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27 novembre 2018

I ragazzi dello zoo di Milano, di Riccardo Besola Andrea Ferrari e Francesco Gallone



Prologo 
Milano, Bastioni di porta Venezia, giovedì 16 marzo 1978, ore 3.00 
I Bastioni di Porta Venezia dormono con un occhio solo. Con l'altro osservano sospettosi una Bmw color vinaccia parcheggiata da poco in viale Vittorio Veneto, proprio all'angolo con corso Buenos Aires.A Milano, di questi tempi e soprattutto a quest'ora di notte, quando tutto è più scuro e silenzioso, anche il minimo movimento, il più insignificante rumore, può apparire, al contempo, sospetto e inquietante.Due colpi secchi rimbombano nella notte, la violentano, e destano di soprassalto tutto il circondario. Immediatamente si levano al cielo le grida disumane delle scimmie dello Zoo che s'affollano, idrofobe, contro le sbarre del gabbione. Gli fanno eco, come un coro da tragedia greca, i richiami e i frullli d'ala degli uccelli tropicali, insieme alle prime voci degli uomini che s'affacciano alle finestre delle camere da letto.Nel mezzo di tutto questo frastuono, nessuno avverte il tonfo del corpo che stramazza a terra.

16 marzo 1978.
Il giorno dell'agguato in via Fani, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, della strage della sua scorta.
Un giorno importante della Storia del nostro paese, la storia con la S maiuscola.

Nello stesso giorno, anzi nella stessa notte, avviene però un episodio criminale di quella storia minore, diciamo quella con s minuscola: qualcuno è entrato dentro lo zoo di Milano (eh, sì, Milano una volta aveva anche uno zoo, poca roba certo e non è che gli animali fossero tenuti bene), ha rubato Bombay, l'elefantessa che era la passione di tutti i bambini milanesi.
Ma quel qualcuno ha anche ucciso una guardia dello zoo e pure una scimmia.

Mentre il paese assiste angosciato alle notizie che arrivano dalla televisione, dai servizi del TG ancora in bianco e nero, quel duplice omicidio (perché anche se non interessa a nessuno, anche la scimmia è stata uccisa) è affidato al capo della sezione omicidi della Mobile di Milano il commissario Benito Malaspina, assieme al suo assistente, l'agente scelto Venditti.
Non è un momento semplice, per Malaspina, diventato padre da poco e dunque alle prese con notti in bianco, pianti e pappine: non è semplice nemmeno perché il capo, il commissario Puglisi, li considera quasi come due appestati, loro due che si devono occupare di una guardia dello zoo mentre tutta la polizia è sulle tracce delle Brigate Rosse.

Ma un delitto è un delitto e ogni morto merita giustizia: anche Pietro Dosio, così si chiamava la guardia. Sposato con due figli, trasferito da un anno da Torino dove lavorava alla Fiat.
Malaspina parte da qui: dall'abbandono del posto fisso nella grande fabbrica torinese che, scoprirà poi, è stato un abbandono quasi provocato. Dosio era stato accusato di piccoli furti in fabbrica e con le sue dimissioni si era messo a tacere il caso.
La guardia è stata uccisa per caso, durante il rapimento di Bombay, oppure c'è altro dietro?
La moglie del morto sembra nascondere altro: per esempio quello zio che l'aveva chiamato a Milano e che Pietro chiamava lo zio d'America e che viveva ai margini della legalità.
Un giro di scommesse illegali, in cui compariva anche uno strano soggetto, muto e dunque chiamato nell'ambiente “parola”.
A volte ridere è una favola.Una favola che ci si racconta volentieri, per non pensare che dietro una risata si possono nascondere un sacco di cose che è meglio seppellire.Dino Lazzati, detto Fernet, giornalista di nera,non ha mai raccontato una favola in vita sua. Ha sempre e solo raccontato di Milano e dei milanesi, in particolare di quelli la cui vita era legata ai fatti di cronaca nera.

Un aiuto all'indagine arriva anche da Fernet, ovvero il giornalista de La notte Dino Lazzati che qui troviamo sempre alle prese con una nuova esperienza da radio giornalista per una delle tante radio libere nate nel corso dell'anno precedente.
Una radio che trasmette da un palazzo in via Rembrandt e che si chiama Radio Focolare (omaggio a Radio Popolare di Milano) e da cui conduce una sua trasmissione di cronaca dadaista (prendersi in giro e prendere in giro la realtà, così si usava allora): in un tam tam tra le altre radio di Milano, gli arriva voce che implicati nel furto del pachiderma ci sarebbe un gruppo di “indiani metropolitani” accampati nella zona di via Ripamonti. Il furto di Bombay sarebbe da interpretare come un gesto di rivolta contro il sistema, liberare l'animale dalle catene dello zoo. Per tenerlo chiuso da altre catene in una delle tante cascine semi abbandonate che si trovano tra Milano e Lodi.
Cascine non ancora stritolate dalla morsa del cemento che, pezzo dopo pezzo, si è preso una buona parte della Milano non ancora da bere.
Ne sa qualcosa l'Osvaldo, padrone della bocciofila del capolinea, che abbiamo già conosciuto nei precedenti romanzi della serie con Malaspina e Fernet.
E un ruolo nella storia, non secondario lo avrà anche lui, l'Osvaldo, l'omone buono che anni prima aveva pensato di dare una svolta alla sua vita rubando la Madonnina, pensate voi..
Un ruolo lo avrà anche il suo figliolo Giovanni, che da anni frequenta quella strana gente e che aveva pure rischiato una sbandata.

In quest'ultimo giallo del trio delle meraviglie, Besola Ferrari e Gallone, respiriamo a pieni polmoni l'aria del poliziottesco anni settanta: la polizia che si muove sulle Alfa verdi, i giovani che protestano nelle strade dove ci si scontra e dove ci si spara anche.
E dove si viene uccisi per la strada a diciannove anni, come successo a Fausto e Iaio
Radio Popolare, sono le ventuno e diciassette, interrompiamo le trasmissioni per una notizia che ci è appena arrivata: Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due giovani di diciannove anni, sono stati uccisi questa sera in via Mancinelli, dietro al Centro Sociale Leoncavallo dove doveva tenersi un concerto di blues... I loro corpi sono ancora a terra”.

Se l'omicidio di Fausto e Iaio è rimasto senza colpevole, quello della guardia verrà invece risolto da Mala, il commissario Malaspina, aiutato da “Er Mangusta” Venditti, il poliziotto romano de Roma che, piano piano, si sta quasi innamorando di questa città, Milano, che fa sì la difficile, ma alla fine un sorriso lo regala a tutti.
Milano incubatorio di quello che poi l'Italia dovrà passare, oggi come nel passato, visto che da qui sono partiti fascismo e le prime mosse della Resistenza: perché a Milano si mescola tutto “piombo e sangue, ma anche di arte, musica e fantasia”.
Venditi incurva la bocca in una smorfia, ma non insiste. In fondo, un giorno alla volta, sta scoprendo che questa ragazza pallida che è Milano, che non è procace come la sua Roma, che porta i capelli raccolti e comodi per lavorare e non sciolti e voluttuosi, che abbottona la camicetta fino all'ultima asola e non la lascia morbida sul decolleté, che non ride apertamente ma sorride timida, lo sta conquistando. Certo, non cucina come Mamma Roma, ma non ti lascia comunque a digiuno.

Anche Venditti avrà la sua possibilità alla radio, dove dovrà destreggiarsi col dialetto milanese (“Cent cu cent crap, cent cuu dusent ciapp!”) e potrà spiegare anche la differenza nell'uso di Me cojoni e sticazzi (omaggio degli autori a Rocco Schiavone?).

