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23 gennaio 2016

L'invisibile ovunque, Wu Ming

 «Il libro è costituito da quattro racconti in una sorta di progressione. Sono tutti e quattro tentativi di evadere dalla guerra una volta che ci si trova dentro; quindi non esempi di diserzione preventiva ma esempi di persone che trovandosi coinvolte nella guerra cercano di scamparla» 
Dall'intervista dei quattro autori bolognesi a Repubblica

Anche il collettivo Wu Ming dedica un suo romanzo alla grande guerra, il cui centenario è stato ricordato l'anno scorso.
La prima guerra meccanizzata, coi soldati mandati al massacro da ufficiali inetti che rispondevano a piani di battaglia di generali incapaci. Per strapparsi l'un l'altro quei pochi metri tra una trincea e l'altra, nella terra di nessuno.
Falciati da una mitragliatrice, feriti da uno shrapnel, dilaniati da una bomba, colpiti in fronte da un cecchino o asfissiati dal gas …
Ci sono tanti modi di morire in battaglia e alla stessa maniera ci sono tanti modi di raccontare la guerra e la battaglia.
Quello epico e retorico che parla degli eroi, del sangue versato, degli arditi col pugnale in bocca.
E quello che hanno scelto i quattro componenti del collettivo, nei quattro racconti per la prima volta scritti da uno solo del gruppo.
C'è la prima guerra mondiale ma vista da una prospettiva diversa: si raccontano storie di persone che l'hanno attraversata la guerra e i campi di battaglia e, di fronte all'orrore della morte hanno cercato una fuga. Ciascuno di loro in modo diverso.

Il primo racconto è asciutto e veloce, racconta di due fratelli che vanno al fronte, il primo perché chiamato, il secondo per scelta, per scappare dalla vita dei campi.
– Andiamo a morire, – aggiunse Adelmo dopo un lungo silenzio, 
– Chi l’ha detto? 
– C’è il caso.– C’è il caso anche di tornare. 
– Ah sì, il caso c’è anche di tornare. Già.

Adelmo vede morire uno dopo l'altro i compagni di reparto, vede la vigliaccheria, vede quanti si rifiutano di sparare al nemico.
“Questo era insopportabile: morire così, uno tra migliaia, come non si fosse mai nati. Della fotografia che avevano preso alla compagnia il giorno che li avevano dislocati in prima linea, pochi ne erano rimasti vivi. Non era passato nemmeno un mese”.
Per sfuggire a tutto questo, Adelmo entra negli Arditi e riesce a sopravvivere alla battaglia, imparando ad uccidere in tutti i modi, per tornare a casa capace solo di far quello.
“Vado a caccia adesso”. Si conclude così, lasciando aperto il suo futuro di “uomo-arma che un potere futuro potrà usare a suo piacimento”.

Il secondo racconto parte dai miti greci, da Ulisse uomo dal multiforme ingegno che per sfuggire la guerra si finge pazzo. Per essere poi scoperto, in modo forse banale da Palamede (perché forse, in fondo, Ulisse alla guerra voleva andarci ..).
Anche Giovanni, sottotenente, proveniente da una famiglia borghese (e non contadina come l'Adelmo), userà lo stesso marchingegno per sfuggire alla guerra:
“È dunque la patria, per prima , che mi ha imposto di essere quello che non sono. Un assassino, un guerriero, uno che mantiene la calma a vedere uomini col ventre squarciato”.

Si fingerà pazzo, verrà ricoverato nel sanatorio di Ferrara e matto ci diventerà per davvero, diventando “un disperso, un soldato smarrito sul fronte più interno di tutti. Presente e assente, fantasma in carne e ossa...”

