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18 ottobre 2022

Presadiretta - Armi di controllo di massa

E' festa grande per i produttori di armi da quando è cominciata la guerra in Ucraina: l'industria delle armi fattura più di quella del settore auto, più di duemila miliardi di fatturato. Siccome sono spesso aziende controllate dallo Stato, o in forti rapporti coi governi, sono anche in grado di condizionarne le politiche.

È grazie alle armi e alla determinazione degli ucraini se l'esercito russo non ha sfondato: l'Ucraina ha ricevuto 35,64 miliardi di euro in sistemi d'arma. I lanciamissili Javelin costano 256mila dollari, i droni turchi costano tra 1 e 5 milioni di dollari.

Anche la Russia e la sua industria militare sta andando “bene”: i missili che colpiscono le città ucraine costano anche 2 milioni di dollari. Per mantenere la guerra i russi spendono 900 milioni di dollari al giorno. È festa per l'industria delle armi.

Industria che si ritrova alla fiera del Qatar: dove nello scorso maggio si è tenuta una delle più futuristiche fiere di armi: nella scorsa edizione della fiera si erano chiusi contratti per 100 ml di dollari, quest’anno, l’anno della guerra in Ucraina, il mercato è esploso, si sono fatti affari per 162 ml di dollari.

Questo grazie all’esplosione delle vendite di droni, usati nel conflitto ucraino e negli altri conflitti dimenticati in tutto il mondo, sono le armi chiave per vincere la guerra, raccontano i rappresentanti delle aziende di armi.

Grazie ai droni, missili a lunga gittata e lanciarazzi, elicotteri, mezzi corazzati, ricevuti dai paesi europei e dall'America, l'Ucraina sta respingendo le forze russe: a festeggiare sono le aziende che le vendono queste armi.

Come l’azienda turca Baycar, produttrice dei droni più utilizzati al mondo e nelle mani del genere del dittatore turco Erdogan, che da febbraio ha ricevuto ordini da tutto il mondo. L’americana Lockheed, produttrice dei lanciarazzi Jevelin (usati dalla resistenza ucraina) e degli F35, i nuovi bombardieri nucleari che ha guadagnato un +25% sul mercato. La tedesca Rheinmetall che ha raddoppiato il valore in borsa, la francese Thales e l’italiana Leonardo, cresciute del 60%.

Viviamo nell’età dell’oro per i produttori di armi – racconta Presadiretta nell’anteprima – che però non è iniziata con l’attacco russo dello scorso febbraio. A riferirlo è il SIPRI, un istituto a Stoccolma che monitora la spesa mondiale in armamenti: “già nel 2021, ben prima dell’attacco russo, la cifra mondiale per la spesa militare aveva raggiunto la cifra più alta di sempre, 2.1 triliardi di dollari, con una crescita costante dall’inizio del 2000. ”

C'è poi la crescita dell'arsenale militare, sia in Cina che in America, ma sono molti i paesi europei che aumenteranno le spese militari per arrivare al 2% del PIL in armamenti, come suggerito dalla Nato.
La Germania, col suo presidente Sholtz, ha deciso di creare un fondo speciale da 200 miliardi da usare nei progetti in armamento, con l'obiettivo di aumentare la sicurezza del paese: è una svolta per la Germania, che sin dalla seconda guerra mondiale non ha mai avuto un esercito ben organizzato e armato.

LA Germania spende già 50 miliardi l'anno per l'esercito, per creare questo fondo da 100 miliardi il parlamento ha dovuto discuterne in Parlamento, mentre fuori le persone manifestavano: i soldi in armamenti sono fondi sottratti ad altri fini. Ma non tutti i tedeschi sono sfavorevoli all'esercito: la guerra ha spaventato le persone, che hanno paura di una nuova guerra fredda e temono l'incolumità delle frontiere.

Assisteremo ad una nuova corsa agli armamenti: anche in Italia Draghi ha dichiarato di voler aumentare la spesa militare da 26 a 38 miliardi, per arrivare al 2%.
Si tratta di spendere in programmi per acquistare i bombardieri nucleari F35, per la loro logistica, ma – come ha raccontato Francesco Vignarca della Rete Disarmo – spenderemo anche in nuove navi, nuovi aerei. Spenderemo anche fondi del PNRR per estendere le basi militari esistenti.
La retorica del conflitto in Ucraina servirà a questo: spenderemo più in armi perché ora la Russia è vista come nemico dunque dobbiamo spendere sempre più per la difesa.

Ora l'Ucraina e Zelensky sta chiedendo nuovi missili a lunga gittata: sono usati per colpire a 300km per colpire le retrovie russe, per arrivare fino in Crimea. Le cancellerie occidentali hanno aspettato per dare queste armi, per evitare una escalation del conflitto, perché sono armi offensive.

Il dibattito negli Stati Uniti

E' giusto o no dare armi offensive all'esercito ucraino: Biden in un primo discorso aveva ribadito di non voler arrivare ad una guerra mondiale, perché le minacce di Putin vanno prese sul serio.
Ma le bombe russe continuano a cadere su obiettivi civili, sono veri e propri crimini di guerra, dopo l'abbattimento del ponte russo che collega la Crimea alla Russia.

Così oggi Zelensky chiede armi a lunga gittata: le ha chieste ai paesi che hanno dato le armi all'esercito ucraino e ora gli Usa sono ad un bivio.
Il gruppo Nato, a Bruxelles, ha deciso di dare un supporto senza scadenza, con armi che raggiungono quote sempre più elevate e colpire bersagli sempre più lontani: la Casa Bianca sta cercando un equilibrio nel sostegno militare, perché non vogliono portare la guerra in Russia.
Dietro le quinte c'è anche un negoziato – ricorda l'analista Dario Fabbri – ci sono molte cautele prima di prendere queste scelte: cautele che emergono anche dai rapporti dell'intelligence o dalle informazioni fatte trapelare. La morte di Dugina, la figlia di Dugin o l'attacco al ponte di Kerch: si teme che il governo ucraino voglia interrompere le azioni di negoziato o complicarlo.

Kory Shake, ex consulente del presidente Bush è stata in Ucraina sul campo: l'America fornirà armi a maggiore gittata per colpa di Putin e dei suoi attacchi indiscriminati.

Secondo l'analista Biden non dovrebbe mostrarsi preoccupato dell'escalation nucleare perché questo incoraggerebbe Putin ad andare avanti: è il momento dei falchi, dunque, che non si preoccupano delle conseguenze di questa nuova fase della guerra.

Se la Russia si ritrovasse a perdere i territori appena conquistati, anche in Crimea, si farebbe scrupoli ad usare il nucleare? L'arma nucleare potrebbe diventare una opzione se i russi iniziassero a perdere territori – sostiene Dario Fabbri.

Il rischio di guerra nucleare non è una opzione impossibile: ma è così difficile trovare un accordo ai negoziati?

L'arma della diplomaziona è utile proprio adesso – sostiene l'ambasciatore Riccardo Sessa : ci sono contatti a vario livello tra i paesi, ma il negoziato ora deve avvenire all'interno di un disegno che vede gli europei coinvolgere paesi non europei per affrontare il negoziato con Putin. Più il conflitto si indurisce più la diplomazia deve intervenire: la preoccupazione dell'ambasciatore è che la diplomazia ha già fallito, perché non ha prevenuto il conflitto.