C'è il delitto, c'è l'inchiesta che porterà a scoprire una storia di sfruttamento e di disperazione. Il frutto avvelenato da cui nasce il desiderio di vendetta.
Ma, attenzione, non dimentichiamoci che c'è ancora una elefantessa da liberare, elefantessa che gli autori ci fanno conoscere attraverso i suoi pensieri, di animale dietro le sbarre.
Ma siamo sicuri che ad essere dietro le sbarre, incatenata, sia solo lei?
Casa mia è questa, dove ho trascorso tutta la mia vita. Casa mia è un quadrato di terra da cui non esco mai. Casa mia è una gabbia. Bentornata a casa, Bombay.Ma tutte le loro vite, in fondo, le trascorrono in una gabbia. Pure loro. Io li vedo. Venire allo zoo è l'ora d'aria per le loro famiglie, un intermezzo nella prigionia del quotidiano.Ma non sono un filosofo. Bombay sa solo barrire, salutare, e mettere gli occhiali. Tutti questi pensieri, non li conoscerà mai nessuno. E, in fondo, non importa.Sai che c'è?Buonanotte.

In questo video del 1948 potete conoscere la vera Bombay (perché l'elefantessa non è mica inventata), arrivata in Italia nel 1932 e morta nel 1987




I predenti romanzi della serie con Malaspina e Fernet



La scheda del libro sul sito dell'editore Frilli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

22 marzo 2017

I navigli di Milano (da Milano fa paura la 90)

Vicolo dei Lavandai (immagine presa da Wikipedia)
Zona dei Navigli, nel film Milano odia la Polizia non può sparare (1975)
Niente come uno scrittore bravo, è capace di trovare le parole per descrivere i luoghi delle città, come cambiano col tempo, che impronta hanno dato.
Come i Navigli di Milano, le vie d'acqua della locomotiva d'Italia, ricoperte negli anni 30 e nascoste ai milanesi da una colata di asfalto.

Qui gli scrittori sono tre e sono il trio delle meraviglie del giallo anni '70 meneghino: Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone.
Il libro è "Milano, fa paura la 90".
Una storia di brutte morti, di uomini in maschera, di incontri notturni con mostri e di strani personaggi che ruotano attorno all'istituto Rizzoli. In via Botticelli.
Sulle strade di Sant'Ambrogio.I navigli di Milano. Un sistema di canali navigabili che dal baricentro della Darsena collegava la città ai laghi Maggiore e Ticino, oltre ovviamente a quello di Como. Una via d'acqua sulla quale sono transitati i materiali che hanno costruito la città, che ne hanno sviluppato il commercio, che hano irrigato e resi fertili i campi, che le hanno fatto pensare addirittura di aprire un porto commerciale, sotto Corvetto, di doks di Milano.E invece i Navigli son diventati innavigabili. E puzzavano. E allora han deciso di coprirla, quella ragnatela di canali. Milano ha smesso di rare il verso a Venezia, come poteva sembrare ai piloti dei biplani nella Grande Guerra. Ora i navigli sono altro. L'acqua c'è, ma non è quella che si beve. Si beve la vita, l'ottimismo, il futuro. Si beve una gioventù rampante, che vuole un mondo migliore, una vita migliore. Nel vicolo delle lavandaie sono rimaste poche donne a lavare ancora i panni, e qualcun altro in un covo d'ombra, si droga.Il Naviglio scorre placido e sui suoi margini  si vive la vita, ci si inebria, ci si incontra. E alle idi di marzo, anche se l'umidità fa venir freddo, ferve il popolo, sulle rive, in un avanti e indietro che è quasi la litania di preghiera, per un'esistenza speciale. Perché i Navigli sono un flusso d'acqua, e niente di meglio che un flusso d'acqua può rappresentare la vita. E' per questo, che la maggior parte Milano l'ha cementificata. Una colata d'asfalto. Tu sei qui per morire, lavorare, pagare, obbedire e morire, cittadino.
Milano, fa paura la 90 - il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Buona lettura!

21 marzo 2017

Milano, fa paura la 90, il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Martedì 2 marzo 1976 
Primo giorno del carnevale Ambrosiano 
Armanda Floris in Fiore ha 85 anni.Oltre alla sua età possiede in trilocale in via Botticelli che quasi s'affaccia su viale Romagna, un conto in banca non particolarmente entusiasmante, la pensione minima più quella di reversibilità del marito, fu Oreste Fiore, due figli ormai sposati che vede domenica a pranzo, quando si ricordano di lei, e soprattutto dopo che lei ha inforcato gli occhiali, dato che è presbite e da vicino non riconoscerebbe se stessa davanti allo specchio, e un cane di nome Lothar.

Succede tutto nell'arco di una settimana: quella che va dal martedì grasso, fino al sabato di carnevale.
Nell'arco di pochi giorni, nella Milano frenetica di fine inverno, nei giorni dove si festeggia il Carnevale Ambrosiano, una signora anziana prima vede passargli davanti la 90, intesa come il filobus, senza alcun guidatore.
Poi scopre il cadavere di una ragazza. E non solo quel cadavere: un vampiro calato su di lei come se volesse dargli l'ultima succhiatina di sangue al collo.
E, quella ragazza, morta, ha proprio due segni profondi sul collo. Sì, proprio i segni di un morso del vampiro ..

Non sarà l'unica stranezza in questa storia, in questa indagine il trio delle meraviglie Besola-Ferrari-Gallone, la quarta della serie col commissario Malaspina (Il Mala) e il giornalista Dino Lazzati (Fernet), ci infila dentro anche l'uomo lupo, la mummia, maciste e il nano.
Ma, attenzione, non è una storia dell'orrore: il delitto, anzi i delitti, che alla fine saranno tre, hanno tutti una ragione molto terrena e molto veniale.
Ma andiamo con ordine.

La donna morta in via Botticelli si chiama Guendalina Falci e di mestiere fa la bidella all'istituto tecnico Rizzoli, dove si insegnano ai ragazzi le tecniche di stampa.
Di mestiere, nel passato, la povera Guendalina avrebbe fatto anche altro, ma questo non giustifica quella morte. L'assassino ha usato un asse con dei chiodi per colpirla e l'ha pure strozzata.

Il vampiro è nient'altro che Fernet, al secolo il cronista de La Notte Dino Lazzati, reduce da una festa in maschera.
E se c'è Fernet (“detto Fernet per l'amore incondizionato che ha per l'omonimo amari digestivo” consumato nel suo ritrovo al Bar Lafuss...) non manca il commissario Malaspina, seguito dal suo attendente Venditti.
Ci sarebbe anche l'ispettore Guerra Lampo: “mascella quadrata, gli occhi azzurri, i capelli biodo cenere. Piace alle donne quanto le pistole piacciono a lui ..”.
Avete capito il genere di poliziotto no? Quello tutto azione e poco pensiero. Tutto al contrario del Mala, il poliziotto “misericordioso e giusto, consumato da un perenne esame di coscienza”.

Chiarito l'equivoco col giornalista, assieme al commissario e all'attendente, se ne tornano in Questura a redigere il classico verbale, che a Fernet in quanto cronista di nera verrà meglio.
Anche perché c'è il rischio di passare per pazzi: un filobus senza autista, una testimone anzianotta e strana, dracula e la morta con quei due buchi sul collo ..
Ma prima una puntata a casa della ragazza, in via Moretto da Brescia: qui un'altra scoperta, nascosto nello sgabuzzino i nostri trovano un bambino. È Sebastiano, il figlio di Guendalina: figlio dell'amore per la precisione, essendo ignoto il padre (per i trascorsi della bidella).

Sebastiano non finisce in un istituto per minori: abbiamo già detto che il Mala, il commissario Malaspina, è uno di quei poliziotti con un cuore troppo grande e dalle diventate troppo larghe per sostenere il peso di tutto il male che incontra.
Quel bambino lo porta a casa sua, dalla moglie Rossella. Troppe volte avevano cercato un figlio assieme e ora, il destino, ne ha portato uno in casa.
Ma tanto la moglie si scopre subito portata per il pupo, tanto il Mala scopre quanto può essere pesante vivere con un esserino così piccolo in casa che urla così tanto.

