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09 ottobre 2021

Vajont, la tragedia dimenticata



Per me come per tanti altri, il 9 ottobre è il giorno in cui va ricordata la tragedia del Vajont, il 9 ottobre del 1963, 58 anni fa.

La frana del monte Toc che, cadendo sul bacino artificiale della diga del Vajont, la grande opera dell'Italia del boom economico, causò un'onda di acqua e fango che, oltrepassando il ciglio della diga, si abbatté sulla città di Longarone e le sue fazioni.

Una tragedia costata duemila vittime quasi, molte delle quali mai ritrovate, in mezzo a quel mucchio di sassi, fango, pietre che era diventata la cittadina bellunese.

Una tragedia che Marco Paolini ha raccontato in un celebre monologo televisivo nel 1997, il teatro della memoria, utilizzando il libro della giornalista de l'Unità Tina Merlin, “Sulla pelle viva”.

Perché questa tragedia, oggi dimenticata, è stata costruita dall'uomo sulla pelle viva delle vittime, andando a costruire una diga la dove non si sarebbe dovuta costruire, andando ad ignorare gli allarmi di alcuni geologi, della popolazione locale.

C'è il profitto, c'era da rientrare nell'investimento (prima che lo stato nazionalizzasse gli impianti, che andavano dunque venduti al miglior prezzo possibile). C'era da celebrare l'Italia che era finalmente uscita dalle macerie della guerra, era una nazione capace di costruire opere di ingegneria come questa, una diga altra 261 metri, a doppia V, la “banca dell'acqua” per le altre dighe sul Piave.

E, dunque, a chi importa di quei montanari, che quella tragedia l'avevano vista crescere, giorno dopo giorno, scossa dopo scossa, frana dopo frana?

Avrebbe dovuto essere un monito, quella tragedia, per darci una indicazione su quali sono i confini da non oltrepassare.

Perché non era caduto un sasso in un bicchiere, non era stata una tragedia “naturale”, come scrissero molti giornalisti all'indomani della strage. Come Bocca, Buzzati, o come Montanelli che definì sciacalli quei giornalisti come la Merlin che si permettevano di puntare il dito contro lo stato, contro la Sade, l'azienda privata che aveva realizzato l'impianto.

Vajont è la tragedia dimenticata, eppure è stato il nostro 11 settembre, un olocausto consumato in pochi minuti.

Per poi piangere, povera Longarone, povera Longarone..

Le stesse lacrime di coccodrillo che si piangono adesso dopo l'ennesimo alluvione, straripamento di fiumi intombati, cascate di fango che si staccano da costoni collinari senza più alberi a tener ferme quelle masse di terra.

Non abbiamo imparato nulla.

09 ottobre 2016

Il nodo al fazzoletto – Vajont


L'Italia degli anni '60 era molto diversa da quella di oggi. Ma ci sono storie, come quella della digadel Vajont e della tragedia di Longarone, che ci raccontano come noi italiani non sappiamo imparare dai nostri errori.
Sono passati 53 anni da quel 9 ottobre 1963 quando una frana si staccò dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, sollevando un'onda dall'invaso d'acqua che solo in parte superò il ciglio della diga per abbattersi sui paesi alla base della diga. 2000 e più morti, interi paesi distrutti come Longarone.
« Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. [...] Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila i morti. »

Se non ci fosse stato il racconto di Marco Paolini dell'ottobre 1997, in diretta tv dalla frana, nemmeno forse ce ne ricorderemmo più. Di quei morti. Di quella sciagura.
Di quella completa mancanza di rispetto per la natura, sia da parte dei costruttori di quella diga maledetta, la Sade di Venezia. Uno stato nello stato (sono le parole usate dal presidente della provincia di Belluno, Da Borso) contro cui non si poteva fare alcun rilievo.
Di quella ottusa stupidità, di quella cecità nei confronti del profitto, di fronte cui tutto passa in secondo piano, come la sicurezza delle persone.

Il racconto di Paolini è istruttivo in questo senso: le perizie nascoste o aggiustate, le prove di disastro lasciate nel cassetto (come quella del professor Ghetti), l'assenza di qualsiasi trasparenza da parte di un privato in concessione, che pure costruiva usando finanziamenti pubblici a fondo perso.
Eh si: la diga del Vajont, è come se l'avessimo pagata due volte.
La prima grazie ai fondi concessi la prima volta dal governo Mussolini al proprietario della Sade, che guarda caso era pure un ministro di quel governo. Il conte Volpi di Misurata (anche esempio di camaleontismo politico, dopo il '43 divenne antifascista in Svizzera), che inaugurò nel 1929 il principio per cui quando fai politica non devi dimenticarti della tua bottega.
La seconda volta, quando nel 1960 si è nazionalizzata l'industria elettrica (erano i primi esperimenti di un governo di centro sinistra), per cui l'Enel, il carrozzone statale si comprò l'impianto. E per venderlo al miglior prezzo possibile, per il venditore s'intende, ecco che serviva la prova d'invaso dove l'acqua doveva salire oltre la soglia di allarme. 700 metri sul livello del mare.

