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13 agosto 2026

Le stragi sono tutte un mistero di Benedetta Tobagi

 

“Misteri d’Italia” è un marchio di successo. La declinazione oscura del made in Italy appare non meno seducente dell’alta moda e del buon cibo, negli anni in cui trionfano le serie televisive crime, sia fiction sia documentarie, mentre gialli e thrille dominano le classifiche dei libri più venduti. Nel calderone entra di tutto: dal sequestro Moro alla morte di Enrico Mattei, all’omicidio Pasolini, e chi più ne ha più ne metta. Un posto d’onore spetta al racconto delle grandi stragi di terrorismo avvenute tra il 1969 e l’80, i Misteri d’Italia per eccellenza, come le bombe di piazza Fontana, Brescia, Bologna.

Dobbiamo essere grati a ricercatrici (e scrittrici) come Benedetta Tobagi per l’impegno che mettono nel ricostruire, studiare, la storia recente italiana e a volerla raccontare in volumi come questo – uscito per Laterza – una sorta di “cassetta per gli attrezzi” per muoversi con maggiore consapevolezza in quelli che vengono, erroneamente, chiamati, misteri d’Italia.

Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia .. eh, non sapremo mai chi è stato .. è tutto un mistero, sono stati i fascisti, no sono state le Brigate Rosse… c’è stato un grande vecchio dietro la stagione degli anni di piombo (altra formula di successo usata e strausata dal mondo dell’informazione per raccontare gli anni ‘70), il doppio stato..
Benedetta Tobagi ci aiuta a mettere dei punti di fermi sulle stragi avvenute nel nostro paese tra il 1969 e il 1980, ovvero tra la bomba di Milano alla banca dell’Agricoltura e la bomba scoppiata il 2 agosto a Bologna. Nonostante ci siano voluti molti anni, nonostante il fatto che le inchieste spesso abbiano portato a giudizi contrastanti, nonostante l’ostacolo dei depistaggi portati avanti delle stesse istituzioni per bloccare le azioni dei magistrati (uomini dello Stato anche loro), sappiamo molto.

Sappiamo che le bombe le hanno messe le formazioni dell’estrema destra, fascista, godendo di un senso di impunità per le coperture ottenute da apparati dei servizi nazionali e anche oltre oceano.
Parliamo dell’arcipelago nero della destra extra parlamentare, Ordine Nuovo, La Fenice, Ordine nero, Avanguardia nazionale e per ultimi i Nar, Terza posizione: come racconta l’autrice, c’era una forte porosità tra i vari gruppi per lo scambio di armi e per i legami tra loro.
Forte porosità che c’era anche nei confronti del Movimento Sociale italiano: sebbene tutte le inchieste hanno poi portato al proscioglimenti degli esponenti del MSI indagati per le stragi, i rapporti tra esponenti del partito (che funzionava come un ombrello per le garanzie costituzionali dei deputati) e i membri di questi gruppi. Uno tra tutti Pino Rauti, presentato ancora oggi come uno studioso, punto di riferimento per tanti politici di destra – tra cui anche l’attuale presidente del Consiglio – ma anche fondatore del Centro studi Ordine Nuovo, lo stesso di Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia. E di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti responsabili della strage di Milano ma non condannabili per il principio del nostro ordinamento giudiziario, “ne bis in idem”.

Non esistono i misteri dunque, esistono i segreti, gelosamente custoditi in qualche archivio, ben al riparo dalla magistratura “impicciona”, questi magistrati che pensano di voler applicare la legge, o forse solo nella testa di qualcuno dei pochi sopravvissuti di quegli anni.
Come non esistono nemmeno i servizi deviati, poche mele marce su cui scaricare tutte le colpe (i Miceli, i Maletti, i Santovito): sono esistiti uomini dei servizi che hanno dovuto dare fedeltà all’alleanza atlantica e poi, in secondo ordine, anche alla Costituzione.

Ma sono esistiti anche uomini dello Stato che hanno voluto fare luce su quelle stragi, che alla ragione di Stato (abusata) hanno messo davanti la carta costituzionale, la giustizia per le vittime: Tobagi cita, tra i tanti, l’ex generale del Sismi Pasquale Notarnicola, in contrapposizione ai colleghi del Sismi Benedetto Santovito e Francesco Belmonte (condannati per i depistaggi sulla strage di Bologna). Ecco perché non è corretto parlare di “strage di stato” o di “doppio stato” (altre due formule molto in voga quando si parla di stragismo, ma poco corrette). Lo Stato sono stati anche i magistrati di Milano che hanno seguito la pista nera, i giudici di Catanzaro che con mille difficoltà hanno portato alla sbarra politici e uomini dei servizi.

Come mai allora tutta questa confusione, questo parlare di misteri, questo continuo voler intorbidire le acque, quando si parla della storia repubblicana del nostro paese?

Una democrazia forte da i conti con le proprie ombre e le pagine oscure, per denunciarle, per correggerle, farle conoscere, analizzarle, vedere come funziona il nostro presente – e fa tutto questo in modo civile e non violento, per e non contro la Costituzione.
Ecco il punto nodale: non siamo (ancora) una democrazia forte, non avendo voluto e saputo fare i conti con questo passato. Questo vale ancora di più oggi, con questa destra al governo, la destra di Meloni, quella delle radici profonde che non congelano. Radici così profonde da arrivare al movimento sociale e a quell’arcipelago nero con cui sono ben legate.

Ancora deve iniziare a sfogliare il proprio album di famiglia, la destra di Fratelli d’Italia, fare i conti con le proprie origini, con quello che scrivevano sulla democrazia, sulle libertà, sugli strumenti di lotta auspicabili per fermare la deriva comunista in questo paese. Sempre citando l’autrice, Rauti è stato maestro, o cattivo maestro, “anche degli ordinovisti veneti responsabili delle stragi di piazza Fontana e di Brescia”.

In questo saggio c’è spazio anche per raccontare del ruolo dei servizi americani sulle stragi: un ruolo di osservatore non neutrale, per dichiarazioni degli stessi ordinovisti pentiti (pochi ma sufficienti a descrivere quel contesto): i servizi americani sapevano delle attività di Ordine Nuovo (e delle altre sigle) ma non hanno ostacolato le loro azioni.
Come del resto fecero i vertici dei nostri servizi (dentro cui mettiamo anche l’Ufficio Affari Riservati, l’intelligence del Viminale): quelle bombe erano un segnale, uno strumento per condizionare la politica, per spostarne il baricentro politico. Erano gli anni della guerra fredda, si doveva fermare l’avanzata delle sinistre tramite la “guerra non ortodossa”. Come in Grecia col golpe dei colonnelli. Con la violenza, con le bombe, con le stragi.
Bombe di provocazione, in una prima fase, da addossare alle sinistre. Bombe di intimidazione, da Brescia, all’Italicus, fino a Bologna.
Creare terrore per bloccare ogni tentativo di riforma di questo paese, in senso progressista: riforme che poi, sempre grazie all’azione di uomini dello Stato, sono comunque andate in porto. Dalla riforma sulla sanità, allo Statuto dei lavoratori, all’abrogazione della legge sul delitto d’onore..

No, troppo imbarazzante sfogliare questo album, meglio continuare a negare, a portare avanti la storiella dei ragazzi di destra perseguiti per le loro idee da magistrati comunisti. Meglio portare avanti la finta verità della pista palestinese per la strage di Bologna: “e se fossero innocenti” – ripetono ipocritamente da destra ma anche a sinistra, per una ossessione contro certi magistrati comune anche in certa sinistra.

La storia non si fa nei tribunali, ma purtroppo, anche per colpa della classe dirigente (e del contesto geopolitico che abbiamo avuto alle spalle), le sentenze dei tribunali, anche grazie al lavoro degli storici e dei ricercatori, ci hanno raccontato molto della nostra storia, molto di più di quanto hanno fatto i passati governi. Per spiegarci meglio, se non ci fosse stato il prezioso lavoro delle parti civili e dei giudici di Bologna dietro il processo a Bellini e ai mandanti, non sapremmo del coinvolgimento della P2, di Licio Gelli, di pezzi dello stato (il potentissimo prefetto Federico Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati), e della politica (come il senatore missino Tedeschi) per la preparazione della strage alla stazione di Bologna. Una storia che mette in luce le ambiguità dei Nar, del supposto spontaneismo, del vero potere della loggia P2.

La conclusione di questo libro è un invito al lettore a non rassegnarci del tutto al fatto di avere ancora tutta la verità:

.. dobbiamo realisticamente rassegnarci al fatto che non potremo mai sapere tutta la verità sulle stragi, in particolare sui livelli politici e istituzionali che hanno coperto e con ogni probabilità strumentalizzato questi delitti. Ma dobbiamo continuare a scavare e studiare per portare alla luce quanta più verità possibile, senza abbandonarci alla sfiducia o al cinismo.

[..] Spesso sento dire che “lo dobbiamo alle vittime innocenti delle stragi” e di certo loro si meritano tutta la giustizia e la verità che possiamo dar loro; però io credo che lo dobbiamo innanzitutto e soprattutto a noi stessi, ed eventualmente alle generazioni che verranno. Perché le stragi, insieme alle vittime, volevano colpire tutti. Perché dalle macerie lasciate dalle stragi possiamo capire e imparare molto, quanto alla manutenzione e alla maturazione della democrazia, e magari anche svelenire il clima della società in cui viviamo. La strage, alla fine, non è “di Stato” perché, ieri come oggi, lo Stato siamo anche noi, anche – o forse soprattutto -quando i rappresentanti delle istituzioni ci fanno venire da piangere per la rabbia.

