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23 settembre 2024

Le furie di Venezia – di Fabiano Massimi


Prologo

Sono anni che aspetta questo momento.

Nella penombra dello studio, seduto dietro la grande scrivania piena di carte che solo a lui è concesso leggere, l’uomo fissa il telefono da chissà quanto, incapace di distrarsi, incapace di pensare. La tensione è una camicia troppo stretta che trasforma ogni respiro in sofferenza. Il tempo è lento e torbido come l’acqua di un rigagnolo.

Quando arriva il primo squillo, l’uomo resta immobile.

Un secondo squillo.

Un terzo.

Un quarto, e lui ancora non reagisce, come fosse paralizzato – perché sono anni che aspetta, ma si può mai essere pronti per un momento come questo?

Alla fine l’uomo si riscuote, afferra la cornetta.

«Quindi?» dice soltanto, la sua voce stentorea ridotta a un sussurro.

«È morto.»

«Sicuri?»

«Sicuri.»

Questo romanzo racconta, usando il meccanismo del giallo, la storia di Ida Dalser, la vittima dimenticata del fascismo, la donna la cui vita doveva essere cancellata per non macchiare l’immagine immacolata del duce del fascismo, Benito Mussolini.

Dio Patria e famiglia: quanto suonano false oggi queste parole (nonostante siano ancora usata da certa propaganda politica), il regime fascista mandò al massacro i suoi soldati, portò il paese alla rovina, mise in catene l’opposizione, tra cui anche alcuni preti che pagarono con la vita il voler mantenere la fede e non voltarsi dall’altra parte di fronte ai soprusi, alle violenze, alla vergogna delle leggi razziali.

Dopo Geli Raubal, l’Angelo di Monaco, Fabiano Massimi ci fa un altro regalo: ne “Le Furie di Venezia” si parla di questa donna, Ida Dalser, che pagò il prezzo di aver amato Mussolini e di avergli dato tutta sé stessa con la vita. La sua e quella del figlio, Benito Albino Dalser, il primogenito di Benito Mussolini che lui stesso riconobbe a Milano.
Un’altra donna, come Geli, finita stritolata da quel meccanismo messo in piedi a difesa del leader, perché nulla possa appannarne la figura immacolata.

VENERDÌ 15 GIUGNO 1934

La luce, pensò Sauer. Era la luce a fare la magia. Come uno sguardo nuovo posato su cose antiche, come una mano sicura che afferrasse il vento e lo tenesse fermo, i gabbiani alti immobili nell’azzurro, l’odore di salmastro che arriva a folate. La luce sembrava di vetro in quel mattino caldo e umido di metà giugno, mentre la folla festante rombava intorno a lui. Eppure Siegfried Sauer – ex soldato sulla Somme, ex commissario di polizia a Monaco, ex guardiano notturno di Vienna, ex tante cose e adesso più nessuna – d’un tratto si sentì solo nella piazza gremita, lambito da un soffio di ricordi che gli scompigliava i capelli ingrigiti e gli arruffava cuore e pensieri, sussurrandogli un nome che era insieme promessa e rimpianto, e che sempre, sempre lo spingeva avanti, anche in un giorno come quello, anche a un passo dalla fine.

Rosa.

Attenzione, questa non è una biografia, per raccontarne la sua storia l’autore ci porta a Venezia, nel 1934, anno decimo dell’era fascista, dove incontriamo nuovamente l’ex commissario Siegfried Sauer e i suoi compagni, Sandor, Mutti e l’antifascista italiano Livio. Hanno deciso di essere loro gli artefici del destino del mondo, dopo aver visto coi loro occhi di cosa è stato capace il partito nazista di Hitler in Germania: l’insabbiamento dell’indagine sulla povera Geli, la nipote del fuhrer, poi l’incendio del Reichstag, nel 1933 (I demoni di Berlino), con la fine della repubblica di Weimar e l’arrivo al potere di Hitler.

Il Duce a Venezia per accogliere Hitler.

La Storia quel giorno passava da lì.

Tutti questi dubbi, tutta l’ansia che ne germinava, invasero l’ex commissario nello spazio di pochi istanti, quanti ne servirono a Livio per ricevere la risposta dalla cupola e girargliela con altri due lampi di luce.

Sauer respirò.

Occorre uccidere i due dittatori quando si sporgeranno assieme dal balcone del museo Correr: è il prezzo da pagare per salvare l’Europa da lutti ben peggiori. Due colpi sparati dal cecchino ungherese Sandor dalla Torre dei Mori e tutto sarà finito. Compresa l’alleanza tra i due condottieri del mondo..
Ma qualcosa nel loro piano non va secondo i piani: l’ego di Mussolini o forse un cambio nel programma, fa saltare tutto, dal balcone esce solo il faccione del duce, che arringa la folla con le solite parole piene di retorica, l’Italia e il fascismo in quel momento la fanno ancora da padroni nei confronti dei nazisti, a Hitler in quella scenografia è dato solo un ruolo da comparsa, ma le cose sarebbero cambiate a breve.
Siegfied, Sandor e Mutti si ritrovano così la sera a discutere del loro fallimento, deciso comunque ad andare avanti: ma se è stato il caso a salvare i due dittatori, è sempre il caso che li mette sulle tracce di una nuova storia.
Una storia che apparentemente sembra l’ennesima invenzione su Mussolini, tanto è incredibile: riguarda le voci su un suo figlio, avuto da un’altra donna, non la brava casalinga Rachele.
Seguendo Mussolini lungo i canali di Venezia, approdano all’isola di San Clemente, dove ha sede un manicomio femminile.
Quella storia, che girava nelle taverne, che veniva sussurrata sottovoce per non finire nelle grinfie della polizia politica del regime è vera: Sigi, Mutti e Sandor riescono ad infiltrarsi nel manicomio, a spulciare gli archivi delle persone in cura e ad arrivare a questa donna, così importante tanto che la sua cartella è stata fatta sparire..
Chi è Ida Dalser e perché deve essere tenuta così nascosta al mondo e agli italiani? Qual è la sua storia? Qual è il suo segreto?

Ce lo racconta lei stessa, nelle trascrizioni dei dialoghi tenuti col suo psichiatra: la storia della sua vita, quella di una donna determinata che riuscì prima della guerra a costruirsi una fortuna col suo salone, a Parigi prima e a Milano poi. Dove conobbe per la prima lui.

D. Che conobbe chi?
R. Ma lui. Chi altri? Benito Mussolini, al tempo direttore dell’Avanti! Era il 24 febbraio del 1914.
Il giorno più felice della mia vita, e insieme il più disgraziato.
Fu Ida Dalser, è questa è la storia non il romanzo, a dare i soldi a Mussolini per fondare Il popolo d’Italia, dopo essere stato cacciato dal partito socialista e da direttore de l’Avanti, per il suo cambio di posizione sull’interventismo.
Mussolini doveva tutto a Ida, ma la nascita
di Vittorio, primo figlio maschio da “donna” Rachele, mise fine ad ogni sua speranza. E decise anche della sua vita e della vita di quel figlio nato nel 1915. Albino Benito Mussolini.

Forse c’è modo di stroncare il fascismo andando a liberare questa donna dalla prigionia, forse se il paese sapesse la sua storia il consenso del fascismo nella popolazione crollerebbe, come tutto il teatro messo in piedi dalla propaganda. Sauer è un idealista, la storia di Geli, l’incendio del Reichstag lo hanno segnato profondamente: le ferite che hanno lasciato nella sua anima possono essere sanate solo cercando fare giustizia, anche a prezzo della loro vita.
Se non può salvare Ida, per la protezione stretta a cui è sottoposta dal regime, c’è almeno un’altra vita da salvare, quella di Albino. Questa è una promessa che Sigi Sauer è disposto a mantenere ad ogni costo.

