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17 maggio 2022

Le menti del doppio Stato Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino

 


L’Italia laboratorio della guerra clandestina

«Avvenne che da cose piccole e modeste germinò e quindi maturò un seguito, che avrebbe assunto proporzioni e significati non pensati né previsti agli inizi. In guerra assai più che in pace tutto si lega e tutto è destinato a durare.»


Era il 1980 quando l’azionista Raimondo Craveri stampò queste parole in una preziosissima, e purtroppo introvabile, storia dei Servizi segreti nell’ultimo biennio della Seconda Guerra.

Cosa sono queste “piccole cose” germinate in Italia a cavallo tra la caduta del fascismo e i primi anni di vita successivi alla seconda guerra mondiale, di cui parla il politico Raimondo Craveri? Cosa è successo in Italia tra il 1943 e il 1948, tra il voto al Gran Consiglio del 25 luglio, l’armistizio, il crollo del regime fascista e le prime elezioni democratiche nell’Italia repubblicana?
Sono gli anni in cui si forma la coscienza nazionale dopo venti anni di dittatura, gli anni della guerra di liberazione dal nazifascismo, ma sono anche quelli in cui si gettano le basi per nuovi equilibri geopolitici in Italia e in Europa, la spartizione del mondo in zone di influenza. Anni in cui in Italia si combattevano più guerre su più fronti, anche tra eserciti all’apparenza alleati (come Russia e America), anche ricorrendo a forme di guerra non ortodossa, come questo paese avrebbe sperimentato negli anni di piombo.

Gli storici Giovanni Fasanella e Mario Jose Cereghino, andando a spulciarsi i documenti conservati negli archivi londinesi dei servizi di intelligence (solo parzialmente desecretati, nonostante siano passati quasi ottant’anni) hanno raccontato questa guerra in un libro che ha un taglio da inchiesta giornalistica. Una guerra di spie, di agenti doppi e tripli al soldo della repubblica sociale, dei servizi segreti americani (l’OSS, l’antenato della CIA), dei servizi Jugoslavi e della Russia di Stalin il cui obiettivo era consolidare da una parte l'egemonia dei loro stati sul Mediterraneo e sul nostro paese, dall’altra impedire che l’Italia acquisisse una sua indipendenza, dal punto di vista politico, economico. Tutto ciò era legato al fatto di essere una nazione sconfitta in una guerra che fino a pochi mesi prima avevamo combattuto assieme alla Germania di Hitler, oltre, come già detto, alla spartizione del mondo nei due blocchi, frutto degli accordi tra Churchill e Stalin e successivamente dagli accordi di Yalta.

Nel mondo della Guerra fredda e dell’incipiente bipolarismo Usa-Urss, l’Inghilterra perseguiva l’obiettivo di impedire che l’Italia potesse assumere un ruolo rilevante nel Mediterraneo,..

La spinta per leggere questo libro mi è venuta a seguito delle polemiche (anche capziose) delle scorse settimane sul 25 aprile, sul ruolo dei partigiani, sulla lotta contro il nazifascismo portata avanti da una coalizione da cui poi si è generata la Nato.
Questa visione superficiale della nostra storia si scontra col racconto che leggerete in questo saggio, dove esplicitamente si parla di doppio stato, o stato parallelo: un livello di istituzioni regolate dalla Costituzione, dalle leggi, con un certo controllo democratico e, al suo interno, un livello più nascosto del potere, che risponde ad interessi diversi, spesso sovranazionali, senza alcun controllo democratico, senza alcun rispetto delle leggi degli stati.

Avete presente I tre giorni del Condor, il film di Sidney Pollack con Robert Redford: racconta di un ricercatore della CIA che, partendo da un romanzo giallo, arriva alla scoperta di una CIA dentro la CIA..

Joseph Turner: È in programma l'invasione del Medio Oriente?

Higgins: Ma che, sei impazzito?

Joseph Turner: Sono io il pazzo? Senti Turner...

Joseph Turner: Non abbiamo un piano?

Higgins: No. Assolutamente no. Esperimenti, ecco tutto. Come un gioco. Noi ipotizziamo che accadrebbe, quanti uomini servono, quanto tempo occorre. C'è un mezzo più economico di rovesciare un regime? In fondo siamo pagati per questo.

Joseph Turner: Cammina, dai. Cammina. Atwood prendeva quelle ipotesi troppo sel serio, fino a scatenare una guerra, no?

Higgins: Un'iniziativa arbitraria. La commissione non avrebbe mai autorizzato, ora soprattuto con la pressione che c'è intorno alla compagnia.

