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22 novembre 2022

Quella vecchia storia, di Leonardo Gori


 

Il colonnello Arcieri girò la maniglia e la spinse con forza, ma la porta della cucina si aprì solo per uno spiraglio. Alle sue spalle lo incalzavano Berta, che ormai dirigeva di fatto la trattoria di via de’ Bardi, e il grande e grosso cameriere Tripoli. Fuori, sul marciapiede, aspettavano ansiosi la giovane cuoca Angela e il suo coetaneo Simone.

Attraverso le avventure del capitano, poi colonnello, Bruno Arcieri, abbiamo attraversato la Storia oscura del nostro paese, la storia, cioè, che non compare nei libri, non si studia a scuola.
Da ufficiale nei servizi segreti, sin dagli anni ‘30 col Sim, Arcieri è entrato nei misteri più bui, nelle pagine più tragiche, sin dal suo esordio con Nero di maggio, dove il maggio è quello del 1938, l’anno in cui il regime fascista firma con l’alleato tedesco il patto di cobelligeranza, in uno sciagurato entusiasmo quando ci si illudeva che la guerra non sarebbe mai arrivata.

Con Bruno Arcieri abbiamo visto le macerie di Firenze prima della liberazione nel 1944e poi sommersa dal fango nel 1966; ha visto muoversi le scorie del fascismo ancora presenti nelle nostre istituzioni ed è stato sfiorato dalla strage di Milano, con i veri mandanti.
Ha rischiato la pelle più volte e per sfuggire ai suoi nemici, per il suo passato da spione, sebbene abbia sempre cercato di stare dalla parte giusta, come gli suggeriva la coscienza, ha dovuto anche nascondersi al mondo. Diventando uno di quei barboni che nemmenovediamo ai margini delle strade (e incrociando la sua strada con un altro investigatore fiorentino, il commissario Bordelli di Marco Vichi).

Questo ultimo romanzo, “Quella vecchia storia” chiude probabilmente un ciclo, iniziato nel 1938 e arrivato in questo romanzo alla primavera del 1970.
Smessi i panni dell’agente dei servizio, smessi i panni dell’uomo di strada che aveva indossato in Francia e quando era entrato nella comune dei ragazzi hippie a Firenze, col nome di Marcel, ora Bruno Arcieri è solo un pensionato con una bella e innamorata donna accanto Marie, che nella sua Firenze sta per inaugurare assieme ai suoi amici una trattoria chiamata “Gli spostati”, come un po’ si considerano questi ragazzi che l’ex colonnello ha conosciuto alla “comune” di Firenze, persone fuori dal normale, ma tutte unite dal desiderio di ripartire da zero e lasciarsi alle spalle tutto.

Anche per Arcieri è un modo per mettersi alle spalle un passato duro, di spie, doppiogiochisti, di servizi deviati (o al servizio di altri poteri), un mondo dove dovevi guardarti le spalle in ogni momento.

Ma il giorno prima dell’inaugurazione arriva un imprevisto, presagio che quel passato non ne vuol proprio sapere di tornare e dargli tormento. Qualcuno è entrato nelle cucine della loro trattoria e ha devastato tutto, sfasciando le bottiglie di vino e di olio. Non solo, sotto l’enorme frigo, Arcieri scopre il corpo di una persona, morta schiacciata.

Sotto c’era un corpo ripiegato su un fianco, con la testa schiacciata sotto il grande elettrodomestico. [..] Era uno sconosciuto sui sessant’anni, di corporatura robusta, con indosso una giacca dozzinale

Arcieri chiama subito il maresciallo Guerra, l’amico carabiniere che l’aveva aiutato nel passato, quando teneva sotto d’’occhio le persone della “comune”: non c’è solo quella devastazione nella loro cucina, Arcieri è preoccupato anche per l’assenza di Max, il talentuoso cuoco che aveva conosciuto mesi prima nella villa nel senese, quando era stato coinvolto in un’altra brutta faccenda legata al suo passato.
Si tratta di una missione segreta chegli era stata chiesta dagli ex colleghi dei servizi in cui aveva dovuto incontrare un agente americano, in possesso di segreti importanti. Durante questa missione aveva incontrato Daniele, un suo collaboratore al Sim fino al 1943, e soprattutto Nanette, la sua Mata Hari, la bellissima donna che aveva usato come esca per carpire notizie perfino dagli allora alleati tedeschi. Max lavorava e viveva con loro ma né Daniele né Nanette conoscono molto del suo passato, nemmeno il suo vero nome.
La preoccupazione di Arcieri peggiora dopo le notizie che gli arrivano dalla nipote di una strana signora dell’aristocrazia che da anni, affacciata dalla finestra della sua casa, fa da angelo custode su quello che succede in quel pezzo di Firenze che si affaccia su via de’ Bardi.
Chantal, la nipote di questa baronessa con la passione del gioco, racconta di aver visto Max uscire dai locali della trattoria circondato da cinque uomini che non mostravano molta gentilezza nei suoi confronti.

Come mai quella devastazione? E’ un messaggio contro Arcieri, per il suo passato o forse, come farebbero pensare le cose, l’obiettivo era proprio Max. Già, ma chi è Max?
L’unica cosa che Daniele, l’ex agente che ancora si ostina a chiamare “capo” l’ex colonnello, sapeva solo che aveva lavorato a Milano, nella trattoria della Pesa dove aveva incontrato Ho Chi Minh. Da Milano arrivava anche il morto schiacciato dal frigorifero: si tratta di un ex fascista poi repubblichino, un picchiatore come tanti.

Per scoprire qualcosa di più su Max e sul suo probabile rapimento, Arcieri deve ricorrere alle persone a lui più vicine, Nanette e Daniele, un agente esterno del Sim (il servizio segreti militare ai tempi del fascismo), un agente ambiguo, che “apparteneva alla stessa razza del cuoco magico. Era fatto di specchi, di doppi fondi, di inganni, impastati con una forma assai singolare di lealtà”.

.. il fascino di Milano stava anche in quello: era allo stesso tempo un paesone della Pianura padana, un centro d’arte rinascimentale, una grande città ottocentesca, da cui spuntavano rovine romane imperiali, e ancora una metropoli

Il viaggio a Milano assieme all’ex collaboratore riporta Arcieri dentro quel mondo sporco che aveva conosciuto anni prima: qui incontra la ex moglie di un fascista caduto in disgrazia che era a capo di una squadraccia di picchiatori, “gli angeli vendicatori”.
Possibile che Max, il misterioso cuoco dal tocco magico, fosse invischiato in quel mondo? Era da queste persone che scappava, nascondendosi in quella villa nella campagna senese dove Arcieri l’aveva incontrato?
Quel viaggio nella Milano è un’occasione per rituffarsi nei tanti ricordi del suo passato nei servizi, nel ricordo ancora doloroso di Elena Contini, il suo grande amore. Il rammarico per averla lasciata andar via, contro i suoi sentimenti. E poi il rammarico per come aveva trattato Nanette, usandola come esca e poi abbandonandola al suo destino a fine guerra, quando era caduta in disgrazia.
La grande ipocrisia dietro quelle parole, servizi di sicurezza: sicurezza si, ma in nome di quale paese? Per quale paese lavorava quella parte dei servizi chiamati “deviati”, quel grumo di persone che lavorava per interessi esterni, di poteri fuori dal paese, magari di qualche alleato troppo pressante.

