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01 dicembre 2024

Anteprima inchieste di Report - la palude di Venezia, il caso Santanché, lo sportello magico in parlamento

Questa domenica Report tornerà ad occuparsi dell’inchiesta che ha coinvolto la ministra Santanché con nuove testimonianze inedite (anche sui suicidio dell’imprenditore Luca Ruffino) e il coinvolgimento delle alte cariche dello stato in questa vicenda.

Poi un altro ritorno: il sindaco di Venezia Brugnaro e l’inchiesta che coinvolge la giunta comunale.

Reportlab: La comunità di artisti di Bussana


E’ una storia di resilienza quella del borgo di Bussana (nel comune di Sanremo, in Liguria) e della comunità che, con ostinazione, ha deciso di dargli nuovamente vita.
È la storia di Vanni Giuffrè che assieme ad altri immigrati dal sud d’Italia, con un atto costitutivo presso un notaio ha fondato questa comunità di artisti negli anni ‘60, ridando vita ad un borgo che era rimasto disabitato dopo il terremoto di fine ‘800. Il comune di Sanremo, pur di non far abitare le case, aveva bucato i tetti delle case – ricorda davanti alle telecamere di Report Giuffrè.
Sono stati i membri di questa comunità che si sono prodigati per rendere fruibile le case, la chiesa, sistemando i tetti delle case: “questo è quello che è venuto fuori dalle nostre sensibilità, riuscire a far rivivere un paese, non solo tanto dal punto di vista estetico o architettonico, ma anche dal punto di vista di valore artistico, per far rinascere la nostra comunità come un esempio di arte in un posto che sembrava distrutto.”
E ora in questo villaggio vivono artisti e artigiani che vivono una vita non allineata nel sistema: i quadri, le costruzioni, ma anche la cura delle piante.

Man mano si sono aggiustate le case, nonostante qui non ci fossero servizi, acqua, fognatura, elettricità: ci si lavava alla fontana, andavi avanti con le candele e d’inverno era complicato – ricordano oggi i membri della comunità – ogni artista poteva ristrutturare la casa dove voleva andare ad abitare, per legge da fuori non si doveva vedere l’aspetto nuovo, quindi il paese come aspetta doveva rimanere come nel medioevo.

La scheda del servizio: I RESILIENTI di Alessandro Spinnato

Collaborazione Tiziana Battisti

Dalle rovine del terremoto del 1887 a un villaggio d’artisti conosciuto in tutto il mondo. Bussana Vecchia, piccolo borgo situato nell’entroterra di Sanremo, rappresenta oggi un simbolo di rinascita e creatività. Distrutto parzialmente da un terremoto nel 1887, la popolazione fu costretta, dall’amministrazione dell’epoca, ad abbandonarlo. Il paese rimase disabitato per decenni, fino agli anni ‘60, quando una comunità di artisti internazionali decise di ripopolarlo. Oggi, dopo più di un secolo dal sisma, la politica vorrebbe mandare via coloro che il borgo lo hanno ricostruito e fatto diventare una delle mete più visitate del ponente ligure.

Il sindaco nella palude

Report si era occupata degli affari del sindaco di Venezia, che aveva affidato le sue proprietà ad un trust che non era proprio cieco.

Una volta sindaco, Brugnaro non aveva perso di vista i suoi interessi privati: se ne sono accorti i suoi cittadini e se ne è accorta anche la magistratura.

Claudio Vanin è il grande accusatore del sindaco e dei suoi soci: è un imprenditore trevigiano che ha lavorato a lungo con la famiglia Benetton. Avrebbe dovuto realizzare i lavori dell’operazione Pili ma, alla fine, è rimasto a becco asciutto e ha deciso di denunciare tutto alla magistratura.

C’era Brugnaro, c’era il vicesindaco che era della Lega, c’erano tutti, c’era tutta l’entità primaria del comune, io cosa devo preoccuparmi?” racconta a Report della scena incredibile dove il proprietario dell’aria dove si doveva costruire era anche il sindaco, “ma io questo non l’ho mai visto come un problema..”

Ecco come è sparita la percezione del bene comune, dell’essere sopra gli interessi di parte.

La magistratura sta ora indagando sul Blind Trust che gestisce le proprietà del sindaco, che rimangono di sua competenza.

Era stato annunciato nel 2017 questo Blind Trust: una holding amministrata dall’avvocato americano Sacks, che avrebbe dovuto allontanare sospetti e ambiguità sui conflitti di interesse del sindaco che, da quel momento, non avrebbe dovuto sapere più nulla delle sue proprietà.

Il sindaco, che in passato aveva definito Report la vergogna d’Italia, ha deciso di non rispondere alle domande di Report, per chiarire la sua posizione: “siete antipatici e siete la peggior trasmissione d’Italia”.

Non solo abbiamo perso il senso dell’etica, del bene comune: pure la trasparenza, il dover rendere conto ai giornalisti, magari anche antipatici, ma che fanno domande.

Francesco Calzavara, consigliere regionale, è uno degli uomini di fiducia del presidente Zaia: nel 2020 diventa assessore regionale al bilancio e al patrimonio. Non è stato indagato nell’ambito dell’inchiesta “Palude” ma dopo aver parlato con Report, alla fine del 2023 succede qualcosa. La sua famiglia ha preso in affitto per 15 anni Palazzo Donà che il comune di Venezia ha venduto al magnate cinese Kwong (sebbene, raccontano i giornalisti di Report, fossero arrivate offerte migliori della sua): come mai questo occhio di riguardo? “Lei è di Report, sotto c’è la domandina lei come politico ha avuto dei vantaggi da Kwong perché è un politico della regione .. io credo di no.”

Ma l’imprenditore Vanin, per anni accanto a Kwong racconta un’altra storia: “dopo la vostra trasmissione [dicembre 2023] viene fatto un atto a Roma dove praticamente Calzavara e famiglia cedono le loro quote alla società di Kwong e lo stesso giorno questa società vende il palazzo ad una fiduciaria di Milano, per 18 milioni.. ”
Non sappiamo a chi sia stato venduto il palazzo una volta un bene del comune di Venezia: “solo loro sanno da dove arrivano i soldi” spiega il consulente di Report Bellavia “ma anche ammettendo che arrivino dai ricchi veneti sta di fatto che questi pagano 18 ciò che un cinese ha pagato 11 ml”.

L’inchiesta della procura Veneziana ha coinvolto il sindaco Brignaro e anche l’assessore Boraso, accusato di vari atti di corruzione.

Il sindaco ha spiegato di aver preso le distanze dall’assessore dopo l’inchiesta, ma le intercettazione raccontano una verità diversa: in una di queste il sindaco avvisa il suo assessore che si deve controllare, “ci sono diversi discorsi che stanno girando male”.

Allora cambio il telefono – risponde Boraso: ma non è un problema di telefono, “ti hanno messo gli occhi addosso sta attendo a ste robe qua..”

Se avessi avuto qualche informazione circostanziata [su Boraso ]non avrei avuto alcun dubbio nel rimuoverlo dalle deleghe e dal denunciarlo alle autorità competenti – sono state le parole di Brugnaro in aula il 2 agosto 2024: ma è smentito dalle intercettazioni, erano mesi che il sindaco lo metteva in guardia, assicurandogli però che non lo avrebbe mai tradito.

Pensa prima di parlare, soprattutto al telefono .. i soldi mai.. stai attento perché mischi tanta roba.. ricordati, la gente parla e di te hanno parlato tanto..”
Ma è solo invidia – risponde Boraso.

Per i magistrati si è trattato di qualcosa di diverso: a Venezia avrebbe operato una associazione a delinquere, “inserita nel cuore delle istituzioni” al cui interno troviamo i più stretti collaboratori del sindaco.

Morris Ceron è stato per anni un dipendente delle società del sindaco, Reyer e Umana, dove ha fatto carriera: oggi è direttore generale del comune e capo di gabinetto del sindaco, la procura lo ha indagato per concorso in corruzione, sarebbe stato lui a gestire le trattative riservate con Kwong per la vendita dello storico palazzo Poerio Papadopoli.
Come mai il direttore generale del comune si è occupato della vendita di un palazzo? C’è una inchiesta in corso e per il rispetto all’autorità giudiziaria ha preferito non rispondere alle domande di Report.

Nel 2009 il comune di Venezia fissa il valore del palazzo Papadopoli a 14 ml di euro, ma nel 2017 quando imster Kwong ne tratta l’acquisto il comune lo svaluta a 10,7 ml di euro e l’imprenditore di Singapore se lo aggiudica per appena 100 mila euro un più, per 10,8 ml di euro (ed era l’unico offerente).
Di questa vendita se ne era occupato proprio Ceron e in una mail si scrive si potrà discutere il prezzo direttamente col sindaco, come se quel palazzo fosse un bene di sua proprietà.

Torniamo al blind trust, dunque: come mai la procura sostiene che il trust di Brugnaro sia finto? “Aspettiamo fiduciosi l’esito delle indagini della magistratura” la scontata risposta del sindaco.