Meglio starsene fuori, sulle strade di Sant'Ambrogio, a scoprire chi ha ucciso la bidella.
A cominciare dall'istituto tecnico Rizzoli, “una struttura massiccia, di un grigio che se c'è nebbia fitta nemmeno la vedi ma pazienza”..
Ambiente strano quello della scuola: non perché sia covo della rivolte studentesche, come in altri istituti di quegli anni.
Strano è il bidello, “il becchino senza cimitero intorno”.
Strano l'atteggiamento del preside (“un uomo grigio come l'intonaco della scuola”).
Venditti, sfruttando la fratellanza di chi è nato a Roma, raccoglie una voce su professori che allungherebbero le mani sulle studentesse.
Uno di questi, guarda caso, non si è presentato all'istituto.

Che tutto debba ruotare attorno alla scuola lo si capisce quando il professor Placcani viene trovato, una mattina, al cimitero Monumentale. Rannicchiato sotto al tavolo de l'Ultima cena, opera dello scultore Giannino Castiglioni.
Spaventato a morte, quasi, dall'uomo lupo. Che lo voleva uccidere.
Dopo Dracula, un altro tassello che non si incastra da nessuna parte in questa storia.

Qual è il segreto che si nasconde dentro la scuola di via Botticelli?
Cosa succede la notte, nei sotterranei, nel laboratorio?

Il Mala, il romanissimo Venditti (coi suoi occhiali a goccia) e Fernet dovranno far incastrare uno con l'altro i pezzi del puzzle, prima che la tensione, sulle strade e dentro casa, salga oltre il limite consentito.
Un'indagine tra maschere per Carnevale, inseguimenti per le strade dei Navigli (le vecchie vie d'acqua della città), visite all'istituto psichiatrico Paolo Pini (“il linoleum grigio ricopre anche le pareti, sembra di stare in un ambiente in cui il pavimento e il soffitto sono uno la prosecuzione dell'altro”) e pianti notturni che mettono a dura prova i nervi del Mala.
Ma anche Fernet ha i suoi grattacapi: qualcuno manipola i titoli dei suoi pezzi, mettendolo in cattiva luca con l'amico poliziotto (che gli passa le notizie).

Finale con lieto fine?
La legge farà il suo corso e così il giro di malaffare dietro queste morti verrà scoperto.
Ma sarà un finale dal sapore un po' amaro per i nostri protagonisti, abituati alle cattiverie di una vita dove anche se lavori bene, non puoi aspettarti qualcosa di più che una pacca sulle spalle..

Alla quarta prova, il terzetto del giallo anni '70 milanese, Besola-Ferrari-Gallone (in ordine alfabetico, come a scuola, avendo una scuola al centro è d'obbligo) si confermano esperti tessitori di trame, inventandosi uno spazio tutto loro, in cui muovere i loro personaggi.
Mescolando assieme scene da poliziottesco con dialoghi spassosi.
E raccontando una città, conosciuta solo attraverso vecchi filmati, storie di cronaca, con i suoi luoghi, le sue storie, i suoi misteri.

Città alle prese coi suoi cambiamenti sociali, le sue paure, le due debolezze e le sue crudeltà.
Che solo la penna di Fernet, ovvero Dino Lazzati (omaggio allo scrittore Dino Buzzati) può raccontare:
“Non lo facevano per la ricchezza facile. Lo facevano per dar qualcosa di falso ad un mondo che radica le proprie sicurezze sulla falsità. Sull'apparenza. Un mondo che guarda ad un nano che si esibisce come un goffo funambolo, e lo applaude, senza sentirsi in colpa. E, sempre senza sentirsi in colpa, mentre compra il pane o va a lavorare, mentre sceglie i vestiti in una boutique o stringe le mani durante la messa, finge che i nani non esistano. Ma i mostri esistono. I mostri siamo noi, tutti noi, poiché ciascuno di noi è mostruoso, a suo modo. I mostri esistono, e sono costretti ad esibirsi come buffoni, come fenomeni bizzarri, o a celarsi per sempre agli occhi di tutti in un istituto, in un cotolengo...”

Gli altri libri scritti per Frilli (con la coppia Male&Fernet)
- Operazione Madonnina - Milano 1973
La scheda del libro sul sito di Frilli editore
La pagina Facebook (comune) degli autori.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

17 marzo 2017

Un romano a Milano (da Il delitto di via Botticelli)

La caratteristica di Milano a cui Venditti non s'è ancora abituato, e mai s'abituerà, è insospettabile. Non è la nebbia, non è il freddo, non è la rapidità con cui la gente cammina per la strada, non sono gli sguardi bassi e il fatto che nessuno saluta nessuno. E nemmeno che manca il mare. No, niente di tutto questo, quello che l'agente scelto non capisce proprio rispetto a Roma sono gli orari in cui si fanno le cose e in cui si mangia. Niente da fare, questione di metabolismo. Qui al nord si alzano tutti troppo presto, pranzano quando lui farebbe colazione e cenano alle sette e mezza otto meno un quarto, orario per lui perfetto per fare un richiamino al pranzo delle tre, un bicchiere di vino e qualche manciata di salatini. 
Milano, fa paura la 90, il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone (Frilli editore).


Io l'agente scelto Venditti, compagno di indagini del Mala, al secolo commissario Benito Malaspina, me lo immagino con la faccia strafottente di Tomas Milian (qui nel film Milano odia ..) col viso nascosto da quegli occhiali a goccia.
Il mala e questo romano trapiantato a Milano, poliziotto per redenzione di peccati di gioventù, dovranno indagare sul delitto di via Botticelli.
Chi ha ucciso Guendalina Falci, di professione bidella all'Istituto Tecnico Rizzoli?Anche lui in via Botticelli.

La scheda del libro:
Milano, Carnevale 1976. Un filobus fantasma scorrazza liberamente per la circonvallazione, lasciandosi appresso il cadavere della povera Guendalina Falci, di professione bidella all’istituto Rizzoli, trovata riversa e dissanguata in viale Molise con due strani segni sul collo. Per lo scettico commissario Benito Malaspina, però, non è opera di un vampiro. È un omicidio, non una mascherata. Mentre sua moglie si prende cura del figlio in fasce della Falci, il Mala, aiutato dal suo romanissimo attendente Venditti e dal fedele giornalista Dino Lazzati, detto Fernet, dovrà percorrere ancora una volta le strade e i luoghi più remoti della sua città, lungo una scia di cadaveri uccisi in modi alquanto bizzarri. E Carnevale diventa una danza macabra, tra licantropi e cariche della Celere, misteriose sparizioni e vedove visionarie, feste, mummie, mostri, maschere, morti, miserie e malaffari. E c'è pure qualcuno, alla Notte, che manipola gli articoli di Fernet... Mala & Fernet daranno fondo a tutte le loro doti di investigatori e a tutta la loro umanità, indecisi se facciano più paura i mostri, gli uomini, i cambiamenti sociali, o la stupidità.


Buona lettura!

17 maggio 2016

Assassinio alla Scala - selfie con gli autori

Riccardo Besola, alle spalle Francesco Gallone e Andrea Ferrari:
alla Feltrinelli di Milano, all'aperitivo per presentare il libro 

L'arte dell'ingegnarsi: se non si ha il libro a disposizione, dove farsi fare gli autografi?
Non l'avete ancora comprato, Assassinio alla Scala? Forza..