Il passato è una bestia cattiva, Bertini, che non vuole mai mollare. Quando crediamo che sia morta, torna improvvisamente a stravolgere i nostri piani
La scoperta del segreto di Max, quella brutta e vecchia storia del suo passato, sarà l’ultimo colpo di scena di questo romanzo, che porterà Bruno Arcieri di fronte ad un dilemma: come giudicare il passato di una persona? Tutte le persone che ha incontrato in questa vicenda hanno, come lui, attraversato quegli anni bui della guerra, i mesi terribili della Repubblica di Salò, alcuni hanno dovuto cedere a compromessi per salvare la vita, altri solo perché non hanno avuto il coraggio o la forza di fare la scelta giusta. Come Arcieri nel 1943.

I protagonisti di questo romanzo, dove fa capolino anche il commissario Bordelli (e un giovane De Andrè), sono persone dal passato travagliato: di loro l’autore ne sottolinea le emozioni che vivono, l’ira, l’odio e il desiderio di vendetta o, dall’altro canto, la compassione. Senza distinzione tra buoni e cattivi, in fondo tutte vittime della Storia.

La scheda del libro sul sito di Tea

Il sito dell’autore Leonardo Gori

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25 febbraio 2021

Il giorno del sacrificio, di Gigi Paoli (Cronache da Gotham Vol. 4)

 


Un inizio che è anche una fine ..

La luce iniziò a tremare. Piano. Se ne accorse subito e alzò lo sguardo per concentrarsi sull’angolo della stanza dove il vecchio neon rantolava, lanciando i suoi ultimi lampi di vita. Poi, senza alcun rumore, morì. Forse fu quello. Non seppe dirlo con certezza neanche in seguito, ma forse fu quello stupido neon morente a cambiare l’equilibrio della luce in quella stanza.

Un stanza, con una luce al neon, una donna con le unghie sporche di sangue e una ragazzina che sta guardando un video sul tablet. Un uomo che si avvicina alla ragazzina, che sa che deve essere forte, perché lei non è una di quelle adolescenti che si mette a piangere facilmente.

E' cresciuta col padre che, nonostante un lavoro da giornalista, senza orari, l'ha sempre voluta bene. Le ha dato quell'amore che la madre le ha negato, tanti anni prima..

Aveva pianto una volta sola, a quanto le era stato raccontato. Lì e ora non sarebbe stata la seconda. «Devo dirti una cosa brutta.» Il nome “Marchi Carlo Alberto” su quella cartella le faceva terrore. Era suo padre.

Perché quella ragazzina è la figlia del giornalista del Nuovo di Firenze, Carlo Marchi, che in quel momento è si trova in ospedale tra la vita e la morte.

Per capire come mai, bisogna ripartire dal lunedì della settimana precedente.

Quella mattina di fine settembre, sotto un cielo meravigliosamente azzurro di un autunno travestito da fine estate, il massacro dell’università di Firenze era appena iniziato.

La settimana più frenetica di Carlo Alberto Marchi, giornalista di cronaca giudiziaria per il quotidiano di Firenze, il re di Gotham (per il soprannome che ha dato al palazzo di Giustizia). Una figlia adolescente e una ex moglie che li ha lasciati tanti anni prima ..

Settimana frenetica che parte con l'attentato all'università, un giovane ragazzo che, armato di una mitraglietta, spara ai ragazzi che si trova di fronte. Al grido di Hallah Akbar: un attentato di matrice islamica che lascia sulla piazza una tragica scia di sangue, il sangue di dieci ragazzi morti.

«Vai, corri. È successo un casino all’università. Proprio accanto a Gotham, in cinque minuti ci sei, corri» mi aveva sbraitato nell’orecchio il mio capocronista Andrea Lorenzoni.

All'improvviso Firenze si risveglia sotto il peggior incubo, è successo qui quello che è già avvenuto a Barcellona, a Parigi, a Utoya. Alla strage segue una rivendicazione, in stile Isis, dove si parla del giorno del giudizio

«Crociati della città di Firenze, siamo qui. Il Giorno del Sacrificio sta finalmente arrivando anche per voi.»

Ma questo attentato sarà solo il primo evento di una catena di episodi legati, in vario modo, all'attentato, su cui dovranno indagare, a modo loro, Marchi e “l'Artista”, il suo compare di scrivania che lavora per la cronaca nera con buone entrature presso la Questura e i Carabinieri.

Ci sarà la strana morte di un ingegnere nucleare francese, nella sua stanza di albergo, dove si trovava in vacanza con la moglie.

La sparizione di tre furgoni ducato, affittati ad un prestanome e finiti nel nulla.

L'esplosione di un capannone industriale fuori Firenze, dove qualcuno stava preparando una “bomba sporca”..

C'è n'è abbastanza per surriscaldare abbastanza l'atmosfera in città, anche in vista dell'imminente evento della prossima domenica, l'inaugurazione di una moschea in città, su un terreno donato da un misterioso signore. Giorno che, per un caso del destino, segue proprio il “giorno del giudizio”, la festività islamica in cui si ricorda il sacrificio fatto da Abramo. Eh già, che c'entra Abramo e Isacco con l'Islam?

Sono tante le cose che uniscono le tre religioni monoteistiche, lo scopre Carlo Marchi andando a sentire, per lavoro, l'Imam di Firenze.

Il giorno del giudizio è la Pasqua dell'Islam, “«Id al-Adha, si chiama. È la Pasqua dell’Islam, la festa del sacrificio del profeta Abramo nei confronti del figlio Isacco.»”

E' un messaggio di pace quello che arriva dall'Imam e dal rabbino capo, che deve essere tanto forte da soverchiare l'odio degli estremisti islamici, che nulla hanno capito delle scritture e della parola del loro Dio.

“Chiunque ferisce un membro appartenente alla Gente del Libro è come se ferisse me in persona”. E lo sai tu chi è la Gente del Libro? Sono i cristiani e gli ebrei, giornalista.

Ma non ci sono solo i giornalisti a correre dietro queste storie di morti, di bombe, di odio, di sangue. Ci sono anche i carabinieri del ROS, del colonnello Piazza e gli agenti della Mobile del vicequestore Sottosanti, che si ritroveranno a dover collaborare in una lotta contro il tempo.

Perché, in base alle informazioni che hanno sotto i loro occhi, qualcosa si sta muovendo in città. Qualcosa di tremendo. Qualcosa che va impedito ad ogni costo.

«Questa storia è come una matrioska. Ne tiri via una e sotto ce n’è un’altra, poi un’altra ancora e ancora. Non si finisce mai» aveva sbottato Piazza

Questo ultimo romanzo di Gigi Paoli, scrittore e giornalista per La Nazione, è una corsa contro il tempo. Quella delle forze dell'ordine e quella di Marchi per seguire le sue piste, per strappare qualche informazione e qualche scoop dai suoi amici in procura, chiamata Gotham city per l'aspetto avveniristico.

Raccontato in prima persona, il protagonista ci racconta di quanto stia diventando difficile oggi il lavoro di cronista, perché nessun giornalista vuole più uscir per strada, perché i capi vogliono solo pezzi brevi, facendo una concorrenza al ribasso con l'informazione che scorre in rete ad una velocità maggiore, ma cpn una minore cura dell'approfondimento.

«Fate le brevi, non i pezzi lunghi, la gente non ci legge» ci dicevano i soloni al comando, senza capire che le notizie brevi la gente le trovava gratis su Internet

Non c'è più voglia di approfondire, di informare anche a costo di rompere qualche equilibrio politico nei palazzi che contano, di mettersi contro qualche famiglia importante:

Il servilismo, la voglia di potere, l’incompetenza innalzata a merito, l’opinione personale trasformata in fatto, il tifo da stadio invece dell’oggettività: questo era diventato il giornalismo di oggi, una curva di ultras in malafede.

E la sera, smessi i panni da “giornalista sempre di corsa”, Carlo Marchi deve vedersela con un problema altrettanto importante: la figlia Donata, che non è più una bambina e che reclama le sue libertà ma anche il suo spazio col padre, la sera.