Il terzo romanzo abbandona il fronte italiano, per passare a quello francese: cambia il fronte e anche lo stile: si racconta dell'incontro (vero? inventato?) tra lo scrittore André Breton e la sorella di Jacques Vaché, di cui ne ignorava l'esistenza dopo che era andato al fronte, per morire al termine della guerra. Anche se suicida, anche lui è una vittima della guerra, che non perdona, come la sua famiglia. Aveva scritto, sulla guerra “niente uccide un uomo come l'obbligo di rappresentare una nazione”.
L'ultimo racconto è quasi un saggio, su un episodio della grande guerra che non conoscevo e che, immagino, in pochi fossero a conoscenza: si parla della Compagnia Camaleonte, istituita nel gennaio 1918 in seno al I° Reggimento Genio Zappatori quale esperimento pilota di camouflage e guerra mimetica del Regio Esercito.
Anche qui parliamo di una forma di fuga dai massacri inutili a cui venivano mandati i nostri fanti, per la stupida guerra di conquista decisa dai nostri generali (come il generalissimo Cadorna). Pena la fucilazione alle spalle, se si fossero arresi, e la decimazione del loro reparto.
Stupida guerra.
L'idea del mimetismo nasce dall'utopia di nascondere soldati alla vista del nemico, rendendoli omogenei al terreno circostante.
L'intuizione è del pittore Bonamore, dopo una notte e un giorno passati nella terra di mezzo tra le trincee, invisibile agli occhi degli austriaci, sebbene ferito e impossibilitato a muoversi, perché con la divisa impregnata di fango.
Perché non rendere anche i nostri soldati “invisibili ovunque” al nemico, per farli avvicinare alle linee nemiche senza essere colpiti?
In Francia, il pittore De Scevola aveva avuto la stessa intuizione, ma solo per camuffare i cannoni, con dei teli colorati, perché le macchine valgono più degli uomini.
De Scevola arruola pittori per il suo lavoro, l'arte va alla guerra.
Sono i mesi della disfatta di Caporetto, quando i commandos di Rommel aggirarono le alte vette per irrompere nella pianura padana e circondare le truppe, nel 1917.
Nel 1918 viene ufficialmente istituita la compagnia Camaleonte, che parteciperà alla famosa battaglia di Monte Grappa, che si concluse, dopo altre migliaia di morti per la stupida idea di attaccare in salita gli austriaci.
Dopo la battaglia, il nome di Bonamore e della mimetizzazione sparì dagli annali, dalla storia, dai libri: una damnatio memoriae dovuta al fatto che la gloria doveva brillare solo per gli arditi (di Adelmo Cantelli, il primo racconto).
Per poi riapparire, come una sorta di giustizia storica postuma, nelle memorie del generale Von Goglia, comandante delle armate a Belluno.
Dove parlò di “soldati spuntati dalla terra”: forse erano proprio i soldati di Bonamore: ci piace immaginare – scrive l'autore del racconto – che così abbia trovato modo di realizzare il suo gesto artistico
“trasformando l'arte in vita salvata, strategia di fuga non già indietro, verso la fucilazione, ma in avanti, verso una vittoria paradossale, senza morti”.
La scheda del libro sul sito di Einaudi (qui il link per scaricare il pdf del primo capitolo), il blog dei Wu Ming.

I link per ordinare Ibs e Amazon

29 dicembre 2009

Altai di Wu Ming


Ancora un altro romanzo del collettivo Wu Ming: ancora un altra grande storia, raccontata dalla parte degli sconfitti.

Un racconto di una grande utopia, di un sogno, sconfitto dagli eventi.
Dopo le rivolte degli umili raccontate in “Q”.
Dopo la sconfitta degli indiani irochesi da parte dei ribelli americani, in “Manituana”.
Il sogno di Giuseppe Nasi, riunire tutti gli esuli, i sconfitti e gli erranti d'Europa, nel regno di Cipro: ebrei, mori, schiavi.

“Quindici anni dopo l'epilogo di Q”: si parte da Venezia, con l'esplosione nell'arsenale del 1569. Attentato di cui viene incolpato un agente dei servizi della Serenissima, Emanuele De Zante, un ebreo che ha rinnegato il suo popolo e la sua religione e che, proprio per questo, ritenuto dal consigliere Nordio, il colpevole ideale.
La sua fuga da Venezia, lo porta prima a Ragusa, e poi a Salonicco, prigioniero prima e consigliere poi di quel Youssef Nasi o Giuseppe Nasi (noto in Europa anche come Juan Micas o Joao Miquez), ritenuto il nemico mortale della repubblica veneziana. Mercante ebreo, errante anch'egli, che ha trovato ospitalità per i suoi affari nella culla dell'impero Ottomano.
Costantinopoli.