Gli altri libri di Benedetta Tobagi dedicati alle stragi avvenute in Italia
Una stella incoronata di buio – la strage di Brescia

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo

Piazza Fontana il processo impossibile


La scheda del libro sul sito di Laterza editore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


12 dicembre 2025

L'Italia mancata con Piazza Fontana

"Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.

Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.

Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.

Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?

Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “va bene, ho capito ”.

Poi succede quello che deve succedere.

Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.

Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].

Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.

E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici".

Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro

Adesso riusciamo a parlare di strage fascista, invitando magari la maggioranza di governo a sfogliare il suo album di famiglia, considerando i legami tra Ordine Nuovo, chi ha messo la bomba e il Movimento Sociale.

Forse un giorno arriveremo ai burattinai, che usarono i fascisti come manovalanza nel loro gioco cinico con le bombe, le stragi, per fermare lo sviluppo progressista di questo paese.

Nelle università,  nelle scuole, nella polizia perfino, negli operai che rivendicavano in piazza i loro diritti assieme agli studenti.

Basta al delitto d'onore, alla criminalizzazione dell'aborto e del divorzio.

Una rivoluzione interrotta con le bombe, nella banca dell'Agricoltura, in piazza della Loggia, a Peteano, a Bologna anni dopo.

Basti ricordare che il giorno precedente quel  maledetto 11 dicembre 1969 al Senato veniva approvato lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire strage fascista: servono i burattinai sopra i fascisti, dentro lo stato, nella classe imprenditoriale, nelle logge coperte, in certi interessi oltre oceano (a proposito della pace e  della sicurezza che ci avrebbe garantito la Nato..).

12 dicembre 2024

Piazza Fontana - 55 anni dopo (dire strage fascista è ancora troppo poco)

12 dicembre 1969: una bomba esplode nella banca dell'Agricoltura a Milano alle 16.39 di un pomeriggio freddo e grigio, uccidendo 15 persone.

Generalmente così viene racconta oggi la strage di Milano, la madre di tutte le stragi, che inaugurò poi quel periodo che è stato chiamato "strategia della tensione", dalla bomba alla banca dell'Agricoltura fino alla bomba di Bologna alla stazione dell'agosto 1980.
A volte, per un minimo di decenza si aggiunge che la strage è stata opera di estremisti di destra, neofascisti veneti, senza aggiungere altro. Senza aggiungere, ad esempio, che i fascisti colpevoli della strage non sono stati condannati per un bizantinismo del nostro sistema giudiziario. Che per anni i fascisti colpevoli sono stati protetti dai nostri servizi segreti, dunque anche da una copertura avallata dal livello politico.

E nemmeno si aggiunge che questi fascisti, Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi e altri, erano esponenti di Ordine Nuovo, un movimento politico nato per scissione dal Movimento Sociale di Almirante. Il politico che questo governo considera come un padre.

Ma tutto questo è troppo poco passati 55 anni: vogliamo e dobbiamo arrivare ad un livello superiore, per rispetto ai morti e per rispetto alla stessa democrazia.

Le sentenze hanno assolto i fascisti è vero, ma le sentenze raccontano tante cose, come anche i tanti libri sulla strage di Piazza Fontana: l'ultimo che mi è capitato di leggere è La ragazza di Gladio, del giornalista Paolo Biondani. Ne riporto due passaggi

Anche in Italia era arrivata l'onda lunga del '68, con le speranze di rinnovamento politico, libertà civili, giustizia sociale, addirittura rivoluzione, che la destra reazionaria vive come un incubo.

Nel cosiddetto «autunno caldo» del 1969 le lotte operaie si saldano con le proteste studentesche, con scioperi, manifestazioni e cortei che si susseguono soprattutto nelle grandi città industriali. La prima forza di sinistra, il Partito Comunista Italiano (PCI), che dopo lo storico strappo con l'Unione Sovietica è parte attiva della sinistra democratica europea, continua a guadagnare voti, in ogni elezione.

Ed è allora che esplode la cosiddetta «strategia della tensione», che molti anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, protagonista della storica istruttoria sulla strage di Piazza Fonana, oggi purtroppo scomparso, riassume in «poche parole», come esordisce lui, alla fine di una giornata di lavoro, nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. 

«Alla fine degli anni sessanta», scandisce il magistrato, con la sua voce calda [..] la scrivania ingombra di fascicoli, alla parete la fotografia dell'amico pubblico ministero Emilio Alessandrini, che indagava con lui su Piazza Fontana e fu ammazzato dai terroristi rossi, «alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati. E l'effetto politico veniva amplificato infiltrando e incolpando falsamente i gruppi di estrema sinistra, per favorire una reazione autoritaria» 

E poi questo secondo sulle protezioni dei fascisti di ieri e sui neofascisti di oggi (dove si parla della strage successiva, quella di Piazza della Loggia a Brescia) e del loro legame con pezzi dello Stato

Il terrorismo esiste un molte parti del mondo ed è contro la democrazia, la società civile, contro lo stato di diritto e i suoi rappresentanti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta i magistrati che indagano sulle stragi nere, da Milano a Venezia, da Firenze a Bologna, scoprono questa verità inconfessabile: il terrorismo di destra in Italia è dentro lo Stato. Ci sono ufficiali dei servizi segreti, militari e politici che stanno dalla parte dei terroristi, lavorano contro la giustizia per deviarla e fermarla.

Per lungo tempo la bomba in Piazza della Loggia sembrava un'eccezione: nei primi dieci anni di istruttorie non si vedono tracce di servizi deviati. A scovarle per la prima volta, nel 1985, sono i giudici di Bologna che indagano sulla strage dell’Italicus.

La scoperta è clamorosa, anche se resta per anni incompleta, monca. A Roma, nella sede centrale dei servizi segreti militari - chiamati prima Sifar, poi Sid, quindi Sismi, oggi Aise: ogni cambio di nome è l'effetto della scoperta di scandali criminali di straordinaria gravità, con conseguente grande riforma, prima di tutto lessicale - vengono sequestrate delle copie di informative anonime, mai trasmesse alla magistratura. In gergo si chiamano «veline».

Sono carte che scottano: contengono notizie dettagliatissime su un piano di rinascita clandestina di Ordine Nuovo, come organizzazione stragista conclamata. 

Sono state raccolte dai servizi segreti tra il 1973 e il 1974, nei mesi cruciali della strage di Brescia. L’informatore è un neofascista, che da mesi è a libro paga del Sid. Il suo nome in codice è Tritone. Una fonte interna del terrorismo nero, di spessore straordinario: è in grado di preannunciare gli attentati in tempo reale e poi di riferire i commenti degli autori. E' dentro il nucleo stragista. E racconta in diretta ai servizi quello che viene a sapere.

20 giugno 2024

La ragazza di Gladio di Paolo Biondani

 


Prefazione di Benedetta Tobagi

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace come bussola per addentrarsi nel labirinto dello stragismo, Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Dalle soffitte di Castelfranco Veneto [il deposito delle armi di Ventura, esponente di Ordine Nuovo, tra i responsabili della strage di Milano, assolto nei processi] a quelle in Toscana [come il deposito nell’appartamento del capocentro del Sid Mannucci Benincasa], ai loculi interrati – e violati – dei cosidetti «Nasco»di Gladio in Friuli, ricostruisce la trama fitta e talvolta sorprendente che segue in filigrana quella dei cosiddetti «misteri d’Italia», che poi misteri non sono affatto.

Un libro prezioso, questo La ragazza di Gladio del giornalista Paolo Biondani, per comprendere quella parte della nostra storia che viene generalmente racchiusa nella definizione “anni di piombo”, il periodo che va dalla strage di Milano del 12 dicembre 1969 e che arriva fino al dicembre del 1984 con la bomba fatta esplodere sul rapido 904, la “strage di Natale”. Gli anni delle delle bombe fatte esplodere nelle piazze, come a Brescia il 28 maggio 1974, nelle stazioni, come a Bologna il 2 agosto 1980, sui treni come a Gioia Tauro, sul treno Italicus. Attentati caratterizzati da fattori comuni: prima di tutto i depistaggi organizzati da uomini dello stato (dai servizi militari, dagli stessi investigatori) che hanno reso difficile l’individuazione dei responsabili e arrivare a sentenze di condanna. Poi quella che viene considerata la matrice: sono tutti attentati realizzati da estremisti di destra, di quell’arcipelago nero a destra (e contigui) al Movimento Sociale, con l’obiettivo di creare terrore, alzare il livello di tensione in un paese che, a fine anni sessanta, voleva togliersi di dosso finalmente tutto il vecchiume che arrivava dal regime fascista. Sono gli anni in cui si saldano le proteste degli operai per l’autunno caldo con quelle degli studenti. Sono gli anni in cui si teorizza l’uso delle operazioni coperte, operazioni sporche, per ostacolare l’avanzata delle sinistre, per bloccare il baricentro politico di questo paese attorno al polo di centro destra, col partito della Democrazia Cristiana bloccato al governo. Tutto questo è stato tradotto, prendendo a prestito una formula usata da un quotidiano inglese nei giorni successivi la strage di Milano come “strategia della tensione”: infiltrarsi nei gruppo di protesta della sinistra, alzare il livello dello scontro, organizzare attentati da far addossare alle sinistre, agli anarchici.

