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27 giugno 2021

Il buco nero nei cieli del Tirreno

Ustica, il teatrino di Ustica, nuove rivelazioni su Ustica.

La tragedia di un aereo esploso in volo, no caduto per un cedimento strutturale. Macché, era una bomba (su un aereo partito con ore di ritardo?). Niente bomba, è stato un missile.

E' stata raccontata in tanti modi, la storia del volo Itavia IH870, il Dc9 esploso sul Tirreno in un punto a metà strada tra Ponza e Ustica, portandosi dietro le vite di 81 persone.

Persone come noi, pensionati, famiglie, gente che si spostava per lavoro o per vacanze, che quella sera erano partiti da Bologna sperando di arrivare a Palermo per le 9 di sera.

La prima volta che ho sentito parlare di Ustica è stato a metà anni novanta, quando il giudice Rosario Priore scrisse la sentenza di rinvio a giudizio ricostruendo uno scenario di guerra: l'aereo civile si era trovato in mezzo ad una battaglia con aerei militari, alleati o meno, tra cui probabilmente anche aerei italiani.

La storia di quella guerra è stata raccontata in modo romanzato, ma partendo da documenti ufficiali e testimonianze dirette, nel 1995, dai giornalisti, Daria Lucca, Paolo Miggiano e Andrea Purgatori nel libro “A un passo dalla guerra”: quel giorno, il 27 giugno 1980, l'Italia è stata ad un passo dalla guerra, come titola il libro (il titolo deriva da una confidenza fatta dal radarista Mario Dettori alla cognata).

Aerei militari che si sono nascosti sotto la scia dell'aereo civile, un ponte aereo di caccia bombardieri dalla base aerea di Cannon fino a Il Cairo, passando proprio dentro l'aerovia Ambra 13.

Caccia italiani che lanciano segnali di allarme (sono i due piloti Naldini e Nutarelli sul loro F104).

E poi un Mig Libico ritrovato sulla Sila, dove si era schiantato ufficialmente la sera del 18 luglio ma che molto sicuramente era stato abbattuto ben prima, il cadavere era già in stato avanzato di decomposizione.

Una portaerei americana, la Saratoga, che non si sa dove fosse quella notte (era veramente alla rada fuori il porto di Napoli?).

E poi, c'è la storia dei radar italiani, quelli militari in particolare, che non avevano visto nulla. Solo la scia irregolare dell'aereo civile, con le sue 81 persone a bordo, che all'improvviso scompare, solo tracce di rottami persi nell'aria ..

Le bugie dei militari e le telefonate tra le varie basi che, per un caso fortuito, sono rimaste registrate su nastro (e non si sono perse come, che sfortuna, le tracce dei radar).

Controllori di volo che chiamano l'ambasciata americana (chiedendo della Saratoga, non la colla, la portaerei), controllori che scherzano tra loro, guardando un aereo in coda al DC9 che lo sorpassa a velocità supersonica (“stai a vedere che quello mette la freccia e sorpassa”).

A sentire i militari, che non ricordano, che non sanno, che non c'erano quella notte, l'aereo civile era solo, è esploso da solo sul Tirreno.

Smentiti poi dalle indagini di Priore e degli altri magistrati che, nella seconda fase, hanno ricostruito uno scenario diverso, anche con l'aiuto dei consulenti della Nato.

Altro che aereo solitario, c'era un forte traffico, nei cieli del Tirreno quella sera: in occasione del ventennale della strage Marco Paolini ha portato in piazza a Bologna lo spettacolo “Canto per Ustica” dove raccontava tutto questo.

Le tracce attorno al DC9, quei plot marcato dal radar di Ciampino che indicano un caccia in posizione di attacco contro l'aereo civile, poi l'esplosione.

I balbettii, le bugie, le omissioni dei nostri militari, quelli che avrebbero dovuto proteggere quelle 81 persone (da cosa, se non eravamo in guerra? O forse no?).


Le tante piste per dare una spiegazione all'esplosione: il cedimento strutturale, la bomba (ipotesi tanto cara ai militari e anche a molti politici) e infine il missile.

Perché quello scenario di guerra? Guardatevelo lo spettacolo di Paolini, sul palco assieme alla poetessa Giovanna Marini, dove racconta dello stato di tensione internazionale di quegli anni, a cavallo tra 1979 e 1980 (qui il link sul sito Teche.rai).

L'invasione dell'Afghanistan, i tentativi di rivolta contro Gheddafi in Libia, le tensioni con l'Egitto, con la Francia (per l'affaire Bokassa) e con gli Stati Uniti (e la vicenda Billygate).

