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27 dicembre 2012

I misteri di via dell'Amorino, di Gian Antonio Stella


Lo scandalo della Regia dei Tabacchi: il primo scandalo dell'Italia Unita. Una storia del nostro passato che però, a rileggerla, anche col tono da romanzo storico che Stella usa nel racconto, sembra uno degli scandali che leggiamo oggi nelle pagine della cronaca giudiziaria.

«La madre di tutte le tangenti», secondo Gian Antonio Stella, che ha ricostruito con un lavoro certosino tutta la storia: la convenzione stabilita nel luglio 1868 (lo stesso anno della tassa del macinato) tra il ministero delle Finanze e Domenico Balduino, rappresentante della Società del Credito Mobiliare, a sua volta legata ad altri istituti di credito. Lo Stato cedeva per vent'anni la gestione dei Tabacchi ad una società anonima privata, che riconosceva alle Finanze una certa percentuale sulle entrate e anticipava alle pubbliche casse 180 milioni di lire. Una vendita in realtà, visto il lungo periodo della convenzione e il basso costo del privato.


Una concessione che avrebbe dietro una storia di tangenti ad uomini politici della destra storica, allora al governo. Gli zuccherini, come vengono chiamati nel libro.

O tangenti, come le chiamiamo oggi. Che sarebbero arrivate fino al re Savoia. 

Non solo: alcuni parlamentari, a conoscenza dell'accordo, avrebbero anche speculato sulle azioni del Credito, intascando un lauto guadagno.


In aula questo accordo fu denunciato persino dallo stesso presidente della Camera, Giuseppe Lanza, anche lui esponente della destra. 
Il presidente attaccò:
«il sistema degli appalti in materia di imposte, perché aveva dato sempre gli stessi risultati: appaltatori impinguati, finanze stremate, ira popolare, rivoluzione». «Signori - concludeva - vi siete informati in prima in che condizione sia il Credito Mobiliare, quale sia il suo capitale effettivo, quale sia il corso delle sue azioni, de' suoi titoli, quali sono gli affari che ha fatto da che fu istituito e come li abbia condotti?».
Ma, al momento del voto, prevalse nel partito governativo la disciplina di partito.
Il giornale il «Gazzettino Rosa» di Milano denunciò, facendo i nomi, dei deputati che avevano preso mazzette per votare a favore della Regia: girava voce «che non meno di sei milioni si fossero distribuiti per comperare voti di deputati, che in numero di sessantacinque avevano messo al traffico la propria coscienza». 
I giornalisti furono condannati a 8 mesi di carcere: assieme agli effetti della tassa del macinato (fruttata allo stato solo 28 milioni), queste notizie creavano tensione in un paese allo stremo, dove la gente non tollerava questi scandali.

Finchè, il 5 giugno 1869, il deputato Cristiano Lobbia, maggiore dell'esercito, uomo di fiducia di Garibaldi, un eroe del Risorgimento, denunciò la corruzione, gli arricchimenti,lo scarso rispetto per il bene pubblico e chiese una Commissione di inchiesta.
Per forzare la mano, agitò in aula lo spauracchio, per il governo che quella concessione l'aveva fortemente voluta, di alcuni plichi che contenevano le prove.
«Annunzio solennemente alla Camera che posseggo dichiarazioni di testimoni, superiori a qualsiasi eccezione, le quali dichiarazioni sono a carico di un deputato nostro collega, e si riferiscono a lucri che avrebbe percepito nelle contrattazioni della Regìa dei Tabacchi».
La commissione fu così convocata il 16 giugno, ma il 16 sera, mentre si stava recando a casa dell'amico Martinati, Cristiano Lobbia fu vittima di un attentato, in via dell'Amorino: ferito ad un braccio e alla testa, riuscì a salvarsi, dopo aver sparato all'aggressore.


L'attentato suscitò una forte reazione: si vide nella mano dell'assassino (rimasto ignoto) la mano di un potere politico che non intendeva fare luce sulla Regia dei Tabacchi.

Sensazione che si accrebbe per lo scarso impegno da parte delle forze dell'ordine (che si muovevano sotto ordine del Re, come la magistratura) nel trovare il colpevole, nel raccogliere le prove.

Nel frattempo, il Re chiudeva le Camere il 17 giugno, impedendo di fatto la continuazione dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta e la testimonianza di Lobbia. 