Ma Report è entrata in possesso dei documenti del trust stipulato il 18 dicembre 2017, regolato con le leggi di New York: l’anomalia più evidente è che il trustee, l’avvocato Saks, non abbia quasi alcun potere autonomo ed è sottoposto al veto del comitato dei guardiani.
Chi sono questi “guardiani”? Lo spiega l’avvocata Molteni dello studio Loconte&Partners “è una figura che ha il potere di vigilanza e di controllo rispetto a quello che è la vita del trust”.
Può avere anche un potere di vero anche se non è consigliabile avere un guardiano con questo potere nei confronti del trustee “perché si aprirebbero delle problematiche rispetto al riconoscimento e alla validità del trust”.
Invece, nel caso di Brugnaro, è scritto nero su bianco che il “comitato può rimuovere qualsiasi trustee e può, in qualsiasi momento, nominare un trustee ulteriore”, il comitato può anche porre il veto su ogni decisione del trustee.
C’è poi molto da ridire sull’indipendenza dei “guardiani”, sono tutte persone legate a Brugnaro e alle sue società: Giampaolo Pizzato è direttore amministrativo di Umana, Francesco Masetto è un importante professionista della società di revisione Kpmg che di Umana certifica i bilanci. E poi c’è l’avvocato Federico Bertoldi, anche lui a libro paga di Umana, nominato da Brugnaro dentro società partecipate dal comune di Venezia.

La scheda del servizio: LA PALUDE DI VENEZIA di Walter Molino e Andrea Tornago

La Laguna di Venezia si è trasformata in una "Palude". Conflitti di interessi, accuse di corruzione, commistione tra affari pubblici e privati, trust americani ritenuti "fittizi": secondo la Procura di Venezia c'è il sospetto che in città "operi stabilmente un'associazione a delinquere dedita alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione". Sotto i riflettori dei magistrati sono finiti il sindaco Brugnaro e i suoi più stretti collaboratori, che provengono da quelle aziende che secondo i pubblici ministeri Brugnaro continua a controllare nonostante l'affidamento delle sue quote al "blind trust" newyorkese. Il sindaco-imprenditore Brugnaro, che ha preso per mano la città dopo lo scandalo Mose, ha mentito ai veneziani?

L’inchiesta sulla ministra Santanché



L’inchiesta sulla ministra del turismo Santanché si arricchisce di nuovi particolari: come il milione di euro dall’imprenditore e amico Briatore con cui si è salvata dal fallimento Visibilia. Un sostegno fatto per amicizia: i soldi sono arrivati nelle case di Visibilia attraverso la compravendita di azioni del Twiga. L’operazione la spiega al fratello della ministra proprio Dimitri Kunz, attuale compagno, “gli diamo un acconto per 1,5 ml di euro da Flavio e 750mila euro io”, ma il prezzo delle quote sembra essere deciso non dal valore di mercato del Twiga ma dalle esigenze finanziarie di Santanché e Visibilia. Aggiunge Kunz, negli atti in mano alla magistratura “l’azienda l’abbiamo valutata 20 ml, che mi sembra generoso” e il fratello della ministra approva, “quindi cade in piedi in ogni caso.”

Ma potrebbe aprirsi un altro filone, per una truffa all’Inps per i giornalisti delle sue società pagati la metà, per far quadrare i conti, pur continuando a fare lo stesso lavoro di prima.

Pena il licenziamento, se qualcuno di loro si fosse lamentato: Report è venuto in possesso di un audio della ministra

Ho voluto fare questa riunione anche con voi perché noi stiamo riorganizzando tutta la casa editrice e tutti i nostri giornali, spero che venerdì firmeremo anche con i tre giornalisti, quelli di Visto. Per farvela breve, stiamo facendo l’accordo dove loro avranno il 50% di stipendio in meno, ma lavoreranno il 100%. Quando ho dei giornalisti che rinunciano al 50% dello stipendio, alle ferie e al 100% che lavorano è evidente che tutti i conti ..”
Geniale la soluzione per far quadrare i conti: far lavorare le persone a metà stipendio, costringendoli a rinunciare a ferie e agli altri benefit, condizioni imposte spesso dietro la minaccia del licenziamento.
“Ho accettate il taglio dei costi o io vi licenzio perché non siete sostenibili ..”è la testimonianza resa a Report da uno di questi giornalisti, Eugenio Moschini ex direttore di Pc Professionale. Il licenziamento è stato una spada di Damocle costante sulle loro teste, in tutti gli anni in cui hanno lavorato per Visibilia.

Infine, questa sera Report darà spazio al racconto di Mirko Ruffino, figlio dell’imprenditore Luca Ruffino: accusa la ministra di aver causato la morte del padre, suicidatosi lo scorso anno dopo aver rilevato le quote le quote di maggioranza di Visibilia.
“Nel testamento lui aveva scritto ‘traghettatevi fuori dalla società, gestite gli appartamenti, godetevi la vita’” racconta il figlio: il padre avrebbe dato indicazione di uscire da Visibilia dunque. Oggi Mirko è convinto che ci sia un collegamento tra Visibilia e la morte del padre: “lui ad un certo punto si è sentito usato, quando ha visto che si stava sgretolando qualcosa, è ceduto completamente .. ”. Quello che è successo con Visibilia poteva mettere a rischio la sua immagine, la sua professionalità, che si era costruito in 35 anni d
i lavoro: “probabilmente potrei ancora parlare con mio padre se non ci fosse stata Visibilia di mezzo.”
Il racconto di Mirko Ruffino va avanti: un giorno il padre gli disse che si sarebbe incontrato con Daniela Santanché, gli aveva fatto vedere una foto di un incontro che c’era stato in un sabato precedente in cui era presente anche Ignazio La Russa. Era l’incontro dove si stava strutturando la cessione di Visibilia, era l’inizio del 2023 (quando La Russa era già presidente del Senato). Cosa c’entrava il presidente del Senato con Visibilia?
Partecipava? Tenderei ad escluderlo – il commento della ministra – per poi cambiare posizione “sono certa che non sia così”.

Eppure Ruffino ne è certo: era stato il padre a parlagliene, si erano trovati con Santanché e La Russa per discutere di quella situazione (ovvero Visibilia).

La scheda del servizio: I SOMMERSI E I SALVATI di Giorgio Mottola in collaborazione con Greta Orsi

Parla per la prima volta il figlio di Luca Ruffino, l’imprenditore milanese che lo scorso anno si è tolto la vita dopo aver rilevato le quote di maggioranza di Visibilia, la società di Daniela Santanchè. Alle telecamere di Report rivela le difficoltà riscontrate dal padre nella gestione di Visibilia, poco prima del suicidio, e le pressioni ricevute da alte cariche istituzionali per acquisire la società fino a poco tempo fa riferibile alla ministra. Abbiamo poi scoperto una possibile nuova truffa all’Inps, di cui, come documentano alcuni audio esclusivi, Daniela Santanchè era direttamente a conoscenza, e un inedito schema di finanziamento attraverso i suoi giornali. Nel corso dell’inchiesta sveleremo inoltre il ruolo di Flavio Briatore e come si incrociano gli interessi di Daniela Santanchè e di un oligarca russo, amico di Vladimir Putin.

Lo sportello più amato dai parlamentari

Della serie, io sono io e voi non siete un c..: Report ha scoperto la storia dello sportello di Banca Intesa in Parlamento che offre condizioni agevolate ai parlamentari.

Poi ci si chiede come mai la tassazione sugli extraprofitti delle banche sia naufragata..

La scheda del servizio: ONOREVOLI CLIENTI di Chiara De Luca e Carlo Tecce

Collaborazione Eva Georganopoulou

All’interno della Camera Dei Deputati c’è uno degli sportelli bancari più ambiti d’Italia che dal 1926 è gestito dal Banco di Napoli, poi inglobato da Banca Intesa. La prima banca d’Italia si è aggiudicata la convenzione anche nell’ultimo bando. Ma la concorrenza questa volta è stata spietata e quindi per aggiudicarsi la convezione ha offerto condizioni imperdibili: un tasso sulla liquidità del 5,625%, un’offerta unica. Report ha scoperto che Intesa San Paolo non è l’unica banca a fare delle condizioni agevolate ai parlamentari.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

21 aprile 2024

Report – lo spot sui migranti, il caso Santanché e il marmo di Carrara

(HOT)SPOT ALBANESE di Giorgio Mottola

L’Albania gestirà per noi i migranti intercettati dalla nostra marina in due centri di accoglienza: per la loro gestione spenderemo fino a 1 miliardo. Ma chi ci ha guadagnato e guadagnerà da questo accordo?

Il provvedimento è passato il 15 febbraio al senato, quasi nell’indifferenza dei parlamentari, cresciuta solo al momento della votazione.

Questo è un modello anche per l’Europa, ha dichiarato Von Der Leyen: un modello ideato dalla presidente del Consiglio Meloni, che lo scorso novembre lo ha spiegato in una conferenza stampa assieme al presidente albanese.
I migranti presi in acque internazionali potrebbero venir dirottare al porto di
Shengjin, dove verranno identificati per poi essere spostati in una località 30 km a nord a Gjader, in questa area militare cinta dalle montagne e in mezzo al nulla il governo albanese costruirà una struttura di accoglienza da 70mila metri quadrati in cui saranno detenuti i migranti. Secondo la relazione tecnica del governo il costo complessivo dell’intera operazione sarà di 650 ml di euro in 5 anni.

