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31 dicembre 2023

La Venere di Salò di Ben Pastor

Come non affezionarsi ad un personaggio come Martin Bora: un militare così tedesco e, paradossalmente, allo stesso tempo così umano. Non troverete in altri libri un uomo che soffre, per le sue ferite: quelle fisiche che si vedono e quelle interne, che non si vedono.
In questo capitolo della sua lunga storia di guerra (iniziata nel 1936 con la guerra di Spagna ne “La canzone del Cavaliere”), è richiamato a Salò, come ufficiale di collegamento tra l'esercito tedesco e gli italiani , quel caotico mondo formato da GNR, brigate autonome (come la Muti), i reparti della X Mas di Borghese. Siamo nell'ottobre del 1944, ed è chiaro a tutti, tedeschi e italiani, che la guerra sia persa.
Ma nonostante ciò qualcuno ha deciso di chiudere i conti definitivamente con Bora, per i suoi scontri con le SS in Polonia (gli stermini degli Einsatzgruppen in Polonia, "Lumen") e a Roma (l'omicidio di un informatore della Gestapo, in "Kaputt Mundi").
Qualcuno, nell'ombra, sta raccogliendo prove, documenti, foto, per accusare Bora di alto tradimento.
Ricordo che siamo nei mesi successivi l'attentato di Von Stauffemberg contro Hitler, dove le SS scatenarono una caccia contro i cospiratori, uccidendo migliaia di tedeschi.
L'ultimo colpo di coda di un regime in agonia.

Oltre alla lotta antipartigiana, deve indagare sul furto di un dipinto di Tiziano, la Venere di Salò: furto che si intreccia (forse) con delle misteriose morti di giovani donne, uccise da un assassino che ne simula il suicidio.
Dovrà ancora fare affidamento al proprio fiuto investigativo per risalire la colpevole delle morti e sciogliere il mistero. Ma anche per salvare la propria vita dalla trappola della Gestapo.

Ma non è solo la guerra al centro dei pensieri di Bora: subisce il fascino della Venere del dipinto (dietro cui si celano le brame dei gerarchi nazisti perché nasconde un segreto). Ma anche di una Venere in carne ed ossa: ecco come Ben Pastor descrive l'attrazione crescere nel protagonista
Aveva una bellezza diversa dalle donne che preferiva – donne del suo colore, come le definiva – ma in lei percepiva uno spazio, un vuoto, nel cui lasciarsi andare. Era come un margine, possedere una donna come lei aveva un significato. [..] Il processo fu troppo rapido per capirlo. Bora, che per anni aveva severamente controllato i suoi istinti, si ritrovò a concludere in un solo inesplicabile istante che doveva possedere questa donna, che entrare in lei sarebbe andato bel oltre l'atto carnale. Sarebbe stato come possedere il vuoto per dominarlo, e scoprire che il vuoto stesso è.
La guerra: condizione di esistenza per un soldato come Bora, reduce dai duri mesi sulla linea Gotica. La guerra con le sue morti (tutte descritte con una propria dignità), i lutti, i rastrellamenti, i cecchini e le rappresaglie. La lotta contro i partigiani (guidati da un misterioso capo, Cristomorto), italiani contro italiani. Ma anche la guerra “vera” al fronte (sebbene tutta l'Italia del nord sia un unico fronte), e i bombardamenti alleati sulle città.
E lui: il soldato, ma anche l'uomo, sempre in bilico tra il dovere (che gli impone di obbedire agli ordini) e gli obblighi morali. Sempre più uomo e meno soldato, su cui pesano i ricordi delle passate campagne (la Russia, l'Italia, la Polonia), ma anche la profezia di Remedios (la strega che gli predisse altri sette anni).
Un uomo solo: abbandonato dalla moglie, Dikta, disilluso sul proprio destino, ma sempre alla ricerca dell'amore, della sua Venere.

Sorprende che, proprio una donna, sia stata in grado di descrivere così bene particolari così “intimi” di un uomo.
Un libro appassionante, coinvolgente, incalzante, fin dalle prime pagine: una lunga corsa alla caccia del mistero sulle morti, dove il cacciatore alla fine diventa preda di nuovi aguzzini. Un romanzo epico dei giorni nostri.
Buona lettura.

La scheda del libro sul sito di Sellerio
Technorati:

Il morto in piazza di Ben Pastor



Ben Pastor riesce a scrivere un libro ambientato in periodo di guerra, senza farcela vedere, la guerra. Protagonista del libro è il soldato detective Martin Bora, Tenente Colonnello della Wehrmacht: in fuga da Roma, dove l'avevamo lasciato al termine di Kaputt Mundi, viene comandato di una missione segreta, in un piccolo paese in Abruzzo, Faracruci.
In questo sperduto paese la guerra è lontana, ma la si percepisce lo stesso attraverso le rappresaglie dei soldati tedeschi contro i contadini e i partigiani, attraverso la miseria, attraverso i giovani strappati alle loro case, dove sono rimasti solo anziani, donne e bambini.


La missione di Bora è recuperare alcune lettere del carteggio Mussolini - Churchill, consegnate dal primo mentre era prigioniero a Campo Imperatore, ad un confinato politico, l'avvocato Borgonovo. Un Bora preoccupato per la missione, per cui dovrà eliminare un civile, per i ricordi del suo passato che riemerge: la morte del fratello, gli orrori della Russia, le SS, che stanno accumulando un dossier contro di lui. Ma anche il ricordo dell'amore lasciato a Roma, solo poche ore prima.
Ma, arrivato a Faracruci e preso contatto con Borgonovo, le cose si complicano, col ritrovamento del “morto in piazza”, un uomo ucciso misteriosamente e lasciato in vista di tutti sulla piazza del paese. Bora e Borgonovo iniziano ad indagare: chi era il morto? Cosa era venuto a fare in paese? Perchè è stato ucciso?


L'indagine li porta indietro nel tempo, fino agli anni della prima guerra mondiale, finchè non scoprono che il morto di è legato ad un vecchio omicidio, di 25 anni prima. Capiscono che antichi torti nel paese bruciano ancora oggi. “un antico crimine che non a caso sanguinava di nuovo, rivelandosi più importante dell'omicidio appena commesso, così che il morto in piazza che un simbolo per quell'altro morto”.

Una piccola nota storica: nel libro Ben Pastor formula l'ipotesi che nel carteggio siano contenute delle informazioni così stravolgenti, che se fossero cadute in mano delle SS o degli americani, avrebbero potuto portare alla rovina l'Italia, vittima di atroci rappresaglie come la Polonia nel 39, ma anche una parte della Germania stessa. Il tema del carteggio è uno degli argomenti più misteriosi e affascinanti della seconda guerra mondiale. Secondo alcuni storici, come Arrigo Petacco, non sarebbe mai esistito, ad ogni modo, nelle lettere non ci sarebbero contenuti particolarmente interessanti.
Ben Pastor ha svolto un'ampia ricerca presso gli archivi dell'esercito americano (a Washington, Philadelfia, Boston), dove sono conservate alcune "veline" di rapporti dell'OSS su questo fantomatico carteggio. Ovviamente le veline nulla dicono sull'effettivo contenuto del carteggio, salvo il fatto che esisteva e che andò avanti ANCHE durante l'ultimo scorcio della guerra. Ben Pastor si è rivolta anche ad archivi ufficiali londinesi, ricevendo un cortese rifiuto alla consultazione di carte ancora (e incredibilmente)
"secretate".
Qui in Italia, il principale consulente è stato Marco Patricelli, giornalista, docente universitario e storico (pubblica da Mondadori e Utet, ed è uno dei principali esperti di "crimini e misfatti" della Seconda Guerra Mondiale). Ringrazio l'editor Luigi Sanvito, che ha risposto ad una mia lettera, fornendomi queste informazioni.