Qui inizia un secondo viaggio: Emanuele ritorna ad essere l'ebreo che era, ritrova la sua gente, la sua religione, un nuovo ideale per vivere. Il suo vecchio nome: Manuel Cardoso.

Sposando la causa di Nasi, ne diventa l'occhio lungo nella corte del sultano, per carpirne gli umori, le trame nascoste.
L'idea del mercante è finanziare una guerra contro Venezia che ne strappi l'isola di Cipro, rifugio definitivo per la sua gente in fuga dall'Europa.

- Tu hai mai avuto un sogno, Manuel?
La risposta uscí come un singulto.
- Sí, non essere giudeo. Fu mio padre ad avverarlo.
- Ti capisco piú di quanto non immagini. Perché rimanere deboli quando si può diventare forti?
Ma io non mi accontento di trasformare me stesso. Voglio trasformare un popolo. Da debole a forte. Da diviso a unito. Da ospite mal sopportato a padrone del proprio destino. Da fuggiasco a protettore di chi fugge. Sono millecinquecento anni che scappiamo. È giunto il momento di fermarci.


Nel racconto di Nasi riviviamo lo splendore della corte ottomana; il ruolo delle donne di Corte nelle scelte politiche; la città che “sa di terra bagnata e fatica e sogno”.

Impara “a conoscere i tuoi uomini e le tue donne velate, a cogliere allusioni e doppi sensi, sotto la crosta sporca del tuo turco, e a immaginare occhi e sorrisi, oltre le trame sottili del lino”.

A corte, Manuel si trasforma nel falco Altai di Youssef Nasi:
“- E' un falco molto robusto, fedele e facile da addestrare. Non occorre fare nulla con un altai, e un buon falconiere fa il meno possibile. È la natura del falco che lo spinge in volo e gli fa conficcare gli artigli sulla preda. Se vuoi che lo faccia per te, devi solo mostrargli il suo vantaggio”.

Il piano di Nasi è osteggiato fa parte della corte di Selim II; lo stesso Manuel trova le conferme in una serie di lettere tra Venezia e persone della corte.

Per questa impresa sacrifica tutto, persino l'amore di una ragazza, domestica della moglie del mercante.
Tornano, come reduci di antiche battaglie, vecchi personaggi già incontrati in “Q”: come Ismail, un vecchio tedesco, che ha combattuto tutte le battaglie contro i potenti nel vecchio continente.
A Wittemberg, a Frankenhausen, alla rivoluzione anabattista di Munster. Poi a Venezia: parliamo di Ludovico o Tiziano l'Anabattista.
L'utopia, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia, si scontra col duro corso della storia.
L'assedio di Famagosta, che si trasforma in un bagno di sangue; e la battaglia di Lepanto (1571), con la Santa Alleanza di Venezia, dei Savoia, della Francia, in cui per la prima volte, nuove armi vengono utilizzate in una battaglia di mare.
Lo scontro di civiltà, così come lo scontro di poteri tra papato e impero in Q, così come lo scontro tra inglesi e ribelli americani mise fine alla federazione irochese, metterà fine al sogno, all'idea.

Un finale amaro, per una storia raccontata nel classico stile dei Wu Ming: pagine in cui si deve soffermare su ogni parola, che viene usata per evocare idee, emozioni.

Ma un finale che lascia spazio per nuove battaglie: verrà il tempo in cui si potrà ammirare ancora il volo dei falchi sugli altipiani.

Il sito di Wu Ming Foundation; la sezione dedicata al libro.
La scheda sul sito di Einaudi, e il pdf dei primi due capitoli.
La recensione di Simone Sarasso sul blog Confine di stato.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
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05 settembre 2009

54 di Wu Ming

Tre storie che procedono in parallelle, intrecciandosi in modo casuale come i fili di un gomitolo gettato per terra, per poi strecciarsi e allontanarsi.