Joseph Turner: Ma se la pressione non ci fosse stata? Se io non avessi disturbato i suoi piani? Io o qualcun altro?

Higgins: Beh... cambia il gioco. In quel piano non c'era niente di sbagliato, era ben fatto quel piano, avrebbe funzionato.

Joseph Turner: Ma che mentalità è questa vostra? Se non si scoprono le vostre magagne per voi è come se agiste rettamente?

Mettiamo assieme tutti i fatti avvenuti in Italia, partendo dalla liberazione, a Portella, arrivando poi a Piazza Fontana, alla strage di Brescia fino al rapimento di Aldo Moro per arrivare alla bomba alla stazione di Bologna. È solo una storia di criminali, di terroristi da una parte e dello Stato con spiega queste stragi con la necessità di tenere questo paese ostaggio di altri interessi, di decisioni prese fuori dai palazzi del potere, come se questo Stato e le istituzioni fossero solo una facciata di un potere più nascosto e segreto. Un potere nato e cresciuto in questi anni nevralgici della nostra storia.
Lo spiegano gli autori stessi ad inizio libro: è in quegli anni che si arruolano con un nuovo ruolo dai servizi di intelligence occidentali agenti della RSI, che documenti dell’archivio dell’OVRA finiscono nelle mani degli agenti inglesi, dove si cerca in tutti i modi di ostacolare (anche ricorrendo ad attentati) la vita dei governi di unità nazionale, per allontanare dall’area di governo il partito comunista di Togliatti, perché dava fastidio sia a Stalin (per la sua indipendenza rispetto alla politica del Cremlino) sia agli anglo-americani, perché l’Italia doveva rimanere nell’orbita occidentale, nelle mani della DC.

E’ in quegli anni che si creano le basi della futura strategia della tensione: alzare il livello dello scontro nel paese, nel confine del nordest, in Sicilia, nelle città industriali del nord, aizzando le formazioni partigiane deluse dalla politica del PCI, troppo debole, affinché organizzassero delle rivolte che sarebbero poi state soffocate dall’intervento militare delle forze di occupazione. Come avvenuto in Grecia.

La nostra indagine si concentra su un periodo particolare, quello tra il 1944 e i primi Cinquanta. Perché proprio quello? Perché tutto ebbe inizio allora.[..]

In quel periodo di transizione dal fascismo alla democrazia, dalla guerra alla pace, furono create le basi sulle quali si è retto per una lunghissima fase l’equilibrio postbellico. [..]

Il prototipo della «strategia della tensione» fu costruito proprio nel quadriennio 1944-1948 attraverso la creazione di reti per la guerra clandestina, nelle quali furono arruolati mafia, massoneria e squadroni della morte capaci

All’interno di questo romanzo sentirete, forse per la prima volta, dei nomi di James Jesus Angleton, l’uomo dell’OSS in Italia, l’agente americano formato a Londra dal club di Cambridge (dentro cui facevano parte gli agenti doppi Rothschild e Philby, l’inventore del deep state, della Cia della Cia. Del comandante della Decima Mas Junio Valerio Borghese che lo stesso Angleton andò a salvare a Milano dalla fucilazione per crimini di guerra per portarlo a Roma: l’esperienza dei suoi guastatori poteva essere riutilizzata per compiere quegli attentanti sul nostro territorio per alzare il livello di tensione.
Di Federico Umberto d’Amato, il poliziotto che per conto di Angleton aveva riciclato l’OVRA fascista dentro il ministero dell’Interno, dentro cui aveva anche diretto l’Ufficio Affari Riservati, ritenuto dagli storici il cuore della strategia della tensione.
Dei carabinieri Ugo Luca e Antonio Perenze che nel luglio del 1950 avevano ucciso Salvatore Giuliano, con la messinscena della finta uccisione dopo uno scontro a fuoco. Entrambi gli ufficiali appartenevano al battaglio 808 dei servizi segreti, in contatto col SOE inglese e con l’OSS americano ed entrambi furono coinvolti nell’inchiesta dell’attentato a Togliatti del luglio 1948, che avrebbe dovuto far scattare la rivoluzione delle formazioni a sinistra del PCI, se il segretario non le avesse fermate.

Lo stesso Salvatore Giuliano, ritenuto responsabile dell’eccidio di Portella della Ginestra, era in realtà una pedina di questa guerra sotterranea, un agente collegato prima alla rete nazifascista che doveva compiere azioni di terrorismo dietro le linee alleate (le uova del drago lasciate dai nazisti dopo l’invasione della Sicilia), poi agli uomini di Borghese che sarebbero stati presenti a Portella coi loro lanciagranate.