Chi vincerà questa corsa contro il male?

Buona lettura, per questo giallo molto attuale (per i temi della sicurezza, del terrorismo) e molto ben costruito!

La scheda del libro sul sito di Giunti Editore e un estratto del primo capitolo

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05 ottobre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – la tempesta perfetta

La pandemia per il coronavirus ha avuto effetti anche sulla nostra economia: dopo aver dedicato una puntata agli effetti sulla salute (e alle sue possibili origini), questa sera Presa diretta sera si occuperà dei suoi effetti economici. Il crollo del PIL al 12%, 500 mila posti di lavoro persi (molti dei quali di persone giovani), la più forte contrazione in Italia dal 1995 (lo riporta l'Istat) e gli altri paesi europei non sono messi meglio:

Germania -9,7%

Francia -13,8%,

Spagna -18,5%,

Regno Unito -20%,

Stati Uniti -33%.

Che soluzioni possiamo adottare per uscire da quella che Iacona definisce la “tempesta perfetta”?

Tra i dati negati c'è anche quello dell'Export: nei primi sei mesi l'Italia ha esportato meno merci per un valore di 36 miliardi di euro in meno, un caso rispetto al 2019 del 15% che non si registrava dalla crisi del 2008. Dopo il tonfo di aprile i dati sono in risalita, ma siamo ancora lontani dai valori pre-covid.


Dal porto di Venezia transitano 180mila container l'anno verso l'Africa o verso i mercati asiatici, lo sbocco primarie delle filiere produttive del Veneto, una delle regioni più votate al commercio internazionale e dunque più colpite dalla crisi.

Le compagnie portuali lavorano a chiamata – racconta il servizio – e se calano i volumi sono le prime ad essere colpite dalla crisi: il presidente di queste cooperative racconta che oggi nel porta lavorano 20 persone nelle 24 ore, ormai le chiamate si sono ridotte del 50%.

“Stare in cassa integrazione non piace a nessuno, anche perché tutti qua hanno un mutuo, famiglia, e con 900 euro, 700 euro a volte non arrivano a fine mese. Siamo in emergenza pura.”


Le difficoltà del porto sono solo un assaggio della crisi nel Veneto: nell'entroterra ci sono infatti ben 17 distretti industriali che raggruppano migliaia di aziende che esportano praticamente tutto ciò che producono, è la piccola e media impresa che è riuscita negli anni ad inserirsi con successo nelle cosiddette catene globali del valore e a conquistare il mondo con i propri prodotti. Ma è proprio questa vocazione all'export che oggi le rende vulnerabili.

Presadiretta ha sentito l'opinione di Gianluca Tocchi della Fondazione Nord Est: “Se l'export non riparte è un problema, per tutta l'Italia, ma un problema particolarmente per quest'area”.

Quali le catene del valore che, in Veneto, sono state maggiormente danneggiate: è sempre Gianluca Tocchi a rispondere, raccontando che nel mercato asiatico è molto sensibile il settore della moda, ma sicuramente una delle più danneggiate è quella della meccanica.

Il 20% dell'export del Veneto è generato da macchinari e impianti: una di queste aziende nel settore metalmeccanico è la Ravagnan, che da Rovigo esporta in tutto il mondo: i cilindri in acciaio che hanno prodotto rimangono a far ruggine perché i clienti internazionali sono in crisi. Non solo non ordinano più, stanno anche cancellando ordini passati.

Qui lavorano sulle poche commesse rimaste: se normalmente l'azienda occupa 50 persone, adesso ce ne sono solo 15 e il grande capannone di assemblaggio è quasi vuoto.

La crisi la racconta l'AD dell'azienda: il mercato domestico è diventato un po' più presente, ma hanno dovuto chiudere cantieri in Messico, in Perù, in Brasile, non hanno ancora un'idea delle riaperture. “Il mondo è diventato all'improvviso molto grande”.

Hanno bisogno del mondo anche nel distretto calzaturiero della Valle del Brenta che esporta più del 90% della produzione. Parliamo di 10 mila lavoratori su 500 azienda che producono 19 milioni di paia di scarpe all'anno.

Parliamo di 1,5 miliardi in export, una miniera d'oro per la bilancia commerciale italiana che ora rischia di esaurirsi.

Elena Terrin è una imprenditrice di questo distretto e sta già subendo il mancato arrivo di ordini per la prossima stagione. Per avere aggiornamenti si collega in video conferenza coi suoi responsabili vendite da Mosca e da New York.

Da Mosca, parla la responsabile: “i negozi sono aperti ma le vendite non ci sono, la gente non cammina per le strade quindi anche se ci sono stati ordini a febbraio e marzo, sono stati annullati.

Anche settembre e ottobre, tutto cancellato. Per il momento la Russia è chiusa.”

Da New York, il collega: “parlavo ieri con clienti della west coast ma anche del midwest e non pensano neanche a fare visite allo show room.”

“Non nascondo che in questo momento gli aiuti statali sono cruciali ” - dice Gilberto Ballin presidente Acrib - “quello che ci preoccupa di più è che venga sospesa la cassa integrazione, questo è stato un ammortizzatore sociale che ha tenuto a galla molte aziende in questo momento.”

Ma, attenzione, i soldi pubblici interessano anche a qualcuno che dovrebbe starne alla larga, ovvero le organizzazioni mafiose. Roberto Saviano lo spiega in un collegamento video intervistato da Danilo Procaccianti: “le organizzazioni mafiose cercano l'emergenza, l'emergenza crea velocità negli affari, stato di eccezione, ..”

Nelle passate emergenze c'è stato un doppio guadagno per loro: “la maggior parte delle organizzazioni mafiose investe nelle pompe funebri, nelle lavanderie ospedaliere, nella distribuzione di benzina e generi alimentari. Quanto è iniziata la pandemia questi settori hanno iniziato a fatturare moltissimo. Dall'altro lato però c'è stato anche il guadagno illegale, nuovo: il picco di usura è stato già provato dalla procura di Napoli, su Napoli abbiamo già una prova importantissima, tenendo gli interessi bassissimi, in alcuni casi togliendoli proprio, cioè ti servono tremila, eccoti tremila e mi devi ridare tremila. E qual è il vantaggio? Ci sarà dopo. Busseranno dopo, chiederanno dopo”.

Danilo Procaccianti ha chiesto allo scrittore di commentare la dichiarazione del procuratore Lombardo, di Reggio Calabria: alla fine dell'emergenza ci sarà la più grande operazione di doping finanziario che abbiamo mai visto nella storia.

“Oggi le organizzazioni hanno la capacità di fare cappotto, prendersi tutto a costo zero. Nei prossimi mesi sarà talmente evidente che ci saremo trasformati in una economia mafiosa. Lo so che sembra radicale quello che sto dicendo, ma è proprio oggettivo che si vada in questa direzione.”

Il governo ha peccato sulla velocità: può ancora fare qualcosa?

“Soldi, soldi, soldi. Sì, l'elicottero che lancia i soldi. Sento già la voce, eh ma così una parte va ai soliti banditi. Certo., è un rischio che dobbiamo correre, è l'unica possibilità, tenendo conto che loro una parte di quei soldi se li prenderà comunque. Se non si fa così succederà che loro si prenderanno tutto. Con niente.”

Solo allarmismo quello di Saviano?

Nel maggio scorso la Guardia di Finanza a Palermo in un blitz ha arrestato 91 persone tra cui i rampolli dello storico clan dei Fontana, delocalizzato in Lombardia.

Un clan che aveva accumulato con le estorsioni tanti soldi: per il gip che ha firmato gli arresti la mafia è pronta a sfruttare la crisi del covid.