Mercoledì 26 agosto 1942

Non sembrava di essere appena fuori Milano, alla fine di un agosto torrido come pochi, nel cuore di una guerra che infuriava ormai da anni senza alcuna fine in vista.

Otto anni dopo il racconto ci porta a Milano: la guerra è arrivata e, anche se è ancora lontano, si fa sentire sulla popolazione, anche sui quanti avevano esultato due anni prima con l’annuncio roboante, Vincere e vinceremo!
Sono arrivate le bombe, i razionamenti, le tessere per comprare il cibo, la borsa nera di chi si approfitta delle disgrazie. Le leggi fascistissime, la repressione del regime contro chi si azzarda a pensare come un uomo libero. Nessuno crede più alle prime pagine dei giornali che, in quei mesi, raccontano ancora della celere avanzata verso Stalingrado.
Sembra di essere catapultati in un’altra storia: a Milano incontriamo il commissario Fausto Armeni, della sezione politica della polizia, mentre sta andando a visitare la moglie, curata nel manicomio di Mombello. È successo qualcosa di terribile al loro bambino, non sappiamo bene cosa, ma questo ha scosso profondamente le loro vita, specie quelle di Margherita.

«Era il mio bambino» disse lei in un fiato di voce, gli occhi fissi sulle mani.
«Io non volevo.» «Lo so» rispose Armeni, mentre l’infermiere la conduceva via..
Qui, ed è ancora il caso, artefice dei destini delle persone, ad intervenire: nel giardino del manicomio incontra un paziente che è appena scappato. Si tratta di un “giovane vecchio”, tanto il suo corpo presenta i segni della sofferenza

Armeni vide il collo che ne spuntava, sottile come il polso di un ragazzo, e appeso al collo un volto cereo ed emaciato. Albino, si disse. Il paziente scomparso.

Chi è questo paziente? Come mai c’è una camicia nera, un pezzo grosso del partito, che segue la sua cura nella struttura? Armeni è pur sempre un poliziotto, uno che non può non interessarsi ad enigmi come questi, specie in un momento così difficile della sua vita, a causa della malattia della moglie.
Sembra un’altra storia ma è la stessa storia: perché quel bambino è proprio Albino Dalser.
Forse, per Sigi Sauer e i suoi compagni di lotta, c’è ancora modo di poter rispettare quella vecchia promessa fatta a Venezia quasi otto anni prima.

Salvate mio figlio..



Mescolando finzione letteraria e storia, Fabiano Massimi ci porta dentro uno dei misteri, anzi uno dei tabù, della storia del fascismo. Tanto era la paura del regime, e di Mussolini, per questa donna, Ida Dalser, la prima moglie di Mussolini, da averla reclusa in un manicomio, non come pazza, ma come persona pericolosa per il regime. Tutto doveva essere cancellato, distrutto: i suoi documenti e anche il suo corpo, sepolto in una fossa comune sull’isola di San Clemente nel 1937. Ancora oggi, se non ci fosse stato il film di Bellocchio del 2009, Vincere (con una grandissima Vittoria Mezzogiorno), e un documentario su Rai Storia, ne sapremmo poco della sua vita. E ancora peggio è andata al figlio di Ida, Albino, tolto alla madre, affidato ad un gerarca fascista (che grazie a questo fece una fulminea carriera), allontanato dai parenti, fu anche lui rinchiuso in un manicomio, a Monbello, dove morì nell’agosto del 1942.

«Le Erinni» disse Menzio. «Anche note come Furie. Esseri sovrumani animati da un unico scopo: punire i colpevoli, vendicare i torti. Erano divinità della giustizia, ma di una giustizia estrema, violenta.

Le Erinni, nella mitologia romana Le Furie (da cui il titolo del romanzo), erano la personificazione divina della vendetta, soprattutto contro chi colpisce i propri familiari o i propri cari.
Se la vendetta contro il regime non ha più senso di essere, è bene almeno che questa storia sia raccontata ancora oggi, anche in forma di romanzo. Perché nessuno dimentichi cosa anche è stato il fascismo. Un padre padrone che ha ucciso i proprio figli, non solo in senso letterale.
“Come la sua vicenda, anche il suo corpo è stato cancellato. Eppure la sua storia non è stata dimenticata, le storie tornano sempre fuori, le storie non possono essere cancellate” – ci spiega Fabiano Massimi in questa presentazione del libro.

Domandatevi, voi che mi leggerete, se meritavo questo. Se qualcuno abbia mai meritato ciò che fecero a me e a mia madre. Eppure è accaduto. Eppure è accaduto. Ecco allora le mie ultime parole.

Tutto questo è successo davvero. Non lasciate che succeda di nuovo. Non lasciate che sia dimenticato.

PS: non lo sapevo e l’ho scoperto leggendo le pagine di questo romanzo, ma il famoso quadro di Bocklin, l’Isola dei morti è stato ispirato dall’isola di San Michele, il cimitero dei veneziani.

La scheda del libro sul sito di Longanesi, le prime pagine del libro.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

01 febbraio 2023

Se esiste un perdono di Fabiano Massimi

 

Prologo
Protettorato di Boemia 13 maggio 1939
Il treno aveva preso velocità appena fuori Praga, oltre i tetti e le guglie della Città Vecchia, oltre i quartieri bassi della prima periferia e le fabbriche che si assiepavano lungo il fiume, e adesso correva deciso attraverso la campagna boema, superando boschi, prati, piccoli borghi appoggiati ai piedi delle colline e fattorie isolate..

C’è un treno che attraversa le campagne tra la ex Cecoslovacchia e la Polonia: un treno con un carico particolare, perché i viaggiatori sono bambini che hanno abbandonato le loro famiglie. Le persone che li stanno accompagnando verso una nuova vita sono preoccupati, non solo per i venti di guerra che stanno soffiando insistentemente in Europa, sin dal 1938., da quando Hitler sta reclamando il suo spazio vitale ai danni delle altre popolazioni europee.
Tra quei bambini, una in particolare, ha attirato l’attenzione dei nazisti: la chiamano la “bambina del sale” perché ogni sera nei vicoli di Praga, va a vendere i sacchetti di sale, ogni sacchetto una moneta. Che segreto nasconde questa bambina così enigmatica e sfuggente, tanto che nessuno conosce il suo nome?

Questa è una storia che meritava di essere raccontata, non solo perché riporta alla luce la memoria di un giusto, Nicholas Winton, lo Schindler inglese, l’uomo d’affari britannico che tra la fine del 1938 e la metà del 1939 organizzò l’espatrio di più di seicento bambini dall’allora Cecoslovacchia con l’operazione Kinder Transport, bambini figli di ebrei o di dissidenti, che avrebbero rischiato la vita per l’arrivo delle truppe naziste e delle SS. Bambini portati in Inghilterra attraverso dei voli aerei inizialmente e poi con dei convogli di treni.
Una storia importante perché ravviva la memoria di cosa è successo in Europa più di ottanta anni fa, quando sul continente si accese quella luce sinistra dell’odio e della malvagità dell’uomo nei confronti dell’uomo, anche nei confronti delle creature più indifese, i bambini: una luce sinistra che ancora oggi non ha smesso di accendersi sui teatri di guerra, nelle zone devastate dalle bombe.

