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11 febbraio 2024

Report – l’inchiesta sui vaccini, sui fondi sanitari, la sostenibilità della moda

UNA DOSE DI TROPPO di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Le telecamere di Report sono andate nel Lazio a seguire la campagna di vaccinazione con gli open day:le sirighe e le dosi di vaccino ci sono, questa volta, ma a mancare sono i pazienti. A gennaio erano state inoculate in tutto 2,1 ml di dosi di Pfizer, un vaccino consigliato soprattutto agli over 60, 18 ml di persone in Italia: a conti fatti siamo appena al 10% della platea raccomandata, un flop. Nonostante abbiamo 1 ml di fiale in deposito, i medici hanno avuto problemi a ricevere le dosi per vaccinare i loro pazienti, come successo nel Lazio.
Stesso discorso a Rieti, la campagna di vaccinazione con gli open day non è andata bene: gli ospedali non hanno dato i numeri a Report, forse per non far sapere che la campagna è stata un flop, 40-60 vaccinazioni al giorno di fronte ad una grande disponibilità di vaccini.

190mila nel Lazio, in tutta Italia in totale sono state iniettate 2,177ml di dosi, siamo appena al 10% della platea raccomandata.
In alcune regioni però molti medici di base hanno avuto problemi ad avere le dosi.

Abbiamo speso miliardi per comprare le dosi, che sono arrivate per quota capitarie, ovvero in base alla popolazione.
Report è riuscita ad entrare in possesso del contratto firmato tra la commissione europea e la Pfizer: la UE ha ricontrattato con le case farmaceutiche per diluire le quote fino al 2026, ma non è stato fatto gratis, continueremo a pagare anche le dosi non comprate, ma con lo sconto.
C’è sfiducia nelle campagne di vaccinazione: gli studi di ACDC hanno stabilito che anche se si fanno tante vaccinazioni, il suo valore di protezione decade in pochi mesi.

Subito dopo la vaccinazione col richiamo (dopo la quarta dose), la protezione decade al 33-49% dopo 3 mesi: i vaccini hanno la protezione corta per diverse cause tra cui le mutazioni dei vaccini, questo significa che gli anziani e le persone deboli dovranno fare altre vaccinazioni.

Quando lo scorso maggio eravamo ormai fuori dalla crisi e centinaia di milioni di dosi erano inutilizzate la Commissione Europea ha fatto un nuovo accordo con Pfizer, anche questo rimasto segreto, che doveva mitigare il salasso dei precedenti.
Il grosso dell’acquisto è stato spalmato fino al 2026 e la possibilità di rifiutare l’acquisto di queste ulteriori dosi non era proprio contemplata con Pfizer: gli accordi coi vaccini erano talmente delicati che oggi scopriamo che i dirigenti italiani in prima linea al contrasto della pandemia avevano paura ad aprirli.

Giulio Valesini su questo punto ha intervistato Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione presso il ministero della salute fino al 2023: “ho dato la mia password a chi doveva rivedere i contratti .. volendo avevo la possibilità di rivedere i contratti, ma siccome c’erano stati molti spifferi, queste grandi aziende hanno fior di avvocati. Se la commissione ti dice di stare molto attenti, perché altrimenti ti prendi la responsabilità di quel leaks, allora stai attento”.

Insomma la paura dei vertici della sanità era l’accusa di essere ritenuti responsabili di una fuga di notizie, non la gestione della pandemia: così hanno scelto di non leggerli – spiega il servizio di Report.

Report è riuscita ad entrare in possesso dei dettagli dell’accordo secretato firmato lo scorso maggio dalla Commissione Europea: per il nostro Paese è previsto l’arrivo di ulteriori 36 milioni di dosi, circa 12 milioni ogni anno fino al 2026. Inoltre abbiamo ottenuto di cancellare ordini per 24,2 ml di dosi, ma non gratis: è previsto infatti un indennizzo in favore di Pfizer di circa 10 euro per ogni dose cancellata, la multinazionale del farmaco incasserà anche su quello che non vende. È vero che c’è stato un risparmio rispetto a quanto prevedeva il contratto, ma alla fine si regalano soldi a Pfizer: “se la vogliamo dire così.. il problema è che il contratto è stato fatto su quella base” risponde Rezza al giornalista di Report, di fatto accusando indirettamente la presidente della Commissione Europea che, ai nostri dirigenti della sanità nemmeno ha chiesto quante dosi ci sarebbero servite.
“Tutti i paesi acquistano su base di quota capitarie, quindi all’Italia spetta il 13,6%, questo tutela il paese, l’acquisto centralizzato perché non compriamo a maggior prezzo rispetto ai grandi paesi europei come Francia o Germania”.