L'Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale ha stabilito un contatto con la Russia, per evitare la terza guerra mondiale: con la caduta del muro di Berlino la classe politica che aveva favorito la fine del comunismo e dell'alleanza militare nei paesi attorno all'Unione Sovietica, avrebbe dovuto realizzare una struttura di sicurezza in Europa.

Ma queste condizioni adesso non ci sono, per colpa di Putin e delle sue ambizioni da nuovo zar ma anche per colpa dei paesi europei. Ora, conclude Sessa, dobbiamo evitare che l'Ucraina crolli di fronte all'esercito russo.
Dobbiamo far si che le azioni militari portino Putin a dover ammettere che le operazioni militari non hanno funzionato, nell'annettersi i territori ucraini.
Avanti con la diplomazia, dunque!

L'influenza politica dell'azienda delle armi

Quando un'industria ha un giro d'affari da duemila miliardi, considerando che sono spesso industrie di stato, è in grado di interferire con le politiche di sicurezza dei paesi.

Alle fiere militari i grandi colossi del settore si sfidano a colpi di droni, di robot, di telecamere, di sistemi di biometria: per il controllo delle frontiere, per la sicurezza interna in un mercato che cresce del 9% l'anno.

In un mondo globalizzato, i paesi spendono per difendere le frontiere, ora con i droni: il settore dei droni vale 14 miliardi, un mercato che è in crescita specie in Europa, grazie ai muri fisici e virtuali costruiti per contenere i flussi migratori.

Sono le aziende delle armi che hanno trasformato un fenomeno sociale come la migrazione dai paesi del sud del mondo in un problema di sicurezza.

L’Europa è così sensibile agli interessi della lobby delle armi tanto da aver deciso di spendere sempre di più: secondo il report “A quale costo” pubblicato da State Watch e Transnational Institute che analizza le spese militari dell’UE, tra il 2021 e il 2027 investiremo 49,3 miliardi di euro per i settori sicurezza e difesa, un aumento del +123%. Il fondo per la gestione del controllo delle frontiere, crescerà del 131% passando a 6,2 miliardi di euro. Per non parlare del fondo per la sicurezza interna, quasi 2 miliardi con un aumento dei fondi del 90%. Tocco finale, i finanziamenti ad Europol e Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere: siamo a 10miliardi di euro con un aumento del fondi del +129%.

“Ci siamo accorti che il budget stava aumentando sempre di più” racconta a Presadiretta Margarida Silvia di Corporate European Observatory “e che l’agenzia otteneva sempre più potere nella gestione degli appalti per le frontiere, senza disporre di un adeguato sistema di trasparenza e controllo dell’attività delle lobby. Abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti e abbiamo scoperto che in tre anni Frontex è stata in contatto con oltre 180 società private: Airbus, Gmw, Indra, Leonardo, le principali compagnie di armi in Europa. Queste hanno cercato di convincere Frontex e gli stati membri a spendere più soldi in tecnologie di sorveglianza e controllo delle frontiere. Se chiedi alle aziende di armi quale deve essere il futuro del controllo delle frontiere, ti risponderanno con più armi, più sorveglianza e una Europa piena di muri.”

Non discutono solo di progetti, le aziende delle armi discutono anche di politiche euroee, presentando progetti: Margarida racconta di un progetto bloccato per la protesta delle ONG che prevedeva di monitorare i messaggi dei migranti per geolocalizzarli.
La commissione europea e Frontex hanno sede a Bruxelles a fianco alle sedi delle principali aziende delle armi: aziende che spendono 2,6 ml di euro in attività di lobby in una associazione chiamata EOS.
La commissione europea non ha l'obbligo di rendere noti gli incontri con l'industria delle armi o di altre aziende: in questo modo le compagnie militari influenzano l'Unione Europea e la commissione per comprare nuove armi, usate in guerre, che causano nuovi flussi migratori che poi devono essere contenuti con nuove armi e sistemi di biometria, droni …

Presadiretta ha raccontato del programma Horizon 2020: servirebbe per identificare terroristi da bloccare prima dell'ingresso nell'area Shengen. Un progetto in cui si va a monitorare il volto delle persone, per capire se sta dicendo la verità o meno: ne aveva parlato Report in una passata puntata, in cui la giornalista era stata bloccata alla frontiera della Croazia.

Alla fine, dopo una fase di sperimentazione e dopo una spesa di diversi miliardi, il progetto di High Border Control è stato bocciato.
Ma l'Europa continuerà a finanziare altri progetti come questo, poco etici e dai preoccupanti risvolti umani: tutti i progetti di Horizon dovrebbero essere monitorati da un comitato etico, che dovrebbe fare la revisione di questi progetti.

Ma alla fine questa revisione non funziona: le valutazioni etiche non sono rese pubbliche, i paesi europei ritengono che la tecnologia, le reti neurali, gli algoritmi, la biometria, possa risolvere tutti i problemi, possa stabilire se una persona sia un criminale o meno.

Il controllo delle frontiere in Croazia.

Nel 2019 è stato presentato a Zagabria un nuovo sistema di monitoraggio delle frontiere, con nuove telecamere, acquistate dalla polizia croata per 6 ml di euro.
L'Unione Europea ha acquistato un arsenale per tenere fuori dalle frontiere europee i migranti:sono termo telecamere vendute anche alla Bosnia, per dare la caccia ai migranti.

Dal 2015 ad oggi ha ricevuto 163 milioni di euro per dare spazio alle sue fantasie tecnologiche. Il ministero dell’Interno ha acquistato dispositivi di imaging termico per rilevare gli esseri umani ad oltre un miglio di distanza e i veicoli a due. E poi telecamere ad infrarossi e apparecchiature che rilevano il battito cardiaco, droni a lungo e medio raggio che volano fino ad 80 miglia l’ora e che salgono fino ad una altitudine di 3500 metri trasmettendo dati in tempo reale.

La Croazia ha acquistato un elicottero in grado di rilevare qualsiasi movimento di notte, un modello tra i più sofisticati al mondo per il controllo delle frontiere, progettato dalla Augusta Westland in Italia, si chiama AV 139 e costa 16,5 ml di euro: grazie ai fondi europei la Croazia ne ha acquistati due assieme a due Eurocopter della francese Airbus da 4 ml di dollari. Tutti gli elicotteri dispongono di termocamera gestita giorno e notte da un operatore che controlla qualsiasi movimento avvenga sulla terra.

Obiettivo è localizzare i migranti e individuare i luoghi nascosti dove possano trovarsi.
Se la visibilità è buona la videocamera può arrivare fino a 10km di distanza, mentre l’elicottero raggiunge i 310km/ora.

Una volta individuati sul monitor questi gruppi di migranti, l’elicottero allerta le pattuglie di terra che interverranno nella zona: Presadiretta è andata a Sturlic, nella Bosnia occidentale, dove le forze croate lungo la frontiera hanno commesso le peggiori violenze nei confronti dei migranti per poi respingerli in Bosnia.