Il romanzo associa al giallo d'azione, le pause riflessive di Bora, narrate con lo stile epico di Pastor: riesce ad essere appassionante e commuovente, riportando a galla pagine della nostra storia resistenziale. Ma l'aspetto che più si apprezza è l'utilizzo della guerra come mezzo per raccontare un dolore e una sofferenza personali, di un uomo costretto ad ascoltare la propria coscienza ma anche a rispettare i suoi doveri di soldato. Un uomo in bilico tra desiderio della vita e la paura della morte:

Ci sono momenti in cui penso che le SS mi abbiano dopotutto ucciso al limite del bosco di Swiety Bor, nel 39, e tutto questo sia l'incubo di un morto. Che gli ultimi cinque anni siano stati un trascurabile frammento dell'eternità che dovrò passare in Purgatorio, condannato a fare esperienza della guerra in tutte le sue facce .. E a volte penso invece che sto solo dormendo, e mi sveglierò nel 36, quando mi sono addormentato. La casa di famiglia, i miei genitori, Peter, ci saranno tutti. La via, il parco, la città. Benedikta mi sarà ancora ignota, e il dolore un'ombra lunga proiettata davanti a me, che dovrò cercare di evitare con tutte le mie forze”.
Il tema portante del libro è quello dell'esilio, della lontananza dal casa, come spiega l'autrice al termine. Tema che accomuna Bora e Borgonovo, personaggi così diversi per cultura, provenienza ed esperienze personali. Ma entrambi sono esuli, lontano dalla loro terra e dalla loro casa. La pagina dove si confidano i propri dolori è una delle più profonde della storia. Per questo dolore, la lontananza dalla propria terra, la scrittrice dedica questa storia a tutti gli abruzzesi, e tutti gli emigranti con loro, che non poterono tornare a casa.


Come mi è capitato con i precedenti capitoli della storia di Bora, anche al termine di questa vicenda mi rimane un triste vuoto, lo stesso che si prova per la partenza di una persona che si è imparato a conoscere ed amare.


La scheda del libro sul sito di Sellerio 
Technorati:


La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora, di Ben Pastor

 

Gli otto racconti qui raccolti, quattro ambientati sul fronte orientale e gli altri su quello italiano, ci raccontano secondo nuove prospettive questo personaggio letterario, complesso e allo stesso affascinante, Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale, volontario in Spagna nel 1937 (La canzone del cavaliere) – laddove la strega Remedios gli rivelerà il suo destino Quando mi si mostrerà di nuovo, sarà perché dovrò morire .
Nel 1939, nei mesi che precedono la guerra, che in cuor suo non vede l’ora di attraversare, il giovane ufficiale Bora, già in servizio presso l’Abwher, il servizio segreto militare (spesso in contrasto con le SS), deve seguire un incontro tra uomini d’affari e militari giapponesi (Il signore delle cento ossa).
Nel 1939 in Polonia, alle prese con l’omicidio di una suora in odore di santità (Lumen).

Un anno dopo, nel 1940 in Francia, in Bretagna, all’indomani della capitolazione dell’esercito francese, quando deve mettersi in contatto con un vecchio ufficiale, eroe di guerra.

Lo ritroviamo a Creta, nei luoghi che richiamano i romanzi etici che ha studiato, per la sua formazione classica, ma dove deve dar la caccia agli assassini di una famiglia svizzera (La strada per Itaca).

Martin Bora, per inseguire il suo destino di militare è andato volontario anche sul fronte russo due volte, nel 1941-42 la prima volta, riuscendo anche a sfuggire all’assedio di Stalingrado (La sinagoga degli zingari) e successivamente nell’estate del 1943 seguendo la seconda fallimentare offensiva tedesca a Kharkov (Il cielo di stagno).
Dopo la disfatta in Russia, il fronte italiano: prima nel veronese, alle prese con la morte di un gerarca fascista (Luna bugiarda), dove subirà l’amputazione della mano sinistra a seguito di un attacco dei partigiani. Successivamente a Roma, nell’inverno più lungo della capitali, città aperta per le leggi di guerra, ma alle prese con la miseria, la caccia agli ebrei, col fronte sempre più vicino (Kaputt Mundi).

In Abruzzo, nell’estate del 1944, inseguendo dei documento segreti di Mussolini, si è imbattuto ne “Il morto in piazza”. Pochi mesi dopo la sua strada ha incrociato quella degli ufficiali che organizzarono l’attentato a Hitler, come il colonnello von Stauffemberg (La notte delle stelle cadenti). Poi un ritorno in Italia, nei mesi drammatici in cui il paese era diviso dalla guerra e dall’odio di italiani contro italiani, specie al nord nella repubblica di Salò (La Venere di Salò).
Eccetto i primi due romanzi, sopra elencati in ordine cronologico, non nell’ordine della pubblicazione dei romanzi (l’autrice Ben Pastor è andata avanti e indietro nel tempo), sono tutti ambientati nel corso della seconda guerra mondiale: una guerra in cui il giovane ufficiale tedesco ci si è gettat
o, come gli eroi di Omero si gettavano nella battaglia qualche secolo prima. Di cultura classica, laureato in filosofia, un padre naturale musicista e un patrigno che è stato generale nella prima guerra mondiale. Sangue tedesco, ma anche scozzese, per parte di madre. Un figlio della Sassonia, la regione ad est della Germania che confina con la Polonia, ma anche un figlio della nostra terra, per le estate passate a Roma.

Attraverso i suoi racconti, l’autrice ci racconta la Storia, quella con la S maiuscola: le grandi battaglie, i personaggi che troviamo sui libri di storia. Una guerra che è descritta dal punto di vista strettamente personale di questo personaggio che, per citare Pirandello, è uno e nessuno e centomila: ufficiale dei servizi che ha prestato giuramento alla patria, al Fuhrer, ma anche uomo che si trova di fronte tutti i problemi etici che questa guerra gli mette di fronte e che fanno cadere, una dopo l’altra, tutte le sue certezze, fanno scemare quell’entusiasmo con cui aveva indossato la divisa. I cadaveri dei civili polacchi raccontati in Lumen, che lo metteranno per la prima volta sul libro nero delle SS.

La guerra in Russia, che non era più una battaglia tra eserciti, ma uno sterminio di uomini contro uomini, dove si era andati oltre tutte le leggi di guerra.