Ma è una cifra a preventivo – spiega Michele Vannucchi analista di Openpolis – bisognerà poi aspettare l’effettiva attuazione del protocollo per vedere quali saranno i costi effettivi, sempre che sarà rilasciata una documentazione a riguardo.
Non abbiamo quindi un’idea precisa di quanto questa operazione verrà a costare, a parte le stime che sono già state viste al rialzo. Perché nelle stime iniziali presentate al Parlamento lo scorso dicembre per la costruzione dell’hotspot al porto di
Shengjin e del centro di Gjader sono stati previsti in totale 39 ml di euro, ma in tre mesi la cifra è quasi raddoppiata: con un emendamento dello scorso marzo il governo Meloni l’ha elevata a 65 ml di euro, nell’area dove sorgerà il centro infatti manca tutto, non c’è elettricità, non ci sono fognature e anche le strade oggi sterrate vanno rifatte. Così i 650 ml di euro inizialmente preventivati sono già diventati 825 ml di euro, ma la questione dei costi non frena il governo, che è intenzionato a completare la costruzione entro il 20 maggio, a ridosso – guarda caso – delle elezioni europee, come assicura il ministro Piantedosi che gestirà gli appalti.

In una conferenza stampa il ministro assicura che il nostro genio militare si recherà in Albania, abbiamo lì i nostri vigili dei fuoco, “un concerto di istituzioni del nostro governo che lavoreranno per una rapida realizzazione di questo importante centro”.

Ma i lavori fuori da Shengjin sono fermi, come anche a Gjader: la data consegna dei lavori è già slittata a novembre, con conseguente aumento dei costi. Ma il ministro Piantedosi in conferenza stampa a questo non ne fa cenno.

Secondo quanto ha racconta la presidente Meloni, porteremo in Albania 36mila migranti l’anno, perché si processeranno 3000 richieste di asilo al mese. Tuttavia dopo le sentenze dei tribunali italiani che hanno di fatto bloccato il decreto Cutro, le procedure accelerate su cui fa affidamento la presidente del Consiglio, non sono mai veramente partite. Quindi l’ottimismo della volontà deve fare i conti col pessimismo della burocrazia governativa. Ne sono ben consapevoli i volontari dell’Arci che ogni giorno prestano assistenza ai richiedenti asilo e ai rifugiati che chiamano da tutta Italia.
Per presentare la richiesta ci vogliono da due a tre mesi – spiegano al giornalista di Report – “dopo di che, per arrivare all’audizione, i tempi che noi conosciamo, detti dalla commissione di Roma, stanno gestendo le domande di maggio 2022, quindi mediamente di due anni fa. ”
Servono due anni solo per avere una data di audizione e poi ci sono i tempi di attesa del risultato dell’audizione, i tempi del rilascio del permesso di soggiorno. E quanto ci vuole per arrivare ad una risposta? Sempre dall’Arci spiegano che per una risposta si può ipotizzare almeno altri due anni e mezzo. Eccolo, il bluff, che è sotto gli occhi di tutti.

Ma come ha fatto il governo Meloni a fare questo annuncio sui 28 giorni per una richiesta di asilo? Basterebbe farsi un giro davanti alla Questura di Tor Sapienza a Roma, in un alba di lunedì mattina: in fila ci sono decine di persone a fare domanda per l’asilo politico, persone in attesa da ore, alcuni hanno passato anche la notte in fila, gente che ha presentato la prima domanda nel 2022. Si sono portate da casa coperte e vivere per aspettare l’apertura delle porte della Questura di Tor Sapienza, l’unico ufficio nella capitale ad occuparsi delle richieste di asilo politico.

Ma è il Viminale stesso che smentisce le previsioni di Meloni sui migranti che verranno spediti in Albania: nel bando per la gestione dei centri di accoglienza in Albania si parla di 1017 persone che verranno mandate in Albania, Dunque se anche si mantenesse il ritmo dei 28 giorni per smaltire la richiesta di asilo, nei centri si alternerebbero al massimo 11 mila persone. Non solo: nel capitolato dell’accordo si parla di 33 ml di euro che, considerata la spesa media di 33 euro per migranti, significa che si prevede che in un anno in Albania arriveranno 2822 persone. Persone, non migranti.

Stiamo dando i numeri, sui migranti. Ma questi soldi spesi per il modello che l’Europa ci invidia, funzionerà o meno? L’ottimismo della Meloni sarà sufficiente? Arriveremo a gestire le richieste di asilo in 28 giorni (dai due anni e mezzo di oggi)?
C’è il rischio che si divideranno le famiglie, per gestire le pratiche dei migranti spenderemo 6 milioni di euro per avvocati di ufficio, spenderemo 200ml di euro per gli agenti che verranno mandati in Albania.

Ma dove provengono i soldi per l’intera operazione Albania? Un po’ sono stati sottratti ai ministeri, come quello di Salvini, o a quello dell’università (55ml di euro), istruzione (3 ml), ambiente (5 ml).

Ma non basteranno: ci saranno le varianti in corso d’opera che sicuramente spunteranno.

Sono soldi buttati a mare” è la considerazione di monsignor Gian Carlo Perego – presidente della fondazione Migrantes che si occupa dei migranti: l’80% di queste persone, non solo migranti, ce li ritroveremo in Italia, per un esame della loro domanda. “Si tratta solo di uno spot elettorale che risponde ai programmi ideali per cui non faremo entrare i migranti, quelli che non hanno diritto”.
Infatti, una volta ottenuto l’esito della richiesta di asilo i 3000 migranti dovranno tornare in Italia sia se la risposta è positiva che negativa, una “mini crociera coatta nel Mediterraneo che secondo le stime del governo costerà 95 ml di euro in 5 anni solo per il noleggio delle navi” spiega nel servizio Giorgio Mottola.

A cosa serve questo accordo allora? Il ministro Tajani ha provato ad abbozzare una risposta, “per alleggerire il peso della ricezione dei migranti..”

L’anno scorso in Italia sono sbarcati 150mila migranti, dunque i 3000 che andranno in Albania solo solo una quota irrisoria, se poi teniamo conto che i migranti non rimpatriati torneranno in Italia, viene veramente da chiedersi se questo giochetto ha un senso.

Il governo vorrebbe dirottare in Albania i migranti dai paesi con cui abbiamo accordi bilaterali: ma come si fa a selezionare i migranti in acque internazionali? “Si capisce uno da dove viene..” dice il ministro Tajani, “basta fare qualche domanda e si capisce”.

Sulle navi italiani dovrebbero esserci dei mediatori e interpreti come personale di bordo, che solo in Africa sono più di 3000 tra lingue e dialetti.
Per capire se questo approccio possa funzionare Report ha chiesto un parere ai volontari di Medici senza Frontiere, che salvano vite umane ogni giorno in mare: pochi dei migranti salvati viaggiano col passaporto, viene preso dai carcerieri in Libia o negli altri paesi di transito, è molto difficile stabilire l’origine di queste persone che nel lungo viaggio sono state sequestrate, finite in prigione, nei centri di detenzione.
La selezione in mare in base alla provenienza non è l’unico criterio: in Albania non finiranno i minori e le donne incinta. Ma anche questi criteri sono difficilmente rilevabili in mare.
Ma allora quanto è facile selezionare a bordo di una nave, dopo un salvataggio, i soli soggetti vulnerabili? “é molto difficile” rispondono da MSF “ovviamente possiamo distinguere i minori o i bimbi, le donne, ma ci sono tante ferite che non si vedono, invisibili, che rimarranno sulle persone per tanti anni, per tutta la vita. Abbiamo un esempio molto chiaro, nel novembre 2022 abbiamo cercato di fare uno sbarco selettivo, cercando di sbarcare prima le persone che avevano bisogno di medici in modo urgente, donne e bambini, mentre i maschi sono rimasti a bordo, finché la sanità marittima è salita a bordo con psicologi e psichiatri, ha valutato i loro casi e ha detto che queste persone sono sotto choc, tutte devono sbarcare al più presto..”.

L’accordo con l’Albania nasce anche dai buoni rapporti tra Meloni ed Edi Rama, leader del partito socialista: se l’Italia chiama, l’Albania c’è – racconta alla conferenza stampa.

Ma Rama ha rifiutato l’intervista a Report che ha deciso di andare a Tirana per fare qualche domanda: quella di Rama non è una generosità gratis, noi italiani pagheremo le spese per la sicurezza, per le strade, per arrivare ad altri 100milioni di euro di spese aggiuntive.
L’Italia aprirà due fondi di garanzia per coprire le spese: Report è entrata in possesso di un documento in cui l’imprenditore Becchetti ha pignorato questi fondi. Questo imprenditore italiano ha portato in tribunale il governo albanese, che ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti.

Becchetti è oggi a Londra, dove si è rifugiato: Becchetto era arrivato in Albania, dove è prima cercato di entrare nel settore idroelettrico, poi nel settore televisivo con Agon Channel.

La magistratura albanese ha condannato Becchetti che a sua volta si è rivolto al tribunale internazionale per le controversie tra aziende, che ha riconosciuto i danni ricevuti, per 135milioni.

Siccome Edi Rama ha deciso di non pagare, Becchetti ha deciso di pignorare i conti dell’accordo tra Italia e Albania: una minaccia che i due governi, italiano e albanese, hanno preso seriamente.

Così nell’accorso è stata aggiunta una norma anti pignoramenti.

