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13 agosto 2026

Le stragi sono tutte un mistero di Benedetta Tobagi

 

“Misteri d’Italia” è un marchio di successo. La declinazione oscura del made in Italy appare non meno seducente dell’alta moda e del buon cibo, negli anni in cui trionfano le serie televisive crime, sia fiction sia documentarie, mentre gialli e thrille dominano le classifiche dei libri più venduti. Nel calderone entra di tutto: dal sequestro Moro alla morte di Enrico Mattei, all’omicidio Pasolini, e chi più ne ha più ne metta. Un posto d’onore spetta al racconto delle grandi stragi di terrorismo avvenute tra il 1969 e l’80, i Misteri d’Italia per eccellenza, come le bombe di piazza Fontana, Brescia, Bologna.

Dobbiamo essere grati a ricercatrici (e scrittrici) come Benedetta Tobagi per l’impegno che mettono nel ricostruire, studiare, la storia recente italiana e a volerla raccontare in volumi come questo – uscito per Laterza – una sorta di “cassetta per gli attrezzi” per muoversi con maggiore consapevolezza in quelli che vengono, erroneamente, chiamati, misteri d’Italia.

Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia .. eh, non sapremo mai chi è stato .. è tutto un mistero, sono stati i fascisti, no sono state le Brigate Rosse… c’è stato un grande vecchio dietro la stagione degli anni di piombo (altra formula di successo usata e strausata dal mondo dell’informazione per raccontare gli anni ‘70), il doppio stato..
Benedetta Tobagi ci aiuta a mettere dei punti di fermi sulle stragi avvenute nel nostro paese tra il 1969 e il 1980, ovvero tra la bomba di Milano alla banca dell’Agricoltura e la bomba scoppiata il 2 agosto a Bologna. Nonostante ci siano voluti molti anni, nonostante il fatto che le inchieste spesso abbiano portato a giudizi contrastanti, nonostante l’ostacolo dei depistaggi portati avanti delle stesse istituzioni per bloccare le azioni dei magistrati (uomini dello Stato anche loro), sappiamo molto.

Sappiamo che le bombe le hanno messe le formazioni dell’estrema destra, fascista, godendo di un senso di impunità per le coperture ottenute da apparati dei servizi nazionali e anche oltre oceano.
Parliamo dell’arcipelago nero della destra extra parlamentare, Ordine Nuovo, La Fenice, Ordine nero, Avanguardia nazionale e per ultimi i Nar, Terza posizione: come racconta l’autrice, c’era una forte porosità tra i vari gruppi per lo scambio di armi e per i legami tra loro.
Forte porosità che c’era anche nei confronti del Movimento Sociale italiano: sebbene tutte le inchieste hanno poi portato al proscioglimenti degli esponenti del MSI indagati per le stragi, i rapporti tra esponenti del partito (che funzionava come un ombrello per le garanzie costituzionali dei deputati) e i membri di questi gruppi. Uno tra tutti Pino Rauti, presentato ancora oggi come uno studioso, punto di riferimento per tanti politici di destra – tra cui anche l’attuale presidente del Consiglio – ma anche fondatore del Centro studi Ordine Nuovo, lo stesso di Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia. E di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti responsabili della strage di Milano ma non condannabili per il principio del nostro ordinamento giudiziario, “ne bis in idem”.

Non esistono i misteri dunque, esistono i segreti, gelosamente custoditi in qualche archivio, ben al riparo dalla magistratura “impicciona”, questi magistrati che pensano di voler applicare la legge, o forse solo nella testa di qualcuno dei pochi sopravvissuti di quegli anni.
Come non esistono nemmeno i servizi deviati, poche mele marce su cui scaricare tutte le colpe (i Miceli, i Maletti, i Santovito): sono esistiti uomini dei servizi che hanno dovuto dare fedeltà all’alleanza atlantica e poi, in secondo ordine, anche alla Costituzione.

Ma sono esistiti anche uomini dello Stato che hanno voluto fare luce su quelle stragi, che alla ragione di Stato (abusata) hanno messo davanti la carta costituzionale, la giustizia per le vittime: Tobagi cita, tra i tanti, l’ex generale del Sismi Pasquale Notarnicola, in contrapposizione ai colleghi del Sismi Benedetto Santovito e Francesco Belmonte (condannati per i depistaggi sulla strage di Bologna). Ecco perché non è corretto parlare di “strage di stato” o di “doppio stato” (altre due formule molto in voga quando si parla di stragismo, ma poco corrette). Lo Stato sono stati anche i magistrati di Milano che hanno seguito la pista nera, i giudici di Catanzaro che con mille difficoltà hanno portato alla sbarra politici e uomini dei servizi.

Come mai allora tutta questa confusione, questo parlare di misteri, questo continuo voler intorbidire le acque, quando si parla della storia repubblicana del nostro paese?

Una democrazia forte da i conti con le proprie ombre e le pagine oscure, per denunciarle, per correggerle, farle conoscere, analizzarle, vedere come funziona il nostro presente – e fa tutto questo in modo civile e non violento, per e non contro la Costituzione.
Ecco il punto nodale: non siamo (ancora) una democrazia forte, non avendo voluto e saputo fare i conti con questo passato. Questo vale ancora di più oggi, con questa destra al governo, la destra di Meloni, quella delle radici profonde che non congelano. Radici così profonde da arrivare al movimento sociale e a quell’arcipelago nero con cui sono ben legate.

Ancora deve iniziare a sfogliare il proprio album di famiglia, la destra di Fratelli d’Italia, fare i conti con le proprie origini, con quello che scrivevano sulla democrazia, sulle libertà, sugli strumenti di lotta auspicabili per fermare la deriva comunista in questo paese. Sempre citando l’autrice, Rauti è stato maestro, o cattivo maestro, “anche degli ordinovisti veneti responsabili delle stragi di piazza Fontana e di Brescia”.

In questo saggio c’è spazio anche per raccontare del ruolo dei servizi americani sulle stragi: un ruolo di osservatore non neutrale, per dichiarazioni degli stessi ordinovisti pentiti (pochi ma sufficienti a descrivere quel contesto): i servizi americani sapevano delle attività di Ordine Nuovo (e delle altre sigle) ma non hanno ostacolato le loro azioni.
Come del resto fecero i vertici dei nostri servizi (dentro cui mettiamo anche l’Ufficio Affari Riservati, l’intelligence del Viminale): quelle bombe erano un segnale, uno strumento per condizionare la politica, per spostarne il baricentro politico. Erano gli anni della guerra fredda, si doveva fermare l’avanzata delle sinistre tramite la “guerra non ortodossa”. Come in Grecia col golpe dei colonnelli. Con la violenza, con le bombe, con le stragi.
Bombe di provocazione, in una prima fase, da addossare alle sinistre. Bombe di intimidazione, da Brescia, all’Italicus, fino a Bologna.
Creare terrore per bloccare ogni tentativo di riforma di questo paese, in senso progressista: riforme che poi, sempre grazie all’azione di uomini dello Stato, sono comunque andate in porto. Dalla riforma sulla sanità, allo Statuto dei lavoratori, all’abrogazione della legge sul delitto d’onore..

No, troppo imbarazzante sfogliare questo album, meglio continuare a negare, a portare avanti la storiella dei ragazzi di destra perseguiti per le loro idee da magistrati comunisti. Meglio portare avanti la finta verità della pista palestinese per la strage di Bologna: “e se fossero innocenti” – ripetono ipocritamente da destra ma anche a sinistra, per una ossessione contro certi magistrati comune anche in certa sinistra.

La storia non si fa nei tribunali, ma purtroppo, anche per colpa della classe dirigente (e del contesto geopolitico che abbiamo avuto alle spalle), le sentenze dei tribunali, anche grazie al lavoro degli storici e dei ricercatori, ci hanno raccontato molto della nostra storia, molto di più di quanto hanno fatto i passati governi. Per spiegarci meglio, se non ci fosse stato il prezioso lavoro delle parti civili e dei giudici di Bologna dietro il processo a Bellini e ai mandanti, non sapremmo del coinvolgimento della P2, di Licio Gelli, di pezzi dello stato (il potentissimo prefetto Federico Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati), e della politica (come il senatore missino Tedeschi) per la preparazione della strage alla stazione di Bologna. Una storia che mette in luce le ambiguità dei Nar, del supposto spontaneismo, del vero potere della loggia P2.