Assassinio alla Scala, di Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone

Prologo, uno dei primi giorni dell'aprile 1945Dieci. «Falko!» urla il tedesco. Nessuno si muove. Falco ha un sussulto. La schiena gli si gela, le mani perdono forza e il cuore ha un battito a vuoto. «Falko. Schnell.» Il ragazzo china la testa a sta per muoversi quando dal fondo della fila si fa avanti il Guercio. Devia verso Falco. Sorride. Lo abbraccia e gli appoggia una mano sul cuore. La mano è calda e ferma.
«Hai capito?.» gli dice. «Mano ferma. E ti raccomando la mucca.»Poi il Guercio si volta e cammina dritto guardano in faccia il suo destino.

Inizia così, con un flash back all'indietro nel tempo negli ultimi giorni della guerra partigiana, l'ultima fatica dell'incredibile trio di giallisti milanesi: un atto di eroismo, uno dei tanti dimenticati, in cui un vecchio partigiano si sacrifica per quel giovane, Falco, così ansioso di combattere, di conoscere la vita.
E a cui confida il suo segreto: respira, per buttare fuori la paura e tenere la mano ferma.
Assassinio alla Scala inaugura la nuova serie per Centauria libri, chiamata proprio “I falchi” , in onore a “Falco” Santi Ambrogio, il commissario di polizia che si muove nella Milano dei primi anni '70.
Ex partigiano, vedovo, uno di quei poliziotti che non puoi togliere dalla strada, perché nella strada sono cresciuti. Hanno imparato la linea che separa lo sbirro dal criminale, hanno imparato che per sopravvivere bisogna abituarsi alla violenza e al sangue.
E a sparare, quando serve.

Prima della Scala, 7 dicembre 1972
L'opera che inaugura la prima è “Un ballo in maschera” di Verdi: ma la rappresentazione viene interrotta quando un commando di sette uomini, già presenti in sala, prende in ostaggio le persone in teatro.
«Chi la profetica sua gonna afferra, o'passi il mare, voli alla guerra...»Ripiega il foglio con cura, lo rimette in tasca.E a questo punto succede qualcosa di inatteso per tutti, anche per gli stessi criminali: si sente gridare da uno dei palchi laterali. È la voce di una donna.«Maledetti, siate tutti maledetti!»L'uomo davanti la platea fatica ad individuarla nel teatro gremito, i suoi occhi scrutano rapidamente nella direzione da cui gli sembra essere arrivata la voce.
Da uno dei palchi del terzo ordine vede poi cadere qualcosa, che con un tonfo sordo si schianta in pelata.Una donna si è buttata.Qualcuno grida terrorizzato, poi altri e altri ancora. Si alzano dalle poltrone, altri li seguono. Sono attimi concitaci, il criminale davanti al palco capisce di aver perso il controllo della situazione. Forse sente qualcosa dietro di sé, si gira all'improvviso.E spara.

Il panico è giusto un attimo: panico scatenato dai colpi, dalla signora che cade da un palco e si schianta in platea, e non si capisce se è stata colpita o se si è suicidata.
Nel fuggi fuggi generale interviene anche Santi Ambrogio, Falco 1, che all'ingresso della Scala scorge un suo collega nella Mobile, Mimmo Mancini, mano nella mano con un ragazza dai capelli rossi.
Ma è un attimo, perché dopo aver colpito uno degli assalitori, con uno scorpione tatuato sull'avambraccio, Mancini viene a sua volta colpito, per morire tra le braccia di Santi.
Come è prevedibile, l'attentato suscita una reazione forte sia da parte della popolazione che, di riflesso, nella Polizia. È morto un collega, e da Roma, dal ministero, partono le telefonate per capire chi siano questi misteriosi assalitori, che si sono dileguati nella calca.
C'è paura a Milano, c'è addirittura il timore che arriverà l'esercito nelle strade, per colpa di questi terroristi..
Questi vogliono le prime pagine dei giornali, non soltanto i soldi. Questa è una dichiarazione, non una semplice rapina. Ma rivolta a chi? Per chi lo stanno facendo? Chi è che dovrebbe mettersi ad ascoltare, adesso? Lo Stato, forse? E chi era la donna dai capelli rossi che stava insieme a Mimmo?”.

Sono le stesse domande che girano per la testa di Santi che però viene estromesso dal caso, troppo amico di Mimmo, troppo coinvolto per essere lucido, così sostiene il suo capo. Che lo mette in ferie.
Ma Santi Ambrogio non è uno che si lascia tener fuori: anche per motivi personali, avendo lavorato accanto a Mancini per anni, conoscendo la moglie, inizia una sua indagine personale, non autorizzata.
Mica può lasciare il caso a quel tenente giovane, Michele Daglas si chiama, padre americano e americana la macchina con cui gira per Milano: una Mustang fiammante.
Inizia così una sfida personale, tra Daglas e Santi Ambrogio, il giovane e il vecchio, a chi arriverà prima alla soluzione del caso.
Ma a mettersi sulle tracce dello Scorpione e degli altri terroristi (o rapinatori? O cosa?) c'è anche una bella giornalista, Loriana Principe, del Corriere, bella ma anche ostinata nel volersi infilare dentro il caso senza aspettarsi le solite dichiarazioni della Questura...

Santambrogio segue le sue piste: tartassa i suoi informatori come Tass (al secolo Armando Tassoni), cerca di capire chi fosse la strana donna rossa al fianco di Mancini, il ruolo nella storia della sorella di Mancini, la vedova Bellinzoni (nel cda della Scala).
Lo stesso fa il collega Daglas, con la sua indagine dal di dentro: dentro il mondo della Scala, le sue gelosie, gli incidenti avvenuti nel passato, le stroncature dei loggionisti nei confronti di una cantante ..
Strana gente gira attorno alla Scala: gente strana come la Vedova di Mozart, la signora Pontaccio. Il tenore Kores che sembra conoscere molti segreti di quel mondo. Lo stesso violista, Fuentes, l'uomo che è stato sostituito da uno della banda e grazie a cui è stata portata la bomba dentro la Scala, aveva una vita nascosta ..
Troppe cose non tornano. Troppe coincidenze confluiscono alla Scala. Quanti eventi luttuosi tutti nella stessa sera, e che strascico di morti. La Torricelli suicida. Lo Scorpione. Mimmo. Il violista. E adesso la nipote di Mimmo che è una tossicodipendente. La sensazione che la Bellinzoni abbia taciuto troppe cose.
Santambrogio si accorge di avere una gran confusione in testa, tasselli a cui non riesce a trovare il giusto collocamento”.

Tutti e due, anzi tutti e tre, arrivano alle stesse domande, senza risposta: quale era l'obiettivo dei sette criminali? Non una rapina e forse nemmeno un atto politico?
Come hanno fatto ad entrare dentro il teatro con le armi?
Ogni volta che i tre si imbattono in una nuova pista, in un nuovo personaggio da ascoltare, vengono preceduti da una mano assassina, che uccide lasciando accanto alle vittime dei brani di opere liriche di Verdi. l ballo in maschera, Attila, la Traviata, l'Aida .. perché? Che cosa significa?
Che filo lega queste morti, con i brani e con la Scala? Cosa c'entra l'amico Mimmo Mancini in questa storia?
Le due, o tre indagini, sono destinate a riunirsi, quando le morti iniziano a diventare troppe ed occorre unire le forze e le informazioni.

L'inchiesta, quella legale e quella sotterranea, li porterà dentro la mala milanese e dentro i salotti di Milano.
Li porterà a scoprire brutti traffici, li porterà perfino ad un passo dalla verità, che potranno solo sfiorare.
Perché siamo in un teatro, “è tutta una recita. Nessuno è come sembra. E tutti indossano una maschera”.

Assassinio alla Scala è un noir duro, che scorre veloce sulle strade scivolose di Milano che piacerebbe a Giorgio Scerbanenco: seguiranno altre storie con la coppia Michele Daglas e Ambrogio Santi che andranno in parallelo con le altre uscite di Besola, Ferrari e Gallone per Frilli, con Mala e il Fernet di cui è attesa una prossima uscita in autunno!

