratta di reati fiscali (su cui la giustizia italiana non ha mai la mano pesante), o di un omicidio colposo. Qui si tratta di omicidio.
Santini decide, una volta tanto saggiamente di rivolgersi all’unica persona di cui si fida, quell’avvocato Gordiani, di Roma anche lui, che lo sta già difendendo dalle accuse della ex moglie.

Sulla scrivania di questo magistrato, campano d’origine, ma toscano d’adozione, finiscono due fascicoli, quello del delitto del palio, la morte di Claudia Lucarino e la morte in un incidente di quel pensionato, investito da un’auto pirata.

Entrambi, il magistrato da una parte e l’avvocato Gordiani dall’altra, faranno le loro indagini: se non è stato Santini ad uccidere Claudia, chi è stato? C’erano altre persone nella sua vita? Oltre che con Santini si vedeva con qualcun altro?

La memoria di Santini non aiuta di certo: le sue amnesie, i ricordi a macchia di leopardo, fanno sorgere tanti dubbi al magistrato.

Ma Santini deve difendersi anche dalle accuse di corruzione di minore: verrebbe voglia di sbatterlo in carcere e buttare la chiave, ma ancora una volta non si può, si deve stabilire se le accuse sono vere, sostenute da fatti reali. Cosa difficile da dimostrare se le accuse di basano sui racconti di due bambine, che potrebbero anche essere state influenzate.

Come finirà l’indagine sul delitto di ferragosto? E le accuse della ex moglie?

Michele Navarra ci mostrerà le dinamiche dentro un’aula di Tribunale, i rapporti tra giudice e avvocato, che dovrebbero stare su due fronti distinti senza comunicare, sebbene entrambi dovrebbe essere spinti dal medesimo interesse, quello di fare giustizia.

Ma fare giustizia è un percorso complesso: prima di tutto perché il concetto di rispetto della legge e di giustizia non sempre corrispondevano nel mondo reale, per l’impossibilità di sapere se un fatto si fosse svolto in un modo o in un altro.

E poi giudice e avvocato vorrebbero entrambi vincere a discapito dell’altro, come racconta Al Pacino in un vecchio film “.. e giustizia per tutti”, le cui parole spesso gli tornano in mente:

Vogliamo vincere a dispetto della verità, e vogliamo vincere a dispetto della giustizia, a dispetto di chi è innocente o colpevole, vincere a ogni costo, si ripeté con un sorriso amaro, tornando con la memoria alle parole di quel vecchio film.

Arriveremo alla verità alla fine di questa storia? E le due vittime avranno giustizia? Lo scoprirete solo alla fine del racconto.


Mi è piaciuto il racconto dal di dentro del mondo della legge che aiuta anche a comprendere meglio tanti racconti di cronaca giudiziaria dal mondo reale.

C’è spazio anche per le questioni personali dei vari personaggi, anche quelli secondari come la ragazza venuta in Italia da lontano, da Benin city e che alla fine troverà il grande coraggio per fare la cosa giusta.

L’unica cosa che mi ha convinto meno è il racconto delle dinamiche tra magistrati e avvocati, mi chiedo quanto viene raccontato nel romanzo sia rappresentativo della realtà.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Fazi editore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


28 giugno 2022

Report – la Moldavia, i soldi del PNRR e i rifiuti di Roma

L'ultima puntata della stagione di Report: i soldi del PNRR renderanno il paese più moderno? Quanti soldi saranno destinati alla siccità?

Poi un servizio su Roma e sulla gestione dei rifiuti, con le infiltrazioni della criminalità.

Nell'anteprima un servizio sulla Moldavia, candidata all'ammissione dentro l'Unione Europea.

La guerra ibrida di Walter Molino

La Moldavia è il paese più povero in Europa, il cui destino è legato allo sblocco del grano in Ucraina, minacciata alla Russia e con la presenza di una nazione filorussa al suo interno, la Transnistria.

Oggi ha chiesto l'ammissione in Europa: il generale Fabio Mini spiega a Report che la Moldavia vuole entrare in Unione Europa come base per entrare nella Nato e avvicinare gli Stati Uniti.
L'ammissione in Europa di questo paese di 2,5 ml di abitanti, impauriti dalla guerra e dal rischio di impoverirsi, sarà un passo lungo: secondo Transparency International è un paese ad alto rischio corruzione e questo è un ostacolo al cammino di integrazione.
Ma le persone anziane in questo paese sono spesso filo russe, rimpiangono un passato nell'Unione Sovietica di stabilità.
Oggi in questo paese sono arrivati contingenti della Nato, come contingenti moldavi sono addestrati da soldati italiani in Kosovo.
Questo paese subisce ancora l'influenza russa – racconta l'ambasciatore moldavo in America – tramite i siti online: la guerra alla Moldavia avviene in tanti modi, con la propaganda ma anche con la chiusura dei rubinetti del gas.
Il gas russo arriva in maggior parte in Transnistria alle industrie, solo che questa regione il gas non lo paga e questo mette in crisi tutto il paese.
C'è la paura che l'ingresso in Europa impoverisca il paese, ci sono poi le nostalgie verso il passato comunista, così gli oppositori all'ingresso in Europa stanno aumentando.
Ma Maia Sandu, presidente moldava, a Bruxelles parla anche di lotta alla corruzione: forse è questo che preoccupa gli oppositori all'integrazione, come anche l'ex presidente Dodon, filo russo, arrestato nei giorni successivi alle proteste del partito socialista.

La Transnistria è una repubblica indipendente che nessun paese ha riconosciuto: nessun giornalista riesce ad entrare, Walter Molino ha varcato le frontiere presentandosi come turista, per arrivare alla sede della Sheriff, una holding fondata da due membri del KGB che controlla edilizia ed energia, legata a Gazprom (a cui non paga il conto del gas) e di fatto possiede tutta la Transnistria: questo paese è usato dalla Russia per la produzione delle criptovalute, con cui il Cremlino cerca di aggirare le sanzioni.

A secco di risorse di Luca Chianca

Report ha girato le pianure del nord nello scorso marzo: il problema della siccità era già drammaticamente visibile in queste regioni che non erano pronte a gestire la mancanza di acqua per innaffiare i campi.
Non solo manca l'acqua, ma l'acqua del mare sta entrando nell'entroterra: il PNRR non sta affrontando questo problema sebbene, come ricorda il meteorologo, nei cassetti del ministero sono presenti i progetti per gestire i cambiamenti climatici.

Abbiamo davanti scenari apocalittici: tanti comuni hanno imposto divieti sull'uso dell'acqua e l'agricoltura è in ginocchio.
Dall'altra parte sta arrivando il più grande finanziamento in questo paese: 190 miliardi, di cui 160 da restituire, in cambio di riforme e di un po' di spending review.
Oltre a questo dovremmo investire nella digitalizzazione, nella transizione energetica: Bruxelles controllerà il cronoprogramma, pena la mancata concessione della seconda rata.
Col PNRR l'Italia si gioca la sua faccia, ma si deve capire se effettivamente si stanno affrontando i problemi del paese: per questo motivo Luca Chianca, in collaborazione con Open Polis ha fatto questo viaggio, nell'Italia in secca.

Il livello dell’acqua è così basso che la barca su cui ha viaggiato il giornalista Luca Chianca ha rischiato di arenarsi: nel fiume compaiono isole di sabbia, in questa zona al confine tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia; da uno degli affluenti, il Panaro, non arriva acqua dalle montagne dell’Appennino, è il Po che entra nel Tanaro. Qui è praticamente da ottobre scorso che non vedono una goccia d’acqua.
Arrivando nella zona dell’alveo del Po, nel mantovano, si rivedono le stesse scene di fiume in secca: il servizio, girato a marzo, presenza una situazione di deserto idrico come se si fosse in agosto, ma non è quest’anno l’eccezione, questa situazione è la regola, che peggiora di anno in anno – racconta a Report il consigliere regionale di Coldiretti Simone Minelli.

Per irrigare i campi dovrebbero attingere l’acqua dai pozzi o dai serbatoi, ma visto che non piove da mesi sono costretti a prenderla dai grandi fiumi: “ma in questo momento è difficile pensare di pescare acqua da un fiume in questa situazione, per noi quest’anno il grande assente è la neve in montagna, oltre al fatto che non è piovuto. La neve ha questa caratteristica che si scioglie piano piano e passa per il nostro fiume e questo ci garantisce acqua per i nostri campi.”
In provincia di Reggio Emilia la sabbia ha ostruito le idrovore dell’impianto di Boretto e per settimane hanno cercato di abbassare il livello dell’alveo del Po per cercare di pescare un po’ d’acqua per irrigare i campi.

Meuccio Berselli è il direttore dell’Autorità di Bacino distrettuale del Po: “noi rischiamo e stiamo rischiando di non riuscire ad accendere le pompe e di non avere l’acqua a disposizione per l’agricoltura in una situazione geopolitica particolarmente delicata in cui noi diciamo di far partire tutte le deroghe possibili per portare a compimento le coltivazioni così importanti.”

Ma questo che impatto potrebbe avere sul Po?

Potremmo spendere parte dei 190 miliardi destinati all’ambiente, ma nel PNRR non c’è un intervento che metta al centro il tema della desertificazione della siccità del bacino padano.