La conclusione di questo libro è un invito al lettore a non rassegnarci del tutto al fatto di avere ancora tutta la verità:

.. dobbiamo realisticamente rassegnarci al fatto che non potremo mai sapere tutta la verità sulle stragi, in particolare sui livelli politici e istituzionali che hanno coperto e con ogni probabilità strumentalizzato questi delitti. Ma dobbiamo continuare a scavare e studiare per portare alla luce quanta più verità possibile, senza abbandonarci alla sfiducia o al cinismo.

[..] Spesso sento dire che “lo dobbiamo alle vittime innocenti delle stragi” e di certo loro si meritano tutta la giustizia e la verità che possiamo dar loro; però io credo che lo dobbiamo innanzitutto e soprattutto a noi stessi, ed eventualmente alle generazioni che verranno. Perché le stragi, insieme alle vittime, volevano colpire tutti. Perché dalle macerie lasciate dalle stragi possiamo capire e imparare molto, quanto alla manutenzione e alla maturazione della democrazia, e magari anche svelenire il clima della società in cui viviamo. La strage, alla fine, non è “di Stato” perché, ieri come oggi, lo Stato siamo anche noi, anche – o forse soprattutto -quando i rappresentanti delle istituzioni ci fanno venire da piangere per la rabbia.

Gli altri libri di Benedetta Tobagi dedicati alle stragi avvenute in Italia
Una stella incoronata di buio – la strage di Brescia

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo

Piazza Fontana il processo impossibile


La scheda del libro sul sito di Laterza editore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


07 maggio 2025

Il nero dei giorni di Mario di Vito

Storia del giudice Amato, delle sue indagini e del suo omicidio

Martedì 25 marzo 1980.

L’uomo più solo

1. Il paese è reale

I carabinieri che entrano in campo subito dopo il fischio finale dell’arbitro li hanno visti tutti. Chi non era sugli spalti ha potuto recuperare grazie alle telecamere di 90° minuto. Allo Stadio Olimpico di Roma, sulla pista d’atletica, ci sono un’auto della Guardia di Finanza e un taxi giallo.
Negli spogliatoi degli stadi di mezza Italia intanto arrestano calciatori. Della Lazio, del Perugia, del Milan, dell’Avellino.

Milioni di persone hanno potuto godere dello spettacolo delle manette che scattano attorno ai polsi degli eroi.

Nel crepuscolo della prima Repubblica, cominciato negli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, è successo anche questo: il blitz della Finanza che arresta sul campo i calciatori per l’inchiesta sul calcio scommesse.

Ma quel lontano 1980 è stato anche l’anno di Ustica, della strage di Bologna, delle Olimpiadi a Mosca boicottate dagli Usa come ritorsione per l’invasione dell’Afghanistan.

Sono gli anni in cui vengono uccisi, da terroristi rossi e neri magistrati (Guido Galli, Bachelet, Emilio Alessandrini), presidenti di Regione (Piersanti Mattarella), segretari di partito (Pio La Torre nel 1982). Ma a finire uccisi in questa guerra tra stato e antistato (le magie, l’eversione nera, il terrorismo rosso) ci sono anche persone comuni come Valerio Verbano..

Il 1980 è anche l’anno dell’omicidio di un magistrato della procura di Roma, Mario Amato, ucciso dal NAR (un gruppo terrorista di estrema destra) Gilberto Cavallini assieme al complice Gilberto Cavallini il 23 giugno 1980, pochi giorni prima delle sue vacanze. Ucciso mentre aspettava il bus per poter arrivare in orario nel suo ufficio, perché la procura non gli aveva dato né un auto di servizio e nemmeno una scorta.

Mario Amato era un magistrato solo perché la procura, il suo capo, il procuratore Di Matteo, i suoi colleghi al palazzaccio, l’avevano lasciato solo coi suoi faldoni per le indagini sul terrorismo nero. Molti di questi erano l’eredità di un altro magistrato, Vittorio Occorsio, anche lui ucciso da un militante di estrema destra, Concutelli, nell’estate del 1976.

Mario Amato aveva chiesto di essere affiancato da altri colleghi per poter lavorare in pool (come i colleghi che avevano indagato sul calcio scommesse): perché il carico di lavoro che doveva sostenere era troppo oneroso, perché lavorando da solo era più facile colpirlo. Perché si sentiva di essere diventato un bersaglio da parte di quella rete di protezione che stava attorno ai gruppi neofascisti, non solo a Roma.

Questo sostituto sa di essere a rischio dal momento in cui, poche settimane dopo il suo arrivo a Roma il 30 giugno 1977, il capo Giovanni De Matteo lo ha designato come solo e unico erede dei fascicoli aperti da Vittorio Occorsio, morto ammazzato il 10 luglio 1976.

Aveva capito, lavorando col suo modo meticoloso e preciso, la diversa natura dei terroristi neri: non era figli di operai o di quella classe operaia che volevano emancipare abbattendo il sistema, come le BR. I “neri” erano anche i figli della borghesia, gente cresciuta nei ricordi della repubblica di Salò (buoni ad infestare i sonni della Repubblica nata dalla guerra di Liberazione).

«Va precisato che il terrorismo di destra nasce dalla classe della media e alta borghesia. Le persone che agiscono in tale campo sono figli di professionisti, di colleghi, di imprenditori industriali...»

Questi estremisti neri godevano di una sorta di impunità, primo perché ritenuti meno pericolosi dei “rossi”, poi per quelle protezioni nel mondo dei professionisti, come gli avvocati di grido che li difendono nei pochi processi. Ma anche all’interno della Procura, come scoprirà sulla sua pelle per l’ostilità del collega Antonio Alibrandi (uno che non nascondeva le sue simpatie missine), padre dell’esponente dei Nar Alessandro Alibrandi.

Leggendo delle accuse che gli sono state rivolte, da avvocati ma anche da colleghi, sembra di rivivere un deja vu dei giorni nostri: toga rossa, inventore di un teorema, quello del terrorismo nero

Nel 1980 parlare di «toghe rosse» è qualcosa di molto grave, e di solito lo fa la destra – là dove per destra intendiamo esclusivamente il Movimento sociale italiano

Si difende Mario Amato, come può: per esempio denunciando il clima ostile e le difficoltà nel portare avanti il suo lavoro davanti alla commissione del CSM

«Recentemente ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole creare il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio», argomenta Amato davanti al Csm. Non è una polemica fine a sé stessa, né una polemica funzionale a una qualche battaglia di posizionamento all’interno della procura di Roma. È un grido d’aiuto.

Prosegue Amato: «Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile sia ridurre i rischi propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola. Nonostante, peraltro, le più reiterate e motivate richieste di aiuto, a tutt’oggi, tale aiuto non mi è stato dato».

Una denuncia coraggiosa, perché di fatto mette in discussione la capacità del capo della procura, Di Matteo, nel saper organizzare il lavoro dei suoi sostituti. Una denuncia che non fa che aumentare il clima di ostilità nei suoi confronti.

Ma sarà una denuncia inutile, perché poco prima di partire per le vacanza, il 23 giugno 1980, verrà ucciso dai NAR: Ciavardini e Cavallini, come si è detto, e poi Mambro, i fratelli Fioravanti. Ragazzi di buona famiglia, cresciuti dentro le formazioni giovanili del movimento sociale, che giocavano alla rivoluzione prendendo le distanze dalle vecchie formazioni fasciste ritenute complici di quel sistema che volevano distruggere.
Della morte di Amato è diventata famosa una foto scattata da un cronista accorso sul luogo del delitto poco dopo i colpi:

Scatta una foto che diventerà famosissima per un dettaglio. Sotto la scarpa sinistra del giudice c’è un buco malamente rattoppato. Un buco che significa 600 fascicoli aperti in ufficio, e una sconfinata solitudine nell’affrontarli.

Questo era Mario Amato, il magistrato che, stancamente verrebbe voglia di dire, viene ricordato ogni anno usando le stesse parole di circostanza, che ci sia una giunta di destra di sinistra o altro.
Ma perché è stato ucciso quel magistrato? C’è un dettaglio che può raccontarci molto delle indagini di Amato e di quello che stava scoprendo sulle formazioni neofasciste e su chi gli stava dietro:

.. lo stesso Csm ha riportato in un volume pubblicato nel 2011 sulla storia dei tanti magistrati uccisi nell’Italia repubblicana: «Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi».

Ecco, la seconda parte del saggio di Mario Di Vito cerca di spiegare questa “verità d’assieme” che mette assieme tutto legando assieme i NAR, i fascisti della generazione precedente ritenuti collusi col sistema e coi servizi (parliamo di Ordine Nuovo, quelli delle bombe di Milano e Brescia e di Avanguardia Nazionale), la P2, pezzi deviati dello stato fino ad arrivare alla soglia del movimento sociale, il partito che praticava l’ordine e la sicurezza di giorno per poi praticare la violenza di notte.