Nel sentiero dei migranti, la giornalista di Presadiretta ha incontrato dei militari bosniaci: le violenze sui migranti ci sono, non sono un'invenzione, ma sono violenze pagate dall'Europa. La polizia antisommossa croata paga le giacche, la diaria e le tecnologie che permettono di dare la caccia ai migranti.

Si parla di botte, di dita spezzate, di soldi e altri beni rubati a queste persone dalla polizia croata che li aveva individuati nei boschi grazie alla tecnologia, i droni, i visori a raggi infrarossi geolocalizzatori, sistemi di intelligenza artificiale: “la colpa è dei governi europei perché per loro siamo solo briciole e fanno di noi quello che vogliono.”

Sono le parole di un gruppo di profughi afgani che hanno cercato rifugio in un rudere.

Il rapporto di Monitoring Violence Monitoring Network afferma che le tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere croate hanno portato ad una escalation delle violenze per i respingimenti illegali da parte della polizia: droni, elicotteri, scanner per il rilevamento di veicoli e visori termini notturni, vengono citati nel rapporto anche rilevatori di frequenza cardiaca e di respirazione, delle telecamere serpente che guardano nelle fessure dei camion che attraversano i confini. Strumenti con cui, secondo il rapporto, vengono eseguite procedure razziste e repressive.

Tutto pagato dalla commissione europea. Silvia Maraone fa parte della Caritas e lavora in Bosnia: c’è un costo economico e c’è anche un costo in termini di vite umane perché i confini vengono più controllati e i migranti devono trovare strane sempre più pericolose, campi minati, burroni, fiumi da attraversare, “il risultato non è l’interruzione di un flusso migratorio, ma è un disastro umanitario.”

I respingimenti sono fatti anche quando i migranti sono già all’interno dell’Unione Europea, rimandandoli indietro attraverso un meccanismo di push back a catena, per cui l’Italia li consegna alla Slovenia, la Slovenia li consegna alla Croazia e quest’ultima in maniera ancora più illegale fa questi respingimenti nei boschi che non vengono neanche registrati. Assistiamo ad una violazione a catena dei diritti umani.

C'è la violenza fisica e c'è anche la violenza psicologica, perché la polizia quando trova questi migranti requisisce e distrugge i loro cellulari con cui questi si mettono in contatto con le loro famiglie.
L'Unione Europea finanzia la repressione e la violenza – racconta a Presadiretta un deputato bosniaco: la polizia croata entra in territorio bosniaco e si è pure permessa di disboscare un settore di una collina per impedire loro di nascondersi nei boschi.
Perché i poliziotti hanno piazzato telecamere sugli alberi nelle foreste dove i migranti dal lontano afgano sono braccati come animali in fuga.

I boschi della Bosnia sono un cimitero di donne, uomini e bambini dimenticati dall'Europa. I migranti sono diventati le cavie degli algoritmi delle società informatiche.

In Lituania Presadiretta è andata a visitare un'azienda informatica esperta in biometria e riconoscimento facciale, che si chiama NeuroTechnology.
Nel loro database conservano tutte le immagini e le informazioni raccolte dai sistemi biometrici: sono dati sensibili, sono dati unici.
Sono dati usati da banche ma anche da governi per un fine di sorveglianza: le stime di mercato dicono che il fatturato arriverà a 65,3 miliardi di dollari nel 2024, la biometria è il pallino dell'Unione Europea del resto.

Tutte le persone devono essere monitorate, non solo migranti ma anche i viaggiatori devono essere tracciati: al centro di questo sistema di controllo c'è Eu-Lisa, 319ml di euro di fondi solo nel 2022. Dentro il suo database ci sono le informazioni dei cittadini che si muovono nell'Unione, la sua sede istituzionale è a Tallin, in Estonia, quella operativa a Strasburgo.

La missione è fornire le infrastrutture informatiche per la gestione dei confini, dei flussi migratori e della sicurezza interna dell’Unione europea. Un’alleanza d’acciaio con Frontex, ma anche con la polizia Europol e l’unità di cooperazione giudiziaria Eurojust.

Eu-Lisa possiede oltre 17 milioni di impronte digitali per le richieste di visto, più i dati biometrici di cinque milioni e mezzo di richiedenti asilo e 100 milioni di alert del SIS, il Sistema Informativo Schengen.

La sfida futuristica lanciata da questa agenzia sconosciuta ai più ma centrale nelle politiche europee, è creare il più grande archivio biometrico del mondo, mettendo in rete tutti i database europei e i dati sensibili dei viaggiatori entro il 2023.

Per realizzare la grande rivoluzione tecnologica delle frontiere europee, tra aprile e novembre del 2020 Eu-Lisa ha siglato una serie di contratti con alcune delle più importanti società biometriche d’Europa, come le multinazionali francesi Sopra Steria e Idemia, per un totale di quasi un miliardo di euro.

Società private decideranno quali tecnologie fornire ai governi che le useranno per consentire l'accesso delle persone nei loro paesi: alcune organizzazioni di diritti civili hanno espresso diversi dubbi su queste politiche, stiamo consegnando i nostri dati sensibili ad aziende private.
Noi possiamo cambiare la password, il documento di identità, ma non possiamo cambiare le nostre iridi e le nostre impronte digitali.
L'immagine dei nostri volti può essere rubata e manipolata: Presadiretta ha mostrato un esperimento fatto dall'università di Bologna, all'Alma Mater, in cui si manipola la foto di un volto, per arrivare ad un nuovo volto coi dati presi dalla foto di un complice. La tecnologia si chiama morphing.

Il nostro volto, i nostri occhi, le nostre mani, la nostra identità e la nostra unicità, i dati più sensibili che abbiamo.

«Manca una supervisione su come queste aziende gestiscono i nostri dati», spiega Gemma Galdon Clavell, analista e consulente Horizon, intervistata da PresaDiretta per l’inchiesta Armi di sorveglianza di massa, in onda su Rai3 il 17 ottobre: «Il problema con la biometria – continua – è che se la società che possiede i miei dati personali non li tratta in maniera responsabile e la scansione della mia faccia viene rubata, il danno che mi provochi è irreparabile. I pericoli sono enormi quando si ha a che fare con tecnologie digitali e biometriche».

A confermare queste preoccupazioni è Wojciech Wiewiórowski, Garante europeo per la protezione dei dati: «Esiste un reale pericolo nell’uso crescente dei sistemi biometrici, perché i dati possono essere raccolti e gestiti in modo da violare la privacy delle persone.Dobbiamo essere in grado di controllare come vengono gestiti i dati provenienti dai database dell'Unione europea, ma se per esempio le autorità europee stanno utilizzando dati provenienti da altri paesi, non c’è nessuna possibilità di effettuare controlli».

I DUBBI DELL’ONU

A novembre del 2020, il rapporto di Tendayi Achium, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di razzismo e discriminazioni, denuncia che i governi e le agenzie del mondo stanno sviluppando tecnologie digitali per il controllo delle frontiere in maniera pericolosa e discriminatoria, sottoponendo in particolare rifugiati, migranti e apolidi a violazioni dei diritti umani e utilizzando i loro dati per promuovere ideologie xenofobe e razzialmente discriminatorie.