Allora, la guerra di liberazione è stata solo una battaglia di buoni contro i cattivi, per liberare il nostro paese e il mondo dalla tirannia? Oppure la storia, quella che raccontano i documento scoperti negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens, raccontano una storia diversa, più complessa: la storia dei tanti peccati originali e compromessi da cui è nata la Repubblica italiana.

I compromessi di Togliatti e di De Gasperi sulla linea da tenere nei confronti dei fascisti, l’evitare che i gruppi di ex partigiani facessero scattare la loro rivoluzione, in risposta al tradimento di Togliatti per l’amnistia, perché sapevano che sarebbe stata una trappola

[Togliatti]Temeva che i comunisti italiani cadessero nella medesima trappola in cui erano rimasti impigliati i «compagni greci». I quali, nel marzo 1946, un anno dopo la fine della guerra, si erano armati ed erano insorti.

Dal mancato attentato al governo Bonomi del 1944, fino ai colpi di pistola di Pallante (lo studente “legato agli ambienti dell’estrema destra che gravitavano attorno alla Decima Mas, alla banda Giuliano e ai separatisti dell’Evis”) contro Togliatti del 14 luglio 1948.

Sono gli anni in cui questo paese è stato in preda a pulsioni separatiste, attraversato da agenti doppi e tripli che organizzavano attentati, reclutando ex repubblichini e criminali. Gli anni in cui Lucky Luciano riformò la mafia rurale in cosa nostra. Gli anni in cui si forma quello che gli autori chiamano il “doppio stato”, che tante governato in modo silente la vita politica di questo paese nei decenni successivi.

La storia di questo paese è ancora da raccontare e questo libro è un buon punto di partenza, nonostante la vastità dei personaggi e delle vicende raccontate. C'è da perdersi dentro, ma è l'unico modo per arrivare alla comprensione dei tanti perché ancora senza risposta. Come mai non abbiamo mai fatto i conti col fascismo? Come mai in questo paese sono avvenute le stragi più feroci da parte del terrorismo nero, con tanto di coperture di pezzi dello stato? 

La scheda sul libro di Chiarelettere
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22 settembre 2021

Il tesoriere di Gianluca Calvosa

 


Isola di Procida, 10 ottobre 1967

Era ancora notte quando Michele uscì di casa infilandosi in tasca il berretto di flanella. Faceva caldo nonostante fosse quasi novembre, però il tempo in quella stagione poteva girare improvvisamente.

L'obiettivo che si è dato l'autore con questo romanzo, che copre quasi dieci anni della nostra storia, è molto ambizioso: raccontare seguendo, un unico filo conduttore, gli anni settanta in Italia, terreno di scontro della guerra fredda tra eserciti invisibili di spie, traditori, servizi più o meno deviati e i loro informatori alla ricerca di denaro facile, rivoluzionari veri e rivoluzionari per finta. Lo specchio di un paese che ha creduto di vivere in una democrazia ma che invece, a causa della spartizione del mondo nei due blocchi, viveva in uno stato di sovranità molto limitata.

Le automobili dei servizi di intelligence sono sempre uguali, in ogni parte del mondo. Ciò che le distingue non è il loro aspetto di elegante berlina nera appena uscita dall’autolavaggio, ma la serafica indifferenza con cui ignorano sistematicamente la segnaletica stradale.

Filo conduttore di questo romanzo è il tesoriere del partito comunista italiano, Andrea Ferrante che, a seguito della morte del suo predecessore, si ritrova a dover gestire le finanze del più grande partito comunista dell'Occidente.

Nella tesoreria della sede centrale del Partito comunista italiano, il Bottegone come lo chiamavano i compagni, qualcuno aspettava quella telefonata sulla linea diretta. Poco dopo, la Lancia Flavia varcò il grande cancello di ferro battuto di Villa Abamelek e scese rapida le curve strette del Gianicolo per raggiungere il punto d’incontro con una Fiat 128 grigio topo proveniente dalla direzione del partito. Le due auto proseguirono per un po’ a vista per poi fermarsi in un parcheggio pubblico della Garbatella, a ridosso delle Mura Aureliane, dove un gruppetto di bambini in calzoni corti e canottiera urlava all’inseguimento di un pallone malconcio. Il responsabile delle finanze del Pci si riservò alcuni minuti per controllare il contenuto della valigetta, quindi siglò la ricevuta.