A questa verità d’assieme si può arrivare mettendo assieme tutti i pezzi di questo enorme puzzle di cui però ci mancano alcune tessere: i vari filoni dell’inchiesta sulla strage di Bologna, i rapporti dei Nar e in particolare di Valerio Fioravanti con Paolo Signorelli, il professore, fondatore di Ordine Nuovo ed esponente del MSI, indagato più volte in vari episodi della strategia della tensione e uscito sempre assolto.

Il famoso documento “Bologna” trovato nelle disponibilità di Gelli dove si scopre del finanziamento dal venerabile ai Nar per preparare la strage (così dicono i giudici nelle sentenze) passando per l’Ambrosiano di Calvi.

Come a dire, nonostante il passare degli anni e delle sigle della galassia neofascista, il substrato ideologico era sempre lo stesso, attaccare lo stato democratico, le istituzioni.

Cosa ci manca per arrivare a questa verità d’assieme, per arrivare ad una verità completa sulle stragi fasciste? Nonostante le sentenze parlino chiaro, la strage di Bologna, come quelle di Milano e Brescia, sono stragi di stato con manovalanza fascista (con molta onestà intellettuale Mario Di Vito riporta i tanti dubbi rimasti sulla colpevolezza dei Nar nonostante le sentenze).

.. fascisti, criminali, uomini dello Stato, politici, finanzieri. C’era già tutto nel 1980

Ma non possiamo fermarci alle singole sentenze che pure raccontano tanto:

La storia del terrore nero, in Italia, in fondo è tutta così: la verità esce a pezzi, le sentenze non solo non riescono a fare giustizia, ma spesso nemmeno a spiegare cosa sia successo.

Soprattutto dall’ultima strage, quella di Bologna, si ha l’impressione – racconta l’autore – che più che depistare le indagini, si sia voluto “impistare” le indagini per i NAR, senza però cercare i fili che portano più in alto. Fino al cuore dello stato.

Spiega ancora l’autore:

la «visione d’assieme» ipotizzata da Amato nel 1980 è un complesso reticolo di conoscenze, amicizie, vicinanze che resistono alla prova del tempo.

E questi fili, queste relazioni sono vive ancora oggi e portano al partito di governo, che ha ancora la fiamma del movimento sociale nel suo simbolo.

Il partito che oggi parla di pacificazione ma che di fatto vuole solo arrivare alla parificazione tra fascisti e antifascisti, che porta avanti l’idea che i ragazzi neri erano giovani che lottavano per i loro ideali.

Lo sdoganamento di Almirante, l’ostinazione nel non dichiararsi antifascisti, l’uso strumentale delle celebrazioni per i “loro” morti, come Ramelli, una ragazzo ucciso da altri ragazzi dell’autonomia che lo vedevano come un nemico, non come uno di loro.

A Bologna noi non c’eravamo, scrivono sui social gli esponenti di fratelli d’Italia, chiedono una commissione di inchiesta sulla violenza politica tra gli anni 1970 e 1984, tenendo fuori la strage di piazza Fontana, i delitti dei NAR, le complicità con lo stato, i fili neri che arrivano fino all’uscio delle sedi del MSI. La morte di Mario Amato. Di tutto questo non si deve parlare.

Parlano di pacificazione ma intendono revisionismo della storia recente.

Nel discorso tenuto per la vittoria alle elezioni del settembre 2022 – tenuto all’Hotel Pollio, lo stesso dell’evento organizzato dagli stati maggiori e dal Sifar, dove per la prima volta si parlò della lotta al comunismo da fermare a qualunque costo, gettando le basi della strategia della tensione – la presidente Meloni ha parlato di “riscatto per quei giovani che non ci sono più e che meritavano di vedere questa nottata”.

Parole che l’autore commenta così a fine libro:

“Le abbiamo incontrate queste persone che non ci sono più. E abbiamo visto questa nottata. Il nero dei nostri giorni più bui.”

La scheda del libro sul sito di Laterza, un estratto del primo capitolo e l’indice del libro
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03 agosto 2024

Le colpe storiche dell'estrema destra in Italia

Le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione delle vittime della strage fascista di Bologna portano dritto alle responsabilità politiche di questa destra che, non potendosi difendere nei fatti (avendo sempre difeso i Nar, sostenendo le piste alternative per Bologna, nonostante la loro infondatezza), attacca Bolognesi colpevole di voler strumentalizzare la storia di Bologna.

Eppure sulle responsabilità di questa destra non si scappa: leggetevi "La ragazza di Gladio" di Paolo Biondani, che mette assieme tutte le stragi nere, da Milano a Brescia (soprattutto), fino a Peteano e Bologna, 2 agosto 1980

In Italia non esiste il concetto di responsabilità politica. Assoluzione con qualsiasi motivazione (tanto le sentenze non le legge quasi nessuno) fa sempre linea con beatificazione. 

Anche la responsabilità giudiziaria è relativa: le condanne si possono far dimenticare o comunque contestare a oltranza, come nel caso della strage di Bologna. La trama nera del terrorismo di destra diventa così una storia tutta sommata edificante, dove il dottor Maggi e pochi altri sono gli stragisti; l'onorevole Rauti é il capocorrente distratto, che non si accorge di avere i terroristi in sede, magari un po' convivente, ma non complice; Almirante è il grande leader, lo statista che espulso gli estremisti violenti. Ma a sparigliare il gioco delle mezze verità è ancora una volta l'istruttoria sulla strage di Peteano.

Nel processo per la strage di Peteano, Almirante fu rinviato a giudizio per favoreggiamento della latitanza di un terrorista Cicuttini, si salvò dopo un'iniziale condanna, solo grazie ad una amnistia.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

20 giugno 2024

La ragazza di Gladio di Paolo Biondani

 


Prefazione di Benedetta Tobagi

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace come bussola per addentrarsi nel labirinto dello stragismo, Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Dalle soffitte di Castelfranco Veneto [il deposito delle armi di Ventura, esponente di Ordine Nuovo, tra i responsabili della strage di Milano, assolto nei processi] a quelle in Toscana [come il deposito nell’appartamento del capocentro del Sid Mannucci Benincasa], ai loculi interrati – e violati – dei cosidetti «Nasco»di Gladio in Friuli, ricostruisce la trama fitta e talvolta sorprendente che segue in filigrana quella dei cosiddetti «misteri d’Italia», che poi misteri non sono affatto.

Un libro prezioso, questo La ragazza di Gladio del giornalista Paolo Biondani, per comprendere quella parte della nostra storia che viene generalmente racchiusa nella definizione “anni di piombo”, il periodo che va dalla strage di Milano del 12 dicembre 1969 e che arriva fino al dicembre del 1984 con la bomba fatta esplodere sul rapido 904, la “strage di Natale”. Gli anni delle delle bombe fatte esplodere nelle piazze, come a Brescia il 28 maggio 1974, nelle stazioni, come a Bologna il 2 agosto 1980, sui treni come a Gioia Tauro, sul treno Italicus. Attentati caratterizzati da fattori comuni: prima di tutto i depistaggi organizzati da uomini dello stato (dai servizi militari, dagli stessi investigatori) che hanno reso difficile l’individuazione dei responsabili e arrivare a sentenze di condanna. Poi quella che viene considerata la matrice: sono tutti attentati realizzati da estremisti di destra, di quell’arcipelago nero a destra (e contigui) al Movimento Sociale, con l’obiettivo di creare terrore, alzare il livello di tensione in un paese che, a fine anni sessanta, voleva togliersi di dosso finalmente tutto il vecchiume che arrivava dal regime fascista. Sono gli anni in cui si saldano le proteste degli operai per l’autunno caldo con quelle degli studenti. Sono gli anni in cui si teorizza l’uso delle operazioni coperte, operazioni sporche, per ostacolare l’avanzata delle sinistre, per bloccare il baricentro politico di questo paese attorno al polo di centro destra, col partito della Democrazia Cristiana bloccato al governo. Tutto questo è stato tradotto, prendendo a prestito una formula usata da un quotidiano inglese nei giorni successivi la strage di Milano come “strategia della tensione”: infiltrarsi nei gruppo di protesta della sinistra, alzare il livello dello scontro, organizzare attentati da far addossare alle sinistre, agli anarchici.

