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19 luglio 2023

Quel filo nero delle stragi

Per quanto la propaganda si sforzi, alla fine tutte le bugie vengono fuori. Prima o poi.

Altro che "ho iniziato a fare politica dopo la morte di Borsellino", "non ho mai perso una fiaccolata con le associazioni antimafia": domani il governo e il suo presidente si limiteranno alle cerimonie ufficiali, con tanto di discorsi pieni di ipocrisia, per ricordare la morte del giudice Paolo Borsellino ucciso in via D'Amelio assieme agli uomini (e ad una donna) della sua scorta.

Se veramente questo governo volesse fare lotta alla mafia non cercherebbe di rimuovere il Concorso esterno in associazione mafiosa, nato col pool di Falcone e Borsellino (e Caponnetto, Di Lello, Guarnotta). Non attaccherebbe i magistrati un giorno si e l'altro pure.

Se veramente avessero intenzione di ricordare Borsellino cercherebbero di fare luce sui depistaggi di stato, fatti per creare un pentito come Scarantino e allontanare le indagini dei magistrati dai Graviano. E da Dell'Utri. E da Berlusconi.

C'è un peccato originale che impedisce a questo governo di fare vera lotta alla mafia, ai suoi interessi economici, fare luce sulla zona grigia tra criminalità, imprenditoria e mondo dei professionisti (e magari delle logge massoniche).

Si tratta del filo nero che lega le stragi di mafia con l'estrema destra, responsabile delle stragi degli anni settanta-ottanta, da Piazza Fontana a Bologna: ne ha parlato ieri l'ex magistrato Roberto Scarpinato nell'articolo "Via d’Amelio e i vulcani comunicanti delle stragi"

Un terzo robusto canale di collegamento è venuto alla luce con la condanna come ulteriore esecutore delle strage di Bologna di Paolo Bellini, esponente di Avanguardia nazionale, uomo dei servizi segreti, che fu in missione in Sicilia nel 1992, nello stesso periodo in cui era presente Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale già legato a D’Amato. È stato accertato che Bellini dialogò ripetutamente in quei mesi con Antonino Gioè, esecutore della strage di Capaci, uomo-cerniera tra la mafia e i servizi segreti, al quale, come ha dichiarato Giovanni Brusca, suggerì di alzare il livello dello scontro con lo Stato effettuando attentati contro i beni artistici nazionali: idea, questa, maturata già nel 1974 all’interno di Ordine Nuovo, formazione della destra eversiva i cui esponenti sono stati riconosciuti colpevoli delle stragi di Piazza Fontana (Milano, 1969) e Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e che, come è stato accertato, hanno goduto di protezioni statali ad altissimo livello. Nella motivazione della sentenza di condanna di Cavallini depositata il 7 gennaio 2021, la Corte di Assise di Bologna dedica quasi cento pagine alla rivisitazione dell’omicidio Mattarella, giungendo alla conclusione, anche alla luce di nuove acquisizioni, dell’esattezza della pista nera individuata da Falcone ed evidenziando le connessioni tra quell’omicidio e la strage di Bologna. Mi risulta personalmente che Falcone era fermamente intenzionato a riprendere quelle indagini se fosse stato nominato procuratore nazionale antimafia. Non gliene diedero il tempo, massacrandolo a Capaci.

Stessa sorte riservarono a Borsellino, affrettandosi prima che avesse il tempo di dichiarare alla Procura di Caltanissetta quanto aveva appreso da Falcone e da alcune fonti sulle collusioni mafiose di alcuni vertici dei servizi segreti e su riunioni di un gruppo di selezionati capi di Cosa Nostra per elaborare un complesso piano stragista. Il piano prevedeva come primo atto la strage di Capaci e vedeva la compartecipazione di altri potenti forze criminali, le stesse che avevano animato la strategia della tensione nei decenni precedenti. Circostanze di cui aveva preso nota nella sua agenda rossa. Una agenda che dunque doveva sparire prima di finire nelle mani dei magistrati che, seguendo il filo di Arianna tracciato in quelle pagine, da Palermo potevano forse risalire passo dopo passo sino a Bologna, facendo così uscire dagli armadi tanti scheletri della prima Repubblica. Che invece sono transitati nella seconda, contribuendo a sostenerne le fondamenta.

05 settembre 2017

L'intervento dei magistrati Scarpinato e Di Matteo alla festa del Fatto Quotidiano

L'intervento dei due magistrati Nino di Matteo e Roberto Scarpinato alla festa del Fatto Quotidiano, su mafia e malaffare.


Di Matteo e Scarpinato: “La mafia non spara più, i politici se li compra”

“Criminalità organizzata e corruzione stanno vincendo, i governi garantiscono impunità e la globalizzazione offre nuovi affari”. Pubblichiamo la trascrizione dei principali interventi di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, e di Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, al confronto che si è svolto il 1 settembre alla festa del Fatto alla Versiliana.

di Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, da Il Fatto quotidiano, 5 settembre 2017

Roberto Scarpinato. 25 anni fa cade il Muro di Berlino, finisce l’Impero sovietico, finisce la Guerra fredda, il bipolarismo internazionale che aveva ingessato la storia italiana dentro la camicia di forza della Guerra fredda e il sistema di potere politico che si era fondato sulla paura dell’avvento dei comunisti al potere collassa improvvisamente, si sciolgono i serbatoi del voto ideologico, il voto d’opinione viene messo in libertà e all’improvviso quel sistema di potere si trova senza più le leve del comando. Un vuoto di potere che allora abbiamo scambiato per l’inizio di una nuova storia, ma oggi possiamo dire che è stata l’apertura di una parentesi, che forse si va a chiudere, in cui la magistratura riesce a fare indagini che prima non erano possibili.

La magistratura non scopre Tangentopoli all’inizio degli anni 90, l’aveva scoperta anche prima, ma il Parlamento aveva sistematicamente negato tutte le autorizzazioni a procedere, quindi non era stato possibile avviare indagini sulla corruzione. E Tommaso Buscetta, per anni, si rifiutò di rivelare a Falcone quali erano i rapporti tra mafia e politica, ripetendogli che l’Italia non era pronta. Buscetta inizia a parlare dopo le stragi, quando il sistema di potere crolla e molti collaboratori di giustizia ritengono che quegli uomini potentissimi che dovevano accusare, non hanno più il potere che avevano prima e si apre una nuova stagione dell’antimafia, e non è un caso che proprio in quel frangente si verificò lo stragismo, negli anni ‘92 e ‘93, ultimo colpo di coda di un sistema di potere che, nel momento in cui collassa, cerca con le stragi di interferire col nuovo corso della storia italiana.

Nino Di Matteo. Quello del 1992 è un periodo che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Io muovevo i primi passi da magistrato, da giovane siciliano palermitano avevo coltivato quel sogno avendo come punto di riferimento orazioni di Falcone e Borsellino, avevo fatto il tirocinio a Palermo, li avevo conosciuti. Mentre facevo il tirocinio sono stati uccisi nelle stragi di maggio e luglio.