Potremmo spendere parte dei 190 miliardi destinati all’ambiente, ma nel PNRR non c’è un intervento che metta al centro il tema della desertificazione della siccità del bacino padano.

Serve cambiare filosofia – racconta Mercalli - tanti piccoli invasi distribuiti sul territorio (in Pianura Padana) non c'è più spazio per nuovi impianti grandi, come le dighe.
Stiamo invece investendo in progetti vecchi, progetti che siano cantierabili e terminati entro il 2026, come richiede il piano: sono progetti ad oggi inutili, non c'è tempo di fare progetti per problemi come la siccità, su cui il PNRR non prevede nemmeno un euro.

Il governo ha investito 800 ml sulla rete irrigua, ovvero per l'irrigazione dei campi: ma se i fiumi sono in secca cosa te ne fai?

Il sistema di invasi lo si trova al sud, a Cosenza in Calabria: dighe abbandonate, invasi asciutti, nessun impianto in funzione. Faranno questa fine i progetti calabresi approvati nel PNRR?
Come sono stati individuati i progetti? Senza nessuna cabina di regia, alla fine ha vinto solo chi è stato più bravo a scrivere il progetto, tra i vari consorzi che sono in rosso, che poi danno acqua all'agricoltura.

Chi controllerà i tempi dei progetti e come verranno gestiti i soldi?
In Italia lavorano più gli avvocati che i muratori e gli ingegneri – racconta a Report il presidente dei consorzi.

Sono tante le opere abbandonate, dighe e invasi, condotte senza acqua che potrebbero aiutare l'agricoltura in regione.

In Sicilia i consorzi che hanno presentato i progetti per il PNRR si sono visti bocciare tutte le proposte sui sistemi irrigui: colpa di chi ci ha proceduto, dice Musumeci, ma così il sud non arriverà al 40% dei progetti del PNRR.

Da una parte la Calabria dove i tecnici hanno scritto bene i bandi per il PNRR, mentre in Sicilia (solo 15 tecnici), che invece sono stati bocciati.
Musumeci vorrebbe attingere ad altri fondi, diversi da quelli europei, come quelli di coesione.

Come funziona il PNRR della scuola?

Nel PNRR ci sono soldi anche per le nuove generazioni, che dovranno essere educati e formati meglio di noi: il governo ha messo 4 miliardi di euro per 216 nuovi edifici scolastici, moderni ed efficienti, nuove scuole dell'infanzia.
Ma che ne facciamo degli altri edifici scolastici? E in quale regione verranno realizzate le nuove strutture?

A Torino, comune e fondazione San Paolo hanno finanziato un progetto per un nuovo modello di scuola, con aule aperte, dove si respirano gli spazi.
Il progetto, durato 5 anni, è stato fatto assieme alle famiglie e ai docenti: la realizzazione della scuola è stata messa in mano alla fondazione Agnelli e San Paolo, per evitare problemi con gli appalti.

Riusciremo a fare le nuove 216 scuole, con la gara d'appalto, in tempo per la fine del pnrr? Il ministro Bianchi è fiducioso, non dobbiamo partire con l'idea di essere sconfitti.

Al momento però lo stato ha solo 1 miliardo sul piatto, per tutte le scuole in Italia.

Come quella di Grazzanise, paese dove abitava il boss della camorra Schiavone: oggi la sua casa, le strutture per le sue bufale, stanno cadendo. Potrebbero essere messe a nuovo, come anche le scuole del paese, per cambiare il trend di questa terra.

Ma il sindaco avrebbe bisogno dell'aiuto di una regia, per capire cosa realizzare.
Stesso discorso a Baronissi, dove la scuola è chiusa per problemi sismici, dal 2018: oggi la scuola è in alloggi di fortuna. Hanno presentato un progetto ma sono stati fatti fuori, perché la scuola era chiusa (è un limite del PNRR).

L'ex ministro Mastella a Benevento ha ottenuto 15 ml di euro per rifare una scuola: il problema è che negli anni in cui non ci sarà la scuola non si sa dove mettere gli studenti.

Come si vede, è importante scrivere bene i progetti per avere i soldi dei bandi: ma questa competizione tra le varie regioni non è alla pari, per questo si era deciso di mettere la clausola del 40% dei fondi al sud.
Ma i bandi ad oggi elaborati il ministero della coesione dice che la soglia del 40% non è rispettata: la Campania è a prima regione per importi finanziati e costruirà 35 nuove scuole. Ma l'Emilia è la seconda regione per bandi e realizzerà 23 nuove scuole.

Altra musica al nord, dunque: a Reggio Emilia hanno realizzato un nuovo asilo senza usare i fondi del PNRR, nel modenese hanno realizzato già asili coprendo il 30% della domanda delle famiglie ma puntano a costruirne nuovi, come investimento nel futuro.

In Basilicata invece nessun asilo nido: il sindaco di Brienza voleva partecipare ad un bando per la messa in sicurezza di un edificio adibito a scuola, progetto bocciato perché non si possono mettere assieme asili e scuole.
A Forenza è stato bocciato un progetto per un centro polifunzionale, che aveva dentro servizi per la famiglia e anche un asilo. Hanno fatto allora un nuovo bando per un asilo, ma l'edificio che doveva essere ristrutturato per il centro polifunzionale rimarrà abbandonato.

Il punto è che i comuni sono stati messi in concorrenza tra di loro: i soldi arriveranno anche a comuni che hanno già asili, mentre sono stati lasciati fuori paesi che non avevano mezzi, o strumenti per fare progetti. O che volevano realizzare servizi ibridi, non solo specifici per solo asili o scuole.

Mancano gli educatori, mancano i tecnici nei comuni (come a Bari, dove non hanno potuto presentare progetti), mancano le risorse per scrivere i progetti: colpa dei tagli dentro la ppaa, fatte dall'allora ministro Brunetta. E così l'attuale ministro Brunetta ha fatto un bando per nuovi posti, bando andato deserto.

Così avremo forse nuovi asili ma senza educatori che devi anche formare: il ministro Bianchi è, ancora una volta ottimista, il ministero sta lavorando “è nella sua competenza”.

Non c'è una visione complessiva, non c'è una cabina di regia, mancano gli impiegati dentro la ppaa, i tecnici per bandire un progetto, insegnanti ed educatori.

Il ministro rivendica l'autonomia delle regioni e delle amministrazioni: ma il federalismo in Italia è fallito, al sud non ci sono i livelli essenziali dei servizi, col PNRR sono stati fatti gli stessi errori del federalismo fiscale, dando poco alle regioni del sud che tanto spendono poco...

Il sacco di Roma di Daniele Autieri

Roma brucia: il 15 giugno una nuvola di fumo sale dall'impianto di Malagrotta e avvolge Roma. Report si è avvicinata all'impianto per prima, raccogliendo le testimonianze degli operai.

Sono stati chiusi asili e scuole nelle vicinanze, alle famiglie è chiesto di non accendere i condizionatori: la procura di Roma sta indagando per capire se dietro l'incendio ci sia la mano dell'uomo.

Il sistema dei rifiuti a Roma è molto fragile, i suoi amministratori per anni hanno puntato anziché sulla differenziata, al mandare verso l'esterno i rifiuti, tal quali, anche via mare.
Rifiuti bruciati nei termovalorizzatori, magari quelli delle multiutility del nord.

I rifiuti vengono stoccati alle porte di Roma e i camion li portano negli impianti di mezza Italia e coi treni, negli impianti di Austria e Germania. Le navi in Grecia, Olanda e Portogallo, dove gli scarti di Roma vengono usati per produrre energia e calore.

Dal porto di Civitavecchia, le balle di compost vengono caricate sulle navi porta container, da qui prendono la via del Mediterraneo, attraversano lo stretto di Gibilterra e risalgono l’Atlantico fino al porto di Setubal, un piccolo comune alle porte di Lisbona. Qui altri camion prendono i rifiuti di Roma e li riversano in discariche e impianti.

Roma esporta circa 700mila tonnellate di rifiuti fuori dalla regione – racconta a Report il direttore di Arpa Lazio – per un costo di qualche centinaia di milioni di euro e che in dieci anni è arrivato a costare oltre 1 miliardo di euro.

Negli ultimi cinquant’anni nessun sindaco è riuscito a rendere Roma autonoma nel ciclo dei suoi rifiuti:ci sta provando ora Gualtieri, tramite un nuovo impianto “per la valorizzazione energetica dei rifiuti” per raggiungere l’ambizioso obiettivo di zero discariche.

Ma a 200 giorni dalle elezioni i rifiuti sono ancora per le strade di Roma e la discarica di Malagrotta va a fuoco (il 15 giugno scorso) e il fumo nero dei rifiuti che bruciano avvolge la capitale che, nonostante i proclami e le promesse, è ancora prigioniera di un sistema malato dove ogni emergenza rischia di mandare in tilt la città.

Gualtieri ha accettato l’intervista con Report, a cui racconterà della situazione rifiuti che ha trovato appena arrivato al Campidoglio, “ho trovato una città sporca, perché l’intero sistema è sull’orlo del collasso costantemente, gli ultimi impianti fatti a Roma risalgono al 2001 e sono stati fatti dal commissario per il Giubileo.”

Dopo la chiusura di Malagrotta i rifiuti sono stati mandati fuori Roma, col sistema descritto precedentemente: un sistema antieconomico costato caro alla città.