Paolo Biondani ha avuto il pregio, in questo romanzo, di raccontare tutto questo usando un linguaggio comprensibile e chiaro, non sono presenti citazioni da atti della magistratura, se non indispensabili al racconto ma, come spiega l’autore nel primo capitolo, qui dentro troverete atti e ricostruzioni che sono state ritenute vere dai giudici

Premessa Questo non è un romanzo. È un libro che racconta solo fatti certi, documentati e comprovati da sentenze inoppugnabili.
E le sentenze, a saperle leggere, mettendole assieme cercando di legarle assieme seguendo un unico filo, parlano: “non è vero che le stragi sono un mistero. C’è un minimo di verità giudiziaria che i cittadini hanno diritto di conoscere”.
Vi assicuro che è assolutamente così: smettiamo di parlare di misteri d’Italia, è vero che non sappiamo ancora tutto sui responsabili delle stragi (a livello politico, intendo, ma poi ci arriveremo), ma sappiamo già molto e tutto questo ci è di aiuto per comprendere la nostra storia di ieri.
E, come spiegherà l’autore negli ultimi due capitoli, anche la storia di oggi, dove troviamo al governo gli eredi di quel partito fondato nel 1946 da ex repubblichini di Salò.
Biondani ha la felice intuizione di raccontare tutto
questo seguendo due tracce abbastanza inedite: la prima è la testimonianza importante di una ragazza che è stata testimone dei preparativi della strage di Brescia del 1974. La seconda è la storia dei depositi delle armi, i Nasco, ad uso della rete di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, concepita in ambito Nato a fine anni 50, che doveva attivarsi in caso di invasione dell’esercito del patto di Varsavia.

La ragazza di Gladio

«la ragazza di Gladio» del titolo è una testimone chiave di un nuovo processo sulla strage di Brescia che si è aperto nel 2024.

Stiamo parlando della fidanzata di Silvio Ferrari, il ragazzo morto mentre preparava un attentato, forse addirittura ucciso dai suoi camerati, era un esponente di Ordine Nuovo (la formazione politica nata da una scissione del Movimento Sociale), che non si fidavano più di lui.
Ai magistrati di Brescia, che oggi stanno celebrando il processo su altri responsabili della strage di Piazza della Loggia e sui livelli superiori ha raccontato una verità incredibile: gli incontri tra questi neofascisti e uomini dello stato in una caserma dei carabinieri a Verona. Incontri in cui esponenti di ordine nuovo e carabinieri, tra cui il capo centro del sid di Verona e il capitano Delfino, parlavano di bombe, di attentati, di violenza.
Tutto il racconto fatto dalla ragazza è stato riscontrato dai magistrati, compresi gli incontri fatti da questi ragazzi appena maggiorenni nella base Nato di Verona dove venivano accolti, oltre che dal capitano Delfino, da un ufficiale americano. Le parole della ragazza di Gladio cambiano completamente il racconto fatto fino ad oggi delle stragi: i fascisti vengono relegati a mera manovalanza, forse qualcuno di loro veramente pensava che si sarebbe arrivato ad una dittatura in Italia, come in Grecia. Ma erano solo pedine nelle mani di pupari ben più abili: alzando lo sguardo verso i livelli più alti, possiamo includere tra i manovratori di questa strategia terroristica ed eversiva pezzi dei servizi, ufficiali Nato e ufficiali dello Stato Maggiore fino ad arrivare ai referenti politici e a quegli imprenditori che li finanziavano.
Tutti questi avrebbero dovuti essere portati a processo per le loro colpe, a partire dagli ufficiali del Sid e poi del Sismi che erano venuti a conoscenza delle stragi, per esempio grazie a quanto raccontava loro Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, ma vale lo stesso per Bologna, per Peteano, per i presunti assassini “spontaneisti” dei Nar (l’intelligence dell’esercito sapeva del furto di bombe a mano di Fioravanti, armi usate in successivi attentati). Informazioni mai condivise con l’autorità giudiziaria.

Ma sarebbe alquanto difficile: non siamo riusciti a condannare tutti i fascisti responsabili di quelle bombe allora, figuriamoci cosa potremmo fare oggi dove molti dei protagonisti di queste vicende o sono molto anziani o sono morti.

Nemmeno il colonnello Amos Spiazzi, reo confesso dell’essere appartenuto ad una struttura segreta che organizzava attività illegali anticomuniste: su di lui scrive Biondani “ci vogliono giudici veramente eccezionali per assolvere uno che ha confessato”.

Dovremmo allora avere il coraggio di riscrivere la nostra storia recente, ma non nel senso innocentista come vorrebbe l’attuale maggioranza di destra, ma iniziare veramente a raccontare al paese, non solo alle vittime delle stragi, del doppio stato, della doppia fedeltà di molti uomini delle istituzioni, dei tanti compromessi che abbiamo accettati in nome di Yalta, del mondo diviso in blocchi, della ragione di stato.

I Nasco – violati – di Gladio

I Nasco dovevano essere strutture nascoste dove nascondere armi ed esplosivi, tenuti in involucri sigillati, da usare in caso di invasione dall’altro fronte del blocco.
Chi avrebbe dovuto usare queste armi erano militari e civili dentro Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, una struttura così nascosta da non essere rivelata nemmeno a tutti i presidenti del Consiglio.
Gli italiani ne sono venuti a conoscenza dopo che il presidente Andreotti ne diede notizia , in due comunicazioni alla commissione stragi e alle camere, nel 1990
(dopo il crollo del muro): ma a costringere l’allora presidente a parlare di Gladio furono le inchieste di Venezia che finalmente avevano portato a galla una verità diversa. Gladio era una struttura a due volti: c’era un volto ufficiale, sebbene tenuto nascosto, ma c’era anche un volto segreto e molto più pericoloso.
I gladiatori e, soprattutto, i depositi di armi, furono usati nelle operazioni sporche durante la “strategia della tensione”: come racconta Biondani, molti Nasco furono violati da mani ignote che prelevarono parti di micce ed esplosivi poi usati in attentati.
Dopo che, casualmente, uno di questi arsenali venne scoperto, ad Aurisina, i servizi iniziarono a trasferire le armi nei depositi delle caserme dei carabinieri o in case di civili: sono quei famosi depositi di armi militari scoperti a volte casualmente a volte nel corso di indagini, in cui i proprietari si sono difesi sostenendo di essere collezionisti. E arrivando perfino ad essere creduti dalle corti.
La bomba che uccise i tre carabinieri a Peteano, nel 1972, era stata innescata da un accenditore a strappo, proveniente proprio da un Nasco di Gladio, come racconta l’allora giudice Felice Casson: «Per la bomba di Peteano i terroristi di Ordine nuovo hanno usato un innesco uscito illegalmente da un arsenale di Gladio»..
La strage di Peteano ci è utile per chiarire tutto il disegno: carabinieri erano i tre morti, come carabinieri erano gli ufficiali che hanno depistato le indagini

Dal processo emerge che gli ufficiali erano stati manovrati da un generale molto potente e molto reazionario, Giovanni Battista Palumbo [..] una quinta colonna della P2 all’interno dell’Arma.
Ma c’è di peggio: la macchina saltata in aria a Peteano era stata colpita da proiettili sparati da una calibro 22. Quella pistola, hanno ricostruito le indagini, porta direttamente a due ordinovisti: il primo si chiama Vincenzo Vinciguerra, dopo anni da latitante ha deciso di consegnarsi allo stato per raccontare delle trame nere di Ordine Nuovo, orchestrate dalla P2 di Licio Gelli.
L’altro ordinovista
si chiama Carlo Cicuttini ed era segretario del movimento sociale, che lo aiutò ad espatriare e sfuggire dalla giustizia.

Ma ancora meglio, per raccontare in filigrana queste trame, meno oscure di quanto si pensi, è la bomba alla stazione di Bologna: in questa storia troviamo tutti i protagonisti negativi questa storia, dai terroristi neri, i finti spontaneisti neri dei Nar, Mambro e Fioravanti, e la loggia P2 di Gelli, che a fine anni settanta controllava un pezzo dell’editoria, parte della finanza, i vertici dei servizi e delle forze armate. Le ultime indagini, nate in questi anni dalla scoperta del documento Bologna sequestrato a Gelli in Svizzera e rimasto colpevolmente nel cassetto per anni, gettano una nuova luce sugli organizzatori della strage (perché su chi ha messo la bomba dubbi non ce ne sono):

Perché Licio Gelli, che nel 1980 aveva in mano tutti i servizi segreti, si espone personalmente per fermare le indagini sui giovani spontaneisti armati romani? La spiegazione secondo i magistrati della procura generale di Bologna è chiara: perché era stato proprio il capo della P2 pianificare la strage e a pagare quei terroristi.
Gelli ha finanziato i Nar sin dal 1979 per questa strage, per depistare le indagini ha coinvolto direttamente i suoi referenti nel Sismi (e bloccato le indagini del Sisde, il servizio interno appena nato), orchestrando per tramite del giornalista Tedeschi una campagna stampa a sostegno della pista straniera, quella che oggi chiameremo fake news.
Ma di fake news, di despistaggi, è piena la nostra storia: dalla finta pista anarchica costruita dall’ufficio affari riservati per piazza Fontana, alla finta pista che incolpava i fratelli Papa per la bomba di Brescia, per arrivare al finto anarchico Bertoli per la bomba alla questura di Milano. Fino ad arrivare al finto pentito Scarantino, costruito e istruito dalla squadra di La Barbera per spostare le indagini sulla strage di via D’Amelio, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Ma cosa c’entrano le stragi di mafia con le stragi fasciste degli anni di piombo?