Già Roberto Scarpinato ha rilevato i punti di analogia tra l’azione delle Procure di Milano e di Palermo, una magistratura che riacquista coscienza del valore della propria indipendenza, della propria autonomia dalla politica, che riacquista coraggio, una magistratura siciliana che sul sangue dei morti si ricompatta, opera una svolta che per alcuni anni produrrà i suoi frutti e i cui effetti purtroppo nella magistratura siciliana, ma in generale, si sono esauriti da qualche anno. Ci sono tanti punti di contatto tra mafia e corruzione. Sono due fenomeni che segnano la fine della Prima Repubblica. E la mafia siciliana, quando inizia la propria strategia stragista con l’omicidio Lima (marzo ‘92) intende – utilizzo parole di Riina come ci sono state raccontate da pentiti di mafia – “fare la guerra per poi fare la pace”, giocare un ruolo decisivo nel delineare nuovi assetti di potere mafioso, politico, imprenditoriale. Intende, attraverso gli omicidi eccellenti e le stragi, rinegoziare il proprio ruolo di potere. Le stragi sono stragi politiche. Quelle del ‘92 e ancora di più quelle del ‘93, quelle di Roma, Firenze e Milano. Con una natura terroristica che è anomala perfino per Cosa Nostra. In quel momento – lo dice anche uno degli autori principali delle stragi del ‘93, Giuseppe Graviano –, bisognava fare le stragi per creare un nuovo tipo di rapporto intenso, duraturo, importante, con la politica di alto livello.

Il procuratore Scarpinato ha subito delineato il fatto della ricerca di nuovi equilibri politici in quel momento da parte della mafia. Fa impressione un dato oggettivo, pesante, lo sancisce una sentenza passata in giudicato di cui pochi parlano e pochi vogliono parlare e su cui pochi vogliono riflettere. Mi riferisco alla sentenza del tribunale, e poi appello e Cassazione, su Marcello Dell’Utri. Quella sentenza sancisce in maniera definitiva cioè che Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia, è stato condannato per concorso esterno perché è stato il tramite della stipula e poi del mantenimento di un accordo intervenuto nel ‘74 e rispettato – così dice la sentenza –, almeno fino al ‘92, tra l’allora imprenditore Berlusconi, di lì a poco presidente del Consiglio, e le famiglie mafiose più potenti di Palermo. Io mi chiedo se questa conclusione definitiva di Cassazione abbia avuto un peso nella politica italiana. E la risposta non può che essere negativa, se è vero che nei giorni in cui quella sentenza della Cassazione veniva emessa e quelle motivazioni rese note, il presidente del Consiglio Renzi discuteva con Berlusconi di come riformare la Costituzione.

Scarpinato. Le stragi del ‘92 e ‘93 sono un prolungamento della strategia della tensione, che come accertato in varie sentenze, come quella su Bologna, è stata posta in essere nelle fasi storiche in cui si temeva che il Partito comunista potesse arrivare al governo. La storia italiana nasce con una strage, quella di Portella della Ginestra (1 maggio ‘47) in un momento in cui si teme che il blocco delle sinistre possa arrivare al potere. A fine anni 80 e inizio 90 la situazione è analoga. Il sistema di potere della Prima Repubblica crolla e avanza la “gioiosa macchina da guerra” degli eredi di Pci e sinistra Dc che si pronosticava potesse andare al governo. Erano in molti a temere quest’evento. Non solo i mafiosi, ma anche tutti quelli che, approfittando della Guerra fredda e della protezione Usa, si erano resi responsabili delle stragi neofasciste e avevano coperto gli esecutori materiali. Tutti costoro temono che un avvento delle sinistre al potere possa determinare l’apertura di scenari per loro terribili.

Vari collaboratori di giustizia ci dicono che i capi di Cosa Nostra, prima di lanciare l’offensiva stragista, si sono riuniti mesi per discutere del nuovo assetto politico dell’Italia e abbiamo anche risultanze processuali che ci fanno capire che c’è stato qualcosa che è andato al di là della mafia. Per esempio prima che inizi la strategia stragista, prima di Lima, abbiamo Elio Ciolini, implicato nella strage di Bologna, che scrive una lettera al giudice istruttore di Bologna annunciando che di lì a poco sarebbe stato assassinato un importante esponente della Dc, che da maggio a luglio si sarebbero verificate delle stragi e che poi la strategia sarebbe stata portata al Nord per distrarre l’opinione pubblica dalla mafia. O questo signore aveva la palla di vetro o, evidentemente, era stata pensata anche altrove. Pensiamo ancora che poi l’agenzia Repubblica, vicina ai Servizi segreti, 48 ore prima della strage di Capaci annuncia che di lì a poco ci sarà un grande botto. Gaspare Spatuzza ha rivelato che, quando stavano riempiendo di esplosivo la macchina poi lasciata sotto casa della madre di Borsellino, era presente un soggetto che non era di Cosa Nostra che non gli fu presentato.

Quando viene rapito il figlio del collaboratore Di Matteo, Giuseppe, si mette sotto intercettazione Di Matteo e la moglie. Lei gli dice: “Tu hai capito perché hanno rapito nostro figlio, dobbiamo salvare l’altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio”. Questi e altri fattori aprono scenari inquietanti perché sono indicativi del fatto che, così come avvenuto nella strategia della tensione negli anni 70, anche nelle stragi del ‘92-’93 in momenti cruciali di pianificazione politica e scelta obiettivi e anche nelle fasi esecutive, ci sono stati soggetti esterni alla mafia che hanno svolto un ruolo importante.

Di Matteo. La strage di via D’Amelio è stata accelerata rispetto ai programmi originali dei mafiosi. Non era prevista l’eliminazione di Borsellino a 57 giorni soltanto dalla strage di Capaci e in un momento in cui, credetemi, la reazione dello Stato, manifestata con il decreto legge 8 giugno ‘92, si stava spegnendo. A livello politico stava prevalendo l’ipotesi di non convertire in legge il decreto che aveva introdotto il 41 bis. I mafiosi erano consapevoli che Falcone era un nemico per molti, anche all’interno delle istituzioni, e la sua eliminazione, purtroppo, era stata gradita anche in molti ambienti di potere. Nonostante questa consapevolezza, i mafiosi hanno ritenuto di fare un’altra strage. Bisogna capire il perché di questa accelerazione, per capire se riguarda per caso anche quello sciagurato dialogo che alcuni ufficiali dei carabinieri del Ros instaurarono con la mente politica di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, che una sentenza definitiva di Firenze dice che oggettivamente provocò in Cosa Nostra la consapevolezza che la strategia delle bombe pagasse. I primi omicidi eccellenti avevano fatto sì che agli occhi di Totò Riina qualcuno dello Stato si fosse fatto avanti. Aveva creato consapevolezza che le bombe stavano costringendo lo Stato al dialogo, legittimando definitivamente Cosa Nostra come forza politica. Bisogna insistere su questo, capire a fondo l’attentato a Maurizio Costanzo, quello di via dei Georgofili, le stragi in contemporanea a Roma e a Milano il 28 luglio, dirette contro due chiese, capire perché le informative dei Servizi, venute fuori solo ultimamente grazie al nostro lavoro a Palermo nell’ambito del processo sulla Trattativa, avevano informato tutti di un possibile imminente attentato nei confronti o del presidente della Camera Napolitano o del presidente del Senato Spadolini. Ma bisogna capire anche, soprattutto, l’ultimo anello della strategia stragista, l’attentato allo Stadio Olimpico, quello in cui dovevano morire centinaia di carabinieri dopo una partita di calcio.