C'è una frase, un pensiero, nel finale del libro, del protagonista Santi: una di quelle considerazioni amare, sulla vita e sul lavoro, troppo bella per non essere citata:
La verità fa sempre schifo, l''ho imparato quando mi facevo chiamare Falco. Simpatizzanti fascisti che si tramutano in devote pecorelle in fila per la messa della domenica mattina, crudeli assassini che con la scusa della divisa da onorare e una patria da difendere o di un nome da partigiano, si permettevano le peggiori efferatezze. Ho visto tanti partiti politici cambiare sigla e rimanere sempre gli stessi. E io cosa sono? Chi sono? Da che parte sto?Se l'è sempre chiesto e non ha mai trovato risposta.Forse sono un assassino? Un uomo che la morte ha risparmiato soltanto per farmi godere il suo grande spettacolo seduto nelle prime fila? A chi importa, in fondo, di conoscere la verità? Di sapere? Non lo so,, e la cosa più stupida è che nonostante tutto non smetterò di chiedermelo.”

Buona lettura!
La scheda del libro sul sito di Centauria.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

12 maggio 2016

I morti di Santambrogio (da Assassinio alla scala)


Un nuovo poliziotto entra di prepotenza dentro lo scenario noir milanese: si chiama Santi Ambrogio, ex partigiano durante la guerra e ora sbirro alla Mobile con tanta rabbia in corpo. Santi Ambrogio, ma per tutti Santambrogio, oppure Falco, il suo nome di battaglia durante la resistenza.
Santi Ambrogio inaugura la sua collana di gialli della casa editrice Centauria libri, "I falchi", col libro "Assassinio alla scala", del trio Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone.
La guerra non finisce mai. I morti non finiscono mai. Ovunque vasa, da sempre, Ambrogio Santi è accompagnato dalla morte. W' diventato uomo durante la guerra, quando la morte gli ha portato via tutto. Poi la guerra è passata, ma la morte è rimasta. In ogni angolo. Le rappresaglie di risacca dei repubblichini e dei partigiani. Suo padre. La fame. La nazione che risorgeva. Il miracolo economico. La protesta studentesca. L'incidente di sua moglie. Le rapine sanguinarie. Vent'anni e rotti di Mobile quest'anno. quattro comppagni schiattati, con oggi. Con lui. Quando pensa ai suoi morti non ricorda i nomi. Dice di averli scordati, pure quello di sua moglie, e non si capisce se scherzi. Dice che i suoi morti sono un'emozione perenne, un amaro sussulto nel petto, un arrivederci.Che i nomi contano poco, perché l'uomo che ha dato una direzione alla sua vita un nome non lo ha avuto. Non per lui. S'è preso il suo.Eppure il commissario Ambriogio Santi, Squadra Mobile, la morte non la odia. Gli è compagna. Sa che prima o poi smetterà di cogliere gli altri al posto suo. Quel giorno sarà l'ultimo, e lui li rivedrà tutti. riabbraccerà sua moglie. chissà se i bambini mai nati arrivano in paradiso. All'infoerno c'è stato e ne è uscito vivo. Ora sta in purgatorio. La fine giustifica i mezzi, il paradiso gli aspetta.Le sirene lo riportano a casa. Milano. Le sue strade. Il 1972.
Questo noir, ambientato negli anni 70, come tutti gli altri del trio Besola, Ferrari, Gallone, inaugura anche il secondo filone letterario: con Frilli proseguirà la storia del commissario Malaspina e di Fernet (cominciata con Operazione madonnina e per ora ferma a Il colosso di corso Lodi).
Con Centauria invece saremo "sulle strade di Santambrogio", così mi hanno raccontato gli autori alla presentazione alla Feltrinelli lunedì scorso, in ricordo della serie televisiva "Sulle strade della California".

Buona lettura!
Si comincia con Assassinio alla scala.

06 maggio 2015

Il colosso di Corso Lodi, di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Mala & Fernet – Milano 1975  

Incipit
Milano 1975 Venerdì 14 marzo 
Le mani fredde 
Parco Lambro, poco prima di mezzanotte
“Hai le mani fredde”. 
“E allora?”. 
"Fai piano".Gianni ha ventidue anni. Rita venti. Si vedono da qualche mese, la loro giovane passione è passata indenne attraverso l'estate, le ferie, il mare. Si sono conosciuti all'Università Statale, in un'afosa mattinata di giugno [..]Gianni vuole slacciarle il reggiseno e Rita, che vuole farselo slacciare, si è inarcata in avanti sul sedile della golf. Fuori dall'abitacolo, incuranti, stanno l'aria fredda e il buio, mentre la nebbia bassa scivola sugli alberi. Soltanto un lampione rilascia un chiarore ovattato, laggiù, sulla destra.
[..]"Lascia, faccio io”. Rita si sgancia il reggiseno, lo butta sui sedili posteriori. Poi invece di lasciarsi andare, si blocca.Gianni invece muove avidamente le mani sotto il pullover verde, sul seno caldo e nudo, la bacia sul collo. 
“Perché non togli anche quello?”, chiede sollevando un lembo della lana del pullover. Poi capisce che Rita è assolutamente immobile e sta facendo tutto da solo. Si sente un pirla e si ferma subito.“Beh?”. 
Rita ha gli occhi fissi oltre il vetro appannato del parabrezza. 
“La”, dice indicando un'altra automobile, una ventina di metri più avanti, sulla sinistra.

Una bomba che esplode in un parco e ammazza il giovane rampollo di un imprenditore bergamasco, che è diventato ricco con le sue bistecche.
E poi un'altra bomba, che uccide un altro ragazzo, nella sua ritirata in una casa di ringhiera nella periferia milanese, a Villapizzone.
Siamo a Milano in quei giorni freddi in cui non è ancora primavera e fa ancora tanto freddo. In cui la nebbia copre e avvolge tutte le cose.
E quando esplode una bomba, non si può non pensare ad un atto di terrorismo politico. Dopo le bombe di Piazza Fontana e piazza della Loggia.
Due ragazzi morti sono una bella rogna da sbrogliare per il commissario Malaspina, detto il Mala, tornato alla Mobile dopo un anno di purgatorio alla squadra politica.
Perché il commissario capo Puglisi (quello col busto di Mussolini dietro la scrivania, ve lo ricordate) vuole chiudere in fretta il caso.
Anche perché il signor Belotti, quello delle carni, ha avuto la bella pensata di mettere una taglia da 20 ml sulla testa dell'assassino del figlio.
Belotti comincia a parlare, ha le idee così chiare su ogni cosa che sembra finto, un attore che recita una parte del duro, una specie di John Wayne della Pianura Padana. “Il grinta della bassa”.”

In questo romanzo, il terzo del terzetto Besola-Ferrari-Gallone, ritroviamo anche Fernet, al secolo Dino Lazzati, cronista di nera del corriere e miglior informatore del Mala, cacciato dal suo giornale per aver scritto la verità (qualcuno che aveva cercato di rubare la Madunina .. Operazione Madonnina – Milano 1973 ).
Piazzale Selinunte è un monumento immobile e muto.Sonnecchia nella luce schiacciata di questa mattina che sta cedendo il passo a mezzogiorno e sa di piatti cucinati seguendo la tradizione di mille paesi e regioni d'Italia. Il centro è a due passi, ma qui l'ombelico del mondo sembra essersi spostato e tutto ruota intorno alle case popolari e ad un giardinetto spelacchiato dove uomini e e piccioni sembrano beccare la vita più che viverla davvero. In questa piazza consumata c'è l'ufficio del Fernet, il Bar Lafus”.