E noi, piccola Italia, in mezzo con la nostra ipocrita e ambigua politica estera con relazioni opache e ufficiali con tutti, alleati e no: la politica della moglie americana (perché eravamo da quella parte della cortina) e l'amante libica (Gheddafi possedeva azioni della Fiat ed era un ottimi partner commerciale).

Questa è la storia del DC9 abbattuto sui cieli del Tirreno quella sera del 27 giugno 1980: una storia di omissioni, di bugie, di segreti di stato. Una storia che è stata colpevolmente semplificata in una sola parola Ustica, quasi a voler minimizzarne la sua importanza.

Invece no, Ustica, la storia dell'I-Tigi, la sigla sulla coda del DC9, è una storia che riguarda tutti noi, una storia che ci riguarda. Un frammento dello spettacolo di Marco Paolini:

Insomma a bordo c’era: un dentista, un commerciante di carni, c’era una laureanda in lingua dell’Università di Padova, una insegnante di scuola media, un operaio, c’era un’avvocatessa, un bracciante agricolo, un carabiniere in licenza… poi c’era due impiegati del Ministero delle Finanze, c’erano un ingegnere, alcuni pensionati, un giornalista di “Lotta continua”, un rappresentante di ditte dolciarie e fitofarmaci, un fotografo ambulante, il gestore dei laboratori di produzione dei gelati Nevada; un altro commerciante, c’era poi una laureata in ingegneria nucleare, un’agente di cambio, un’agente di commercio, un’agente di pubblica sicurezza, un impiegato dell’Ospedale militare di Palermo, una impiegata dell’Hotel De Palm; un piastrellista, una bracciante agricola temporaneamente baby sitter, un altro carabiniere in permesso, un assicuratore, un imprenditore edile, un manovale edile, poi c’era un ragioniere, c’era un geometra, c’erano alcuni studenti universitari, una impiegata di farmacia, un’albergatrice e poi un perito metalmeccanico, altri pensionati. Sì, e poi c’era anche una professoressa di analisi matematica e una borsista anch’essa in matematica e c’era anche un commerciante in tessuti, e poi c’erano due tecnici della SNAM progetti. Un viaggiatore di commercio, sì e poi, un capo ufficio di banca e un impiegato di banca, poi c’era un maresciallo della Guardia di Finanza in pensione; poi c’erano 13 bambini, di cui due neonati, tutti in attesa di futuro e occupazione nella vita, una hostess, un’assistente di volo, un comandante pilota e un primo Ufficiale copilota al posto di servizio. A me sto aereo, sembra un treno, con tutti questi mestieri, non è più nel 1980, che gli aerei li guardi passare e basta, è quel momento che li puoi cominciare a prenderli, puoi decidere costa un po’ di più…

27 giugno 2018

Ustica - c'è ancora tempo per la verità

Il GIP di Roma ha prorogato di 6 mesi la scadenza delle indagini sull'omicidio di Ilaria Alpi.
Dopo anni di attesa, il Tribunale di Brescia è riuscito ad arrivare ad una sentenza di condanna per i responsabili della strage di Piazza della Loggia.
Forse anche per la strage di Ustica, l'abbattimento del DC9 sui cieli del Tirreno, c'è speranza di arrivare ad una verità su quanto successo quella sera del 27 giugno 1980.
La notte di guerra in cui il DC9 dell'Itavia fu coinvolto, trovandosi di mezzo ad uno scontro tra MIG, Phantom, caccia americani e francesi.


Ustica la vergogna di Stato titolava il Corriere quel giorno di tanti anni fa quando si aprirono le prime crepe nel muro di gomma che per tanti anni aveva respinto le domande di giustizia dei parenti delle vittime.
Ustica è anche questo, oltre alle 81 vittime: i depistaggi (la teoria della bomba, la rivendicazione dei NAR), i nastri radar spariti, l'elenco dei radaristi che i militari non diedero subito ai magistrati, le reticenze di francesi e americani.
E poi quelle telefonate tra radaristi delle basi militari e lo Stato Maggiore, che raccontano uno scenario molto chiaro: fin da subito era chiaro, a chi stava di fronte ai radar che l'aereo era esploso in un contesto in cui altri aerei militari erano vicini.
Aerei che razzolavano dal mare (dunque prossimi ad una portaerei), aerei che decollavano dalla base francese di Solenzara, aerei italiani che decollavano dalla base di Grosseto.
E quell'aereo che si nascondeva sotto il DC9, visto a Marsala da un controllore che disse "stai a vedere che quello mette la freccia e sorpassa".