«Quello che sta accadendo è che la biometria viene sviluppata e applicata innanzitutto sulle popolazioni più vulnerabili e questo è molto preoccupante», dice Gemma Galdon Clavell.

«Com’è possibile che ci mettiamo a giocare con tecnologie di cui non conosciamo davvero l’impatto utilizzandole su coloro che sono più deboli e non hanno la possibilità di difendere i propri diritti?».

Per Petra Molnar, avvocata e ricercatrice specializzata in migrazione, tecnologie e diritti umani «alcuni algoritmi, che gli studiosi definiscono algoritmi di oppressione, per testare la tecnologia utilizzano i migranti come cavie da laboratorio».

E in queste sperimentazioni, la possibilità che le tecnologie commettano degli errori è altissima.

LA RESPONSABILITÀ DELL’ALGORITMO

«Quando un algoritmo o un sistema decisionale automatizzato commettono un errore – continua – le conseguenze nel campo dell’immigrazione possono essere di enorme portata. È già accaduto che delle persone venissero ingiustamente deportate a causa di un errore. Più di settemila studenti sono stati allontanati dal Regno Unito per colpa di un algoritmo difettoso che li accusava di aver imbrogliato in un test di acquisizione linguistica. Cosa succede se un rifugiato viene rimandato per sbaglio nel paese d’origine in cui viene perseguitato? Chi è il responsabile? Il progettista dell’algoritmo, il programmatore, il funzionario dell'immigrazione che ha usato l'algoritmo? O l’algoritmo stesso?».

(Potete leggere del servizio su questo articolo uscito su Domani)

Presadiretta ha chiesto conto all'Unione Europea sui fatti riportati nel servizio: le violenze in Bosnia, l'abuso di tecnologie di sorveglianze. Non è arrivata risposta, un silenzio colpevole.

Lo scandalo di sorveglianza di massa più grave in Europa

Diversi giornalisti ungheresi sono stati spiati per mesi da uno spyware: tutto comincia nel 2021 quando un consorzio giornalistico – Forbidden Stories – viene a conoscenza di un elenco di numeri che sarebbero stati spiati.

Dopo un lavoro di indagine il consorzio scopre di avere di fronte il più grave caso di spionaggio di massa dopo quello denunciato da Snowden: è lo spionaggio fatto tramite Pegasus, software sviluppato in Israele che si installa sullo smartphone senza bisogno di alcun contributo da parte della vittima.

Whatsapp e Signal non proteggono, perché Pegasus era già dentro il cellulare: questo software era pensato per combattere i terroristi, ma secondo Forbidden stories in Ungheria è stato usato dal governo di Orban per spiare giornalisti che avevano scritto articoli critici nei confronti del governo come anche di oppositori di Orban.

Anche l'ex presidente del parlamento Catalano è stato spiato da Pegasus: ha presentato una denuncia contro il capo dell'intelligence spagnola, seguito da altri deputati catalani e avvocati.

I servizi spagnoli hanno amesso di aver spiato i deputati catalani, causando poi la dimissione dei suoi vertici.

Le aziende come NSO sono un problema per le democrazie, perché per vendere il loro prodotto dovrebbe avere l'autorizzazione del governo israeliano che lo ha usato per condizionare le politiche estere di altri paesi nei loro confronti. NSO è stato venduto ad autocrazie e governi autoritari, è stato usato contro capi di stati, giornalisti, per sorvegliare il giornalista Khasshogi.

C'è un rischio democratico anche in Europa, dunque: è stato usato in Ungheria, anche in Polonia. L'UE dovrebbe richiamare Israele per fermare la vendita di questo spyware così invasivo.

17 ottobre 2022

Anteprima Presadiretta – Armi di controllo di massa

Nell’ultima puntata di Presadiretta si era puntato l’obiettivo sulla guerra in Ucraina, andando in Russia con l’indottrinamento dei bambini sin dalle scuole sul modello Balilla. E poi in Polonia, che sta accogliendo i profughi ucraini ed è in prima linea con gli aiuti al governo di Zelensky. Se non è facile capire come andrà a finire questa guerra sul campo, col rischio perfino di una escalation nucleare, c’è sicuramente già adesso un vincitore: l’industria delle armi.

Come l’azienda turca Baycar, produttrice dei droni più utilizzati al mondo e nelle mani del genere del dittatore turco Erdogan, che da febbraio ha ricevuto ordini da tutto il mondo. L’americana Lockheed, produttrice dei lanciarazzi Jevelin (usati dalla resistenza ucraina) e degli F35, i nuovi bombardieri nucleari che ha guadagnato un +25% sul mercato. La tedesca Rheinmetall che ha raddoppiato il valore in borsa, la francese Thales e l’italiana Leonardo, cresciute del 60%.

Viviamo nell’età dell’oro per i produttori di armi – racconta Presadiretta nell’anteprima – che però non è iniziata con l’attacco russo dello scorso febbraio. A riferirlo è il SIPRI, un istituto a Stoccolma che monitora la spesa mondiale in armamenti: “già nel 2021, ben prima dell’attacco russo, la cifra mondiale per la spesa militare aveva raggiunto la cifra più alta di sempre, 2.1 triliardi di dollari, con una crescita costante dall’inizio del 2000. ”

Il presidente Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina da 725ml di dollari.


Questo aumento di spesa avviene anche grazie a fondi europei, soldi nostri che alimentano l’azienda privata delle armi: nel servizio si parlerà della Croazia, che dal 2015 ad oggi ha ricevuto 163 milioni di euro per dare spazio alle sue fantasie tecnologiche. Il ministero dell’Interno ha acquistato dispositivi di imaging termico per rilevare gli esseri umani ad oltre un miglio di distanza e i veicoli a due. E poi telecamere ad infrarossi e apparecchiature che rilevano il battito cardiaco, droni a lungo e medio raggio che volano fino ad 80 miglia l’ora e che salgono fino ad una altiudine di 3500 metri trasmettendo dati in tempo reale.
La Croazia ha acquistato un elicottero in grado di rilevare qualsiasi movimento di notte, un modello tra i più sofisticati al mondo per il controllo delle frontiere, progettato dalla Augusta Westland in Italia, si chiama AV 139 e costa 16,5 ml di euro: grazie ai fondi europei la Croazia ne ha acquistati due assieme a due Eurocopter della francese Airbus da 4 ml di dollari. Tutti gli elicotteri dispongono di termocamera gestita giorno e notte da un operatore che controlla qualsiasi movimento avvenga sulla terra.

Non sono usati contro terroristi, contro bande di criminali, ma per bloccare alla frontiera i migranti che hanno attraversato i confini illegalmente, localizzarli e individuare i luoghi nascosti dove possano trovarsi.
Se la visibilità è buona la videocamera può arrivare fino a 10km di distanza, mentre l’elicottero raggiunge i 310km/ora.

Una volta individuati sul monitor questi gruppi di migranti, l’elicottero allerta le pattuglie di terra che interverranno nella zona: Presadiretta è andata a Sturlic, nella Bosnia occidentale, dove le forze croate lungo la frontiera hanno commesso le peggiori violenze nei confronti dei migranti per poi respingerli in Bosnia.
Si parla di botte, di dita spezzate, di soldi e altri beni rubati a queste persone dalla polizia croata che li aveva individuati nei boschi grazie alla tecnologia, i droni, i visori a raggi infrarossi, geolocalizzatori, sistemi di intelligenza artificiale: “la colpa è dei governi europei perché per loro siamo solo briciole e fanno di noi quello che vogliono.”