Se una parte della Stampa continuò la sua azione di critica nei confronti del Re e del governo, la stampa di destra, in particolare il giornale La nazione (di proprietà di Brenna, deputato coinvolto nella Regia) iniziò a far girare voci, insinuazioni, per cui Lobbia si sarebbe fatto l'attentato da sé.
Una simulazione per nascondere l'assoluta mancanza di prove a carico di Civinini (ex garibaldino, passato alla destra, anche lui coinvolto nel giro di mazzette) e degli altri personaggi da lui accusati.

Oggi la chiameremmo macchina del fango: Lobbia dovette però difendersi da un pericolo ben peggiore. Fu istruito, in fretta e furia, un processo a suo carico (e ai suoi amici che avevano firmato con lui i plichi con le prove) per simulazione di reato.

Lobbia si ritrovò da vittima ad accusato: l'indagine fu avocata dalla procura generale, il ruolo dell'accusa fu preso da tale De Foresta (che scrisse una requisitoria piena di menzogne, tirata per i capelli, ma ritenuta incredibilmente “la più probabile”.

Il sostituto procuratore generale spostato all'Aquila e sostituito dal conte Augusto Avet: ancora non erano tempi di giustizia uguale per tutti, e la giustizia, nello statuto albertino, era considerata emanazione del Re.
Re e governo che avevano tutti gli interessi a chiudere in fretta i lavori della Commissione (a porte chiuse e a Camera dei deputati chiusa) che mandò tutti assolti. E a distruggere l'immagine del maggiore Lobbia, non una persona integerrima (come ritenevano le persone che protestavano in piazza) ma uno con problemi di demenza in famiglia e che si era inventato tutto.

Il processo, Kafkiano, fu pilotato in una sola direzione: screditare la sua immagine, far intervenire in aula solo testimoni (provenienti da settori governativi, dunque ricattabili dall'esecutivo) che raccontavano la stessa versione (nel vicolo, Lobbia era solo e si sarebbe sparato).

Funzionari di polizia, dei ministeri, dell'agenzia delle dogane.

Perfino le prostitute di una vicina casa di Tolleranza.
Fino al testimone chiave: un tale, che non era presente nelle carte della requisitoria, che giura di essere stato presente quella sera in via dell'Amorino.

Ma non tutti gli uomini dello Stato si lasciano governare dai desiderata del Re e del governo.
Il procuratore del Re Giuseppe Borgnini, dopo la decisione di accogliere anche quest'ultimo testimone e dopo la requisitoria del sostituto procuratore generale De Foresta (piena di accuse e menzogne), scrive una lettera di dimissioni al guardasigilli Pironti, il cui finale merita di essere ricordato: 
«Rassegno le mie dimissioni dal posto di procuratore del Re di Firenze. Al rimprovero che mi si volle fare, io sacrifico venti anni di fatiche, spese con amore al mio Paese che può essere più intelligente ma non più intenso: offro il mio passato e il mio avvenire; ma una maggiore condiscendenza, ove si volesse, sarebbe una pretesa eccessiva. Signor ministro, se in me fu ferita la più preziosa prerogativa del magistrato, io provo almeno il conforto di lasciare, a chi succederà a me, un posto non compromesso da basse adulazioni o da indebite compiacenze. Firmato: Giuseppe Bognini».
La procura generale bloccò anche la richiesta dei difensori di applicare le sue guarentegie: per portare a processo un deputato serviva l'autorizzazione della Camera. Ma solo nel caso in cui la Camera fosse aperta. Ma il Re la tenne chiusa (caso unico nella storia) fino a metà novembre 1869. Un arco di tempo sufficiente per arrivare a sentenza. Il 17 novembre 1869.

Sentenza di condanna, per "simulazione di reato", «perché venne a trovarsi nell'assoluta necessità di scuotere fortemente con qualche fatto la pubblica opinione».
Il giornale “Il popolo d'Italia”, vicino a Crispi, commentò la sentenza con queste parole:

“Noi sapevamo già come la camorra scellerata che ci governa fosse tale da non retrocedere innanzi ad alcuna infamia; sapevamo che un governo come il nostro non avrebbe avuto ribrezzo né ritegno di sorta, ma che alcuni della magistratura, che dovrebbe tutelare l'onore e le sostanze dei cittadini, fossero così servili da scoprire in pubblico la loro lurida vergogna era tal cosa che non volevamo credere: ma poiché la cosa è vera noi diremo a questi signori che le donne da mercato, di cui invocarono la testimonianza, non sono che un pallido ritratto delle loro figure”.
Non solo le prostitute chiamate a testimoniare, col sospetto di essere state imbeccate per dare una versione di comodo. Ma anche la sensazione di testimoni manipolati, minacciati dal procuratore Nelli e dal giudice istruttore Tondi. Testimoni, quelli che avrebbero potuto dare sostegno alla tesi dell'aggressione, che si cercò anche di corrompere.