L’uomo giusto nella divisa sbagliata”: così lo definisce Luigi Sanvito, che cura per Sellerio i romanzi di Ben Pastor, nell’introduzione a questa raccolta. L’uomo giusto, alle prese con tutti i contrasti nati dalla sua natura, di soldato e di uomo con dei valori. Ma anche la natura di investigatore, per tutti i casi che, nel corso delle sue storie, si è trovato ad affrontare: sono delitti nati dalla guerra, le piccole storie, con la s minuscola, che aiutano anch’essi a raccontare il clima, il contesto, la vita di quegli anni in cui in Europa era diventata terreno di battaglia.

Ufficiale di carriera dell’esercito tedesco che ordini superiori o il semplice caso prestano all’attività investigativa, Bora deve affrontare non solo intricatissimi misteri criminali, ma anche, forse soprattutto, i paradossi che scaturiscono dalla sua scomoda posizione di «uomo giusto nella divisa sbagliata»: che senso ha indagare su singole morti per omicidio mentre tutt’attorno infuria l’apocalittica carneficina della guerra, assassinio legalizzato per eccellenza?
Come conciliare l’etica Kantiana (e i precetti cristiano cattolici, sia pure con qualche sfumatura protestante) con la consapevolezza, sempre più matura di anno in anno (e di romanzo in romanzo, dalla Spagna del ‘37 de La canzone del cavaliere alla Repubblica Sociale italiana del ‘44 de La Venere di Salò), di essere oggettivamente al servizio di una delle dittature più sanguinarie della storia recente italiana?

In questi racconti, i primi quattro ambientati sul fronte orientale e gli ultimi su quello italiano, troviamo il delitto, il mistero, la scena del delitto che racconta del morto, del suo assassino e a volte è una messa in scena per sviare l’investigatore, Martin Bora che, ad occhi esterni, può apparire distaccato, freddo, senza alcuna sensibilità apparente. Un investigatore che deve mettere assieme i pezzi per arrivare alla soluzione del caso che, se non è sempre consolatoria, almeno restituisce un poco di giustizia e di luce in questo mondo sommerso dalle ombre del male.

I racconti contenuti in questa raccolta

Parte prima - il fronte orientale

Tre fratelli

Il primo enigma per Martin Bora si presenta nel 1941 in Ucraina, dove in una stazione incontra il professor Vladimir Propp: mettendolo di fronte ad un indovinello, il professore aiuterà Bora nella soluzione di un delitto, la morte di una donna trovata dentro una pozza. Propp lo metterà di fronte ai pericoli della sua “avventura”, la guerra in Russia

Mi chiedo quanto sia sensato che lei persegua questa avventura nel mio paese.  

L’eroe si inoltra in un regno sconosciuto, e se riesce ad uscirne, ne emerge profondamente cambiato.

La finestra sui tetti

A Praga nel maggio 1942, Bora deve eseguire un compito rischioso per l’Abwher, che stanno indagando sui piani criminali di Heydrich, Reichprotektor della Boemia e Moravia.

Dalla sua “finestra sui tetti” di Praga sarà spettatore dei preparativi dell’attentato a Heydrich. Qui impara, per la prima volta, quanto sia difficile nascondere la sua natura, i suoi sentimenti, per colpa degli incarichi che deve svolgere:

La mia è una finestra alta, si disse, dalla quale si gode di una vista privilegiata e solitaria. E benché il prezzo in ballo fosse la vita, stanotte sembrava a Martin Bora che che il gioco richiedesse meno eroismo che coraggio: il coraggio di apparire indifferente a coloro ai quali più teneva.

Il giaciglio di acciaio

Siamo a Stalingrado, nel 1942: questo racconto è come un capitolo del romanzo La sinagoga degli zingari, tutto è concentrato nei pochi giorni tra Natale e fine gennaio, quando assieme ai suoi uomini, Bora riesce a scappare dalla tenaglia dell’esercito russo. Salvando la sua vita, ma lasciandosi dietro un pezzo della sua anima. O forse anche la vita stessa.. A tenere vita la sua speranza, a non volersi lasciar andare, i ricordi della sua infanzia, dei suoi cari, dell’amata Dikta, la moglie lasciata in Germania a cui dedica, in una lettera, i versi di Garcia Lorca

Voglio morire, decentemente in un giaciglio

D’acciaio se possibile,

con vere lenzuola

Onegin

Questa volta non è un omicidio quello in cui inciampa Bora, ma un padre che ha denunciato il figlio ai tedeschi, esponendolo al rischio di una condanna a morte. Dietro, come si scoprirà, una storia di violenze e di vendette, non come quella raccontata da Verga con compare Turiddu, ma piuttosto come quella raccontata in Otello: in questo racconto si affronta il drammatico tema degli stupri come arma di guerra, un aspetto purtroppo ancora presente nelle guerre moderne.

Parte seconda – fronte italiano

Il sangue dei santi

Siamo a Lago, nella provincia veronese, nel dicembre 1943: l’indagine in cui viene coinvolto Bora è l’omicidio di un prete, don Ivo, descritto da tutti come “un sacerdote attento e un bravo giovane”.

Ritroviamo in questo racconto l’ispettore Guidi (protagonista nei romanzi Luna bugiarda e Kaputt Mundi) che dovrà, con una certa riluttanza, collaborare con Bora per far luce su un traffico di reliquie, sui responsabili dell’omicidio, con una riflessione finale su fede, fiducia e ingenuità, “sono credente e perfino ingenuo” si trova a dire l’ufficiale tedesco. In tempi di guerra e di sofferenza, anche questa ingenuità aiutava ad andare avanti.

Nodo d’amore

Nel gennaio 1944 Martin Bora è a Roma, come aiutante di campo del generale Westphal: avendo dimostrato di saper sbrigliare casi complicati, non solo al fronte, viene mandato a Littoria ad aiutare le autorità italiane, polizia e carabinieri, coinvolte in un caso di omicidio. Un gioielliere, italiano ma adottato da una famiglia ebrea, ucciso nel tentativo di una rapina, i ladri oltre ai soldi si sono portati via una spilla di grande valore, un nodo d’amore in oro arricchito con diamanti. La moglie, sospettata del delitto da parte della polizia, è una cittadina tedesca, da cui l’interessamento delle autorità militari. Un uxoricidio, dunque? Nella testa di Bora si accumulano dei dettagli apparentemente insignificanti, ma non meno molesti (e non meno dolorosi, se sommati al pensiero della moglie Dikta di cui non ha notizie)

Il telefono staccato, l’amante, il grembiule fradicio e insanguinato dentro l’armadio. Rapallo, i bordelli del nord Italia, l’Agro Pontino redento. Il nodo d’amore per cui si uccide e per cui si tace.