“Roma 25.6.1971, ricevo la somma di 1.000.000 (un milione) di dollari quale contributo straordinario per le elezioni amministrative. Marco Fragale”.

Ma occorre fare una doverosa precisazione: nel racconto sono inclusi diversi eventi di quegli anni che l'autore ha spostato qua e là negli anni per una convenienza del racconto.

La strage di Piazza Fontana, l'inasprimento degli scontri in piazza tra la polizia e i movimenti di estrema sinistra. La morte dell'agente Antonio Marino e la Hazet 36. Il rapimento di Emanuela Orlandi, l'attentato (o presunto attentato) in cui il KGB cercò di far la pelle ad Enrico Berlinguer, il compromesso storico tra Berlinguer e Aldo Moro per cercare di uscire dalla stagnazione politica in cui il paese stava sprofondando per l'impossibilità di un ricambio della classe dirigente.

Nel romanzo compaiono riferimenti a personaggi reali che l'autore racconta in modo romanzato: dal segretario del PCI che richiama Berlinguer al presidente del Consiglio nonché capo di una corrente della DC Speroni, dietro cui si intuisce la figura di Moro. Molto più interessante il disegno dei personaggi nelle retrovie, come il direttore dell'Ufficio Affari Riservati, il gourmet Umberto D'Amato che nel libro è presentato come dottor De Paoli, e il suo vice, l'ispettore Bonocore.

Filo conduttore sono i soldi: i soldi con cui i russi finanziavano il partito comunista italiano e i soldi, nella direzione inversa, che gli americani riversavano nelle casse della DC.

E per addestrare i nostri servizi, per infiltrare le formazioni di estrema destra e di estrema sinistra per manovrarle per i propri scopi. E anche i soldi di Dongo, il tesoro di Mussolini.

Ad Andrea invece piaceva quel vagare per i corridoi sconfinati dell’archivio della Camera del lavoro, cullato dal cigolio delle ruote arrugginite tra scrivanie vuote e file interminabili di scaffali male illuminati dalla luce tremolante dei vecchi neon. L’idea di riporre ogni fascicolo nel posto esatto dove, presto o tardi, qualcuno lo avrebbe cercato gli procurava una sensazione gratificante. Era il suo contributo quotidiano al contenimento della confusione dilagante nell’emisfero occidentale del pianeta. Sapeva bene che l’ordine richiede pazienza e impegno, e la disciplina a lui non era mai mancata. Forse per questo gli erano sempre piaciuti la matematica e il comunismo. 
I numeri, anche se infiniti, sono organizzati, simmetrici e soprattutto prevedibili, così come la visione comunista della società. Solo che a differenza dei fenomeni naturali, per i quali gli scienziati avevano da tempo individuato le leggi della fisica necessarie a comprenderne le dinamiche, nessuno era ancora riuscito a scrivere la formula in grado di governare la complessità della società moderna. “È solo questione di tempo” pensava Andrea. Una volta individuata la mappa completa del “cervello collettivo”, la dottrina comunista avrebbe finalmente tracciato la rotta verso una società libera dall’alienazione di una vita incentrata sulla sopravvivenza, in cui i rapporti economici sarebbero stati completamente sostituiti da relazioni culturali. Nel frattempo, i saggi compagni sovietici avevano demandato a un ristretto gruppo di dirigenti il compito di tenere in ordine il complesso sistema di rapporti tra uomini e cose.

Dentro questo mare di soldi e di intrighi si trova catapultato dentro Andrea Ferrante, dopo essere stato relegato per quattordici anni a lavorare in un archivio, lui che sembrava proiettato verso una carriera radiosa dentro il PCI, specie dopo quella parentesi in Russia.

All'improvviso la chiamata dal nuovo segretario del partito per gestire le finanze, comprese quelle valigette da Mosca: non sono solo quei soldi a creargli problemi, è anche la misteriosa morte del predecessore, archiviata frettolosamente come un infarto.

E la scoperta di essere finito in un mondo di intrighi dentro cui sono tutti coinvolti: dai vertici della direzione del partito, ai “nemici” di oltre Tevere, cardinali che gestiscono la banca del Vaticano che più che opere di bene si occupa di riciclaggio e finanziamento dei gruppi che lottano contro il comunismo nel mondo.

Chi sono gli amici in questo gioco di intrighi e chi i nemici da cui guardarsi?