Conflitti di interesse, assenza di scrupoli morali e anche l'asservimento della classe politica, una buona parte, non tutta, nei confronti dei padroni veneziani, la Sade. Che poteva far spostare funzionari sgraditi del genio, come l'ingegner Desidera, se si permettevano di mettergli i bastoni tra le ruote.
Che si permetteva di querelare giornalisti sgraditi come Tina Merlin, colpevoli di raccontare la semplice verità: la frana, i pericoli per i paesi lungo le sponde del lago artificiale, i pochi soldi dati ai montanari di Erto e Casso per i terreni espropriati.
Articoli di Tina Merlin (presi dal sito di Federico Ferrero)

Articoli di Tina Merlin (presi dal sito di Federico Ferrero)

Tina Merlin su l'Unità (quella ancora di Gramsci) e poi nel suo libro (Sulla pelle viva - Come si costruisce una catastrofe”) la storia della guerra del Vajont, iniziata con la costruzione della diga e terminata con l'apocalisse della sera del nove ottobre 1963. Raccontò della prima frana, avvenuta due anni prima, di quella M che iniziava a mostrarsi (la forma della frana) delle scosse, dei sussulti nella montagna. Dei soprusi della Sade che procedeva nei lavori senza degnarsi di aspettare i permessi da Roma.

Altri giornalisti raccontarono la storia della “povera Longarone”, coi loro articoli belli, pieni di retorica, auto assolutori, nessuno ha colpa, “ah, se la natura ci volesse far guerra veramente” .. Giorgio Bocca, Dino Buzzati, Montanelli. Il meglio del giornalismo nostrano.
Un sasso è caduto in un bicchiere.
Nessuno ha colpa, nessuno poteva prevedere.
Più niente da dire o da fare.
La diga era ed è un'opera dell'ingegno umano.

E chi si permetteva, come la Merlin, di raccontare un'altra storia, un'altra “narrazione” dei fatti, era chiamato sciacallo..

Vi ricorda qualcosa tutto questo?
La grande passione della nostra classe politica per le grandi opere, quelle che segnano una data nella storia. Quelle portate avanti grazie ad ingenti risorse pubbliche da imprese private che lavorano senza gradire troppi controlli. Perché bisogna agire in fretta.
L'allegra commissione di collaudo”: così Paolini chiama la commissione scelta dal ministero per controllare i lavori della diga. Molti dei periti, erano stati a libro paga della stessa Sade.
Lo strano rapporto che hanno questi politici e soprattutto questi signori della costruzioni con la stampa, per cui spesso sono anche proprietari di giornali (la Sade lo era del Gazzettino).
Il considerare le grandi opere come volano della ripresa, della creazione di posti di lavoro, di PIL in crescita di diversi punti. Il prevalere dell'interesse privato nei confronti del pubblico.
Sono storie come quelle dell'alta velocità al nord, del TAV in Val di Susa, del ponte sullo stretto di Messina, del Mose a Venezia e del piccolo Mose a Como.
Ce le possiamo permettere, queste grandi opere in un paese a rischio sismico (e il terremoto del 24 agosto in centro Italia ce lo ha ricordato ancora), a rischio alluvionale, a rischio frane?
Anche ad agosto, a chi ricordava di come spesso in Italia (e anche ad Amatrice, all'Aquila..) si costruisca senza rispettare le norme si tirava fuori la parola sciacallo. Ci sono vittime, un po' di rispetto ..


Siamo rimasti a quell'ottobre '63, quando di fronte al miraggio del progresso, le 2000 vittime erano solo una voce del bilancio. Perché rappresentavano quell'Italia contadina di cui l'Italia non aveva più bisogno.

01 giugno 2015

Report – il grande caldo

L'inchiesta sulle rinnovabili di Roberto Pozzan e Giorgio Mottola ha toccato diversi punti del sistema energia in Italia, partendo dal tema del riscaldamento globale (che oggi sta causando centinaia di morti in India per l'ondata di caldo).
Nonostante si sappia questo, stiamo assistendo ad una nuova corsa all'oro nero (spinta anche dal ribasso del prezzo al barile da parte dei paesi arabi), al polo nord dove si stima si trovi il 30% delle riserve. Il riscaldamento del pianeta favorirà le estrazioni, perché i ghiacci si stanno ritirando: stiamo continuando a non voler vedere il problema.
Il petrolio con le emissioni di co2 è il principale responsabile di quella cappa che sta soffocando il pianeta, dovremmo puntare sull'energia rinnovabile: per questo sono stati creati i certificati verdi (che paghiamo noi consumatori) il cui prezzo è affidato al mercato e dietro cui si è scoperta una truffa ai danni delle casse pubbliche.

Chi investe nel verde è chi non ti aspetti, gli arabi: gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita hanno puntato sul fotovoltaico dopo la crisi energetica (che potrebbe essere la causa della guerra in Siria e del dramma dell'emigrazione biblica che vediamo).

Il grande progetto di Masdar City degli emirati: finito il petrolio esporteremo tecnologia, dicono.
Per sostenere il sistema delle città ai margini del deserto hanno puntato su efficienza nel consumo delle energie e nella produzione delle energie dal fotovoltaico.
Masdar è un esperimento e se sarà realizzato, potranno vendere i brevetti e guadagnarci: hanno puntato molto sull'industria delle rinnovabili, quasi quanto si spende per il petrolio.