Cosa abbiamo sentito ripetere ad ogni anniversario della giornata della memoria, ogni 27 gennaio? Mai più. Mai più un uomo deve sentirsi privato della sua dignità, dei suoi diritti in quanto uomo libero. E a maggior ragione i bambini che invece ancora oggi devono vivere sotto le bombe, devono scappare dalle loro case, in Ucraina come in Afghanistan e negli altri luoghi dove non è sano rimanere. Come scrive l’autore stesso a fine libro:

Eppure mentre scrivevo questo romanzo, nel gennaio del 2022, dal confine tra Polonia e Bielorussia come dall’Afghanistan talebano giungevano immagini insopportabili di bambini affamati, abbandonati, imprigionati, uccisi [..]

Il male è ancora vivo, più vicino a noi di quanto crediamo, e forse è vero che al suo cospetto siamo impotenti, come sostengono i sacerdoti della realpolitik.

Dopo il trattato di Monaco, in cui le democrazie occidentali avevano consegnato la regione dei Sudeti nella ex Cecoslovacchia alla Germania nazista, da questa erano scappate molte persone che si erano poi radunati in campi profughi nella periferia di Praga.

Era chiaro a tutti come non fosse sicuro rimanere in questi territori occupati, i nazisti avevano già dimostrato cosa fossero capaci di fare dopo la notte dei cristalli agli ebrei, ma a rischio erano anche intellettuali, comunisti, chiunque fosse nella lista dei nemici del partito nazista.
Per questo motivo a partire dal 1938 molte associazioni, come Save the Children, iniziarono a mobilitarsi per portar fuori quante più persone da Praga e dalle altre città, prima che arrivassero le croci uncinate: l’Inghilterra era l’unico paese in Europa che concedeva i visti, senza troppe difficoltà, per far espatriare persone e salvargli così la vita.
Da qui comincia il racconto di Fabiano Massimi che, dopo L’angelo di Monaco e I Demoni di Berlino ci regala un altro romanzo storico, dove convivono personaggi veramente esistiti con altri inventati, ma funzionali al racconto. Tra i primi Nicholas Winton, un uomo d’affari della borsa di Londra che si ritrovò nel mezzo della Storia e seppe fare la scelta giusta anche sfruttando le sue conoscenze nei ministeri e il suo pragmatismo da uomo d’affari, “se qualcosa non è impossibile non vuol dire che non sia fattibile”. Sul campo, a Praga, a gestire questa organizzazione di volontari che aiutava i rifugiati ad espatriare, a compilare le liste dei bambini, a richiedere i visti e a superare tutte la burocrazia, altre due persone coraggiose Doreen Warriner e Trevor Chadwick.
Il libro racconta delle difficoltà nel compilare le liste coi bambini, le difficoltà nell’ottenere i visti da parte dell’Inghilterra (unico paese a concederli) per l’iniziale inerzia del governo. Il doversi guardare le spalle perché ancora prima dell’arrivo delle truppe, Praga era piena di informatori della Gestapo con delle loro liste, gli oppositori del nazismo da far sparire.

Accanto a questi personaggi reali, Fabiano Massimi ne ha messo altri, inventati, come l’io narrante, Petra Linhart, la voce che ci racconterà questa emozionante storia in prima persona, la donna che visse più volte, venuta a Praga per vendicare la morte del marito, negli scontri tra nazionalisti e nazisti (e la perdita del figlio che portava in grembo): diventerà collaboratrice di Doreen e l’aiuterà nella compilazione delle liste dei bambini presenti nei campi profughi, i più fragili, i primi da salvare, anche al costo di strapparli dalle loro famiglie.

Tra questi, l’enigmatica “bambina del sale”:

Della Bambina del Sale ebbi le prime notizie il giorno dopo, quando per conto di Doreen andai a visitare uno dei campi profughi a nord della città. Werner passò a prendermi alla pensione alle prime luci dell’alba, e dopo avermi caricato sulla sua Tatra blu piena di bozzi e rigature fece altre due fermate, una nel Ghetto, alla Sinagoga Spagnola, e una a Kampa, in quella che avrei scoperto essere la sede praghese dei Cavalieri di Malta. In entrambi i casi mi lasciò in macchina da sola per qualche minuto prima di ritornare trascinando dei pesanti sacchi di iuta che ammucchiò sui sedili posteriori.«Carbone» disse notando la mia curiosità mentre si rimetteva alla guida. «Nel campo fa freddo.»
Perché questa bambina è così importante per i nazisti, tanto da mobilitare tutte le loro forze per catturarla? Che segreto nasconde? Dove va a rifugiarsi la notte, quando smette di vendere i suoi preziosi sacchetti di sale (merce introvabile dopo che i tedeschi avevano occupato le miniere del paese)?
Anche Petra nasconde un segreto, che è legato alla morte del marito e che è all’origine della forza che l’ha spinta a fare delle scelte, anche drammatiche, contro le persone che le stanno a fianco.
Un segreto e una colpa che la accompagneranno fino alla fine della storia.

Attenzione, il libro di Fabiano Massimi non è però un saggio storico e non solo perché le notizie sulle vite di queste persone non sono molte (sebbene l’autore si sia ben documentato prima di partire). Il libro rimane sospeso tra un romanzo storico e una spy story, con dentro anche dei colpi di scena: nella Praga dove i nazisti si erano infiltrati ben prima dell’arrivo delle truppe, di chi ci si può fidare? Qualcuno delle persone che collaborano a questo progetto per far espatriare i profughi potrebbe essere una spia o un informatore pronto a tradirti.
Nel racconto però emerge anche l’aspetto umano dietro ogni scelta: da una parte la paura, il doversi muovere in fretta pur rimanendo nell’ombra, dall’altra la necessità di dover fare delle scelte.

«Secondo lei, signor Winton, ha più probabilità un bambino piccolo o un ragazzino? Una femmina o un maschio? Ecco le fotografie, le guardi: non sono tutti bellissimi? [..]

.. vede, se resta qui con me non ha un futuro. I tedeschi non vengono a governarci, ma a sterminarci. Se invece lo affido a lei, si salverà, sì, ma poi che cosa penserà

Ci vuole un forte coraggio e sicuramente anche un grande cuore per decidere delle vita degli altri: quale bambino scegliere, come accettare il fatto che si strappavano dei bambini alle loro famiglie per portarli in un nuovo mondo? E come accettare quelle croci nelle liste dei bambini, ovvero quelli che non venivano scelti dalle famiglie in Inghilterra?

Da una parte il peso di quella scelta, sapendo quanto potesse costare, dall’altra la consapevolezza di stare salvando una persona dandole un futuro: un futuro come musicista, come medico, come elettricista..

Infine Praga, la città dove si svolge tutta la storia: la città delle chiese, dei palazzi maestosi (come quello dei cavalieri di Malta), del castello che domina la città e dove i nazisti isseranno la loro bandiera con la croce uncinata, come sinistro segnale della loro presenza.

Una città divisa tra chi parteggiava per gli occupanti, con l’illusione che avrebbero dato nuovamente lustro ad un paese debole, e chi vedeva con terrore l’arrivo delle truppe tedesche.