Ora, costretto a scrivere in una rubrica di rosa, sta cercando il suo riscatto personale, cercando di pubblicare il suo primo romanzo “I tartari nel deserto” (avete capito a chi si sono ispirati gli autori, no?).

Ma il richiamo della nera è troppo forte per un cronista di “razza” come Dino Lazzati: un duplice omicidio così particolare (le bombe che colpiscono una persona sola, non come atto terroristico) è un'inchiesta che non si può lasciar perdere.
Sarà dunque un'indagine a due, una doppia indagine, quella raccontata dai tre scrittori: quella ufficiale del “mala” e quella non autorizzata del “fernet”.
Che poi il mala, in questo giro, non è nemmeno da solo: viene affiancato nei suoi giri per Milano da un giovane poliziotto romano, Venditti, che ricorda molto per i suoi modi, il personaggio di Tomas Milian, er monezza

Rimane sempre la domanda: chi ha ucciso quei due ragazzi e perché? Come mai ha scelto l'esplosivo? Cos'hanno in comune un ricco figlio di papà che non aveva ancora capito cosa fare da grande e un suo coetaneo con la passione per la musica?
Daniele Belotti. Ventitré anni. Figlio di uno coi soldi. Figlio di uno con le sue idee. Proprio per questo, forse, simpatizzante delle idee opposte. Un rosso per ribellione. Appassionato di musica, fumetti, libri, cinema. A tempo perso studente universitario alla Statale. Sport: nessuno. Alla Politica uno così sarebbe stato etichettato con il termine sociopatico.La seconda vittima, Ruggero Colombo, ventiduenne, nullatenente e nullafacente, secondo il primo rapporto. Nessuna tessera di partito. Nel bilocale nessun indizio che possa ricondurre a qualche simpatia politica. Un perdigiorno che abitava in una vecchia cascina della periferia milanese. Da solo. ”

Bisogna trovare i puntini e unirli come nel rebus della Settimana enigmistica, pensa Malaspina.
Lo spietato assassino continua con le sue morti, mentre il mala e l'assistente Venditti (che alla fine si rivelerà migliore dei suoi modi rozzi) intravedono una pista, qualcosa che legava i ragazzi morti: la passione per la musica, il miraggio del successo che acceca tante ragazze che arrivano nella grande città del nord.
Almeno uno spiraglio per cercare di intuire il disegno del killer. Prima che Puglisi si contenti di un colpevole qualsiasi, per placare la pressione dei giornalisti. 

Il colosso di Corso Lodi è un noir con morti riferimenti al genere poliziottesco anni '70 (come per esempio un certo Rambo, come il personaggio de Il Giustiziere sfida lacittà di Umberto Lenzi).
Ma è anche uno sguardo sulla metropoli milanese, non ancora città da bere, ma che già si è lasciata dietro i bei (?) tempi del boom.
Già si intravede una certa crisi e una certa disgregazione, come se non ci fosse una sola Milano, ma più città, che su muovono su binari diversi.
Dino Lazzati ha sempre avuto un pregio: quello di vederci lungo. Ha sempre capito prima degli altri come si sarebbe mossa Milano, e i suoi abitanti di conseguenza. Ha sempre pianto per primo le lacrime che avrebbero rigato le guance degli altri e ha sempre cercato di nasconderle sotto questi occhiali da sole sovradimensionati, schiacciando tutto nel Fernet per provare a pulire i sentimenti della metropoli.Una città a due velocità che si muove su binari paralleli destinati a non incontrarsi mai.C'è chi fa scoppiare le bombe, chi lotta, e chi stanno fermi come arazzi bui che si apprestano al prossimo inganno quotidiano. La verità di questa notte a Milano è un'epifania figlia della nebbia tardiva e di qualche bicchiere di troppo che velocemente cederà il passo al mattino incantatore e alla sua routine alienante.Viale Certosa è vuoto e sembra un'autostrada tutta per il Fernet, un filare di case e lampioni che corrono dritti verso La Tigre”.

Ma è anche un noir dove emerge la dimensione umana dei protagonisti: non solo le doti investigative del "Mala", ma anche i suoi dolori personali (che scopriremo leggendo le pagine del libro).
E l'umanità di Dino Lazzati detto Fernet, uno dei giornalisti capaci di vedere i cambiamenti dentro la città. A qualcuno viene in mente un certo Giorgio Scerbanenco?

La scheda del libro sul sito di Frilli editori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

27 aprile 2014

Operazione rischiatutto – di R. Besola, A. Ferrari, F Gallone

Milano 1974.
"Fiato alle trombe Turchetti!"


Così come I soliti ignoti ha avuto "L'audace colpo dei soliti ignoti" come degno capitolo secondo, anche "Operazione madunina" non poteva rimanere orfano, senza seguito. E dunque i tre balordi, i tre ladri per necessità (ma con anche tanto cuore) sono ritornati con questo "Operazione rischiatutto".
Dopo aver quasi rubato la statuetta della Madoninna sul Duomo, Angelino è tornato a Milano, o meglio in una casetta alla periferia di Milano che meglio non potrebbe permettersi, assieme a moglie e alle tre creature. E col signor Villa a cui deve tanti soldi per il chiosco distrutto al cimitero monumentale.
L'Osvaldo è sempre alle prese col padrone delle quattro mura della sua osteria, al capolinea del tram in via Ripamonti. Dove un esercito di muratori, venuti anche dal sud, sta tirando su i grattacieli di una metropoli in continua espansione verso la periferia.
O trova i soldi per pagare il padrone (e magari fare anche qualche lavoro di riparazione, che servirebbe anche quello dopo tanti anni di onorata carriera), o deve sloggiare.
Lorenzo Eller, la mente (non solo perché di mestere fa ancora il pubblicitario), è sempre alle prese col suo problema: i debiti del gioco. Che poi i problemi sarebbero anche due, perché deve pure nascondere il suo vizio alla nordica fidanzata, Barbara Svensonn, Beba per gli amici.


L'idea, per trovare i soldi è quella di rapire nientemeno che il signor Mike Buongiorno, l'americano: l'uomo che ogni settimana incolla milioni di italiani davanti la televisione col suo quiz, in cui si vincono tanti soldi.
Ma, si sa, i rapimenti non sono colpi che possono fare tre balordi come Angelino, Osvaldo e Lorenzo. Che poi sarebbero anche quattro, visto che Angelino ha questo dono di parlare coi morti, come il Pecola. Il quarto del gruppo, morto qualche anno prima.


Il rapimento purtroppo, o per fortuna a seconda dei punti di vista, non va in porto perché anziché l'americano i tre infagottano il suo autista, Gennaro Capuozzo da Salerno, napoletano d'adozione.
Che fa loro una proposta per fare assieme un vero colpo, semplice, facile, senza tutti i pericoli e i rischi di un rapimento.
Un truffa al rischiatutto.


E qui dobbiamo tirare dentro altri due protagonisti della storia, anche loro vecchie conoscenze del precedente "Operazione madonnina".
Sono il Mala, al secolo commissario Benito Malaspina, passato alla squadra politica come promozione (si fa per dire) dopo il quasi furto della statua sul Duomo. Alle prese con la portinaia e la sua Prinz rubata. E soprattutto con le fisse del suo superiore, il commissario capo Puglisi (con tanto di testone di Mussolini in ufficio).
Si è fatto crescere i basettoni, i capelli e deve indossare quelle maglie tanto di moda: le dolcevite che grattano così tanto la pelle sul collo.
Perché deve osservare e pedinare i giovani che occupano le case, che fanno politica, che sfilano nei cortei. Che costituiscono un problema per la società, almeno così pensano ai piani alti della Questura e non solo.
"Qualunque cosa succeda ormai è politica. Rubano una macchina: politica. Pestano qualcuno: politica. Ricattano qualcun'altro: politica. Rapina? Politica. Scippo? Indovina un po'? Politica. Co 'sta politica pare che non ci sia più nient'altro, né assassini, né ladri né drogati. Sono spariti tutti. Hai visto com'era facile fare un repulisti? Basta cambiare nome alle cose!".Si era sfogato con Visintin, una sera, dopo lo sgombero di una casa occupata sui Navigli.
Ma tra i giovani da pedinare c'è anche Giovanni, il figlio dell'Osvaldo, capellone anche lui. E Imma, la figlia del capo del Mala, di cui proprio il Giovanni è innamorato. Ma guarda un po' il destino ..
L'ultimo, ma non per importanza, è Fernet, meglio noto come
Dino Lazzati, il giornalista di cronaca del Corriere retrocesso a rispondere alle lettere della posta del cuore come punizione dopo il colpo sul Duomo.