La responsabilità politica di quelle stragi - oggi

Se i primi capitoli sono preziosi perché aiutano a comprendere i fatti, le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1984, altrettanto importanti sono gli ultimi capitoli, per un duplice motivo: prima di tutto perché raccontano parti della nostra storia sufficientemente recente, che non abbiamo ancora del tutto dimenticato.

Parlo delle stragi di mafia avvenute tra il 1992 e il 1993, la morte dei giudici Falcone e Borsellino, le bombe che colpirono i luoghi d’arte, l’essere arrivati ad un passo da un colpo di stato.
La nascita della seconda repubblica.

Il secondo motivo è perché si parla della responsabilità politica di quanto successo in Italia: oggi in Italia siamo abituati a contestare le sentenze della magistratura (cosa legittima, se si contesta partendo da motivazioni oggettive), figuriamo se a livello politico c’è la volontà di assumersi delle responsabilità politiche, specie su fatti particolarmente infamanti.
Ma ancora una volta sono i fatti a parlare: oggi si parla di stragi fasciste, delegando le colpe ai soli esponenti di ordine nuovo, come se questo fosse un movimento a sé stante.

Scrive Biondani:

..le stesse sentenze definitive fanno notare che ordine nuovo non era un'organizzazione occulta era una corrente del movimento sociale Italiano. Le brigate Rosse, prima linea e le altre bande criminali terroristi di sinistra erano gruppi armati clandestini che agivano segretamente fuori e contro tutti i partiti rappresentanti in Parlamento a cominciare dal PC di Berlinguer, che loro accusavano di aver tradito il comunismo.
Il terrorismo nero invece è nato dentro
il partito ufficiale della destra italiana. I suoi leader migliori [Almirante] se ne sono resi conto purtroppo solo tra il 1973 e il 1974 dopo cinque anni di bombe sui treni e nelle piazze e i loro eredi non ne parlano.
Nel libro vengono citate le storie del senatore Abbatangelo, coinvolto nell’inchiesta sulla strage del rapido 904, di Carlo Cicuttini per Peteano, di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, quest’ultimo dirigente del MSI fino al 1973.
Non è un anno casuale, il 1973, è l’anno dove a Milano, in un corteo del movimento sociale viene lanciata una bomba a mano contro un agente di polizia, Antonio Marino, che muore per l’esplosione. I militanti missini avevano pronte delle finte tessere del pci, che sarebbero servite per addossare le colpe alla sinistra.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

Il famoso album di famiglia andrebbe sfogliato anche a destra dunque: finché non lo faremo, continuerà a mancare un pezzo di verità al racconto della nostra storia. Un pezzo di verità che le istituzioni di questo paese, di qualunque colore, devono avere il coraggio di andare a ricercare e raccontare e questo vale per la bomba scoppiata in piazza della Loggia fino alle bombe che sono scoppiate nel nostro paese nel biennio dello stragismo mafioso 1992-93: tante analogie le legano le une alle altre, troppe.

La campagna di attentati sanguinari che ha colpito le nostre città tra la fine del 1992 e l'inizio del 1994, nei mesi che hanno cambiato il sistema di potere in Italia, nascondeva una nuova strategia della tensione.

In questa trama c'è un disegno di stampo terroristico, sicuramente organizzato ed eseguito dai boss di cosa nostra. Ma probabilmente non è solo mafia.

Altri articoli sul libro

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

- La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

- La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari

- La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


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04 aprile 2023

Report – ombre nere

Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, esponente del mondo anarchico, sta suscitando le proteste dei movimenti, ha creato le polemiche in parlamento sul 41 bis: ma per quali reati era in carcere? Per un attentato ad un manager di Ansaldo, che lo portò in carcere, dove successivamente venne accusato di un attentato ad una caserma dei carabinieri. L’attentato, fatto con 500gr di polvere pirica, lasciato in bidoni dell’immondizia, non causò vittime: la Cassazione lo ha ritenuto colpevole di attentato allo sicurezza dello Stato, un reato mai applicato né a Bologna né a Capaci.

Cospito in carcere ha continuato a mandare lettere per incentivare la lotta e la rivoluzione: la procura di Perugia lo ha ritenuta una aggravante, decidendo di mandarlo al 41 bis.
Cospito è un criminale peggiore di Riina, dei fascisti di Ordine Nuovo? Il ministro della giustizia ha ignorato la relazione della procura antimafia, scegliendo di non togliere Cospito dal 41 bis, come invece ritiene la procura generale di Torino.
Ma dubbi sul 41 bis sono venuti anche all’ex giudice Zagrebelsky: l’anarchia è un movimento ideale che rifugge dalle strutture organizzate come la mafia, racconta a Report, non si deve mostrare il volto arcigno dello stato.

Ma il 41 bis non è stato applicato bene, alla fine:la protesta di Cospito ha creato del proselitismo, potrebbe diventare un profeta e un simbolo del mondo anarchico.
La sicurezza della collettività del nostro paese è messa a rischio dalla fine del 41 bis a Cospito?
Paradossalmente sta diventando un simbolo aggregante per gli anarchici, la sua protesta potrebbe poi portare ad una riforma del provvedimento stesso.
Perché Cospito col suo sciopero della fame sta premendo per porre fine al 41 bis anche per i boss mafiosi, criminali di ben altro spessore.
Cospito si è incontrato con boss mafiosi in carcere: lo ha fatto sapere al paese il parlamentare Donzelli rivelando alla Camera stralci di conversazioni dell’anarchico con boss mafiosi, “non mollare, nel caso anche noi faremo lo sciopero della fame” – si legge in queste conversazioni, “questa miccia non deve essere spenta” racconta un boss della Camorra.
Curioso che Cospito sia stato messo al 41 bis assieme a questi criminali, il 24 dicembre 2022, su indicazione del direttore del carcere e del Gom. Altro mistero è come Donzelli sia venuto a conoscenza di questo dossier, con conversazioni riservate: Giorgio Mottola ne ha chiesto conto al deputato stesso “Per una forma di rispetto nei confronti di più realtà istituzionali non sto parlando da un mese dunque non parlerò nemmeno con lei”.

Non è vero che tutti i parlamentari potevano avere accesso a queste informazioni, come ha detto Donzelli che ha pure minacciato il giornalista: “stia attendo a quello che dice perché un giorno io potrei decidere di fare delle querele..”.
Nonostante la puerile arrampicata sugli specchi, la realtà dei fatti è che diversi deputati abbiano chiesto l’accesso a quegli atti sentendosi rispondere che erano atti riservati.

Il deputato Angelo Bonelli ha chiesto copia della relazione della polizia penitenziaria sventolati da Donzelli: ma il ministero ha risposto che sono riservati, evidentemente non per Donzelli.
Il carcere duro dovrebbe bloccare verso l’esterno le strategie criminali, come ad esempio la strategia dei boss criminali di appoggiare la protesta di Cospito: era una informazione sensibile, Donzelli ha vanificato lo spirito del 41 bis con le sue dichiarazioni pubbliche.


Nordio nel passato si era dichiarato contrario al 41 bis, peggio della castrazione chimica. Eppure il boss Graviano, accusati di essere responsabili delle stragi di via D’Amelio, di Firenze e di Roma, in carcere è riuscito pure a concepire il figlio.
Una volta il carcere per i mafiosi era come una villeggiatura, i tempi del grand Hotel l’Ucciardone: poi sono arrivare le stragi del 1992 e la “pacchia” finì, col sangue di Borsellino e Falcone.