L'ex sindaco Marino a Report racconta di aver cercato di preparare un piano per i rifiuti, che passava dal raddoppio dell'impianto di Colleferro. Ma il presidente Zingaretti non rispose mai al progetto di Acea, che avrebbe consentito di rilanciare l'impianto di Colleferro, in perdita.
Zingaretti spiega che Colleferro per lui era una pietra tombale e che si doveva puntare sull'autosufficienza dei rifiuti da parte della capitale.

Roma invia i suoi rifiuti agli impianti TMB, come l'impianto in via Salaria andato a fuoco nel 2018 e come l'impianto di Malagrotta andato a fuoco questo mese. E nel 2019 va a fuoco il secondo TMB di Roma, quello di Rocca Cencia.

Gli impianti di Roma sono stati gestiti da un commercialista di Napoliche, però, non ha voluto farsi intervistare da Report.

Roma si è legata a fornitori, manager con legami con le utility dei rifiuti, che di fatto hanno condizionato la politica della capitale italiana: Report racconta la crisi dei rifiuti del 2017 quando Palumbo (amministratore di Malagrotta, su nomina della procura) non collaborò con la giunta Raggi.

Come anche le gare andare deserte per trovare un impianto per i rifiuti di Roma nel 2018: così mentre gli amministratori di Ama si susseguono, si ha l'impressione che esista una regia, per sfruttare la crisi dei rifiuti a proprio favore.

Le aziende che si occupano dei rifiuti, i signori delle discariche e delle multiutility (A2A, Iren, Hera) hanno fatto cartello? I sindaci sono sotto scacco da fattori esterni?

27 giugno 2022

La storia di Ustica, la storia di questo paese

 


Conversazione dalla torre di controllo di Grosseto:

voce 1 - qui poi, il governo, quando SO' AMERICANI... MA TU, CHE CASCASSE......
voce 2 - E' ESPLOSO IN VOLO.

Conversazione alla torre di controllo di Marsala al momento della scomparsa del DC9 dai radar:

voce - stai a vedere che quello dietro mette la freccia e sorpassa.. ( chi mette la freccia e sorpassa? un altro aereo? e dietro cosa? dietro al DC9 ?

Mi sono appassionato alla storia di Ustica o, come l’ha voluta raccontare Marco Paolini, del volo dell’I-TIGI, dopo aver letto il libro dei giornalisti Daria Lucca, Paolo Miggiano e Andrea Purgatori A un passo dalla guerra (libro oggi introvabile).
Gli autori avevano seguito le inchieste sull’aereo dell’Itavia esploso in volo sui cieli del Tirreno la notte del 27 luglio 1980 e usando il meccanismo del romanzo, raccontano la vicenda attraverso le indagini personali del presidente del Consiglio di un governo tecnico che si ritrova tra le mani questa rogna. Gli americani che premono per non ridare alla Libia i resti del Mig 23 sulla Sila, gli ufficiali dell’aviazione che danno l’impressione di non volergli raccontare tutta la verità. E infine, la sconvolgente scoperta dello scenario di guerra che, 42 anni fa, costò la vita ad 81 persone. Gli 81 passeggeri del volo IH-870 che si sono ritrovati in una battaglia tra aerei della Nato, aerei libici..

Nel libro, alternate alle pagine di questa indagine sull’areo esploso (e non esploso per una bomba, o per cedimento strutturale, come per anni si è raccontato), ci sono intermezzi in cui gli autori raccontano del contesto geopolitico di quegli anni.

Erano gli anni dell’Italia con la moglie americana e dell’amante libica, anni in cui la Libia di Gheddafi era un nostro partner commerciale importante, anni in cui il mondo era ancora diviso in due e dove le tensioni tra questi sembravano crescere inesorabilmente.

L’invasione in Afghanistan dei russi, l’assalto all’ambasciata americana a Teheran, le tensioni tra Gheddafi e la Francia (per la storia dei diamanti di Bokassa), e tra Gheddafi e l’Egitto.. Carter che cercava dalla politica estera quello spunto per vincere le elezioni prossime (e che avrebbe perso contro Reagan), magari anche portando avanti piani contro il dittatore libico.

Cosa c’entra un aereo civile con tutto questo?
Sia il libro dei tre giornalisti (che consiglio di leggere, sempre che riusciate a trovarne una copia), che il racconto di Paolini (Racconto per Ustica) ci riportano in quel contesto geopolitico, anni in cui si viveva ai bordi di un burrone, con la corsa agli armamenti, coi missili americani puntati verso oriente e viceversa.
Ma si parla anche di quella notte: delle telefonate tra i centri radar, nei momenti successivi la tragedia, dei nastri radar dei centri militari spariti, della scarsa collaborazione dell’aeronautica militare (che ha sempre negato la presenza di aerei militari sui cieli del Tirreno, circostanza poi smentita dalla stessa Nato). Per l’aeronautica l’aereo sarebbe esploso così, senza motivo apparente.

Eppure c’era caos sui cieli del Tirreno quella sera, in cui erano in volo caccia italiani (un F104 coi due istruttori Naldini e Nutarelli, che avevano anche lanciato un allarme generale, mentre col loro aereo incrociarono l’aereo civile italiano, come mai?), aerei francesi decollati dalla base di Solenzara (lo testimonia un ex ufficiale dei carabinieri Nicolò Bozzo). Tracce radar ricavate dai consulenti del giudice Priore dal tracciata di Marsala rivelano aerei in volo che “razzolano” da mare, probabilmente decollati da una portaerei (la Saratoga, che secondo il giornale di bordo era in porto a Napoli?).

Ci sono le voci dei radaristi di Ciampino, che mentre chiamano l’ambasciata americana dicono “è caduto un Phantom” e quelle degli ufficiali della torre di controllo di Grosseto, “ma tu che cascasse? E’ scoppiato in volo..”

A Grosseto, al radar militare, lavorava il radarista Alberto Mario Dettori: dopo quella notte del 27 giugno, in cui era al lavoro, iniziò a stare male, per qualcosa che aveva visto e che non lo lasciava in pace.

Siamo stati ad un passo dalla guerra” confessò alla cognata, prima di suicidarsi.

Ecco perché questa storia, la storia di 81 persone morte (e anche altri strani suicidi) mi ha sempre interessato: perché è anche la storia di questo paese, delle sue ambiguità politiche, di una democrazia a sovranità limitata e dell’impossibilità del liberarsi di questo peso, nonostante siano passati tanti anni..


Anteprima inchieste di Report – ad un passo dall’apocalisse

La guerra in Ucraina e i suoi effetti sulla nostra economia, sui costi dell’energia. Il ritorno del covid (per fortuna al momento in forma aggressiva ma meno mortale), la peggiore siccità degli ultimi anni. Non riusciamo a portare avanti seriamente la transizione energetica, abbandoniamo il gas russo per passare al gas dal Qatar.. Da una parte comuni che rischiano di rimanere senz’acqua, dall’altra la capitale che non riesce ancora a mettere in piedi in modo efficiente il ciclo dei rifiuti che la scorsa settimana sono pure andati a fuoco nella mega discarica di Malagrotta (ancora lei).

Scene che evocano un’apocalisse per tutti quei problemi che non abbiamo voluto risolvere per tempo.

L’emergenza siccità

Si sono sommati due fenomeni, l’assenza di precipitazioni in questi mesi e l’innalzamento delle temperature: questi hanno portato alla crisi idrica che stiamo drammaticamente vivendo in queste settimane. Non c’è acqua nei laghi e nei fiumi nel nord Italia e non c’è neve in montagna, da cui scendono solo rigagnoli.

A questo si aggiunge la risalita dai fiumi dell’acqua salata: come racconterà il climatologo Luca Mercalli, “con la siccità e l’aumento del livello nell’Adriatico per la fusione dei ghiacciai, l’acqua salata nella falda idrica arriva a 15-20km nell’entroterra, rendendo queste zone (nella pianura padana) inadatte all’agricoltura. Arriverà il mare in casa...”

Il Po, secondo il bollettino dell’osservatorio dell’Autorità di bacino distrettuale del Po (AdbPo), sta attraversando la sua peggior crisi idrica da 70 anni ad oggi: Report ha attraversato il fiume che taglia la pianura Padana per mostrare la sua situazione, sfruttando la barca di Filippo Raisi, proprietario di un campo da pesca al siluro.


Il livello dell’acqua è così basso che la barca su cui ha viaggiato il giornalista Luca Chianca ha rischiato di arenarsi: nel fiume compaiono isole di sabbia, in questa zona al confine tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia; da uno degli affluenti, il Panaro, non arriva acqua dalle montagne dell’Appennino, è il Po che entra nel Tanaro. Qui è praticamente da ottobre scorso che non vedono una goccia d’acqua.

Arrivando nella zona dell’alveo del Po, nel mantovano, si rivedono le stesse scene di fiume in secca: il servizio, girato a marzo, presenza una situazione di deserto idrico come se si fosse in agosto, ma non è quest’anno l’eccezione, questa situazione è la regola, che peggiora di anno in anno – racconta a Report il consigliere regionale di Coldiretti Simone Minelli.