Le indagini hanno dimostrato che quell’attentato era pronto ed era stato materialmente predisposto per il 23 gennaio ‘94 in occasione di Roma-Udinese. L’attentato fallisce per un cattivo funzionamento del telecomando, ma tutti coloro che erano già presenti a Roma erano pronti a ripeterlo la settimana successiva. C’è un nesso tra questo fallito attentato e il fatto che 4 giorni dopo i principali protagonisti – Giuseppe e Filippo Graviano – a Milano, dove si erano recati per una vicenda relativa al provino nel Milan di un loro adepto, vengono arrestati? C’è un nesso col fatto che gli equilibri politici cambino di lì a poco? Ormai abbiamo capito il perché delle stragi, bisogna capire perché improvvisamente, e non credo che l’arresto dei fratelli Graviano possa essere il solo elemento, quelle stragi cessano. In Cosa Nostra si diffonde il convincimento di aver raggiunto l’obiettivo: far la guerra per la pace. Cosa Nostra si è dimostrata capace di uccidere magistrati, politici di governo e di opposizione, ufficiali dei carabinieri, questori, commissari, sacerdoti, imprenditori, giornalisti. E ha nel suo Dna, da sempre, la ricerca costante di rapporti di altissimo livello con la politica nazionale: Andreotti, Dell’Utri (sentenze definitive lo attestano), Contrada, e con il potere regionale (Cuffaro e Lombardo, per citare due casi).

Scarpinato. La corruzione è oggi il principale strumento di penetrazione delle mafie nelle istituzioni. Si è ridotto il tasso di violenza perché non c’è più bisogno di uccidere, corrompi. Abbiamo un ceto politico che, dopo il crollo della Prima Repubblica, ha progressivamente emanato una serie di leggi che hanno impedito il contrasto giudiziario alla corruzione. Oggi la corruzione è sostanzialmente impunita: su 60.000 detenuti, quelli condannati in sede definitiva per corruzione sono talmente pochi che non sono statisticamente riportati. E c’è una differenza fondamentale tra la corruzione della Prima Repubblica e quella della Seconda. Nella prima, quando lo Stato italiano aveva il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato, poteva finanziare la spesa pubblica in modo illimitato e finanziava anche la corruzione. Dopo la fine della Prima Repubblica e poi con i trattati di Maastricht, e l’importanza dell’Ue manifestata in rigorosi vincoli di bilancio, non è più possibile finanziare la corruzione con la spesa pubblica. La corruzione però è rimasta e, anzi, è aumentata, ma ora si finanzia con il taglio ai servizi dello Stato sociale. Uno dei più famosi casi di corruzione è il Mose di Venezia, 2 miliardi il costo iniziale previsto e costo finale, invece, di 6 miliardi, di cui 4 di spesa di corruzione. Nella Prima Repubblica questi 4 miliardi erano di spesa pubblica in più, nella Seconda sono tagli agli ospedali, alle scuole, alle pensioni… Non serve a niente minacciare delle pene severe, perché i colletti bianchi che delinquono sono operatori razionali e prendono in considerazione il concreto rischio di essere scoperti e le concrete conseguenze penali. Oggi il rischio e il costo penale sono prossimi allo zero. Il rischio di essere scoperto è ridotto perché nel mondo dei colletti bianchi c’è un’omertà superiore a quella della mafia, tanto è vero che non abbiamo quasi mai collaboratori. E il rischio è ridotto anche dalla prescrizione, che l’Unione europea ha detto essere criminogena per come è stabilita, perché impedisce di combattere la corruzione, perché non decorre dal momento in cui io pubblico ministero accerto il reato, ma dal momento in cui il reato è stato commesso. Quindi, tutta una serie di reati, dall’abuso d’ufficio al traffico di influenze illecite, il pilotaggio di gare d’appalto, il reato di frode nelle pubbliche forniture, essendo puniti con pene inferiori a 5 anni, si prescrivono in 7 anni e mezzo da quando il reato è stato consumato. Se i reati sono stati consumati 3 o 4 anni fa, a me restano uno o due anni per una sentenza definitiva, impresa impossibile, e non c’è verso di avere una normativa che sia ragionevole. Tutte le riforme che hanno fatto ultimamente non servono, perché sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado non serve, tenuto conto che i pm, di solito, vengono a conoscenza dei reati qualche anno dopo che sono stati compiuti.

Di Matteo. Il sistema mafioso, la sua integrazione col suo sistema corruttivo, la diffusione di metodi mafiosi persino nell’esercizio del potere istituzionale, costituiscono un fattore gravissimo di compromissione della democrazia. Da magistrati, abbiamo una sensazione sgradevole, quella di guidare una macchina della giustizia che ha due velocità: potente ed efficiente quando vuole, perfino spietata, nei confronti della criminalità comune, e assolutamente incapace di sanzionare la criminalità dei colletti bianchi. Penso, ad esempio, alla riforma della prescrizione, che deve decorrere da quando il reato viene scoperto, oppure deve terminare quando il magistrato esercita l’azione penale. In quel modo, ogni intento dilatorio e di fuggire al processo, nonostante i corrotti si possano avvalere degli avvocati più bravi, sarebbe inutile. Penso a una riforma che, sulla falsariga di ciò che è previsto negli Usa, preveda la possibilità di usare gli agenti provocatori per scoprire i corrotti nella PA. Penso alla previsione di benefici sostanziali sulla falsariga di quelli previsti per i collaboratori di giustizia per mafia per chi collabora per reati di corruzione o contro la PA. Penso all’estensione della normativa sulle misure di prevenzione patrimoniali per gli indiziati di mafia nei confronti degli indiziati di fatti gravi di corruzione. Sono tante le possibilità di riforma normativa di cui pure si è parlato ma che normalmente si infrangono contro quella che è una mancanza di volontà di considerare questi problemi come prioritari. Ma oggi, addirittura, e torno a parlare di mafie, non solo non si vuole andare avanti, ma si stanno mettendo in discussione quei capisaldi della normativa che hanno fatto sì che comunque, almeno nei confronti della mafia militare, i passi in avanti siano stati importanti. Si sta nuovamente mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità per i condannati per mafia, di godere benefici. Si sta cominciando nuovamente a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell'applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro. Oggi, paradossalmente, ci tocca difendere quegli strumenti normativi che tutto il resto del mondo ci invidia, perché li riconosce come strumenti efficaci contro la mafia.