Abbiamo comprato 9,7 ml di dosi da Sanofi, ne sono state iniettate 245. Abbiamo pagato 221 ml a Johnson e Johnson per il suo vaccino, anche qui non tutte utilizzate.

Ma cosa ne facciamo delle dosi eccessive comprate per il 2023 (circa 10ml, con la vaccinazione arriveremo al massimo a 3ml): “una parte di queste probabilmente le dovremo buttare ..”
Facendo una stima possiamo prevedere che delle 36ml di dosi acquistate coi nuovi accordi, circa 30ml saranno le dosi buttate, raggiungeranno in discarica le milioni di dosi gettate nei due anni scorsi. Un enorme sperpero di soldi pubblici per l’Italia: se l’Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, l’Italia calcolando tutti i vari vaccini sul mercato ne ha acquistati ben 381 ml di cui almeno 150 ml sono in eccesso. In questo momento nei magazzini abbiamo circa 21ml di dosi, di queste, 16 ml anche se non sono scadute non sono aggiornate alle varianti e quindi sono da gettare. Finora il nostro paese ha già scartato 46,8 ml di dosi scadute.
Un problema comune a tutti i paesi europei, come ha scoperto il sito politico.eu: abbiamo pagato 4 miliardi di euro di dosi poi buttate e non tutti i paesi europei sono stati felici di comunicare i dati sugli sprechi.

Che fare delle dosi non usate? Non siamo riusciti nemmeno a regalarle ai paesi del terzo mondo, per problemi logistici (la catena del gelo, per esempio).
Il servizio andrà anche a rivedere l’accordo sui vaccini negoziato da Von der Leyen nel 2021, che non convinceva alcuni importanti dirigenti italiani: nelle chat raccolte dalla corposa inchiesta della procura di Bergamo sulla gestione della pandemia emerse che sul contratti per i vaccini Pfizer si navigava al buio.

Nicola Magrini, allora capo dell’Aifa, era venuto a conoscenza dei contenuti del contratto firmato solo da giornalisti come Report. Oggi risponde a Report del contenuto di queste chat: “avevo estratti di un contratto in cui si prevedeva perché non si potesse avere a delle informazioni contenute, come poi è stato, quindi ho espresso un parere personale”.
Una difesa appassionata del tema della trasparenza, la definisce oggi davanti alle telecamere di Report, ma ancora oggi, dalla risposta di Magrini si comprende quanto sia delicata la materia: “se fossi stato coinvolto, avrei potuto quindi chiedere di partecipare se non interferire, sarebbe anche diventato complicato.. i vaccini andavano comprati, velocemente ..”
Non è paradossale che il capo dell’Aifa scopra il contenuto dei contratti dai giornali? “è stato il percorso di conduzione di una emergenza in cui è stata l’Europa a comprare e non le singole agenzie, era sensato che in un momento di emergenza fossero in pochi a decidere, ed è andata bene..”

Magrini dell’Aifa si infuriò su quel contratto perché i dati grezzi non sarebbero stati disponibili prima del dicembre 2024 e Pfizer non si accollava nemmeno i rischi legali in caso di eventi avversi. Comprare a scatola chiusa un medicinale per milioni di persone lo riteneva assurdo: “io non mi faccio prendere in giro su cose come queste” – scrive Magrini in chat a Goffredo Zaccardi ex capo di gabinetto del min. della Salute.

Magrini: “Ritieni che sia normale che i contratti che abbiamo firmato [..] nessuno li abbia letti?”

Zaccardi: “No il ministro ha voluto fare tutto da solo ”

Magrini:“Grazie, capisco meglio ora. No non vi sono tipologie tipo contratti ma manco sto capestro che sembra scritto come una presa in giro per analfabeti con l’anello al naso. . . E sapere chi se ne occupa e come sarebbe il minimo tra di noi del gabinetto ristretto.”


Oggi Magrini getta acqua sul fuoco oggi: ma rimane la verità che i vaccini non sono stati efficati al 95%, come raccontato.

Spenderemo soldi pubblici per qualcosa di cui non abbiamo bisogno: abbiamo relegato tutto alla commissione europea, alla Von Der Leyen, che ha portato avanti la contrattazione da sola via whatsapp, suscitando tanti sospetti di non regolarità.

A questo si deve aggiungere il fatto che il marito della presidente della commissione europea è un importante dirigente di una multinazionale del farmaco.