Lobbia, che non aveva presenziato alle sedute del processo in protesta contro il tribunale (che non aveva atteso la decisione della Camera), accettò la condanna e rifiutò (immaginiamo anche con un certo sdegno) l'amnistia (decretata dal Re, proprio per coprire tutti i reati politici).

Si arrivò all'appello: la procura generale arriva perfino a rifiutare le carte del processo alla Camera, per la necessaria autorizzazione a procedere. Uno scontro tra poteri dello stato (non indipendenti, come si è visto). Lo scandalo fu così forte, nel paese e nei palazzi del potere, che il presidente del Consiglio Menabrea (al potere quando fu firmata la concessione) fu sfiduciato in favore dell'esponente della destra, Giovanni Lanza che in aula aveva denunciato l'accordo. 

Era in corso, in quei mesi, un altro processo, relativo al furto dei documenti del deputato Fambri al cognato Brenna (proprietario del giornale La Nazione): in una di queste, pubblicate sui giornali, si parla di speculazioni sulle azioni del Credito. 
Questo processo viene ignorato dai media, diversamente da quello contro Lobbia su cui i giornali hanno molto romanzato, poiché coinvolge anche persone della maggioranza.

Siamo nel 1870: chiamato da Garibaldi, che non ha mai smesso di manifestargli la sua stima, Lobbia accorre al suo fianco per difendere la Repubblica francese nella guerra contro la Prussia.
Anche qui ha modo di farsi onore, in prima linea.
Rinunciò al mandato parlamentare e tornò a combattere con l'Armata dei Vosgi, stavolta con il grado di generale, e partecipare valorosamente alla battaglia di Digione.

La sentenza di appello arrivò nel 1872, confermando la condanna: ma la Cassazione la annullò, ma solo per un vizio procedurale. Il processo fu spostato a Lucca dove, nel 1875, il tribunale assolse Cristiano Lobbia. La notizia fu riportata solo su pochi giornali in poche righe.
Non interessava più a nessuno di Cristiano Lobbia, se non i suoi compaesani di Asiago. Ma intanto, attorno alla Regìa dei Tabacchi, continuavano a capitare strane morti di testimoni.
Gente che aveva assistito agli spari, uno che era stato indicato come presunto assassino. 
Stava diventando, il mistero della Regia dei Tabacchi, forse il primo mistero dell'Italia unita.

Lobbia trascorse i suoi ultimi anni a Venezia, senza vedere la sua onorabilità ripristinata. Dimenticato dalla gente, avvilito, mortificato nell'anima, chiedendosi se non fosse stato meglio morire, quella sera in via dell'Amorino, piuttosto che subire quella infamia di un processo politico.
Lui che aveva abbandonato gli studi in Ingegneria per unirsi ai moti insurrezionali del 1848 contro la tirannia austro-ungarica in Veneto, costituendo e comandando un corpo di 800 volontari da lui chiamato “Legione Cimbrica”.
Lui che aveva combattuto a fianco di Garibaldi in Sicilia; che aveva attraversato il Mincio a nuoto per raggiungere i Mille. 
Che di fronte alle notizie dello scandalo per la concessione dei Tabacchi, delle mazzette, dei parlamentari comprati coi soldi dei banchieri, dello sperpero di denaro pubblico, seppe subito cosa bisognava fare.

Anche se questo voleva dire mettersi contro il Re, il governo e i suoi ministri (che come abbiamo visto, erano anche coinvolti nello scandalo).

Sicuramente sarebbe stato giusto, per celebrare i 150 anni di storia, ricordare anche personaggi come Cristiano Lobbia, per cui la definizione di eroi, non è la solita frase di circostanza.
“I Misteri di via dell'Amorino”
è un pezzo della nostra storia: una storia in cui a persone nobili, si sono affiancati servitori dello stato infedeli, “magistrati integerrimi e giudici servili, patrioti idealisti e viscidi voltagabbana, povere peripatetiche divorate dalla sifilide e giornalisti dalla penna avvelenata. Intrighi, violenze, omicidi” .
Sembra una storia dell'oggi, a ben vedere: specie se si rileggono le parole con cui il ministro delle Finanze dell'epoca (un altro nobile) giustificava la concessione.
Per imporre la scelta del monopolio (invisa anche a pezzi della maggioranza) la mascherò parlando di riforma. Siccome nella conduzione della Regìa c’erano sprechi, inefficienza, sacche di parassitismo (anche allora), la proposta di ricorrere al capitale privato fu motivata da Cambray Digny (il ministro) con l’opportunità di risanare e razionalizzare l’azienda. 
Alla Camera, disse il ministro, si riteneva utile affidare la Regìa dei Tabacchi, a "una associazione di capitalisti, la quale, svincolata dai molti legami e tradizioni degli uffici governativi, potesse sradicare gli abusi, procedere a decisive riforme, ed avere l’interesse privato a sprone nell’introdurvi quelle norme e quei sistemi più semplici e capaci di cavarne un prodotto maggiore".
Lo Stato italiano aveva appena sette anni.