Oggi gli attacchi all'autonomia della magistratura, che ci sono sempre stati, non provengono solo dal ceto politico. Oggi quegli attacchi portati avanti con campagne ventennali di delegittimazione non della magistratura in generale, ma di quei magistrati che, intendendo il principio della legge uguale per tutti veramente come tale, hanno osato indagare anche sul potere, oggi quegli attacchi non provengono solo dalla politica, ma hanno fatto breccia anche all’interno della magistratura e dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Si stanno creando condizioni pericolose non per la magistratura, ma per i cittadini. Nel 2006 è stata approvata la riforma dell’ordinamento giudiziario che ha previsto una accentuazione della gerarchizzazione delle procure e dei poteri dei pm. Si è venuta a creare una condizione tale per cui gli organi di autogoverno hanno mutuato dalla peggiore politica gli stessi meccanismi spartitori del potere, per esempio nelle nomine dei capi degli uffici, che subiscono sempre di più la volontà di un ceto politico che pregiudizialmente non vuole che certi uffici nevralgici nella struttura giudiziaria complessiva del Paese vengano affidati a magistrati realmente autonomi, coraggiosi, indipendenti, che non tengano in nessun conto il principio di opportunità delle loro iniziative politiche, ma solo il principio della doverosità delle loro iniziative giudiziarie.

Sento sempre più nel nostro ambiente affermare l’importanza della valutazione del principio di opportunità di certe scelte giudiziarie. Per esempio, nell’ambito del Processo per la trattativa, ci siamo sentiti dire “avete agito correttamente, rispettando le norme quando avete citato Napolitano nel processo, avete fatto bene, però non era opportuno”. Sapete quante volte, in indagini come quella su Ilva o in altre, il criterio dell’opportunità finisce per prevalere sugli altri? E quante volte il Csm tende ad assecondare i desiderata politici di nomina nei posti direttivi di magistrati sensibili a quel criterio? Questa è la fine dell’indipendenza della magistratura e fino a quando crediamo nei valori costituzionali anche noi magistrati dobbiamo avere il coraggio di dirlo.

Scarpinato. Qualche anno fa, Time ha pubblicato una graduatoria dei giganti del capitalismo americano. Nei primi 20, accanto a Rockefeller e Bill Gates, ha messo anche Lucky Luciano. Ho chiesto ad alcuni giornalisti del Time il perché della loro scelta. Risposta: “Prima di Lucky Luciano la mafia americana era come quella siciliana, predatrice, quella delle estorsioni, del racket. Lucky Luciano ha un colpo di genio: negli anni del proibizionismo si rende conto che milioni di americani volevano beni e servizi vietati e si inventa la mafia mercatista, che offre sul libero mercato beni e servizi per cui c’è una domanda di massa. A fronte di questa offerta, introita capitali che immette nel circuito produttivo, aiutando il capitalismo americano a decollare”. Questa è diventata una storia italiana.

Dal 2014, l’Ue ha stabilito che nel calcolare il Pil dei Paesi membri bisogna calcolare anche il fatturato della droga, della prostituzione e del contrabbando. Me lo sono fatto spiegare da alcuni economisti: la mafia delle estorsioni sottrae risorse al ciclo produttivo, se impone il suo monopolio è contro la concorrenza e zavorra il Pil, la mafia mercatista invece, che offre droga e prostituzione, a fronte della libera trattazione riceve una prestazione monetaria che fa crescere il Pil. Quindi, ormai, la distinzione di base è tra una mafia predatrice violenta classica e quella nuova, che aumenta il Pil. La mafia russa, in un momento di crisi dell’economia spagnola, ha cominciato a investire nella costruzione di villaggi, facendo girare l’economia, e io credo che molti Paesi dell’Ue, in momenti di recessione come questo, non abbiano interessi a fare l’analisi del sangue ai capitali esteri che investono.
Perché non c’è una reazione popolare? Io non credo sia per paura, credo che invece la mafia mercatista, che si è insediata al Nord, si rapporti alle popolazioni come un’agenzia che offre beni e servizi, immette capitali, fa girare l’economia e che quindi sta diventando molto più pericolosa di quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Dopo la globalizzazione, la creazione di un mercato unico delle merci, la crescita di reddito dei Paesi emergenti consente milioni di nuovi ricchi nel mondo che vogliono imitare lo stile di vita occidentale, il volume globale degli affari di mafia è cresciuto in maniera tale che non è gestibile penalmente. Questo è il terreno di riflessione che manca.

Di Matteo. C’è speranza di capire chi sono quelli che hanno collaborato con Cosa Nostra per le stragi? Chi siano i mandanti? Bisogna leggere le sentenze dei giudici per comprendere che quelli che i mandanti a volto coperto ci sono. Ma finora non c’è stata volontà di dare un nome. In questo momento storico la ricerca dell’approfondimento della verità sulla stagione stragista è rimasta sulle spalle di pochissimi magistrati e pochi investigatori, che pagano prezzi altissimi, primo dei quali la solitudine assoluta, trattati come gli ultimi giapponesi che non capivano che la guerra fosse finita. Vengono denigrati, messi in ridicolo, così come abilmente vengono delegittimati quei pochi collaboratori di giustizia che ancora sono rimasti disponibili a cercare di aprire spiragli di verità.
Oggi ci vorrebbe una mobilitazione forte, anche politica, un’iniziativa non estemporanea da parte di una Commissione parlamentare. Tutto questo non c’è. Non c’è la volontà, al di là di quello che si dice in occasione degli anniversari del 23 maggio e 19 luglio, di completare quel percorso di verità, anzi, quando c’è qualche iniziativa giudiziaria, che al di là delle critiche che si possono muovere e che quindi si possono accettare, come a noi a Palermo col processo alla Trattativa, che ha portato alla sbarra contemporaneamente mafiosi riconosciuti come Riina, Bagarella, Brusca, esponenti delle istituzioni e delle forze di polizia, ed esponenti politici, ecco, quel processo è diventato il bersaglio preferito da colpire, perché è il simbolo di quella pretesa della magistratura di fare luce a 360 gradi.

Quando il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha mosso un conflitto di attribuzioni nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, quel processo è diventato ancor più un bersaglio, anche all’interno della magistratura. Ci sono stati perfino procuratori generali di altri distretti, che nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario in Alto Distretto, hanno criticato l’iniziativa della Procura della Repubblica e della Corte d’Assise (fu Giovanni Canzio, a Milano). Quando si parla del processo sulla Trattativa e di possibili mandanti occulti, tutto si può fare, tutto si può criticare, anzi, chi muove delle critiche o degli attacchi calunniosi è sempre da apprezzare.