Non si sentivano i treni

Dopo la ritirata da Roma, conquistata dagli alleati nel giugno 1944 (e di cui abbiamo letto in Kaputt Mundi), l’unità di Bora si è trasferita sulla linea gotica, sull’appennino. Qui, in viaggio in treno (uno dei pochi treni in circolazione in tempi di guerra) Bora fa uno strano incontro: un signore anziano che, inaspettatamente, gli rivolge la parola, con l’intenzione di raccontargli una storia, due delitti avvenuti in una casa di campagna qualche anno prima. Una storia di due amanti uccisi per gelosia, di rimorsi e di un lupo che va a bussare a casa del cacciatore.

Bocca d’Inferno

Nell’ultimo racconto vediamo Bora, promosso colonnello, in azione sull’appennino nord occidentale nel settembre 44: in azione contro le “bande” dei partigiani, formazioni irregolari secondo il linguaggio burocratico della guerra, ex militari, renitenti alla leva, giovani che in quel drammatico inverno presero le armi per aiutare la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi fascista. Ancora una volta è una indagine, apparentemente slegata dalla guerra, ad incuriosire Bora: una giovane donna, rimasta vedova, che sarebbe stata rapita da una famiglia di proprietari terrieri che l’ha portata nella sua cascina, a Bocca d’Inferno.

Siamo sulla linea Gotica dove, come ai tempi dei “barbari” si uccidono civili, si lotta per il possesso di un lembo di terra, si uccidono prigionieri. Come succederà a Bora, che dovrà applicare le dure leggi di guerra, nonostante la consapevolezza di stare dalla parte sbagliata della guerra, “il disinganno rispetto allo zelo idealista” dei primi anni di quella guerra dentro cui era dentro da ormai cinque anni.

Perché leggere questo libro? Per chi non ha mai letto nulla di Ben Pastor, è l’occasione per avvicinarsi a questa autrice e scoprire questo personaggio complesso, affascinante e scostante, l’ufficiale dei servizi Martin Bora. Per chi, come me, ha letto tutti i romanzi della serie, sono di aiuto per raccordare assieme tutte le storie già lette nei romanzi “lunghi” della scrittrice americana ma di origini italiane, editi da Sellerio.

Questi i romanzi di Ben Pastor con Martin Bora editi da Sellerio (alcuni erano già stati pubblicati da Hobby & Work)

La scheda del libro sul sito dell'editore Sellerio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


04 novembre 2021

La sinagoga degli zingari, di Ben Pastor

 


Diario di Martin Bora

Il cielo, le nuvole. C'è un'erba che dopo la pioggia esala un forte odore di canfora. I rossi la chiamano perovskia, e somiglia alla salvia senza esserlo.

D'estate come adesso, dopo la pioggia, nella steppa la natura sembra esplodere. Fiori ovunque, fra i sassi e lungo i dirupi, a perdita d'occhio. Cresceranno sulle nostre ossa? E' una domanda legittima, che in molti ci poniamo senza dirlo ad alta voce. Sono pensieri da invasori, categoria umana un gradino al di sotto dei conquistatori.

Fino ad oggi, nel romanzi della serie dedicata all'ufficiale investigatore dell'Abwher (il servizio segreto tedesco) Martin Bora, i mesi di Stalingrado erano solo evocati, come ricordi custoditi gelosamente dentro la sua mente, come ferite da nascondere, da non esibire.

Leggendo questo romanzo, ultimo della serie, si capisce bene perché: serviva tempo, serviva uno sforzo enorme, sia come scrittrice sia come storica, per ricostruire l'epica battaglia attorno alla città sul Volga, che Ben Pastor ci racconta attraverso gli occhi, le emozioni, i pensieri di questo ufficiale dell'esercito tedesco, attraverso le varie fasi dell'avanzata tedesca.

L'invasione attraverso la steppa, l'ebrezza di attraversare spazi enormi fino allo slancio finale per prendersi la città di Stalingrado, obiettivo strategico sia per le riserve di petrolio del Caucaso sia per il valore politico che avrebbe avuto la conquista della città col nome di Stalin.

Qui non esistono direzioni nonostante le bussole le stelle le cartine ai ponti radio la steppa il luogo della terra in cui tempo e spazio si dilatano fino a perdere significato solo i cavalli sono felici perché come pesci non sanno contare i chilometri.

Ma ad interrompere la cavalcata a capo dell'unità di esploratori, in quel caldo agosto del 1942, arriva per Martin Bora un nuovo incarico dal suo superiore, Lolo Stumbeck: si tratta di recuperare due civili romeni che si sono persi, dopo un atterraggio di fortuna vicino la città di Millerovo, mentre andavano in visita al comando del generale Paulus, comandante della 6a armata.
Nicolae Tincu e Bianca Costin, due scienziati famosi nel loro paese per l'attivismo politico con cui avevano denunciato i crimini di guerra dell'esercito ungherese nel 1940, nella zona della Transilvania. I coniugi erano stati anche in Italia, dove avevano incontrato Majorana e i colleghi di Enrico Fermi. E ora erano dispersi in qualche punto della steppa: cosa dovevano andare a fare dal generale Paulus e come mai ad un comandante di unità viene chiesto di unirsi alle richieste, già in corso dai soldati italiani e dai romeni?

Per quale motivo due accademici romeni erano diventati una questione di massima importanza? Tre eserciti alleati si stavano affannando a trovarli, ma per giustificare questa attivismo non bastava essere amici di Paulus. Enrico Fermi e colleghi avevano lavorato all'atomo e alla radioattività. Tincu li aveva conosciuti e frequentati. I servizi tedeschi lo sapevano..

Bora ha pochi giorni di tempo per risolvere la faccenda, andando ad infilarsi in una questione spinosa tra due degli alleati in questa guerra di Russia, gli italiani e i romeni, che si attaccano a vicenda:

I romeni si vantavano dei loro scienziati e li volevano. Gli italiani desideravano trovarli per primi per evitare una brutta figura e tedeschi, che avevano ben altri obiettivi in mente, si presentavano come arbitri imparziali. In questa storia si disse Bora non torna proprio niente.

Bora si ritrova a fianco del maggiore Galvani, al campo italiano, che lo accompagna nelle ricognizioni della zona di scomparsa, finché in una di queste non si imbattono in una casa di campagna, dentro cui scovano parti del vestiario dei due scienziati. Poco lontano, in fondo ad una spaccatura del terreno, i loro corpi, uccisi, con un colpo alla nuca. Una scena che a Bora ricorda altri morti, durante l'invasione della Polonia: le esecuzioni di civili fatte dalle SS, crimini di guerra a freddo, nemmeno a ridosso dell'invasione, la prima dolorosa scoperta per il giovane Bora di come la guerra non fosse solo una questione di gesta eroiche

I ricordi della Polonia gli balzarono in mente; riconobbe ogni dettaglio dell'accaduto quasi fosse stato lì. E fu come nei boschi a poche ore da Cracovia, quando aveva assistito non visto alle esecuzioni sul ciglio di fosse appositamente scavate, e a cento giorni dall'inizio della guerra aveva capito che la guerra non era o non era più ciò che aveva sperato.