Una città anche di vicoli e di leggende: i vicoli dove si nasconde la “bambina del sale”, muovendosi e scomparendo ai suoi nemici come una fatina, come un essere soprannaturale. Come i personaggi delle favole, quelle che insegnano che alla fine il gigante cattivo può essere sconfitto. Basta avere coraggio, basta non voltarsi dall’altra parte, non rinchiudersi nel proprio egoismo.
Se anche altri paesi, come l’America, come il Canada, avessero seguito lo stesso esempio dell’Inghilterra, quanti altri bambini avrebbero potuto essere salvati?
Una storia da leggere e da ricordare: una storia di coraggio e, lo scoprirete nelle ultime pagine, anche di perdono.

La scheda del libro sul sito di Longanesi e un estratto del libro

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09 marzo 2022

Vivi nascosto, di Fabiano Massimi


Apri gli occhi prima della sveglia. Nel buio della stanza le cifre rosse risaltano crudeli. “3:40” dice il display.
Due ore all’alba. Tempo di andare. Ti muovi a memoria, senza accendere luci anche se sei solo in casa. Nel primo cassetto, pantaloni e T-shirt lunga. Nel secondo, il cronometro con la fascia. Non apri il terzo: la pistola è lì solo per precauzione, come un talismano che tiene lontano il male, come un’assicurazione che paghi sperando di non doverla mai incassare.

Per quanto il mondo sia vasto, immenso, pieno di zone oscuro, per quanto ci faccia paura, non possiamo pensare di vivere la nostra vita nascosti, in una zona protetta, sempre che questa esista veramente. La natura ci ha concesso solo quei nove mesi di vita protetti nel ventre della nostra madre. Ma poi, usciti alla vita, nascondersi non serve.
Un insegnamento che vale per tutti, anche per alcuni dei protagonisti del secondo capitolo della serie degli “Ammutinati”, i membri di un club dove si entra non per merito, anzi. I membri del club Dantes sono tutti ex carcerati ora in libertà, avendo pagando il conto con la giustizia e con la società: il loro compito è aiutare persone come loro, uscite dal carcere, a trovare una seconda possibilità.

Per chi non conosce questo mondo, per fortuna, sfugge la necessità di un supporto come questo, nella vita di tutti i giorni: provate a pensare quante volte abbiamo sentito dire, a proposito di un colpevole, “dovrebbe marcire in galera”. E quanto saremmo disposti a dare noi una opportunità, un lavoro, una casa in affitto, un prestito, ad una persona che ha passato anni in un carcere?

Primo, Lars, Arno, Azzica, Zero Zero Zero, i protagonisti di questi racconti lo sanno bene e sono dunque a fare tutto il possibile per evitare che uno di loro ritorni in cella, che finisca nuovamente sotto la legge della giustizia perché, si sa, colpevole una volta, colpevole sempre.

Se ti chiedessero cosa provi mentre muori, saresti tu il primo a stupirsi: non rabbia, non rimpianto, e nemmeno tristezza. Sollievo.

Memori della brillante esperienza investigativa (Il club Montecristo – Mondadori) il club Dantès si metterà in moto ancora una volta, con la sua rete di relazioni fatta da ex carcerati, da persone che conoscono quel mondo, per salvare uno di loro da un’accusa infamante. Aver ucciso un uomo, un ex stilista che era uscito da poco dal carcere con l’accusa di bancarotta.

Bruno Muta era uno stilista di successo, all’apice della sua carriera era invitato ai grandi eventi in quanto amico delle star del cinema, dei vip del mondo dello spettacolo. Poi le indagini sui conti dell’azienda, il processo, la caduta. In carcere aveva conosciuto un altro esponente del Clud, Ares Malerba, arrestato e condannato per aver fatto da palo in un sequestro.

Ares era da pochi mesi in regime di semilibertà ma, guarda caso proprio il giorno in cui Muta è stato ucciso aveva fatto perdere le tracce, non si era presentato al lavoro.

«Sai cosa significa, vero?» Lans annuì, lo sguardo scuro come un temporale in arrivo. «Penseranno sia stato lui.»

Chi meglio di un pregiudicato, per di più uno che si è reso irreperibile giusto il giorno dell’omicidio, può essere il principale sospettato? È quello che pensa il commissario Cassini, un uomo “convinto com’era che chiunque avesse commesso un reato, anche una sola volta nella vita, non avrebbe mai potuto espiarlo del tutto”. Un ex detenuto non può mai essere riabilitato e ammesso dentro la società civile.

Ma gli “ammutinati” hanno all’interno della polizia un alleato, l’ispettrice Lana. Forse perché anche lei, in quanto donna, sa quanto sia difficile vivere e lavorare in mezzo ai pregiudizi, decide di aiutare questo gruppo nel trovare un altro colpevole, un altro movente. Un altro perché?

Appunto, perché è stato ucciso l'ex stilista? Perché, scontata la pena, si era rifugiato in quella casa, nascosto, senza farsi vedere da nessuno? Chi poteva avercela con lui.

I nostri investigatori iniziano una loro indagine, tra gli ex collaboratori dello stilista, l’ex socio e alcune sue collaboratrici, che ora avevano anche fondato un nuovo marchio per distinguersi dal vecchio, dopo che le indagini ne avevano rovinato l’immagine.
Ciascuno con le sue capacità: Arno con le sue doti da hacker (e anche qualche colpo di fortuna), dovrà cercare di intrufolarsi nei device del morto e in quelli di Ares, per capire con chi si sentiva il primo e dove si è andato a nascondere il secondo. Azzica batterà il mondo del tribunale, dove aspira ad entrare anche lui con la stola da avvocato. Zero Zero con le sue doti al volante. Lans con le sue intuizioni e infine Primo, il capo degli “ammutinati”, sfruttando la sua rete di conoscenze nel mondo di Mutina, nome immaginario di questo capoluogo dell’Emilia, dove girano ancora i soldi.
Tutte le prove sembrano contro di loro, tutto porta ad Ares, il detenuto in fuga che, col suo comportamento, sembra confermare la tesi del commissario.
Ma alla fine l’indagine del club Dantès smonterà i pregiudizi andando a scoprire la verità, anche con l’aiuto del loro informatore - indovino Vario, andando a frugare nei segreti del morto, che aveva voluto tenere nascosti per sé.

Non c’è solo l’indagine di questi personaggi strani, che si muovono in una zona grigia tra l’illegalità e il non del tutto consentito, in questo secondo romanzo della serie l’autore ci fa conoscere qualcosa in più della loro vita, in particolar modo di Lans e di Arno (si chiamano tutti per soprannome, ci avete fatto caso, si?).

Lans Iula era sull’orlo del baratro, e il baratro lo guardava negli occhi. Lo fissava con un’intensità che cresceva a ogni secondo, lo attraeva a sé come un buco nero.

Il primo ancora alle prede coi suoi incubi, con quegli occhi della donna che ha amato tanto e per cui è finito in carcere per una rapina.

Marco Maletti detto Arno, Ammutinato onorario e imperatore dei dormienti, non riusciva a non pensare come fosse cambiata la sua vita coniugale negli ultimi sette anni.

Il secondo, alle prese con un matrimonio che lo ha svuotato, come uomo, nonostante una bella moglie, per di più danese, e due bellissimi figli. E c’è anche quella bella ispettrice, Lana, che gli ha riacceso quel fuoco che teneva dentro e che credeva fosse spento. Ma il fuoco può bruciare tutto lasciando solo cenere dietro.