Non è importante l’azione del singolo magistrato o l’esito di questo o quel processo, certe volte da questo punto di vista, nei momenti anche di maggiore scoramento, ho l’orgoglio di essere appartenuto a un ufficio che comunque, negli anni, al di là del fatto se le sentenze siano state di condanna o assoluzione, ha fatto venire fuori determinati fatti che il potere non voleva far venire fuori.
Avere stabilito, grazie alle iniziative giudiziarie della Procura di Palermo, con sentenze definitive, che un politico sette volte presidente del Consiglio ha trattato e incontrato personalmente i capi della mafia palermitana prima e dopo l’omicidio di Pier Santi Mattarella, parlandone prima e dopo, non è una cosa da poco. Avere scoperto che uno dei fondatori del partito Forza Italia, Marcello Dell’Utri, è stato colui il quale ha fatto da garante di un patto tra Silvio Berlusconi e i mafiosi, non è cosa da poco. Non è cosa da poco nemmeno aver stabilito, al di là di quella che sarà la sentenza, che nel momento in cui i mafiosi mettevano le bombe, qualcuno dello Stato andava a cercare i mafiosi e chiedeva loro – utilizzo le loro stesse parole nel processo di Firenze –, “Cos’è questo muro contro muro? Cosa si deve fare per far finire queste stragi?”.

Questi sono fatti che l’opinione pubblica deve conoscere e che sono venuti fuori non grazie a un impegno politico, ma grazie all’azione testarda e incisiva della Procura della Repubblica di Palermo negli anni. I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenza come non sufficienti per condannare qualcuno, perché non c’è la prova del dolo, come avvenuto anche in altri processi recentemente a Palermo, questo significa che i fatti comunque si sono verificati. Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni o, come accadde miracolosamente all’indomani delle stragi, possiamo aspettarci ancora che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia e per il nostro futuro.

(5 settembre 2017)

24 maggio 2017

Una verità a brandelli - l'intervista al giudice Scarpinato

A 25 anni dalla strage di Capaci e di via D'Amelio, il giudice Scarpinato racconta in un'intervista al Fatto Quotidiano dei pezzi che mancano, per ricostruire il contesto in cui si sono decisi gli attentati e anche i protagonisti fuori da cosa nostra. Chi ha aiutato i soldati della mafia a piazzare le bombe e chi ha depistato.

Giovanni Falcone 25 anni dopo. Scarpinato: “Una verità a brandelli. Interessi politici oscuri tramano ancora”Il Procuratore generale di Palermo: "Ancora ombre. Gli ‘amici di Roma’ e la minaccia a Di Matteo"