La storia dello scandalo della Regìa dei tabacchi.
L'articolo di Pietro Citati sul corriere: “L'affare tabacchi, il primo scandalo”.

Il link per ordinare il libro su ibs
La scheda del libro sul sito di Rizzoli
Technorati:

21 settembre 2012

A cinque anni da La Casta

Il libro dei giornalisti Stella e Rizzo La Casta uscì nel 2007. Cinque anni fa. Ha fatto in tempo a tornare il caimano, a negare la crisi, ad andarsene (ma senza allontanarsi) ad arrivare i tecnici .. e siamo ancora qui, a sentire chiacchiere. Sui costi della politica.
E, come si dice, con le chiacchiere stiamo a zero.

Oggi Stella ritorna sull'argomento con un articolo che merita di essere letto (come d'altronde anche gli altri che ha scritto nel passato). L'ingordigia dei mediocri: quei mediocri che noi abbiamo mandato là.
Chi la eccita, l'antipolitica? Questa è la domanda che devono porsi quanti portano la responsabilità di avere selezionato una classe dirigente nazionale, regionale e locale che magari è fatta anche di tante persone perbene ma certo trabocca di figuri impresentabili. Figuri troppo spesso selezionati proprio per questo: perché ambiziosi, mediocri, ingordi, disposti a tutto.
Lo disse anni fa Giuliano Ferrara in un dibattito con Piercamillo Davigo: «Devi essere ricattabile, per fare politica. Devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti». Una diagnosi tecnica, non «moralista». Ma dura. E destinata a trovare giorno dopo giorno, purtroppo, nuove conferme.
Ci è stato spiegato, per anni, che i controlli erano inutili, che facevano perdere tempo, che ostacolavano l'efficienza e la rapidità delle scelte. Ci è stato detto che bastavano i controlli «dopo». Magari a campione. Magari a sorteggio. Magari con un progressivo svuotamento delle pene perché ci sarebbe stata comunque «la sanzione politica, morale, elettorale». I risultati sono lì, sotto gli occhi di tutti. E ricordare ai cittadini che devono «avere fiducia nella politica» è solo uno stanco esercizio retorico. Solo la politica può salvare la politica. Cambiando tutto, però.
Carlo Taormina, che è stato deputato e sottosegretario (sia pure part time col mestiere di avvocato) dice che la Regione Lazio «è un porcile». Alla larga dal qualunquismo. È vero però che mentre nel cuore dello Stato, da anni sotto i riflettori delle polemiche sui costi della politica, qualcosa ha cominciato lentamente a cambiare, in tante Regioni e non solo nel Lazio (troppo comodo, scaricare tutto lì...) troppa gente ha pensato di essere al riparo dalle ondate, fluttuanti, d'indignazione popolare. Come se tutto, crisi o non crisi, potesse continuare come prima.
I cittadini sono sconcertati dai casi trasversali di malaffare? Ogni indagato resta sempre inchiodato lì, senza mollare l'osso mai. Si chiedono perché spendere 36 milioni di euro per l'aeroporto di Aosta? I lavori vanno avanti, anche se non decolla un volo e forse mai decollerà. Non capiscono perché il Molise abbia lo sproposito di 30 deputati regionali divisi in 17 gruppi di cui 10 monogruppi? Dopo le elezioni potrebbe averne 32. Sono furibondi con le dinastie politiche ereditarie tipo quella di Bossi? Sparito il Trota e messo in ombra il figlio di Di Pietro, entra «Toti» Lombardo, candidato alle prossime regionali siciliane dal papà Raffaele che l'altra volta aveva piazzato il fratello.
Per non dire della Calabria. Dove, mentre i disoccupati si arrampicano sui tralicci, sono stati appena spesi 140 mila euro per un libretto dal titolo «Il senso delle scelte compiute» che osanna in 65 foto e 125 pagine estasiate il presidente del consiglio regionale Franco Talarico. Il quale ha in dote spese di rappresentanza per 700 mila euro, sei volte più dell'intera assemblea dell'Emilia Romagna, che ha il doppio di abitanti e il quadruplo del Pil.
Per questo sono in tanti ad assistere con apprensione allo scandalo che squassa la Regione Lazio. Perché, sotto le sue macerie di centurioni, Batman, bulli e balli mascherati con scrofe e maiali, potrebbero restare sepolte anche le stizzite rivendicazioni di autonomia di tante Regioni amministrate in questi anni in modo sconcertante. Che potrebbero, finalmente, essere chiamate a rispondere dei conti.