I boss furono trasferiti nei supercarceri come l’Asinara e Pianosa, fu introdotto il 41 bis, fucina di nuovi pentiti: questo era stato pensato da Falcone per isolare i capimafia mentre erano in carcere.
Questo mina il potere criminale del boss nell’organizzazione, il carcere è un momento in cui il mafioso non è più in condizioni di porre in atto il suo potere: il detenuto può fare un incontro al mese, può socializzare con altri detenuti nell’ora di socialità.
Ma i boss della mafia hanno approfittato di ogni falla, sin dai primi anni della sua applicazione: per esempio i principali boss finiti nelle supercareri facevano un 41 bis part time, tanto i fratelli Graviano in carcere hanno concepito un figlio con le rispettive mogli, “l’ho nascosta tra i vestiti.. tremavo”: non si può non pensare a delle coperture da parte dello Stato nei confronti dei Graviano.

Nel 1998 i boss sono spostati da Pianosa e Asinara, venne introdotta la video conferenza per evitare gli spostamenti: ma i detenuti del 41 bis trovano altri espedienti, come i problemi sanitari.
Oppure tramite i corsi universitari e gli esami: al 41 bis c’è la più alta concentrazione di detenuti iscritti all’università.

Controllando i libretti universitari dei detenuti al 41 bis Report ha scoperto che quest’ultimi hanno la più alta percentuale di iscrizione all’università, i boss costretti al carcere duro hanno anche i volti più alti. Per esempio Pietro Aglieri, killer dei corleonesi è iscritto a lettere e ha conseguito tutti 30 e 30 e lode. Anche i Graviano si sono distinti: Filippo in Economia ha preso 30 a quasi tutti gli esami e si è laureato con 110 e lode, Giuseppe iscritto a Scienze ha voti eccellenti perfino in fisica, una delle materie più ostiche agli studenti. Una delle note stonate è il figlio di Totò Riina, Giovanni, iscritto a giurisprudenza dal 2015 ma ha dato un solo esame.

La verifica è stata fatta da Sebastiano Ardita direttore del DAP fino al 2011: “da una verifica ci siamo accorti che nessun detenuto era mai stato rimandato in alcuna materia all’università.. è un dato obiettivamente un po’ anomalo. Io mi sono laureato in 4 anni ma una volta sono stato rimandato in una materia.”

Molti boss hanno dato indicazioni al clan anche dal 41 bis: hanno usato i colloqui coi familiari e con gli avvocati. Ci sono stati casi di avvocati che hanno assistito “tanti” detenuti, come emerso dal censimento del DAP: due avvocati in particolare ne assistono almeno cento, secondo questa relazione nuovamente effettuata dalla relazione antimafia.

Il record lo detiene l’avvocata Farina de l’Aquila: difende boss come Madonia, Guttadauro e i Graviano, in totale arriva a 108 mafiosi sotto la sua difesa.
Il difensore dovrebbe rifiutare di riportare i messaggi di un detenuto al 41 bis ad altri detenuti: l’avvocato difensore può incontrare i detenuti anche se questi non possono incontrare i familiari.

La dottoressa Farina rassicura, non mi è mai stato chiesto di portare informazioni ad altri detenuti, “io non saluto proprio nessuno”: è anomalo, sebbene non sia vietato, difendere tutti questi mafiosi, oltre che pericolosi.

Avere un buon curriculum universitario non da benefici a meno che i detenuti non siano spostati ad un regime di semilibertà, ovvero se il governo e il parlamento decidessero di abolire il regime di 41 bis. Anche ai boss che non si sono mai pentiti nemmeno dissociati, come il boss Marcello Viola, responsabile di più omicidi.

Nel 2016 Filippo Graviano viene chiamato a testimoniare al processo per la trattativa stato mafia: prima di parlare, in una intercettazione in carcere Graviano parla con un altro mafioso, Adinolfi, dicendo di aspettare una sentenza dall’Europa, che avrebbe messo fine al 41 bis, dunque perché pentirsi?
La Corte di Strasburgo nel 2019 ha accolto il ricorso del boss Marcello Viola, boss della ndrangheta: la pena dell’ergastolo ostativo era di intralcio alla valutazione del comportamento del mafioso in carcere. Mettere un mafioso di fronte al bivio, pentiti oppure rimani al 41 bis, è una violazione dei diritti dell’uomo (Marcello viola si è sempre dichiarato innocente, nonostante sia stato riconosciuto ispiratore degli omicidi della faida di Taurianova).
Lo Stato italiano avrebbe negato a Viola la possibilità di dimostrare di non essere mafioso: ma secondo i magistrati i collegamenti tra questo boss e l’organizzazione sono rimasti, nonostante tutti questi anno, i giudici di Strasburgo avrebbero potuto controllare le sentenze e le relazioni dei colleghi italiani. Ma la corte europea non ha interpellato i giudici italiani, consentendo anche ai boss mafiosi di uscire dal carcere anche senza alcuna collaborazione.
Il governo Draghi ha approvato una riforma dell’ergastolo ostativo, per cui anche i mafiosi che non hanno collaborato potranno ricevere i benefici della legge, uscendo dal carcere: significa sputare in carcere a Falcone a Borsellino racconta uno dei primi pentiti della mafia, Gaspare Mutolo.
Si completa il papello di Riina, dopo tanti anni.

Grazie alla riforma Cartabia i detenuti possono essere scarcerati grazie ai tribunali di Sorveglianza, 29 tribunali sparsi sul territorio che spesso prendono decisioni l’uno in contraddizione con gli altri.
Col risultato che a far l’ago dalla bilancia sarà il comportamento del detenuto, se partecipa a qualche cooperativa per attività lavorative. Come le cooperative di Massimo Ciavardini.

Ciavardini è risultato colpevole della strage di Bologna, nel 2009 in carcere fonda l’associazione “Gruppo Idee”, che oggi è una delle più importanti nelle carceri.
Il gruppo ide
e a Rebibbia distribuisce un giornale “Dietro i cancelli”, che per un certo periodo ha avuto come direttore l’ex presidente Cuffaro, mentre oggi è diretto da Federico Vespa, figlio del giornalista Rai.
Vespa figlio è molto amico di Ciavardini, lo ha difeso con un post, come anche ha preso a cuore le condizioni in carcere di Cuffaro: in una intercettazione si sente dire Vespa jr alla moglie di Cuffaro che l’avrebbe aiutata a portare dei fogli in carcere al marito “Le metto dentro… un modo si trova sempre. Io ho l’articolo 17, quindi non mi fanno molte storie se entro con un quaderno”.


Lo scorso anno le due cooperative di Ciavardini hanno fatturato quasi 2 ml di euro, lui gira su un Suv da 55 mila euro: una di queste è la AGM che ha come dirigente anche il vice garante dei detenuti del Lazio, una situazione da potenziale conflitto di interesse.

L’altra cooperativa è la Essegi2012, dentro cui siede la moglie De Angelis: come il marito, nemmeno la moglie ha accettato di rispondere alle domande di report.
Gilberto Cavallini è un altro NAR (pure lui condannato per la strage di Bologna) che è uscito dal carcere grazie all’aiuto della Essegi2012, perché ha ottenuto un lavoro grazie a questa cooperativa nel 2017.
Nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso la semilibertà a Cavallini perché lavora come operaio presso l’ufficio commerciale della EsseGi2012, che ha sede presso l’associazione “Gruppo Idee” di Terni.
L’associazione di Ciavardini presso i tribunali di sorveglianza gode di buona reputazione, d’altronde le sue iniziative in carcere si fregiano del patrocinio ufficiale del Coni che nel 2016 ha tenuto a battesimo il progetto della squadra di rugby dei “Bisonti
composta da detenuti del carcere di Frosinone: alla presentazione del progetto era presente Germana De Angelis moglie di Luigi Ciavardini, pure lui presente nelle seconde file. Al tavolo dei relatori era seduto Claudio Barbaro, ex parlamentare di FDI e attuale sottosegretario all’ambiente: Barbaro – racconta il servizio di Mottola – sembra aver un rapporto molto stretto con Ciavardini: “Luigi Ciavardini è .. questa è una domanda che non è oggetto dell’incontro di oggi” così Barbaro ha provato a scansare la domanda del giornalista “è un fatto che risale a tanti anni fa e basta.”

Claudio Barbaro è anche presidente dell’associazione un tempo organica al MSI, l’ASI, associazione sportiva nazionale: in qualità di presidente dell’ASI nel 2009 ha fatto ottenere la semilibertà a Ciavardini assumendolo come operaio qualificato (preso l’ASI) e lo ha poi nominato come responsabile per attività in carcere per l’associazione, incarico che ricopre ancora oggi.
Il sottosegretario non ha voluto commentare o rispondere ad altre domande.

Il nome di Barbaro compare in una delle carte di una inchiesta su Ciavardini, è stato arrestato per possesso di armi negli anni settanta, è stato indicato dalla Digos come soggetto dell’estrema destra.
“Lei mi sta offendendo” la reazione del sottosegretario oggi, che spazientito dalle domande ha scelto di abbandonare l’incontro dove era ospite.