Oltre ai morti e al ricordo delle persone amate, la moglie Dikta, la strega Remedios in Spagna, c'è un'altra immagine che continua ad affollare i sogni del maggiore Bora. Un'immagine che prende la forma di una sinagoga verso cui cerca di avvicinarsi e che continua invece a sfuggirgli. La sinagoga degli zingari:

Ancora non lo sapeva ma nei mesi a venire l'immagine fantasma della sinagoga degli zingari gli sarebbe apparsa di nuovo alta Serena e inaccessibile.

L'indagine sull'omicidio dei due morti non potrà essere terminata, sebbene Bora abbia intuito che attorno ai due coniugi c'erano interessi superiori, per dei segreti che si portavano appresso. Quell'esecuzione può essere opera di un commissario politico, sfuggito dalla prigionia, oppure opera di un professionista, un assassino che li ha seguiti.

Ora è il momento dell'assalto a Stalingrado, la città delle fabbriche e che si affaccia sul Volga, che i tedeschi stanno bombardando da settimane.

Non rendendosi conto che poi loro dovranno farsi un varco, contro i cecchini (e anche delle donne) nascoste pericolosamente in mezzo alle rovine.

A Stalingrado la furia tedesca, lo slancio di mesi al galoppo nella steppa, si scontra con i soldati russi, i quali dall'altra parte del fiume stanno ammassando truppe.

Anche l'entusiasmo di Bora deve adattarsi, il senso di invincibilità, di onnipotenza che aveva contagiato poi i suoi uomini, subisce una mutazione

Dopo un mese a Stalingrado devo modificare la mia affermazione da Sono invincibile a Intendo essere vittorioso. Potrei dire sarò vittorioso ma da comandante addestrato nei servizi, il mio mestiere è valutare le probabilità.

Il racconto di quella battaglia fatta tra quelle rovine, scheletri di fabbriche, dove si poteva morire per lo sparo di un cecchino, per i colpi di mortaio lanciati da lontano, per le malattie, per il freddo, è fatto in modo vivido. Non è più una guerra, almeno non una guerra di quella insegnata sui libri, se mai ne sia esistita una simile. E' una lotta primitiva per la sopravvivenza dell'uomo, costretto a rubare i vestiti ai morti per avere qualcosa di caldo da mettersi addosso. Dove era preferibile il colpo isolato di un cecchino rispetto a quella agonia.

Perché a Stalingrado, la 6a armata si ritrova all'improvviso circondata e isolata: Bora sente arrivare addosso l'onda, come nel quadro del pittore giapponese, “La grande onda”.

Quanti ne sono rimasti vivi di quei 250 mila uomini intrappolati in quella città di distruzione e macerie?

Se lasciamo andare la pietà; no se abbandoniamo la pietà, è tutto finito. È l'unica cosa, ormai, che ci distingue dagli animali. Possiamo cercare di mantenere - penosamente mi sta a cuore - l'aspetto di soldati nonostante il freddo, la paura, le privazioni ma in realtà conduciamo esistenze da bestie che non si allontanano troppo dalla tana, perché i predatori sono un agguato tutt'attorno. Non mi aspetto misericordia dai russi, né per i miei uomini né per me. Ma anche se continueremo a sparare loro addosso finché avremo munizioni, non intendo rinunciare alla pietà.

L'unica è non perdere la pietà, non perdere la lucidità, per sé stessi, per i suoi uomini, per la sua famiglia. Perché la fuori, oltre le linee nemiche, c'è ancora quella Sinagoga da raggiungere..

Per Bora c'è anche quel caso da risolvere, che gli rimane appiccicato addosso nonostante la guerra: l'omicidio dei due scienziati romeni, che alla fine svelerà un intrigo internazionale e una guerra di spie (anche tra alleati) per interessi politici ed economici.

Ma non sarà la soluzione di quel caso a salvare Bora, dentro cui rimarrà un senso di vuoto enorme. E nemmeno l'essersi salvato, in una fuga dalla trappola che ci viene raccontata nelle pagine del suo diario, tra delirio e visioni frutto della stanchezza e della febbre.

No, Bora è morto assieme a migliaia di altri soldati lì, a Stalingrado. Quello che è tornato è un'altra persona.

Mia moglie Benedikta ha ragione, quando dice che non sono mai tornato. Qui, oggi, qualcun altro scrive queste righe per me. Il fanciullo scambiato ha preso il mio posto, mentre io sono per sempre escluso da ciò che ero. Il mio vero sé è rimasto nell'irraggiungibile Sinagoga degli zingari, mentre l'altro Martin Bora, il sostituto che da ora in poi agirà, amerà, ucciderà per me, continua ad avanzare futilmente in questa futile guerra.

Dentro questo romanzo troviamo il racconto della guerra in Russia, gli errori commessi dai generali tedeschi, l'illusione dell'avanzata facile nella primavera estate del 1942. Uno sguardo che si abbassa a quello del soldato di prima linea, in mezzo al gelo, alla paura, lo scoprire di essere diventate prede e non predatori. E ancora l'intrigo per quella indagine su due omicidi nel mezzo del grande massacro di Stalingrado (un milione di morti, da entrambe le parti).

In mezzo, i pensieri, i ricordi di questo soldato tedesco, fedele alla Germania ma non un fanatico nazista, un investigatore-filosofo in cui si mescola il sangue  e la cultura di mezza Europa, quella tedesca e quella inglese (o meglio, scozzese), quella italiana e quella imparata sui campi di battaglia dove Martin Bora ha cercato sé stesso, dalla Spagna alla Polonia.

La scheda del libro sul sito di Sellerio

I link del sito su Ibs e Amazon


14 ottobre 2018

La notte delle stelle cadenti, di Ben Pastor


Incipit

I grandi eventi di solito giacciono inattesi, 
e chi se li aspetta li rallenta soltanto 
Joseph Roth, Hotel Savoy 

Dintorni di Shonefeld, regione di Teltow,
 
lunedì 10 luglio 1944, ore 5.48 
L'inchiostro nella penna stava finendo. L'ultima pagina che aveva scritto nel diario era di un celeste acquoso; e se fosse riuscito a trovare l'occorrente, Bora avrebbe dovuto riscriverla per renderla leggibile. La carta assorbente serviva appena; la mise come segnalibro fra le pagine e posò il diario sulle ginocchia ..

Estate 1944, quinto anno della seconda guerra mondiale, con gli alleati sbarcati in Francia violando la linea di difesa della fortezza Europa, i russi che macinano chilometri (e anche reggimenti dell'esercito tedesco) ad est. Sul fronte sud, infine, una risalita dello stivale resa lenta dalle difficoltà del suolo e dall'accanita difesa delle forze tedesche, tra cui anche il reggimento di cui il tenente colonnello Martin Bora è comandante.
Lo ritroviamo ora in aereo verso Berlino, per presenziare al funerale dello zio Alfred, un medico (a cui il piccolo Martin era molto affezionato) che non aveva nascosto le sue obiezioni verso l'eutanasia di Stato (e perfino le leggi razziali).
Morto per un malore, dicono le cronache dei giornali, lo stesso Fuhrer ha fatto pervenire alla famiglia il suo sentimento di rammarico.
Eppure un amico dello zio, il dottor Olbertz, sussurra nelle orecchie di Bora quelle parole che lo lasciano sgomento “nicht so frei tod”.
Forse lo zio non è ucciso, forse è stato ucciso ..