Noi puntiamo forte sulle trivellazioni: in Italia si pensa di creare 25mila posti, dice il vice ministro De Vincenti. “Le attività estrattive si faranno nella massima sicurezza e non in zone protette”.
Come in Basilicata, vicino al lago Pertusillo?

Potremmo risparmiare efficientando il sistema edilizio: l'UE ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, per la scarsa efficienza.
Il mondo della finanza vede nel fotovoltaico il futuro, ma noi puntiamo sulle centrali geotermiche.
Enel è ancora ancorata al fossile e all'idroelettrico: ma non può lasciare spazio ai concorrenti.
Ci sono ancora impianti a Carbone, come la centrale di Brindisi che inquina di più in Europa.

Le polveri di Carbone sono un problema anche per le persone: i medici di Brindisi si sono accorti che alcuni bambini nascevano con malformazioni congenite, il 20% superiore alle medie (nati dopo il 2001). La centrale di Brindisi ha un costo in miliardi di euro, per l'inquinamento: costi a carico del pubblico e non del privato.
A Torchiarolo il comune è stato condannato a pagare i costi dell'inquinamento: qui c'è una centrale Enel, ma secondo Arpa il problema sono i caminetti delle case. Il TAR ha dato ragione al comune, vedremo come andrà avanti.
Si vive male col carbone, ma è economico e conviene all'Enel..

Enel ha puntato all'estero, perché gli incentivi in Italia sono cambiati, l'investimento più alto è stato in Romania, dove però è avvenuto un fatto drammatico nel 2014.
Il DG di Enel energia Cassani si sarebbe suicidato, per motivi personali: era un uomo di paglia, dice una fonte anonima, messo lì per prendersi le colpe.
Enel non ha migliorato la rete, si sarebbe fatta pagare più del dovuto, racconta la confindustria romena.
C'è stata un inchiesta, che ha coinvolto un ex dirigente dell'autorità anticorruzione che entra in Enel Romania, e conduce una trattativa riservata e si arriva ad una multa ridotta.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Purtroppo Enel non ha accettato su tutte queste questioni un confronto con noi però ci scrive, ci scrive che per quel riguarda i certificati verdi, anche le altre società li hanno fatti pagare due volte perché quando la legge ha imposto di specificare il contributo nella bolletta c’è stato un momento di confusione. Per quel che riguarda invece l’importo della multa pagato, Enel precisa che lo ha deciso la commissione sulla quale non abbiamo avuto nessuna influenza. Sarà sicuramente vero, sta di fatto che la magistratura rumena in questo momento sta processando un alto funzionario, l’alto dirigente Enel per corruzione. Per quel che riguarda invece le autorizzazioni che arriverebbero più in fretta se paghi qual cosina, Enel precisa che nessuno ha mai segnalato alcunché.

Il protocollo di Kyoto e i certificati verdi: li paghiamo noi con le bollette.
Poi ci sono i certificati neri, per cui le aziende che inquinano molto sono obbligate a comprarli.
Attorno a questi certificati c'è uno strano traffico in cui è caduto anche il Vaticano.
Nel 2007 il Vaticano annuncia di aver avuto una foresta in Ungheria in dono: grazie ai 125mila alberi diventava il paese ad emissione zero.
Ma lo scienziato che doveva piantare gli alberi è fallito e il progetto è naufragato ..
Tanti imprenditori si sono lanciati sui carbon credit, dove il prezzo dei crediti è deciso dal mercato, tramite migliaia di broker.
Naomi Klein parla di calamita per le frodi.
Un procuratore di Milano parla di mercato che ha attirato anche persone poco pulite: come nel caso della SF Energy trading.
Umerji era la faccia pulita dietro la SF: dopo essere scappato dall'Inghilterra decide di far partire una nuova iniziativa a Milano., col traffico di crediti, comprati da aziende che non esistevano.
L'obiettivo era creare fatture false, intestate a prestanome: l'obiettivo era recuperare l'Iva.

Una frode per oltre 1 miliardo di euro: soldi finiti su conti di Singapore e Hoong Kong, investimenti in Dubai. La rotta del denato potrebbe porrate anche in Pakistan: nel covo di Bin Laden sono state trovate fatture riferite a tale Ahmed, socio di Umeriji.
SF aveva come socio Axpo: sapeva del meccanismo nascosto, ovvero nascondere l'Iva?
Carbon credit venduti sottocosto, coi costi che ricadono sul contribuente.
Bastava usare dal 2010 il meccanismo del reverse charge: molti paese la applicano, noi no.

Nel 2010, un documento di Tremonti (allora ministro dell'economia) indica che il reverse charge non era una priorità.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Le truffe sono cessate perché il trucchetto dell’iva è stato sgamato, ma il sistema dei certificati neri continua e, abbiamo capito, il loro valore è dato dall’offerta e dalla 16 domanda. Ma la domanda adesso è bassa perché molte aziende, purtroppo, con la crisi, producono di meno e riescono a stare nei parametri e il valore è crollato. E quindi succede che con poco adesso ti puoi comprare il diritto ad inquinare. Allora uno si chiede “ma non era più semplice stabilire che tanto inquini e tanto paghi?” Sì, in un mondo normale normalmente le cose dovrebbero appunto andare così. Ma dopo le scappatoie? E infine i certificati bianchi, che vengono dati invece a chi l’energia la risparmia…

I sistemi intelligenti che non consumano energia.
Esistono ascensori che producono e consumano energia esistono: potremmo risparmiare da 1-2 centrali nucleari, dice il responsabile della Encosys che li produce.