E' tutto intrecciato, in questo romanzo, in cui la narrazione nel tempo presente si alterna ai ricordi del passato dei protagonisti, l'infanzia, la guerra di liberazione, quei volti del passato che ritornano nel presente.

Lo spione italo americano della CIA Victor Messina, il cardinale americano (che ricorda tanto il cardinal Macinkus), l'ambasciatore russo che ha passato la vita a cercare i segreti nei compagni del politburo per farli fuori, l'agente russo in Italia che preferirebbe non seguire la via staliniana per eliminare i problemi...

E poi eroi della resistenza con tanti, troppi scheletri nell'armadio, pronti a schierare un esercito clandestino per una rivoluzione che poi era solo finzione, uno specchietto delle allodole per quanti hanno voluto crederci:

La rivoluzione” aveva ripetuto Sandra con enfasi ironica. “Non ci avete mai provato a farla davvero. Per cambiare questo paese non occorrevano i fucili, bastava risolvere la questione femminile.

E, dall'altra parte dello schieramento, un altro esercito clandestino, altrettanto pericoloso (come hanno raccontato le stragi fasciste avvenute in Italia da piazza Fontana in poi) sovvenzionato dagli americani, che hanno sempre considerato il nostro paese una parte del loro giardino di casa

«Voi americani, sovietici, inglesi venite qui e pensate di poter fare il vostro comodo...»

Un mondo di ricattatori e di ricatti perché, come racconta al protagonista l'uomo dell'ufficio affari riservati:

«Non c’è bisogno di essere ricattati, basta essere ricattabili. In questo paese è un requisito necessario per raggiungere qualunque posizione di potere.»

Il tesoriere è un romanzo che da una chiave di lettura un po' forzata di quegli anni, puntando il dito contro quanti hanno usato le ideologie come scudo per coltivare interessi e arricchimenti personali, dentro tutti gli schieramenti, compreso il Vaticano e dentro lo Stato, non solo nel partito comunista.

Attenzione però a prenderlo come romanzo storico, perché l'autore ha, a mio avviso, riaggiustato eventi e fatti per una sua comodità di narrazione, ma nonostante questo rimane una lettura interessante di quegli anni.

Trovate due anticipazioni del libro sul sito de Il fatto quotidiano e di Formiche.net.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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21 gennaio 2021

Uno spettro si aggira per l'Europa

Uno spettro si aggira per l'Europa e non è quello del comunismo di cui si ricorda la fondazione in questi giorni, per i suoi 100 anni.

No, lo spettro che si aggira è quello della paura del comunismo, nel senso di quel movimento che tendeva a combattere le disuguaglianze, dalla parte degli ultimi, gli sfruttati.

E' uno spettro che si aggira anche in Italia dove, specie in questi ultimi anni, soffia un vento di neoliberismo tardivo che stona con quanto accade nel paese.

E mi riferisco ai continui attacchi a misure di sostegno come il reddito di cittadinanza, all'allergia che parole come patrimoniale fanno scattare nei confronti dei commentatori della politica italiana.

Basta soldi a pioggia, basta col reddito di cittadinanza, siete poveri? Datevi da fare.

Ultimo esempio è l'articolo uscito su La Stampa di Antonella Boralevi in cui si narrava l'incredibile storia del commercialista che ha perso il lavoro per il Covid e che si è riconvertito a fare il rider. Guadagnando più di prima.

Peccato fosse falso.

Falso il fatto che fosse un ex commercialista, falsi i guadagni citati. Tra l'altro, il neo rider intervistato dalla signora Boralevi fa parte del sindacato che ha firmato l'accordo con le aziende di delivery, accorto molto criticato.

Il covid ha messo in luce tutti i problemi che già erano sotto gli occhi, amplificandoli: la didattica a distanza che non è efficace per tutti, l'assenza di un traporto pubblico efficiente e valido che costringe per le persone a muoversi coi mezzi propri, la sanità pubblica a macchia di leopardo che costringe chi può a rivolgersi al privato.

Potevamo cogliere l'occasione del Covid per spostare il baricentro dei servizi pubblici: meno autostrade e più treni per i pendolari, meno grandi opere e più medici e presidi sul territorio.

Non è stato fatto così per un concorso di colpa che si dividono governo e regioni.

Perché quella mancanza di visione di cui tanti accusano Conte, non l'hanno nemmeno i presidenti di regione.

E quando una visione ce l'hanno, come la neo presidente Moratti, sono visioni che fanno paura: vaccini distribuiti in base al PIL.

Perché se sei povero è colpa tua. 