L’industria della sorveglianza respinge i migranti alla frontiera dell’Europa e ci spia tutti, non nell’Iran degli Ayatollah, ma qui, nelle democrazie europee.

Democrazie i cui rappresentanti, civili e militari, si ritrovano poi a Doha, capitale del Qatar, dove nello scorso maggio si è tenuta una delle più futuristiche fiere di armi: nella scorsa edizione della fiera si erano chiusi contratti per 100 ml di dollari, quest’anno, l’anno della guerra in Ucraina, il mercato è esploso, si sono fatti affari per 162 ml di dollari.

Questo grazie all’esplosione delle vendite di droni, usati nel conflitto ucraino e negli altri conflitti dimenticati in tutto il mondo.
L’Europa è così sensibile agli interessi della lobby delle armi tanto da aver deciso di spendere sempre di più: secondo il report “A quale costo” pubblicato da State Watch e Transnational Institute che analizza le spese militari dell’UE, tra il 2021 e il 2027 investiremo 49,3 miliardi di euro per i settori sicurezza e difesa, un aumento del +123%. Il fondo per la gestione del controllo delle frontiere, crescerà del 131% passando a 6,2 miliardi di euro. Per non parlare del fondo per la sicurezza interna, quasi 2 miliardi con un aumento dei fondi del 90%. Tocco finale, i finanziamenti ad Europol e Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere: siamo a 10miliardi di euro con un aumento del fondi del +129%.

“Ci siamo accorti che il budget stava aumentando sempre di più” racconta a Presadiretta Margarida Silvia di Corporate European Observatory “e che l’agenzia otteneva sempre più potere nella gestione degli appalti per le frontiere, senza disporre di un adeguato sistema di trasparenza e controllo dell’attività delle lobby. Abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti e abbiamo scoperto che in tre anni Frontex è stata in contatto con oltre 180 società private: Airbus, Gmw, Indra, Leonardo, le principali compagnie di armi in Europa. Queste hanno cercato di convincere Frontex e gli stati membri a spendere più soldi in tecnologie di sorveglianza e controllo delle frontiere. Se chiedi alle aziende di armi quale deve essere il futuro del controllo delle frontiere, ti risponderanno con più armi, più sorveglianza e una Europa piena di muri.”.

Su Domani è uscita una anticipazione da parte di Eleonora Tundo (che ha curato parte del servizio) “Il boom della sorveglianza biometrica: ecco chi ci guadagna in Europa”: si parla di videosorveglianza, delle tecnologie per il riconoscimento biometrico, del progetto Europeo di creare una grande base dati con le informazioni di milioni di volti e impronte digitali delle persone che attraversano le frontiere europee. Se è già discutile l’utilizzo di fondi europei per il controllo delle frontiere per respingere i migranti (senza che abbiano modo di presentare domanda d’asilo), ancora è più rischioso l’utilizzo dei dati dei cittadini in generale. Chi assicura che questi dati non siano raccolti e usati per altri fini?

I DIRITTI A RISCHIO

Il tema cruciale è l’impatto di queste tecnologie sui diritti dei cittadini europei, preoccupazione che il partito dei Verdi/Efa all’Europarlamento ha messo nero su bianco.

Nel rapporto Biometric and behavioural mass surveillance in eu member states pubblicato nel 2021 scrivono: «La “sorveglianza intelligente”, comprese le tecnologie di identificazione biometrica, se non controllate, potrebbero diventare sorveglianza biometrica di massa».

Non solo: manca «un’adeguata comprensione delle pratiche sulla privacy delle aziende che forniscono i sistemi».

Eppure, quando mettiamo in mano a società private i nostri dati biometrici, gli stiamo affidando il nostro patrimonio più prezioso.

Il nostro volto, i nostri occhi, le nostre mani, la nostra identità e la nostra unicità, i dati più sensibili che abbiamo.

«Manca una supervisione su come queste aziende gestiscono i nostri dati», spiega Gemma Galdon Clavell, analista e consulente Horizon, intervistata da PresaDiretta per l’inchiesta Armi di sorveglianza di massa, in onda su Rai3 il 17 ottobre: «Il problema con la biometria – continua – è che se la società che possiede i miei dati personali non li tratta in maniera responsabile e la scansione della mia faccia viene rubata, il danno che mi provochi è irreparabile. I pericoli sono enormi quando si ha a che fare con tecnologie digitali e biometriche».

A confermare queste preoccupazioni è Wojciech Wiewiórowski, Garante europeo per la protezione dei dati: «Esiste un reale pericolo nell’uso crescente dei sistemi biometrici, perché i dati possono essere raccolti e gestiti in modo da violare la privacy delle persone.Dobbiamo essere in grado di controllare come vengono gestiti i dati provenienti dai database dell'Unione europea, ma se per esempio le autorità europee stanno utilizzando dati provenienti da altri paesi, non c’è nessuna possibilità di effettuare controlli».

Il rapporto di Monitoring Violence Network afferma che le tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere croate hanno portato ad una escalation delle violenze per i respingimenti illegali da parte della polizia: droni, elicotteri, scanner per il rilevamento di veicoli e visori termini notturni, vengono citati nel rapporto anche rilevatori di frequenza cardiaca e di respirazione, delle telecamere serpente che guardano nelle fessure dei camion che attraversano i confini. Strumenti con cui, secondo il rapporto, vengono eseguite procedure razziste e repressive. Tutto pagato dalla commissione europea. Silvia Maraone fa parte della Caritas e lavora in Bosnia: c’è un costo economico e c’è anche un costo in termini di vite umane perché i confini vengono più controllati e i migranti devono trovare strane sempre più pericolose, campi minati, burroni, fiumi da attraversare, “il risultato non è l’interruzione di un flusso migratorio, ma è un disastro umanitario.”

I respingimenti sono fatti anche quando i migranti sono già all’interno dell’Unione Europea, rimandandoli indietro attraverso un meccanismo di push back a catena, per cui l’Italia li consegna alla Slovenia, la Slovenia li consegna alla Croazia e quest’ultima in maniera ancora più illegale fa questi respingimenti nei boschi che non vengono neanche registrati. Assistiamo ad una violazione a catena dei diritti umani.

La scheda del servizio:

PresaDiretta indaga sulla corsa alle armi, le vie dello spionaggio digitale ed entra nel mondo della sorveglianza e del controllo di massa. Robot, droni, scanner, visori, sistemi di intelligenza artificiale e riconoscimento biometrico: è il nuovo grande business delle aziende produttrici di armi, un mercato che cresce tra il 7 e il 9% l'anno e fattura tra i 65 e i 68 miliardi di euro. Strumenti sempre più sofisticati utilizzati dall'Unione Europea per rendere impenetrabili le frontiere e respingere i migranti. Ma non solo. In che modo queste tecnologie entrano nelle nostre vite? Quali sono le connessioni tra l'industria delle armi, le lobby di settore e le scelte politiche degli Stati? PresaDiretta è andata al confine tra Bosnia e Croazia a vedere come funzionano le tecnologie per il controllo delle frontiere e qual è il loro impatto sulle vite dei migranti in fuga sulla rotta balcanica. Elicotteri con termocamere che rintracciano le persone fino a 10 chilometri di distanza, apparecchiature che individuano perfino i battiti cardiaci, rilevatori di respirazione: milioni di euro per trasformare l'Europa in una fortezza impenetrabile.