Paolo Biondani ha avuto il pregio, in questo romanzo, di raccontare tutto questo usando un linguaggio comprensibile e chiaro, non sono presenti citazioni da atti della magistratura, se non indispensabili al racconto ma, come spiega l’autore nel primo capitolo, qui dentro troverete atti e ricostruzioni che sono state ritenute vere dai giudici

Premessa Questo non è un romanzo. È un libro che racconta solo fatti certi, documentati e comprovati da sentenze inoppugnabili.
E le sentenze, a saperle leggere, mettendole assieme cercando di legarle assieme seguendo un unico filo, parlano: “non è vero che le stragi sono un mistero. C’è un minimo di verità giudiziaria che i cittadini hanno diritto di conoscere”.
Vi assicuro che è assolutamente così: smettiamo di parlare di misteri d’Italia, è vero che non sappiamo ancora tutto sui responsabili delle stragi (a livello politico, intendo, ma poi ci arriveremo), ma sappiamo già molto e tutto questo ci è di aiuto per comprendere la nostra storia di ieri.
E, come spiegherà l’autore negli ultimi due capitoli, anche la storia di oggi, dove troviamo al governo gli eredi di quel partito fondato nel 1946 da ex repubblichini di Salò.
Biondani ha la felice intuizione di raccontare tutto
questo seguendo due tracce abbastanza inedite: la prima è la testimonianza importante di una ragazza che è stata testimone dei preparativi della strage di Brescia del 1974. La seconda è la storia dei depositi delle armi, i Nasco, ad uso della rete di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, concepita in ambito Nato a fine anni 50, che doveva attivarsi in caso di invasione dell’esercito del patto di Varsavia.

La ragazza di Gladio

«la ragazza di Gladio» del titolo è una testimone chiave di un nuovo processo sulla strage di Brescia che si è aperto nel 2024.

Stiamo parlando della fidanzata di Silvio Ferrari, il ragazzo morto mentre preparava un attentato, forse addirittura ucciso dai suoi camerati, era un esponente di Ordine Nuovo (la formazione politica nata da una scissione del Movimento Sociale), che non si fidavano più di lui.
Ai magistrati di Brescia, che oggi stanno celebrando il processo su altri responsabili della strage di Piazza della Loggia e sui livelli superiori ha raccontato una verità incredibile: gli incontri tra questi neofascisti e uomini dello stato in una caserma dei carabinieri a Verona. Incontri in cui esponenti di ordine nuovo e carabinieri, tra cui il capo centro del sid di Verona e il capitano Delfino, parlavano di bombe, di attentati, di violenza.
Tutto il racconto fatto dalla ragazza è stato riscontrato dai magistrati, compresi gli incontri fatti da questi ragazzi appena maggiorenni nella base Nato di Verona dove venivano accolti, oltre che dal capitano Delfino, da un ufficiale americano. Le parole della ragazza di Gladio cambiano completamente il racconto fatto fino ad oggi delle stragi: i fascisti vengono relegati a mera manovalanza, forse qualcuno di loro veramente pensava che si sarebbe arrivato ad una dittatura in Italia, come in Grecia. Ma erano solo pedine nelle mani di pupari ben più abili: alzando lo sguardo verso i livelli più alti, possiamo includere tra i manovratori di questa strategia terroristica ed eversiva pezzi dei servizi, ufficiali Nato e ufficiali dello Stato Maggiore fino ad arrivare ai referenti politici e a quegli imprenditori che li finanziavano.
Tutti questi avrebbero dovuti essere portati a processo per le loro colpe, a partire dagli ufficiali del Sid e poi del Sismi che erano venuti a conoscenza delle stragi, per esempio grazie a quanto raccontava loro Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, ma vale lo stesso per Bologna, per Peteano, per i presunti assassini “spontaneisti” dei Nar (l’intelligence dell’esercito sapeva del furto di bombe a mano di Fioravanti, armi usate in successivi attentati). Informazioni mai condivise con l’autorità giudiziaria.

Ma sarebbe alquanto difficile: non siamo riusciti a condannare tutti i fascisti responsabili di quelle bombe allora, figuriamoci cosa potremmo fare oggi dove molti dei protagonisti di queste vicende o sono molto anziani o sono morti.

Nemmeno il colonnello Amos Spiazzi, reo confesso dell’essere appartenuto ad una struttura segreta che organizzava attività illegali anticomuniste: su di lui scrive Biondani “ci vogliono giudici veramente eccezionali per assolvere uno che ha confessato”.

Dovremmo allora avere il coraggio di riscrivere la nostra storia recente, ma non nel senso innocentista come vorrebbe l’attuale maggioranza di destra, ma iniziare veramente a raccontare al paese, non solo alle vittime delle stragi, del doppio stato, della doppia fedeltà di molti uomini delle istituzioni, dei tanti compromessi che abbiamo accettati in nome di Yalta, del mondo diviso in blocchi, della ragione di stato.

I Nasco – violati – di Gladio

I Nasco dovevano essere strutture nascoste dove nascondere armi ed esplosivi, tenuti in involucri sigillati, da usare in caso di invasione dall’altro fronte del blocco.
Chi avrebbe dovuto usare queste armi erano militari e civili dentro Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, una struttura così nascosta da non essere rivelata nemmeno a tutti i presidenti del Consiglio.
Gli italiani ne sono venuti a conoscenza dopo che il presidente Andreotti ne diede notizia , in due comunicazioni alla commissione stragi e alle camere, nel 1990
(dopo il crollo del muro): ma a costringere l’allora presidente a parlare di Gladio furono le inchieste di Venezia che finalmente avevano portato a galla una verità diversa. Gladio era una struttura a due volti: c’era un volto ufficiale, sebbene tenuto nascosto, ma c’era anche un volto segreto e molto più pericoloso.
I gladiatori e, soprattutto, i depositi di armi, furono usati nelle operazioni sporche durante la “strategia della tensione”: come racconta Biondani, molti Nasco furono violati da mani ignote che prelevarono parti di micce ed esplosivi poi usati in attentati.
Dopo che, casualmente, uno di questi arsenali venne scoperto, ad Aurisina, i servizi iniziarono a trasferire le armi nei depositi delle caserme dei carabinieri o in case di civili: sono quei famosi depositi di armi militari scoperti a volte casualmente a volte nel corso di indagini, in cui i proprietari si sono difesi sostenendo di essere collezionisti. E arrivando perfino ad essere creduti dalle corti.
La bomba che uccise i tre carabinieri a Peteano, nel 1972, era stata innescata da un accenditore a strappo, proveniente proprio da un Nasco di Gladio, come racconta l’allora giudice Felice Casson: «Per la bomba di Peteano i terroristi di Ordine nuovo hanno usato un innesco uscito illegalmente da un arsenale di Gladio»..
La strage di Peteano ci è utile per chiarire tutto il disegno: carabinieri erano i tre morti, come carabinieri erano gli ufficiali che hanno depistato le indagini

Dal processo emerge che gli ufficiali erano stati manovrati da un generale molto potente e molto reazionario, Giovanni Battista Palumbo [..] una quinta colonna della P2 all’interno dell’Arma.
Ma c’è di peggio: la macchina saltata in aria a Peteano era stata colpita da proiettili sparati da una calibro 22. Quella pistola, hanno ricostruito le indagini, porta direttamente a due ordinovisti: il primo si chiama Vincenzo Vinciguerra, dopo anni da latitante ha deciso di consegnarsi allo stato per raccontare delle trame nere di Ordine Nuovo, orchestrate dalla P2 di Licio Gelli.
L’altro ordinovista
si chiama Carlo Cicuttini ed era segretario del movimento sociale, che lo aiutò ad espatriare e sfuggire dalla giustizia.

Ma ancora meglio, per raccontare in filigrana queste trame, meno oscure di quanto si pensi, è la bomba alla stazione di Bologna: in questa storia troviamo tutti i protagonisti negativi questa storia, dai terroristi neri, i finti spontaneisti neri dei Nar, Mambro e Fioravanti, e la loggia P2 di Gelli, che a fine anni settanta controllava un pezzo dell’editoria, parte della finanza, i vertici dei servizi e delle forze armate. Le ultime indagini, nate in questi anni dalla scoperta del documento Bologna sequestrato a Gelli in Svizzera e rimasto colpevolmente nel cassetto per anni, gettano una nuova luce sugli organizzatori della strage (perché su chi ha messo la bomba dubbi non ce ne sono):

Perché Licio Gelli, che nel 1980 aveva in mano tutti i servizi segreti, si espone personalmente per fermare le indagini sui giovani spontaneisti armati romani? La spiegazione secondo i magistrati della procura generale di Bologna è chiara: perché era stato proprio il capo della P2 pianificare la strage e a pagare quei terroristi.
Gelli ha finanziato i Nar sin dal 1979 per questa strage, per depistare le indagini ha coinvolto direttamente i suoi referenti nel Sismi (e bloccato le indagini del Sisde, il servizio interno appena nato), orchestrando per tramite del giornalista Tedeschi una campagna stampa a sostegno della pista straniera, quella che oggi chiameremo fake news.
Ma di fake news, di despistaggi, è piena la nostra storia: dalla finta pista anarchica costruita dall’ufficio affari riservati per piazza Fontana, alla finta pista che incolpava i fratelli Papa per la bomba di Brescia, per arrivare al finto anarchico Bertoli per la bomba alla questura di Milano. Fino ad arrivare al finto pentito Scarantino, costruito e istruito dalla squadra di La Barbera per spostare le indagini sulla strage di via D’Amelio, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Ma cosa c’entrano le stragi di mafia con le stragi fasciste degli anni di piombo?