È proprio
Dino Lazzati diventa l'uomo giusto per la grande truffa al rischiatutto: l'uomo a cui spifferare prima della puntate le domande che farà Mike Bongiorno (sul tema i luoghi segreti di Milano) per vincere i milioni in palio e diventare i nuovi campioni.
E prendersi così la sua rivincita, il suo riscatto contro una città che gli ha fatto ingoiare tanta amarezza. Prendersi la rivincita davanti a milioni di italiani e conquistare la fama. E magari l'amore, per quella cantante venuta a Milano per sfondare con la sua voce, Katy Passa. A cui Lazzati non ha il coraggio di presentarsi. Ma quando sarà campione ...


Il desiderio di afferrare la fortuna, per una volta, col colpo del secolo, è il tema conduttore della storia, anche per gli altri protagonisti: prendersi la rivincita dai debiti, dalla sfortuna, dalle pene d'amore. Ma più non posso dirvi.


Operazione rischiatutto, come il precedente, è un romanzo profondamente milanese. Milanese è il dialetto che infarcisce i dialoghi. Milanesi i luoghi dove si svolge la storia, dal bar Jamaica alla palazzina liberty di largo Marinai d'Italia.
Milanesi anche i misteri, su cui Lazzati viene sfidato al rischiatutto e che vi invito a visitare: come la colonna dentro S. Ambrogio, dove è rimasto il segno delle corna del diavolo quando venne su dall'inferno per incornare il santo.
O la pietra di San Barnaba, conservata dentro Santa Maria in Paradiso in porta Vigentina: la pietra che proprio San Barnaba bucò con la croce fatta di legno quando entrò a Milano.Milanese è, infine, l'atmosfera da noir perché, come è giusto che sia, questa non è solo una storia di balordi che si credono i ladri del secolo. Qualcuno trama veramente nell'ombra.
Ma più non posso dirvi.
Fiato alle trombe, Turchetti!

PS: Dino Lazzati è un personaggio ispirato al giornalista milanese
Dino Buzzati. I tre autori hanno voluto ulteriormente omaggiarlo, alternado le pagine del racconto, con pagine di un altro racconto, "I tartari nel deserto". La storia di un capitano che si è perso nel deserto e che cerca qualcosa che non trova. Omaggio al libro "Il deserto dei tartari".

La presentazione del libro, con gli autori:




La scheda del libro sul sito di Frilli editore.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

02 settembre 2013

Operazione madonnina, di Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone

"Gli innocenti non sapevano che l'impresa era impossibile. 
E' per questo che la fecero."
Bertrand Russell

Incipit: Milano, cantiere del metrò, 1959
"Oh, Africa torna qui!" Gracchia la voce roca e ferma del Pecòla.Se il Pecòla grida a questo modo è meglio fermarsi. E non importa che questa voce se ne esca da un corpo di un metro e sessantacinque centimetri per cinquantanove chilogrammi, da un grissino di uomo da niente, tutto nervi, naso d'aquila e Nazionali senza filtro. Non importa. Perché al Pecòla quando lo si sente parlare si capisce che è un dritto, uno che ha fatto un sacco di cose e che sa farne un sacco di altre. Più o meno lecite.
Una sera al Joker's bar di Milano, Luca Crovi propose a tre suoi amici di scrivere una storia a sei mani che fosse quello che "I soliti ignoti" è stato per Roma o "Operazione S. Gennaro" per Napoli.

Un racconto noir, cioè, dove mescolare giallo e houmor grottesco, che caratterizzasse nelle sue pagine, lo spirito della città. In questo caso, le storie della mala milanese e dialetto.

Quello che ne è venuto fuori è questo racconto, scritto a più mani, intriso di dialetto e nebbia milanese: tre balordi decidono, per dare una svolta alla loro vita e risolvere i loro problemi, di fare un colpo che nessuno fino ad allora aveva nemmeno concepito.
Il furto della Madonnina ("tutta d'oro e piscinina") sulle guglie del Duomo.

Decidono cioè di vendicarsi verso la città che tutto aveva preso da loro, prendendo da lei il suo tesoro più importante.

La scelta degli autori è ricaduta sulla Milano degli anni 70, precisamente Milano nel tardo autunno del 1973: gli anni della contestazione, degli scontri tra studenti e polizia nelle strade, gli anni dell'austerità dove la domenica si girava a piedi (per scoprire poi che i prezzi del petrolio erano gonfiati dai petrolieri nostrani). Gli anni della criminalità per strada e della polizia con le mani legate. 

In cui ancora erano fresche le ferite delle bombe che erano scoppiate a Milano nel dicembre del 1969, la nostra perdita di verginità. La bomba di Piazza Fontana e, nel 1973, quella scoppiata davanti la Questura.

Il romanzo pesca a piene mani dalle atmosfere dei libri di Giorgio Scerbanenco e in particolare dal film di Fernando Di Leo "Milano calibro 9" (tratto dal libro di Scerbanenco).

Dai suoi libri escono i personaggi di questa storia.
Ugo Piazza è appena uscito dalla galera, dove era finito per merito delle prove raccolte dall'ispettore Malaspina.
Ora qualcuno sta mandando, proprio all'ispettore Malaspina, delle lettere minatorie: è l'Americano, l'uomo per cui Piazza faceva da cassiere, che non gliel'ha giurata e che vuole farlo fuori?.

Amico del Mala, o qualcosa di molto simile all'amicizia, è Dino Lazzati detto Fernet, giornalista del corriere che passa le giornate dividendo il suo tempo tra le partite al flipper al bar Lafus, e le strade della città, per raccontare i fatti di cronaca.
"Fernet ha un nome, Dino, un cognome, Lazzati, e a professione, il cronista di nera per il "Corriere della sera", anche se a guardarlo sembra uno dei tanti disperati che qua dentro, in questo bar, ci sbriciolano le giornate per lasciarle ai piccioni scuri che zampettano nella poca erba della piazza".

E poi c'è la banda della Madonnina, che è composta da Osvaldo, il gestore della bocciofila Il capolinea in via Ripamonti: una via che in quegli anni è un cantiere unico che la sta trasformando. Una benedizione dal cielo, forse. Perché lo sciur Osvaldo ci guadagna bene dai muratori e operai che vengono qui a mangiare la trippa preparata dalla sua signora.
"Eppure all'Osvaldo non gli piacciono mica tutte quelle caserme con le finestre uguali, con i colori uguali e persino con le stesse famiglie che pian piano s'infilano lì a viverci come api negli alveari."
Sono proprio questi cantieri la sua rovina: il proprietario delle mura gli ha dato lo sfratto, per vendere proprio a questi costruttori di case alveari.

Lorenzo Eller è un pubblicitario che ha fatto successo con il carosello del Moplen: è uno che "in un mondo di plastica anche le cose stupide hanno un valore. E lui l'ha capito". Peccato che i soldi finiscano spesso nelle giocate dei cavalli a S Siro. E che ora sia costretto a girare al largo dai fratelli Bassi, cui deve un nel gruzzolo di denaro.