Questa ditta prende i certificati bianchi, come altre ditte che però inquinano lo stesso.
Il GSE è l'ente che dovrebbe gestire i certificati (ma non ha accettato il confronto) e anche il mondo delle persone che vorrebbero essere energeticamente autonome.
E qui inizia la burocrazia, il “vorrei ma non posso”.

Il motore ad idrogeno.
Sono gli impianti per il riscaldamento dei condomini a cogeneratore, con un motore da camion: è stato usato dalla scuola Salesiani a Bologna. Hanno risparmiato 49744 euro in combustibile, nei primi mesi.
E l'energia prodotta potrebbe essere messa in commercio.
Se tutti facessero così, condomini, supermercati sarebbe un risparmio per i cittadini e una riduzione dell'inquinamento… ma solo i concessionari possono vendere energia all'utilizzatore finale. Ovvero, un condominio può avere il cogeneratore, ma non potrebbe darlo ai condomini.
È la burocrazia.

E' un tema delicato, siamo vincolati alle norme europee” dice De Vincenti.
Ma non è chiaro cosa si può fare o cosa non si può fare e questo spiazza i produttori nel settore.
Una volta eravamo i leader, ora si sono persi 80mila posti di lavoro.

È il frutto della battaglia tra i vecchi produttori di energia, legati al fossile, e i nuovi produttori: oggi solo il 44% della bolletta è legata ai consumi, il resto sono tasse.
Si blocca così lo sviluppo delle fonti rinnovabili, con la nuova riforma, perché chi consuma di più, arriva a risparmiare sulla bolletta.

La riforma della bolletta: con la riforma della bolletta, l'onere diventa fisso, perché il costo del trasporto è fisso, ma così chi consuma molto non ha interesse ad efficientarsi:
Milena GabanelliAllora. Riassumendo la riforma della bolletta in discussione: paghi quello che consumi e l’onere è fisso, indipendentemente dal fatto che consumi 10 o 1000, perché, in sintesi, il costo del trasporto rimane uguale. Però in questo modo, chi consuma molto che interesse ha ad efficientarsi? Chi gestisce il mondo delle rinnovabili è il Gestore dei Servizi Elettrici, il GSE che ha 636 dipendenti, 15 dirigenti di cui 11 ex Enel. Il GSE ci scrive, niente intervista perché “la complessità del meccanismo dei SEU non può essere facilmente semplificato”. Come dire? Le leggi sono così contorte che a chi ha un’iniziativa imprenditoriale non riesci a spiegare che cosa può fare e che cosa no. Ecco, quello che noi abbiamo capito invece, è che bisogna ripagare i debiti fatti negli 23 ultimi anni per costruire le 130 centrali, che non stanno lavorando a pieno regime, per cui bisogna pescare da lì. E infatti si apre alla possibilità di rendersi efficienti e autonomi soprattutto a parole e non vediamo all’orizzonte nemmeno le reti intelligenti. Ci auguriamo proprio che il decreto che sta per essere approvato ci riporti in pista, perché rischiamo di rimanere indietro, proprio noi che nelle rinnovabili eravamo avanti già 40 anni fa.

Il link al sito di Report per rivedere la puntata e il pdf con la trascrizione.

Le brioche al miele.

L'inchiesta di Bernardo Iovene, nella serie “nutrire il pianeta” partiva dalla domanda: nelle brioche che mangiamo in autostrada c'è il miele? Solo l'1% del composto dentro la farcitura è miele, solo l'odore del miele c'è dentro.
il 100% dell'8% è miele ” risponde il responsabile qualità di Autogrill .. una bella scorta di energia!

Non è solo questo: il problema sono gli ingredienti nel complesso, che non sono proprio salutati. La margarina anziché il burro, l'olio di palmita, l'essenza di vanillina.
Ma per la legge italiana si può parlare di brioche al miele.

E vogliamo nutrire il pianeta, noi … lo stiamo ingrassando il pianeta!

12 maggio 2015

Piani industriali

Se un lettore poco accorto avesse aperto Repubblica di ieri e si fosse messo a leggere la prima pagina del Giornale e dell'inserto Affari e Finanza, avrebbe avuto un senso di spaesamento.
Sparato in prima pagina il piano del governo per affidare a Enel (Tesoro) il piano per la banda larga, tagliando fuori Telecom.
Non solo, il governo avrebbe pure intenzione di riappropriarsi delle autostrade telematiche.Però ..

Affari e Finanza invece apriva con la privatizzazione di FS, piano che sta seguendo il suo AD Elia.

Da una parte si statalizza la rete, bene, dall'altra si privatizza (ad un solo concorrente, viste le difficoltà di NTV) le ferrovie?
Poi però il lettore disaccorto avrà capito, leggendo il tweet di smentita di Renzi, i retroscena.
Telecom non ha intenzione di farsi carico, da sola, senza soldi pubblici, degli investimenti per la banda laraga nazionale?
E io do un colpetto.
Così vediamo la reazione (ieri il titolo Telecom era in calo).