E poi c'è la grande questione dei nostri dati personali e biometrici. Milioni di informazioni su tutti i cittadini europei, raccolte e custodite nello sconfinato database dell'Agenzia europea che si occupa di sistemi informatici, la seconda più finanziata d'Europa. Come vengono gestiti i nostri dati? Come siamo tutelati dalle leggi esistenti?

PresaDiretta, infine, ha ricostruito le nuove frontiere dello spionaggio digitale attraverso il famoso "caso Pegasus". Lo spyware Pegasus era nato come un programma creato per intrufolarsi senza lasciare traccia nei cellulari e prenderne il controllo, usato dai governi contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Invece è scoppiato un vero e proprio scandalo internazionale: migliaia di utenze telefoniche spiate illegalmente in diversi paesi, giornalisti, avvocati, attivisti di diritti umani, oppositori politici di governi autoritari, persino capi di Stato. Come è potuto succedere?
"Armi di controllo di massa" è un racconto di Riccardo Iacona con Giulia Bosetti, Pablo Castellani, Raffaele Marco della Monica, Eleonora Tundo, Paola Vecchia, Andrea Vignali, Fabio Colazzo, Raffaele Manco.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 aprile 2019

Report – l'onnipotente (e la nuova frontiera della biometria alle frontiere)

La macchina della verità di Ludovica Jona

L'università di Manchester ha brevettato un sistema che registra i comportamenti non verbali del corpo, che non si possono controllare, per capire se stai mentendo o meno: questo brevetto è stato usato per il progetto Iborder, finanziato dalla commissione europea, per controllare le frontiere.
E' oggi sperimentato in Ungheria, per controllare chi passa i confini di questo paese: chi vigila sul rispetto dei diritti umani? Fino ad oggi le macchine della verità hanno fallito e oggi l'Europa sta sperimentando la tecnologia della Biometria.

Peccato che la giornalista di Report sia stata classificata dal sistema come una potenziale sospettata: la sperimentazione avrebbe dunque fallito, ma nonostante questo la sperimentazione in Ungheria è in crescita.

Un primo test su 30 persone ha funzionato solo sul 70% dei casi: non conosciamo gli algoritmi su cui si basa questo progetto, la commissione europea ha risposto in modo reticente alla richiesta di chiarimenti da parte di Report.
La stessa tecnologia biometrica si sta usando al confine del Niger, per analizzare i flussi dei migranti: l'ufficio dove arrivano i dati, di Frontex, è stato finanziato con soldi che avrebbero dovuto essere usati per costruire scuole e ospedali. Invece useremo miliardi di euro, soldi nostri, in nome di una non ben chiara sicurezza.

Il futuro sarà un enorme database, dove si convogliano milioni di dati, impronte, immagini di telecamere, che dovrebbe essere usato per combattere i terroristi?
L'industria della biometria va avanti, come Idemia, che dietro ha come finanziatori anche Nexi, la società che gestisce i nostri flussi con carta di credito.

L'altro gigante della biometria è Demalto, francese, fatturato da 6 miliardi: su queste aziende la commissione europea ha deciso di investire 35 miliardi di euro per il controllo delle frontiere.
Già emergono conflitti di interesse, come quello della funzionaria di Frontex che è anche dentro l'associazione delle aziende che sviluppano prodotti per la biometria.

L'onnipotente (della banca cattolica) Giorgio Mottola

UBI è l'ultima banca di ispirazione cattolica, come azionisti ha anche la diocesi di Bergamo e un istituto di suore.
Ma suore e preti non vogliono sentire parlare né di scandali né di comportamenti non etici: l'ex economo della diocesi di Bergamo non era a conoscenza della compravendita di armi, dei collegamenti con l'Ambrosiano di Calvi, delle scorrettezze emerse dal funzionario di antiriciclaggio, poi licenziato.
Una preghiera e amen …

Nessuna domanda nemmeno a Bazoli (sul patto occulto per cui è rinviato a processo), per non turbare la giornata in cui si parlava di cultura e sociale: Giovanni Bazoli in una intercettazione è chiamato l'onnipotente, ha ereditato l'Ambrosiano e oggi è accusato di aver controllato UBI, con un patto occulto. Mottola ha trovato un filo nero che lega fatti del vecchio Ambrosiano, di Sindona e Calvi, fino alla banca cattolica, che tanto bianca non è.

Bazoli ha fatto cose straordinarie – racconta Gotti Tedeschi – che gli riconosce la capacità di saper risolvere problemi: come quelli nato dal crac del Banco Ambrosiano, travolto da scandali che legavano assieme mafia, ior e Vaticano.
Bazoli ha preso il Banco, cercando di preservarne l'integrita: con una serie di acquisizioni, oggi l'ex Banco Ambrosiano è diventato Banca Intesa.
Oggi Bazoli ne è presidente: ha avuto un ruolo anche nella fusione che ha portato ad UBI, una fusione che per qualcuno non è stato un affare, come racconta Giuseppe Masnaga, ex DG del Gruppo Bergamasco. Dopo la fusione si è fatta carico dei buchi della Banca Lombarda.
In un giochino con Intesa, il gruppo UBI avrebbe perso 600 ml di euro: Bazoli ha dovuto dimettersi da UBI, per l'incompatibilità di mantenere due ruoli in banche concorrenti.
Ma Bazoli ha continuato a prendere decisioni e a controllare Ubi anche in seguito: non a caso era chiamato “l'onnipotente”.

Bazoli nel 2014 si oppose alla trasformazione di UBI in una banca unica, una banca moderna dove si sarebbero tagliati incarichi e società collegate.
In UBI aveva un incarico la figlia di Bazoli e anche il nipote.

Bazoli, in una lettera a Report, rivendica la bontà del suo lavoro: ma oggi è accusato di aver creato un patto occulto, di aver controllato la banca anche dopo che Consob gli aveva chiesto di farsi da parte, attraverso l'aiuto dei parenti, di aver ostacolato l'azione di vigilanza di Banca d'Italia.

Bazoli è sotto indagine anche per una operazione di cartolarizzazione, operazione seguita poi dall'ex deputato Gitti (marito della figlia): chi ha fatto affari coi crediti di UBI?
Le società che hanno acquistato i crediti di UBI sono al 90% due fondazioni su diritto olandese: tutto legale ma poco consono per operazioni di vendita crediti.

In questa operazione chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso? La Mittel sicuramente, società di Bazoli – racconta il servizio di Mottola, tramite le obbligazioni emesse dalle fondazioni.
Tutto regolare secondo il professor Gitti: “se lei non studia ...” l'invito al professor al povero Mottola, mentre lo inseguiva per strada.
“Lei fa giornalista d'accatto”: difficile in Italia far capire a lorsignori che, quando si ha un incarico con rilevanza pubblica, si deve rispondere alle domande.