Lo ha anche ripetuto davanti ai microfoni di Presadiretta, il giudice Piergiorgio Morosini: “è un rischio concreto, parlo soprattutto delle piccole e medie imprese, di aziende che operano nel settore del turismo, i bar, la ristorazione, le strutture di ricezione. Queste strutture stanno soffrendo la crisi di liquidità per il pagamento degli stipendi ai dipendenti, per i pagamenti dei canoni di affitto e degli oneri fiscali. Potrebbero trovarsi nella condizione di doversi rivolgere a soccorsi impropri che poi potrebbero trasformarsi in forme di aggressione del loro capitale, del loro patrimonio, della loro azienda.”

Non è solo un problema di Palermo e del sud: la costa riminese coi suoi alberghi è da sempre terra di conquista per la criminalità organizzata e per i suoi capitali da riciclare.

Nel 2019 la GDF ha intercettato 29 passaggi di proprietà sospetti e sequestrato beni per 110 milioni di euro: qui stanno arrivando strane offerte dietro cui si potrebbe nascondere la criminalità organizzata.

Lo racconta Filippo Donati, presidente Assohotel Emilia Romagna: ci sono annunci di prestiti urgenti, con denaro disponibile che arrivano e chi ha un minimo di lucidità deve starne al largo.

“E' chiaro che qualcuno in difficoltà potrebbe dire, vabbè guardiamo di cosa si tratta, ci vuole coraggio, ma più che coraggio è la disperazione.”

Se il Veneto ha problemi con l'export, altre regioni, altre città devono ora fare i conti col calo dei turisti.

Come Firenze, dove 21mila persone sono impiegate nel turismo, l'8,5% degli occupati: solo nei 2000 ristoranti lavorano 15mila persone. Pasquale Naccari è uno dei ristoratori della città: da lui lavorano 24 persone, in condizioni normali, oggi invece ne lavorano dieci. Gli altri verranno lasciati a casa.

La sua banca non ha aderito al decreto Covid e ha fatto fatica ad accedere al credito bancario.

La crisi dei ristoranti ha messo in crisi tutta la filiera, partendo dai fornitori di birra e bevande che hanno ancora la merce invenduta nei depositi.

Uno di questi è stato intervistato da Presadiretta: Matteo Magherini ha raccontato delle spese a cui deve far fronte, della cassa integrazione, la merce che dovrà essere buttata via.

“Se io fossi in difficoltà economiche avrei già chiuso.. ho fatto la richiesta di finanziamento per il 25% del fatturato , 1,7 ml di euro, ma se i milioni di turisti non arriveranno tra un anno e ne passeranno due?”

Avrebbe bisogno di un contributo per far fronte al calo degli incassi, alle tasse: “non posso aspettare le banche per 4 mesi che erogano un prestito”.

Dietro questo imprenditore, ci sono persone, i dipendenti amministrativi, gli autisti, gli agenti di commercio a partita Iva.

Quelle che hanno preso ad oggi i 600 euro del governo con cui far fronte alle spese di casa, mutuo o affitto: “non si chiede elemosina, si chiede soldi a fondo perduto, avevo dei soldi da parte però ora stanno finendo, se non arrivano altri soldi sarò costretto ad andare a mangiare alla Caritas.”

Come tante altre persone, non solo a Firenze e non solo dall'arrivo della pandemia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

10 novembre 2018

La fragilità degli angeli (Cronache da Gotham Vol. 3), di Gigi Paoli



Incipit
Il bambino, nudo, piangeva. Non doveva piangere, non lo aveva previsto. Ma ora piangeva. E chiamava la mamma. La sua mamma. Eppure prima aveva sorriso, aveva allungato con fiducia la mano. E quanto era felice quando l’aveva stretta forte.“È proprio un bel bambino” pensava fra sé mentre lo guardava, quasi con stupore, come fosse stato un tramonto estivo sul mare che tanto aveva amato e non vedeva più.
Ma il sole, quel sole, era ormai sceso. Era sceso ovunque. Fuori, oltre le finestre della stanza, e dentro. Dentro di sé. E lui continuava a piangere.Eppure si era fatto guidare facilmente. Ai giardini aveva lasciato la piccola bicicletta grigia appoggiata all’albero.
 
“Ma che cos’era? Una quercia? Un faggio? Questi alberi, tutti uguali.” 
Si distrasse con una rabbia improvvisa e inattesa.Poi il bambino aveva accettato l’offerta di una bella cioccolata calda con i biscotti.

I crimini e i delitti sono il pane quotidiano dei cronisti di giudiziaria, oltre agli “scandali” legati ai casi corruzione, quando si riescono a portare in aula.
Ma c'è un delitto che ogni cronista, specie quelli con qualche anno di lavoro alle spalle, proprio non possono accettare: sono i casi in cui a morire è un bambino.
Specie se viene ucciso in un modo brutto (ma esiste un modo non brutto per una morte di un “angelo”?) da qualcuno con le sembianze di un mostro.
No, un mostro, no. Non a Firenze.
Non dopo gli anni degli omicidi del Mostro di Firenze, l'assassino che uccideva le coppiette nelle campagne attorno a Firenze, suscitando nelle persone una reazione quasi viscerale.
La scomparsa di un bambino, è uno di quei casi che fanno cadere il silenzio nelle redazioni dei giornali.
«Ragazzi, è sparito un bambino.».. E fu così che alle otto meno un quarto di quel giovedì di ottobre, Alessandro Della Robbia, prima firma della cronaca nera del Nuovo di Firenze, divenne una fialetta puzzolente. Nessuno rispose.

E invece no: succede a Firenze, in un giorno di settembre, quando i genitori del piccolo Stefano Ristori denunciano la sua scomparsa, mentre stava giocando nel giardino di casa.
Avendo letto le prime righe del romanzo di Gigi Paoli, si intuisce che quel bambino è finito nelle mani di una persona disturbata. Che non ha resistito alle lacrime e agli strilli. E che alla fine lo ha scaricato come un rifiuto qualsiasi..
Poi rimase immobile a osservare il buio. Dal fiume non arrivava il minimo rumore.
Si sentiva in una bolla di oscurità. Il suo cuore, da tempo, era in una bolla di oscurità.Non voleva che finisse così. Non voleva che iniziasse così. Ma così era andata. E sapeva bene che non era stata colpa sua.

Di questo bambino scomparso se ne occupa la squadra Mobile della Questura di Firenze, col dirigente Luca Settesanti e la procuratrice Simonetta Vignali, che lavora nella Procura, Gotham City: questo è il nome che Carlo Marchi, cronista de Il Nuovo ha dato al nuovo palazzo di Giustizia del capoluogo toscano per il suo stile gotico.

Assieme al collega che lavora alla “nera”, Alessandro Della Robbia detto “l'Artista”, è lui a seguire il caso dividendosi le parti: all'artista tocca sentire la Questura e la polizia a Marchi tocca andare in Procura per capire quali piste sono seguite nell'indagine.

A nessuno piace lavorare su bambini scomparsi, ma anche questo è il lavoro di un giornalista: prendere informazioni sulla famiglia, sentire le sue fonti tra i magistrati, cercare le foto del bambino chiedendole alla famiglia (questo è il compito di Lido il fotografo).
Sperare in una confidenza di qualcuno nella Mobile o di un pm e cercare di non prendere buchi dai colleghi.

Con gli occhi di Carlo Marchi, raccontata in prima persona, seguiremo questa brutta storia: le prime frenetiche ore di indagine (quando le probabilità di ritrovarlo vivo sono alte..), il ritrovamento della sua bici poco lontano da casa.