La responsabilità politica di quelle stragi - oggi

Se i primi capitoli sono preziosi perché aiutano a comprendere i fatti, le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1984, altrettanto importanti sono gli ultimi capitoli, per un duplice motivo: prima di tutto perché raccontano parti della nostra storia sufficientemente recente, che non abbiamo ancora del tutto dimenticato.

Parlo delle stragi di mafia avvenute tra il 1992 e il 1993, la morte dei giudici Falcone e Borsellino, le bombe che colpirono i luoghi d’arte, l’essere arrivati ad un passo da un colpo di stato.
La nascita della seconda repubblica.

Il secondo motivo è perché si parla della responsabilità politica di quanto successo in Italia: oggi in Italia siamo abituati a contestare le sentenze della magistratura (cosa legittima, se si contesta partendo da motivazioni oggettive), figuriamo se a livello politico c’è la volontà di assumersi delle responsabilità politiche, specie su fatti particolarmente infamanti.
Ma ancora una volta sono i fatti a parlare: oggi si parla di stragi fasciste, delegando le colpe ai soli esponenti di ordine nuovo, come se questo fosse un movimento a sé stante.

Scrive Biondani:

..le stesse sentenze definitive fanno notare che ordine nuovo non era un'organizzazione occulta era una corrente del movimento sociale Italiano. Le brigate Rosse, prima linea e le altre bande criminali terroristi di sinistra erano gruppi armati clandestini che agivano segretamente fuori e contro tutti i partiti rappresentanti in Parlamento a cominciare dal PC di Berlinguer, che loro accusavano di aver tradito il comunismo.
Il terrorismo nero invece è nato dentro
il partito ufficiale della destra italiana. I suoi leader migliori [Almirante] se ne sono resi conto purtroppo solo tra il 1973 e il 1974 dopo cinque anni di bombe sui treni e nelle piazze e i loro eredi non ne parlano.
Nel libro vengono citate le storie del senatore Abbatangelo, coinvolto nell’inchiesta sulla strage del rapido 904, di Carlo Cicuttini per Peteano, di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, quest’ultimo dirigente del MSI fino al 1973.
Non è un anno casuale, il 1973, è l’anno dove a Milano, in un corteo del movimento sociale viene lanciata una bomba a mano contro un agente di polizia, Antonio Marino, che muore per l’esplosione. I militanti missini avevano pronte delle finte tessere del pci, che sarebbero servite per addossare le colpe alla sinistra.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

Il famoso album di famiglia andrebbe sfogliato anche a destra dunque: finché non lo faremo, continuerà a mancare un pezzo di verità al racconto della nostra storia. Un pezzo di verità che le istituzioni di questo paese, di qualunque colore, devono avere il coraggio di andare a ricercare e raccontare e questo vale per la bomba scoppiata in piazza della Loggia fino alle bombe che sono scoppiate nel nostro paese nel biennio dello stragismo mafioso 1992-93: tante analogie le legano le une alle altre, troppe.

La campagna di attentati sanguinari che ha colpito le nostre città tra la fine del 1992 e l'inizio del 1994, nei mesi che hanno cambiato il sistema di potere in Italia, nascondeva una nuova strategia della tensione.

In questa trama c'è un disegno di stampo terroristico, sicuramente organizzato ed eseguito dai boss di cosa nostra. Ma probabilmente non è solo mafia.

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18 giugno 2024

La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


Dopo i capitoli dedicati agli arsenali di Gladio, la struttura occulta che doveva servire in ambito Nato in caso di invasione sovietica e che invece ha fatto da scudo alle trame nere della strategia della tensione, agli strani collezionisti di armi dentro i servizi, nelle formazioni di destra, il racconto di Paolo Biondani si occupa della strage di Peteano, coi morti dell'Arma e coi depistaggi della stessa arma (di ufficiali legati ai servizi).

Poi l'inchiesta sull'organizzazione Rosa dei Venti, seguita dal giudice Tamburino che portò all'incriminazione e al processo del colonnello Amos Spiazzi: nonostante l'ammissione di far parte di questa cellula con dentro civili e militari in funzione anticomunista, è stato assolto dai processi.

Come accadeva spesso in quegli anni di iper garantismo nei confronti degli esponenti di destra e dei loro protettori nello Stato.

Un capitolo  importante del libro è quello dedicato alla strage di Bologna il 2 agosto 1980: 85 morti e più di 200 feriti. 

L’attentato è stato eseguito da una banda armata di terroristi neofascisti, con la copertura dei vertici piduisti dei servizi segreti militari e del loro criminale burattinaio, Licio Gelli.

Ad ogni anniversario partono le campagne innocentiste da parte della nostra destra, oggi destra di governo: "Io a destra non c'ero" era il meme dei messaggi di esponenti di Fratelli d'Italia, il partito nato dal movimento sociale. 

Ma i NAR c'erano quel giorno a Bologna: lo dicono le carte dei processi, che Biondani riassume molto bene. 

C'erano i NAR Mambro e Fioravanti, c'erano anche i loro complici Ciavardini e Cavallini: in primo grado è stato condannato anche Paolo Bellini (l'infiltrato di Cosa Nostra, killer della ndrangheta, l'ispiratore degli attentati contro opere d'arte nella stagione stragistica della mafia del 1992), riconosciuto da un frame di un video.

Nonostante le schiere di negazionisti, da parte di questa destra, è provata la loro presenza a Bologna. Come sono provati i fondi che dall'Ambrosiano sono passati, per tramite di Gelli, ai Nar, che in quegli anni tra il 1979 e il 1980 compiono il salto, diventando terroristi anche per conto terzi.

Ci sono le prove, rimaste nel cassetto per anni, dei pagamenti di Gelli a Mambro e Fioravanti. Come è rimasto nel cassetto anche l'appunto "artiglio" un cui Gelli lanciava una vera e propria minaccia allo Stato.

Le fantomatiche piste internazionali sono una invenzione dei servizi (che si ritiene abbiano creato i Nar), di Gelli, di Federico Umberto D'Amato e del giornalista e senatore del Movimento Sociale Mario Tedeschi.

Erano solo depistaggi, come la bomba con l'esplosivo, uguale a quello usato nella stazione, fatta trovare dai servizi sul treno il il 13 gennaio 1981: per quel depistaggio furono condannati i vertici piduisti dei servizi e Gelli.

Ancora una volta, i servizi erano al corrente di quello che si stava preparando, del grande botto a Bologna: l'autore racconta di diversi dossier raccolti da varie fonti, che non furono comunicate alle autorità giudiziarie né prima né dopo.

.. come facevano, i piduisti del Sismi, a conoscere esattamente la miscela di composti della bomba del 2 agosto?

I periti dei magistrati di Bologna non avevano ancora comunicato ai magistrati quale miscela fosse quella della bomba di Bologna.

Come hanno fatto la P2 e i vertici del Sismi a sapere quale fosse il composto usato dai Nar per la bomba del 2 agosto?

Le istruttorie hanno stabilito che fu uno degli artificieri, un militare, a fare la soffiata a un dirigente del Sismi: il capo-centro di Firenze, colonnello Mannucci Benincasa. Proprio lui, l’ufficiale a cui fu sequestrato un arsenale clandestino..

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La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari


Uno dei punti centrali del libro, preciso, facile da leggere, basato solo su fatti accertati (non illazioni o ipotesi da vagliare) è la testimonianza della fidanzata di Silvio Ferrari: era il ragazzo bresciano che faceva parte di Ordine Nuovo, morto mentre stava preparando un attentato contro un locale.

Non era uno dei tanti ragazzetti che inneggiava al duce e alzava il braccio: nel 1973 e ad inizio 1974 Ordine Nuovo, dopo essere stata sciolto (ufficialmente) dal presidente Rumor, dove aver visto che gli attentanti (come Milano alla Banca dell'agricoltura) non hanno portato ad un governo di destra, decide di alzare la posta.

Servono altre bombe, serve altro terrore, perché la gente impari. Impari a non chiedere riforme progressiste, salari più dignitosi, scuole e università per tutti.

Queste bombe, questo nuovo corso della strategia della tensione non è solo frutto della loro mente: la fidanzata di Silvio Ferrari, che solo adesso che è morto un certo generale molto chiacchierato ha deciso di parlare al processo di Brescia, è stata testimone di incontri tra questi neofascisti e ufficiali dei carabinieri legati ai servizi.

La storia inizia proprio in una caserma, che è rimasta scolpita nella mente della testimone. «Quella stazione dei carabinieri giocò un ruolo molto importante negli ultimi mesi di vita di Silvio. Ci andavamo con la sua moto. E qualche volta in macchina, portati da un appuntato di Brescia.