Gli ispettori di Banca d'Italia hanno scoperto il vaso di pandora di UBI, Ubi leasing: questa società ha venduto il jet di Lele Mora, l'ex agente dei divi, che aveva comprato un jet per 1,250 milioni di euro, ottenuti tramite un finanziamento con UBI.
Dopo i primi problemi giudiziari, Mora dovette cedere l'aereo, tornato ad UBI e messo in vendita per 60mila euro (dopo che UBI aveva rigettato un'offerta di vendita a 250mila euro): è stato acquistato da una società anonima del Delaware, nemmeno possiamo conoscere i reali proprietari.
“Tante cose so che sono state vendute a niente … Si vede che era qualcuno, non per fare insinuazioni, amico del curatore fallimentare” - il commento di Mora oggi.

Gli ispettori di Banca d'Italia hanno rilevato delle strane operazioni su queste vendite di Ubi Leasing: non c'è solo l'aereo di Mora svenduto ma anche uno yacht, venduto anziché a 6 a 4 ml di euro. Alla fine lo yacht è stato venduto alla signora Lucchini, figlia di un consigliere della UBI, per 3,5 ml di euro.

L'ex direttore generale di Ubi Leasing che si era opposto a questa operazione è stato licenziato: l'inchiesta della procura di Bergamo è stata archiviata, perché UBI non ha fatto una querela di parte.

Sono tutti di fretta i banchieri, quando devono dare spiegazioni, chiarire, rispondere a domande scomode: poi ci si chiede perché c'è tanta sfiducia attorno al mondo delle banche.

Roberto Peroni era responsabile di antiriciclaggio di UBI che aveva iniziato a ficcare il naso su operazioni sospette: riciclaggio, vendita di armi e altro..
Le sue denunce non sono state prese bene dai capi: è stato trasferito di incarico, infine è stato licenziato quando una delle sue indagini è diventata di dominio pubblico.

Tra le operazioni anomale denunciate da Peroni, vendita di petrolio e di armi: Peroni si era interessato anche in una azienda, Om Rottami.
Su 90 milioni di operazioni fatte dalla OM Rottami non c'era il rispetto delle norme di antiriciclaggio: quando Peroni inizia a fare domande su queste operazioni viene fermato.

UBI international era una società del gruppo su cui Peroni voleva fare fare luce: è stato invitato a non indagare, a violare la legge, che impone di denunciare irregolarità all'autorità di vigilanza.

Cosa c'è dentro UBI International: grazie ai Panama Papers, Report ha scoperto quel filo che lega UBI, a società offshore, che erano gestite dallo studio Fonseca.
UBI è stata redarguita dagli avvocati di Panama, quelli che si occupavano di riciclaggio, perché UBI non forniva loro i documenti ncessari, e questo è francamente imbarazzante, il commento del consulente di Report.

UBI ha finanziato, attraverso Lussemburgo, operazioni di vendita di armi per 100ml di euro: ben poco cattolico, mi pare.
Oggi Banca d'Italia ha sanzionato per 1,2 ml di euro per il non rispetto delle norme contro il riciclaggio.

Chi è il direttore di UBI International?
Si chiama Guy Harles, è un manager francese, fondatore della Canopus, una società legata a Calvi e agli interessi di Sindona, il banchiere della mafia.
Mottola è andato fino in Canada, per parlare con Giorgio Calvi:la Canopus era lo schermo usato da Calvi e Marcinkus per nascondere i loro rapporti con Sindona, era il forziere del banchiere del banchiere di Patti.

Nella ragnatela offhore dell'ambrosiano (e del Vaticano), il direttore di Ubi International aveva un ruolo importante che ha continuato a mantenere anche con l'arrivo di Bazoli – sostiene Calvi che poi continua: gli attivi dei fondi del vecchio Ambrosiano, sono rimasti nel nuovo.
Che soldi sono? Sono quelli della mafia?

01 aprile 2019

Le inchieste di Report: la finanza cattolica, le mani sulle farmacie e la macchina della verità


Due le inchieste principali di cui si occuperà Report questa sera: cosa sta succedendo all'interno della banca (di ispirazione cattolica, almeno nelle intenzioni) UBI, chi sta mettendo le mani sulle nostre farmacie e, nell'anteprima, cosa prevedono le norme europee sul riconoscimento facciale (e che interessi si nascondono dietro).

Cosa si nasconde dietro le tecnologie biometriche?

Se, attraversando il confine di un paese europeo e sbatti le ciglia al momento sbagliato, rischierai di finire arrestato – questo racconta nell'anteprima del servizio la giornalista Ludovica Jona: la sensazione è quella di trovarsi in un film di fantascienza, ma è la realtà.
Si tratta del progetto finanziato dalla commissione dell'Unione Europea “iborderctrl” per ben 4 milioni di euro: con questo progetto si sta sperimentando un sistema di riconoscimento delle bugie, brevettato dall'università di Manchester.
La sperimentazione di questa tecnologia che si basa sull'analisi dei comportamenti non verbali è stata affidata all'Ungheria di Orban: prima di varcare la frontiera tra Serbia e Ungheria (quella dove una volta passavano i migranti prima che venisse eretto il muro di filo spinato) una persona si deve registrare sul sito di Iborder e rispondere alle domande poste dall'Avatar di un poliziotto.
Mentre rispondi il computer scruta attraverso la telecamera il tuo viso e memorizza ogni movimento.
La giornalista ha fatto la prova, registrandosi al sito e rispondendo alle domande: l'Avatar le ha rilasciato un codice QR che dovrà essere mostrato ai poliziotti alla frontiera: ha ottenuto un punteggio di 48 su cento, se la macchina fosse stata in funzione veramente sarebbe stata fermata come persona potenzialmente pericolosa.


“Chi stabilisce cosa è vero e cosa è falso?” se lo domandava il garante europeo per la privacy Giovanni Buttarelli: a questa domanda la stessa commissione ha risposto con un fascicolo pieno di pagine nere.
Non solo le pagine che potrebbero divulgare un segreto industriale, ma anche le pagine dove si affrontano temi legali ed etici.
Che brutta Europa.

La scheda del servizio: LA MACCHINA DELLA VERITÀ di Ludovica Jona in collaborazione di Simona Cocozza e Giacomo Zandonini
Raccolta e analisi di impronte digitali, immagini facciali, iride, movimenti del corpo: quali sono i programmi dell’Unione Europea rispetto alla diffusione di queste tecnologie biometriche? Ci sono relazioni tra l’industria che le sviluppa e i funzionari comunitari che se ne occupano? Le applicazioni sono molteplici: l’Ungheria sta sperimentando un sistema di “identificazione delle bugie” finanziato dall’Ue, mentre ai confini tra Niger e Burkina Faso si raccolgono impronte e volti dei migranti in transito che vengono poi analizzati con il supporto di Frontex, agenzia europea per il controllo delle frontiere. Una funzionaria di Frontex, però, risulta far parte del cda dell’Associazione Europea per la Biometria, finanziata delle aziende del settore.

Dentro la banca cattolica

UBI Banca è l'ultima banca di ispirazione cattolica, come avrebbe dovuto esserlo anche il Banco Ambrosiano di Calvi: tra i soci della banca figurano diocesi (come quella di Bergamo) ed enti religiosi.