Emanuele Cellere è un ex terrorista dei NAR, arrestato dopo l’omicidio dell’autista del faccendiere Mokbel: in galera chiede aiuto ai camerati rimasti fuori: parla di contatti con Angelo Marroni, esponente del PD, garante dei detenuti nel Lazio, e di contatti di Marroni che portano a Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.

Oggi Cellere lavora come operaio, prosciolto dalle accuse per il caso Fanella: la Mambro è stata condannata anche per altri 8 omicidi, oltre che per la strage di Bologna, oggi ha scontato in regime ordinario solo 16 anni di carcere, per poi passare ad un regime di semilibertà.

I permessi a Mambro e Fioravanti sono arrivati grazie all’aiuto dell’associazione Nessuno tocchi Caino, dell’ex Prima Linea Sergio D’Elia.

Oggi nemmeno la Mambro vuole rispondere alle domande di Report: nemmeno la foglia Arianna Fioravanti, proprietaria di un immobile a Roma comprato nel 2001, mentre i genitori si sono sempre dichiarati incapienti.
Curioso anche questo: ai familiari delle vittime Mambro e Fioravanti dovrebbero dare 1 miliardo, eppure non hanno mai concesso nulla, da dove arrivano i soldi per la casa?

Ma la casa non è pignorabile dallo Stato perché intestata alla figlia che nel 2001 aveva solo un anno.

Mokbel in una intercettazione (per il caso Sparkle) avrebbe ammesso di aver pagato 1,2ml di euro per la scarcerazione di Mambro e Fioravanti: secondo Macchi di Cellere la Mambro avrebbe avuto un ruolo anche nella scarcerazione del terrorista Concutelli, assassino del giudice Occorsio.

Nelle sue indagini Occorsio prima, e Mario Amato poi, avevano messo assieme le relazioni tra estrema destra, loggia P2, servizi deviati. Sia Amato che Occorsio dopo essere stati isolati e delegittimati, furono poi uccisi.
E tutto torna: per la strage di Bologna si è scoperto solo recentemente del finanziamento da parte di Gelli ai NAR, strage che vede tra i suoi pupari, oltre a Gelli anche Federico Umberto d’Amato e altri uomini dello Stato.

03 aprile 2023

Anteprima inchieste di Report – il 41 bis, gli effetti del pay back sul sistema sanitario

Questa sera le nuove inchieste di Report toccheranno come sempre diversi temi legati all’attualità: come è cambiato il 41 bis in questi anni, il carcere duro per i boss che il caso Cospito potrebbe metttere in discussione. In generale è tutta la legislazione antimafia nata dopo le stragi del 92 ad essere in discussione (arrivando perfino a dire che i mafiosi non parlano al telefono) da esponenti politici, avvocati e lobby. Come vengono individuati i detenuti che possono godere dei benefici in carcere? In questi anni hanno preso il sopravvento nelle carcere associazioni nelle mani di esponenti dell’estrema destra, autori delle pagine più sanguinose della storia italiana.

Il regime del 41 bis

Il regime del 41 bis, ovvero il carcere duro, si applica ai reati previsti nel comma 1 dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: si tratta di reati di mafia o reati commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, sono reati che possono essere commessi in diversi modi che la legge prescrive in modo preciso.

Oggi il carcere duro è ancora necessario? E come mai il “caso Cospito” lo sta rimettendo in discussione?

Fu introdotto, a partire da un’idea di Giovanni Falcone, dopo le stragi del 1992: prima di allora il carcere per i mafiosi era considerato alla pari di una villeggiatura (coi boss che giravano liberi la sera per le carceri, col boss Buscetta che aveva perfino organizzato in carcere il matrimonio della figlia).
L’abolizione del 41 bis è stata una delle prima richieste di Riina col papello, perché questo strumento era la leva che stava spingendo, dopo il 1992, molti mafiosi a pentirsi.
Alfredo Cospito, dopo l’attentato contro la caserma dei carabinieri di Fossano (per cui non ci sono stati né morti né feriti), è stato condannato all’ergastolo in quanto la sentenza l’ha riconosciuto colpevole del reato di attentato alla sicurezza dello Stato.
Questo reato non è stato contestato agli attentatori fascisti della strage di Piazza Fontana e nemmeno ai NAR responsabili della strage di Bologna dove sono morte 85 persone.

Dalla pagina FB di Report:

Per la strage di Bologna, i giudici hanno ritenuto che non si trattasse di attentato alla sicurezza dello Stato perché la bomba di matrice neofascista è stato riconosciuta come "spontaneista".

Oggi gli autori della strage di Bologna, condannati all'ergastolo per l'uccisione di 85 persone, sono tutti in libertà. Giusva Fioravanti ha ottenuto il primo permesso premio dopo 18 anni di carcere e sua moglie, Francesca Mambro, dopo 16 anni: a conti fatti ha scontato circa 2 mesi per ogni vittima. Luigi Ciavardini invece ha ottenuto la semilibertà nel 2009 e oggi guida una delle più potenti associazioni del settore carcerario.

Il servizio di Report si occuperà, oltre che del 41 bis, anche del ruolo che queste associazioni legate agli stragisti di estrema destra, stanno coprendo nelle carceri.
Da strumento per isolare i mafiosi (e i terroristi) in carcere ed evitare che possano mandare messaggi ad altri mafiosi, il carcere duro si è trasformato in altro: ce ne siamo resi conto dopo il discorso alla Camera del deputato di FDI Donzelli (membro del Copasir) in cui divulgò il contenuto di alcuni dialoghi captati dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria tra Cospito e altri detenuti, usandoli come un’arma contro altri deputati del PD che avevano incontrato in carcere Cospito: erano conversazioni non secretate ma che dovevano essere tenute riservate, non potevano essere di certo usate come arma politica.
Giorgio Mottola ne ha chiesto conto al deputato stesso, come ha fatto ad entrare in possesso di queste conversazioni? “Per una forma di rispetto nei confronti di più realtà istituzionali non sto parlando da un mese dunque non parlerò nemmeno con lei”
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Non è vero che tutti i parlamentari potevano avere accesso a queste informazioni, come ha detto Donzelli che ha pure minacciato il giornalista: “stia attendo a quello che dice perché un giorno io potrei decidere di fare delle querele..”.
Nonostante la puerile arrampicata sugli specchi, la realtà dei fatti è che diversi deputati abbiano chiesto l’accesso a quegli atti sentendosi rispondere che erano atti riservati.

Sigfrido Ranucci sabato sera ha anticipato uno degli scoop del servizio: controllando i libretti universitari dei detenuti al 41 bis Report ha scoperto che quest’ultimi hanno la più alta percentuale di iscrizione all’università, i boss costretti al carcere duro hanno anche i volti più alti. Per esempio Pietro Aglieri, killer dei corleonesi è iscritto a lettere e ha conseguito tutti 30 e 30 e lode. Anche i Graviano si sono distinti: Filippo in Economia ha preso 30 a quasi tutti gli esami e si è laureato con 110 e lode, Giuseppe iscritto a Scienze ha voti eccellenti perfino in fisica, una delle materie più ostiche agli studenti. Una delle note stonate è il figlio di Totò Riina, Giovanni, iscritto a giurisprudenza dal 2015 ma ha dato un solo esame.
La verifica è stata fatta da Sebastiano Ardita direttore del DAP fino al 2011: “da una verifica ci siamo accorti che nessun detenuto era mai stato rimandato in alcuna materia all’università.. è un dato obiettivamente un po’ anomalo. Io mi sono laureato in 4 anni ma una volta sono stato rimandato in una materia.”