02 ottobre 2011

Licenziare i padreterni di Stella e Rizzo, pretesti di lettura


Forse è la volta buona: perché finalmente la politica ritorni ad essere partecipata da tutti e non solo qualcosa con cui delegare il potere ad una elite al di fuori dalle regole e dal mondo civile.
Licenziare i padreterni, dicono i due autori Stella e Rizzo: criticare la nostra classe politica , i loro comportamenti, la loro superbia non è antipolitica, perchè nel libro si citano esempi cocreti di cattivo utilizzo di soldi pubblici cioè nostri. Una casta (che come dice il sottotitolo "Ha tradito l'Italia") che governa per se stessa, per i suoi amici, comprando il consenso. Un mare di soldi che potrebbero essere usati per scuole, strade, ospedali, servizi alle fasce più deboli e vengono invece usati per vitalizi (uno schiaffo in faccia ai milioni di italiani cui viene detto che dovranno andare in pensione più tardi), per stipendi d'oro (quando i giovani che entrano nel mondo del lavoro si dice che dovranno accontentarsi di fare i precari), per auto blu (una cosa che non ha pari nel mondo). Mentre agli italiani si dice che dovranno abituarsi a perdere i diritti pregressi (i licenziamenti facili, le pensioni che sfuggono avanti di anno in anno, la scuola e l'università che diventano una cosa per pochi) mentre loro, i padreterni, si tengono ben stretti tutti i privilegi. E parlano pure dei tagli. E non si rendono conto della tensione, del malumore, della crisi che cresce.

I pretesti di lettura, per invogliarvi alla lettura. Che non sarà buona, ma istruttiva.
Qui la prima parte “Licenziare i padreterni – la trasparenza della casta” .

Vedi alla vice trasparenza (dei contributi, tassati pure poco):
“Quanto sarebbe importante la trasparenza lo confermano quelle poche notizie che ancora sfuggono alla cortina id nebbia. Come la disinvoltura con la quale i democratici di sinistra di Roma, nel pieno delle polemiche sui costi della politica nel 2007, incassarono 100000 euro, attraverso la società Progetto 90, da Sergio Scarpellini. Quello che affitta al mondo della politica romana un impero immobiliare. E che tre anni dopo, con una maggioranza di senso opposto, avrebbe omaggiato con la stessa cifra il Popolo della Libertà. Altrettanto disinvolto nell'incassare gli assegni.
Contemporaneamente al partito di Berlusconi arrivava, del resto, un altro finanziamento di 50000 euro. Dalla società Metro C., il general contractor che sta realizzando la nuova linea metropolitana di Roma , un'opera da almeno 3 miliardi di e mezzo di euro. Tra i soci Caltagirone, Astaldi, l'Andaldo, Il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna e la Cooperativa Costruttori e Braccianti di Carpi. Le coop rosse che finanziano Berlusconi! L'uomo che definiva intollerabile il sistema della cooperative rosse che prendono appalti dalle giunte rosse, perchè poi queste coop non pagano tasse e sono di supporto ad un partito che è nell'agone politico! Tranquilli: pecunia non olet. Il denaro non puzza. Né per il cavaliere, né per le coop.”
Pagina 108-109