Giorgio Meletti (Twitter @giorgiomeletti) scrive oggi sul FQ un bell'articolo sulla superficialità di come il governo sta gestendo le questioni industriali

Il tweet emesso ieri mattina da Matteo Renzi ha messo in crisi, come sempre, gli esegeti: “La Banda Ultra Larga è obiettivo strategico. Non tocca a Governo fare piani industriali. Ma porteremo il futuro presto e ovunque #lavoltabuona”. Due ovvietà contraddittorie e uno slogan da mercato rionale. La banda ultra larga è certo un obiettivo strategico, come voler bene alla mamma. Che non tocchi al governo fare piani industriali era noto da tempo. Perseguire obiettivi industriali senza fare piani industriali non sarà facile ma il futuro comunque arriverà, presto e ovunque.DIETRO L’INCERTEZZA espressiva del premier c’è un problema vero, che ieri è deflagrato grazie alla scelta di Re p u b b l i ca di dedicare il titolo di apertura a un fatto preoccupante, se fosse vero: “Riaffermare il ruolo statale nelle ‘autostrade telematiche strategiche’. Attraverso l’Enel, il colosso elettrico controllato appunto dal ministero del Tesoro”. Ma veramente il governo, mentre si appresta a privatizzare Poste e Ferrovie, vuole ri pubblicizzare la rete telefonica?“Nei report dell’esecutivo si sottolinea come Enel possa già contare su una ramificazione capillare”, scrive il giornale diretto da Ezio Mauro. Allacciate le cinture. Negli anni‘90 i governi dell’Ulivo scoprirono che l’Enel disponeva di una rete di telefonia cellulare che, per le esigenze di servizio, copriva tutto il territorio nazionale. Ideona: sfruttiamola per far fare soldi all’Enel anche con i telefonini. Nacque Wind. L’Enel ci ha perso 5 miliardi di euro. Non solo: l’ideona dei telefonini fu sfruttata per vendere meglio le azioni Enel ai risparmiatori nel 1999, quando fu deciso il collocamento in Borsa (Massimo D’Alema pre-mier, Giuliano Amato ministro del Tesoro). Quelle azioni non hanno mai superato il prezzo di collocamento, e oggi valgono circa la metà di allora.La strada del futuro “presto e ovunque” è in salita . A palazzo Chigi c’è una gran voglia di farla pagare a Telecom Italia, non senza buone ragioni. Impiombata dai debiti accumulati dai suoi scalatori e poi scaricati sulla società preda (è il mercato, bellezza),  Telecom non  investe  quanto dovrebbe  e per  questo  abbiamo  una delle  reti  tlc  peggiori d’Europa. La soluzione messa in testa a Renzi dal presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini è di imporre al mercato (affascinante ossimoro) la fibra ottica in tutte le case a tappe forzate. Però la nuova rete non dev’essere di Telecom, perché in un mercato liberalizzato meglio sarebbe un gestore neutrale rispetto alla concorrenza. Lo strumento prescelto è Metroweb, che ha portato la fibra nelle case di Milano e adesso la vorrebbe portare in tutte le case d’Italia sfoderando la geometrica potenza dei suoi 51 dipendenti, un millesimo di quelli di Telecom Italia. Il punto diforza di Metroweb è che è posseduta da Cdp - attraverso la controllata Fsi e la collegata F2i che ci hanno buttato circa 500 milioni - ed è presieduta dal consigliori di Renzi, Bassanini.SICCOME TELECOM ITALIA vuole farsi gli affari suoi, Renzi ha pensato di usare le maniere forti.Prima facendo balenare un decreto legge che mettesse fuorilegge i doppini di rame di Telecom Italia a una certa data, scelta astuta per la modernizzazione del Paese ma che avrebbe fatto istantaneamente fallire l’ex monopolista. Poi è stata inventata la supercazzola dell’Enel, che ha messo in imbarazzo per primo il numero uno del colosso elettrico, Francesco Starace. L’Enel ha da tempo un piano per rinnovare i contatori e collegarli tutti con una fibra ottica, per sue esigenze di servizio più avanzato. Giustamente viene l’idea: se portate la fibra ottica a tutti i contatori, portate anche quella per il telefono, Internet e la tv. Solo che nei sogni degli imprecisati visionari di Palazzo Chigi l’Enel diventa titolare di una rete tlc alternativa e   migliore. “Una scelta con una conseguenza: rendere marginale l’attuale rete del soggetto privato Telecom”, chiosa Re p u b b l i ca . La verità, purtroppo, è molto più triste. Posare fibre ottiche non è fare una rete a banda larga. Infatti l’Enel più di un anno fa ha stretto un accordo con Telecom Italia, offrendole il passaggio sui suoi cunicoli ramificati per mettere la fibra ottica. Con questa collaborazione stanno  cablando a tappe forzate la Campania, dove, grazie ai mitici soldi europei, il futuro c’è già, presto e ovunque. Mentre il futuro “presto e ovunque” di Renzi è fantascienza, parole in libertà per nascondere l’imbarazzo di un premier incapace di dirimere le liti inconcludenti tra operatori telefonici, Cassa Depositi e Prestiti, ministri, esperti e consiglieri vari.