Nessuno ha visto niente, nessuna telecamera ha inquadrato qualcosa, nessuna impronta sul corpo, che è stato trovato senza vestiti (che fine hanno fatto? Se li è tenuti l'assassino?).
Solo un pensionato, che ha visto quella sera una punto blu che forse stava svoltando su quella stradina vicino il fiume.
Troppo poco.
Una persona si autodenuncia per quell'omicidio e, per qualche ora, tutti tirano un sospiro di sollievo.
Ma non è lui, anche se si fa in testo a sbattere questa persona in prima pagina come il mostro:

Noi, alle nove, avevamo finito. Il mostro era sbattuto in prima pagina. C’era rimasto un piccolo problema. Il corpo di Stefano Ristori, in Arno, non si trovava.

Ma non è lui l'assassino, per diversi motivi: primo, non sa dire dove ha scaricato il cadavere.
Poi, dentro la cripta di San Miniato (una delle tante bellezze artistiche di Firenze) viene trovato un messaggio, scritto col normografo.
«AIUTO! NON VOLEVO FARGLI MALE. È STATA COLPA SUA. HA PIANTO. LUI È STATO CATTIVO CON ME. CATTIVO! VORRÀ DIRE CHE NE CERCHERÒ UN ALTRO....»

E' un messaggio del mostro? Una sfida alla polizia con l'annuncio di altre vittime? Il desiderio di essere catturato?
E' il messaggio dell'assassino, perché contiene delle indicazioni su Stefano che la polizia non aveva divulgato alla stampa e perché indica dove ritrovare il suo corpo: sulla riva dell'Arno dentro un sacco di plastica nera. Come un rifiuto indesiderato.
Il mostro sbattuto in prima pagina.
Quel messaggio (senza impronte, senza alcuna indicazione utile) che fa presagire il peggio.
Un mostro in libertà e un innocente scambiato per il mostro.

Assieme a Carlo Marchi, entriamo nel mondo dell'informazione e della notizia: come si muove il giornalista con le sue fonti, come la Vignali e Settesanti, fonti da usare con cautela, per non bruciarle.
Come funzionano le cose nelle aule di giustizia: i processi che vengono tirati per le lunghe per poter arrivare a prescrizione (se si dispone di un avvocato con quel pelo sullo stomaco).
I processi che diventano mediatici, perché toccano degli argomenti che suscitano l'attenzione delle persone, delle chiacchiere da talk, dove chiunque può ergersi a maestro del diritto.

C'è il lavoro, faticoso e senza orari, del giornalista vero (non è un caso che l'autore sia un giornalista): quello che può essere chiamato a qualunque ora per correre in procura o per la strada, per inseguire una pista o per non prendersi un “buco” da un collega di un altro giornale.
Il rischio delle cause per diffamazione ma anche la voglia di poter scrivere quello che si vuole, fino a che è ancora permesso.

Essere un giornalista è una fatica: per Carlo Marchi significa dover rinunciare a stare assieme alla sua figlia, Donata, ormai adolescente che vede crescergli sotto gli occhi troppo in fretta per un padre apprensivo come lui.
Una fatica maggiore per un padre separato e con poca voglia nel lanciarsi in una nuova relazione, come quella con l'avvocatessa Olga. Che forse meriterebbe qualcosa in più da lui.
Insomma, un uomo “molto incasinato e molto imperfetto.”

E anche l'indagine si muove in modo imperfetto, nonostante un secondo bambino sparito e ritrovato morto e una seconda lettera. Che si chiude con quelle strane parole:
NON SONO LORO.

Cosa significa?
Perché quei bambini sono stati rapiti? Che filo li unisce? Come ha fatto l'assassino a muoversi come un fantasma senza lasciare traccia?
Carlo Marchi avrà un ruolo importante nell'arrivare alla soluzione di questo caso, che riserverà tanti colpi di scena, fino alla fine.
Un caso di quelli che lasciano l'amaro in bocca perché riguarda dei bambini indifesi, la “fragilità degli angeli” come il titolo della storia.
Avrei avuto ancora tante domande. Sulla furia degli assassini e sulla fragilità degli angeli. Ma ora basta, basta domande.

La scheda del libro sul sito di Giunti e il pdf col primo capitolo
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

09 luglio 2017

Il respiro delle anime, di Gigi Paoli

Incipit

Sto morendo.Lo so, lo sento.Dio, sto morendo e non so nemmeno perché.Non so nemmeno cosa è successo.E qui è tutto buio.Non riesco a muovermi. Non sento dolore no, quello no. Perfortuna non mi fa male niente ma…Io non sento niente.Dove sono?Sono per terra, sì. Su un fianco. O forse a pancia sotto, noncapisco, non riesco a vedere niente, a capire niente.Calmati.Devo aprire gli occhi, devo vedere.Perché non vedo nulla?E cosa è tutto questo caldo che ho sulla faccia?Sento qualcosa sulle labbra. Sembra… erba? E questi sonovetri, sono pezzi di vetro.Voglio urlare, voglio che qualcuno mi senta, che qualcunomi aiuti.Ma perché non riesco neppure a parlare?E perché ho caldo alla faccia, ma sento freddo?Come è possibile?

Una delle regole di un buon scrittore è che questi deve scrivere di quello che sa, di quello che conosce bene.
E il romanzo di Gigi Paoli, il secondo con Giunti dopo Il rumore della pioggia, rispetta in pieno questa regola: il suo personaggio, Carlo Alberto Marchi è, come lui, un giornalista “vecchio” stile (in senso buono intendo).
Uno di quelli cioè abituati a coltivare le sue fonti, a cercare la notizia con l'obiettivo di raccontare una storia al lettore. Qualcosa di diverso dal lavoro dell'investigatore, che deve trovare l'assassino o del magistrato che deve coordinare le indagini.
Questo romanzo, “Il respiro delle anime”, oltre ad essere un buon noir, con un buon intreccio che si sviluppa e cresce pian piano, è anche questo: un omaggio al lavoro del giornalista come dovrebbe essere.
Un lavoro che è fatica, impegno, l'assenza di un orario fisso.
Il dover trascurare spesso anche gli affetti familiari: per Marchi, quello della figlia Donata, che sta entrando in quella fase critica dell'adolescenza, cosa che lo mette in crisi dovendo crescerla da solo, essendo separato dalla moglie.
Donata, che viveva con me ormai da quasi sei anni a causa dell’improvvisa fuga materna, era una delle tre pietre angolari della mia vita. Le altre due erano la redazione del giornale e il nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze, la mia Gotham City

Così, la vita di Alberto Marchi scorre tra le brevi pause in famiglia, con una figlia a fianco che già reclama i suoi spazi; il lavoro al giornale “Il Nuovo” di Firenze, con un capo che lo protegge e con un direttore che invece lo disistima (ma i direttori vanno e vengono). E le lunghe ore nei corridoi di “Gotham city”, il nuovo palazzo di Giustizia di Firenze, alla periferia della città, a Novoli.
Chiamato così per le sue linee avveniristiche “uno dei dieci palazzi più brutti del mondo secondo svariate classifiche”.

Perché Marchi, assieme all'Artista, un suo collega, si occupa di cronaca giudiziaria per il “Nuovo Giornale”: dai casi di omicidio ai casi di piccola criminalità locale, fino alle inchieste su corruzione dentro le amministrazione, storie che di solito portano tanti lettori ma anche tante rogne.
In questo luglio torrido e afoso che porta perfino ad odiare Firenze, i due giornalisti, assieme a Nicola Losito, proprio ad una rogna stanno lavorando: le tanti morti per overdose in città.
Droga tagliata a male, una guerra tra spacciatori, chi lo sa.

Finché non capita un altro caso di cronaca da seguire: un ciclista che è stato investito a morte, proprio vicino al palazzo di Giustizia, alle 3 di notte. Investito da un pirata della strada, viene trovato da un automobilista che lo segnala alla polizia.