A proposito di conflitti di interesse.
“Un episodio dice tutto. A un certo punto, alla Camera, una deputata dei Responsabili, Catia Polidori, candidata ad un posto di sottosegretario, presenta un disegno di legge per rifare la rete idrica sistemando o sostituendo i tubi di mezza Italia. Il suo grido di allarme è accorato: 'Colleghi, il tasso degli acquedotti è del 40%, contro il 10% della Germania e il 15% della Gran Bretagna! '. E tutti: bé, sì, effettivamente .. Peccato che, a spulciare nel registro delle imprese, salti fuori che mentre avanzava la sua meritoria proposta la 'disinteressata' onorevole Polidori sedeva anche nel consiglio di amministrazione della Sirci Gresintex. Che società è? Indovinato: è la leader italiana delle condutture idriche di plastica.
Il fatto è che è che nel Parlamento italiano non esiste né un codice deontologico, come quello introdotto in Francia che obbliga i deputati ad autodenunciare tutte le loro attività in potenziale conflitto a una specie di authority guidata da un deontologo, né ci sono leggi davvero in grado di scongiurare conflitti.
[..]
[Negli Stati Uniti] l'Office for Government Ethics accertato il rischio di potenziali conflitti d'interessi, può imporre al politico o al componente di governo di cedere il proprio patrimonio o affidarlo ad un blind trust, un fondo cieco che lo amministra. E il gestore di questo fondo non può mica essere la figlia o il miglior amico. Lì no, Silvio Berlusconi non avrebbe mai potuto sostenere di essersi liberato del problema affidando il suo regno a Marina o a Fedele Confalonieri ...”

Pagina 112.

Il sistema pensionistico della casta.
“L'esperto Emilio Rocca ha fatto una simulazione nel caso di un ipotetico politico di 45 anni che resti in Parlamento per 5 anni. Le regole attuali dicono che potrà riscuotere il vitalizio minimo, pari a 3018 euro lordi mensili, a 65 anni compiuti. Per avere quel vitalizio deve versare ogni mese l'8,6% della propria indennità lorda, pari a 1006 euro e 51 centesimi. Considerando un'aspettativa di vita di 78 anni, scrive Rocca, potrà realisticamente godere del vitalizio per 13 anni. Bene: analizzando i contributi, si ricava che il nostro avrà intascato in quei 13 anni il 533% di quello che ha versato. Per farla breve, dà uno e riceve per cinque.
'L'iniquità rispetto al sistema previdenziale riservato al comune cittadino' commenta lo studioso 'è enorme': un lavoratore dipendente nel settore privato italiano che oggi ha 48 anni si attende dal proprio trattamento pensionistico Inps un ritorno del 102%. In valori attuali, gli viene cioè restituito praticamente quello che ha versato'”.

Pagina 128.

I vitalizi e le buonuscite nelle regioni (corriere).
Si parte dal caso Giovanni Copertino in Puglia, "ex democristiano, ora berlusconiano, un politico di lunghissimo corso, già sindaco, assessore e presidente del Consiglio regionale della Puglia uscito dopo vent'anni dall'assemblea, ha incassato una buonuscita di 492000 euro.
Una somma extraterrestre, resa possibile dal fatto che a differenza dei comuni mortali, per i quali la buonuscita a fine attività si calcola sulla base di una mensilità per ogni anno di lavoro, quella dei consiglieri regionali pugliesi è pari ad una annualità per ogni legislatura: cioè 2,4 stipendi mensili per ogni anno di lavoro. Un privilegio assurdo, che ha comportato soltanto nel 2010, per chiuder ele pendenze delle legislature precedenti, un esborso per le casse regionali pari a 8 milioni di euro. Superiore addirittura ai 7241000 euro scuciti nel 2008 da Palazzo Madama per pagare gli assegni di solidarietà ai senatori rimasti senza seggio.
'I soliti terroni!' dirà qualcuno. Non è così: la stessa regoletta è in vigore anche in Lombardia senza che a Milano, 'capitale morale d'Italia', nessun partito, e men che meno la Lega nord, abbia organizzato manifestazioni di piazza sotto il Pirellone per chiedere l'abolizione di questo incredibile trattamento extralusso.
Nella regione Lazio le pensioni sono ancora più favorevoli. Al punto che si può incassare l'assegno anche a 50 anni. Un esempio? Piero Marrazzo, travolto quando era presidente dallo scandalo dei ricatti trans e oggi (dopo aver incassato una liquidazione di 31103 euro) 'pensionato' dal 12 maggio 2010 quando aveva 51 anni, con la possibilità di cumulare i circa 4000 euro lordi allo stipendio, non proprio miserabile, di giornalista Rai, dove è rientrato dopo aver chiuso con la politica. Cumulo possibile proprio perchè la sua non è una pensione:è un vitalizio.”

Pagina 132.