Per irrigare i campi dovrebbero attingere l’acqua dai pozzi o dai serbatoi, ma visto che non piove da mesi sono costretti a prenderla dai grandi fiumi: “ma in questo momento è difficile pensare di pescare acqua da un fiume in questa situazione, per noi quest’anno il grande assente è la neve in montagna, oltre al fatto che non è piovuto. La neve ha questa caratteristica che si scioglie piano piano e passa per il nostro fiume e questo ci garantisce acqua per i nostri campi.”

In provincia di Reggio Emilia la sabbia ha ostruito le idrovore dell’impianto di Bortoretto e per settimane hanno cercato di abbassare il livello dell’alveo del Po per cercare di pescare un po’ d’acqua per irrigare i campi.

Meuccio Berselli è il direttore dell’Autorità di Bacino distrettuale del Po: “noi rischiamo e stiamo rischiando di non riuscire ad accendere le pompe e di non avere l’acqua a disposizione per l’agricoltura in una situazione geopolitica particolarmente delicata in cui noi diciamo di far partire tutte le deroghe possibili per portare a compimento le coltivazioni così importanti.”

Ma questo che impatto potrebbe avere sul Po?

Potremmo spendere parte dei 190 miliardi destinati all’ambiente, ma nel PNRR non c’è un intervento che metta al centro il tema della desertificazione della siccità del bacino padano.

Questo è un PNRR che assegna al tema della sostenibilità ambientale il minimo sindacale richiesto dall’Unione Europea – il commento di Luca Mercalli – ovvero circa il 37% dei fondi.

Doveva essere una grande rivoluzione, invece si appoggia e si investe di più sul vecchio che la sostenibilità e il nuovo di cui abbiamo bisogno.

Il Pnrr prevede interventi per garantire la gestione sostenibile delle risorse idriche e i consorzi di bonifica hanno presentato delle proposte, ma quali sono i progetti finanziati dal PNRR? In base alle regole del piano, tutti i progetti dovranno essere conclusi entro il 2026 e così sono stati presi dal cassetto e tenuti fermi da dieci anni, perché già pronti e cantierabili. Fanno eccezione i fondi destinati alla rinaturazione della foce del Po per migliorarne il sistema ecofluviale. Sono 360ml di euro che comunque non risolvono il problema della siccità, senza sapere se si farà in tempo.

Il presidente del bacino distrettuale Berselli è molto preoccupato perché i tempi di realizzazione del pnrr si concludono nel dicembre del 2026 con la rendicontazione: “noi oggi stiamo portando le schede del progetto al soggetto attuatore che è l’agenzia interregionale per il Po, che deve redigere il progetto entro il 2023 e le opere vanno realizzate dal 2023 al 2026, calcolando che ci sono anche le gare, i bandi, le realizzazioni, i potenziali ricorsi, .. nel bacino del Po, nonostante le mie preoccupazioni, c’è tutta la volontà di andare nel concludere i lavori ma se lei mi chiede, ‘c riusciremo?’ io non sono in grado di dirlo, sono molto preoccupato ”

Ma anche al sud le cose non vanno bene: il servizio si occuperà anche della Sicilia dove non arriverà nemmeno un euro degli 880 ml previsti dal PNRR per l’irrigazione agricola, perché nessuno dei progetti presentati è stato ammesso.

Il piano di resilienza avrebbe dovuto essere il piano dei sindaci, portatori e sponsor dei progetti sul territorio, ma come racconterà il servizio, sono emerse situazioni di disparità tra comune e comune perché non tutti hanno le competenze e gli strumenti per portare avanti progetti di vasta scala.
Luca Chianca è andato a Pavullo, un comune da 18mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, a differenza di altri comuni del sud come Grazzanise e Baronissi (in Campania) è riuscito ad entrare in graduatoria per la demolizione e la ricostruzione della scuola media, un progetto da 11 ml di euro, finanziati dal PNRR.
Davide Venturelli, sindaco di Pavullo, racconta a Report che la loro fortuna è stata avere nel passato sindaci capaci di investire sull’istruzione, come le scuole, perché è qui che si forma il senso della comunità:
in questo comune c’è un polo scolastico, la nuova scuola media e due scuole elementari.

Il PNRR in questo comune non è arrivato così per caso: “Partendo dai sogni pregressi innestati su quella che era l’opportunità del momento abbiamo cercato di lavorare per portare a casa il risultato”, e ci sono riusciti in breve tempo proprio perché in questo comune c’è un expertice che li accompagna da anni.

Expertice che in altri comuni non c’è come non ci sono le figure tecniche per gestire questi progetti: come a Bari, qui dovevano arrivare un rendicontatore e un tecnico da dedicare in modo specifico al PNRR, senza di cui non è stato possibile candidarsi per un progetto per nuovi asili nido. Risorse che aspettavano da oltre un anno.

La scelta politica di far gareggiare i comuni per l’accesso alle risorse del PNRR è stata molto discutibile – spiega Gianfranco Viesti professore di Economia a Bari – perché alla fine le risorse rischiano di andare verso le amministrazioni più attrezzate e non verso le amministrazione più carenti, che più ne avrebbero bisogno.

In totale sono 1,19 i miliardi di euro stanziati per le nuove scuole, una cifra che supera gli 800ml indicati nel PNRR: è forse l’ultima occasione per rimettere a nuovo i nostri istituti e non possiamo perderla.

La scheda del servizio: A secco di risorse di Luca Chianca

Collaborazione di Alessia Marzi
Immagini di Alfredo Farina
Montaggio e grafica di Giorgio Vallati

Il livello del fiume Po è di 3 metri sotto quello abituale. 
La neve sulle Alpi è totalmente esaurita, e più di 125 Comuni rischiano di rimanere senza acqua: è la peggiore siccità negli ultimi 70 anni. C'è già qualche sindaco che ha vietato di innaffiare orti e giardini in città, lavare le macchine e riempire le piscine. Intere aree del nord Italia sono già da tempo a rischio desertificazione. L'agricoltura è in ginocchio, ma per fortuna l'Europa ci ha messo a disposizione un'occasione unica: 190 miliardi di euro per il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza. E quanti soldi sono stati destinati al contrasto della siccità ormai nota da anni in Pianura Padana? Sul tema dell'acqua, con i soldi del Pnrr, il ministero dell'agricoltura ha lanciato un bando da 880 milioni per migliorare la gestione delle risorse irrigue ma di fatto il bando prevede solo di rendere più efficiente il sistema senza la costruzione di nuovi piccoli invasi o opere che servirebbero a contrastare il fenomeno della desertificazione. Altro grande tema del nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza è quello della next generation, dove la scuola assume un ruolo chiave e il Governo ci ha investito oltre 4 miliardi di euro mettendo tutto a gara. Da un lato si è puntato sulla costruzione di 216 nuovi edifici con i migliori sistemi di efficientamento energetico, dall'altro si è investito sull'apertura di nuovi nidi e nuove scuole dell'infanzia. Il problema è che la formula dei bandi e della concorrenza tra comuni rischia di accrescere i divari tra amministrazioni più attrezzate verso quelle più carenti, aumentando le differenze tra nord e sud del paese. E poi la grande incognita: riusciremo a costruire nuove scuole in solo 4 anni, entro il 2026? Un'opportunità senza precedenti che rischia però di travolgere il paese, perché, se non non si realizzano le opere, i soldi vanno restituiti.

Brucia Roma e bruciano i rifiuti

Il sindaco di Roma Gualtieri aveva promesso che avrebbe ripulito la città dai rifiuti entro Natale scorso. Invece si parla di un nuovo inceneritore, benedetto da tutti i partiti, per gestire la mole di rifiuti creati dalla capitale che non riesce, dopo tutti questi anni, a mettere in pista un ciclo di gestione dei rifiuti efficiente.
I rifiuti vengono stoccati alle porte di Roma e i camion li portano negli impianti di mezza Italia e coi treni, negli impianti di Austria e Germania. Le navi in Grecia, Olanda e Portogallo, dove gli scarti di Roma vengono usati per produrre energia e calore.

Dal porto di Civitavecchia, le balle di compost vengono caricate sulle navi porta container, da qui prendono la via del Mediterraneo, attraversano lo stretto di Gibilterra e risalgono l’Atlantico fino al porto di Setubal, un piccolo comune alle porte di Lisbona. Qui altri camion prendono i rifiuti di Roma e li riversano in discariche e impianti.

Roma esporta circa 700mila tonnellate di rifiuti fuori dalla regione – racconta a Report il direttore di Arpa Lazio – per un costo di qualche centinaia di milioni di euro e che in dieci anni è arrivato a costare oltre 1 miliardo di euro.

Negli ultimi cinquant’anni nessun sindaco è riuscito a rendere Roma autonoma nel ciclo dei suoi rifiuti: ci sta provando ora Gualtieri, tramite un nuovo impianto “per la valorizzazione energetica dei rifiuti” per raggiungere l’ambizioso obiettivo di zero discariche.

Ma a 200 giorni dalle elezioni i rifiuti sono ancora per le strade di Roma e la discarica di Malagrotta va a fuoco (il 15 giugno scorso) e il fumo nero dei rifiuti che bruciano avvolge la capitale che, nonostante i proclami e le promesse, è ancora prigioniera di un sistema malato dove ogni emergenza rischia di mandare in tilt la città.