L'Angelo, o Aungiulin, si è traferito dal suo paese, a Cassino, nella nebbia di Milano che a volte si taglia con un coltello. Vedovo e risposato con tre "piccinelli".
Ha trovato lavoro come fiorista al cimitero di piazza Cimitero maggiore, grazie alla lettera del prete.
La sera del 27 novembre, abbandona il suo chiosco di fiori che viene sfasciato dalla troupe di un film con Alain Delon.
E ora dove trova i soldi da dare al proprietario per i danni?

Lorenzo, l'Osvaldo e l'Angelo si ritrovano al funerale del Pecola. Non si vedevano dal 1959, da quando tutti e quattro, lavoravano al cantiere della metro di piazza Duomo.
Qui, dopo una notte alcolica passata assieme, arriva loro l'illuminazione, il segnale sul come svoltare la loro vita e risolvere i problemi:
"Osvaldo! La Madonnina!""Se gh'è? Che cosa c'è?""L'è tutta d'ora e piccinina!""E allora?""Quanti chili d'oro saranno?""Ma non vorrai mica .."."Questo è il segno del Signore! Osvaldo! Angelo! Noi ruberemo la Madonnina del Duomo di Milano! Noi ruberemo il simbolo della città che ci ha tolto tutto!"."Te sei matto, bella vita!"."Poche ciance! Ci state o no?""Beh .. è impossibile"."E se invece fosse possibile, non lo faresti, Osvaldo? Guarderesti la tua bocciofila finire in mano ai costruttori? Anni e anni di lavoro?".
Mentre i tre disperati organizzano il furto del secolo, Dino Lazzati (un omaggio al grande giornalista Dino Buzzati) detto Fernet racconta sui suoi pezzi la città che cambia (la criminalità che la ammorba, gli studenti e la contestazione fatta coi soldi di papà, la sicurezza della città che verrà affidata in un futuro alle agenzie private ..) e l'ispettore Malaspina insegue le sue paranoie sul Piazza e sull'Americano che gli vuole fare la pelle.

Come andrà a finire questa storia? Non lo posso raccontare.

Ma ora, una volta arrivati in piazza Duomo, provate ad alzare la testa al cielo.
E chiedetevi, chissà se l'è verà, quella Madunnina li?
Non è che veramente qualcuno ci ha fatto in pensierino?


E ricordatevi, soprattutto, che "a uno come Ugo Piazza non lo devi nemmeno toccare"!!

Un estratto dal libro dal sito di Mentelocale:
Quella tarda mattinata di un giorno da caniTerrazza del Duomo, ore 11.59La nebbia ha preparato il terreno alla pioggia, stanotte.Osvaldo non è tranquillo, lontano dall'osteria, proprio all'ora di pranzo.L'Angelo invece, spera che Osvaldo li inviti a pranzo, dopo questo sopralluogo, perché la pancia vuota gli brontola e il concetto di poche lire nelle sue tasche non riesce a trovare motivo di sussistere. È domenica. È domenica e pioviggina, e son venuti a piedi o col tram, che l'Austerità ha bloccato le auto.Eller è venuto in tram, come l'Osvaldo. L'Angelo ci ha messo tre quarti d'ora a piedi, a raggiungere il Duomo. È partito subito dopo la messa delle otto.L'ombrello ha un buco, così ora ha la manica sinistra della giacca zuppa d'acqua. La città è color carta bagnata, ma è uno spettacolo, comunque, dal tetto del Duomo.Fernet esce dal bar, a prendere un po' d'aria. È domenica, e non chiama nessuno. Ci saranno le scommesse nel pomeriggio sulla Serie A del calcio, le corse dei cavalli. Poi oggi è giorno di derby, lo stadio di San Siro sarà strapieno, nonostante il freddo. Lui la schedina non la gioca. Per lui il tredici e un numero sfortunato. Mentre in tasca cerca l'accendino, sfiora e poi stringe il cornetto portachiavi. Nel bar Lafùs, il telefono squilla. La Olga, svogliata, lascia la cassa e va a rispondere. Fernet tende le orecchie, poi si sente chiamare.Che fortuna non ha nemmeno acceso la sigaretta.Osvaldo pensa ai tavoli, al risotto con l'ossobuco e la verza, alla moglie da sola a servire, che al massimo può sperare nell'aiuto di sua figlia, Marisa, ma è una bambina, che può fare, mentre il Giovanni se passa vuota la cassa e va. E lui qui, a fissare la Madonna in cima al Duomo per rapirla, farla a pezzi e comprarci la bocciofila. Roba da chiodi.I fratelli Bassi dormono, profondamente. Ma non sonni tranquilli. Son usciti dal Medusa alle 4, stamattina, e sono entrati in casa alle 6. Senza bagordi. Un semplice diverbio. Anzi, una piacevole conversazione a scopo informativo. Col Sicario. Che nel giorno del Signore, dice, non estrae. Aspetta sempre almeno dopi mezzanotte, la domenica. Ore preziose. Un peccato lasciarle passare dormendo.Lorenzo Eller nasconde un sacco di guai ai suoi ritrovati soci e molti li nasconde anche a se stesso, per non pensarci, per mantenersi lucido. Si cela dietro gli occhiali da sole anche in una giornata buia come questo 2 dicembre.
Si infila sotto l'ombrello dell'Angelo. Sgocciola dal buco. Infastidito, scatta in avanti, lungo la camminata sul tetto del Duomo, infila le scale per salire in cima, ripide, scivola, impreca, proprio la Madonna impreca. TuonaNon è un tuono. È una bomba che la storia d'Italia non racconterà per i prossimi decenni, trattando degli anni di piombo. È una bomba che miete due vittime soltanto, e neanche importanti per gli occhi degli uomini. È mezzogiorno. La gente ha cose pù importanti da ricordare, altrimenti la pasta viene scotta.Mentre guardano la Madonnina dominare quella città così triste e così bella, come lei, d'altronde, l'Angelo fa un cenno goffo a Lorenzo, se gli offre una sigaretta. La mangerebbe, la paglia, per la fame cha ha, ma forse anche fumare può sopire i morsi dello stomaco. Osvaldo, mentre loro fumano, scarta un pezzo di pan dei morti. L'Angelo non si trattiene, aspira al tabacco che quasi s'ingolfa, punta il dolcetto come fosse acqua nel deserto. Osvaldo lo nota e un po' imbarazzato, un po' sdegnato, gliene offre un morso: l'Angelo spalanca le fauci più che può, lo infornerebbe tutto quel biscottone, non riesce.Quando deglutisce ha sete.Mezz'ora prima, tra i blindati e le camionette dell'Esercito attestato per le strade, Argo fiutava la noia e la tensione convivere in quelle facce giovani di soldati da pagnotta. Il suo padrone gli stava dietro, in una mano il guinzaglio, nell'altra l'ombrello, in tasca duemila lire per la torta da ritirare in pasticceria. In via Torino.È normale che ci siano i soldati, per le strade: i delinquenti si son messi a lanciar bombe ananas alla Questura. Argo lo precedeva fiero.
Eller guarda la Madonna, e prega la Fortuna di mettersi una mano sulla coscienza, e l'altra porla a lui. Osvaldo guarda la Madonna e prega Dio di perdonarlo per idea bizzarra, perversa, certo, forse i rapporti tra i due, l'Oste e il Padreterno, non sono granché, ma rovinarli con un gesto tanto blasfemo è un affronto decisamentre di cattivo gusto. Eppure deve. Devono. L'Angelo ha la bocca impastata, desidera qualcosa da bere, possibilmente di caldo e di forte, ma non ha che poche decine di lire. Avvista il chiosco, dietro la guglia maggiore.


La scheda del libro sul sito di Frilli editore.



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