Gli stipendi nelle regioni.
Lasciamo perdere il New Hamphire, dove si fa politica gratis. “la California (che oggi è in difficoltà ma era arrivata ad avere il settimo PIL mondiale) ha un parlamentare ogni 308.117 abitanti. La Lombardia uno ogni 124.101. Il Molise uno ogni 10.653. E quel parlamentare californiano guadagna 66284 euro lordi: un quarto dello stipendio di Renzo 'Trota' Bossi, tre volte ripetente agli esami di maturità ma imposto dal padre nel 2010, come dicevamo, al Consiglio regionale lombardo. Per non dire di Nicole Minetti, la disinibita signorina 'di madrelingua inglese' che gestiva le ragazze ai festini del Cavaliere ed è stata premiata lo stesso anno da Silvio Berlusconi con un seggio al Pirellone: 150660 euro netti l'anno. Un premio che lei stessa, in una telefonata registrata, spiega a Barbara Faggioli così 'A lui gli fa comodo mettere te e me in Parlamento perchè dice “bene me le sono levate dai coglioni, lo stipendio lo paga lo stato”' . Un'intercettazione indimenticabile. ”
Pagina 146-147.

Ci sono poi le province, i doppi incarichi (quelli che fanno sia il sindaco, che il coordinatore regionale che l'onorevole, quelli che fanno sia i presidenti di provincia che il deputato). I gruppi parlamentari in regione con un solo eletto, i soldi della regione Calabria di Scopelliti per le feste di Lele Mora, le auto blu usate per i propri affari del leghista Ballaman e le regioni a statuto speciale dove di speciale ci sono gli sprechi, come i 2033 dirigenti pubblici, le migliaia di lavoratori PIP a spasso, le baby pensioni (fino al 2004 vigeva ancora il sistema retributivo) ....

E infine, la questione morale, come la raccontava nella sua celebre intervista, il segretario del PCI, Enrico Berlinguer.

La passione è finita?
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
[..]
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
[..]
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
[..]
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
[..]
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
«La Repubblica», 28 luglio 1981
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Altri articoli:
- Dove la disoccupazione cresce la politica guadagna di più, l'inchiesta su lavoce.info (link)
L'economista Andrea Gennaro ha pubblicato un dossier sul sito lavoce.info. Risultato: gli stipendi degli amministratori sono salati mentre i risultati degli investimenti deludono

- I compensi d'oro delle regioni (link).
- Con la Polverini si lavora poco Solo 33 sedute in 16 mesi (link)

Il link per ordinare il libro su ibs.
Il sito di RCS.
Technorati: ,

29 settembre 2011

Licenziare i padreterni - la trasparenza della casta


Nel capitolo "Chi ci da i soldi? Fatti nostri" di "Licenziare i padreterni" Stella e Rizzo parlano della trasparenza dei politici nelle democrazie occidentali (non in Italia), come in Inghilterra. E' tutto online: regali, redditi, attività.
"E non funziona così soltanto nel Regno Unito. Ci sono norme simili anche in Germania. Per non parlare degli Stati Uniti e del Canada, paesi dove le reogle per evitare conflitti di interesse sono rigidissime. Il caso più clamoroso è quello di Henry Paulson, il segretario del Tesoro  americano chiamato a gestire la crisi finanziaria in cui, oltre alla Lehman Brothers, era coinvolta anche l'azienda della quale era stato il numero uno, cioè Goldman Sachs. Scocietà con la quale aveva rotto ogni contatto vendendo anche, come previsto dalla legge, un robusto pacchetto d'azioni. A un certo phnto, nell'estate del 2009, il New York Times gli cavò la pelle, denunciando che aveva contatti con il suo successore al comando della multinaizonale, Lloyd Blankfein. Cosa vietatissima. Vi chiederete: come aveva fatto il quotidianoa scoprire questi contatti? Esaminando a una ad una le telefonate partite dall'ufficio del ministro. In base al Freedom of Information Act, la legge sulla libertà di informazione, infatti, l'elenco di queste telefonate può essere richiesto e ottenuto non solo dai cronisti ma da ogni cittadino.
Ve lo immaginate una cosa del genere in Italia, dove la Camera nega ai giudici l'autorizzazione ad usare le intercettazioni del coordinatore del PDL Denis Verdini e dove i magistrati hanno dovuto chiedere il gentile permesso a Montecitorio per usare i tabulati telefonici di Marco Milanese? Ve lo immaginate se i nostri deputati e senatori fossero costretti a mettere on line in tempo reale i loro guadagni extra? Gli avvocati le parcelle milionarie che incassano e chi le paga, i consulenti i proventi delle consulenze, i medici gli onorari degli interventi .. E poi regali, viaggi, passaggi aerei ...
Immaginate soltanto se Silvio Berlusconi dovesse elencare sul web tutte le volte che ha dato un passaggio sui voi di Stato a Mariano Apicella o a tante gentili ospiti, come Sabina Began, Sara Tommasi o la famosa ballerina di flamenco fotografata all'aeroporto di Olbia mentre scendeva da un aereo militare. Fantascienza? In Inghilterra accadde nel 1997, volo per volo, passeggero per passeggero.Qui da noi no, impossibile. Qui i nostri rappresentanti sono tutelati da una nebbia impenetrabile,a dispetto anche delle poche regole che dovrebbero assicurare un minimo di trasparenza. Dei parlamentari italiani si può conoscere la denuncia dei redditi e la situazione patrimoniale: case, auto, azioni. Ma solo una volta all'anno, quando la dichiarazione fiscale viene presentata. E non su internet. Bisogna andare di persona in un ufficio delle Camere e consultare i libri in ordine alfabetico. Senza nemmeno la possibilità di fare fotocopie. I giornalisti delle agenzie, costretti a fare come un secolo fa con sil solo vantaggio di avere penne a sfera invece che la piuma e il calamaio, ci diventano pazzi ogni anno. [..] Con la rabbia di sapere che quel lavoraccio è dovuto a una scelta scientifica e maligna: vuoi la trasparenza? Te la faccio pagare carissima."
Licenziare i padreterni - pagine 104-107