Sono passati 38 anni da quell'esplosione: stamattina, sul Fatto Quotidiano, ho letto la lettera sfogo di un ex generale dell'Ami dove contesta la sentenza della Cassazione dove parla del missile.
E' stata una bomba - dice l'ex generale dell'AMI (senza che nell'articolo si indichi il suo coinvolgimento nella vicenda): dobbiamo lottare perché non ci sua un nuovo attacco alla diligenza, scrive, riferendosi ai risarcimenti stabiliti in sede civile.

Bisogna lottare per difendere il difficile lavoro dei magistrati penali, nonché fermare l’emorragia di denaro pubblico ed arrestare l’attività predatoria alle cas-se dello Stato resa possibile da un atteggiamento per cui “paga Pantalone”.Per quanto arduo, ristabilire la verità su quanto accaduto è finalità nobile per la quale continueremo a batterci, sperando nel contempo di fermare “l’attacco alla diligenza” ed alle sue casse
Sono rimasto senza parole.
Una bomba scoppiata su un aereo partito con un ritardo di 90 minuti, scoppiata nella toilette e che ha lasciato intatta la tazza del water.
E chi l'avrebbe messa? E per quale motivo?
Le casse dello stato sono a rischio per i risarcimenti?

La credibilità di uno Stato passa anche da questo: dall'assumersi le responsabilità, sulla sicurezza dei suoi cittadini, anche volano su un aereo.

27 giugno 2015

Ad un passo dalla guerra – scenari di guerra nei cieli di Ustica

I-Tigi siamo noi, ogni volta che siamo in volo – racconta Marco Paolini nel suo monologo dedicato alla tragedia del volo Bologna Palermo, Ustica.
La storia del volo IH870, I-Tigi.
L'abbattimento di un aereo civile nei cieli del Tirreno: significa che non dobbiamo e non possiamo accontentarci della solita litania del cordoglio istituzionale, del teatrino di Ustica (ad ogni anno nuove rivelazioni per arrivare alla verità, poi dimenticate). Significa che di mezzo c'è il senso della democrazia e della giustizia: pretendere una verità che non può essere in alcun modo messa in disparte per una ragione di Stato o per motivi di sicurezza nazionale. Che quantomeno per le 81 vittime non c'è stata.
In quale scenario di guerra si è trovato il DC9 quella sera del 27 giugno 1980?
Come hanno potuto i vertici militari portare avanti con quella sicurezza, la menzogna del non sappiamo, non abbiamo niente da dire?
Come hanno potuto mentire, in modo così impunito, raccontando le storielle del cedimento strutturale o della bomba a bordo? Nessuno ci crede ormai.
Ustica, o la storia de I-Tigi per dirla alla Paolini (non possiamo ridurre una tragedia come questa a geografia), racconta del nostro paese: la sovranità limitata, lo scarso rispetto per le istituzioni e per i cittadini. La doppia morale e la doppiezza politica dei governanti. Sposati alla causa atlantica dentro i confini della Nato ma anche con tanti interessi economici con la dittature africane e coi paesi orientali, come quella libica di Gheddafi. La moglie americana e l'amante araba, per usare un'espressione vecchia delle cancellerie europee.
Il muro di gomma è l'altra espressione che si tira fuori, ad ogni anniversario: una metafora che calza bene l'atteggiamento delle istituzioni, mondo politico e mondo militare, capaci di rimbalzare via qualsiasi richiesta di chiarimento, qualsiasi domanda. Un mondo arroccato su una linea di difesa del non so, dunque non posso dire nulla. Del cedimento strutturale, come si è detto. Della bomba, su un aereo partito con due ore di ritardo.
I radar italiani non hanno visto niente, nemmeno quelli a ridosso. I tracciati? Spariti, cancellati, sovrascritti. Possibile? Beh, se nessuno dice al magistrato di sequestrare i nastri e se il magistrato non ci pensa.
Alcuni pezzi del relitto del DC9 che spariscono. Strane sparizioni: il serbatoio supplementare, la radiolina di bordo francese.