Roberto Scarpinato, lei dov’era il 23 maggio 1992, quando esplose l’autostrada di Capaci e si portò via Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta?Alla Procura di Palermo, dove ero entrato un anno prima nel pool antimafia.
Oggi, come ogni anno, anzi di più perché siamo al quarto di secolo, su Capaci si abbatte la solita cascata di lacrime e retorica. A che punto siamo nella ricerca della verità su quella strage e sulle altre del biennio orribile 1992-’93?In questi 25 anni abbiamo raggiunto l’importante risultato di condannare all’ergastolo gli esecutori mafiosi delle stragi e i componenti della “commissione” di Cosa Nostra che le deliberarono. Ma restano ancora impermeabili alle indagini rilevanti zone d’ombra: un cumulo di fonti processuali, tali e tante da non potere essere neppure accennate tutte, convergono nel fare ritenere che la strategia stragista del 1992-’93 ebbe matrici e finalità miste, frutto di una convergenza di interessi tra la mafia e altre forze criminali.
Forze criminali di che tipo?Lo diceva già in un’informativa del 1993 la Dia (Direzione Investigativa Antimafia): dietro le stragi si muoveva una “aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse”; e dietro gli esecutori mafiosi c’erano menti che avevano “dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali”.
Traduzione?Insieme a personaggi come Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e altri boss che perseguivano interessi propri di Cosa Nostra, si mossero altre forze che utilizzarono la mafia come braccio armato, come instrumentum regni e come causale di copertura per i loro sofisticati disegni finalizzati a destabilizzare la politica.
Come fa a dirlo?Questa convergenza di interessi criminali la rivelò per primo Elio Ciolini, un ambiguo personaggio implicato nelle indagini per la strage di Bologna, legato al mondo dei servizi segreti, della massoneria e dell’eversione nera. Nel 1992 era in carcere a Bologna e il 4 marzo e il 18 marzo, poco prima che si scatenasse l’inferno, anticipò ai magistrati che nel marzo-luglio del ’92 sarebbe stato ucciso un importante esponente della Dc, sarebbero state compiute stragi e poi si sarebbe distolto “l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia”. Tutti quegli eventi puntualmente si verificarono: il 12 marzo ’92 fu assassinato l’eurodeputato Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia; il 23 maggio fu consumata la strage di Capaci; il 19 luglio quella di via D’Amelio; poi – sempre come Ciolini aveva anticipato – la strategia stragista si spostò al Centro-Nord con le mattanze di Milano e Firenze e gli attentati a Roma. Tutte azioni rivendicate da comunicati a nome della “Falange Armata”, sigla di un’organizzazione eversiva che serviva appunto a distogliere l’opinione pubblica dal pericolo mafioso. Ma Ciolini non fu l’unico ad avere la “sfera di cristallo” che gli consentì di rivelare con così largo anticipo l’unitarietà e il respiro strategico della lunga campagna stragista.
Chi altri sapeva tutto in anticipo?Il 21 e il 22 maggio 1992 l’agenzia di stampa “Repubblica”, vicina ai servizi segreti, pronosticò che di lì a poco ci sarebbe stato un bel “botto esterno” per giustificare uno voto di emergenza che avrebbe sparigliato i giochi di potere in corso per la elezione del nuovo presidente della Repubblica. Anche questo evento puntualmente si verificò il 23 maggio: il botto esterno di Capaci azzerò le manovre per portare alla presidenza della Repubblica il senatore Giulio Andreotti e contribuì all’elezione dell’outsider Oscar Luigi Scalfaro.
All’epoca si pensava a una serie di fatti criminali isolati, che invece facevano parte di un unico piano molto articolato e a lunga gittata.Molti collaboratori di giustizia ci hanno confermato in seguito che un selezionato numero di capi della Commissione regionale di Cosa Nostra, riuniti alla fine del 1991 in un casolare della campagna di Enna, avevano discusso per vari giorni quel complesso progetto politico che stava dietro alle stragi. Un progetto che fu tenuto segreto ad altri capi e ai ranghi inferiori dell’organizzazione, ai quali venne fatto credere che le stragi servivano solo a scopi interni alla mafia, cioè a costringere lo Stato a scendere a patti, garantendo in vari modi impunità e benefici penitenziari.
E invece?E invece – come la Dia evidenziò già nel 1993 – dietro quella campagna si celavano menti raffinate e soggetti esterni il cui ruolo attivo emerge anche nella fase esecutiva delle stragi. Purtroppo, dopo 25 anni di indagini, non è stato ancora possibile identificarli.
Per esempio?Sono ancora ignoti i personaggi che, dopo la strage di Capaci, si affrettarono a ispezionare i file del computer di Falcone (riguardanti Gladio e i delitti politico-mafiosi) nel suo ufficio romano al ministero della Giustizia, alla ricerca di documenti scottanti di cui evidentemente conoscevano l’esistenza. E restano senza nome anche gli uomini degli apparati di sicurezza che fornirono ai mafiosi le riservatissime informazioni logistiche indispensabili per uccidere Falcone già nel 1989 nel momento in cui si sarebbe concesso un bagno sulla scogliera del suo villino all’Addaura.
Da Falcone si passa poi a Borsellino, appena 57 giorni dopo.Chi era il personaggio non appartenente alla mafia che, come ha rivelato il collaboratore Gaspare Spatuzza, reo confesso della strage di via D’Amelio, assistette alle operazioni di caricamento dell’esplosivo nell’autovettura utilizzata per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta? Chi conosce le regole della mafia sa bene che tenere segreta a uomini d’onore l’identità degli altri compartecipi alla fase esecutiva di una strage è un’anomalia evidentissima: la prova dell’esistenza di un livello superiore che deve restare noto solo a pochi capi.
Altri pezzi mancanti su via D’Amelio?Francesca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, in un colloquio intercettato il 14 dicembre ’93, poco dopo il rapimento del loro figlio Giuseppe (avvenuto il 23 novembre), scongiurò il marito di non parlare ai magistrati degli “infiltrati” nell’esecuzione della strage di via D’Amelio. Quell’intercettazione è agli atti del processo, ma quegli “infiltrati” è stato impossibile identificarli e assicurarli alla giustizia.
Andiamo avanti.Chi è in possesso dell’agenda rossa di Paolo Borsellino trafugata, con una straordinaria e lucida tempistica, pochi minuti dopo l’immane esplosione di via D’Amelio? Su quell’agenda è noto che Paolo aveva annotato i terribili segreti intravisti negli ultimi mesi di vita. Segreti che l’avevano sconvolto e convinto di non avere scampo, perché – come confidò alla moglie Agnese – sarebbe stata la mafia a ucciderlo, ma solo quando altri lo avessero deciso. Chi erano questi “altri”? L’elenco delle domande che sinora non hanno avuto risposta disegna i contorni di un iceberg ancora sommerso che né le inchieste parlamentari né i processi sono mai riusciti a portare alla luce, per una pluralità di fattori che si sommano e delineano un quadro inquietante.
Possibile che i magistrati che indagano da 25 anni non siano riusciti a fare luce su tutto questo?E come si fa quando vengono sottratti ai magistrati documenti decisivi per l’accertamento di retroscena occulti? Ho già accennato alle carte di Falcone e all’agenda di Borsellino, episodi che si inscrivono in una lunga tradizione di carte rubate sui misteri d’Italia: dalla sparizione delle bobine con gli interrogatori di Aldo Moro nella prigione delle Br al trafugamento dei documenti segreti del generale Carlo Alberto dalla Chiesa dopo il suo assassinio. Ma penso anche alla miniera di tracce documentali custodita nella villa di via Bernini a Palermo, dove Salvatore Riina aveva abitato negli ultimi anni della sua latitanza.
La famigerata, mancata perquisizione del covo da parte del Ros.Si impedì ai magistrati di perquisire l’abitazione di Riina immediatamente dopo il suo arresto il 15 gennaio 1993: ci assicurarono che il luogo era strettamente sorvegliato giorno e notte, mentre in realtà fu abbandonato poche ore dopo quella stessa assicurazione, lasciando campo libero a squadre di “solerti pulitori” che ebbero agio per diversi giorni di far sparire ogni cosa, smurando persino la cassaforte e ridipingendo le pareti per eliminare eventuali tracce di Dna. Chi è in possesso da 24 anni di quei documenti e che uso ne ha fatto?
Decine di mafiosi, anche boss di prima grandezza, hanno collaborato con la giustizia. Certamente più di molti uomini delle istituzioni.Purtroppo tacciono ancora tanti boss che sanno tutto: i fratelli Graviano, Santapaola, Madonia e altri capi detenuti. E anche alcuni collaboratori danno l’impressione di sapere molto più di quel che dicono, ma di autocensurarsi. E penso anche ai silenzi prolungati e all’amnesia generalizzata di alcuni esponenti delle istituzioni, che solo con il forcipe delle indagini penali si sono decisi, a distanza di anni, a rivelare brandelli di verità.
Si intravede, dalle sue parole, un grande armadio dei segreti indicibili, delle carte trafugate, dei ricatti incrociati ai piani alti di quello che chiamiamo “Stato”. Un circuito di “verità parallele” che deve restare inaccessibile a voi magistrati e a noi cittadini.Le faccio ancora un esempio. Quali erano i segreti sul coinvolgimento di apparati deviati dello Stato in stragi e omicidi eseguiti dalla mafia che Giovanni Ilardo, capomafia legato ai servizi segreti e alla destra eversiva, aveva promesso di rivelare ai magistrati pochi giorni prima di essere assassinato il 10 maggio 1996, proprio mentre si apprestava a mettere a verbale le sue dichiarazioni iniziando a collaborare? Lo stesso Ilardo era stato il primo a indicare Pietro Rampulla, anch’egli mafioso ed estremista di destra, come l’artificiere della strage di Capaci, che infatti sarebbe stato poi condannato con sentenza definitiva.
Intanto il tempo passa, la polvere si accumula, le carte ingialliscono, le memorie evaporano, i protagonisti invecchiano o muoiono portandosi i segreti nelle rispettive tombe. Non resta che seppellire quelle domande, sperare nella selezione naturale e alzare le braccia in segno di resa?Alcuni eventi recenti, ancora in corso di verifica processuale, sembrano dimostrare che purtroppo questa non è solo una tragica storia del passato. Per esempio le recenti rivelazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, capo dell’importante mandamento di Resuttana, membro di una famiglia mafiosa implicata in stragi e delitti eccellenti del passato e vecchia amica di apparati deviati delle istituzioni. Racconta Galatolo che alla fine del 2012 il capo latitante di Cosa Nostra, Messina Denaro, protagonista della stagione stragista del 1992-’93, ha ordinato l’omicidio del pm Nino Di Matteo, impegnato nelle indagini sulla trattativa fra Stato e mafia, con un’autobomba. Galatolo ha dichiarato che sia lui sia altri capi erano rimasti colpiti dal fatto che l’identità dell’artificiere messo a disposizione da Messina Denaro, doveva restare ignota a tutti, compresi i capi di Cosa Nostra. Una circostanza che, ancora una volta, contrastava palesemente con le regole mafiose e indicava la partecipazione anche in quel progetto stragista di soggetti esterni, portatori di interessi criminali convergenti con quelli della mafia. Prima che Galatolo iniziasse a collaborare rivelando l’episodio, un esposto anonimo aveva già messo al corrente la magistratura che Messina Denaro aveva ordinato una strage su richiesta di suoi “amici romani” per interessi politici che andavano oltre quelli di Cosa Nostra.
Quindi lei non si arrende?Continuare a ricercare la verità è un dovere non solo istituzionale, ma anche morale. Il modo più autentico per onorare la memoria, per dare un senso al sacrificio dei tanti servitori dello Stato e alla morte di tante vittime innocenti le cui vite sono state inghiottite nei gorghi tumultuosi di quello che Giovanni Falcone definì “il gioco grande del potere” una guerra sporca giocata con tutti i mezzi nel “fuori scena” della storia.