Vivi nascosto, il titolo del libro, è parte di un moto degli antichi greci “secondo gli antichi gli dèi erano invidiosi della felicità umana, perciò l’uomo saggio doveva tenerla al riparo, celata agli occhi di tutti.”
Ma una felicità celata, una vita passata a nascondersi, non è una vita, non è vera felicità.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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24 maggio 2021

I demoni di Berlino di Fabiano Massimi

 

Il calore è così intenso che gli lacrimano gli occhi, il fumo così fitto che non sa dove girarsi. Al di là delle vetrate infrante, nella grande piazza illuminata a giorno, le sirene gridano senza sosta, attirando altre autopompe e migliaia di curiosi. L'acqua prelevata dallo Sprea entra a fiotti dalle finestre, ma nemmeno questa basta a fermare le fiamme. Nella fredda notte di febbraio, il palazzo del Parlamento brucia come un falò di fine estate, e lui è in trappola al suo interno.

Continuiamo a vigilare: Fabiano Massimi termina così la sua nota alla fine di questo romanzo storico incentrato sull'incendio del Reichstag la sera del 27 febbraio 1933. Continuiamo a vigilare perché è stato facile, nella Germania del 1933, passare dalla fragile democrazia di Weimar alla dittatura nazista del reich millenario.

Continuiamo a vigilare, perché per spegnere quell'incendio ci vollero delle ore, ma per spegnere l'incendio che Hitler, i suoi sgherri, appiccarono all'Europa occorsero dodici anni e sessanta milioni di morti.

Non è un caso quel titolo, I demoni di Berlino, che richiama i demoni che infestano i nostri sogni e richiama il fatto che Berlino fosse chiamata per la sua energia, la città che “non dormiva mai, ma nemmeno smetteva di sognare. E di generare incubi..”.

Sono i demoni che indicano nello straniero, ebreo, il colpevole di tutti i mali della nazione, i demoni che arringano la folla con parole d'odio, che barattano la sicurezza nella vita di tutti i giorni con le tue libertà.

Quella sicurezza usata come clava da Hitler all'indomani dell'incendio del Reichstag per imporre la dittatura: i poteri speciali alla polizia, l'arresto dei nemici del popolo (comunisti, intellettuali ebrei) le cui liste erano preparate da giorni, i decreti fatti firmare d'urgenza dal presidente Hindenburg

Il cosiddetto Decreto dell’incendio del Reichstag autorizzava il governo a limitare a piacimento i diritti di libertà personale, di espressione, di stampa, di assembramento, di riservatezza e di proprietà dei comuni cittadini.

Continuiamo a vigilare, ci dice l'autore, perché anche oggi, a quasi novant'anni di distanza, l'impressione che i nostri diritti, le nostre libertà, siano sempre a rischio, in nome della sicurezza.

Questo secondo romanzo di Fabiano Massimi non è un saggio storico: sull'incendio al parlamento tedesco ancora oggi non abbiamo tutti i pezzi del puzzle, sebbene nessuno creda alla teoria del gesto isolato di Marinus van del Lubbe, l'unico che ha pagato con la vita per questo rogo, non sappiamo chi veramente lo ha appiccato. Hermann Goering, all'epoca presidente della Camera, è l'unico che anni dopo si prese le colpe di tutto.

Fabiano Massimi ha cercato di ricostruire il contesto di quei giorni (dove si era all'imminenza delle elezioni) usando il meccanismo del romanzo, immaginando uno scenario plausibile partendo dai pochi fatti certi, assodati: la presenza di Hitler quella sera a Berlino, i dossier di Himmler con cui poteva ricattare altri gerarchi e l'invidia tra Goering e Himmler per assicurarsi i favori di Hitler.

Nel romanzo sono presenti personaggi realmente esistiti, come “Putzi” Hanfstaegl, segretario e portavoce di Hitler che, racconta Massimi, quella sera era presente nel palazzo presidenziale assieme a Goering; Rudolf Diesl, capo della polizia politica che uscì indenne dalla fine del nazismo.

Sono reali gli incendi appiccati da squadre delle SS, che poi venivano attribuiti ad avversari politici (vi ricorda qualcosa di quanto avvenuto in Italia durante la strategia della tensione?), incendi che colpivano proprietà di ebrei.

GIOVEDÌ 23 FEBBRAIO 1933 Quattro giorni prima

Nella notte era andato a fuoco un negozio. Quando Peter Rach scese dal tram in Boschstrasse, poco lontano dall’appartamento che occupava al Karl Marx-Hof, l’alba gelida di Vienna era ancora screziata dal fumo..

Per raccontare questo contesto, questa storia, l'autore usa alcuni personaggi inventati, ma allo stesso tempo molto verosimili, già conosciuti nel suo precedente romanzo, L'angelo di Monaco.

Il commissario di polizia Sigfrid Sauer e la sua compagna Rosa, il commissario “Mutti” Furster e i suoi colleghi: l'avevamo lasciato un fuga da Monaco, al termine del precedente romanzo, per sfuggire dal suo mortale nemico, il capo della servizio di sicurezza delle SS Heydrich.

E ora Siggi Sauer ha un nuovo nome, un nuovo volto e un nuovo lavoro a Vienna, ma deve lo stesso guardarsi le spalle tutti i giorni, deve sempre girare con una pistola.

Finché un giorno non si ritrova nel suo appartamento, il suo ex sergente a Monaco, Julian

«Quanto tempo» disse il giovane al pianoforte esibendo un sorriso beffardo. «Ma la vedo in forma, commissario Sauer.»

il suo ex collega lo informa che Rosa, la donna che ha amato e che con lui è scappata a Vienna, ora si trova a Berlino, per fare qualcosa contro Hitler assieme alla resistenza, per fermare la sua ascesa. Ma a Berlino Rosa è sparita, gli ha lasciato solo una cartolina, che gli ha fatto arrivare attraverso una persona fidata.

Scava una fossa, e siediti al suo interno.

Un messaggio in codice, che si rifà ad un opera di Wagner, in cui l'eroe deve sconfiggere il drago, il suo nemico. Come Heydrich.

Così Sigfried decide di seguire Julian a Berlino, per ritrovare Rosa per salvarla prima che sia troppo tardi. Perché forse, nonostante si siano lasciati in malo modo poche settimane prima, lui la ama ancora. Perché forse si sente responsabile verso Rosa, e forse perché salvare Rosa significa salvare il paese, salvare tutti.

Ma di chi fidarsi a Berlino, una città che non è la sua città? Può veramente fidarsi di Julian e dei suoi colleghi che lo accompagnano nella città, tutti legati alla resistenza gli dice l'ispettore («A Berlino abbiamo appoggi ovunque, anche in polizia» – e gli venne da sorridere. Bentornato nel gran gioco dei segreti, caro Sauer)?

L'unica è rivolgersi a due suoi ex commilitoni della prima guerra mondiale, due persone che con lui hanno condiviso il fango e la paura della morte sul fronte francese. Un proprietario di un locale notturno ebreo e un baro ungherese con un forte ascendente con le donne.

Ma anche di loro, può veramente fidarsi? E può fidarsi di Julian, di Johanna Tegel (la prima poliziotta nella sezione criminale), del sergente Mann, che lo accompagnano in giro per Berlino per cercare un posto dove possa essere stata Rosa?

L’ex commissario non aveva risposte, ma una cosa la sapeva: l’unico modo per uscire da un labirinto di specchi è smettere di guardare la propria immagine riflessa e affidarsi alla logica.

Sauer si trova di fronte ad un gioco degli specchi, dove non riesci più a capire quale sia l'immagine vera e quella riflessa, di chi fidarsi e di chi no.