30 giugno 2014

Carbone sporco

Spero che Enel smentisca il rapporto di Greenpeace, su come Enel compra il Carbone nel mondo.
Sul suo sito si spiega come il carbone "sia conveniente ed affidabile".
Conveniente per Enel e , forse, per il consumatore.
Ma per l'ambiente? E per i minatori colombiani? Dall'art. di Thomas Mackinson sul FQ

La questione è se la nostra bolletta dell’Enel, insieme a quelle di 31 milioni di italiani, possa aver contribuito o meno a caricare gli Ak47 che nel 2001 hanno ucciso tre leader sindacali del Sintraminercol alla miniera di La Loma, Colombia. E magari contribuisca ancora oggi a foraggiare indirettamente i gruppi paramilitari che terrorizzano i minatori con servizi di security che si spingono molto oltre il limite della violazione dei diritti umani. Questione delicatissima, che investe una società controllata dallo Stato che ha come maggior azionista il Governo italiano e che trova ragion d’essere in un studio sulla sostenibilità ambientale della filiera del carbone proveniente dalla Colombia, tra i maggiori esportatori in Italia. Greenpeace lo ha commissionato all’istituto di ricerca indipendente olandese Somo nei primi mesi del 2014. E ilfattoquotidiano.it lo pubblica oggi, in esclusiva.

La ricerca si chiama “Colombian Coal in Europe Imports by Enel as a Case Study ”. Nasce come completamento di uno studio precedente (The Black Box, Luci e ombre nella catena di fornitura di carbone in Olanda – 2012) sull’origine del carbone utilizzato per generare elettricità nei Paesi Bassi e la mancanza di trasparenza nelle catene di fornitura di carbone europee. Non operando Enel sul mercato olandese non era presente come caso di studio, nonostante sia un grande importatore di materia fossile colombiana e partecipi fin dalla sua origine a Bettercoal, un organo di certificazione dell’eticità della filiera cui aderiscono 11 grandi multiutility europee. Enel è, anzi, è tra i promotori.

Lo studio ha evidenziato l’esistenza di relazioni commerciali tra la più grande società elettrica d’Italia e due grandi aziende minerarie che operano in Colombia estremamente controverse, la statunitense Drummond e la svizzera Prodeco (GlencoreXstrata). Due nomi che in Italia dicono poco o nulla ma che in America, e non solo quella Latina, hanno una pessima fama. “Le loro politiche ambientali sono deboli – si legge nella sintesi del rapporto curata da Greenpeace – e più spesso deficitarie; ma, ancor più, su entrambe le aziende esiste una corposa documentazione giornalistica (e legale) che testimonia come siano state ripetutamente accusate di gravissime violazioni dei diritti umani e di aver commissionato omicidi e torture di sindacalisti e abitanti delle aree circostanti le loro miniere in Colombia. Alcuni dei processi a carico di queste aziende, conosciute all’opinione pubblica di molti Paesi per i loro imbarazzanti ‘crime files’, sono ancora pendenti”.

[..]

Greenpeace: “Enel riveda presto i suoi accordi commerciali”
“Riteniamo che Enel debba presto rivedere i suoi accordi commerciali con queste aziende. E’ un dovere, ancor più dal momento che Enel è una controllata pubblica che ha come maggior azionista il Governo italiano. Un soggetto imprenditoriale delle dimensioni e dell’importanza di Enel non dovrebbe intrattenere relazioni commerciali con simili aziende – ripetutamente accusate di crimini efferati – anche per il buon nome e il prestigio industriale del nostro Paese”. Un asupicio rivolto al futuro. “Confidiamo che il nuovo management, che sta dando forti segnali di discontinuità, possa valutare attentamente le evidenze raccolte e semmai decidere di recidere i contratti con Drummond e Prodeco. Per noi resta l’assunto che la filiera del carbone è ‘inquinata’ dall’inizio alla fine; e che dobbiamo consegnare progressivamente e quanto prima al passato quella fonte energetica”.

10 maggio 2012

La questione meridionale (nei call center)

Dumping sociale, sfruttamento del lavoro, incentivi pubblici che drogano il mercato senza creare vera occupazione (cioè stabile) e vera imprenditoria.
Il fiorire di call center (o contact center) al sud, ha dietro tutto questo: ne parla sul corriere Fabio Savelli

MILANO – L’ultima grana è scoppiata in casa Enel. Ad innescarla Assocontact, l’associazione delle imprese di Contact Center (acronimo che definisce l’integrazione tra sistemi di telefonia e informatici nella gestione del cliente) contro la presunta politica ribassista sulla leva del prezzo della maggiore utility del Paese. Un bando di gara da 50 milioni di euro (spalmati sui prossimi tre anni con opzione per i due successivi), «la cui base d’asta non copre nemmeno i costi industriali», denuncia senza mezzi termini Alberto Zunino de Pignier, direttore generale di Assocontact, tra i cui associati figurano i maggiori operatori di questo mercato come Almaviva, Comdata, Visiant, Teleperformance.