Quello che sembra un caso, purtroppo comune, di omicidio colposo, inizia pian piano a diventare un mistero sempre più interessante.
Il morto, prima di tutto: un ricercatore americano, di origini ucraine, che lavorava come capo del dipartimento di biotecnologia della Clegg-Horizon,una azienda farmaceutica americana. Il cui proprietario della sede fiorentina è stato appena nominato console americano.
Per questo scoprire l'automobilista colpevole diventa importante per la procura: una questione di prestigio agli occhi degli americani, titoli sui giornali, magari una promozione per il Procuratore Capo.

È invece una questione di riscatto per il poliziotto della stradale che segue le indagini, il sovrintendente Rindi: nel passato aveva portato avanti una indagine sulla “corruzione liquida” in comune (liquida perché anziché soldi giravano favori, aiuti, incarichi), poi naufragata in giudizio in Tribunale.

Per Alberto Marchi è una storia che suona strana: ci sono dei pezzi che mancano, tanto per cominciare, come il cellulare “d'oro” del morto, Michael Homen.
C'è il fatto che era stato identificato dalla polizia, durante un blitz in un locale notturno, in mano ad un piccolo criminale, ucraino pure lui.
E anziché rivolgersi al suo Consolato, si era rivolto ad un avvocato fiorentino.
C'è la storia che gli racconta Misha, ballerina proprio nel locale della retata, e amica di Michael Homen. Di un certo accordo tra il morto e Valerio, il proprietario del locale e della ragazza.

Così, con obiettivi diversi, ma con lo stesso impegno, si mettono a lavorare sul “caso” il poliziotto e il giornalista: un caso che diventa man mano sempre più grosso, più importante, anche più pericoloso.
Un caso che li porta dalla rotatoria dell'incidente (se è stato un incidente),all'antico cimitero inglese, poi raffigurato nel celebre quadro di Arnold Böcklin, “L'isola dei Morti”.

Un viaggio nella storia di Firenze: “una città dove non sapevi mai cosa di potesse capitare davanti”
Ogni strada, ogni piazza, ogni chiesa, ogni cimitero era una storia a sé. Una storia che del luminoso Rinascimento non aveva proprio nulla, anzi. Le storie dei palazzi – di fatto la storia di tutta la città – nascondevano omicidi, complotti, velenose trame familiari, improvvise scomparse di patrimoni antichi, vertiginose ascese e altrettanto rapidi fallimenti.Firenze non era mai stata la città della luce. Era la città delle ombre, dei doppifondi, degli specchi. Firenze era un mistero irrisolto. Dove niente era mai come ti sembrava. Neppure la sua gente. Neppure le sue storie. Neppure i suoi incidenti. E così, in quella soffocante notte di luglio, tutto mi sarei aspettato tranne quello.L'Isola dei Morti era solo una stazione di transito. La Villa dalle Finestre Murate era l’arrivo.

Fino ad una vecchia villa, la villa “delle Finestre Murate”, così chiamata perché dopo un incidente, tutte le finestre erano state murate, appunto. Una villa su cui gravava una antica maledizione e di cui nemmeno si conoscevano, ora, gli attuali proprietari.

Cosa ci andava a fare in questa villa il ricercatore morto?

Non posso aggiungere altro, per non raccontare troppo.

Il respiro delle anime, il titolo del libro, deriva da una sensazione del medico legale, il dottor Magi: “quella particolare combinazione pungente fra l’odore del sangue e quello del liquido cerebrospinale.”
Quello che rimane di un corpo, dopo la sua morte.
E non sarà l'unico respiro di questo giallo.

La scheda del libro su sito di Giunti e il primo capitolo in pdf.

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04 giugno 2017

Quando la mafia scoprì l'arte – da La strategia dell'inganno (Stefania Limiti)

Quello che rimase della torre dei Pulci, in via dei Georgofili

Le stragi di Capaci e via D'Amelio.
I delitti politici come quelli di Salvo Lima e Ignazio Salvo. E quelli minacciati ad altri esponenti ritenuti dalla mafia traditori, come il ministro Calogero Mannino.
I tentativi di golpe che riempivano le pagine dei giornali (anziché le piazze di carri armati) come l'assalto alla sede Rai di Saxa Rubra e il famoso golpe raccontato da Donatella de Rosa.
I partiti in crisi dalla fine dei vecchi equilibri (come il crollo del Muro e la fine della guerra fredda) e per le inchieste di Milano.
E, ancora, lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il black out di Palazzo Chigi, la crisi economica...

Stefania Limiti racconta questi episodi nel suo libro “La strategia dell’inganno” (Chiarelettere editore): le autobombe, gli attentati, i delitti, il sangue,mettendoli uno in fila all'altro e legandoli assieme in una sola strategia di guerra non convenzionale.
Una guerra psicologica, come le “PsyOps”, le operazioni di guerra psicologica che tendevano a confondere l'avversario, per condizionarne l'azione. Una strategia nata dalla direttiva del National Security Council del 19 dicembre 1947.
Cosa è successo allora in Italia tra il 1992 e il 1993? Un periodo nero della nostra storia, la fine della prima Repubblica, vecchi partiti che spariscono e nuovi partiti che si affacciano sulla scena politica.

L'autrice, dedica un intero capitolo alle bombe mafiose, quelle per cui Spatuzza (il pentito che si autoaccusò della bomba contro Borsellino) disse: “Siamo andati in un terreno che non ci appartiene, quei morti non ci appartengono.”

Dopo le bombe contro i due magistrati Falcone Borsellino, la strategia della guerra della mafia allo Stato seguì una strada diversa. Non più solo omicidi mirati, ma atti di terrorismo contro luoghi d'arte.
Luoghi sicuramente ignoti a Bagarella e Brusca che, dopo la cattura di Riina nel gennaio 1993, presero in mano le redini di cosa nostra.
Perché quella scelta?
Chi indicò quei luoghi ai mafiosi?
E chi, materialmente piazzò gli ordigni?