L'invito a Berlino è solo una trappola per catturarlo e far fuori quella cellula della resistenza contro il partito nazista? Che attentato hanno in mente queste persone, di così grosso, tanto da scuotere l'opinione pubblica dei tedeschi prima delle elezioni?

Il presidente del Reichstag, un uomo corpulento avvolto da una nuvola di profumo, sedeva dietro una scrivania monumentale, chino su una saliera in argento ..

In un giro di intrighi sempre più intricati e pericolosi, Sauer arriva a stringere la mano perfino a Goering (come nel precedente romanzo l'aveva stretta a Himmler, il capo delle SS), comprendendo che perfino una parte del mondo nazista sa di questo attentato e intende sfruttarlo a proprio favore.

Anche in questo suo secondo romanzo, l'autore ci racconta un episodio della storia con la S maiuscola, mettendo a fianco personaggi reali e altri piccoli, comparse sul palcoscenico reale: la morte di Geli Raubal, la nipote di Hitler, la prima vittima della propaganda nazista. E l'incendio del Reichstag un anno e mezzo dopo, un evento che segna l'inizio della fine della Germania e che Sauer cerca di fermare, per tentare di cambiarne il corso. Un episodio della storia del secolo passato che è anche un monito, racconta l'autore nelle sue note finali:

..il Reichstag bruciò in una sera, ma per spegnerlo occorsero dodici anni e sessanta milioni di morti. Oggi può sembrare una storia lontana, lontanissima, quasi ininfluente, eppure le sue fiamme continuano a covare sotto la cenere. I nostri tempi non sono così diversi..

La scheda del libro sul sito di Longanesi e il link al pdf del primo capitolo

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20 febbraio 2021

Il Club Montecristo di Fabiano Massimi - La prima indagine degli ammutinati

 


Fuori è buio fondo, ma dentro tutte le lampade, i lampadari, le applique sono accesi, anche l’abat-jour sullo scrittoio all’ingresso. Il contrasto con la notte ferisce i suoi occhi, ma l’uomo sa di avere poco tempo e procede senza indugi. Il rumore della televisione lo guida fino alla sala, uno spazio ampio reso angusto da librerie su ogni parete. Al centro, di fronte al grande schermo piatto, sta il divano in pelle nera, e sul divano, di spalle, c'è lei...

Una stanza piena di luci, pareti piene di libri, un divano e una donna seduta, come se fosse addormentata. E, alle sue spalle un uomo che si chiede perché

Perché non mi hai ascoltato? Perché non mi hai voluto? La rabbia monta improvvisa.

Un attimo di rabbia, o di lucidità, e poi quella decisione drammatica, l'uomo afferra la donna da dietro e con un gesto deciso le spezza il collo.

Perché, no, le cose non possono andare così. Prima di andarsene, getta all'aria le cose, per dar l'idea di un ladro, di un furto finito male.

Un delitto, una donna morta nel suo trilocale e un indagato che viene individuato dalla polizia quasi subito, un ex detenuto le cui impronte sono state trovate nell'appartamento della vittima. Assassino una volta e dunque colpevole per sempre.

Se fosse così, sarebbe un giallo banalotto, scontato: ma Fabiano Massimi, che già ci ha stupito col brillante esordio l'Angelo di Monaco, ci stupisce nuovamente con un giallo dove gli investigatori sono dei criminali.

O meglio, ex carcerati che, dopo aver scontato la loro pena, ora devono cercarsi una nuova vita, un nuovo lavoro, un nuovo futuro.

E' il Club Montecristo che dà il titolo al romanzo: un'associazione che ha sede in un bar dal nome evocativo, il Caffè Dantès. Saranno loro a dover trovare la soluzione per il delitto di Viviana Ferrante, una giovane ragazza che lavorava in una galleria, uccisa in una cittadina dell'Emilia.

Ad aiutarli in questa indagine parallela Arno, hacker di notte con un lavoro da impiegato di giorno.

Due figli e una moglie danese, una vita perfetta sulla carta. Una vita senza emozione, nella realtà.

Marco Maletti aveva trentacinque anni e passava metà del suo tempo a chiedersi: “Tutto qui?”.

Una mattina Marco, o Arno (il soprannome che si porta dietro da quando era studente) si trova di fronte Lans, il suo grande amico delle superiori che non vedeva né sentiva da anni. Otto anni per la precisione:

Il primo pensiero fu: Sono otto anni che non lo vedo. Il secondo: È sempre bello in modo irreale.

Lans è un ex detenuto, finito in carcere per aver partecipato (in modo artistico, diciamo) ad una rapina: fa parte anche lui di questo club di “ammutinati” che cerca di aiutare ex carcerati a non diventare recidivi, a trovare quegli aiuti che la società fuori nega (per pregiudizio) a chi è stato dentro, una specie di società di mutuo soccorso.

Voi vi fidereste di uno che ha rubato o che, perfino, ha ucciso? Eppure la nostra Costituzione, le nostre leggi prevedono che il carcere abbia una funzione riabilitativa, non punitiva.

Arno dovrà aiutare il club e Lans a trovare un'altra pista che scagioni Danilo, il sospettato numero uno della polizia e del commissario Cassini (uno di quelli dei pregiudizi). Cercando per esempio qualcosa di utile nella posta elettronica di Viviana (il suo cellulare è stato portato via dall'assassino), nelle tracce che aveva lasciato in rete sui suoi profili social..

E qualcosa viene fuori: la donna chiusa, amante dei libri e dei quadri (lei stessa era una pittrice) è come se avesse avuto una seconda vita, da escort di lusso, con tanto di sito vetrina e recensioni dei suoi soddisfatti clienti. Non solo, il passato di Viviana era stato molto turbolento, oltre a dei problemi familiari, aveva avuto problemi con la droga.

Grazie alla rete di relazioni messa in piedi dal club, a Lans e agli altri membri, arrivano tutte le informazioni per farsi un quadro della situazione: chi era Viviana, questa donna di trent'anni che nei suoi quadri replicava lo stesso soggetto, una donna di spalle che osserva paesaggi pieni di distruzione?

E' stata uccisa da un cliente, magari proprio quello che le mandava messaggi in modo insistente?

Oppure c'entra qualcosa la persona con cui lavorava, il gallerista, visto che anche lui la chiamava spesso, di notte?

Ma ad aiutare questo gruppo “particolare” ma molto determinato di investigatori, sarà l'aiuto di un informatore, che si spaccia anche per medium, che risponde alla loro domanda di aiuto con un indovinello

Con te parlerò, anche se molto mi costa.

Lo so che sono morta: sono morta apposta.

Tu ignori totalmente quale sia la posta.

Infine, c'è anche un altro uomo, un fidanzato, con cui Viviana aveva litigato due mesi prima.

Il club Montecristo si rivelerà molto più efficiente della polizia nel risolvere questo delitto: un delitto nato da un dolore che ci si è portati dentro per troppo tempo, senza essere stati capaci di gestirlo, di dargli una ragione, un perché..

E questo dolore ci aiuterà a capire quei quadri, pieni di apocalisse, quelle poesie di Antonia Pozzi che leggeva.

Vi sorprenderà, per come è congegnato e per quanto sia toccante, il colpo di scena finale che porterà non ad una condanna ma ad una assoluzione.

Perché è giusto così, perché anche un gesto estremo può nascondere un sentimento di protezione.

“Memento Vivi” sta scritto in un dipinto a olio, in contrapposizione al motto “memento mori”. Ricordati di vivere ed è un motto che deve valere per tutti. Anche per le persone che escono da carcere e vogliono solo riscattarsi.