Perché se nella tua provincia mancano ospedali, è colpa tua.

Se sei costretto ad emigrare (e a contribuire al ricco PIL della regione della Moratti) è sempre colpa tua.

Se sei costretto ad arrabattarti tra mille lavoretti, precari, con un salario basso (quando c'è) è sempre colpa tua.

E così lo spettro delle disuguaglianze, della povertà, dello scollamento tra le classi sociali nel paese (causa delle tensioni e dello spostamento degli elettori verso i populisti), continua a girare.

A questo servirebbe la sinistra: a stare dalla parte di chi sta in fondo e a far sì che anche lui abbia le stesse possibilità di altri. Lo dice la Costituzione tra l'altro.

01 luglio 2012

Chi ha ucciso Pio La Torre, di Paolo Mondani e Armando Sorrentino

Ci sono libri che sono come delle passeggiate in montagna: all'improvviso, dopo ore che cammini su quel percorso in salita, ti guardi alle spalle e tutto il panorama ti si apre davanti. Riesci a vedere più cose, se guardi dall'alto.
Il libro dell'avvocato Armando Sorrentino e del giornalista Paolo Mondani funziona proprio così: racconta dell'omicidio del segretario regionale PCI Pio La Torre da un altro e più alto punto di vista.

Non è stata solo la mafia ad uccidere il segretario La Torre: il commando che lo ha ucciso, assieme al suo autista guardaspalle Rosario Di Salvo, era composto da soldati mafiosi, ma a questa morte si è arrivati, come per altri omicidi politici del periodo 1978-1982 in Sicilia (e non solo) grazie a quella convergenza di intenti tra potere mafioso, e potere finanziario-massonico ad esso legato, di cui ha scritto il giudice Falcone nella sentenza ordinanza di rinvio a giudizio per il maxi processo.

Proprio questi erano gli intrecci, tra criminalità, massoneria finanza e mondo istituzionale, che l'onorevole aveva saputo cogliere, ben prima di altri (anche all'interno del suo stesso partito): a cominciare dal vero volto del banchiere Michele Sindona, le ragioni del suo viaggio in Sicilia nel 1979 (nei mesi in cui veniva ucciso il consigliere Cesare Terranova a Palermo e Giorgio Ambrosoli a Milano), gli interessi economici che si nascondevano dietro gli appalti pubblici della regione Sicilia, per le dighe, per l'agricoltura e le cooperative agricole, nel settore delle costruzioni.
Sindona che era venuto nell'isola per il suo progetto golpista e separatista: pedina in un gioco di più ampio respiro internazionale, che metteva assieme mafia, servizi segreti e apparati americani.
Come era già avvenuto nel 1943 con l'arrivo di Lucky Luciano, che avrebbe trasformato la mafia rurale in Cosa Nostra: anche in quegli anni sull'isola si parlava di separatismo, di banditismo e strani contatti si registravano tra persone dello stato e mafiosi (come la vicenda di Portella della Ginestra racconta).
E' provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l'assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l'assassinio del presidente della regione Piersanti Mattarella. I gangster siculi-americani che hanno accompagnato Sindona in Sicilia hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di tipo anti-comunista e la maestrina Longo ha dichiarato che Sindona, mentre era suo ospite, era in contatto con generali americani. Ecco perché gli omicidi politici compiuti dal terrorismo politico-mafiso in Sicilia nel '79 e nell' 80 non possono essere esaminati come singoli episodi.Dagli appunti di Pio La Torre.