Riassumendo: in America vige una legge rigida sul conflitto di interessi (altro che regalare le aziende ai figli e ai fratelli); è vietato cumulare più stipendi con un lavoro privato (se questo supera il valore delle indennità) e i dati patrimoniali sono online, trasparenti (esiste una legge sulle lobby). 

Se oltre a questo aggiungiamo che i nostri padreterni (eterni perchè non smettono mai la toga di parlamentare) godono di vitalizi su cui valgono sempre i diritti pregressi (cosa che non vale per i comuni mortali) e che non sono coperti dai contributi versati (per la sola regione Lazio, per 100 euro versati in contributi dai consiglieri, 1000 se ne vanno via in vitalizi pure comulabili). I costi di camera e senato che sono in perenne aumento (la camera per le spese correnti costa +41%, il senato per le spese correnti +41% dal 2001).
La bassa produttività (le commissioni che lavorano poche ore alla settimana, in senato ad es. per soli 78 giorni su 1243), i portaborse in nero, il clientelismo e i ricongiugimenti familiari (il caso Bondi, i  Fassino ..) , gli stipendi non in linea col resto del mondo (Obama prende 275000 euro, il suo team ristretto arriva a 118000 euro al massimo .. un dipendente del Senato può arrivare a 137000 di stipendio).

Gli sprechi, le inefficienze, le corruzioni (l'ultimo il caso del comune di Parma).
Le immunità che sono diventate a furia di abusarne delle vere e proprie impunità (che credibilità ha oggi l'Italia con un ministro sotto processo per mafia e il premier sotto processo per evasione, corruzione...). 

Ecco .. la domanda che mi faccio è: fino a quando?
Non si rendono conto, i nostri politici che quando vanno in televisione e parlano di liberalizzazioni, privatizzazioni, tagli delle pensioni, non sono per nulla credibili?

Che qui non c'è in gioco solo la tenuta del governo. Qui è in gioco il futuro, lo stato.
Dal Fatto quotidiano del 28 settembre:

Ridurre la Casta? Ora il Senato dice no 
E prende tempo per bloccare tutto Palazzo Madama rimanda a novembre l'istituzione della Commissione che deve riformulare l'articolo 81 della Costituzione per il pareggio di bilancio e l’abolizione delle Province. Lega e Pdl si mettono di traverso, il Terzo Polo non partecipa al voto, l'Idv e il Pd protestano
La riduzione dei parlamentari? Non è urgente. L’istituzione di una Commissione speciale con il compito di elaborare testi di riforma costituzionale che prevedano, tra le altre cose, la riformulazione dell’articolo 81 della Costituzione ai fini del perseguimento del pareggio di bilancio e l’abolizione delle Province? Rimandata a novembre. A decidere, l’aula del Senato.
E così la Casta ha perso l’ennesima occasione per dimostrare di voler davvero diminuire i costi della politica. 
Ve lo ricordate o no, Calderoli, questa estate? Le province, i comuni, da accorpare. La riduzione dei parlamentari. Ecco. Rimandato, in attesa di una riforma costituzionale (come la vuole la Lega) e che nessuno voterà.
E settimana prossima (domani si va già in vacanza), si riprende a parlare di bavaglio.


La scheda sul sito di RCS.
Il link per ordinare il libro su ibs.