Sedevano l'uno di fronte all'altra, con un parente che forse il Partito aveva costretto al suicidio, una bomba d'aereo inesplosa a qualche isolato di distanza, e la convocazione di Arthur Nebe per quella sera, a informarsi cortesemente di parenti e amici.Be', ci proteggiamo tutti come possiamo. Lei attende che io dica qualcosa, ma sa che non posso, perciò aspetta senza insistere.

Un mistero che per Bora rimarrà insoluto: ha appena il tempo di rivedere la madre Nina in un incontro toccante, dopo mesi dal fronte (e dalla ferita alla mano, dalla separazione dell'amata Dikta) quando viene chiamato nell'ufficio del comandante della polizia criminale, il generale SS Arthur Nebe.
[Bora] Sentiva nell'aria qualcosa di simile all'addensarsi di un temporale” - questi sono i pensieri del tenente colonnello mentre si aggira per le vie di Berlino del 1944, non ancora distrutta ma già vittima dei bombardamenti degli alleati, dove su tutto pesa una strana sensazione di transitorietà.
Cosa vuole da lui il generale Nebe? È consapevole di essere finito, da tempo, su una lista nera, per il suo comportamento durante la guerra: da quando cioè aveva denunciato al generale Von Tresckow i crimini di guerra compiuti dalle SS combattenti in Polonia.
In un contrasto quasi insostenibile, delicati fiori selvatici crescevano al bordo della massicciata. Avena selvatica, denti di leone.Gli stessi che spuntavano anche in Polonia e in Russia, lungo le fosse comuni che aveva fotografato di nascosto, sprofondato fino alle caviglie nella terra molle dove si intrecciavano radici e capelli umani.

Poi Roma, con una ostilità con l'ufficio delle SS ai limiti dell'insubordinazione.

Eppure non è questo: Nebe gli chiede di occuparsi di un delitto, affiancato da un ispettore della Kripo (pure lui reduce dalla pulizia etnica ad est con gli Einsatzgruppen).
Si tratta della morte di Walter Niemayer, un esoterista, un mago, una persona passata attraverso mille identità: ebreo errante negli anni della repubblica di Weimar, medico svedere e ora mago, indovino, ipnotista.
Il mago di Weimar è stato trovato morto, sparato con due colpi di fucile: Nebe gli consegna già una lista di sospettati, tra vicini e persone che avevano avuto rapporti con lui e l'ordine di chiudere il caso entro una settimana.
Perché quel caso proprio a lui, sottraendolo dal comando in Italia? Perché lui e non la polizia di Berlino del conte Helldorf?
- Perché non si assegna il caso ad un funzionario della polizia criminale? 
- Questa è proprio la domanda alla quale non avrà risposta.

Sono giorni strani, c'è una strana atmosfera nell'aria, nonostante tutti i tentativi di congelare la situazione in uno stolido ottimismo: ma le macerie, le bombe, gli edifici a pezzi raccontavano una realtà diversa

Tutto cadeva in frantumi. Case, relazioni, persone. Sopratutto per stanchezza, benché il peggio - ne era convinto - dovesse ancora arrivare. Le ferite, le malattie le crisi familiari non erano fini a se stesse; costituivano i sintomi di un disagio più ampio, riconoscibile senza fallo da chi, come il nonno e il suo patrigno, lo aveva già vissuto durante la Grande Guerra.A chi daremo la colpa stavolta? Quante volte una nazione può asserire di essere pugnalata alla schiena? Raccogliamo quel che abbiamo seminato. L'idea più atroce era che gli innocenti avrebbero pagato coi colpevoli. Forse non ci sarà più un occidente verso cui fuggire, e quelli che vivono sul Baltico non avranno scampo.

Bora si dedica così al caso, cominciando a sentire i sospettati, una parrucchiera con amicizie molto influenti (è la parrucchiera della signora Goring), il giardiniere, che è già nella lista nera delle SS per la sua omosessualità e che era pure stato usato come informatore, il marito tradito e l'editore Glantz, che aveva commissionato proprio al mago di Weimar un'opera enciclopedica sull'esoterismo, che era finita in nulla.
Ricostruire la vita di un uomo. Il suo lavoro di soldato consisteva nello smantellare, rimuovere, liquidare; eppure in ogni indagine affidatagli era stato costretto a far risorgere qualcosa, partendo da quanto la vittima aveva lasciato ai vivi: una sostruzione di atti, relazioni, segreti che gli permettevano di comprendere.

Chi era il mago di Weimar e quali possono essere le ragioni della sua morte? Nonostante ciascuno degli indiziati (fatta eccezione per la parrucchiera) ha un buon motivo e sarebbe anche un colpevole che le SS gradirebbero molto, Bora comprende che l'omicidio nasconda qualcosa di molto più importante.
Del mago e del clima che si respirava negli anni di Weimar, gliene parla un giornalista austriaco, che era stato anche in Africa per raccontare la guerra d'Etiopia di Mussolini.
Aveva conosciuto il mago e aveva assistito a qualcuno dei suoi spettacoli, rimanendo disgustato: per il suo edonismo, per la massa di persone, donne soprattutto, che ricorrevano a lui per cercare qualcosa con cui consolarsi
Quello che mi infastidiva era il suo enorme edonismo. La sciocchina del mio articolo non ha nome semplicemente perché rappresenta centinaia di consorelle altrettanto afflitte. Lavandaie o mogli di feldmaresciali, tutte pronte a vedere attraverso gli occhi altrui, pur di non guardare coi propri. E tutte pronte a pagare per tale privilegio, anche quando non se lo potevano permettere..

Nel frattempo, Bora viene avvicinato dal suo ex comandante in Russia, Von Salomon, letteralmente terrorizzato da qualcosa, ansioso per delle informazioni a cui è venuto a conoscenza, qualcosa che si sta preparando..
Da che parte si schiererà Bora? Ex ufficiale dell'Abwher di Canaris, disciolto nei mesi passati quando i servizi passarono sotto il controllo del RSHA, ora Bora è come un Ronin, un Samurai senza padrone, col vincolo della fedeltà all'esercito (e al Fuhrer) e alla sua coscienza di uomo.