Oggi i cittadini europei non possono sapere perché il costo delle dosi è cresciuto da 15 a 19 euro, del fatto che abbiamo comprato più dose di quelle che ne avremmo bisogno.

I messaggi tra Von der Leyen e l’AD di Pfizer non sono stati resi pubblici: la trasparenza non è di casa nella commissione europea.

Tra le carte dell’inchiesta di Bergamo si scoprì che anche il ministro Speranza cercò di mettere le mani avanti, per inserire una clausola nel contratto Pfizer, in cui si sottraesse la multinazionale dalle leggi ordinarie in caso di problemi.

Abbiamo pagato 4,4 miliardi di euro per tutti i vaccini acquistati: il fatturato di Pfizer è quadruplicato col covid, i maggiori profitti sono finiti in dividendi e non in ricerca. Alberto Bourla, AD di Pfizer, ha venduto le sue azioni dopo aver saputo dell’accordo in Europa ha venduto le sue azioni, con un guadagno in un giorno di 5,6ml.
Tanti profitti provati e tanti soldi pubblici sprecati: in mezzo rimane un rischio sanitario, perché non siamo riusciti a vaccinare tutto il mondo, non possiamo escludere che da qualche parte venga fuori una variante non coperta da questa vaccini.

ASTRAZENECA, UN CASO APERTO – il vaccino scomparso di Claudia Di Pasquale

I vaccini Astrazeneca sono stati donati anche ai paesi europei: in Nigeria sono stati interrati dai buldozzer in una discarica a cielo aperto, perché erano arrivati quasi scaduti.
Al Ruanda abbiamo venduto dosi, che in buona parte scadevano dopo 27 giorni.
Prima di inviare delle dosi a paesi a basso reddito, serviva l’ok scritto di Astrazeneca, e questo ha causato i ritardi per l’invio.

Tra l’altro in questi paesi a cui abbiamo donato i vaccini hanno fatto poca farmaco vigilanza, ovvero non hanno tracciato gli effetti negativi: di fatto abbiamo inviato un vaccino che in Europa non voleva essere usato più, per colpa degli effetti avversi sulle persone giovani.

Astrazeneca era il vaccino su cui l’Italia e l’Europa aveva puntato: era stato inoculato inizialmente al personale delle forze dell’ordine e agli insegnanti.
Report ha raccontato le storie di persone che hanno avito questi effetti, come Davide Villa, morto il 6 marzo del 2021 dopo una prima dose di AZ (come ha stabilito la procura, che però ha poi archiviato il caso, fermandosi nel cercare i responsabili).

Altro caso è quello del sottufficiale Paternò: anche qui è stata stabilita la correlazione ma la procura ha archiviato. Così nel 2021 iniziano gli stop all’uso di AstraZeneca: ma dura solo 3 giorni, Aifa in un comunicato cita fa ripartire le vaccinazioni, citando un documento di Ema che non escludeva le correlazioni tra questo vaccino e le morti per trombosi.

Il 25 marzo del 2021 il ministero della salute cambia la formula di consenso: ma il 24 marzo muore a Gela una insegnante, Zelia Guzzo. La procura, dopo aver stabilito anche qui il nesso tra il vaccino AZ e la morte, ha archiviato tutto: i familiari hanno cercato di fare causa alla multinazionale senza successo.

Un’altra morte per AZ è stata quella di Augusta Turiaco, 55 anni: si era vaccinata con Astrazeneca il giorno 11 marzo, morì in ospedale il 31 dello stesso mese.

La procura ha riconosciuto il nesso causale tra la vaccinazione e la morte, ma l’indagine per risalire ai responsabili di questo decesso è stata archiviata: così i parenti hanno dovuto fare da soli causa ad Astrazeneca, che però si rifiuta di riconoscere questo nesso.

Non è stato responsabile l’ente regolatore che si è fidata dei dati di AZ, e non è responsabile AZ perché il suo vaccino è stato approvato dall’ente regolatore.
La materia è complessa eppure molti scienziati avevano già analizzato le correlazioni tra Adenovirus e le trombosi.

L’Inghilterra ha iniziato a vaccinare con AZ nel gennaio del 2021: i primi casi di morte, legati al vaccino, si sono verificati sin da gennaio e conteggiati nei report della farmaco vigilanza da febbraio. L’agenzia di farmaco vigilanza non ha fatto niente – racconta alla giornalista l’avvocata Sara Moore che sta seguendo questi casi come legale.

Il governo ha riconosciuto degli indennizzi per queste morti, circa 120mila sterline, che di fatto corrispondono a due anni di reddito.
Ma ci sono persone che non hanno preso indennizzi perché la % di invalidità era inferiore al 60%, come stabilisce una vecchia legge di fine anni 70.