In quella caserma ho partecipato a diverse riunioni con il capitano Delfino e con altri ufficiali dei carabinieri, credo, di cui non conoscevo i nomi e i gradi. Io ero lì per Silvio, lui mi portava per avere una testimone.» Ogni partecipante aveva un posto attorno ad un tavolo tondo, in una stanza spoglia, ma con una decina di foto di militari appese alle pareti. C'erano quattro giovani neofascisti: lei, Silvio, un duro del gruppo bresciano e un veronese «un po' più piccolo», s'intende di età, ma «tremendo, determinato.» Intervallati tra loro, sedevano quattro militari.

Delfino, in divisa, era in mezzo ai due duri, il veronese e il bresciano.

[..]

Il ricordo è lancinante, ancora oggi le trafigge il cuore. «Sin dalla prima riunione alla quale partecipo, che collocherei nel gennaio 1974 o al massimo nel dicembre 1973, si parla di una strage da fare al Blue Note di Brescia.

La strage di Brescia, a piazza della Loggia, sarebbe dunque nata da un incontro tra neofascisti e uomini dello stato. Persone in divisa.

Come il capitano Delfino, quello del pentito Balduccio Di Maggio.

Ma c'è di peggio nel racconto della testimone, tutto riscontrato dai magistrati, non è nulla di inventato: alcuni incontri avvenivano nel comando FTASE di Verona

Senza possibilità di sviluppo processuale è rimasta, invece, la notizia che in apparenza sembrava la più sensazionale: l'ipotesi che Delfino facesse capo alla Cia o ad altri apparati statunitensi. 

L’unico dato certo è che a Verona la testimone ha riconosciuto il palazzo del centro storico, in via Roma, che allora ospitava il comando della Nato.

«Ho accompagnato più volte Silvio qui dentro: entravamo all'interno, lui parcheggiava la moto nel cortile e veniva ricevuto dal capitano Delfino in uniforme nera. C'erano anche altri militari in uniforme carta da zucchero, un azzurro verso il blu. Io non li seguivo mai, rimanevo vicino alla motoretta. Poi Delfino lo riaccompagnava in cortile e ripartivamo.» 

Il verbale è suggestivo: Delfino, in effetti, era soprannominato «l’americano» e fu anche sospettato di essere un referente della Cia a Brescia.

[..]

La scena di un giovane terrorista neofascista bresciano che viene ricevuto in un comando strategico della Nato ha dell’incredibile.

Manovalanza fascista, pupari dentro lo stato.

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La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

 

Come mai lo stragismo in Italia è durato così tanti anni? Come mai è stato così difficile per i magistrati arrivare ad accertare le responsabilità materiale e individuare i colpevoli (esponenti dell'arcipelago nero contiguo spesso al Movimento Sociale, il partito dell'ordine)?

Perché i gruppi neofascisti, Ordine Nuovo (movimento nato dal MSI nel 1956), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale, Nar non agivano isolati, erano aiutati economicamente e militarmente da corpi dello stato. E protetti da pezzi delle istituzioni: si parla spesso di servizi deviati, ma ad essere deviato dall'obbligo di fedeltà alla Costituzione era un intero pezzo dello Stato. Che usò i fascisti per condizionare la vita politica di questo paese, bloccando le richieste di riforme progressiste che arrivavano dal paese, con l'onda lunga del 1968.

Questa è verità storica e processuale: i servizi sapevano di cosa stavano organizzando i fascisti di Ordine Nuovo nel 1974: avevano informatori nei movimenti di destra, ricevevano delle veline. Ma non hanno avvisato i magistrati né le forze dell'ordine, né prima della strage né dopo.

Il terrorismo esiste un molte parti del mondo ed è contro la democrazia, la società civile, contro lo stato di diritto e i suoi rappresentanti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta i magistrati che indagano sulle stragi nere, da Milano a Venezia, da Firenze a Bologna, scoprono questa verità inconfessabile: il terrorismo di destra in Italia è dentro lo Stato. Ci sono ufficiali dei servizi segreti, militari e politici che stanno dalla parte dei terroristi, lavorano contro la giustizia per deviarla e fermarla.

Per lungo tempo la bomba in Piazza della Loggia sembrava un'eccezione: nei primi dieci anni di istruttorie non si vedono tracce di servizi deviati. A scovarle per la prima volta, nel 1985, sono i giudici di Bologna che indagano sulla strage dell’Italicus.

La scoperta è clamorosa, anche se resta per anni incompleta, monca. A Roma, nella sede centrale dei servizi segreti militari - chiamati prima Sifar, poi Sid, quindi Sismi, oggi Aise: ogni cambio di nome è l'effetto della scoperta di scandali criminali di straordinaria gravità, con conseguente grande riforma, prima di tutto lessicale - vengono sequestrate delle copie di informative anonime, mai trasmesse alla magistratura. In gergo si chiamano «veline».

Sono carte che scottano: contengono notizie dettagliatissime su un piano di rinascita clandestina di Ordine Nuovo, come organizzazione stragista conclamata. 

Sono state raccolte dai servizi segreti tra il 1973 e il 1974, nei mesi cruciali della strage di Brescia. L’informatore è un neofascista, che da mesi è a libro paga del Sid. Il suo nome in codice è Tritone. Una fonte interna del terrorismo nero, di spessore straordinario: è in grado di preannunciare gli attentati in tempo reale e poi di riferire i commenti degli autori. E' dentro il nucleo stragista. E racconta in diretta ai servizi quello che viene a sapere.

Il 25 maggio 1974 la fonte Tritone partecipa all’incontro più nefasto: il vertice in cui viene pianificata la strage di Brescia. Ne parla con il suo referente nel Sid.

Ma nessun ufficiale lancia l'allarme. I magistrati e la polizia giudiziaria non ne vengono informati. Né allora, né dopo la strage. Le veline, anzi, vengono bruciate.

Tritone era un neofascista attivo in Veneto, reclutato dal centro SID di Padova, dove «intorno al 1984-85», in coincidenza con una nuova serie di indagini sui servizi, arriva l'ordine di «distruggere tutti gli archivi con il fuoco» [..] un ordine assurdo impartito direttamente dall'allora comandante del Sismi, cioè dal numero uno in carica dei servizi segreti militari. [La ragazza di Gladio di Paolo Biondani ]

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17 giugno 2024

La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

 

Non è vero che delle stragi nere avvenute in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta non sappiamo niente: depistaggi, protezioni dei terroristi (fascisti, legati a partiti di estrema destra, come il Movimento Sociale) da parte di centri di potere in Italia e oltre oceano hanno reso difficile la ricerca delle verità su responsabili e mandanti sulle bombe di Milano, Brescia, Bologna e gli altri attentati avvenuti durante la strategia della tensione.

Ma molte cose le sappiamo: questo romanzo di Paolo Biondani, giornalista de l'Espresso, racconta le trame nascoste dietro queste stragi partendo da due punti di indagine quasi inediti fino ad oggi. Una testimone degli incontri tra i fascisti che hanno preparato e organizzato la strage di Brescia con ufficiali dell'Arma dei carabinieri, con incontri avvenuti in presenza di ufficiali del SID (il nostro servizio segreto) e alcuni perfino nella base Nato di Verona.
E poi il filone delle armi: come scrive Benedetta Tobagi nell'introduzione

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace.

Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Le armi, i servizi deviati (o, meglio, al servizio dell'antistato), i gruppi fascisti usati come pedine di questo gioco del terrore, Gladio (compresa la Gladio nascosta, la Gladio nera), il mondo diviso in blocchi, la scelta politica di bloccare l'avanzata delle forze progressiste usando il terrore: di questo parla il libro nel primo capitolo, per bocca di un magistrato che quelle trame le ha viste da vicino, Gerardo D'Ambrosio.

Anche in Italia era arrivata l'onda lunga del '68, con le speranze di rinnovamento politico, libertà civili, giustizia sociale, addirittura rivoluzione, che la destra reazionaria vive come un incubo.

Nel cosiddetto «autunno caldo» del 1969 le lotte operaie si saldano con le proteste studentesche, con scioperi, manifestazioni e cortei che si susseguono soprattutto nelle grandi città industriali. La prima forza di sinistra, il Partito Comunista Italiano (PCI), che dopo lo storico strappo con l'Unione Sovietica è parte attiva della sinistra democratica europea, continua a guadagnare voti, in ogni elezione.

Ed è allora che esplode la cosiddetta «strategia della tensione», che molti anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, protagonista della storica istruttoria sulla strage di Piazza Fonana, oggi purtroppo scomparso, riassume in «poche parole», come esordisce lui, alla fine di una giornata di lavoro, nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. 

«Alla fine degli anni sessanta», scandisce il magistrato, con la sua voce calda [..] la scrivania ingombra di fascicoli, alla parete la fotografia dell'amico pubblico ministero Emilio Alessandrini, che indagava con lui su Piazza Fontana e fu ammazzato dai terroristi rossi, «alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati. E l'effetto politico veniva amplificato infiltrando e incolpando falsamente i gruppi di estrema sinistra, per favorire una reazione autoritaria»

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30 maggio 2024

Brescia 28 maggio 1974 - il discorso del sindacalista contro il ritorno del fascismo

Manlio Milani, mentre soccorre la moglie Livia morente, per la bomba in piazza della Loggia

Normalmente, del discorso che il sindacalista Castrezzati stava pronunciando dal palco di piazza della Loggia quel 28 maggio 1974, si riportano solo le ultime parole "a Milano ...". Poi si sente il rumore dello scoppio della bomba, messa da esponenti di  Ordine Nuovo, che non avevano agito isolati consapevoli delle coperture nello Stato e perfino dentro la Nato (leggete il servizio pubblicato da Repubblica qualche anno fa).