I timori di Von Salomon, gli ufficiali dello Stato Maggiore che lo guardano con ostilità. E poi qualcosa che viene fuori dalle sue indagini sulla morte del mago.
Si tratta del tentativo di colpo di Stato, messo in atto da ufficiali superiori dell'esercito e orchestrato dal colonnello Von Stauffenberg (capo di stato maggiore dell'esercito della riserva) e anche altri ufficiali proveniente dall'Abwher, come Oster. Un golpe che è destinato a fallire: sono le parole che lo stesso Bora rivolge al colonnello Stauffenberg durante un incontro serrato nell'ufficio di quest'ultimo, da cui Bora viene sbattuto fuori.
Così uguali, anche fisicamente, i due ufficiali, ma diverso è il loro modo di agire: Bora non è uomo da complotti e preferisce tenere la sua linea di ostilità (per cui è finito nei rapporti delle SS) in modo sotterraneo e per questo viene accusato di inerzia.
Due uomini sul ciglio di un baratro, come l'intero paese. Ma quello che preoccupa Bora è la reazione che poi sarebbe arrivata dalle SS, in caso di fallimento, quel bagno di sangue che poi è veramente avvenuto, con le 5000 vittime tra congiurati e parenti.
Più di tutto, temeva che von Salomon dicesse il vero. Ne sentiva in bocca il sapore come il sangue. Se fosse vero, e se fallissero, ci sarà un massacro come quello che abbiamo contribuito a scatenare in Russia contro l'Armata Rossa, alimentando con false prove la paranoia di Stalin e delle sue grandi purghe. Processi ed esecuzioni che nemmeno il mago di Weimar avrebbe potuto mai immaginare.

La notte delle stelle cadenti” è un titolo che farebbe pensare a qualcosa di romantico, ma la storia raccontata è in realtà molto drammatica: tutto si gioca attorno al significato della parola shooting, dal titolo originale (“The night of shooting stars”). Stelle cadenti e corpi che sparano, la caduta degli Dei, ovvero il crollo del regime nazista (già chiaro dopo le disfatte in Africa e a Stalingrado) e poi il crollo della casta militare aristocratica che aveva cercato, nel tentativo di colpo di stato contro Hitler, di salvare un briciolo del loro onore.
L'operazione Valchiria (l'attentato ad Hitler del 20 luglio), raccontata al cinema con un film poco realistico e nei libri con un bel romanzo “La notte dei generali” di Hans Hellmut Kirst.
Un golpe destinato a fallire: i congiurati non avevano nessun legame con gli alleati, il piano che avevano ideato era troppo fragile. Eppure, nonostante questo, decisero di andare fino in fondo per quel senso dell'onore.
Non posso crederci. Queste parole, o parole simili, furono quelle che sibilò fra i denti un esasperato Stauffenberg. - Lei si dimentica l'onore dell'esercito. 
- Se n'è già andato da tempo, purtroppo. 
- E quello individuale? 
- Perso in egual misura, grazie alla nostra collaborazione col regime. Gli alleati occidentali non si fidano di nessuno di noi, e non possiamo biasimarli. È un fatto. 
- Non è vero -. Stauffenberg misurava la stanza; il suo passo stivalato risuonava sul pavimento di nudo legno. - Dimentica la remissione dei peccati. 
- Dopo milioni di vittime? - Per quanto gli fosse difficile tenere la voce bassa, Borsa non poteva fare altrimenti. - Siamo entrambi cattolici, non dimentico né ignoro la remissione dei peccati: ma ci sono limiti al diritto di aspettarsi il perdono dal Signore. O dal nemico.

Costruito attorno ad una trama da romanzo giallo (la ricerca dell'assassino del mago), si racconta del clima che si respirava a Berlino, nel fronte interno, in un racconto corale che mi ha ricordato molto Kaputt Mundi, ambientato nei mesi dell'inverno precedente.
Un romanzo corale in cui si alternano pagine di intrighi, con pagine di intima sofferenza personale del nostro protagonista: le ferite esterne, la mutilazione al braccio, e quelle dentro l'anima, raccontate con una delicatezza che fa da contrasto alla brutalità del mondo fuori.
Il desiderio di un incontro femminile, i ricordi del fratello Peter, la paura di essere arrestato da un momento all'altro dalla Gestapo
Per un minuto o due Bora restò nella strada deserta. Potrebbe succedere a chiunque di noi, si disse. Potrebbe succedere a me. Anche agli inizi della guerra, quando si arrendevano a migliaia nelle nostre mani, pensavo: «Questo potrebbe succedere anche a me».

Attraverso gli occhi e i pensieri di Bora vediamo le stelle che sono cadute e ora tocca alla Germania sperimentare su sé stessa le stesse atrocità fatte all'est ad ebrei e russi, come una sorta di nemesi.
Noi siamo questo, si trova a pensare di fronte alla morte di evasi russi, lasciati bruciare in un cascinale:
Bora non commentò. Gli evasi, russi o no, potevano ben commettere dei crimini. Non sarebbe stato difficile imputare loro perfino l'omicidio di un avvocato.L'odore acre del fumo, e di uomini bruciati vivi, era lo stesso della Polonia, dell'Ucraina, e prima ancora della Spagna. Noi siamo questo, pensò Bora. Noi siamo anche questo. O forse siamo solo questo.

Noi siamo questo. E allora non rimane che chiudere il caso nonostante le false piste e pensare alla propria anima, come annota nel suo diario in uno dei rari momenti di sincerità emotiva:
"Inquieto ma leale, coinvolto quel che basta a rendermi colpevole ma non a dannarmi l'anima.Salvare quest'ultima è quanto posso fare, finché la tenaglia ricomincerà a stringere. Per ora, posso solo trattenere il fiato"

La scheda del libro sul sito dell'editore Sellerio
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 gennaio 2015

La strada per Itaca, di Ben Pastor

Incipit:
Mosca, hotel National, domenica giugno 1941,tre settimane prima dell'invasione dell'Unione SovieticaSe Martin Bora avesse saputo che entro mille giorni avrebbe perso tutto ciò che aveva (ed era), quella domenica non si sarebbe comportato in modo apprezzabilmente diverso.Quella domenica, le coser erano come erano.Non fosse stato per la pesante grafia inclinata in cui era scritto, il messaggio sul comodino sarebbe sembrato innocuo. Conteneva solo due parole: Dafni, Mandilaria.

Il suo andare avanti e indietro nella vita dell'ufficiale detective filosofo Martin Bora, ci ha portato in Spagna nella guerra civile del '37 (“La canzone del cavaliere”), nella Russia dal cielo di stagno del 1943, subito dopo la tragedia di Stalingrado.
Abbiamo visto muoversi l'ufficiale dei servizi segreti (Abwehr) negli intrighi italiani dell'Italia salotina, a Verona e a Roma, nei mesi cupi che precedettero la liberazione del giugno '44 (“Kaputt Mundi”).
Un girovagare per l'Europa in guerra: ma la guerra che gli occhi di Martin Bora raccontano per noi non è quella delle glorioso battaglie celebrate da tanti film. È più una guerra vista dal fronte interno o dopo il passaggio della battaglia. Dopo che i cannoni e i bombardamenti hanno già ottenuto il loro premio di sangue.
Dopo le stragi delle SS in Polonia, nella Roma dei razionamenti.
Bora come un novello Ulisse, sempre straniero in terra d'altri, sempre alla ricerca di qualcosa: la soluzione di un mistero, il proprio destino, l'adrenalina della battaglia:
Non si forma mai muschio su di me. Sono come un sasso che continua a spostarsi, anche quando non rotola”.