Un ragazzo, Pierre Capponi il re della filuzzi, che da Bologna parte alla ricerca del padre, in Jugoslavia. Disertore dell'esercito italiano, poi partigiano per i comunisti di Tito.Un attore famoso, Cary Grant, alla ricerca di un nuovo soggetto, per un rientro trionfale nel cinema. Anche per scacciare i brutti ricordi di un passato (Frances Farmer, la madre che era finita in una casa di cura). A cui i servizi segreti di sua maestà britannica si rivolgono per una questione di politica internazionale.

Napoli: il braccio destro di Lucky Luciano (ufficialmente rivenditori di lavatrici, invero trafficante in droga ), Steve Cemento, che cerca il colpo che gli permetta di chiudere con la carriera criminale, lasciare Luciano e ritirarsi in vacanza.
E questo ragazzo che gli si incolla: Salvatore Pagano, in arte Kociss, che riuscirà perfino a fare una parte nel film "Caccia al ladro" di Hitchcock.

Un racconto che spazia per tutto il mondo: da Bologna, a Trieste. Da Dubrovnik all'isola di Sipan (l'intreccio di cui parlava). La Costa Azzurra. Mosca, negli uffici del Kgb. E infine Hollywood, nella residenza di mr. Archibal Leach, in arte Cary Grant.

Siamo nel 1954: il mondo è in pace ma in realtà è in fermento per la guerra fredda tra i blocchi est e ovest. Una guerra di spie, in cui viene coinvolto anche l'attore Cary Grant.

Negli Stati Uniti si è in piena caccia alle streghe contro i comunisti: tra le vittime del senatore Mc Carthy, persino Charlot.

Si è appena conclusa la guerra in Corea, sta per scoppiare quella in Vietnam, per cui gli Stati Uniti cercano di piazzare sul trono dell'Indocina l'imperatore Bao Dai.

Il mondo ha appena saputo delle atomiche negli arsenali degli eserciti.

L'Italia è quella appena uscita dalla guerra: i comunisti del bar Aurora a Bologna commentano i fatti di Trieste (ancora in mano alleata); lo scandalo per la morte di Wilma Montesi; la politica dei forchettoni democristiani. Ma poi passano le giornate con le carte in mano, e si lasciano sedurre da quello strano elettrodomestico chiamato televisore.
L'anticomunismo, ovvero la diffidenza nei confronti del partito comunista italiano, è presente come ovvio anche qui: nei discorsi degli ex partigiani iniziano circolare quei discorsi sulla resistenza tradita, sul tornare ad imbracciare le armi (ancora nelle cantine, al sicuro che non si sa mai).
Al governo c'è il democristiano Scelba, quello della celere a spazzare le strade, ma anche quello del reato di apologia di fascismo.

Nel sud, nella Napoli dove è sbarcato, una volta cacciato dall'america, si aggira un signore anziano con un occhio asimmetrico e una cicatrice in faccia. Salvatore Lucania.
Napoli: la città dal cui porto passano tutti traffici della criminalità. Sotto gli occhi dello Stato e della marina americana.

Se nella prima parte della storia, i tre filoni della storia (Hollywood, Bologna e Napoli) vengono sviluppati, fino all'incontro in terra di Jugoslavia, nella seconda sarà protagonista inconsapevole un televisore Mc Guffin.
Il complicato intreccio, il mescolare storia vera con personaggi inventati, l'azione che si sposta frenetica da un posto all'altro, sono un pregio ma talvolta anche un difetto della storia: ma credo che questo sia una sorta di marchio di fabbrica di Wu Ming.

Ovvero inventarsi intrecci al limite dell'incredibile, paradossali, storie di ampio respiro, in cui il lettore può avvenurarsi su più piani di lettura.

Nel libro viene citato un libro di un autore inglese, ex agente dell'MI6. Si tratta di "Casino Royale" di Ian Fleming.

Il link per ordinare il libro su ibs.
Il sito di Wu Ming foudation.
La storia di Lucky Luciano.
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