A questo si deve aggiungere che Astra Zeneca non sta pagando niente alle vittime: negli ultimi tre anni i suoi ricavi sono esplosi, è una delle aziende più ricche nel Regno Unito, se dovesse perdere la causa legale pagherà il governo inglese, i cittadini. Questo a causa della manleva inserita nei contratti.

In Italia, nel 2021, quando Ema raccomandava questo vaccino solo agli over 60, si organizzavano nelle regioni gli open day anche per gli over 18. Ma il parere del CTS non era vincolante, era solo un parere – risponde Rezza oggi a Claudia Di Pasquale: difficile spiegarlo alle persone giovani che hanno preso questo vaccino, con tanto di nota integrativa, e che hanno subito degli importanti effetti collaterali. Come Irene Cervelli, rimasta invalida dopo la vaccinazione.

Fino all’11 giugno quando si decise di bloccare AZ per le persone sotto i 60 anni: c’è stata una cattiva comunicazione sui casi avversi, senza distinguere donne e maschi e l’età.
Nessuno ha responsabilità in questa storia.

SANITÀ A FONDO di Marco Maisano

La fine della sanità pubblica è un attacco ai diritti della persona e ai suoi redditi: la nuova frontiera dell’erosione del servizio sanitario nazionale si chiama fondi integrativi. Grazie alla forza dei fondi versati da 15 ml di lavoratori e ai contributi dello stato (5 miliardi) i fondi sanitari integrativi sono diventati appetibili alle assicurazioni.

Nella legge del 1992 dovevano essere funzioni integrative (come le cure per i denti): in realtà si tratta di funzioni sostitutive, i fondi si stanno sostituendo alla sanità nazionale.
Così i cittadini pagano due volte, con le tasse e coi fondi integrativi: sono lavoratori che pagano obbligatoriamente questi fondi perché legati al contratto nazionale.

Come avviene per l’industria metalmeccanica, legata al fondo Metasalute (controllata da Intesa San Paolo), o come Sanilog per i lavoratori della logistica, controllato da Unisalute.

Il presidente di Metasalute è anche un sindacalista CISL: a Report racconta che si sono affidati ad una assicurazione (come quella di Intesa) per non finire gambe all’aria.
Le assicurazioni sono attratte dai fondi: i fondi garantiscono dei benefici fiscali, anche i lavoratori hanno dei benefici, ma i dati non sono facilmente ricavabili, come decontribuzione.

I fondi sanitari non sono nemmeno obbligati a pubblicare un bilancio.

Nel 2021 il totale delle deduzione assomma a 4 miliardi, una somma quasi pari a quella che questo governo ha messo sulla salute.

Rosi Bindi da ministra aveva cercato di mettere un argine ai fondi privati e alla decontribuzione, ma la sua legge è stata poi bloccata: Stiamo andando verso un finanziamento della sanità basato su due pilastri, il pilastro della fiscalità generale con il quale si sostiene tutto il servizio sanitario nazionale, compresi gli stipendi del personale ma compresi anche i trapianti, i grandi interventi chirurgici, l’organizzazione degli ospedali, dei distretti. E poi con un finanziamento che non è meno incisivo per le casse dello Stato, con cui stiamo finanziando le prestazioni private erogate ad una parte di cittadini.
Una privatizzazione del servizio sanitario, un passo alla volta.
Di parere opposto i manager della sanità privata e dei fondi privati, come Massimiliano Nobis presidente di Metasalute: “il paese ha un bisogno, c’è gente che non si cura perché non c’è la risposta del sistema sanitario nazionale” allora siccome il sistema sanitario non da risposte li facciamo curare dalle assicurazioni private?

I fondi non garantiscono un accesso universale alle cure sanitarie: non tutti i dipendenti hanno gli stessi servizi, si sta legando la sanità allo stipendio delle persone.

Forse non sarà la fine della sanità pubblica, ma rischiamo di tornare al sistema delle mutue, dove i libretti sanitari avevano un colore diverso a seconda del lavoro delle persone - come spiega ancora Rosi Bindi - “il pacchetto di prestazioni legato a quel colore [del padre di Rosi Bindi] era inferiore a quello di un dirigente, ma in questo modo si tradisce la Costituzione, perché l’articolo 32 della Costituzione dice chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, neanche del cittadino, neanche del lavoratore..”

Qui invece la salute è legata alla retribuzione dell’individuo: una vergogna, oltre che un attacco ai nostri diritti.

Tutta colpa dei tagli al finanziamento della sanità, ogni governo da la colpa ai precedenti.