C’è un altro problema: se dovesse cambiare governo in Albania, questo accordo, con tutti gli investimenti fatti, potrebbe addirittura saltare.

L’accordo durerà cinque anni, prorogabile di altri cinque anni: ma con un altro governo questo potrebbe non essere rinnovato, perché oggi all’opposizione c’è la destra di Sali Berisha, molto ostile nei confronti di questo accordo Italia Albania.

Nel passato, col ministro Castelli alla giustizia, l’Italia ha costruito un carcere in questo paese per portarci i nostri condannati di origine albanese. Ma a fine costruzione, prima del collaudo, il carcere fu riempito da carcerati albanesi. Abbiamo costruito un carcere per gli albanesi coi soldi nostri.

L’Albania sta attuando adesso delle riforme per modificare la sua immagini, anche sul tema corruzione: la nuova riforma della giustizia prevede un controllo dei magistrati da parte di una commissione nominata dal parlamento, i magistrati sono controllati e intercettati da poliziotti che sono sotto il controllo della politica.

Di fatto il governo sta facendo una caccia alle streghe ai magistrati sgraditi (un po’ come sembra stia succedendo in Italia da anni), come successo al magistrato Hajdarmatay, che è stato rimosso dal suo posto. Aveva fatto delle inchieste su membri del governo Rama, come il ministro dell’interno, che era coinvolto in un traffico di stupefacenti con l’Italia.

L’ex poliziotto Zagani, che aveva seguito delle indagini su questo traffico, oggi vive in Svizzera: aveva scoperto la rete del traffico di droga dalla mafia siciliana verso un cugino dell’ex ministro dell’interno. Dopo aver scoperto questi collegamenti Zagani è stato accusato e mandato in prigione: alla fine è stato condannato per abuso d’ufficio, la stessa pena comminata al ministro per una medesima indagine partita dall’Italia.

L’ex magistrato Mandoi ha raccontato a Report di come la mafia albanese sia ingrado di condizionare da vicino il governo Rama: il fratello del premier ha usato una macchina per i suoi spostamenti di proprietà di boss del narcotraffico.

La mafia albanese è forte perché parte da uno stato debole – racconta il magistrato Gratteri – lavora in sudamerica e garantisce traffici di droga stabilmente verso l’Italia.

Chi sono gli uomini che hanno stretto questo accordo? Mottola ha incontrato a Tirana l’ex generale Lisi, ex capo dell’Interpol. Sarebbe stato legato in relazioni pericolose con i trafficanti di droga – racconta a Report l’ex poliziotto Zagani.

Lisi è stato in contatto con l’avvocato Agaci, che lavorava per lui come consulente: Agaci ha difeso nel passato anche boss del narcotraffico: molti di questi venivano condannati in Italia e poi estradati in Albania, dove scontavano pene inferiori o venivano liberati.

Oggi Agaci lavora come segretario generale del governo Rama: il suo è un ruolo come quello di Gianni Letta coi governi Berlusconi, è il consulente giuridico di Rama.

Perché si sono costruiti centri di accoglienza in Albania quando avevamo centri di accoglienza in Italia (oggi chiusi come il Cara di Mineo)?

I centri in Albania a fine gestione rimarranno di proprietà dell’Albania. A chi giova tutto questo?

Il marmo della duchessa - IL MARMO È PERPETUO Di Bernardo Iovene

Dalle Alpi Apuane si ricava il pregiato marmo di Carrara, in galleria, sul fianco della montagna: le autorizzazioni sono concesse dal comune, le aziende che si occupano dell’estrazione fanno affari milionari. Il blocco perfetto può arrivare fino a 10mila euro a tonnellata.

I blocchi sono trasportati dai monti, ormai tagliuzzati e sfregiati dalle estrazioni, a valle, su strade bianche per la polvere di calcio.

I cavatori quanto pagano in concessioni? Il marmo è un indotto per la città, ma c’è anche un costo ambientale: come racconta il servizio di Iovene questo settore del marmo non è regolamentato come dovrebbe, a cominciare da come sono state rovinate le creste delle montagne (come il Bettogli).
Si sono intombati i fiumi, per far spazio ad un piazzale che serviva alle imprese del marmo, col risultato che il fiume poi scorre sulle strade.

Le acque che scendono dalle montagne escono da sorgenti carsiche: la marmettola, la polvere di marmo che si produce con la produzione, sta inquinando le acque dei fiumi. Non c’è solo la polvere del marmo, ci sono anche oli e prodotti per l’estrazione del marmo.

La marmettola colora di bianco il fiume, come il Carrione di Carrara e uccide la flora e la fauna attorno ai fiumi: anziché trattarla come dice la legge, le imprese la sversano a valle, la spruzzano nell’aria, compiendo dei reati.

Gli attivisti dell’associazione Apuane Libere hanno fatto tante denunce, raccogliendo querele dai concessionari, per zittirli.

C’è poi il rischio di alluvioni per le terre che arrivano dai ravaneti, che con le piogge scendono a valle.

La polvere copre le strade, i mobili delle case di Carrara creando problemi alle persone, così il comune, indebitandosi fino al collo, ha inaugurato una nuova strada in galleria per i camion, nel 2012. Ogni anno spendono 5ml di euro per il mutuo per questa strada, che almeno ha alleviato i problemi delle persone.

Peccato che il comune non abbia però i soldi per sistemare le strade, “rotte” per il peso dei camion, che a sua volta si rovinano per le buche, per le fratture della strada, per gli alberi sui bordi.

Dove finiscono le tasse pagare dai concessionari, pari a 25ml di euro l’anno? Il comune sta sistemando le strade, spiega l’assessora, dove ha messo a bilancio 100mila euro di spese straordinarie.

Le alpi Apuane sono un patrimonio paesaggistico e un bene comune, e dovrebbero essere protette: i cavatori le usano come loro proprietà appellandosi ad un editto del 1750, il 30% dei cavatori dunque non pagano alcuna concessione al comune.

I contributi di estrazione, circa il 10% del valore del blocco, si calcolano in media sull’estrazione dalla stessa cava: un blocco che vale 10mila euro paga al massimo 67 euro al massimo, un bell’affare per il cavatore.
Il presidente di Confindustria che ha parlato con Report sugli aspetti delle tasse non era informato: gli estrattori pagano il canone di concessione del 5%, ma il 30% delle cave non paga il canone per questo benedetto editto ancora usato nell’anno di grazia 2024.

Il consiglio comunale ha cercato di far diventare quelle cave beni pubblici senza successo: parlano proprio di esproprio i concessionari, quando gli si dice che si appellano ad un editto di Maria Teresa.

Dopo 10 anni dal primo servizio di Report, Iovene è tornato in regione Toscana: toccherebbe al Parlamento togliere l’editto della duchessa, ma dal 2018 il parlamento non si è mai attivato.

Così i cavatori hanno fatto l’ennesima causa al comune di Carrara, che vorrebbe trasformare questi beni in beni pubblici (e non più beni estimati): la causa è ferma in Cassazione.

Il valore delle tasse non incassate per questi beni estimati è pari al 4 ml di euro, che servirebbero al comune per sistemare le strade (e magari per regolare meglio l’impatto ambientale delle cave sul terreno).

Dal 2042, il restante 70% dei cavatori andrà a gara, con una convenzione firmata da tutti: ma anche questa messa a gara è stata poi appellata con l’obiettivo di arrivare ad una concessione infinita.

Eppure le aziende del settore marmo i soldi in cassa li hanno, dai conti emergono degli utili quasi “imbarazzanti” spiega il consulente di report Bellavia: la Marbo ha un utile del 41%, con 7 dipendenti, la Sagevan con 12 dipendenti ha 12ml di fatturato e 9 ml di utile.

Pochi dipendenti, tanta liquidità, un alto patrimonio netto: neanche nella moda si arriva a queste redditività, le aziende del marmo fanno meglio di Armani e Prada.

Pochi dipendenti ma tanti infortuni: questo sistema industriale non è più sostenibile, né dal punto di vista ambientale né da quello sociale. Di diverso avviso l’AD della Franchi (17ml di utile), chi si fa male è un deficiente, perché non rispettano le norme.

C’è un problema di redistribuzione della ricchezza a Carrara, alla fine lo ammette anche il presidente di Confindustria: con la convenzione firmata, poi appellata, i cavatori si impegnano a fare opere pubbliche sul territorio, in cambio dell’allungamento del tempo delle gare.
Ma sono gli industriali che decideranno quali progetti fare sul territorio: alla fine anche con la convenzione non c’è nessun vero ritorno sul territorio, solo 25ml di euro per guadagni totali che per tutti gli anni fino alle gare assommano a 6 miliardi di euro.

La santa famiglia - LA SANTA RESA DEI CONTI di Giorgio Mottola

Falso in bilancio e danno all’Inps: questi reati contestati alla ministra Santanché, che si è difesa dicendo che se c’è stata truffa è avvenuta a sua insaputa.

La procura di Milano ha notificato il primo avviso di conclusioni indagini: la GDF avrebbe trovato riscontri alle denunce della dipendente Bottiglione, la prima a denunciare il fatto di aver lavorato in cassa integrazione nel periodo del covid. Oggi l’ex dipendente Bottiglione è stata licenziata, proprio per questa denuncia: ha scoperto di essere stata messa a cassa integrazione a zero ore solo dopo essere andata al CAF.