Il fuoco è partito dal gassificatore che doveva essere spento, poi si è allargato a uno dei due TMB, l’impianto di trattamento meccanico biologico che gestisce migliaia di rifiuti di Roma

Gualtieri ha accettato l’intervista con Report, a cui racconterà della situazione rifiuti che ha trovato appena arrivato al Campidoglio, “ho trovato una città sporca, perché l’intero sistema è sull’orlo del collasso costantemente, gli ultimi impianti fatti a Roma risalgono al 2001 e sono stati fatti dal commissario per il Giubileo.”

Cosa è successo a Roma? I rifiuti sono un business miliardario che il servizio di Report descrive come un nuovo “sacco”.
La soluzione per l’emergenza rifiuti è, per il sindaco Gualtieri, il nuovo inceneritore che verrà realizzato su una ex area industriale: Gualtieri, in qualità di commissario straordinario per il Giubileo 2025 potrà superare il piano regionale sui rifiuti del collega di partito Zingaretti, che non prevedeva termovalorizzatori.

Ma quel piano, raccontano entrambi, era stato preparato in base a delle previsioni e dei dati sbagliati forniti da Roma capitale, come i dati sulla raccolta differenziata che la città non ha mai rispettato.

Serve una soluzione radicale, racconta a Daniele Autieri Zingaretti e questa è il nuovo impianto.

La scheda del servizio: Il sacco di Roma di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Lorenzo Vendemiale

Immagini di Carlos Dias, Alfredo Farina, Cristiano Forti, Tommaso Javidi, Andrea Lilli e Alessandro Spinnato

Ricerca immagini di Paola Gottardi

Montaggio di Andrea Masella

Grafiche di Michele Ventrone

Cosa si nasconde dietro il rogo di Malagrotta e l’emergenza dei rifiuti della capitale d’Italia?​​​​
Infiltrazioni della criminalità organizzata, gare milionarie andate deserte per ottenere taciti rinnovi, pubblici funzionari discussi, impianti costruiti e mai utilizzati, progetti lasciati marcire in un cassetto. Questo e molto altro è presente nel sistema che controlla la partita dei rifiuti di Roma, da oltre dieci anni condannata a una emergenza costante. Attraverso tre interviste inedite ai tre sindaci degli ultimi dieci anni (Ignazio Marino, Virginia Raggi e Roberto Gualtieri), Report rivelerà i retroscena interni al Campidoglio, le responsabilità dei sindaci ma anche le battaglie ingaggiate contro un sistema costruito per trasformare i rifiuti di Roma in un business miliardario. Negli ultimi anni i cittadini romani, attraverso la tassa sui rifiuti, hanno speso oltre 1 miliardo di euro per far smaltire gli scarti fuori dai confini regionali. Questo mentre all’interno della Regione e intorno alla capitale l’ultimo impianto costruito risale al 2001 e quelli attivi non sono sufficienti per chiudere il ciclo dei rifiuti. Su questo il Sindaco Gualtieri interviene rivelando a Report i dettagli del suo progetto di costruzione di un termovalorizzatore. Il piano non basta però a fermare l’emergenza: la città è ancora sommersa dai rifiuti e i tentativi di portare trasparenza al sistema finiscono tutti nel vuoto. L’ultimo è quello di bonifica del sito di Malagrotta, per la quale il governo Draghi ha nominato un commissario nazionale. Documenti e video inediti, insieme alle comunicazioni riservate tra i vertici del Campidoglio e della Regione Lazio, permettono di ricostruire i dettagli di quello che assomiglia sempre più a un nuovo “sacco di Roma”

La Moldavia, l’Europa e la guerra in Ucraina

Sono tutti soddisfatti, in Europa e nel parlamento italiano, per la scelta (tutta politica del Consiglio Europeo) sulla concessione della candidatura all’ingresso in Unione Europea della Moldavia e dell’Ucraina. La Moldavia è il paese più povero e più distante dall’Europa, in termini di diritti, giustizia, funzionamento delle istituzioni, ma la guerra in Ucraina e lo scontro con Putin hanno di fatto portato in secondo piano tante questioni. D’altronde anche la Polonia, l’Ungheria, oggi in Europa, hanno portato avanti riforme in senso contrario ai principi democratici, di libero mercato, di indipendenza dei poteri.

Il processo di integrazione europea non sarà una passeggiata, la procedura di adesione richiede parametri molto stringenti, l’ultimo paese ad essere stato ammesso è stata la Croazia nel 2013 e la domanda era stata presentata dieci anni prima.

Dopo l’annuncio della richiesta di adesione, gli oppositori del governo (il partito socialista) moldavo sono scesi in piazza a manifestare contro la scelta, “non vogliamo essere venduti alla Nato e all’Europa, la Nato vuole solo la guerra..”

La scheda del servizio: La guerra ibrida di Walter Molino

Collaborazione di Federico Marconi e Giulia Sabella

Immagini di Carlos Dias

Ricerca immagini di Paola Gottardi

Montaggio di Giorgio Vallati

La Moldavia è il paese più povero del continente europeo. ​​​​ Ha chiesto di entrare a far parte dell’Unione Europea ma non ha aderito alle sanzioni contro la Russia per via della dipendenza dal gas e della minaccia militare sul confine ucraino. Pesa anche la situazione irrisolta della Transnistria, una striscia di terra lunga 200 chilometri che ha dichiarato la sua indipendenza dalla Moldavia fin dal 1990. Da allora è uno Stato filorusso non riconosciuto dalla comunità internazionale e da lì passano indisturbati traffici di armi e droga, le più importanti rotte del contrabbando. E la piccola Transnistria è diventata una delle principali produttrici europee di criptomonete, uno strumento prezioso al servizio del Cremlino per aggirare le sanzioni imposte dall’Unione Europea.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 giugno 2022

Appesi alla pioggia

 Una volta si diceva, piove governo ladro, per criticare quei qualunquisti che sapevano solo argomentare per luoghi comuni, pur di attaccare la politica.

Eppure oggi, parlando della siccità, la politica sa solo attaccarsi alla pioggia (speriamo che piova, ma non troppo per non far scappare i turisti) o al razionamento dell'acqua per non innaffiare gli orti.

Non sta piovendo da mesi eppure fino a poche settimane fa non era un problema: non era un problema le montagne senza neve, i ghiacciai che stanno scomparendo, le temperature sempre in crescita.

E ora, dal governo dei competenti fino alle ricche regioni del nord (quelle a caccia di maggiore autonomia) è tutto un "mi raccomando, caro cittadino, sii parsimonioso.."

Se va bene, ci scappa pure la lezioncina contro il furore ideologico degli ambientalisti, col loro maledetto estremismo: ah, se ci fossero i privati a gestire l'acqua, scrivono su Il foglio - quotidiano sovvenzionato da fondi pubblici (ma le idelogie sono sempre quelle degli altri).

Laddove c'è il privato a gestire il servizio idrico le cose vanno meglio? Ci sono tanti articoli che negano la tesi (e poi i servizi di Report sull'acqua in Sicilia e sull'acqua pubblica di Presadiretta). 

Perché non si è fatto niente per migliorare le rete idrica, care regioni, comuni e governo (e governi precedenti)?

Quanti dei soldi del PNRR saranno destinati per migliorare la rete idrica e cercare di risolvere il problema della siccità (al nord e al sud)? Report lunedì si occuperà giusto di questo tema.


Ho letto un bell'articolo di Elisabetta Ambrosi, La siccità ha un pregio: sono riemerse le balle - buona lettura e non arrabbiatevi troppo

Ancora: la siccità spazza via la categoria di quelli che “daje ai fautori della decrescita”, cioè quelli da sempre critici con chi promuoveva maggior frugalità, bollati come pauperisti maleodoranti che volevano mettere a rischio la nostra economia. Ebbene, la siccità ci mette di fronte al fatto che, non avendo più acqua, potremmo anche non avere più niente da mangiare, visto che il cibo sarà sempre più prezioso ovunque e ogni nazione tenderà a tenersi quello che ha. Altro che decrescita: saremo costretti a una radicale revisione forzata di ciò che mangiamo (pare che il sorgo sia un cereale che resiste anche nel deserto), e di come ci spostiamo. Non era meglio un po’ di decrescita felice fatta prima?

Ci sono infine i negazionisti climatici, giornalisti e politici, un residuo umano che ancora sussiste. Oggi alcuni di questi stanno cercando di smarcarsi dalle proprie posizioni – vedi Salvini – e cominciano a biascicare parole come “ambiente” e “animali”. Arriveranno a capire la crisi climatica nell’al di là.

Infine la siccità smaschera buona parte della nostra classe politica ignara del tema climatico. D’altronde, avendo vissuto in questi anni chiusa in Transatlantico, come poteva percepire l’aria sempre più torrida e le campagne asciutte? Il guaio è che se un tempo la malapolitica provocava aumento del debito pubblico e disservizi, oggi mette letteralmente a rischio la nostre pelle. È assordante il silenzio sul tema di Draghi e anche quello di Cingolani, che pure manda un comunicato al giorno sulla qualunque. D’altronde, solo noi italiani, ma cosa abbiamo fatto di male, abbiamo avuto la disgrazia di un ministro della Transizione ecologica che parla di “lobby del rinnovabilismo” e di “ideologia” sulla fine della macchine a benzina. Solo noi italiani, ma che abbiamo fatto di male, abbiamo un primo ministro che se non ambientalista avremmo sperato fosse europeista, e dunque ambientalista di ritorno, e invece sulla crisi climatica tace, mentre noi siamo costretti a far morire i nostri giardini e i nostri orti.