I MARGINI AL LUMICINO – Segnala Zunino che questa tendenza “ribassista” di multinazionali come l’Enel sembrerebbe diventato uno schema abituale, replicato anche da operatori di telefonia, gestori energetici, banche, assicurazioni, broadcasters. Nel complesso tutte le grandi aziende che hanno un bisogno di un sistema di “attenzione al cliente” capillare e ventiquattro ore al giorno. Un meccanismo infernale che – amplificato dalla Grande Crisi che ha ridotto il budget destinato al customer care da parte delle grandi aziende – finisce per innescare un circolo vizioso che penalizzerebbe soprattutto gli ultimi della filiera: i centralinisti. Malpagati, sempre di più. E sempre più qualificati, tendenzialmente laureati, giovani, poliglotti e soprattutto meridionali.

LO STIVALE CAPOVOLTO – Sì, perché il mercato dei contact center sembrerebbe, a una prima lettura, smentire il mito della questione meridionale. Di un Mezzogiorno fuori dai gangli produttivi del Paese. Al contrario tutte le imprese del settore scommettono sul Sud, tanto che non dovrebbero sorprendervi gli accenti variegati – ma spiccatamente meridionali – dei vostri interlocutori telefonici quando ritenete necessario «parlare con un operatore». La spiegazione, in realtà, è duplice e semmai conferma la tesi originaria di Salvemini. Da un lato al Sud c’è una maggiore disponibilità di manodopera qualificata e a buon mercato, attratta da compensi che – seppur irrisori – permettono di sopravvivere grazie anche a un costo della vita più basso. Dall’altro è l’unica ricetta in mano alle imprese del settore per restare sul mercato: aprire delle sedi al Sud significa assumere in aree depresse, avere minori oneri contributivi utilizzando gli incentivi statali e comunitari, oppure giovandosi delle agevolazioni fiscali concesse dallo Stato in caso di assunzioni di lavoratori svantaggiati coinvolti in procedure di cassa integrazione o di mobilità.

IL MERCATO DROGATO – La conseguenza è che tutto finisca per drogare il settore, in cui le logiche dei bandi di gara spesso rischiano di essere totalmente avulse da criteri di profittabilità. E l’unica esigenza è mantenere il committente, che finisce per essere l’autentico (e unico) depositario dei destini ultimi delle imprese e dei lavoratori. Così il corollario è il dumping (vendere a un prezzo finale inferiore al costo di produzione), ipotesi che Zunino attribuirebbe anche a questo bando dell’Enel da 50 milioni di euro.

IL CONTRATTO DELLE TLC – Dice Zunino che, nel caso particolare, «il prezzo complessivo a base d’asta, i volumi e le durate consentono di calcolare il valore per minuto di interazione e per ora lavoro, rispettivamente circa 0,30euro/minuto e 13,5 euro/ora. Cifre che non coprono nemmeno il costo orario di un terzo livello del contratto delle telecomunicazioni, il livello minimo previsto per queste attività». Dal canto suo l’Enel replica duramente alle insinuazioni di Zunino smentendo la teoria della gara al massimo ribasso. Dice l’azienda che «la valutazione nella scelta dell’impresa aggiudicatrice avviene non solo per considerazioni legate al prezzo finale, ma anche su precisi requisiti tecnici, perché il call center finisce per veicolare l’immagine aziendale, per cui abbiamo tutto l’interesse a scegliere il miglior operatore sul mercato, non quello più economico».

Speriamo che il super tecnico Giavazzi ponga rimedio a queste situazioni.

29 novembre 2010

Report - girano le pale

Molto interessante l'inchiesta di Alberto Nerazzini sullo stato dell'energia rinnovabile in Italia.
Si scopre così che nonostante gli impegni di Kioto, siamo ancora dipendenti dalle fonti non rinnovabili, e ancora si sente parlare di nucleare.
Non esistendo un piano nazionale sulle energie rinnovabili che coordini la pianificazione dei nuovi impianti, ogni regione fa da se: grazie agli incentivi più alti d'Europa, abbiamo un picco di richieste per nuovi impianti (il doppio di quelli necessari).
Spuntano impianti eolici, dai monti dell'Appennino, anche in zone a vincolo paesaggistico, al sud, come in Calabria e Puglia (il 90% degli impianto eolici sono al sud).
Un bel business, su cui dietro c'è ma mano della criminalità (nonostante l'assessore con delega all'energia di Crotone cada dalle nuvole ..).

Incentivi che dovrebbero favorire tutti, per avvicinarci all'obiettivo di abbattere le emissioni di Co2: per potenza installata siamo davanti agli USA e questa è una buona notizia.
Ma, mentre i piccoli che vogliono costruirsi un piccolo impianto fotovoltaico per rendere indipendente il loro appartamento annegano nella burocrazia, hanno difficoltà a ricevere finanziamenti dalle banche e ricevono i rimborsi dal Gestore dell'energia con grande ritardo (o non lo ricevono proprio), i grandi impianti vanno a gonfie vele.

La strada scelta per prendere i soldi degli incentivi è stata farseli pagare in bolletta: l'ha spiegato il sottosegretario Saglia, se si fosse prelevato con le tasse, molti non avrebbero scelto la strada verde.
E invece, i rincari in bolletta (abbiamo le tariffe più alte, nonostante gli incentivi), sono così proprio perchè dentro ci sono le voci per il nucleare (componente A2), per 1 miliardo; gli incentivi per le rinnovabili (3,2 miliardi, componente A3). E poi altre tasse occulte, come la componente A6, 2 miliardi per ripagare l'Enel dalla liberalizzazione, per un totale di 300 milioni di euro all'anno.