La scheda sul sul sito di Mondadori

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16 febbraio 2020

Una grande casa infestata di fantasmi – da Violette di marzo P. Kerr


Berlino. 
L’amavo, questa vecchia città. Ma questo prima che si fosse guardata allo specchio e avesse cominciato a indossare dei corsetti tanto stretti da levarle il respiro. Amavo le filosofie disinvolte e spensierate, il jazz scadente, i cabaret volgari e tutti gli altri eccessi culturali che avevano caratterizzato gli anni di Weimar, e fatto sembrare Berlino una delle città più eccitanti del mondo. 
Dietro il mio ufficio, a sud-est, sorgeva la centrale di polizia, e immaginavo il duro e buon lavoro che vi veniva fatto per estirpare la criminalità da Berlino. Infamie come parlare in modo irriverente del Führer, affiggere il cartello «ESAURITO» sulla porta della vostra macelleria, non rispondere al saluto a Hitler, ed essere omosessuali. 
Era questa Berlino sotto il governo nazionalsocialista: una grande casa infestata di fantasmi, piena di angoli bui, lugubri scale, sinistre cantine, stanze chiuse a chiave e la soffitta zeppa di poltergeist in libertà, che scagliano libri, sbattono porte, spaccano vetri, urlano nella notte, spaventando a tal punto i proprietari da indurli, talvolta, a vendere tutto e andarsene. Ma questi di solito si tappavano solo le orecchie, si coprivano gli occhi pesti e facevano finta che tutto fosse a posto. Atterriti, parlavano poco, ignorando il fatto che i tappeti gli scivolavano via sotto i piedi, e la loro risata era di quelle risatine nervose che accompagnano sempre la battuta di spirito del padrone.La polizia, come la costruzione di autostrade e il fare la spia, è una delle industrie maggiormente in espansione nella nuova Germania...
Violette di marzo, di Philip Kerr Fazi editore

Ne “L'angelo di Monaco” Fabiano Massimi attraverso la vicenda della morte di Angela Raubal, la nipote di Hitler, ci ha raccontato come fosse la Germania ai tempi di Weimar, negli anni in cui il partito di Hitler stava conquistando consenso, nella popolazione e all'interno dello Stato.
Le violenze contro gli ebrei che si faceva finta non esistessero, l'ambizione e la nostalgia nei confronti di un passato storico glorioso, la guerra di potere all'interno del partito nazionalsocialista..

Con Philp Kerr, in “Violette di Marzo” facciamo un salto in avanti di dieci anni: il partito nazista è al potere, Hitler si appresta a celebrare la sua rivincita (nei confronti del mondo, delle nazioni che hanno sconfitto la Germania nella grande guerra), con le Olimpiadi del 1936.
La macchina di Propaganda si è già messa all'opera, alcuni manifesti contro gli ebrei vengono rimossi dalle strade, per non disturbare i futuri ospiti stranieri.
In questo romanzo, attraverso gli occhi di un investigatore privato molto autoironico (e chandleriano), Bernie Gunther, ci viene raccontata la Germania nazista dal di dentro.
Leggetelo e rileggetelo con calma questo passaggio: la propaganda, la macchina della repressione, le violenze contro i nemici del popolo, la sottrazione delle libertà barattata con una apparente tranquillità sociale ed economica...

12 gennaio 2020

L'angelo di Monaco, di Fabiano Massimi


Sta morendo. 
Nella stanza chiusa a chiave, la ragazza giace a terra di fronte al divano, gli occhi sgranati, le labbra schiuse, la pelle fredda, sempre più fredda, mentre il sangue si allarga lento sul vestito. 
Poco più in là, sopra il tappeto azzurro, la pistola ormai inerte è rivolta verso la finestra. 
Per la ragazza era solo un oggetto, fino a poco fa, un oggetto qualunque. Adesso è la cosa più importante della sua vita, la meta cui senza saperlo era diretta dal principio.

Una ragazza che sta morendo, sola e chiusa in una stanza, senza che nessuno nel mondo là fuori possa o voglia aiutarla.
Siamo a Monaco in un caldo settembre del 1931, negli ultimi mesi della Repubblica di Weimar, prima che il partito nazional socialista, vincitore alle elezioni, spazzi via tutti i residui di libertà portando il paese nel lugubre decennio nazista.

Ma torniamo a quella ragazza, che non è una ragazza qualunque: avrebbe potuto avere una vita felice, magari girare il mondo. Invece no: si chiama Angela Raubal, è la figlia della sorellastra di Adolf Hitler, che poi è il suo tutore. E forse anche qualcosa in più.
È lei, Angela o Geli come la chiamavano tutti, l'angelo che da il titolo a questo giallo ben scritto, che ci porta dentro uno dei segreti più nascosti della vita di Hitler.

Sulla morte di Geli viene chiamato ad indagare, ma con l'invito di chiudere tutto entro 8 ore, il commissario di polizia Sigfrid Sauer, assieme al collega Helmut Forster, “Mutti”: otto ore e non un minuto di più, questo l'ordine che arriva loro dal capo della sezione crimini violenti.

È stata uccisa una donna, di razza germanica, parente ad un «uomo che si sta facendo un nome»: quell'uomo è Adolf Hitler, appunto, in quel momento fuori Monaco per un comizio che doveva tenere ad Amburgo.
Nella casa di Hitler, presidiata da uomini delle SA (il servizio d'ordine del partito nazista), i due poliziotti vengono fatti entrare nella stanza dove si trova la ragazza morta: per aprire la porta, chiusa dall'interno, si è reso necessario l'intervento di un fabbro – racconta la coppia di domestici.
Subito non registrò nulla della stanza: né la disposizione degli arredi, né la vista dalla finestra, né altro. Il corpo attrasse tutta la sua attenzione, annullando il resto. Era una donna.
Una ragazza morta, il volto che rivela segni di colpi, tanto sangue sotto il corpo, la stanza chiusa, la pistola poco lontana. Si tratta di un suicidio: lo dice la scena del crimine, lo dice il dottor Muller.
Due cose attirano l'attenzione però: la lettera trovata su un mobile (“Quando verrò a Vienna – spero molto presto – andremo in auto insieme”) e l'assenza del pendaglio a forma di svastica che Geli teneva sempre addosso, regalo dello zio “Alf”.

Tutto chiaro, o forse no. Sauer e “Mutti” non sono di quei poliziotti zelanti coi potenti, ci sono alcune cose che non tornano: gli orari dichiarati dai Winter, i domestici, la storia della serratura forzata, l'estrema pulizia e l'ordine in quella stanza ma soprattutto il motivo per cui Geli si sarebbe tolta la vita.
Era incinta, dice la signora Winter.
No, non è vero, dice il dottor Muller.

E poi ci sono tanti altri piccolo misteri: il suicidio del fabbro, uno dei più bravi di Monaco. Lo strano incendio nel laboratorio del medico legale, che distrugge le foto della ragazza. Il fatto che sul corpo non sia stata fatta nessuna autopsia.

I due commissari iniziano a sentire una brutta aria, brutte pressioni intorno al caso.
C'è un faccia a faccia tra Adolf Hitler e Sauer, in cui questi gli chiede di fare luce sulla morte della sua amata nipote.
« .. Loro hanno inviato lei, e io a lei mi affido, non come a un aiutante, ma come a un amico» concluse Hitler spingendo il suo sguardo ancora più a fondo negli occhi di Sauer. «Posso contare su di lei?»