Ma assordante è anche, infine, il silenzio di quei giornalisti dei talk show, che dopo averci per mesi ossessionato con la loro lezioncina pedagogica sull’aggredito e l’aggressore, mai si sono occupati di siccità. Perché non sanno, in questa che è la più grande delle battaglie, chi è l’aggredito e l’aggressore. Perché la crisi climatica non è una favoletta e per raccontarla ci vuole studio, competenza, anche coraggio. E soprattutto scarso o nullo narcisismo.

21 giugno 2022

Promemoria per il diavolo, di Paolo Regina

 

Venerdì pomeriggio verso le diciotto

L’Audi nera svoltò l’angolo e percorse lentamente la stradina privata. Un click del telecomando e il cancello si aprì, rivelando la rampa in discesa che portava al garage sotterraneo. Un altro click e la serranda del box si mise in funzione, scoprendo l’accesso al posto auto. Marcello Guarneri parcheggiò e scese dalla macchina.

In in dicembre freddo e nevoso, come possono esserlo purtroppo solo i romanzi gialli, in una Ferrara che si avvicina alle festività natalizie un killer misterioso inizia a colpire le sue vittime.

Per primo uccide un commercialista nei box del palazzo dove vive.

Poi uccide un vecchio imprenditore, uno di quei maschi che vivono nel timore di diventare anziani e che per questo hanno bisogno di vestirsi come avessero dei giovanotti, di provarci con tutte le ragazze che si trovano davanti..

Due delitti in pochi giorni sono un evento straordinario per una metropoli figuriamoci per una città piccola come Ferrara, dove ci si conosce tutti, specie gli appartenenti alla cerchia delle famiglie borghesi. Così le indagini arrivano direttamente all’attenzione del Prefetto e del Questore, per il comitato ordine e sicurezza (e quando muore una persona della borghesia la parola sicurezza ha un valore rafforzato) e, di conseguenza, sul tavolo del nuovo vicequestore della Mobile. La dottoressa Uta Keller, teutonica per parte di padre (l’unico caso di una bagnina riminese messa incinta da un turista tedesco) e glaciale nell’aspetto e nel carattere.

Lunedì mattina verso le nove Il capitano De Nittis odiava il freddo. E l’umidità padana che ne amplificava il disagio. Non che in Puglia, da dove veniva, l’inverno non fosse spesso rigido, ma bastava un raggio di sole e una passeggiata ‘mbaccia a mar, in riva al mare, per riconciliarsi con la stagione.

In queste settimane pre natalizie il nostro capitano Gaetano De Nittis, pur vivendo un momento felice con la sua fidanzata Rosa, anche lei straniera in terra estense come De Nittis, è alle prese con la malinconia pre festiva. Una malinconia legata a quei pranzi in famiglia, tutti assieme, con gli zii che non perdevano occasione per vantarsi dei loro successi nella vita, mettendo in difficoltà il padre, un “semplice” commerciante, ma soprattutto un onesto commerciante.
Anche per colpa sua, in un certo senso, De Nittis è diventato finanziere: per dare giustizia a quelle persone come il padre strozzate dagli usirai che le maglie larghe della legge spesso riescono a farla franca.

Ma De Nittis non avrà modo di annoiarsi: la dottoressa Keller, non avendo molte persone attorno di cui fidarsi, decide di chiamare il “collega” per farsi dare una mano. Scavare nella vita delle vittime, cercare di capire se ci fossero dei legami (cosa che complicherebbe le indagini, perché significherebbe che c’’è un serial killer in circolazione), quali scheletri si nascondano nei loro armadi..
Chi meglio del “vecchio Bonfatti”, giornalista storico del Gazzetta Ferrararese, per avere queste informazioni? Con la promessa di avere uno scoop garantito a fine indagine, Bonfatti si mette all’opera in questa ricerca. Il primo morto, Marcello Guarneri, era un commercialista che conosceva tutti i segreti delle persone che contano in città, dietro l’aria di una persona perbene, di uno che frequenta il rotary cittadino, si nascondeva una persona con pochi scrupoli.

L’altro morto, Umberto Rinaldi, meglio noto come Lord Farquaad, era noto in città per essere un seduttore, o quanto meno per uno che vuole sentirsi tale: bei vestiti, una macchina potente, l’aria di uno che può permettersi tutto. Forse in tanti avrebbero voluto dargli una lezione..
Ma quelle morti, non sono frutto di un assassino qualsiasi: perché sui cadaveri vengono ritrovati degli oggetti che, almeno per chi ha ucciso, hanno un preciso significato. Monete fuori corso sul primo cadavere, uno specchio rotto sul secondo.

E poi, ci sono quei legami che, piano piano, andando a ricercare nel passato dei morti, vengono fuori: troppo piccola Ferrara per far sì che non ci si conosca. Piccola e anche chiusa, come tante città di provincia, specie nei confronti di chi viene da fuori:

«Vuoi davvero sapere perché è capitato proprio a te? Non siamo stati noi a rovinarti la vita, è stata Ferrara. Tu pensi di esserti integrato perché sei arrivato qui da giovane, ma non lo sarai mai. Tra ferraresi veri ci riconosciamo subito a pelle,

Le pagine dell’indagine in mezzo alla neve, che tanto fastidio dà al povero De Nittis, si alternano alle pagine dove l’assassino, che nel frattempo ha compiuto altri due delitti, racconta la sua storia. Quel sopruso subito tanti anni prima e che gli aveva rovinato la vita, che gli aveva fatto perdere tutto. Ora, dopo tutti questi anni ad aspettare una forma di giustizia superiore (da Dio? Dalla giustizia terrena?), tocca a lui mettere ordine nel mondo e farla pagare alle persone che gli hanno portato via tutto.

Non era mosso da manie o feticci mentali. Non odiava le donne bionde o i tassisti o le prostitute. Detestava solo quattro persone, più una. E per un motivo preciso, oggettivo, non per sue fantasie morbose.

L’indagine è una caccia all’uomo, a questa persona che ha dovuto cambiare pelle, volto, nome, per non farsi riconoscere, un novello Dantes in cerca della sua vendetta.

Ma l’indagine è anche una rivelazione dei vizi privati di Ferrara: una città dove il passato aveva lasciato una un’impronta coi suoi palazzi, le chiese, una città chepoteva essere santa e puttana, magica e prosaica, ipocrita e brutale fino a spaccarti il cuore”. Ipocrita come le famiglie con cui De Nittis si imbatte, persone abituate a fare il bello e il cattivo tempo, senza preoccuparsi delle conseguenze, di doverne pagare pegnoGente che ostenta valori morali e posizione sociale elevata, ma che per biechi interessi economici è disposta a tutto, anche a pugnalare nel sonno chi la sta aiutando”.

Per risolvere questi delitti, servirà sia la memoria del giornalista Bonfatti, che la profonda umanità del capitano De Nittis che, oltre alla neve, al freddo, alle telefonate di prima mattina del vicequestore Keller, dovrà pure sbrigliare uno strano mistero: un bar infestato da fantasmi notturni.

Che sia il fantasma della Parisina?

«Laura Malatesta, detta Parisina, fu la seconda moglie di Niccolò III d’Este, a cui andò in sposa a soli quattordici anni...»

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Report – la scorta dei vaccini, i soldi per la sanità e i respiratori della Philips

DEGNE PERSONE di Luca Bertazzoni

Nell'anteprima Report si occupa del caso Palermo, dove alle amministrative ha vinto l'uomo degli impresentabili, il candidato di Cuffato e Dell'Utri.
La condanna (per favoreggiamento mafioso) è finita, dicono i sostenitori di Cuffaro, ora può tornare alla politica, non farà gli stessi errori. Forse.
L'ex presidente ha riportato il simbolo della DC, non ha chiesto niente a Lagalla, si è pentito – così dice – e ora non vuole ripetere gli errori. Il futuro della Sicilia è il passato, l'usato sicuro?
Di certo Cuffaro porta voci ad un nuovo raggruppamento di centro, che ha dentro Forza Italia e Italia Viva con Renzi.
Il tutto è nato da una cena a Firenze tra Renzi e Micciché, per arrivare a Forza Italia Viva. Certo, a Palermo IV ha candidato Faraone, ma ad aprile quest'ultimo si è ritirato e ha dato il suo appoggio a Lagalla.
Anche Dell'Utri, altro condannato per mafia (per concorso esterno) ha appoggiato Lagalla: è stato lui ad incontrare i vertici di Forza Italia per puntare sull'ex rettore su cui far convergere i voti del centrodestra. Ma su Lagalla puntano anche gli esponenti di Italia Viva di Palermo, Dario Chinnici e Toni Costumati, che nonostante le parole di Renzi, stanno ancora dentro IV.

Cuffaro non può candidarsi, per la condanna, ma vuole tornare a fare politica: l'insegnamento che vuole dare ai giovani e “non fate come me, non seguite i miei errori”.

Campeggia nella sala dell'intervista la scritta la mafia fa schifo: ma a qualche candidato la mafia non fa schifo, come al candidato Lombardo di Fratelli d'Italia, il partito della Meloni.
Anche il candidato di FI Polizzi ha chiesto voti ad un mafioso, il costruttore Sansone, che negli anni '80 frequentava Riina nella latitanza.