Report aveva già mandato in onda la telefonata tra Bottiglione Kunz, dove si parla della cassa integrazione: ora vengono fuori delle mail inviate al responsabile delle risorse umane.

Ma anche altri dipendenti erano stati messi in cassa integrazione a zero ore, ovvero a carico dello Stato.

Ma la ministra Santanché lo sapeva che i dipendenti di Visibilia lavoravano pur essendo in cassa integrazione? In base alle mail di Report, del settembre 2021, tra la Bottiglione e il responsabile risorse umane, pare proprio che Santanché sapesse (in copia alle mail).

Ci sono poi le firme dei verbali dei cda, dove a fianco al nome Santanché appare quello di Bottiglione.

C’è poi la questione dei bilanci di Visibilia truccati: queste società non hanno mai guadagnato, spiega il consulente Bellavia, Visibilia è stata sempre in perdita, ma i ricavi venivano gonfiati fattiziamente per truccare i bilanci, usando fatture inventate.

Oppure dei crediti inesigili lasciati a bilancio (o intestati all’ex compagno della ministra), mentre avrebbero dovuto essere tolti.

Visibilia lascia sul campo 3ml di debiti, Ki Group oltre 10 ml: nonostante questo queste società hanno sempre goduto un trattamento di favore con gli istituti di credito, come MPS.

MPS nel 2017 è stata nazionalizzata, dunque i 5ml di debiti della Santanché ce li siamo addossato noi, per tramite la Amco, società del ministero dell’economia.

Alla fine Santanché e Mazzaro hanno proposto alla Amco di rientrare solo per 600mila euro, solo il 10% del debito, soldi dello stato che perderemo.

Anteprima inchieste di Report – lo spot sui migranti, il caso Santanché e il marmo di Carrara

Gli accordi con l’Albania

A chi convengono davvero gli accordi con l’Albania firmati dal governo Meloni? Daremo circa un miliardo (in totale) per gestire i “nostri” migranti. Chi sono gli uomini dentro questi accordi, come verranno utilizzati questi soldi?


Secondo questi accordi, un certo numero di immigrati recuperati nel Mediterraneo verranno trasferiti nei CPR costruiti in Albania, dovrebbero essere quelli “facilmente” rimpatriabili nei paesi d’origine, ma in che modo potrebbe avvenire la selezione? In base alla lingua per comprenderne la provenienza? Sulle navi italiani dovrebbero esserci dei mediatori e interpreti come personale di bordo, che solo in Africa sono più di 3000 tra lingue e dialetti.
Per capire se questo approccio possa funzionare Report ha chiesto un parere ai volontari di Medici senza Frontiere, che salvano vite umane ogni giorno in mare: pochi dei migranti salvati viaggiano col passaporto, viene preso dai carcerieri in Libia o negli altri paesi di transito, è molto difficile stabilire l’origine di queste persone che nel lungo viaggio sono state sequestrate, finite in prigione, nei centri di detenzione.
Ma allora quanto è facile selezionare a bordo di una nave, dopo un salvataggio, i soli soggetti vulnerabili? “é molto difficile” rispondono da MSF “ovviamente possiamo distinguere i minori o i bimbi, le donne, ma ci sono tante ferite che non si vedono, invisibili, che rimarranno sulle persone per tanti anni, per tutta la vita. Abbiamo un esempio molto chiaro, nel novembre 2022 abbiamo cercato di fare uno sbarco selettivo, cercando di sbarcare prima le persone che avevano bisogno di medici in modo urgente, donne e bambini, mentre i maschi sono rimasti a bordo, finché la sanità marittima è salita a bordo con psicologi e psichiatri, ha valutato i loro casi e ha detto che queste persone sono sotto choc, tutte devono sbarcare al più presto..”.
Secondo l’accordo sono circa 36mila i migranti che verrebbero dirottato ogni anno in Albania perché ritiene che il suo governo sia in grado di processare 3000 richieste di asilo al mese, tuttavia dopo le sentenze dei tribunali italiani che hanno di fatto bloccato il decreto Cutro, le procedure accelerate su cui fa affidamento la presidente del Consiglio, non sono mai veramente partite. Quindi l’ottimismo della volontà deve fare i conti col pessimismo della burocrazia governativa. Ne sono ben consapevoli i volontari dell’Arci che ogni giorno prestano assistenza ai richiedenti asilo e ai rifugiati che chiamano da tutta Italia.
Per presentare la richiesta ci vogliono da due a tre mesi – spiegano al giornalista di Report – “dopo di che, per arrivare all’audizione, i tempi che noi conosciamo, detti dalla commissione di Roma, stanno gestendo le domande di maggio 2022, quindi mediamente di due anni fa. ”
Servono due anni solo per avere una data di audizione e poi ci sono i tempi di attesa del risultato dell’audizione, i tempi del rilascio del permesso di soggiorno. E quanto ci vuole per arrivare ad una risposta? Sempre dall’Arci spiegano che per una risposta si può ipotizzare almeno altri due anni e mezzo. Eccolo, il bluff, che è sotto gli occhi di tutti.



Ma come ha fatto il governo Meloni a fare questo annuncio sui 28 giorni per una richiesta di asilo? Basterebbe farsi un giro davanti alla Questura di Tor Sapienza a Roma, in un alba di lunedì mattina: in fila ci sono decine di persone a fare domanda per l’asilo politico, persone in attesa da ore, alcuni hanno passato anche la notte in fila, gente che ha presentato la prima domanda nel 2022. Si sono portate da casa coperte e vivere per aspettare l’apertura delle porte della Questura di Tor Sapienza, l’unico ufficio nella capitale ad occuparsi delle richieste di asilo politico.

Ma è il Viminale stesso che smentisce le previsioni di Meloni, nel bando per la gestione dei centri di accoglienza in Albania si parla di 1017 persone che verranno mandate in Albania, dunque se anche si mantenesse il ritmo dei 28 giorni per smaltire la richiesta di asilo, nei centri si alternerebbero al massimo 11 mila persone. Non solo: nel capitolato dell’accordo si parla di 33 ml di euro che, considerata la spesa media di 33 euro per migranti, significa che si prevede che in un anno in Albania arriveranno 2822 persone. Persone, non migranti.
“Sono soldi buttati a mare” è la considerazione di monsignor Gian Carlo Perego – presidente della fondazione Migrantes che si occupa dei migranti: l’80% di queste persone, non solo migranti, ce li ritroveremo in Italia, per un esame della loro domanda. “Si tratta solo di uno spot elettorale che risponde ai programmi ideali per cui non faremo entrare i migranti, quelli che non hanno diritto”.
Infatti, una volta ottenuto l’esito della richiesta di asilo i 3000 migranti dovranno tornare in Italia sia se la risposta è positiva che negativa, una “mini crociera coatta nel Mediterraneo che secondo le stime del governo costerà 95 ml di euro in 5 anni solo per il noleggio delle navi” spiega nel servizio Giorgio Mottola.

A cosa serve questo accordo allora? Il ministro Tajani ha provato ad abbozzare una risposta, “per alleggerire il peso della ricezione dei migranti..”

L’accordo tra i due governi è stato firmato lo scorso 15 febbraio: vista l’importante mole di soldi previsti dietro questa operazione è opportuno che si spieghi ai cittadini come si intendono usare queste risorse pubbliche.
Nel porto di
Shengjin i migranti dovrebbero rimanere il tempo necessario per una prima identificazione per poi essere spostati in una località 30 km a nord a Gjader, in questa area militare cinta dalle montagne e in mezzo al nulla il governo albanese costruirà una struttura di accoglienza da 70mila metri quadrati in cui saranno detenuti i migranti. Secondo la relazione tecnica del governo il costo complessivo dell’intera operazione sarà di 650 ml di euro in 5 anni.

Ma è una cifra a preventivo – spiega Michele Vannucchi analista di Openpolis – bisognerà poi aspettare l’effettiva attuazione del protocollo per vedere quali saranno i costi effettivi, sempre che sarà rilasciata una documentazione a riguardo.
Non abbiamo quindi un’idea precisa di quanto questa operazione verrà a costare, a parte le stime che sono già state viste al rialzo. Perché nelle stime iniziali presentate al Parlamento lo scorso dicembre per la costruzione dell’hotspot al porto di
Shengjin e del centro di Gjader sono stati previsti in totale 39 ml di euro, ma in tre mesi la cifra è quasi raddoppiata: con un emendamento dello scorso marzo il governo Meloni l’ha elevata a 65 ml di euro, nell’area dove sorgerà il centor infatti manca tutto, non c’è elettricità, non ci sono fognature e anche le strade oggi sterrate vanno rifatte. Così i 650 ml di euro inizialmente preventivati sono già diventati 825 ml di euro, ma la questione dei costi non frena il governo, che è intenzionato a completare la costruzione entro il 20 maggio, a ridosso – guarda caso – delle elezioni europee, come assicura il ministro Piantedosi che gestirà gli appalti.
In una conferenza stampa il ministro assicura che il nostro genio militare si recherà in Albania, abbiamo lì i nostri vigili dei fuoco, “un concerto di istituzioni del nostro governo che lavoreranno per una rapida realizzazione di questo importante centro”.
Nel suo intervento il ministro fa promesse sulle tempistiche ma non menziona il problema dei costi: Report con Giorgio Mottola avrebbe voluto porre la domanda ma Piantedosi ha stoppato tutto, “il tempo per le domande è finito”. Evidentemente non è ritenuta una domanda opportuna, 600 milioni di euro per 3000 migranti. Come mai i costi sono raddoppiati? Qualcuno ci sta mangiando sopra?