Oggi i fondi integrativi, con le assicurazioni (che si prendono parte dei soldi dai fondi), si stanno prendendo pezzi del sistema pubblico.

Al sistema pubblico rimangono quelle prestazioni ad alto rischio e a bassa redditività, come i pronto soccorso.


GIRALAMODA di Lucina Paternesi

Fast Fashion, ovvero quella moda dove in pochi giorni si passa dal bozzetto all’esposizione del capo nei negozi: questo significa tanti capi di abbigliamento prodotti ogni anno, tante esposizioni, anche perché i capi prodotti nell’est asiatico costano meno (si rispettano meno le norme ambientali). Lo shop online ha fatto schizzare le vendite, anche per le vari influencer che spingono ad acquistare in modo compulsivo, tanto poi i capi si possono restituire.

Ma in realtà anche rendere i capi ha un costo: costa produrre i capi tessili, costa smaltirli, si stima che il mondo dell’industria tessile sia responsabile del 10% delle emissioni dei gas serra.

Ci sono anche stiliste che propongono capi riciclati, come Orsola De Castro: a Report parla di fashion revolution, il movimento per spingere le aziende a rivelare le condizioni in cui si producono i capi, l’impatto energetico e ambientale e i costi di produzione.

I marchi di fast fashion sanno di essere parte del problema ambientale, così oggi iniziano a raccogliere i capi usati, in cambio di buoni: lo fa H&M, un colosso da 20 miliardi di fatturato l’anno. I colossi non vogliono far sapere i dati del loro fatturato: colossi come i cinesi di Shein, che non hanno negozi, vendono solo online, tanto da essere chiamati ultra fast fashion.

Che fine fanno i capi quando li rispediamo al mittente come resi? Report si è fatta aiutare da Greenpeace per tracciare i resti di capi acquistati da diversi marchi, come Ovs, Amazon e Zara.
I capi sono arrivati in pochi giorni, quelli cinesi hanno impiegato anche 7 giorni: per tracciare il percorso dei resi, nei capi sono stati messi dei geolocalizzatori.

Una volta fatti i pacchi per i resi, è stato possibile così tracciarli: i pacchi hanno girato l’Europa, dall’Italia fino all’Islanda, poi Germania, Polonia..
I pacchi dalla Cina hanno viaggiato per 30mila km, quelli di Asos hanno girato per 8mila km, senza trova un proprietario che li indossasse. Alcuni capi di Zara sono rimasti in un deposito di capi invenduti a Piacenza.
Report è andata fino in Spagna per recuperare uno di questi capi della H&M, a Malaga: un pacco reso in Italia non è finito in un centro commerciale qui da noi ma ha fatto un viaggio per essere poi rivenduto.

Capi che viaggiano via mare, via gomma e via aereo: l’algoritmo predittivo decide dove spostare il capo, anche in base alle previsioni meteo.

Tutto questo è un grande impatto sulla CO2 emessa: 2,8kg di co2 equivalente, su 2000 capi è come la co2 assorbita da un bosco grande come un campo di calcio.

È una pratica pessima che non responsabilizza nemmeno i consumatori: la politica dovrebbe tassare questi resi e noi consumatori dovremmo consegnarli nei negozi.
Così succede che in Cile c’è un deserto di vestiti usati. E un Ghana i vestiti si pescano nel lago.

Le aziende dovrebbero poi comunicare quanti capi sono stati invenduti ogni anno, ma tendono a nascondere queste informazioni.

SECONDA MANO di Valerio Cataldi e Alessandro Spinnato

In Ghana finiscono i nostri rifiuti, stracci, vestiti, che intasano le reti dei pescatori, rovinano le spiagge.
Mentre sulle nostre spiagge approdano i migranti, che noi consideriamo una invasione, sulle loro spiagge arrivano invece 15 ml di capi, che stanno causando una incredibile catastrofe ambientale ad Accra.
Pensiamo di fare opera meritoria nell’inviare abiti usati in Africa, in Ghana: i vestiti di seconda mano ricoprono le spiagge di fronte al mare, rendendo la vita difficile ai pescatori.
Sono capi che arrivano qui in Ghana in grandi balle dall’Italia o da altri paesi europei, passando per dei grossisti: vengono venduti nei mercati e nei negozi di capi usati.
Quello che viene buttato in Italia, in Germania, qui viene riusato, per aiutare l’economia del paese: non tutti i capi presi dalle balle vanno bene, alcuno sono così logori da essere messi in un mucchio di rifiuti.
Questi rifiuti finiscono nell’enorme discarica di Accra: questa ha preso un posto predominante nel paesaggio, la laguna è morta. Qui le persone vivono tra i rifiuti, cercando la plastica, soprattutto bottiglie, la raccolgono e la vendono alle aziende di riciclaggio. Altri cercano indumenti e rifiuti tessili che possono ancora essere recuperati e venduti in altri villaggi: “sono proprio i rifiuti tessili il vero problema, la montagna più alta è quella dei vestiti usati, ci pascolano anche le mucche perché l’erba cresce anche lassù.”
Di fronte c’è l’ospedale più grande della nazione e quando bruciano i rifiuti si alza un fumo che copre tutto e tutti:
nessuno qui è al sicuro.