Dal sito Antimafiaduemila, un brano del capitolo:
Strage Georgofili; e la mafia si scoprì esperta d'arte e cultura
27 maggio 1993, Firenze, via dei Georgofili, ore 1.02La potenza di fuoco degli stragisti proruppe nel mese più dolce dell’anno. Un furgone imbottito di esplosivo saltò in aria nel cuore della notte tra il 26 e il 27 maggio in una magnifica via di Firenze. Non colpì un nemico in carne e ossa, un giudice, un giornalista o un politico “traditore”: stavolta la cupola palermitana puntava a ferire il paese intero. “Non si va a Firenze così, non si va a Firenze per caso!” griderà il pm Alessandro Crini al processo per le stragi sul continente. Vero. Perché fu scelto il capoluogo toscano? Una risposta secca non c’è.Sappiamo che verso la fine del 1992 venne costituito un gruppo di fuoco, Riina decise di “tornare a stuzzicare lo Stato”, come ha raccontato Brusca, con un gesto dimostrativo: il collocamento di una bomba a mano agli Uffizi. “Poi in realtà l’azione la fece Santo Mazzei – ha spiegato – e mise un proiettile d’artiglieria a Boboli”, negli splendidi giardini meta di turisti e bambini. Tra i progetti dei quali discusse anche Brusca c’era quello di lanciare una serie di messaggi intimidatori (come le siringhe infette e le merendine avvelenate), “ma senza che ci fossero vittime: l’idea era di telefonare prima all’Ansa e avvertire tutti. Nel caso della bomba a mano, nella telefonata si doveva far riferimento a Pianosa e all’Asinara, così avrebbero capito che il messaggio veniva da noi e chi era dietro a Bellini l’avrebbe rimandato a cercare di fermarci”. Nell’autunno, quando venne messo il proiettile a Boboli, andò tutto storto: Mazzei, un malavitoso che era stato a lungo in carcere con Bagarella e che non era ancora “combinato” – solo nell’agosto del 1992 sarebbe entrato a far parte della mafia secondo i riti tradizionali –, era troppo concitato al telefono, parlava in dialetto siciliano molto stretto, il centralinista non capì una parola e riattaccò.Il proiettile fu ritrovato un mese dopo e agli inquirenti ci volle un po’ per riavvolgere il nastro e dipanare la matassa. Il messaggio d’allarme non scattò.Secondo Brusca era stato lo stesso Bellini a dare loro le idee sul tipo di azioni da compiere: Voleva farci rubare anche un’opera di enorme valore agli Uffizi, un quadretto piccolo che si poteva mettere sotto la giacca. Siccome non riuscivamo a trovare opere d’arte da scambiare con lo Stato, avevamo pensato di rubarne una. E fu sempre Bellini a spingerci verso Firenze e la Toscana per compiere questi gesti. In quel periodo c’era Spadolini presidente [del Senato, nda] e per Bellini era una persona molto sensibile a queste cose, avrebbe scatenato la guerra se succedevano fatti del genere. E un critico come Sgarbi avrebbe fatto la guerra allo Stato che non proteggeva i suoi beni.Sempre a Bellini, ha ricordato Brusca, sarebbe da ricondurre il progetto di un attentato alla Torre di Pisa: “Ma anche in quel caso doveva essere un atto dimostrativo. Pensavamo di mandare sulla torre qualcuno con dieci-quindici chili di esplosivo in uno zaino, poi avvertire giornalisti e forze dell’ordine per far allontanare tutti e farlo esplodere con un comando a distanza. Immaginate la figura che ci avrebbe fatto lo Stato?”.Di quella trattativa apparentemente non resta niente. Ma Gioè è morto e non sappiamo che fili si siano snodati. Appena si rese conto della fregatura, Giovanni Brusca, spinto dal suo pragmatismo, cercò il consenso di Riina per fare una minitrattativa, del tutto privata: aveva pensato di far rubare qualche quadro di valore in Sicilia per contrattare la libertà del vecchio Bernardo, suo padre. Bellini, che sosteneva di poter contare sull’appoggio di un generale dei carabinieri, offrì la concessione degli arresti ospedalieri al padre di Brusca in una struttura militare di Pisa, ma alla fine Giovanni non accettò. Non è facile stabilire se la vicenda sia una spia dell’arroganza di Cosa nostra che vuole trattare con lo Stato da pari a pari o, al contrario, dello sbandamento allucinato dei boss siciliani.Restano vere le parole del magistrato Crini: “Non si va a Firenze così!”. Una volta GiovanniBrusca, era il 1995, chiese a Matteo Messina Denaro in che modo avessero individuato gli obiettivi delle stragi e lui rispose che li avevano individuati “tramite le guide turistiche”. Brusca aveva quella curiosità perché non aveva mai sentito parlare, prima che si facesse da parte, di Georgofili o attentati simili, e si sentì rispondere proprio così: “Abbiamo deciso così e abbiamo individuato gli obiettivi tramite le guide turistiche, i dépliant”. Anche Gaspare Spatuzza ricorda i dépliant: a Santa Flavia c’erano Graviano, Francesco Tagliavia, Messina Denaro, Francesco Giuliano, Giuseppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, il fido luogotenente di Graviano che lo avvertì dell’incontro. Spatuzza entrò nella villa dalla porta secondaria, Graviano gli disse che dovevano fare un attentato.“Sul tavolo c’erano libri e figure di monumenti, fotografie, ma loro avevano già fatto dei sopralluoghi. Cioè Lo Nigro, Graviano, Tagliavia e Messina Denaro già erano stati lì.”Spatuzza racconta quel che vide. Ammette che “lui era solo un soldato, loro erano i capi”. Non prese parte alla nascita di un’idea. Dice solo che quelli sapevano già dove piazzare le bombe, ma non sa come abbiano deciso o chi glielo abbia suggerito.

Altri posti dedicati al libro di Stefania Limiti

30 novembre 2016

Il rumore della pioggia, di Gigi Paoli

Le prime righe:
Lo schiaffo del vento lo colpì.Poi, fredda e affilata, arrivò la pioggia.E questa sarebbe la città più bella del mondo?L'uomo scosse la testa ed estrasse il piccolo ombrello che spuntava dalla sua valigetta.Alzò lo sguardo.Tutto opaco e grigio. In cielo e in terra. Alle sette e un quarto di quella mattina di novembre, neanche i turisti si facevano vedere in giro.Con quel tempo, poi.Ci mancava pure la pioggia.E quel piccolo, maledetto ombrello non avrebbe mai impedito che i pantaloni, di lì a poco, diventassero fradici.Girò l'angolo sul Ponte Santa Trinità e alzò automaticamente la testa, incrociando lo sguardo muto della statua della Primavera e il suo collo troppo lungo.Te l'avevano staccata la testa, eh, bella signora?, sogghignò ansimando mentre risaliva il ponte, ai cui angoli campeggiavano le statue delle quattro stagioni. Tutti i giorni da più di trent’anni, lui sfilava accanto alla Primavera, ripescata dall’Arno dopo la guerra come le sue sorelle di marmo. Lei, però, fu ritrovata senza testa. Solo anni dopo, quando un pescatore la scoprì per caso nel fiume e la riportò a galla, gliela riattaccarono. Proprio una bella schifezza come trapianto, pensò ...

Chi l'avrebbe mai detto che Firenze, la città più bella del mondo, la città delle opere d'arte, del Rinascimento, in realtà nasconde un'anima nera, gotica e grigia come il cielo in una giornata di pioggia?
Forse chi ci vive, chi ci è nato, la conosce questa anima cattiva, dentro la città, sa che bisogna andare oltre le immagini da cartolina buone per i turisti.
Sicuramente quest'anima cinica, cupa, la conosce bene Carlo Alberto Marchi, giornalista di cronaca giudiziaria del Nuovo Giornale, uno di quei giornalisti che sa muoversi per la città, per le aule del Palazzo di Giustizia, spostato fuori dal centro:
“Per me Firenze era diversa, fors'anche perché, negli anni, ne avevo conosciuto i suoi lati più oscuri. Il Palazzo di Giustizia era una cattedrale gotica di una città gotica”.

E' lui che ci racconta, in prima persona, dell'indagine per l'omicidio di un vecchio commesso di un negozio di antiquariato, Vittorio Stefani, che dopo la morte del proprietario (Loris Stefani) aveva deciso di mandare avanti comunque l'attività.
Siamo in via Maggio, la via degli antiquari, trafficata da turisti nonostante la pioggia battente e piena di telecamere che inquadrano le persone sui marciapiedi.
Eppure, questo sembra un delitto compiuto da un fantasma: il commesso è stato ucciso da 23 coltellate da un assassino che non ha lasciato tracce, che si è dileguato in fretta senza che nessuno l'abbia visto, nemmeno padre Bruno Martelli, l'economo della Curia (i cui uffici erano nello stesso palazzo), il primo a scoprire il cadavere.

Potrebbe essere un omicidio come tanti. Se non ci fossero quei misteri, l'assassino fantasma (come inizia a scrivere la stampa), l'assassino invisibile, le 23 coltellate che fanno pensare ad una vendetta, l'assenza di segni di una colluttazione. E l'interesse dei vertici dei carabinieri affinché il caso sia seguito in prima persona dal nucleo investigativo del reparto operativo, il fiore all'occhiello degli investigatori dell'arma, e dal suo comandante, il tenente colonnello del RONO, Umberto Lion. Che pure lui, come il giornalista Marchi, in quella mattina di un lunedì piovoso, riceve una telefonata sul delitto dal suo generale.