C’è poi il tema delle associazioni legate al mondo dell’estrema destra che hanno trovato posto nelle carceri italiane:
Giorgio Mottola ha incontrato Luigi Ciavardini, ex NAR condannato per la strage di Bologna che oggi si occupa di carceri (dopo aver scontato 25 anni di pena): l’ultimo imputato per questa strage, Cavallini, all’epoca minorenne, ha lavorato per la cooperativa EsseGi2012 proprio di Ciavardini. Nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso la semilibertà a Cavallini perché lavora come operaio presso l’ufficio commerciale della EsseGi2012, che ha sede presso l’associazione “Gruppo Idee” di Terni.
L’associazione di Ciavardini presso i tribunali di sorveglianza gode di buona reputazione, d’altronde le sue iniziative in carcere si fregiano del patrocinio ufficiale del Coni che nel 2016 ha tenuto a battesimo il progetto della squadra di rugby dei “Bisonti
composta da detenuti del carcere di Frosinone: alla presentazione del progetto era presente Germana De Angelis moglie di Luigi Ciavardini, pure lui presente nelle seconde file. Al tavolo dei relatori era seduto Claudio Barbaro, ex parlamentare di FDI e attuale sottosegretario all’ambiente: Barbaro – racconta il servizio di Mottola – sembra aver un rapporto molto stretto con Ciavardini: “Luigi Ciavardini è .. questa è una domanda che non è oggetto dell’incontro di oggi” così Barbaro ha provato a scansare la domanda del giornalista “è un fatto che risale a tanti anni fa e basta.”
Claudio Barbara è anche presidente dell’associazione un tempo organica al MSI, l’ASI, associazione sportiva nazionale: in qualità di presidente dell’ASI nel 2009
ha fatto ottenere la semilibertà a Ciavardini assumendolo come operaio quaificato e lo ha poi nominato come responsabile per attività in carcere per l’associazione, incarico che ricopre ancora oggi.
Il sottosegretario non ha voluto commentare o rispondere ad altre domande.

Sul Fatto Quotidiano di oggi 3/4, sono uscite due anticipazioni del servizio: Dai 2 Graviano a Capizzi: boss laureandi a pieni voti di Saul Caia dove si parla dei boss mafiosi e dei voti alti agli esami universitari ma anche di una seconda anomalia

Report si sofferma anche su un’altra “anomalia”, sempre a proposito di possibili collegamenti con l’esterno, per i boss detenuti al 41bis. E riguarda gli avvocati difensori. Tra il 2007 e 2008, come racconta lo stesso Ardita, un singolo avvocato arrivò a difendere contemporaneamente 34 detenuti al 41bis. Un dato che va ggiornato. Dal censimento del 2016 del Dap, che Report mostra, risulta che “il record di clienti” sarebbe dell’avvocata aquilana Piera Farina: “109 assistiti al 41 bis”, tra cui gli ‘ndranghetisti Giuseppe Mancuso e Nino Imerti, i mafiosi Piddu Madonia, Giuseppe Graviano e Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro. L’avvocata Farina nel 2016 avrebbe incontrato “70 assistiti su 109 totali, tra il carcere dell’Aquila, Ascoli Piceno, Milano, Parma e Sassari”. “Mai e poi mai a me è stato chiesto di fare una cosa illecita – spiega l’avvocata alle telecamere di Rai3 – Mi dicono salutami tizio, io dico: non saluto proprio nessuno”. Ma di regole che impongano agli avvocati un numero massimo di detenuti al 41bis non ce ne sono, e quindi la questione resta tuttora aperta.
La seconda anticipazione racconta di una intercettazione tra il figlio di Bruno Vespa e la moglie di Totò Cuffaro, quando quest'ultimo era detenuto a Rebibbia

Vespa jr. alla moglie di Cuffaro: “Quei fogli li faccio entrare io a Rebibbia…” DI MARCO GRASSO

Le telecamere di Rai3 accendono la luce proprio sul Gruppo Idee, divenuta “una delle più potenti associazioni nelle carceri di Roma e del Lazio” che lavorano con i detenuti, dopo lo scandalo Mafia capitale. L’associazione, fondata nel 2009 che si occupa anche del mensile Dietro il cancello diretto da Vespa jr, annovera tra i suoi iscritti detenuti illustri, come Raffaele Bevilacqua, boss di Barrafranca, arrestato da Borsellino nel ‘92. Il direttore di Gruppo Idee è Luigi Ciavardini, ex membro dell’organizzazione terroristica neofascista Nar e condannato per l’omicidio del giudice Mario Amato e per la strage di Bologna. Federico Vespa lo definisce “un grandissimo amico”, e ne sostiene l’innocenza. Sugli affari delle due cooperative di Ciavardini sono stati dedicati diversi approfondimenti giornalistici: e, secondo Report, l’anno scorso avrebbero fatturato due milioni e mezzo di euro (Ciavardini – ripreso dalle telecamere di Rai3 – gira oggi su un Suv da 55mila euro).

La scheda del servizio: OMBRE NERE di Giorgio Mottola
Consulenza Andrea Palladino
Collaborazione Norma Ferrara

Alfredo Cospito è da 11 mesi al 41 bis. Report mostrerà video e documenti esclusivi che pongono alcuni dubbi sulla sua condanna per l’attentato alla Caserma di Fossano e sulla sua permanenza al carcere duro. Della battaglia dell’anarchico in sciopero della fame da oltre 160 giorni sperano di potersi avvantaggiare i boss della mafia in galera. Da trent’anni provano ad approfittare di tutte le falle del carcere duro: ci sono stati capimafia che dietro le sbarre sono riusciti ad appartarsi con le mogli e concepire i propri figli, come racconta un boss in un documento che Report mostrerà in esclusiva, iscrizioni ad atenei distanti migliaia di chilometri dal luogo di reclusione e carriere universitarie particolarmente generose nei voti, nonché una anomala concentrazione di oltre cento mafiosi difesi dallo stesso avvocato.
Nonostante tutti i problemi e gli intoppi, il 41 bis è stato lo strumento più importante ed efficace nella lotta contro le mafie. Oggi, però, è sotto attacco. Dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo e la conseguente riforma dell’ergastolo ostativo, i detenuti mafiosi in alta sicurezza potranno uscire dal carcere senza dover collaborare con la giustizia. Per l’accesso ai benefici e alla libertà anticipata dei boss sarà determinante il ruolo di associazioni e cooperative del settore carcerario. In importanti penitenziari italiani alcune di queste realtà associative sono legate al mondo dell’estrema destra, guidate dai protagonisti delle pagine più sanguinose della storia italiana.

Il payback sanitario

Il meccanismo del pay back sanitario è stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi e prevede che se le regioni superano il tetto massimo di spesa per l’acquisto di dispositivi medici, saranno le aziende fornitrici a dover restituire la quota di spesa in eccesso. Questo meccanismo prevede anche che sia il ministero della salute a dover pubblicare entro il 30 settembre di ogni anno un decreto in cui certifica il superamento del tetto di spesa per l’acquisto di dispositivi medici, sia a livello regionale che nazionale.

Il contributo che devono dare le aziende fornitrici è stato pari al 40% per il 2015, al 45% per il 2016 e al 50% a partire dal 2017, ma ll paypack è rimasto inapplicato per sette anni ed è sotto solo con il decreto aiuti bis dell’agosto 2022 (governo Draghi) che è stato ufficialmente attivato.
Il risultato? Molte piccole aziende che lavoravano con la sanità sono a rischio chiusura e hanno disertato le gare per le forniture, col rischio che negli ospedali e nelle strutture pubbliche inizino a mancare i mezzi e gli strumenti per lavorare. Un altro colpo al sistema sanitario pubblico a favore del privato.
Report con Luca Bertazzoni è entrata in una sala operatoria (accompagnata dal dottor Marco Scatizzi, presidente dell’associazione medici chirurghi) per mostrare alle persone quello che potrebbe succedere se il governo non corre ai ripari col payback, ovvero il blocco delle operazioni perché iniziano a mancare i dispositivi medici, i bisturi moderni per operare (che taglia e cauterizza contemporaneamente), senza di cui i chirurghi non sono in grado di garantire la sicurezza dell’operazione: sabato scorso a Milano Medicina Democratica e altre associazioni hanno manifestato in difesa del servizio sanitario pubblico, un tema che è completamente scomparso dall’agenda del governo, preso dalla battaglia contro i grilli, la difesa delle parole dell’italiano e la caccia alle ong (sul divieto della stretta di mano ci stanno lavorando).

La scheda del servizio: TAGLIA IL BISTURI di Luca Bertazzoni
Collaborazione Goffredo De Pascale

Le Regioni sforano il tetto di spesa per l’acquisto dei dispositivi medici e le aziende fornitrici devono risponderne restituendo fino al 50% di quanto incassato dalle gare di appalto. Il payback sui dispositivi è una legge voluta dal Governo Renzi nel 2015, ma attivata da Draghi subito dopo le dimissioni. Più di 4000 piccole e medie imprese del settore rischiano di chiudere e, senza regole certe, hanno smesso di partecipare alle gare. Pochi giorni fa, il Consiglio dei ministri ha approvato una norma che prevede uno sconto di 1,1 miliardi di euro sui 2,2 inizialmente richiesti. La differenza ce la metterà il Governo che ha preso i soldi dal sostegno alle famiglie contro il caro bollette. Ma quali saranno le conseguenze per il Servizio Sanitario Nazionale? I pazienti rischiano di non poter usufruire di materiali adeguati nelle cure? Dovremo rivolgerci alla sanità privata?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.