Sui giornali iniziano ad uscire alcune rivelazioni sulla fine di Geli, che mettono in dubbio la storia del suicidio: questo potrebbe distruggere per sempre la carriera di Hitler (e se Geli fosse stata uccisa dallo zio, e se fosse vero che avevano una relazione ..).
Forse la storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa se …
Sauer si sente come manovrato, come se ci fosse un burattino che cerca di tirar i fili dell'indagine: la fretta nell'archiviare il caso da parte del capo, quegli strani suicidi che fanno pensare che ci sia qualcuno che sta sabotando l'indagine (e tutti suicidi con un messaggio all'apparenza normale “Mi dispiace, H.”).

Perfino Himmler in persona lo invita a far chiarezza sul suicidio, in un incontro che non ha nulla di casuale (in questo romanzo incontreremo tutti i leader del partito nazista, Himmler, Goering, Hess, che verranno raccontati secondo una luce diversa).
L'ambiguo e freddo braccio destro di Hitler da carta bianca a Sauer, per chiarire tutti i punti oscuri della storia, fornendo una lista di nominativi da sentire.
«E lei come sa di potersi fidare di me?» chiese Sauer. 
«Io conosco il suo segreto» rispose Himmler mentre l’autista apriva la portiera del commissario. «Deludermi non le conviene.»

Ma è un aiuto disinteressato quello di Himmler? O è solo l'ennesima recita di un copione, come quella dello zio Adolf, così addolorato per la morte della nipote?

Una recita dove è morta una ragazza, di poco più di venti anni: morta perché aveva paura di esibirsi in pubblico come cantante?
Oppure uccisa per nascondere un segreto terribile, quello del suo rapporto con lo zio Adolf, il “lupo”, un qualcosa che avrebbe potuto distruggere per sempre la sua carriera e arrestare l'ascesa del partito nazista al comando della Germania.

Sauer, assieme al collega Mutti, si rende conto del rischio a cui si espone per questa indagine, che li sta portando a scoprire i dissidi e le tensioni ai vertici del partito, i segreti del politico “che si sta facendo un nome” e che si appresta vincere le elezioni.
Ma c'è una ragazza, il cui fantasma aleggia per tutto il corso della storia, a cui dare giustizia. C'è una verità da scoprire, perché altrimenti la verità la scriveranno solo i vincitori. O forse anche quelli che sopravviveranno per raccontarla..

L'angelo di Monaco non è solo un giallo molto ben scritto e molto ben documentato, come testimonia l'ampia bibliografia a fine libro, da cui l'autore ha attinto per imbastire la storia. 
Sono esistiti veramente i due commissari Sauer e Forster, che hanno consegnato la relazione della loro indagine, chiusa e riaperta per ordine del ministero, conclusa nell'arco di una settimana.
Sono esistiti veramente tutti i personaggi ai vertici del partito nazista o vicini ad Hitler citati nella storia, Himmler, Heydrich, Hoffmann, Hess, dietro cui si cela forse l'assassino di Geli.
Reali anche i racconti sui gusti femminili di Hitler, le sue perversioni.
Reali anche le voci che giravano attorno al rapporto di Hitler con la nipote, che rischiavano di rovinare la sua ascesa politica e la vittoria alle elezioni.

Soprattutto, è reale il contesto raccontato di quella Germania, che si trovava come sospesa tra una repubblica con regole e leggi, un passato fatto di riti e ricordi, di un antico benessere, e un presente che nessuno voleva vedere.
Le violenze dei nazisti e delle SA, contro gli ebrei, contro gli oppositori del partito nazional socialista, contro i più deboli.
Come ha fatto un popolo, ricco di cultura, scienza, filosofia, a consegnarsi a quell'uomo dalla voce metallica e dallo sguardo magnetico, capace di soggiogare le masse coi suoi discorsi.
Oggi hanno tutti vantaggio a dirsi antisemiti, il popolo è ignorante e affamato e seguirà chiunque gli sventoli un bello stendardo rosso davanti agli occhi ..

Qualcuno vedrà una forte attinenza col presente che stiamo vivendo: i discorsi contro i banchieri ebrei, il ritorno ad una grande Germania guidata da un uomo forte possono essere ripresi e portati fino ai giorni nostri.
La rabbia e la paura, per la miseria, per un futuro difficile da decifrare, il nemico infido a cui addossare tutte le colpe per le tue sfortune: con questi mezzi a chi importa delle piccole prepotenze, delle violenze e dei delitti?
E' come la storia della rana nella pentola: è la metafora usata da un giornalista, che sta raccogliendo le prove contro Hitler:
.. come la storia della rana. Se la getti in una pentola di acqua già bollente salterà fuori all’istante, ma se la metti nell’acqua fredda e accendi il fuoco, la temperatura salirà lentamente e la rana si ritroverà bollita senza neanche sospettarlo”.

Che cos'è la verità – si chiede l'autore nelle note a fine lettura (note che vi consiglio di leggere, perché completano il quadro di tutta la storia): forse proprio per raccontare la verità, ma “scrivere un romanzo è raccontare una bugia per far emergere la verità”, conclude lo stesso poco oltre.
Una bugia che almeno ha il merito di fare un po' di luce su uno dei segreti più nascosti del nazismo e di Hitler, nonché di rendere giustizia a questa ragazza, Geli Raubal.
La prima vittima della propaganda nazista.

La scheda del libro sul sito di Longanesi e il pdf del primo capitolo
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07 gennaio 2020

L'angelo di Monaco, incipit - (Fabiano Massimi)


Sta morendo.Nella stanza chiusa a chiave, la ragazza giace a terra di fronte aldivano, gli occhi sgranati, le labbra schiuse, la pelle fredda, semprepiù fredda, mentre il sangue si allarga lento sul vestito.Poco più in la`, sopra il tappeto azzurro, la pistola ormai inerte e`rivolta verso la finestra. Per la ragazza era solo un oggetto, fino apoco fa, un oggetto qualunque. Adesso e` la cosa più importante dellasua vita, la meta cui senza saperlo era diretta dal principio.Un tonfo, rumore di passi. Oltre la porta bloccata, la vita dell’appartamento continua regolare, ignara della sua presenza, che prestosi trasformerà in assenza. La ragazza vorrebbe muoversi, chiamare,ma lo sparo le ha tolto ogni energia. Solo la coscienza rimane, a intervalli di cui non sa tenere conto.Quanto tempo si impiega a morire così? Un’ora, cinque, dieci? Lamente della ragazza tenta di unire orari e volti, calcolare se qualcuno, e chi, e quando, si accorgerà di quello che e` successo – di quelloche sta ancora succedendo, e potrebbe essere fermato.Ma sono ragionamenti troppo astratti, e la luce continua a calare.Il mondo all'esterno non ha tempo per una sciocca avventata chemuore sola nella sua stanza. Le poche persone che le vogliono benesono lontane.Cosi`la ragazza resta a terra, senza voce, senza fiato, gli occhi fissisu un cielo di stucchi, e mentre il freddo diventa pian piano accettabile, aspetta che qualcuno, chiunque, arrivi a salvarla, o quantomeno a confortarla. 
[Fabiano Massimi - L'angelo di Monaco, Longanesi] 
Lei è Geli Raubal, sta morendo in una stanza chiusa.
Siamo a Monaco, nel settembre 1931.
Non è una ragazza qualunque, è la nipote di Hitler.
La prima vittima della propaganda nazista