Ma l'intero discorso è veramente molto interessante e anche attuale, perché parla del ruolo ambiguo del Movimento Sociale e di Almirante: il partito da cui è nato l'attuale partito che governa il paese e il segretario di quel partito che il presidente Meloni ancora considera suo riferimento politico.

L'intero discorso è stato pubblicato qui e andrebbe riletto attentamente anche oggi (grazie al sito Casa della Memoria):

Amici e compagni lavoratori, studenti. Siamo in piazza perché, in questi ultimi tempi, una serie di attentati di marca fascista ha posto la nostra città e la nostra città provincia all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. E le preoccupazioni sono tante più acute ove si tenga conto che la macchina difensiva delle istituzioni democratiche della repubblica sia messa in moto solo dopo che alcune fortuite circostanze hanno rivelato l’esistenza di un’organizzazione eversiva ampiamente finanziata e dotata di mezzi micidiali sufficienti comunque a creare il terrore e sbandamento. Il drammatico episodio di Piazza Mercato ha imposto un colpo di acceleratore nelle indagini sulle trame nere. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano, già legati alla Repubblica di Salò che hanno rapporti con gli attentatori di Piazza Fontana e del direttissimo Torino-Roma, con il disciolto gruppo di ordine nuovo risolto poi sotto la sigla di Ordine Nero, con le squadracce d’azione Mussolini e con il Movimento d’Azione Rivoluzionaria, con le organizzazioni “La Rosa dei Venti” e “Riscossa” e con lo stesso Movimento Sociale Italiano. Si scopre così un fortino alla periferia della città, una sorta di campo di addestramento messo a disposizione dall’ingegnere di Collebeato, ufficialmente povero in canna, ma in realtà accasato una villa principesca. Vengono pure alla luce bombe, ami, tritolo, esplosivi di ogni genere, perfino cannoncini, anche se rudimentali. Qualcosa di più di quanto non sappiano mettere insieme quattro ragazzini esaltati dalla droga di ideologie assurde, ai quali viene cinicamente affidata l’esecuzione di attentati che spesso falliscono e si ritorcono come boomerang contro gli inesperti bombardieri. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi ed obiettivi precisi. Si vogliono, cioè, sovvertire le istituzioni democratiche della nostra Repubblica nate dalla Resistenza. A questo fine si strumentalizzano i giovani, le loro menti vengono imbottite di droga che sconvolge ogni valore universalmente accolto. Così si attenta alla vita umana che è un diritto naturale, si innescano ordigni esplosivi contro le sedi di partiti, di sindacati, di cooperative col proposito di intimidire. Il propellente per queste imprese banditesche è ancora una volta l’ideologia fascista. All’insegna del nazionalismo e del razzismo, la Repubblica di Salò ha intruppato nelle brigate nere giovani, spesso ancora adolescenti, inviandoli alla carneficina mentre deliranti e farneticanti urlavano slogan insensati. Oggi ancora si insiste su questa strada approfittando dell’inesperienza; ed è così che i mandanti, i finanziatori dell’eversione possono seminare distruzione e morte senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame con tinte diverse da quella nera, come avvenuto per l’attentato di Piazza Fontana o del treno Torino-Roma, oppure, come avviene in ogni parte del mondo quando si vogliono soffocare le aspirazioni di progresso, di giustizia e di democrazia dei popoli. i titoli dei giornali dell’immediato dopoguerra mettevano ripetutamente in evidenza che a pagare per le colpe, per i misfatti, per i crimini del Fascismo erano normalmente i meno responsabili. Gli stracci così venivano definiti punto ed è a me che sembra che la storia si ripeta e cioè che anche oggi si scavi, non si scavi in profondità, che non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male. La nostra Costituzione, voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; eppure il movimento sociale italiano vive e vegeta. Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni e ordinava spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale. A Milano…[SCOPPIO DELLA BOMBA]…

Fermi…..state fermi……compagni e amici state fermi…..calma….compagni e amici state fermi….state calmi….state all’interno della piazza….il servizio d’ordine faccia cordone…..intorno alla piazza…..state all’interno della piazza…all’interno della piazza….lavoratori state all’interno della piazza…il servizio d’ordine…state calmi…state calmi…state calmi…invitiamo tutti a portarsi sotto il palco….venite sotto il palco….lavoratori venite sotto il palco…il servizio dell’ordine…venite sotto il palco….lavoratori venite sotto il palco….state calmi…vi preghiamo di venire sotto il palco…lasciate posto alla croce bianca.

12 dicembre 2023

Tenere viva la memoria – 54 anni dalla bomba di Milano

Ricordarsi della strage di Milano, la bomba scoppiata all’interno della banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969, non è un dovere nei confronti delle vittime, è anche un tentativo, a volte disperato, di tenere viva la memoria della nostra storia. Sono passati 54 anni da quel venerdì grigio dove i milanesi si preparavano al Natale: un tempo sufficiente per fare i conti con la coscienza, parlo di quella dei responsabili ancora in vita, di quanto sappiano la verità su quell’ordigno costato la vita a 17 persone (e 87 furono i feriti), costando enormi sofferenze ai familiari, sottoposti anche alla vergognosa pena di doversi muovere a Catanzaro per assistere alle udienze del processo.

Ricordarsi della bomba, dei depistaggi, della falsa pista anarchica, del mostro Valpreda battuto in prima pagina, dei veri responsabili, i fascisti di Ordine Nuovo, delle coperture istituzionali è paradossalmente l’unico modo per ridare dignità a questo paese.

Sono passati tanti anni, ma nonostante questo non riusciamo, nella narrazione dei fatti, ad andare oltre il racconto di un gruppo di nostalgici neofascisti che con quella bomba volevano instaurare un regime autoritario come in Grecia (ovvero fare in Italia quello che il colonnello Papandreu fece nel 1967 ad Atene).
È una narrazione che serve a nascondere le colpe di un paese che ancora deve fare i conti con la storia, un qualcosa che ancora manca dai tempi di Portella della Ginestra fino alla bomba di Bologna per arrivare alle stragi di mafia (e non solo mafia) della stagione 1992-1993.
I fascisti da soli avrebbero potuto condizionare le indagini, far allontanare il commissario Juliano a Padova, che nell’estate del 1969 stava già indagando su questa cellula della destra?
Potevano i fascisti organizzare le “esfiltrazioni” per sfuggire agli arresti della polizia giudiziaria, come fecero Pozzan (il bidello dell’istituto per ciechi, custode delle armi di Freda e Ventura) prima e Giannettini poi?

In questo paese è ancora tabù parlare della strategia della tensione, dell’essere stati una democrazia a sovranità limitata, dove la volontà popolare passare in secondo piano rispetto ai vincoli del mondo diviso in blocchi, secondo cui l’Italia doveva rimanere saldamente nell’orbita atlantica.
Come lo racconti agli italiani che per bloccare il progresso a cui ogni paese civile ambisce, in Italia si sono usate le bombe, le stragi, le false piste anarchiche, i mostri da sbattere in prima pagina, il terrore sui treni, nelle stazioni, per allontanare le persone dalla politica, da quella sana e civile “conflittualità” con cui scrollarsi di dosso quell’autoritarismo eredità del ventennio fascista?
Ecco, non lo puoi raccontare. Dovresti riscrivere la storia. Raccontare finalmente di Gladio, della facciata ufficiale della rete Stay Behind creata dalla Nato per fronteggiare una improbabile invasione sovietica. Di come questa struttura sia stata usata, insieme a tante altre (dai Nuclei Difesa dello Stato, alla Rosa dei Venti..) per pianificare dei colpi di stato che servivano più per dare un segnale al paese, che per arrivare veramente ad un golpe.

Questa operazione verità dovrebbe volerla prima di tutto questa destra, se ha vere ambizioni di diventare destra istituzionale e non quella specie di accozzaglia che è.
Invece ci toccherà sorbire il solito brodino. Nessun album di famiglia da sfogliare. Nessun tentativo di voler dare giustizia, finalmente dopo tanti anni, alle vittime e in generale ai cittadini italiani. Che meriterebbero qualcosa di più che non le solite parole di circostanza.

Penso soprattutto ai cittadini milanesi che, nel giorno del funerale, vegliarono in silenzio a quelle sedici bare (la diciassettesima vittima morì per complicanze un anno dopo).

La gente si chiedeva solo perché, perché quelle vittime?
Nessuna grida manzoniana, nessun desiderio di vendetta, nessuna richiesta di corda e sapone.
Questo ha salvato l’Italia da una possibile deriva, la compostezza dei milanesi riuniti sul sagrato dove capeggiava la scritta “Milano si inchina alle vittime innocenti”.
Vittime innocenti: contadini, allevatori, persone che erano andate in banca quel giorno per stringere accordi sulla vendita di terreni, per pagare una bolletta.
Che ne sapeva questa gente di Yalta, di Gladio, della strategia della tensione, di Ordine Nuovo, nato come costola del Movimento Sociale, il partito che voleva presentarsi al paese come quello dell’ordine?