Un muro impenetrabile, almeno all'apparenza.
Perché, ci sono voluti anni, ma qualcuno ha parlato: l'aviere di Marsala che telefona alla trasmissione di Augias (presente il generale del Sios Tascio) per dire che sì, aveva visto il Dc9 cadere ma gli era stato detto di stare zitto. E l'altro aviere di Marsala che, dopo anni, si era deciso a raccontare tutto alla commissione stragi. L'aereo che cadeva, la traccia radar che perdeva qualità.
Ma ci sono tante altre tracce di quella sera che sono rimaste: le telefonate da Ciampino all'ambasciata americana in quella sera d'estate.
Le parole dei radaristi da Marsala: "stai a vedere che quello dietro mette la freccia e sorpassa". Chi era l'aereo dietro (o sotto?) il DC9? Perché si era nascosto? Che fine ha fatto?
E poi ci sono le analisi fatte a Bruxelles nel 1997 dai tecnici della Nato (non italiani, ma della Nato) sui nastri radar di Marsala, quelli che non avevano visto niente nemmeno loro perché c'era una esercitazione.

L'analisi racconta di una intensa attività volativa quella notte. Di aerei militari che razzolano (ovvero affiorano dai radar per poi scomparire) nel Tirreno e che, per alcune ore dopo l'abbattimento viaggiano coi transponder spenti.
C'erano aerei americani, sicuramente c'erano aerei francesi (decollati dalla base aerea di Solenzara, come testimonierà il generale Bozzo davanti ai giudici).
E quasi sicuramente c'era in volo anche quel Mig 23 poi trovato sulla Sila.
Trovato il 18 luglio successivo, con accanto il cadavere del suo pilota (che indossava scarponcini americani, strano). Morto nell'impatto, come disse il medico legale in una perizia poi ritrattata.
Forse morto proprio quella sera.
Francesi, americani, libici. E anche due caccia italiani, due F104 in volo da Grosseto: uno di questi era guidato dalla coppia di piloti Naldini e Nutarelli. Quelli morti poi nell'incidente di Ramstein.
Avevano lanciato un segnale d'allarme, mentre erano in volo, incrociando il volo del DC9. Un allarme generale. Che cosa avevano visto?

Non sappiamo ancora la nazionalità dell'aereo che ha lanciato il missile (a meno di non volerci accontentare della forma dell'acqua, la bomba o il cedimento ..). La bandierina non la danno i giudici ma nemmeno Marco Paolini alla fine del suo spettacolo.
Una ricostruzione di quella sera hanno provata a farla i tre giornalisti Daria Lucca, Paolo Miggiano e Andrea Purgatori nel libro "A un passo dalla guerra":

“Prova a immaginare di trovarti sospeso proprio al centro di questa diapositiva. Ecco: da quel punto d’osservazione faremo insieme una discesa verticale e ragionata verso la superficie del mare. In questo caso, il mar Tirreno. Esattamente fino a dove è precipitato il DC9, la sera del 27 giugno. ”
L’Ammiraglio prese una stecca da biliardo che era poggiata al muro. La impugnò, la alzò a mezz’aria in direzione dello schermo, sempre continuando a fissare la diapositiva.
“E a mano a meno che il livello del tuo punto di osservazione tenderà ad abbassarsi, si restringerà anche il campo visivo. Insomma: vedrai meno cose insieme ma più chiaramente. Forse così riusciremo a capire cosa è accaduto quel giorno … ”.
L’Ammiraglio poggiò l’estremità della stecca da biliardo in mezzo al mare tra Ponza e Palermo: lì da qualche parte doveva esserci l’isola di Ustica. Poi si voltò verso il presidente.
“.. e perché siamo stati a un passo dalla guerra”.
L’Ammiraglio prese una stecca da biliardo che era poggiata al muro. La impugnò, la alzò a mezz’aria in direzione dello schermo, sempre continuando a fissare la diapositiva.“E a mano a meno che il livello del tuo punto di osservazione tenderà ad abbassarsi, si restringerà anche il campo visivo. Insomma: vedrai meno cose insieme ma più chiaramente. Forse così riusciremo a capire cosa è accaduto quel giorno … ”.L’Ammiraglio poggiò l’estremità della stecca da biliardo in mezzo al mare tra Ponza e Palermo: lì da qualche parte doveva esserci l’isola di Ustica. Poi si voltò verso il presidente.“.. e perché siamo stati a un passo dalla guerra”.
Siamo nell'agosto 1980: il presidente del Consiglio di un governo tecnico, trovandosi in mezzo alla storia del Mig libico da restituire alla Libia, decide di volerci vedere chiaro. Perché gli americani e l'ambasciatore in particolare sono così interessati a quei rottami caduti sulla Sila?
Perché ogni volta che si parla del Mig, spunta fuori l'altro aereo, il DC9 esploso in volo la sera del 27 giugno.
Il presidente incarica un ex compagno di classe, ora al Sismi, di dargli in quadro della situazione, di riscostruire cosa sia successo quella sera. Mette sotto accusa i vertici della Difesa e dell'Aeronautica. Il direttore del Sismi.
Come uno degli antieroi dei romanzi di Sciascia, il capitano Bellodi o il professore Laurana, anche il presidente che aveva cercato ingenuamente di far luce sul mistero, di arrivare da solo alla verità, rimane schiacciato dal sistema.