E le autorithy? Intervistato dal giornalista, un dirigente dell'AEG, spiegava come le loro voci non sono state ascoltate e che vigileranno sulla trasparenza delle bollette.

Un capitolo interessante è stato il rimborso, difficoltoso, per i piccoli produttori che ha fine anno fanno un conguaglio per icevere i rimborsi dell'energia immessa in rete. Di chi la colpa? Un bel rimpalleggio tra Enel, Enel Green Power e il Gestore dei Servizi di stato.
Enel che si è buttata nelle energie rinnovabili, tramite Green Power: forse anche per rastrellare dei soldi dai risparmiatori per ripianare il debito di Enel stessa (50 miliardi circa).
Ma poi viene fuori che Enel Green Power paga le tasse (non si sa quante) all'estero, nel Delaware poiche lì "c'è un regime fiscale positivo".
Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Tremonti, visto che l'Enel è per il 30% del tesoro.
E non è solo questo: visto gli obiettivi, per ogni impianto "verde" che si progetta, un impianto da energie non rinnovabili dovrebbe essere dismesso. Invece, come raccontava in un dibattito accesso il giornalista Carlo Vulpio, l'Ilva di Taranto continua a inquinare e uccidere.
E guai a chi si mette contro l'Enel: perfino uno come Sgarbi parlava di censura contro articoli critici sull'eolico.

La farsa dei certificati verdi.
I produttori di energia "sporca" devono comprare i certificati verdi dalle aziende produttrici di energia pulita: questi certificati costano e cosa si fa allora? Si aggira la legge comprando energia dall'estero, da aziende che si autocertificano con altri "certificati di origine" falsi.
"L’altro punto su cui si concentra Report è il traffico di energia rinnovabile importata dall’estero dai produttori di energia sporca (gas, petrolio) che sono tenuti a ripulirsi, comprando “certificati verdi” da chi produce usando fonti rinnovabili (un complicato sistema per trasferire soldi da chi inquina a chi è più “verde”). Il 31,6 per cento di tutta l’energia elettrica consumata in Italia proviene da fonti rinnovabili, cioè da centrali idroelettriche, biomasse, geotermia, eolico e solare. Questo dato è lo stesso che è comunicato ai consumatori: compare nella tabella del mix energetico che da maggio scorso le aziende fornitrici di elettricità, come l’Enel, devono pubblicare sui loro siti e sulle bollette. Un dato che sembra descrivere un’Italia sulla buona strada nel raggiungimento dell’obiettivo concordato con l’Europa per il 2020. Peccato però che la quantità di energia (32mila gigawatt) importata che il Gse (Gestore Servizi Energetici) considera verde possa essere computato dall’Italia come energia da fonte rinnovabile per il raggiungimento degli obiettivi europei del 2020. “Le garanzie d’origine non sono sufficienti per il conteggio del target italiano”, ammette Gerardo Montanino, direttore operativo di Gse."

La direttiva europea che stabilisce gli obiettivi del 2020 prevede infatti che uno Paese possa conteggiare l’energia verde importata solo se c’è uno specifico accordo con il Paese esportatore. Questi accordi per il momento non ci sono e quindi l’energia verde di cui parla il Gse, ai fini degli obiettivi del 2020, conta zero. E questo per i prossimi sei anni, visto che secondo il Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, stilato dal ministero dello Sviluppo economico, i primi giga verdi d’importazione saranno computabili come consumati in Italia solo nel 2016: dei 9mila Gwh previsti, 6mila arriveranno dal Montenegro. Sempre che venga realizzato un cavo di interconnessione attraverso l’Adriatico. Insomma per gli obiettivi del 2020 le garanzie d’origine non contano nulla. E ora sembra avere dubbi sulla loro reale utilità anche il sottosegretario del ministero dello Sviluppo economico Stefano Saglia, che a Report dice: “Importiamo energia ed è quasi tutta con certificato di garanzia da fonte rinnovabile, ma invece non lo è”. Perché, quindi ci si affida tanto all’estero? Come sempre è questione di soldi."

L'eolico in Calabria.
"Tra un pò in Calabria si vola", commentava così un operaio addetto allo spostamento delle pale, per tutti gli impianti di eolico che si stanno costruendo.
Impianti che vengono progettati anche da aziende del nord, su cui indaga la magistratura calabrese, come il pm Pierpaolo Bruni.
Indagine che ha fatto emergere situazioni di conflitti di interesse (un controllore della regione che ha poi lavorato con la Edison). Funzionari comunali indagati, i cui figli sono poi stati assunti in comune (sempre nell'assessorato di cui si parlava sopra), che avevano spianato la strada al progetto senza considerare i vincoli sul territorio.
E' positivo quanto sta progettando Edison al sud, ma in questo modo Edison non dismette impianti non "verdi" e così si può fabbricare certificati in casa.
E soprattutto, senza pianificazione, in Calabria si rischia di avere più pali che alberi.