La scheda del servizio: (HOT)SPOT ALBANESE

di Giorgio Mottola

Consulenza Thimi Samarxhiu

Collaborazione Greta Orsi

Il governo Meloni ha raggiunto un accordo per spedire in Albania una parte dei migranti che tentano di entrare in Italia attraverso il Mediterraneo. Già da qualche settimana sono cominciati i lavori per la costruzione dei due centri di accoglienza dove secondo le previsioni della presidente del Consiglio verranno dirottati circa 36 mila richiedenti asilo all’anno. Ma come ha scoperto Report, i costi sono già fuori controllo. A fronte dei 650 milioni di euro inizialmente preventivati per 5 anni, la spesa complessiva potrebbe superare la soglia di 1 miliardo di euro. E anche le previsioni fatte dal governo sul numero dei migranti sembrerebbero troppo ottimistiche. Spenderemmo dunque cifre spropositate, rispetto ai costi di gestione ordinari in Italia, per spedire in Albania a mala pena 3000 migranti all’anno che comunque dovranno successivamente essere trasferiti in Italia. Dunque, chi beneficerà davvero di questo accordo? Report ha trovato alcune inaspettate e inquietanti risposte in Albania, definita da molti osservatori internazionali un “Narcostato” a causa del forte condizionamento dei cartelli della mafia albanese sulle attività del governo. Una mafia cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, sotto lo sguardo vigile anche delle autorità italiane.

Lo sfruttamento delle cave di marmo

Nell’Italia del 2024 ci sono delle aziende che pretendono di poter estrarre il marmo dalle cave di Massa Carrara senza pagare concessioni, basandosi su un editto del 1751.

Farebbe ridere la storia, che Report aveva raccontato già nel 2013: sono situazioni da commedia all’italiana che purtroppo sono vere. Come se vivessimo ancora nell’era dei ducati e principati.
Parte dell’industria del marmo a Carrara – racconterà il servizio di Bernardo Iovene - ha approfittato di questa situazione di privilegio (a discapito del libero mercato), portando avanti uno sfruttamento delle montagne che avviene senza regolamentazione.


Giacomo Faggioni è membro della commissione di tutela dell’ambiente montano del CAI, a Report mostra gli effetti dell’erosione delle montagne, sulla cresta Nera ad esempio, dove la cresta viene tagliata ogni anno, o come il Bettogli, la cui cresta è stata completamente cancellata: “è ovvio che al di là della parte normativa, legale [che da la pezza d’appoggio a questo sfruttamento], poi c’è una realtà che contraddice”.
Per facilitare il lavoro delle industrie di estrazione sono stati deviati e intombati i fiumi, come il Carrione il fiume principale che scende dalle montagne: l’industria aveva bisogno di un piazzale? Allora si è deciso di riempire il fiume – spiega Giuseppe Sansoni di Legambiente – coi blocchi di marmo, di fatto interrompendone il suo corso. Così quando il fiume scorre per le piogge, l’acqua riempie le strade. L’acqua che scende dalle Alpi Apuane è caratterizzata da un reticolo di torrenti carsici, facilmente vulnerabili, la federazione speleologica toscana li ha mappati con un sistema di tracciamento individuando le vie d’uscita dalle montagne.

Come la sorgente carsica del torrente Frigido, la più importante della regione, raccoglie acqua da un territorio vasto: il problema di questa sorgente è la polvere di marmo che si crea nel momento in cui viene cavato il marmo, una polvere sottilissima che con le piogge viene lavata e finisce nei fiumi. Non c’è solo marmo in questa polvere – spiega Flavio Bianchini direttore del Source International Onlus – ci sono tutte le sostanze che vengono utilizzate nel taglio del marmo e nell’operazione di cavatura, lubrificanti, oli, metalli pesanti, tutto questo fa morire le specie vegetali e animali, la maggior parte di questi fiumi dal punto di vista biologico sono morti.
Ma marmettola, questa polvere bianca, colora di bianco le acque dei torrenti fino al mare, lungo il percorso verso il mare si deposita sulle sponde, asfissiando ogni forma di vita animale e vegetale. Questi rifiuti speciali andrebbero raccolti nelle vasche per essere poi smaltiti: ma questo ha un costo e così le aziende di estrazione per abbattere i costi sversano la polvere lungo i pendii del monti, all’interno del corso dei fiumi e dei torrenti. Oppure la spruzzano nell’aria con delle idropulitrici, creando un ulteriore problema di inalazione, con tanto di problemi di salute sul lavoro.

Sono tutti reati ambientali: gli alpinisti e speleologi dell’associazione Apuane Libere hanno documentato e filmato tutte queste irregolarità, come le cavità carsiche portate alla luce dall’estrazione che, anziché essere intombate, sono messe a contatto con la marmettola.
Gianluca Bricconi spiega a Report che in tre anni hanno fatto 55 denunce e in cambio hanno ricevuto querele, perché i concessionari delle cave cercano di portali in tribunale.
C’è poi il problema dei pendii dove si accumulano i detriti, quando piove arrivano assieme alla marmettola al fiume Carrione fino a Carrara dove, dal 2002 ad oggi ci sono state 4 alluvioni.
“Possiamo dire che le cave sono una fabbrica di alluvioni” racconta ancora Giuseppe Sansoni di Legambiente.

La scheda del servizio: IL MARMO È PERPETUO

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Il marmo di Carrara è una risorsa dal valore incalcolabile, ma il suo sfruttamento ha lasciato un'impronta devastante sull'ambiente e ha generato conflitti secolari riguardo alle concessioni. Ancora oggi, la diatriba è su una frase contenuta nell’editto di Maria Teresa Cybo Malaspina, Duchessa di Massa Carrara che, nel lontano 1751, concedeva ai possessori delle cave un presunto diritto perpetuo di estrazione e di proprietà. I tentativi del comune e della Regione Toscana di normare la situazione non hanno prodotto risultati, se non ricorsi e cause civili che hanno visto prevalere gli imprenditori, che a tutt’oggi possiedono il 30% delle cave di Carrara, non pagano la concessione, creando un danno al comune di 4 milioni di euro l’anno. Di recente, gli imprenditori che gestiscono il restante 70% delle cave hanno firmato una convenzione con il comune, obbligati dalla legge regionale del 2015, che prevede gare pubbliche ogni 25 anni ma solo dal 2042. E il giorno successivo alla firma, gli stessi imprenditori hanno avviato azioni legali per rivendicare il presunto diritto perpetuo menzionato nell'Editto del 1751. È una storia infinita, che si svolge in un territorio dove le imprese del settore traggono guadagni milionari con un numero esiguo di dipendenti e margini di profitto che superano il 50% del fatturato. Un’anomalia assoluta in ambito industriale dove le aziende normalmente hanno un margine di profitto molto inferiore.

Il caso Santanché

Nascondere il “caso Santanché”, arrivato alla richiesta di rinvio a giudizio, diventa sempre più difficile per il governo Meloni. Ma a parte l’aspetto giudiziario, ci sono le telefonate, le testimonianze delle dipendenti, che non lasciano dubbi nel poter esprimere un giudizio nei confronti della ministra imprenditrice.


La dottoressa Federica Bottiglione ripete di fronte a Report che Santanché fosse a conoscenza del fatto che pur essendo in cassa integrazione, per il covid, stava continuando a lavorare: “conoscendo la dottoressa che si occupa di tutto in azienda, dal chiodo per il quadro al contenuto del consiglio di amministrazione, è difficile credere che non sapesse.”

Perché la ministra ha sempre negato: non sapevo, non mi occupavo dell’azienda, ma Report è venuta in possesso di documenti che contraddicono questa versione.
Come la mail dell’ottobre 2021 in cui la Bottiglione chiede informazioni sulla fine della sua cassa integrazione a Paolo Concordia, responsabile delle risorse umane di Visibilia, risponde “devo avere conferma dalla dottoressa di questo.”
La dottoressa è Santanché: con la ministra ha lavorato diverse volte durante il periodo della cassa integrazione, per i consigli di amministrazione e le assemblee, perché tutta l’attività dell’azienda non è mai fermata, anzi è stato anche un vanto, in un comunicato stampa ci si vantava pure che si continuasse ad operare “a pieno regime”, con lo Stato che pagava gli stipendi ai lavoratori. Con la cassa integrazione a zero ore, chi lavorava allora, gli gnomi?