Non tutti i paesi hanno accettato questo mercato: il Ruanda ha detto no, quando era sull’orlo di una sua catastrofe ambientale e per non danneggiare l’industria locale.

Ma in Ghana ci sono anche realtà diverse: nei laboratori della Fondazione OR analizzano l’acqua attorno alla discarica, scoprendo che sono piene di fibre di plastica. Tutta colpa della fast fashion che, in assenza di regolamentazione, continuerà a produrre capi con sempre più plastica.
I marchi devono farsi carico dei loro rifiuti, spiegano dalla fondazione OR: quello della fast fashion è un modello fondato sull’avidità, sulla poca lungimiranza, non è sostenibile.

23 novembre 2021

Report – la nuova cosa nostra e il caso AstraZeneca

Astradays - Il caso AstraZeneca, seconda puntata

Nota importante: il servizio si chiedeva in che modo le informazioni scientifiche in Italia nel mondo della medicina a riguardo degli effetti, rari, del vaccino AstraZeneca. Chi ci ha voluto vedere contenuti no-vax è un come come lo stolto, che vede il dito e non la luna.

Report, col servizio di Claudia Di Pasquale, torna sul caso AstraZeneca: a marzo 2021 il dottor Greinacher aveva già individuato come curare in modo corretto i pazienti che avevano sintomi post vaccino, quei rari casi di trombosi associati alla trombocitopenia, che potevano essere trattati con immunoglobuline.

A marzo dunque si sapeva come diagnosticare questi caso e come trattarli: l'Ema recepirà questo studio il 7 aprile e assocerà questi casi, piastrine basse e trombosi, al vaccino AstraZeneca.

Queste informazioni come sono state gestite dal CTS?

Ad aprile, CTS raccomandava AZ agli ultra 60 anni, ma a maggio autorizza gli open day per gli over 18, usando un documento dell'EMA fatto assieme all'università di Cambridge.

Ma l'analisi dell'Ema riguardava la fascia di età 50-59: se si analizzavano i dati per gli under 30, i casi di coaguli di sangue avevano frequenza maggiore, tanto da rendere rischioso l'uso di questo vaccino, i benefici erano inferiori ai rischi per gli under 30.

AZ non è un vaccino per giovani – conferma l'ex direttore dell'EMA Rasi, oggi consulente del generale Figliuolo: come mai allora l'autorizzazione agli open day, usando AZ?

Avevamo una scorta abbondante di AZ, mentre mancavano i vaccini a mRNA, così si è presa questa decisione – spiega Ranucci in studio – ma omettendo l'analisi su rischi/benefici di Ema.

Erano dati già disponibili a fine marzo: che fine hanno fatto?

Contro questi open day si scatenano le polemiche: il 30 maggio 24 medici vaccinatori volontari di Genova pubblicano sull'Huffington posto una lettera dal titolo eloquente “perché Astrazeneca non è un vaccino per giovani.”

Alcuni giorni dopo un appello simile esce dall'associazione Luca Coscioni, tra i firmatari ci sono la biologa Valeria Poli e l'immunologa Anna Rubartelli: “i giovani e soprattutto le giovani donne con vaccini adenovirali possono andare incontro a delle complicanze, rarissime, ma anche molto gravi, che è questa trombosi con trombocitopenia” racconta a Claudia di Pasquale Anna Rubartelli.

“I dati scientifici, da due mesi forse, da fine marzo, dicevano che questa complicanza più frequente nei giovani, più giovani erano, più era frequente.” aggiunge la dottoressa Poli.

“Se noi sappiamo che AstraZeneca da delle complicanze gravi, nelle fasce d'età più giovani, organizzare un open day con AZ ci sembra folle, per di più i ragazzi avevano una gran voglia di vaccinarsi perché volevano giustamente tornare alla vita normale” - sempre l'immunologa Rubartelli.