Passati 54 anni pretendiamo qualcosa di più dallo Stato che non le sentenze della giustizia italiana, quella di assoluzione per gli ordinovisti Freda e Ventura, sancita dalla Cassazione nel 1987, e quella successiva, nata dalle indagini del giudice Salvini (e dai pentiti nella galassia nera che raccontarono pezzi di verità, da Vinciguerra a Martino Siciliano), che stabilisce che Freda e Ventura sono i responsabili, ma in quanto già assolti, non possono essere condannati.

Avremmo potuto essere un paese diverso, quelle bombe (Milano, Brescia, Bologna) hanno spostato il baricentro politico del paese, rallentato il suo sviluppo in senso progressista. Possiamo ancora esserlo.

Che fare dunque? Leggere, leggere e ancora leggere, perché questo è l’unico antidoto alle bugie che ancora coprono la nostra storia, specie oggi che gli eredi politici di quei movimenti di estrema destra sono al governo con tanta voglia di riscriverla la storia e di regolare certi conti coi pochi che ancora si battono per tenere vivo lo spirito antifascista in questa ancora debole democrazia.

Giornalisti, magistrati, associazioni delle vittime delle stragi, scrittori, intellettuali.

Sull’infinito processo c’è l’accurato libro di Benedetta Tobagi “
Piazza Fontana – il processo impossibile” (Einaudi editore).

Il libro scritto da Gianni Barbacetto “Piazza Fontana, il primo atto dell'ultima guerra italiana”: non si usa a caso questa parola, guerra, la guerra all’area progressista di questo.

Il libro di Enrico Deaglio, La Bomba, ci spiega dei depistaggi, delle prove sottratte ai magistrati fino al processo che è stato sottratto al giudice naturale a Milano, per spostarlo lontano, a Catanzaro. L’Italia della strategia della tensione, dove i vertici delle Questure e delle Procure erano diretti da funzionari e dirigenti che si erano formati col fascismo.

Il libro di Mirco Dondi, 12 dicembre 1969 invece cerca di raccontarci il contesto di quegli anni, il contesto in cui è nata la strage, gli interessi oltre atlantico, i grandi gruppi industriali in Italia.. non c’era solo la manovalanza nera con le sua ambizioni da colpo di stato.

Infine il saggio scritto da Andrea Sceresini , Nicola Palma , Maria elena Scandaliato: Piazza Fontana, noi sapevamo: nel libro a parlare è il generale Maletti che ammette, candidamente, i servizi sapevano. Ma non hanno voluto o potuto fermare la strage.

L’elenco delle vittime della strage:

Giovanni Arnoldi (42)

Giulio China (57)

Eugenio Corsini (71)

Pietro Dendena (45)

Carlo Gaiani (56)

Calogero Galatioto (71)

Carlo Garavaglia (67)

Paolo Gerli (77)

Luigi Meloni (57)

Vittorio Mocchi (33)

Gerolamo Papetti (79)

Mario Pasi (50)

Carlo Perego (74)

Oreste Sangalli (49)

Angelo Scaglia (61)

Carlo Silva (71)

Attilio Valè (52)

E, infine, la diciassettesima vittima, Giuseppe Pinelli (41). Morto innocente mentre era nelle mani dello Stato.

25 gennaio 2022

Report – il cuore segreto dello Stato e l'aroma nelle sigarette

Gli aromi nel sigarette

Nelle sigarette si aggiungono degli aromi naturali che, per il loro sapore, possono portare alla dipendenza dei consumatori che rischiano maggiormente di contrarre le malattie generate dal fumo: la legge italiana è ambigua sui limiti degli aromi, vaniglia, mentolo, cacao, l'aroma non deve essere “caratterizzante”.

La battaglia per disincentivare il fumo, per diminuire le morti per tumore e anche i costi per il sistema sanitario, passa per la parola caratterizzante. E nel frattempo sul mercato proliferano gli accessori per le sigarette per tutti i gusti: filtri al mentolo, cartine al mentolo, palline che si inseriscono dentro il filtro della sigaretta.. Basta stare ai margini della legge, vendere separatamente sigarette e filtri col mentolo da inserire nel foro.

Chi controlla queste sigarette? Dovrebbe farlo l'agenzia delle dogane, che è consapevole che si sta aggirando la legge, hanno bloccato le sigarette con gli aromi troppo “caratterizzante”, facendo delle analisi sensoriali, che si basano su delle linee guida non ancora normate.

E le multinazionali? Minimizzano, negano, smentiscono. Il mentolo è presente ma non nelle concentrazioni rilevate dai giornalisti, come Report. E l'Europa non ha il coraggio di smentirle o bloccarne i profitti.

La strage di Bologna – il venerabile ricatto di Paolo Mondani

Mentre si elegge il capo dello Stato, Report col servizio sulla strage di Bologna, è entrata dentro uno dei più brutti segreti dello Stato con un'intervista al generale del Sismi Pasquale Notarnicola pochi giorni prima di morire.

Si parla della bomba alla stazione di Bologna, della manovalanza nera, dei finanziamento di Licio Gelli che avrebbe pagato 5ml di dollari per organizzare la strage: questa è l'ultima clamorosa novità sulla strage emersa due anni fa, da cui parte l'inchiesta di Report che lega assieme Bologna con l'omicidio di Piersanti Mattarella, stessi mandanti, stessi assassini.

Sono omicidi politici, quelli di Mattarella e di altri politici sull'isola, voluti da pezzi dalla DC, su cui la mafia ha dato il beneplacito. Omicidi compiuti dai neofascisti, i NAR, usati inconsapevolmente per compiere stragi e delitti eccellenti.

Dopo cinque processi, la verità su Bologna (e altre stragi) è ad un passo dalla verità, anche grazie alla digitalizzazione degli atti: si sono individuati 4 mandanti, la P2 di Gelli con Ortolani, il direttore del Borghese Tedeschi e il direttore dell'ufficio Affari Riservati Federico Umberto d'Amato.

Non pagheranno mai perché sono già morti, mentre i responsabili sono stati già condannati, Mambro, Fioravanti, Ciavardini e, solo in primo grado, di Cavallini.

Da un filmato, girato nei minuti attorno alla strage, emerge un volto: è quello del neofascista Paolo Bellini, killer della ndrangheta, collaboratore dei servizi, già indagato e poi prosciolto per la strage.

La strage di Bologna, 41 anni fa, è come un labirinto, racconta nel servizio Paolo Mondani: arrivati al centro del mistero, nel punto più oscuro del nostro passato, inizia il ritorno alla luce.

Al processo in corte d'Assise, la signora Bonini riconosce nel video girato da un turista svizzero nei minuti attorno alla strage, il marito, Paolo Bellini.

L'alibi di Bellini era basato sulle dichiarazioni proprio della moglie e ha tenuto botta per anni: il video, girato in super 8, è stato trovato dall'avvocato di parte civile delle vittime della strage nell'archivio di Stato.

Analizzandolo, i consulenti si sono imbattuti in un volto compatibile con quello di Bellini e secondo la procura generale è lui il quinto uomo della strage: in carcere nel 1981 conobbe in carcere Nino Gioè, attentatore della strage di Capaci, anni dopo imbastisce per lo stato (i carabinieri del Ros di Mori) la trattativa con i corleonesi.

Oggi si difende dicendo che, anziché 500ml, avrebbe chiesto miliardi, per quella strage.

Mio padre in una parola? Il diavolo .. così parla il figlio, riferendosi al padre, perché con Bellini non c'è da scherzare.

Bellini era veramente infiltrato nella mafia, per conto del Ros, per cercare di catturare qualche mafioso, oppure il suo compito era inoculare nei mafiosi quella strategia a suon di bombe contro le opere d'arte, le bombe a Roma e a Firenze del 1993?

Nino Gioè, dopo la cattura, si uccide in carcere (morte su cui Loris D'Ambrosio, ex giudice dell'alto commissariato antimafia aveva dei dubbi).

Il delitto Mattarella

Il servizio di Mondani si sposta in Sicilia, località Trefontane, pochi giorni prima della strage: Mambro e Fioravanti erano in vacanza dall'amico Ciccio Mangiameli (di Terza Posizione), che poi uccisero nel timore che quest'ultimo volesse denunciarli, perché voleva dissociarsi dai Nar.

L'ipotesi è che Fioravanti si fosse vantato, con Mangiameli, di aver ucciso Piersanti Mattarella e dunque, con la sua scelta di dissociarsi, poteva diventare un pericolo.

Sui legami tra i NAR e l'omicidio Mattarella lavorò Falcone che nel 1989 interrogò l'estremista di destra Alberto Volo: a Falcone aveva raccontato che l'omicidio di Mattarella era stato fatto da Fioravanti su volontà di Gelli che voleva bloccare l'apertura a sinistra della DC.

Falcone era assillato da Gladio, dai contatti tra mafia e massoneria, dai mandanti esterni alla mafia dei delitti politici: secondo l'ex giudice Scarpinato, è stato questa ossessione ad averlo consumato.

Volo, prima di morire, parla anche della strage di Capaci, del dubbio che aveva Borsellino secondo cui non era stata la mafia a premere il bottone.

Falcone, sentito dall'antimafia nel 1990, aveva risposto alle domande dei parlamentari che chiedevano conto degli omicidi politici: Falcone era convinto della pista nera sull'omicidio Mattarella e che secondo lui era stato eseguito da Valerio Fioravanti (riconosciuto anche dalla moglie dell'ex presidente).