Già nella relazione di minoranza in commissione antimafia nel 1976, aveva parlato di terrorismo mafioso: la mafia, che per alcuni uomini di stato ancora non esisteva, non era solo un gruppo limitare come gli altri. Cosa nostra andava considerata alla stessa stregua del brigatismo rosso, anzi più pericolosa del brigatismo. Proprio per il suo voler cercare l'appoggio negli uomini dello stato (mentre per le BR lo stato era qualcosa da abbattere).
La Torre aveva messo assieme i fatti di sangue dei delitti eccellenti siciliani, per leggere il filo rosso che li legava: Reina, Mattarella (e Aldo Moro a Roma), Cesare Terranova, il procuratore Costa, il capitano Basile .. la mafia (e non solo la mafia) aveva ucciso quei politici progressisti che avrebbero potuto cambiare il corso politico in Sicilia. Per questo si deve parlare di terrorismo politico-mafioso.
Eversione nera, finanza, massoneria, Gladio, servizi occulti (La Torre fu pedinato da uno di questi servizi fino a 10 giorni prima della sua morte). 
La Torre aveva fatto coincidere la stagione degli omicidi eccellenti con la messinscena del rapimento di Sindona e i suoi rapporti con la destra americana. Riteneva che la nuova cosa nostra corleonese avesse in testa un progetto politico condiviso con alcuni capi della Dc. E gridava ad ogni comizio che con la base di Comiso la Sicilia sarebbe diventata
«terreno di manovra di spie, terroristi e provocatori di ogni risma al soldo dei servizi segreti dei blocchi contrapposto». Parallelamente Dalla Chiesa ragiona su un progetto criminale che vede insieme mafia , massonerie deviate, terrorismo di destra e apparati dello Stato sotto supervisione atlantica. Chinnici indaga sulle «presenze» statunitensi e i mandanti politici dei fatti di Portella che in quel primo maggio del 1947 provocarono una strage lasciando il lavoro sporco alla banda Giuliano, esattamente come ritiene che la mafia abbia ucciso La Torre e Dalla Chiesa in associazione con altri interessi. Non è difficile trarre una conclusione: La Torre, Dalla Chiesa e Chinnici scoprono un network di strutture criminali in relazione tra loro e muoiono per questo.Dal capitolo “L'uomo che sapeva troppo”, pagine 163-164

Il primo capitolo del libro ripercorre gli ultimi giorni di vita del segretario: la paura e la consapevolezza dei rischi che stava correndo. Ma anche la determinazione nel voler portare avanti il suo lavoro in Sicilia: la pulizia all'interno del suo partito (i dirigenti del partito che facevano affari con le famiglie mafiose, le cooperative di Bagheria e Villabate). "Dammi tempu ca ti perciu" ripeteva riferendosi al suo lavoro come segretario regionale, datemi tempo che ti buco, che ti penetro, che ti cambio.
Forse anche perché lasciato solo, o in minoranza dai suoi stessi compagni, non ci riuscì.

Nel libro, c'è spazio per un'intervista all'ex segretario PCI Natta, che racconta degli scontri tra le diverse anime del PCI, non solo in Sicilia. L'ala migliorista di Macaluso, Bufalini (e Napolitano), aperta all'alleanza con PSI e DC, e l'ala movimentista, slegata alla segreteria e ai centri di potere.


Un altro capitolo è dedicato al processo che si tenne per l'omicidio. Sorrentino, assieme all'avvocato Zupo, fu parte civile per conto del partito comunista. Assieme, cercarono di svolgere il proprio incarico cercando di andare oltre la soluzione ovvia, ovvero il semplice delitto mafioso (quella cui purtroppo arrivò la magistratura).
Per quale motivo Cosa Nostra decise di uccidere questo importante uomo politico? Per l'impegno contro la base missilistica di Comiso (che avrebbe trasformato l'isola in una terra di spie)? Per la sua proposta di legge che prevedeva l'introduzione del reato mafioso e la confisca dei beni?
Perché La Torre aveva capito da tempo cosa stava diventando, o cosa era già diventata Cosa Nostra? Perché si voleva impedire alla Sicilia un nuovo corso politico, che mettesse fine alla politica consociativa del PCI, assieme alla Democrazia Cristiana?
La DC di Gioia, Salvo Lima, di Ciancimino e di Andreotti.


Ecco cosa scrive nel 1976, nella relazione di minoranza dell'Antimafia, il deputato comunista Pio La Torre: «Il sistema di potere mafioso continua a dominare la vita di zona della Sicilia occidentale. La D.C. trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere dominato dalla famiglia Salvo di Salemi che, come è noto, controlla le famose esattorie di cui tanto si è interessata la nostra commissione».


E ancora , sempre nella relazione : "L'onorevole Gioia non batté ciglio e proseguì imperterrito nell'opera di assorbimento delle cosche mafiose nella DC".