Nonostante l'ispirazione cattolica, c'è un filo nero che lega assieme i misteri dell'Ambrosiano, la storia di Calvi e Sindona (il banchiere della mafia) con la banca lombarda: un filo che porta ad una serie di società offshore su cui il giornalista Giorgio Mottola ha cercato di fare luce. Ne è venuta fuori una storia che parla di patti occulti, riciclaggio, traffico d'armi e conti offshore.
Report mostrerà in esclusiva documenti su queste società offshore gestite da Mossack Fonseca.

Sul sito del Gazzettino potete trovare un'anteprima:


E' normale che una diocesi possieda azioni di una banca che fa compravendita di armi? A questa domanda l'ex economo della Diocesi di Bergamo (azionista per 3 ml di euro) ha risposto che non ne sapeva nulla.
Come non ne sapeva nulla delle denunce fatte dal responsabile dell'antiriciclaggio del gruppo UBI: aveva denunciato una serie di operazioni anomale ma poi è stato licenziato: la diocesi è stato un azionista un po' dormiente, diciamo.


Il gruppo UBI è nato 13 anni fa dalla fusione di alcune banche bresciane e bergamasche, due delle province più cattoliche e ricche del paese: ma pur essendo di ispirazione cattolica talvolta la retta via è stata smarrita.
Mottola ha intervistato il responsabile del servizio antiriciclaggio del gruppo, Roberto Peroni: aveva iniziato a scoprire una serie di operazioni significative riconducibili a certi personaggi.
E' stato caldamente invitato a spostare l'attenzione altrove, dopo la scoperta di queste operazioni: ma i problemi di UBI ora c'è il processo per ostacolo all'attività di vigilanza in cui oltre a Bazoli sono coinvolti anche suoi familiari con incarichi di vertice, il nipote e la figlia Francesca.
Un ruolo importante nella fusione lo ha avuto anche il marito della figlia Gregorio Citti, ex deputato del Pd.

Nella nascita del gruppo UBI Banca ha avuto un ruolo importante il banchiere Bazoli (pres. emerito di Intesa San Paolo), considerato uno dei punti di riferimento della finanza cattolica italiana.
Anche lui poco incline a rispondere alle domande di Giorgio Mottola: la storia del patto occulto (per controllare UBI) per cui è stato rinviato a giudizio assieme all'AD Massiah.
Abbiamo fatto questa giornata per parlare del culturale e del sociale in Italia e lei ci viene a parlare di queste cose? – ha risposto il direttore generale di Intesa Messina – scelga un altro momento: è un po' una moda generale quella dei grandi istituti di ripulirsi l'immagine con iniziative pubblicitarie sul sociale.

Così, Mottola è andato a fare le domande a Lele Mora, ex agente dei vip che oggi gira l'Italia negli stand, portandosi dietro personaggi famosi che si lasciano fotografare dalle persone.
Quando era uno degli uomini più potenti d'Italia aveva anche un jet privato, su cui sono saliti personaggi e attori importanti come Di Caprio.
Era un CESSNA acquistato attraverso un finanziamento di 1,250 ml di euro concesso da UBI Leasing: quel jet è stato poi usato anche dagli amici di Mora quando ne avevamo bisogno.
Dopo la condanna per bancarotta, Mora non è più riuscito a pagare le rate del leasing e così l'aereo è tornato ad UBI e messo in vendita per 60mila euro (dopo che UBI aveva rigettato un'offerta di vendita a 250mila euro), acquistato da una società anonima del Delaware (nemmeno possiamo conoscere i reali proprietari).
“Si vede che era qualcuno, non per fare insinuazioni, amico del curatore fallimentare”.
Questa è solo una delle operazioni poco chiare che hanno insospettato Banca d'Italia che su UBI Leasing ha avviato una ispezione.
Responsabile di UBI international ai tempi delle indagini di Peroni era un finanziere lussemburghese, fondatore di una società nel 1979 poi finita nella relazione parlamentare sulla P2, la Canopus, in quanto legata al Banco Ambrosiano.

Dalla Lombardia fino a Montreal: Mottola è volato in Canada per incontrare Carlo Calvi, figlio di Roberto Calvi, presidente dell'Ambrosiano, che qui custodisce l'archivio della banca del padre.

La scheda del servizio: L'onnipotente di Giorgio Mottola in collaborazione di Nicola Borzi, Alessia Cerantola e Norma Ferrara

C’è un filo nero che lega Ubi Banca, il terzo gruppo bancario del Paese, ai misteri del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra nel 1982, e alle vicende di Michele Sindona, il banchiere della mafia legato alla P2, morto in carcere dopo aver bevuto un caffè avvelenato. Report ha scoperto documenti inediti sui conti e sulle società offshore di Ubi, una banca nata dalla fusione di istituti di credito bresciani e bergamaschi e che sarebbe coinvolta in operazioni di compravendita di armi, sebbene annoveri tra i suoi soci con quote minori la Diocesi di Bergamo, le suore Ancelle della Carità di Brescia e decine di altri istituti religiosi.Nel processo in corso al Tribunale di Bergamo, secondo l’accusa per anni Ubi Banca sarebbe stata segretamente gestita da un patto occulto capeggiato da Giovanni Bazoli, il potente banchiere bresciano che nel frattempo ha mantenuto anche la carica di presidente di Banca Intesa San Paolo, di cui oggi è presidente emerito. All’interno della banca, secondo la testimonianza di un ex dirigente apicale, mancavano controlli adeguati in materia di antiriciclaggio.


Le mani sulle farmacie italiane

Dal 2017 anche le società di capitali possono diventare titolari di farmacie: dietro l'ipocrita sigla di ddl concorrenza il governo Gentiloni ha consentito che società private (e non solo persone fisiche, laureate in farmacie, con tanto di licenza) iniziassero a comprarsi le farmacie.

A Milano hanno già aperto le prime due a marchio Boot's, un grande marchio internazionale che si occupa della vendita al dettaglio dei farmaci, un gigante da oltre 400mila dipendenti nel mondo e 115 miliardi di fatturato. Sono farmacie che, alla fine, diventano indistinguibili da un qualunque store: scaffali pieni di prodotti da vendere, riviste, sconti .. oltre a cibo spazzatura e perfino sigarette.
E' questo il modello farmacia che aveva in mente il governo Gentiloni? E dove è finita la concorrenza?
  
La scheda del servizio: PILLOLE AMARE di di Giuliano Marrucci in collaborazione di Silvia Scognamiglio
Dall’entrata in vigore nell’agosto del 2017 del ddl Concorrenza anche in Italia le società di capitali possono finalmente diventare titolari di farmacie. È il modello americano e inglese, dove queste società dominano incontrastate il mercato. Catene da migliaia di punti vendita che, oltre ai farmaci, vendono dal cibo alle sigarette. E dove a farla da padrone è un imprenditore italiano: Stefano Pessina, il terzo uomo più ricco d’Italia, a capo di un impero da oltre 400 mila dipendenti e 115 miliardi di fatturato in 25 paesi. E che oggi punta a conquistare anche l’Italia.