E' un romanzo di fiction, ma il fatto che la storia sia di fantasia, non significa che tutto il resto non sia accaduto.
Il trasferimento di caccia Phantom dall'Inghilterra verso l'Egitto, per rafforzare le difese aeree di questo paese in crisi con la Libia.
Le tensioni internazionali, nel Mediterraneo e nel mondo: la Francia contro la Libia per la storia dei diamanti di Bokassa. Gli Usa contro Gheddafi per la storia del Billygate, il fratello del presidente Carter lobbista per la Libia.
Il G7 tenuto quel giugno a Venezia, coi timori di una guerra nucleare: la guerra avrebbe potuto scoppiare da un momento all'altro, anche solo per un errore, un falso allarme.
Di equilibrio del terrore parlava il segretario del Pci Berlinguer, in una intervista al Corriere.
Perché specialità olimpica dei governi nazionali era la famosa corsa agli armamenti, per le sempre crescenti spese militari che i paesi occidentali facevano.
La Russia che aveva invaso l'Afghanistan e gli Stati Uniti che, per ritorsione avevano disertato i giochi olimpici.
Il presidente Carter che, per essere rieletto, puntava sul rafforzamento della politica estera: far fuori Gheddafi era una buona soluzione.
E noi italiani in tutto questo scenario dove eravamo?
Nella Nato, certo. Ma con la Libia come maggiore azionista della Fiat. La Libia dove lavoravano molti tecnici italiani nel settore del petrolio: la Libia di Gheddafi era uno dei nostri maggiori partner commerciali, anche per gli armamenti.
E noi italiani stavamo firmando, proprio in quei giorni, un trattato di cooperazione e di protezione militare nei confronti di Malta, che si voleva affrancare dalla tutela libica.
Chissà Gheddafi come l'avrà presa questa scelta ..
Gheddafi che aveva sguinzagliato i suoi sicari per l'Europa (e anche in Italia) per far fuori gli oppositori al suo regime.

Non è fiction l'operazione Proud Phantom col trasferimento di questi caccia dalla base di Cannon verso Il Cairo. Non è fiction il caccia F111 (come quello del serbatoio supplementare trovato..) che quella sera viene accompagnato a terra da due caccia della base di Grosseto.
Non sono fiction i due plot rimasti impressi sul nastro di Ciampino, che mostrano una manovra d'attacco, da ovest, di un caccia che attraversa la scia del DC9 mentre questo esplode in volo.
Non sono fiction i tre misteriosi suicidi di avieri o radaristi, in vario modo legati a questa tragedia. Uno di questi era il maresciallo Dettori, della base di Poggio Ballone. Quello che confidò alla cognata "siamo stati ad un passo dalla guerra".
Non è fiction nemmeno il fatto che i magistrati hanno fatto fatica ad avere i nomi degli avieri al lavoro quella sera, nelle sedi dei radar. Borsellino, magistrato capo a Marsala, minacciò di mandare la finanza se non avessero tirato fuori i nomi, dopo la telefonata alla trasmissione Telefono Giallo.
Non è fiction che il generale Rana, del RAI (il registro aereo, l'ente che controlla lo stato degli aerei civili in volo), avesse fin da subito riferito al ministro Formica, la pista del missile.
Non è fiction l'infiltrazione della P2 dentro i vertici delle forze dell'ordine e dei servizi.
Non è fiction il mistero della Saratoga e della Clemenceau, le due portaerei americana e francese, ufficialmente in porto. Ma qualcuno quei caccia che razzolavano dal mare, avrà pur dovuto guidarli, no?

Tutto questo è potuto succedere perché non c'è stata vera volontà politica di fare luce sul mistero. Ma è anche colpa nostra, che abbiamo accettato che la tragedia delle 81 vittime del DC9 fosse ridotta ad un fatto geografico, Ustica. Abbiamo lasciati soli i parenti delle vittime, che poi si sono riuniti in un'associazione. Che ora dovrà pure pagare le spese processuali.
E' toccato a loro e non a me.
Sono cose che non mi riguardano.

No: la storia de I-Tigi è una storia dell'Italia e di italiani come noi.