29 maggio 2012

Le ultime parole di Falcone e Borsellino, di Antonella Mascali

Scrive nella prefazione il giudice Roberto Scarpinato:
“Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. La retorica di stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, preparandone lentamente la morte.
Relegando nel fuori scena della storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo, semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono assassinati perchè con il loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte con il maxiprocesso, erano il simbolo di uno stato che aveva sferrato un colpo mortale a cosa nostra, mandando in frantumi il miti della sua invincibilità ”.
E, continua più avanti l'autrice Antonella Mascali
“Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono eroi. E non volevano essere eroi. Erano e volevano essere servitori dello Stato. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono diventati martiri della Patria perchè sono stati lasciati soli. Perchè, come dice il procuratore Gian Carlo Caselli, ciascuno di noi non ha fatto il proprio dovere fino in fondo. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano magistrati isolati. Ostacolati. Calunniati.”

Qual'è allora, il modo migliore per ricordare veramente cosa sono stati Falcone e Borsellino, e tutti gli altri servitori dello Stato, morti nella battaglia per la legalità? Ricordare le loro parole, i loro discorsi, le loro interviste (che molte polemiche suscitarono), gli articoli sulle riviste.
L'autrice ha voluto mettere insieme diversi interventi scritti negli anni dalla metà degli anni '80 fino al 1992: l'unica modo per comprendere meglio cosa intendessero Falcone e Borsellino quando parlano di giustizia, pentitismo, di lotta alla mafia, della mafia al nord, di credibilità di uno Stato e di questione meridionale è proprio rileggersi le loro parole.

Oggi in troppi riutilizzano la loro figura in contrapposizione di “eroi dell'antimafia” per metterli in contrasto a quei magistrati che, sempre nell'ennesima solitudine, stanno facendo oggi il loro dovere di uomini dello Stato. Penso a Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia, a Sergio Lari, Nino Di Matteo, Domenico Gozzo: Falcone sì che era garantista, che portava a processo prove certe che arrivavano a sentenza e non “teoremi”.

In realtà in questo libro se ne trovano due : l'introduzione del giudice Scarpinato è ben più della solita prefazione che apre saggi del genere, ma bensì una ricostruzione storica e politica della lotta alla mafia in Italia.
Una lotta che è stata portata avanti sempre con mezzi e leggi di emergenza, poiché la mafia non è mai stata estranea al sistema di potere (criminale) delle nostre classi dirigenti.
Più che di lotta alla mafia bisognerebbe infatti parlare di contenimento della mafia: la “convergenza di interessi” tra sistema politico e sistema mafioso ha partorito quei nefasti intrecci che poi (con grave ritardo) le sentenze della magistratura hanno stabilito.
Negli anni '80, a seguito dei cadaveri eccellenti nelle istituzioni (Reina, Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, ma anche il giudice Terranova, il colonnello dei carabinieri Russo e il capitano Basile, il capo della squadra Mobile Boris Giuliano), a Palermo iniziò una stagione formidabile di inchieste, portate avanti dai magistrati del pool. Erano inchieste in cui la magistratura per la prima volta rivendicava un ruolo attivo (da “magistrati sceriffo” si disse) nel seguire le indagini sulla mafia criminale ma anche della mafia economica. Falcone seguì la pista dei soldi, partendo dalle indagini sul costruttore Spatola, per arrivare ad individuare le tracce del traffico di droga di cosa nostra con gli Stati Uniti.
Per la prima volta lo Stato e le istituzioni e la magistratura sembravano voler riconquistarsi quella credibilità, quella terzietà, quel ruolo che la Costituzione sancisce.
Erano finiti i “bei tempi” in cui il giudice istruttore non scopre nulla, che al massimo condanna qualche ruba galline, in cui si inauguravano gli anni giudiziari sostenendo la non esistenza della mafia.
Il pool scoprì (ma forse questa è una parola grossa) quel “Contesto”, per dirla alla Sciascia fatto da amministratori, politici locali e nazionali, prefetti e questori, avvocati e imprenditori, mafiosi e collusi coi mafiosi, tutti a braccetto in un unica foto.
Da qui partirono gli attacchi al pool e ai singoli magistrati: Torquemada, attentatori all'economia dell'isola, giudici politici che vogliono attaccare la Democrazia Cristiana, giudici sceriffi.
Sembra incredibile, ma a Falcone e Borsellino, quelli che oggi vengono ricordati in pompa magna, negli anni '80 furono vittime di richiami dal CSM, di volgari campagne stampa. Attaccati sui giornali dal corvo (uno che sapeva troppe cose) e da comuni cittadini che rivendicavano un po' di quiete, senza quelle sirene.

Falcone, lo stesso che oggi viene messo ad esempio, in contrapposizione ai magistrati giustizialisti e presenzialisti, fu bocciato alla nomina di giudice istruttore, fu bocciato al Csm, alla carica di Ispettore anti mafia, alla carica di superprocuratore.
Borsellino, se ne andò a Marsala ad aprire anche in quella parte dell'isola il filone delle inchieste sulle cosche, mai esplorato prima.
E dopo la morte di Falcone, rimase ancora più solo: escluso dalle indagini dal capo Giammanco, non fu mai sentito dai pm di Caltanissetta. Quelli che poi seguirono la falsa pista Scarantino.

Conclude Scarpinato:

"La realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche 'tra noi'. Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d'oro, personaggi apicali dell'economia e della finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illumina a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto."

L'elenco degli interventi raccolti:
  • Cose di cosa nostra, Giovanni Falcone
  • Discorso agli studenti dell'istituto tecnico di Bassano del Grappa tenuto da Paolo borsellino il 26 gennaio 1989 (un pezzo del video).
  • La lettera ad una professoressa che Borsellino scrisse alle 5 di mattina il 19 luglio 1992.
  • Recensione di Giovanni Falcone del libro di Saverio Lodato “10 anni di mafia” (qui il link per ordinare l'ultimo volume di Lodato).
  • La mafia come antistato, intervento di Falcone al convegno “I problemi della criminalità organizzata” 1989.
  • Intervento di Giovanni Falcone al dibattito organizzato a Palermo il 17 dicembre 1984 da Unità per la Costituzione.
  • Contributo di Giovanni Falcone al titolo “Valutazioni probatorie relative al pentitismo” tenuto nel 1986 a Torino da parte dell'ANM.
  • Il diario di Falcone, pubblicato da Liana Milella sul Sole 24 ore.
  • L'articolo uscito nel 2002 su l'Unità di Saverio Lodato, sull'ultimo incontro con Falcone “La solitudine di Giovanni Falcone”.
  • Prefazione di Falcone al libro “Estorti e riciclati”, libro bianco della confesercenti a cura di MassimoCecchini, Milano 1992.
  • Intervista rilasciata da Paolo Borsellino ad Attilio Bolzoni “Il pool antimafia smantellato” (link); intervista rilasciata da Borsellino a Saverio Lodato il 20 luglio 1988 “Vogliono smantellare il pool antimafia” (link). 
  • Veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992, Palermo.
  • Discorso tenuto alla biblioteca comunale di Palermo, il 25 giugno 1992.
  • L'ultima intervista di Paolo Borsellino ai giornalisti Calvi e Moscardo il 21 maggio 1992.
  • Intervista al TG5 con Lamberto Sposini il 25 giugno 1992.
  • Discorso di commiato tenuto alla Procura di Marsala il 4 luglio 1992 “Me ne sono andato in punta di piedi”.