La storia lo porta ora a Creta, subito dopo l'invasione tedesca del 1941 e la sanguinosa battaglia che ha contrapposto inglesi e i parà tedeschi.
In realtà “La strada per Itaca” parte da più lontano, a Mosca, nelle settimane appena precedenti l'operazione Barbarossa del giugno 41: la pace tra Germania e Russia è tenuta in piedi ipocritamente dagli apparati d'ambasciata e sarà così fino alla fine. Il patto Ribbentrop Molotov ha sancito l'alleanza tra i due regimi: Bora, anche lui in servizio a Mosca riceve l'incarico da Berija in persona, di volare a Creta a prendere due casse di vino, il Dafni e il Mandilaria.
Perché il feroce numero tre del regime staliniano, il responsabile delle purghe, affida proprio ad un ufficiale dei servizi questo compito?
Con la sua impeccabile divisa, Bora si ritrova così nella luce splendente dell'isola del Mediterraneo, dopo che si sono conclusi gli scontri.
Un sentirsi fuori luogo, lui che non ha combattute in mezzo a feriti, con quella missione così particolare.
Ma il destino ha in serbo altro per il capitano Bora: dovrà occuparsi della strage di una famiglia di cittadini svizzeri, trucidati assieme ai loro coloni, nella loro villa ad Ampelokastro, in una zona mano. Un sottufficiale inglese è stato testimone del massacro: ha visto un plotone di parà entrare in villa ed in seguito ha udito le raffiche dei colpi dei mitra. Il sergente ha anche scattato delle foto  poi  consegnate ad un ufficiale con lui in un campo di prigionia tedesco, che in seguito ha denunciato quanto accaduto.
Non è la solita rappresaglia che, in tempi di guerra, si può mettere a tacere.
Villiger, il morto, era un cittadino svizzero che lavorava per la Ahnenerbe “la società fondata da Himmler per studiare il passato mitico della razza ariana”.
Prima che la faccenda arrivi all'attenzione della Croca Rossa (la Svizzera è un paese neutrale) e, peggio ancora, alle orecchie di Himmler e delle SS, a Bora viene chiesto di investigare sulla strage per cercare di capire se veramente è stata opera dei parà del 1 Reggimento aviotrasportato tedesco, oppure se dietro la strage ci sia qualcos'altro.

Chiaramente è un'indagine che non attira la benevolenza dei colleghi dell'aviazione, che lo ostacolano in tutti i modi. Bora dovrà cercare la collaborazione del poliziotto Kostaridis, un personaggio all'apparenza un po' stolto e trascurato. E di una signora americana, moglie di un partigiano comunista nelle mani dei tedeschi, Frances Allen, che lo accompagnerà nel sua “Odissea” per i monti dell'isola cretese, come Arianna accompagnò Teseo nel labirinto del Minotauro.
Un viaggio alla ricerca del testimone della strage.
Perché forse le cose non sono andate come sembrano. Forse non è stata una rappresaglia da parte di un plotone di parà particolarmente nervoso per le perdite subite.
Questo Villiger era una persona dalla duplice natura: era solo un archeologo che non aveva legato con gli altri storici anglofili dell'isola oppure lavorava per i servizi? E per quali servizi?
“Che cosa faceva Villiger per Himmler, esattamente? Quali erano i suoi compiti oltre a misurare crani e classificare occhi?”

Strani documenti vengono recuperati dal capitano e dal poliziotto nella banca. Diversi passaporti con la stessa faccia ma nomi diversi. Lasciapassare “arianizzati”, e una lista di nominativi ebrei.
Questa storia, si disse, è cominciata con le fotografie. Da qualche parte il sergente maggiore Powell si lecca le ferite, si crede al sicuro, e si chiede (o forse no) se il severo ufficiale anglo-indiano cui ha affidato l'apparecchio fotografico, abbia denunciato la strage ad Ampelokastro. Villiger, Powell, Sinclair, Savello, Kostaridis, Bush, l'Ufficio Crimini di Guerra e presto la Croce Rossa internazionale: tutti in un modo o nell'altro collegate dalle fotografie, per diversi motivi. Se ne avesse avuto i mezzi, perfino Achille avrebbe mostrato le immagini cruente di Ettore, che i suoi cavalli avevano trascinato cadavere intorno alle mura di Troia. Eccome, se ne sarebbe vantato. Solo Ulisse, reso ora grinzoso, ora splendido agli dei, poteva permettersi di non somigliare alle foto del suo passaporto. Invece Villiger – prete mancato, razzista, himmleriano, antiquario, studioso di antichità e spacciatore di visti «arianizzati» - temerariamente o stupidamente usava la stessa foto su documenti diversi”.

L'indagine diventa un viaggio pieno di riferimenti della mitologia antica, come giusto che sia nell'isola che è stata culla della civiltà occidentale: il trafficante di uomini e donne che si chiama Minosse (il guardiano dell'inferno), Satanas è uno dei banditi che imperversano sui monti all'interno dell'isola.
D'altronde Ulisse di Joyce è il libro che compra e legge nel viaggio da Mosca a Creta. Un segno del destino.
Il viaggio dentro l'isola diventa anche un viaggio nei ricordi: l'infanzia e il suo rapporto duro col patrigno Il generale Sickingen), il litigio con Waldo Preger (il compagno di giochi poi ritrovato come parà a Creta), la guerra in Spagna, la parole di Remedios (“Quando mi si mostrerà di nuovo, sarà perché dovrò morire”).Sul suo diario, Bora annoterà:
Quest'isola è come una ruota, dove il tempo continua a girare su se stesso. Creta è una macchina del tempo dove le memorie si susseguono, e io vi sono caduto dentro a mio rischio e pericolo”.

La strada per Itaca sarà l'ennesima prova di coraggio (e di intelligenza, e di intuito) per il militare-detective Martin Bora: la strada che lo ha portato fin qui dalla Spagna e poi in Polonia, in poche settimane lo manderà sul fronte russo per l'imminente invasione.
.. e dissi sì voglio Sì”: è la risposta (nelle ultime parole di Joyce) della sua coscienza di soldato per questa sfida. Di cui è consapevole dei rischi.
Perché Bora è come Achille, l'eroe del mito dalla “solitudine irata”.
Un eroe che, sempre di più con l'avanzare della guerra, dovrà fare i conti con la sua coscienza di uomo, in contrasto con gli ordini che riceve come soldato. In contrasto coi modelli e i valori del nuovo mondo nazista: anche questa è un'altra traccia di lettura interessante del libro. Il contrasto tra le due germanie: quella nobiliare aristocratica da cui proviene Bora, quella sconfitta dalla prima guerra mondiale. E quella che il nazismo vuole costruire, togliendo di mezzo i “privilegi” e le classi.
È la Germania di Bora e di Waldo Preger, l'amico di infanzia con cui si era scazzottato e che ora ritrova a Creta come comandante di un'unità di parà.
Potranno ancora andare avanti queste due visioni di Germania nello stesso esercito?

E cosa riserverà il futuro all'ufficiale Martin Bora, nel suo peregrinare come soldato, per l'Europa?
Ogni luogo è Itaca per chi vi è nato e desidera tornarvi. Così, ogni strada verso casa è la strada per Itaca”.

La scheda del libro sul sito di Sellerio.

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