Ai magistrati, Alberto Volo parlò anche di una struttura segreta (che assomigliava molto a Gladio), di aver incontrato, dopo la strage di Falcone, anche Borsellino e quest'ultimo aveva capito che dietro quella strage non c'era solo la mafia: forse è questo il motivo per cui era così importante mettere le mani sulla sua agenda rossa, dove forse aveva appuntato i suoi dubbi.

Ciavardini e Valerio Fioravanti sono stati assolti dall'accusa di essere gli assassini di Mattarella: a processo, la moglie del politico siciliano, fa il suo nome, era lui l'assassino. Anche il fratello Cristiano, collaborando con la giustizia, aveva accusato Valerio, ma poi, per le pressioni ricevute, decide di non fare più il nome del fratello.

Con la condanna di Cavallini (in primo grado) il nome di Fioravanti come assassino di Piersanti Mattarella ritorna: ma perché la mafia si sarebbe servita di due neofascisti?

I rapporti tra mafia ed estremismo risale dai tempi del golpe Borghese, dall'evasione del neofascista Concutelli, che aveva ucciso il giudice Occorsio, che a Roma aveva iniziato ad indagare sull'estrema destra.

Concutelli era massone, della loggia Camea, come massone era anche Stefano Bontade: quest'ultimo faceva parte di una loggia segretissima, articolazione della loggia p2 di Gelli.

I corleonesi, che non erano d'accordo con la sua decisione di creare una super loggia, decidono di ucciderlo, ma alla fine anche loro entrano in una loggia massonica.

Roberto Scarpinato racconta a Paolo Mondani dello scontro all'interno della DC che, all'indomani del congresso del 1980, dove si stava per eleggere Piersanti Mattarella ai vertici del partito: Mattarella poteva portare avanti la linea politica di apertura a sinistra della DC, secondo la strada voluta da Aldo Moro.

Delitto politico, dunque quello di Mattarella: la mafia diede solo l'assenso, commenta un ex dirigente della DC siciliana.

La verità sul delitto Mattarella può aiutare a trovare quella sulla strage di Bologna: i magistrati hanno rivisto le motivazioni del proscioglimento di Fioravanti sul delitto Mattarella.

Il finanziamento di Gelli

Dopo 40 anni emerge un pizzino trovato dentro il portafoglio di Gelli: erano appunti di movimenti bancari, nel frontespizio c'era scritto Bologna e una intestazione di un conto UBS in Svizzera. Soldi che da Gelli arrivano ai mandanti e agli esecutori della strage: 5ml di dollari in totale (pagati fino al 1981, anno in cui vengono scoperte le liste della P2), di cui 850mila dollari verso Umberto D'Amato, direttore dell'ufficio Affari Riservati e 250mila dollari al senatore Tedeschi.

Soldi da Gelli, provenienti dall'Ambrosiano, arrivano anche alla Odal 1, società facente capo ad Avanguardia Nazionale.

C'è una sequenza di eventi, che mette assieme i NAR e Avanguardia Nazionale:

27 novembre 1979 Carminati e Dimitri rapinano la Chase Manhattan Bank a Roma

14 dicembre 1979 il giudice Mario Amato fa sequestrare un deposito di armi e esplosivi che fa riferimento ai Nar e a Carminati e Dimitri. Nello stesso palazzo ha sede il giornale di Tilgher.

23 giugno 80 omicidio di Amato, da parte dei Nar Ciavardini e Fioravanti.

2 agosto 80 la strage di Bologna.

Mondani ha intervistato Adriano Tilgher che, di fronte alla ricostruzione di Report sui legami dei neofascisti con la strage, parla di ricostruzione faziosa, la sua formazione era stata sciolta in quegli anni.

Ma è Vincenzo Vinciguerra che risponde a Tilgher: Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale nonostante lo scioglimento hanno continuato a lavorare alle loro strategie eversive.

“Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa e civiltà hanno marciato divisi ma colpito uniti” racconta oggi Vincenzo Vinciguerra, uno dei pochi pentiti di Ordine Nuovo, “questi non hanno deciso la strage di Bologna, l'hanno eseguita e basta ..”

E' sempre Vinciguerra a parlare: se c'era qualcuno a Bologna presente (oltre ai NAR), poteva essere Massimiliano Fachini, neofascista e vicino ai servizi, indagato anche lui per la strage e poi assolto, come assolto è stato anche Paolo Signorelli.

Erano quelli che li guidavano – dice oggi Vinciguerra di Signorelli e Fachini: Mambro e Fioravanti erano solo manovalanza.

Come mai quel documento, trovato dentro il portafoglio di Gelli, è rimasto nascosto per anni?

Perché Gelli ricattava pezzi dello stato: il legale di Gelli, in un documento portato poi a Parisi capo della polizia, dice che se gli inquirenti continuano ad attribuire a Gelli le stragi, poi questo tirerà fuori gli artigli.

Si ritorna a parlare di servizi deviati, di strategia della tensione: vicini ai servizi era Bellini, come lo erano Signorelli e Fachini, entrambi di Ordine Nuovo.

Bellini aveva appoggi da parte di esponenti dell'Msi, forse era un infiltrato dei servizi, come lo erano tanti altri esponenti dell'estrema destra. Come esistevano anche rapporti tra Fioravanti e Gelli, altro che rivoluzionari contro lo stato.

Di quanti segreti era custode Gelli da poter ricattare lo Stato italiano? Parte dei suoi fascicoli se li era portati a Montevideo, alcuni dei quali se li erano presi i servizi americani, anche loro interessati ai suoi misteri.

Misteri come la strage di Bologna, come la strage dell'Italicus, come la bomba sul treno di Natale del 1984.

Stragi organizzate da una struttura di estrema destra, gestita dal comando FTASE della NATO a Verona: queste sono le parole dell'ufficiale dei carabinieri Massimo Giraudo al processo di Bologna.

Le bombe le hanno messe i fascisti, ma i burattini erano la P2, Federico Umberto D'Amato, Rauti fino ad arrivare Guerin Serac, a capo dell'agenzia Aginter Press, voce della strategia eversiva atlantista, ferocemente anticomunista.

Tornano nomi della strategia della tensione: Carlo Maria Maggi, che eseguiva gli ordini di Rauti, Marcello Soffiati, Stefano delle Chiaie. Tutti in contatto con la CIA, con personaggi come Jesus Angleton, plenipotenziario della CIA in Italia nel dopoguerra.

E poi Federico Umberto D'Amato, capo dell'ufficio affari riservati, fondatore del club di Berna, amico di Angleton, piduista, amico di Mario Tedeschi, direttore del Borghese.

L'ufficio bombe, era definito così da Avanguardia Nazionale, l'ufficio di D'Amato.

“Era uno che non si lasciava usare, anzi, usava...” racconta oggi il figlio.

Nel suo piano di rinascita nazionale, contenuto i una borsa e sequestrato dai finanzieri a Fiumicino, si parla dell'occupazione da parte dei piduisti dei gangli dello Stato, ma tra le carte sequestrate anche la direttiva Westmoreland: era un modo di Gelli di far arrivare allo stato il messaggio, guardate che io so, posso parlare.

Strani legami emergono anche dal delitto Moro: in via Gradoli, nel covo delle BR, si trovavano appartamenti di proprietà dei servizi e anche uno affittato ai NAR, da un immobiliarista che si chiama Domenico Catracchia. Immobiliarista vicino al capo della polizia Vincenzo Parisi, negli anni in cui si parlava di servizi deviati ma che in realtà seguivano altre direttive.

Il racconto del generale Notarnicola

In questi servizi lavorava il generale Notarnicola, nel Sismi dal 1978 al 1983: a Mondani ha raccontato dei quattro depistaggi della strage di Bologna ad opera del suo superiore Santvito, direttore del servizio. Il primo è stato quello a pochi minuti dalla bomba, quando il direttore parlava già di una caldaia esplosa.

Secondo depistaggio è stato bloccare un neofascista, Narni, che voleva deporre dai magistrati riportando la voce secondo cui la bomba era stata messa dai romani.

Terzo depistaggio un libro sulla bomba e infine il quarto, con l'esplosivo fatto ritrovare sul treno Taranto Milano.

Belmonte, Santovito del Sismi furono condannati assieme a Gelli per depistaggio: l'obiettivo era portare l'opinione pubblica lontana dall'idea che la strage fosse stata fatta da neofascisti italiani. La Gladio illegittima, che si nascondeva dietro la Gladio legittima, nata in funzione anticomunista.

Sono le ultime parole del generale Notarnicola, testimone dei depistaggi del Sismi: chi ha fatto questi depistaggi è anche il mandante della strage, altrimenti perché organizzarli?

Il giudice Leonardo Grassi racconta che tutte le forze che avevano combattuto il comunismo in modo non ortodosso, dopo la caduta del muro di Berlino, non potevano non essere salvati.

Perché quella strage? C'era da distrarre il paese dall'abbattimento dell'aereo Itavia sul Tirreno, Ustica. C'era Gelli che doveva salvarsi dai magistrati che stavano indagando sul crac dell'Ambrosiano. C'era da bloccare per sempre l'apertura a sinistra della DC.

Ma dopo quarant’anni, possiamo dire che arrivare alla verità sulla strage darà giustizia alle vittime? A che serve la verità dopo 40 anni, chi sono i vincitori e chi sono i vinti?