Pretesti di lettura

"Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici...; collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia... dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."
Paolo Borsellino alla veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992.

"Mai avuto la tentazione di abbandonare questa lotta. L'unica cosa che chiederei è che questa tensione non venga mai meno. Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini."
Giovanni Falcone.

"C'è una trattativa tra la mafia e lo Stato dopo la strage di Capaci, c'è un colloquio tra la mafia e alcuni pezzi infedeli dello Stato, c'è questa contiguità tra mafia e pezzi deviati dello Stato [...] Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno [...]."
Paolo Borsellino durante un colloquio con la moglie.

"... lo Stato non si presenta con la faccia pulita [...] Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni e comunque dappertutto in Italia, un'immagine credibile? [...] la vera soluzione sta nell'invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni."
Paolo Borsellino nel discorso tenuto agli studenti di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989.

"Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso una volta sola. L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno. È saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza."
Giovanni Falcone.

"È penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo palazzo, constatare che, tranne pochi, tutti sono contenti per il fatto che me ne sto andando."
Giovanni Falcone, prima di lasciare la Procura di Palermo.

« All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso »
L'ultima intervista di Paolo Borsellino, dove parla della nuova mafia imprenditrice e di Mangano e Dell'Utri

"No, io non mi sento protetto dallo Stato."

Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell'ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia [...].

"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perchè non ci sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquientanti...".

Paolo Borsellino a uno studente di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989

La presentazione dell'autrice , perchè questo libro.



La scheda del libro sul sito di Chiarelettere editore.
Il link per ordinare il libro su ibs.
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24 maggio 2012

Perchè le stragi di mafia

Perchè sono stati uccisi Falcone e Borsellino? E prima di loro i magistrati Rocco Chinnici, Gaetano Costa, Cesare Terranova? E nelle forze di polizia Boris Giuliano, Emanuele Basile,
Per la mafia?
Non è solo per questo.

Quello che faceva paura, nell'operato di questi rappresentanti dello Stato, non era solo la loro azione di contrasto alle cosche.
Falcone e Borsellino sono stati uccisi perchè con la loro azione stavano mettendo in crisi tutto un sistema di potere in cui la mafia aveva solo una parte.

Quel sistema di potere comprendeva magistrati, presidenti di corte, funzionari dei servizi, sindaci e assessori, presidenti di provincia e di regione.
Un sistema di potere nato e cresciuto coi soldi pubblici che piovevano al sud e che finivano in corruzione e nelle tasche degli amici costruttori.
Quelli che noi oggi chiamiamo eroi, erano pericolosi non solo ai "bravi" come come zu Totò Riina, ma anche ai troppi Don Rodrigo che comandavano in Sicilia.

Chinnici, Costa, Terranova, Falcone, Borsellino erano soprattutto indipendenti e indifferenti a quei richiami all'ordine e quelle pressioni che ricevevano nelle loro stanze, in segreto, per smetterla di indagare su un certo personaggio importante, di voler entrare nei conti bancari di quell'altro prestanome.
Erano servitori dello stato fedeli alla Costituzione: oggi si direbbe partigiani della Costituzione, se non fosse diventata quasi un'accusa infamante.

Roberto Scarpinato, che ha firmato la prefazione del libro di Antonella Mascali "Le ultime parole di Falcone e Borsellino" cita un episodio in particolare, preso dal diario di Rocco Chinnici:

Foglio del 24 novembre 1981. Appunto relativo al 18 maggio 1982.
ore 12 - Vado da Pizzillo per chiedere di applicare un pretore in sostituzione a La Commare dal momento che il Csm ha deciso che la competenza è del presidente della corte. Mi investe in malo modo dicendomi che all'ufficio istruzione stiamo rovinando l'economia palermitana disponendo indagini ed accertamenti a mezzo della guardia di finanza. Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone in maniera che "cerchi di scoprire nulla perchè i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla". Osservo che ciò non è esatto in quanto sono stato proprio i giudici istruttori di Palermo che hanno - inconfutabilmente - scoperto i canali della droga tra Palermo e gli Usa e tanti altri fatti di notevole gravità. Cerca di dominare la sua ira ma non ci riesce. Mi dice che verrà ad ispezionare l'ufficio (ed io lo invito a farlo); è indignato perchè ancora Barrile non ha archiviato la sporca faccenda dei contributi (miliardi per la elettrificazione delle loro aziende agricole); l'uomo che a Palermo non ha mai fatto nulla per colpire la mafia che anzi con i suoi rapporti con i grossi mafiosi l'ha incrementata. Pizzillo con il complice Scozzari ha "insabbiato" tutti i processi nei quali è implicata la mafia, non sa più nascondere le sue reazioni e il suo vero volto. Mi dice che la dobbiamo finire, che non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche.
Quanti altri magistrati hanno invece preferito lasciar perdere, farsi da parte, non fare il proprio dovere?

Leggi le storie degli anni passati e sembra di rileggere delle storie di oggi.
Sulla ndrangheta al nord, che non esiste e che al massimo, si tratta di qualche banda di criminali.
Sulle intromissioni della magistratura dentro la politica, quando si inquisisce qualche onorevole a Roma (inchiesta ad orologeria), qualche consigliere nelle regioni, nelle province o nei comuni.
Sulle conseguenze che una certa indagine che coinvolge un importante gruppo industriale, potrebbe avere sullo stesso. Per esempio le tangenti nel gruppo Finmeccanica, tanto per fare un nome.

Napolitano ieri ha fatto una affermazione importante: occorre "proseguire con la piu' grande determinazione e tenacia sulla strada segnata dal loro sacrificio, da Giovanni Falcone e da Paolo Borsellino".

E allora cosa si aspetta a fare una seria legge contro la corruzione?
Cosa aspettanno i partiti a fare pulizia al loro interno?
Perchè certi tagli contro le forze dell'ordine e contro la magistratura?
Perchè snaturare la legge di confisca dei beni, voluta e pagata con la vita da La Torre e Dalla Chiesa?
Perchè in parlamento girano proposte di legge che limitano le intercettazioni, che diminuiscono i tempi di prescrizione, che rendono impotenti i magistrati contro i reati dei colletti bianchi?
Chinnici non prestò ascolto alle parole dell'eccellenza Pizzillo e lasciò Falcone lavorare in pace.