Oggi nessuno si ricorda di questo Polizzi e dei suoi incontri con Sansone .. queste cose le sa lei, io non lo conosco …
Ma gli arresti dei due candidati non hanno bloccato la vittoria di Lagalla che oggi commenta stupefatto lo scoprire che è la politica che oggi cerca la mafia.
“Noi i voti mafiosi non li vogliamo” tuona il nuovo sindaco e, aggiunge Micciché, non esiste che i soldi del PNRR (198 ml solo per Palermo) finiscano nelle mani di cosa nostra.
Ma i voti dei clan, promessi ai candidati arrestati, a chi saranno andati?
In Sicilia, come in Italia, il bene e il male sono difficili da distinguere e il rigore morale, almeno verbalmente, non basta.

QUALCHE VACCINO DI TROPPO di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

I vaccini che abbiamo acquistato e che continuiamo a comprare sono stipati a Pratica di Mare e che sono custoditi in container refrigerati. Oggi, con la diminuzione delle vaccinazioni, si fanno delle consegne alle regioni ogni due settimane, circa, ma una volta a settimana ci sono degli arrivi dalle case farmaceutiche.
Perché le consegne non si fermano? Perché non si tracciano le dosi comprate e quelle somministrate: nel solo 2022 l'Italia ha comprato 138ml di dosi, una cifra che consentirebbe di rivaccinare due volte il paese. Ma oggi ai centri vaccinali c'è il deserto.
La quarta dose andrà somministrata solo ai pazienti a rischio: secondo Crisanti, fino ad ottobre la maggior parte della popolazione si sarà ammalata e non avrà bisogno della quarta dose. Cosa ce ne facciamo allora delle dosi stoccate a Pratica di Mare?
Ci sono anche vaccini che abbiamo comprato e che ancora nono sono stati approvati, ci sono vaccini che si possono dare solo alle prime dosi e che dunque difficilmente saranno usati.

Così nei contenitori frigoriferi ci sono dosi in scadenza, sebbene gli Pfizer hanno avuto una proroga per la scadenza: le dose in surplus sono così donate ai paesi poveri.

Anche il governo è consapevole di aver comprato troppi vaccini: in una lettera che la struttura commissariale ha inviato alle regioni lo scorso marzo, l’ex commissario Figliuolo spiegava come il surplus delle dosi sarebbe stato donato ai paesi in difficoltà, un bel gesto di solidarietà che però arriva in ritardo.

A livello europeo stiamo donando vaccini con scadenze molto ravvicinate” racconta a Report la responsabile Oxfam Sara Albiani “secondo i dati dell’Unicef nell’ultimo mese del 2021 circa 100 ml di dosi donate non sono state somministrate perché erano con delle scadenze troppo basse.”

Gli stati non sono liberi di donare i vaccini, che hanno pagato, liberamente, ma devono prima chiedere il permesso alle case farmaceutiche col rischio di allungare i tempi. Lo scorso 1 agosto a Tunisi arriva un carico di circa 1,5 ml di dosi di vaccino donate dall’Italia, le autorità locali organizzano perfino una piccola cerimonia di ringraziamento, ma un’inchiesta del collettivo giornalistico Follow The Doses ha svelato che sarebbero scaduto dopo appena due mesi. Stessa storia in Nigeria dove, nel passato dicembre, il governo locale è stato costretto a gettare in discarica oltre 1 ml di dosi, appena donate e già inutilizzabili.

Abbiamo comprato troppe dosi e anziché buttarle noi le facciamo buttare ai paesi africani, così facciamo un’operazione di maquillage per rifarci la faccia..

Un brutto esempio di Apartheid vaccinale: i paesi ricchi si sono accaparrati le dosi, facendo alzare il prezzo delle dosi e mettendo in crisi i paesi poveri nel sud del mondo, a cui oggi facciamo la carità. In Africa solo un quinto della popolazione ha compiuto un ciclo completo di vaccinazione.

Cosa faremo se dovessero arrivare sul mercato vaccini moderni, maggiormente efficati con Omicron? Buttiamo via quelli già comprati?

In Europa ci sono paesi che non vogliono più pagare i vaccini: la commissione Europea ha stretto allora un accordo con Pfizer e Moderna, per rimandare il pagamento di queste dosi. Ma in Polonia non la pensano così, le spedizioni di vaccino le vogliono interrompere, così a marzo hanno smesso di pagarle. Per causa di forza maggiore, tirando in ballo la guerra in Ucraina e i profughi.

Attorno a questa strategia vaccinale si sta creando una nuova coalizione di Visegrad per non pagare i vaccini, almeno per spalmare i contratti su più anni: le dosi di troppo rischiano di diventare un caso europeo, nato dai contratti ancora oggi secretati dalla commissione Europea con le case farmaceutiche.
I contratti con Pfizer non sono equi – racconta il ministro polacco – li abbiamo firmati ma eravamo costretti.
Eppure in commissione UE pensano che la strategia vaccinale sia stata un successo: forse per le multinazionali del farmaco, non per i cittadini europei. La commissione oggi non ha alcuna intenzione di rivedere quei contratti, in alcun modo.

E l'Italia cosa farà? IL ministero italiano non ha risposto a Report, nemmeno alla domanda su che cosa faremo con le dosi in più. Quelle dosi sono costate 2,5 miliardi di euro.

FINO ALL'ULTIMO RESPIRO di Giulio Valesini,Cataldo Ciccolella

Giulio Valesini racconta la storia dei ventilatori della Philips, usati inizialmente da chi soffre di apnee notturne e, in seguito, dai malati di covid. La Philips ha dovuto richiamarli per un difetto che rende questi dispositivi potenzialmente pericolosi.

Durante la pandemia l'azienda ha venduto tanti respiratori, fino al richiamo fatto nel 2021, il più grande della storia di dispositivi elettronici.

Molti pazienti che li avevano usati raccontano oggi di aver denunciato problemi per anni, senza essere creduti: quei respiratori contengono una schiuma che poteva generare delle particelle, per sbriciolamento, che se inalate possono dar luogo ad una risposta infiammatoria.
Peggio ancora se il paziente non era sano, perché ammalato di covid.

In America l'ente di controllo ha chiesto alla Philips di ritirare subito i dispositivi, in Italia si è scelta una via soft, di fatto solo il 20% dei respiratori in questo paese sono stati sostituiti o riparati.

Quello che sembra un incidente nasconde invece una negligenza: la relazione dell'FDA nella sede in America parla di 222mila reclami legati allo sgretolamento della schiuma fonoassorbente, rimasti nel cassetto. L'ispettore ha scoperto che Philips sapeva già dal 2007 che questi dispositivi potevano rilasciare queste particelle, ma ha continuato a venderle.

Ma oggi Philips non ha oggi tutte le macchine per sostituire quelle a rischio: alla fine cosa succederà?
Oggi Philips, di fronte alle telecamere di Report, ha chiesto scusa ai suoi clienti: prima del 2020 – racconta Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips – le segnalazioni erano poche, ma in realtà il problema era noto almeno dal 2015.

Tra i respiratori ritenuti pericolosi per la salute dei pazienti ci sono anche quelli non invasivi usati in epoca covid in ospedali, come il Trilogy, ma anche il modello E30 approvato in emergenza nel 2020 proprio per il coronavirus. Il management della Philips sapeva da tempo del particolato, ma non ha avuto problemi a dare l’E30 ai malati, salvo includerlo nelle recall dal mercato finita la seconda ondata covid.

Noi non abbiamo mai portato dispositivi che sapevamo potessero i pazienti” spiega a Report Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips: tra i modelli ritirati c’erano Trilogy ed E30, che erano in uso, “ma abbiamo lasciato decidere ai medici se continuare o meno il trattamento con questo device.”

Philips ha aspettato troppo, prima di ritirarli dal mercato, vendendo tante macchine privilegiando il fatturato alla salute dei pazienti? “La sicurezza dei pazienti è sempre al centro di quello che facciamo, quello su cui si è basata la reputazione di Philips.”
FDA, l’ente governativo statunitense di controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha rivelato a maggio di aver ricevuto, solo nell’ultimo anno, più di 21mila segnalazioni di incidenti seri tra cui 124 decessi, associati ai difetti di questi dispositivi, mentre Philips fino al 2021 ne aveva segnalato soltanto 30 di casi.

Sono dati parziali quelli della FDA, perché le segnalazioni devono essere sottoposte a controlli e perizie per accertare le vere cause, ma anche su queste perizie ci sono perplessità.

Lo racconta Jeanne Lenzer, collaboratrice del British Medical Journal: “FDA richiede di segnalare solo ciò che ha causato o contribuito a causare la morte o l’evento avverso grave. Secondo lei a chi spetta decidere se un dispositivo ha effettivamente causato la morte di un paziente? Il medico del paziente? La FDA? No è il produttore del dispositivo che spesso si autoassolve.”

Perché gli studi sui rischi dei dispositivi non sono fatti da enti terzi?

Philips ha inviato dei test preliminari su questi dispositivi alla BFARM, l’ente sanitario tedesco che l’Europa ha delegato per vigilare sul caso: secondo BFARM i risultati sono rassicuranti (e questo ha rassicurato anche il nostro ministero della Salute). Anche la ERS la società europea dei medici per la respirazione, dichiara che non c’è bisogno di sostituire questi device e il nostro ministero si adegua e dirama una circolare che è un copia e incolla del parere dell’ente sanitario BFARM e delle raccomandazioni dell’ERS.