Sul Fatto Quotidiano trovate una anticipazione del servizio a cura di Nicola Borzi, Thomas Mackinson, Davide Milosa

Cassa Covid, ecco le email che inguaiano Santanchè

STASERA SU REPORT - Il direttore del personale Paolo Concordia, indagato, coinvolse la ministra: sapeva dei dipendenti in Cig che lavoravano lo stesso

Si è sempre dichiarata estranea. Ma la linea del “poteva non sapere” per il ministro del Turismo Daniela Santanchè si sfalda davanti a due pezzi di carta di pochi grammi, come sotto il peso della pila di faldoni con cui la Procura di Milano l’ha avvisata della conclusione delle indagini per truffa sulla cassa Covid e per falso in bilancio in Visibilia, il disastrato gruppo editoriale-pubblicitario di cui la senatrice di Fratelli d’Italia è stata fondatrice e amministratrice sino a novembre 2021. L’accusa di truffa all’Inps verte sul fatto che 13 dipendenti di due società del gruppo Visibilia fossero in Cassa Covid a zero ore mentre in realtà lavoravano in presenza. Entrambi i documenti confermano quanto rivelato dal Fatto il 5 novembre 2022. Il 22 marzo 2020 Visibilia Editore comunicava che nonostante “le misure restrittive e la decisione del governo di chiudere tutte le attività non essenziali” non avrebbe “bloccato la produzione e la vendita dei giornali. L’attività operativa viene garantita in smart working e dove necessario fisicamente”. Il 20 aprile seguente il cda di Visibilia Editore, presieduto da Santanchè, deliberava “di mantenere invariato l’organico, ma di ricorrere allo strumento della cassa integrazione in deroga, con diversi regimi per il personale, dal 2 marzo 2020… La cassa integrazione ordinaria prevede il versamento al lavoratore di un’indennità pari all’80% circa dello stipendio”.

La scheda del servizio: LA SANTA RESA DEI CONTI

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Qualche settimana fa Daniela Santanchè è stata raggiunta da due avvisi di conclusione indagini per truffa all’Inps e per falso in bilancio. La ministra però continua a sostenere la sua totale estraneità rispetto alla gestione di Visibilia e delle altre aziende coinvolte nelle inchieste. Report è in grado di mostrare nuovi documenti che rivelerebbero il coinvolgimento diretto di Daniela Santanchè e le strategie messe in campo per evitare di pagare in prima persona i debiti delle sue società.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

12 novembre 2023

Anteprima inchieste di Report – la dinastia La Russa e i progetti del PNRR sulle periferie

I miliardi del PNRR dovrebbero essere usati anche per riqualificare le periferie, da nord a sud. È davvero così?

Poi un nuovo capitolo del servizio sul senatore La Russa.

L’anteprima è dedicata alle sigarette elettroniche

La scheda del servizio: IL MONDO DEI PUFF

di Antonella Cignarale

Colorate come pennarelli, invisibili in un palmo di mano, sono le sigarette elettroniche usa e getta. Ci sono con o senza nicotina, ma nel 2022 in Italia su 30 milioni di pezzi più di 29 milioni contenevano nicotina. Variegate e dall’aspetto accattivante le sigarette elettroniche usa e getta, anche dette PUFF, si trovano al gusto di tabacco ma anche di frutta, bevande gassate, gelato e anche al gusto di zucchero filato o popcorn. Usate da chi vuole ridurre il danno delle sigarette di tabacco però si trovano anche in mano ai minori. Si mimetizzano tra i loro evidenziatori di scuola, non puzzano di fumo e il più delle volte sono invisibili a genitori e docenti. Ma quanto sappiamo di questo mondo?

La dinastia La Russa – secondo capitolo

Nel servizio di ottobre Giorgio Mottola aveva raccontato delle origini della famiglia dell’attuale presidente del senato, Ignazio La Russa: l’arrivo a Milano del padre, senatore del MSI, l’incontro con un raider della finanza, Michelangelo Virgillito, anche lui originario di Paternò, che negli anni sessanta gli affida delle importanti società della finanza italiana.

L’origine “misteriosa” delle fortune di Virgillito (che era stato soprannominato il corsaro, uno dei primi finanzieri d’assalto), l’incontro con Ligresti
La rete clientelare costruita piano piano in Sicilia, la storia del call center di Paternò che lavorava per la regione Lombardia.
Giorgio Mottola ha intervistato nuovamente Filippo Condorelli, ex dirigente di AN a Paternò: l’onorevole Santanché nei primi anni della sua carriera politica veniva ospitata dalla famiglia La Russa nella villa di Ragalna, paese della loro villeggiatura estiva, ed è qui che Santanché inizia a fare pratica come amministratore pubblico nel settore del turismo, il suo mandato dura meno di un anno, ma riesce comunque a lasciare il segno.


Lo racconta l’ex assessore al turismo del piccolo comune nel catanese: Santanché realizzò un piccolo progetto per un villaggio vacanza, “Villaggio delle stelle”, “un camping con dei bungalow a cielo aperto, con una vetrata che potesse far vedere le stelle, posizionato intorno ai duemila metri sull’Etna ..”. Un mega campeggio di lusso sul dorso del vulcano, ancora oggi in piena attività eruttiva: il Twiga in versione piroclastica non raccoglie reazioni entusiastiche e il progetto rimane nel cassetto del comune di Ragalna.
Fabio Granata all’epoca, nel 2004, era assessore regionale: la proposta non arrivò mai al suo ufficio, ma ora che Santanché da assessore è stata promossa ministra al turismo, è tornata a proporre l’idea del campeggio di lusso sull’Etna che nel linguaggio moderno del marketing si chiama gampling.

In America facciamo la fila per vedere i vulcani finti” racconta la ministra durante un evento “qua ne abbiamo uno vero e non sappiamo metterlo a reddito. Mi sono chiesta, ma sull’Etna, dove c’è una natura meravigliosa ma è possibile che un imprenditore italiano non vada lì, e io lo aiuterei in tutti i modi, a fare un glamping e a studiare come portare i turisti da tutto il mondo su un vulcano vero..”.
Geniale, no? Abbiamo l’Etna abbiamo il Vesuvio, perché non costruirci sopra un bel villaggio turistico?

Il servizio si occuperà poi dei rapporti tra il senatore La Russa e Berlusconi: il loro rapporto rimane stretto anche dopo lo scioglimento del Popolo della liberà e la rifondazione di Forza Italia, quando il presidente del Senato assieme a Crosetto e Meloni fonda Fratelli d’Italia nel 2012. L’ex cavaliere gioca un ruolo dietro le quinte, finanziando il partito per 750mila euro – racconta l’ex deputato Fabio Granata – soldi che vengono registrati nel bilancio di FI del 2013.
A che titolo? Mottola ha provato a chiederlo al segretario Tajani “ne parliamo.. fate una bella inchiesta così leggendo le carte ne saprai tutto..”. In assenza di risposte ufficiali dai politici (quelli che poi si lamentano dei servizi giornalistici, almeno rispondessero alle domande), dobbiamo fidarci di quanto racconta ancora Granata: “fu una strategia di fondo di Berlusconi, pensava che far nascere un partito che avesse una sua identità legata alla destra italiana togliesse spazio a Fini e al nostro gruppo.”
In questa strategia ha avuto un ruolo anche La Russa?
“Io credo di si perché i rapporti tra La Russa e Berlusconi andassero oltre la politica.”
Un anno dopo il finanziamento di Forza Italia, il figlio di Ignazio La Russa, Geronimo, tifosissimo dell’Inter come il padre,
entra nei cda di tre società collegate alla squadra di calcio del Milan, quando ancora era di proprietà di Berlusconi. Geronimo La Russa ne esce solo nel 2017 quando il Milan viene ceduto alla cordata cinese capeggiata da mister Li.
Ma Geronimo riesce a rimanere nei cda di altre società del gruppo Berlusconi: la Holding quattordicesima, la vecchia holding dei figli di Berlusconi e la H14 (sembra che abbia lo stesso nome ma ha una struttura diversa), queste due società rappresentano la cassaforte dei figli di Berlusconi.
È infatti attraverso la Holding quattordicesima che gli ultimi tre figli detengono il 22% di Fininvest, mentre H14 è lo strumento con cui i tre figli dell’ex presidente del Consiglio fanno i loro investimenti finanziari in fondi e aziende.
Nel cda delle due holding siede un alto dirigente
di Mediolanum, Furio Pietribiasi e, accanto a lui, Geronimo La Russa.
Nel consiglio di queste due Holding – spiega il consulente di Report Gaetano Bellavia – ci sono solo due estranei alla famiglia, “Geronimo e un grande manager di Mediolanum, quello che si occupa degli investimenti esteri, comunque interno al mondo Fininvest”.

Sul Fatto Quotidiano, Davide Milosa riporta un’altra anticipazione del servizio di questa sera:

La Russa è smentito sul padre: “Voleva candidare Sindona”

SCOOP - Il cognato e il manager vicino ai clan

DI DAVIDE MILOSA

Gaetano Raspagliesi, cognato del presidente del Senato Ignazio La Russa, in affari con un imprenditore legato alla ‘ndrangheta del clan Bellocco. Le parole inedite di Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, già esponente di primo piano del Msi a Milano, che svela la volontà di Antonino La Russa, padre di Ignazio, di candidare in Parlamento il banchiere della mafia, Michele Sindona.