Il Nuovo giornale segue il caso, coi suoi due cronisti, Alessandro Della Robbia, detto l'artista, che segue la cronaca nera e Carlo Alberto Marchi alla giudiziaria (la nera del giorno dopo): li seguiamo mentre sondano i loro contatti nel palazzo di Giustizia, Gotham (come la città avveniristica dei fumetti), nelle forze dell'ordine, nei carabieri e in Questura.
C'è una pista che, partendo da quel negozio e da cimeli religiosi, porta alle messe nere, ad una vecchia inchiesta che aveva coinvolto dei giovani della Firenze bene.
Ma l'indagine dell'anatomopatologo (sul corpo della vittima) da una parte e del Ris (sul cellulare) dall'altra indirizzano l'inchiesta verso una ben specifica direzione: le amicizie disinvolte della vittima, che riportano dentro alla stessa curia ..
Caso risolto?
Forse.
Ma Carlo Alberto Marchi è uno di quei giornalisti che la notizia se la vanno a cercare, che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali che escono “dagli organi di indagine”. Così, partendo da un vecchio caso che aveva coinvolto il vecchio proprietario del negozio, arriva ad imbattersi nella Massoneria:
Certo che lo sapevo cosa fossero le messe nere.Questa città ne aveva viste di storie sull'argomento e ogni volta che ne spuntava una, pensavo che avevo ragione io. Altro che rinascimentale e solare, il Cupolone, l'Arno, ponte Vecchio e tutta quella roba per cui impazzivano i turisti. Questa città era gotica, terribilmente gotica. Le stradine piccole e strette su cui sembravano precipitare quei palazzi enormi, come giganti pronti a muoversi e colpire. Quelle strade che finivano in altre strade, ad angolo, a incrocio, dove vedevi a malapena uno spicchio di cielo, non capivi più nemmeno dove eri. Anche l'acqua era grigia. Come i palazzi, come il vento, come la pioggia.

Scopre, sull'ultima pagina del diario del morto, una misteriosa locuzione latina: «Audi, vide, tace, si vis vivere in pace».
Che significa “ascolta, guarda e stai zitto se vuoi vivere in pace”. Forse una coincidenza, o forse no. Quella frase, nell'ultimo suo giorno di vita terrena.

Così, mentre la pioggia continua a battere la città, rendendo il clima più cupo, Marchi si ritrova a girare in modo frenetico per Firenze, che non è solo la città dei monumenti, Palazzo Pitti, ponte Santa Trinità il palazzo Nonfinito.

Fino al colpo di scena finale.
Camminando a testa bassa, immerso nel bavero alzato del soprabito, mi accorsi solo dopo un po' che mancava qualcosa.Alzai la testa.Ecco cosa mi mancava.Mi mancava il rumore.Il rumore della pioggia.

Il rumore della pioggia è un buon giallo che racconta come funziona il mondo della cronaca giudiziaria: i rapporti che si instaurano tra giornalisti e magistrati, le strade per avere qualche informazioni in più sui casi, sulle inchieste. Sapere con quali magistrati parlare e quali evitare.
Come funzionano le dinamiche tra magistrati e forze dell'ordine e tra le stesse forze dell'ordine (le gelosie tra l'arma e la polizia).

Ma nel racconto c'è spazio anche per raccontare dinamiche e conflitti più familiari: come quelle tra Carlo e Donata, il papà e la figlia undicenne, che deve cresce da solo per la separazione dalla moglie.
Stava crescendo, sotto i miei occhi e io sapevo già che avrei rimpianto tutti quei giorni e tutte quelle sere passate al giornale o in tribunale invece che essere sul divano a guardare X-Factor.

Se è dura infilarsi nelle porte giuste del palazzo gotico dove si svolge il rito della giustizia, è altrettanto duro conciliare il lavoro di reporter con quello di padre: “volevo essere Tutti gli uomini del presidente ed ero finito a fare Mrs. Doubtfire” si trova a pensare il protagonista.
I sensi di colpa per non riuscire a trascorrere più tempo con la figlia da una parte e il senso di responsabilità nei confronti di un mestiere che non si può fare rispettando gli orari d'ufficio, dove l'emorragia dei lettori porta ad avere giornali con meno pagine, meno giornalisti, meno cura nell'informazione.

Attorno, una Firenze che, leggendo le pagine del libro, vien voglia di girare a piedi, anche sotto la pioggia..

La recensione del libro sul sito de La Nazione (di cui Gigi Paoli è capocronista).
La scheda sul sito di Giunti e un estratto dal libro.

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26 maggio 2016

La voragine sull'Arno - un caso politico

Immagino già come si difenderanno (in comune a Firenze, a Roma a Palazzo Chigi, nel giglio magico) dalle accuse di aver mal-gestito la sicurezza nei lavori lungo l'Arno: sono solo speculazioni politiche.
Ma non è colpa nostra se a Firenze, come a Roma, si sono colonizzati i posti pubblici e le poltrone, dando i posti agli amici.
Dalla Manzione che passa dai vigili all'ufficio legislativo nella Presidenza del Cosnsiglio.
Al ministro Boschi che passa da Publiacque al ministero per le riforme.

Davide Vecchi sul FQ del 26 maggio
LA RESPONSABILITÀ della re-te è di Publiacqua. Miriam Amato di Alternativa Libera, ie-ri ha diffuso una foto “da cui si intuisce che il tubo si sarebbe rotto in un punto in cui c'era da tempo una perdita, tanto chesulla spalletta era nata anchela vegetazione”, ha detto la consigliera comunale. Publiacqua fa pagare ai fiorentini una tra le bollette più care d'I-talia, ha rivelato Federconsumatori: 406 euro contro i 100 dei milanesi. Prezzi giustifica-ti con la qualità del servizio. Publiacqua è dal 2009 la “cul la”del renzismo. Presidente nominato dall'allora sindaco Renzi era Erasmo D'Angelis,poi messo a capo della struttura sul dissesto idrogeologico dal Renzi premier, prima diessere insediato come diretto-re dell'Unità dal Renzi segretario del Pd.A D'Angelis, nel 2009, venne affidata una giovane e inesperta Maria Elena Boschi, in-serita per volere del primo cittadino nel consiglio di amministrazione della partecipata.Giusto per citare i più noti passati per Publiacqua. Oggi è gui-data da Filippo Vannoni, altro petalo del Giglio magico. Van-noni è marito di Lucia De Siervo, figlia del presidente della Corte costituzionale Ugo De Siervo e sorella del direttore diRai Trade Luigi, è stata capo di gabinetti poi assessore nella giunta Renzi, direttore della cultura di Palazzo Vecchio etra i fondatori dell'associazione Noi Link creata nel 2007 per finanziare l'attività politi-ca dell'attuale premier su ideadi Marco Carrai. Nel Cda siede anche Carolina Massei, coordinatrice della Leopolda 2013. Chiaro, dunque, come il disastro del Lungarno sia un caso politico. L'opposizione, dal Movimento 5 Stelle a Sel a Fratelli d'Italia, parla di “una città che sprofonda”e chiede al sin-daco di riferire in aula consiliare. Renzi ha inviato Lotti a tentare di limitare i danni adappena due settimane dalle Amministrative, mentre il Pd chiede di “evitare le polemi-che”. Nei corridoi di PalazzoVecchio già gira il nome della vittima sacrificale: l'assessore all'Ambiente, Alessia Bettini, già invisa a Nardella. Ma basterà a camuffare quelle che sembrano soltanto le conseguenze della gestione renzia-na?