Quest’ultimi spiegano a Report che si deve mettere sul piatto da una parte il rischio di questi dispositivi e dall’altra parte il danno nell’interrompere il trattamento e la bilancia pende dal rischio nell’interrompere il trattamento, perché il rischio è ipotetico – racconta il prof. Winfried Randerath dell’ERS. Ma nemmeno lui ha visto i dati, “perché non siamo tossicologi” ammette, ma i dati sono stati resi noti alle autorità sanitarie.

Randerath ha risposto alla domanda di Report sui suoi potenziali conflitti di interesse con Philips: c'è stato ma è terminato spiega il medico (che oggi non lavora più con Philips). In realtà nello scorso 25 aprile è la stessa Philips a smentire a Randerath: i risultati dei test divulgati dall’azienda stessa sono preoccupanti, alcuni esami sulla schiuma falliscono per genotossicità. La multinazionale ha condotto i test su un numero esiguo di macchinari, alcuni solo su una macchina, altri su 5, non il massimo della rappresentatività come test.

Non sono test tranquillizanti: altri test arriveranno nei prossimi mesi, che si aggiungeranno a quelli arrivati a BFARM che hanno tranquillizzato i medici, ma che in realtà non sono stati condivisi con nessuno, nemmeno col ministero della salute italiano.

Report ha fatto analizzare dei campioni del poliuretano dentro questi device per capirne la bio compatibilità: le celle che compongono le schiume perdono i pezzi – spiegano al centro polimeri di Reggio Emilia – perde del materiale che può essere inalato e che possono rilasciare sostanze chimiche nel nostro corpo. Idrocarburi insaturi, alcoli, ammine, aldeidi (sostanze cancerogene): questa schiuma, quella della Philips, non è biocompatibile.

Lo racconta Report, doveva dirlo il ministero, gli enti di controlli, le agenzie.

I pazienti oggi stanno citando a giudizio la multinazionale olandese che ha accantonato centinaia di milioni per questo rischio: per le class action però ha reclutato un team di avvocati per respingere le richieste di risarcimento.

Un ex manager della Respironics, l'azienda comprata dalla Philips per i respiratori, spiega a Report che il problema è molto più vasto, perché molti dispositivi in Oriente non sono stati registrati, sono fuori dalle campagne di recall. Significa che ci sono persone che li stanno usando e la cui salute è a rischio.

Il ministero della Salute non ha i dati dei pazienti covid che hanno usato dispositivi Philips, alcuni sono ancora in uso.

IL PAZIENTE ITALIANO di Claudia Di Pasquale

Nel maggio 2020 il ministro Speranza ha investito 1,4 miliardi di euro nelle terapie intensive (e terapie sub intensive, per ammodernare i pronto soccorsi): mai più le scene della prima ondata, con gli ospedali senza più posto per i malati. Ma come sono stati spesi questi soldi?

Ma al Cardarelli il pronto soccorso è in stato pietoso: l'inferno in terra per i malati è qui, così diversi medici del pronto soccorso hanno presentato le loro dimissioni.

All'ospedale San Paolo, sempre a Napoli, mancano medici in accettazione. Al San Giovanni Bosco, il pronto soccorso non può aprire perché qui mancano proprio i medici accettisti.

Il Loreto Mare era un presidio Covid: oggi è free covid ma è ancora chiuso.

La regione Campania ha puntato ad un nuovo presidio ospedaliero, l'Ospedale del Mare: il direttore del 118 di Napoli racconta di medici che se ne sono scappati da Napoli, mettendo a rischio il diritto a vivere (nemmeno il diritto alle cure).

Durante la pandemia abbiamo sacrificato i posti letto per curare i pazienti covid, così abbiamo fatto saltare cure, operazioni non prorogabili. Oggi il dato della mortalità è cresciuto, siamo al massimo dal dopoguerra, e ondata dopo ondata, nulla è cambiato nella sanità.

Claudia di Pasquale è andata negli ospedali nel Lazio, col caso di Teresa Brogna e della madre, rimasta in pronto soccorso per sei giorni. Mancavano i posti nell'ospedale di Latina, eppure questa struttura avrebbe a disposizione 6 ml per ampliare i posti letto disponibili.
3 ml spettavano all'ospedale di Civitavecchia, invece: ma nemmeno qui i posti sono stati creati, nonostante siano state fatte le gare.
A Palestrina, il direttore dell'ASL 5, soggetto attuatore, nemmeno conosceva i nomi delle ditte che hanno fatto i lavori per creare i nuovi posti in terapia sub-intensiva.
Al Sant'Andrea i costi sono saliti da 5 a 9 ml di euro, a pari posti letto creati (24), peccato manchino i medici per questi posti.

Nel frattempo al Sant'Andrea hanno chiuso reparti di chirurgia, così si è fatto un accordo di convenzione con una struttura privata per fare queste operazioni.

In Italia ci sono pazienti che non sono riusciti a prenotare, in questi mesi, nemmeno un esame radiologico: la giornalista di Report Claudia Di Pasquale ha raccolto la testimonianza di Elena Codrea. Paziente oncologica dell’ospedale Umberto I con un problema collaterale con la chemio, in reumatologia l’hanno mandata a fare la MOC e, chiamando il CUP ha ottenuto come risposta “mi dispiace ma l’Umberto I non fa la MOC”. Non solo adesso, nemmeno tra sei mesi, come se questo esame non esistesse: alla fine la MOC è stata fatta dalla signora Codrea in un altro ospedale privato convenzionato.

Dopo l’intervista Elena Codrea ha chiamato il CUP dell’Umberto I per prenotare una radiografia toracica: “non c’è disponibilità presso l’Umberto I, non c’è l’agenda aperta” è stata la risposta, al che la signora ha spiegato come, secondo l’oncologo questa cosa non fosse possibile. Chi ha ragione, il CUP o l’oncologo?

Antonella Salva, presidente dell’associazione La Fenice spiega a Report che in Italia esiste una legge, la 266 del 2005, che vieta agli ospedali di chiudere le agende (e di fatto non accettare più prenotazioni per specifici interventi). La realtà è all’opposto: il covid, racconta Antonella Salva, ha rubato posti a pazienti fragili, pazienti oncologici, pazienti cardiologici, “noi abbiamo avuto segnalazioni di pazienti oncologici tenuti cinque giorni in barella al pronto soccorso.”

Non sono stati fatti interventi oncologici, perché i pazienti dopo l'operazione dovevano andare in terapia intensiva, ma questi posti erano occupati dal covid.

I nuovi posti di terapia intensiva all'Umberto I dovrebbero essere 48 ma ancora oggi siamo alla progettazione: a giugno 2023 dovrebbero essere conclusi i lavori.

Ma nemmeno i lavori di ristrutturazione sono finiti: colpa delle progettualità, degli interventi – si giustifica l'assessore alla sanità del Lazio, Amato.

Alla regione Lazio spettano, dal decreto rilancio, 118ml di euro, ma ne ha spesi 24 ml, a distanza di due anni: i posti dovevano essere 562 (nel piano del 2020) ma ad oggi siamo a 30 posti. E così la regione deve rivolgersi ai privati, come ammette quasi con orgoglio il presidente Zingaretti.

La regione Lazio ha speso 1miliardi per rimborsare la sanità privata: la parte del leone l'ha fatta il Gemelli, poi il gruppo Villa Maria di Sansavini, il Tiberia Hospital, l'istituto CasalPalocco...

Forse se si fossero spesi meglio i soldi del decreto rilancio, non ci sarebbe stato bisogno del privato.

In Lombardia l'assoggettarsi al privato è una scelta politica: anche qui i lavori per creare nuovi posti non sono completati, molti reparti sono stati riconvertiti per il covid e i pronto soccorsi sono sovraccarichi come nel resto dell'Italia.

Le nuove strutture da realizzare secondo il piano commissariale non sono state realizzate nemmeno in Lombardia (si parla del 12% dei lavori completati), dunque, nonostante i soldi ci siano già.

Ci sono poi casi strani: il reparto di cardiochirurgia del Sacco verrà trasferito in centro, mentre si aprirà nella stessa zona un nuovo ospedale privato, il nuovo Galeazzi (gruppo San Donato), con un suo reparto di cardiologia. Una coincidenza.

A Saronno nell'ospedale su dieci anestesisti, sette arrivano da una cooperativa privata. Qui sono stati chiusi reparti come quello di pediatria e il punto nascite. Nessuno nasce più nell'ospedale di Saronno.

Né il decreto rilancio né il pnrr prevedono nuovi posti letti per la medicina ordinaria, nemmeno in Lombardia, la regione più colpita dal covid.
Altre regioni non hanno comunicato a Report quanti soldi fossero stati spesi dei decreto rilancio (quel 1,4 miliardi). Il Molise non ha proprio cominciato i lavori.

Ma è la stessa struttura commissariale che pecca di trasparenza: non ha concesso alcuna intervista e non ha fornito i dati alla trasmissione.

Le regioni ne hanno chiesto solo 335ml, la struttura del commissario ne ha trasferiti solo 250 ml: significa meno visite e interventi oncologici, per non parlare di visite e interventi per malattie meno gravi. Che prezzo dobbiamo ancora pagare per questa pessima sanità pubblica?