La scheda del servizio: LA RUSSA DYNASTY 2

di Giorgio Mottola con la collaborazione di Greta Orsi

Dopo le dure polemiche del presidente del Senato contro l’inchiesta andata in onda un mese fa, Report ritorna sull’argomento con un’intervista inedita a un ex parlamentare e dirigente nazionale dell’Msi che conferma i rapporti della famiglia La Russa con alcuni finanzieri opachi, uno dei quali ha fatto fortuna grazie alle leggi razziali contro gli ebrei, e con il banchiere della mafia e della P2 Michele Sindona. Nel corso della puntata sarà trasmessa anche l’intervista esclusiva a uno degli ex militanti neofascisti condannati per l’omicidio del poliziotto Antonio Marino che rivelerà particolari inediti legati agli scontri e ai risarcimenti di quel 12 aprile 1973, noto come il giovedì nero di Milano. Report ricostruirà inoltre la genesi delle relazioni tra il presidente del Senato e Silvio Berlusconi, attraverso la testimonianza di un ex parlamentare di Alleanza Nazionale e del Popolo della libertà, e l’origine della frattura tra Fini e Berlusconi. Infine, Report rivelerà le dinamiche riguardanti il cognato di Ignazio La Russa, Gaetano Raspagliesi, per l’acquisto di un altro call center, questa volta in Lombardia.

Come useremo i fondi del PNRR

Da occasione per cambiare la faccia del nostro paese, i fondi del PNRR sono diventati poi un impiccio, quando si è capito che non avevamo le competenze nella pubblica amministrazione per gestirli, ad una questione secondaria, sparita dall’agenda di questo governo.
Per colmare il bilancio si fa prima a tagliare la spesa pubblica (come prima si è tagliato nel personale della pubblica amministrazione, col risultato di non avere le competenze per fare bandi per il PNRR).

Uno dei progetti che verranno realizzati sarà l’abbattimento delle tre vele di Scampia e la costruzione di nuovi alloggi, con una spesa totale di 152 ml di euro.
Speriamo che lo stato sappia gestire meglio le nuove costruzioni: Bernardo Iovene è entrato dentro le “vele”, per abbattere la prima vela abbiamo speso 160 miliardi delle vecchie lire dal 1997, che aveva perfino resistito alle prime cariche esplosive.

Sarà Danilo Coppe ad occuparsi della demolizione delle ultime “vele” rimaste in piedi: per i calcoli del cemento armati lo stato allora si affidò a Morandi (il progettista dell’omonimo ponte a Genova), “ha preso tutti i coefficienti di sicurezza tutti assieme, come se in un giorno venisse il tornado, il terremoto, il bradisismo e il Vesuvio che eruttava e il risultato è che questi edifici erano in grado di resistere ad un terremoto del 9 grado Richter, erano acciaio intonacato. Quindi ho concepito [l’abbattimento] col ribaltamento ..”
Queste vele potevano reggere a tutto tranne che all’incuria dell’uomo.

Per l’abbattimento di queste vele e la costruzione di nuovi alloggi si spenderanno circa 152ml di euro (fondi PNRR e fondi integrativi), ma qui complessivamente vivono circa 500 famiglie ancora. Dove andranno nel frattempo che si costruiranno i nuovi alloggi?

93 milioni di euro è invece la cifra che il comune di Venezia ha chiesto ai fondi del PNRR non per ristrutturare le case sfitte ma per il progetto “bosco dello sport”, che costerà complessivamente 300 ml: è stato previsto uno stadio, un palasport per 10mila posti, una nuova viabilità, ma la Commissione Europea ha bocciato il progetto e i 93 ml si sono persi.

Iovene ha intervistato Michele Boato, responsabile eco-istituto del Veneto Alex Langer, chiedendo se in questi progetti anche il sindaco avesse interessi personali: “certo, è il padrone della società di pallacanestro che così avrebbe il suo regno, il suo castello ..”
Continua il consigliere comunale Gianfranco Bettin del gruppo verde progressista “se ci sarà un nuovo palasport la Reyer lo utilizzerà, è chiaro che lui ha interesse che si faccia il palasport.”
Questa estate, mentre il ministro Fitto metteva in discussione i finanziamenti del PNRR per la rigenerazione delle periferie delle nostre città proponendo di stralciare dal programma 16 miliardi di euro, dall’altro lato è arrivato il decreto che stanziava 93 ml di fondi statali per il nuovo palasport di Venezia. Una sorta di vendetta nei confronti dell’Europa, il commento di Boato.
Venezia continua a perdere abitanti perché mancano le case destinate agli abitanti, pochi mesi c’è stato il sorpasso con le case per i turisti che hanno superato quelle per gli abitanti che oggi si trasferiscono sulla terraferma. Un fenomeno che a Venezia è sempre esistito, non a caso nel 1908 il comune con Cassa di Risparmio già provvedeva a costruire quartieri destinati ai ceti meno abbienti: nel suo viaggio dentro le calle, Iovene è stato accompagnato da Orazio Alberti, fondatore dell’osservatorio civico sulla casa e sulla residenza: “qui cominciamo a vedere gli alloggi sfitti, la cosa che fa veramente male è trovare queste abitazioni murate, per evitare che ci siano occupazioni..”

Sono case che avrebbero bisogno di manutenzione, l’umidità che sale sgretola gli intonaci. All’altra estremità ad ovest c’è l’isola di Sacca Fisola, un quartiere con case del comune dell’ATER, abbastanza recenti, l’osservatorio, insieme alla consulta per la casa ha censito tutti e 500 gli alloggi popolari: tra comune ed Ater hanno trovato qui 69 alloggi sfitti tra cui alcuni proprio recenti ma completamente murati sempre per evitare che siano occupati abusivamente.

Tra comune ed Ater, abbiamo calcolato che tra Venezia e Mestre il comune ha circa 2000 case non occupate, ristrutturale tutte costerebbe 90 ml, secondo un calcolo di Ater a livello provinciale.
Da Venezia a Roma: per Tor Bella Monaca sono previsti 125 ml di euro, per mettere il cappotto esterno a tutti gli edifici, una nuova costruzione dove saranno trasferite 32 famiglie a fronte delle 112 che saranno sgomberate dal piano terra e primo piano, dovranno far posto a negozi e servizi, un progetto strategico per un maggior controllo del territorio. Ma chi abita al primo piano non sa nulla, “io non ci credo” risponde uno degli inquilini a Iovene, nessuno è andato a consultarsi con queste famiglie che sono scettiche anche sull’arrivo di negozi “ma chi è quel deficiente che viene ad investire i soldi ad un primo piano a Tor Bella Monaca? A me ‘ndo me manni che so 40 anni che so assegnatario qui? Incominciassero a sturare le fogne e i tubi che pisciano acqua ..”
Report ha intervistato il nuovo presidente del minicipio Nicola Franco, di centrodestra, che conosce bene il quartiere essendo nato qua: la sua scrivania è piena di riconoscimenti, nonostante sia da poco presidente, sono le associazioni dei cittadini che riconoscono il mio lavoro – ha risposto a Iovene. Ma dall’esterno arrivano solo brutte notizie: “le brutte notizie ci sono sempre state, qui abbiamo a che fare con 14 clan mafiosi, quando perdi il posto di lavoro, quando ti arrestano papà,al ragazzino che ha 15 anni gli dicono questi sono 500 euro a settimana e ci mangi tu e mamma ma ti metti qui e fai la vedetta.. ”
Nei palazzi di Tor Bella Monaca ci sono 1267 alloggi e solo il 20% sono assegnati regolarmente poi per gli appartamenti occupati c’è stata una sanatoria, ma c’è ancora un 20% di appartamenti non censiti.

Risponde il presidente: “innanzitutto i lavori da cronoprogramma dovevano iniziare a luglio 2023, ancora non si vede luce, siamo fermi ancora al censimento, lì c’è una città sommersa, ci vive gente, oltre ai locali dove ci fanno spaccio della droga, parliamo della piazza di spaccio più grande d’Europa. Gli dicono, ti faremo casa nuova, però nel frattempo tu occupante abusivo senza titolo, che hai pagato, perché c’è anche il racket , adesso esci, perché tra due anni ti ridò casa nuova, ma chi ci crede?”.

La scheda del servizio: PERIFERIE D’AUTORE

di Bernardo Iovene, con la collaborazione di Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Saranno demolite le ultime vele di Scampia. Anche le stecche del Bronx di San Giovanni a Teduccio e i Bipiani di amianto di Ponticelli saranno abbattuti per costruire nuovi quartieri con i finanziamenti del PNRR. A Roma invece il serpentone di Corviale e l’R5 di Tor Bella Monaca, quartieri simbolo del degrado della periferia romana, saranno ristrutturati. Sono progetti già avviati con i PUI, Piani Urbani Integrati, che rischiano il blocco perché il governo ha proposto lo stralcio alla Commissione Europea, promettendo ai comuni che hanno protestato finanziamenti da altri fondi nazionali con una scadenza più lunga. Complessivamente sono a rischio 13 dei 16 miliardi di euro previsti. Bernardo Iovene ha girato in ognuno di questi quartieri per documentare le condizioni di vita entrando nel merito dei singoli progetti che, oltre all’intervento edilizio, prevedono programmi di inclusione attraverso la creazione di servizi e spazi per le attività commerciali. Molte le analogie trovate con i progetti di oltre 40 anni fa che da Scampia a Corviale non hanno funzionato. Anche il comune di Venezia ha più di 2000 case pubbliche sfitte da ristrutturare, ma nel Piano Urbano Integrato ha richiesto 93 milioni di euro dai fondi PNRR per costruire il nuovo Palasport. Dopo la bocciatura della Commissione europea, a sorpresa il nostro governo, con un decreto, il 4 luglio è intervenuto con un finanziamento di 93,5 milioni di euro provenienti da fondi nazionali a favore del nuovo Palasport.

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