Sono rimaste sorprese allora quando tante regioni scelsero questa strada, perché sapevano quanto fosse una scelta insensata: “abbiamo sentito che dovevamo fare qualcosa perché si potevano potenzialmente rischiare delle vite” e così le due dottoresse hanno fatto un appello contro gli open day.

A finire questi open day è stata la morte di Camilla Canepa, dopo aver preso il vaccino AZ: la perizia asserisce che il decesso è dovuto ai casi rari di trombosi, legati a questo vaccino.

La ragazza era sana, non aveva fragilità (diversamente da quanto è stato scritto su diversi giornali inizialmente): l'insinuazione di malattie pregresse ha dato molto fastidio ai familiari della ragazza che, pochi giorni dopo l'inoculazione di AZ aveva sintomi chiari, mal di testa, fotofobia, piastrine basse.

Al pronto soccorsi di Lavagna tengono sotto controllo la ragazza che non viene curata con immunoglobuline: viene così dimessa dopo una TAC che da esito negativo.

Secondo un rapporto dell'AIFA, fatto anche dal professore Valerio De Stefano (membro della società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e della Trombosi), si doveva fare una angio-TAC, che avrebbe evidenziato una trombosi nei seni nasali.

Camilla torna in ospedale, dove vengono rilevate diverse emorragie: nonostante le cure e il trasferimento a Genova, muore.

All'ospedale di Lavagna erano arrivate delle indicazioni da AIFA e dall'azienda sanitaria ligure, su come trattare gli eventi post vaccinazione.

Queste linee guida erano state preparate ad aprile (anche da Anna Rubartelli), per essere poi approvate a fine maggio dalla regione Liguria: il 28 maggio queste linee guida sono state pubblicate sul sito dell'ordine dei medici.

Due mesi prima moriva un'altra ragazza, Francesca Toscano, sempre per eventi trombotici post vaccino, come stabilito anche dalla perizia.

Contro chi te la prendi – raccontano i genitori che hanno avuto dai medici indicazioni basilari per quel mal di testa forte, ”prendete un oki”.

Ad inizio aprile i medici avrebbero potuto trattare questi casi in modo corretto: il 26 marzo la società italiana per lo studio delle trombosi manda una lettera ai soci per spiegare come trattare questi casi, un numero ridotto di medici.

La giornalista di Report ha posto al direttore generale del ministero Rezza come mai, nonostante le indicazioni contrarie, CTS abbia autorizzato gli open day: il ministero non si è lavato le mani, il CTS ha ripreso una autorizzazione di Ema, ha risposto. Perché il ministero non firma, non avalla e nemmeno contrasta quello che fanno CTS e regioni.

Perché non spetta al ministero fare delle linee guida per trattare questi casi: spetterebbe alle società scientifiche, come quella del professore De Stefano.

LE cui direttive però sono rimaste solo ai professionisti della sua rete: chi informa allora i medici e i medici di base?

L'ordine ha risposto di aver diramato i rapporti di Aifa che però ha mandato un documento su come gestire questi casi solo a fine maggio.

La cosa nuova di Paolo Mondani e Giorgio Mottola

Secondo Vespa, anche il segretario UDC Cesa sarebbe stato avvicinato da uno 007 nei mesi in cui il governo Conte era in crisi: un incontro parallelo a quello di Renzi con Marco Mancini.

Il servizio di Giorgio Mottola e Paolo Mondani, partendo dal processo in corso a Reggio sulla ndrangheta, racconta della cosa nuova, la nuova cupola mafiosa, degli invisibili, esponenti di questa cupola appartenente a massoneria e servizi.

Si torna a parlare di servizi, dell'era Pollari, del dossieraggio di Pollari e di Pio Pompa, del finto attentato al comune di Reggio Calabria, destinato a Scopelliti. Attentato che aveva altri mandanti, per aiutare il sindaco in un momento di crisi.

Un servizio che parte da una nave affondata, col suo carico di bombe, fino ai giochi per le elezioni del presidente della Repubblica.

La nave è la Laura C., che trasportava tritolo durante la guerra: Pasquale Nucera, ex ndranghestista e collaboratore del Sismi (le cui affermazioni non hanno avuto ancora riscontri) racconta la sua storia su questa nave: dopo aver segnalato la nave ai servizi, negli anni novanta diversi sub iniziarono a prendersi quell'esplosivo che fu usato anche per la strage di Capaci – fatto che non è mai stato provato.

Negli anni duemila è ancora il Sismi che si interessa della nave: da quella nave sarebbe arrivato l'esplosivo per una bomba – senza innesco – messo nel comune del sindaco Scopelliti.