Nel libro sono riportate le testimonianze della giornalista Chiara Valentini di Panorama, di cui l'onorevole era un fonte, e la collega Adriana Laudani.
"Ritiene che il PCI o una sua parte avesse rapporti consociativi con i Salvo [Nino e Ignazio, esattori delle tasse sull'isola, considerati organici a cosa nostra]?Un dipendente delle esattorie - un comunista molto serio - mi raccontò che, secondo alcune voci assai fondate, i Salvo passavano soldi al partito. In quel periodo si aprì persino una polemica interna perchè la figlia di un prestigioso deputato regionale comunista era stata raccomdanata dai Salvo per un posto di lavoro.
Nell'esattoria dei Salvo?No, l'avevano sistemata in un abanca, ma l'intermediazione dei Salvo divenne di pubblico dominio e la osa inquietò molto i giovani come me. Il vecchio ceppo del Partito comunista, nato dalle lotte contadine, aveva una sua cultura politica antagonista nella battaglia sociale, ma assolutamente subordinata in quella istituzionale. Parlo dei Macaluso, dei Michelangelo Russo, dei Salvo Rindone."
E c'è anche la storia del prestito al PCI e a Paese Sera da parte del Banco Ambrosiano, anche dopo che si scoprì essere guidato da un esponente della P2. Prestito che causò un certo imbarazzo nel partito.


Il contesto internazionale.

Gli ultimi due capitoli parlano di mafia e servizi, di Gladio (non solo l'apparato dei servizi che doveva servire in funzione di guerriglia in caso di invasione sovietica) e dei legami tra massoneria, servizi deviati, estremismi e mafia. La Torre fu seguito dai servizi fin dal 1952, come era logico, essendo un esponente di spicco del maggiore partito comunista europeo. Meno chiaro è quale apparato “occulto” si occupò della sua pratica dopo il 1976, quando il Sid dichiarò in una sua relazione, che non era più interessata al suo monitoraggio. 
Sono forse i capitoli più interessanti del libro perchè permettono di comprendere quale fosse il contesto storico e politico di quegli anni in cui si stava uscendo dalla strategia della tensione. Sono gli ultimi anni di potere del blocco sovietico, prima del suo crollo: anni in cui per mostrare i muscoli, Mosca invade l'Afghanistan e compie importanti azioni navali nel Mediterraneo.
Dall'altra parte gli Usa decidono di installare dei missili balistici in Sicilia, a Comiso. Perchè proprio in Sicilia, se devono essere puntati a est? La Torre comprende prima di altri che dietro quei missili si nascondessero altri interessi, e aveva messo in relazione quegli anni, con quelli della fine della seconda guerra mondiale, con le spie dell'OSS a fare avanti indietro per l'isola e tessere rapporti con la mafia.
Sono gli anni di Ustica, della bomba alla stazione di Bologna, e anche della mattanza dei corleonesi, degli omicidi politici contro quelle persone che avrebbero potuto cambiare la politica sull'isola
Gli omicidi di Palermo, almeno quelli più importanti, sono stati decisi da un tribunale internazionale composto da personaggi di altissimo livello. Sono omicidi molto pensanti, di uno stile diverso da quello mafioso tradizionale. Sono una vera sfida allo Stato, alla società civile. Accanto al terrorismo delle Br, si vuole aprire un altro fronte, quello del terrorismo di stampo mafioso. Ci troviamo di fronte a un magma oscuro e manca la volo tà di venirne a capo. Anche è perché la Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori fa parte di questo gioco. Ed è per questo che non sembra disposta, oggi come non lo era ieri, a tagliare il nodo dei rapporti tra mafia e potere.Relazione al PCI siciliano del 1982, di Pio La Torre


Secondo il collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che entrò nell’organizzazione Gladio per il tramite di un compagno di università, e che conobbe qui l'agente di polizia Emanuele Piazza che lavorava per i servizi segreti (ucciso in seguito da esponenti mafiosi nel 1990 che ne disciolsero nell’acido il corpo), Gladio sarebbe stata responsabile, nel corso degli anni ’80, di una serie di clamorosi omicidi, fra i quali quello di Pio La Torre. 

Anche questa sarebbe stata una pista che il processo per il suo omicidio avrebbe dovuto seguire, se non ci fosse stata di accontentarsi della “forma dell'acqua”. Ovvero, il volersi fermare alle responsabilità della cupola mafiosa, che decise quelle morti, in perfetta solitudine.



I due autori chiudono così questo libro, con queste parole amare:
Non sapremo mai come sarebbe stata la storia d'Italia se Mattarella e La Torre, se Moro e Berlinguer avessero vissuto per intero la loro vita. Abbiamo presente come è andata. E non c'è molto altro da dire.
Il link per ordinare il libro su ibs.

La scheda del libro sul sito di Castelvecchi editore.
Il sito del centro studi Pio La Torre.
L'archivio Pio La Torre alla camera, con i documenti sulla legge che porta il suo nome sulla confisca dei beni ai mafiosi.

Altre letture:
Uomini soli, di Attilio Bolzoni
La santissima Trinità, di Nicola Tranfaglia