Scopelliti, su segnalazione di Mancini, aveva avuto la scorta pochi giorni prima: sempre lui è l'autore dell'informativa che rivela la bomba contro il sindaco e che tira in ballo la nave Laura C. Si è dovuto arrivare al 2010 perché alcuni pentiti rivelassero che quell'attentato era stato fatto dalla ndrangheta per favorire Scopelliti, la cui carriera politica da lì in poi sarebbe cresciuta.

Una bufala costruita con l'aiuto dei servizi di Pollari e con persone esterne si è costruita la carriera dell'ex sindaco Scopelliti: Mancini era molto attivo in Calabria in quegli anni, “erano interessati a blindare la sua carriera” racconta l'ex assessore al comune Vecchio.

Blindarlo nell'interesse delle cosche ndranghetiste, specie quella dei De Stefano, spiega l'ex assessore Vecchio.

Tutto questo è smentito sia da Pollari che da Scopelliti, mentre l'ex agente Mancini ha scelto di non rispondere.

Mancini invece era in contatto col commercialista Zumbo, uno degli invisibili: era la cerniera tra i servizi e la ndrangheta, secondo i pm, con cui la ndrangheta poteva condizionare anche molte indagini.

“Io sono un semplice commercialista” spiega a Mottola Zumbo: ha scontato una condanna per concorso esterno, per le sue soffiate su indagini in corso a boss della ndrangheta, come Giuseppe Pelle.

Era il 2010, quando stavano scattando gli arresti per l'indagine crimine infinito: Zumbo in quei giorni va a far visita al capomafia a cui racconta dei suoi contatti col Sismi (fatto confermato dal capo centro Sismi a Reggio), tra cui Marco Mancini.

Zumbo avvisa il boss degli arresti per l'indagine: si è fatto tutto gli anni di carcere senza mai rivelare chi gli avesse dato quelle informazione.

Informazioni che, da un video ripreso in carcere, Zumbo dice che arrivavano da Roma, dall'alto. Un certo Mancini che però, secondo Zumbo, non è quello dei servizi.

Negli anni di Pollari i servizi partecipano alle indagini sulla ndrangheta, indagini che non potrebbero fare: i servizi lavoravano accanto alla procura di Reggio Calabria e alla direzione nazionale antimafia, per esempio per l'operazione “bumma”.

Come se la politica, che controllava i servizi, volesse controllare le indagini sulla ndrangheta: un corto circuito democratico, una alterazione sulla divisione dei poteri spiega l'ex procuratore Spataro.

Erano gli anni anche della strage di Duisburg, che stava rovinando l'immagine dell'Italia: gli arresti scattarono pochi giorni dopo, ma solo per la cosca avversaria dei Pelle, come se ci fosse stata una negoziazione tra pezzi della ndrangheta e lo stato e i servizi.

E così, qualcuno nello stato, nel 2010, ha deciso di aiutare il boss Pelle dell'imminenza degli arresti, come ricompensa. Usando Zumbo che, dice lui, fa parte di una struttura miliare dei servizi, pur non essendo un militare.

Le indagini portate avanti dalla procura di Reggio stanno rivelando il volto della cupola mafiosa, una cosa nuova con dentro massoni e servizi. LA cupola degli invisibili, con a capo l'avvocato Paolo Romeo, cerniera tra ndrangheta e servizi.

Ma la prima rivoluzione della ndrangheta è opera del boss De Stefano, negli anni settanta.

Questa trasformazione è stata raccontata dal pentito calabrese Nino Fiume, che ha usato la metafora del treno: “c'è una ndrangheta che può essere paragonata a un treno con tanti vagoni, e ogni vagone ha il suo capo locale. Diciamo un treno locale, poi c'è un treno ad alta velocità, dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi, e che al di sopra di questo treno c'è gente che viaggia in aereo, e non si fa vedere.

All'insaputa anche dei passeggeri che stanno sul treno dirige gli scambi di rotta per quello che deve fare, quelli sono riservatissimi, se vogliamo chiamarli così.”

L'aereo è la cupola degli invisibili, al cui vertice ci sarebbe l'avvocato Romeo, per anni tra i dirigenti dell'MSI, poi passato al partito social democratico. E' stato già condannato per concorso esterno per i suoi rapporti con la cosca De Stefano, un personaggio in rapporti coi servizi e con la politica: “ecco perché la mafia è forte, se la prendono con me” si difende di fronte a Mottola.

Romeo ha costruito la carriera di Scopelliti, “era il Dio della politica” spiega l'ex assessore Vecchio, in contatto con politici di centro destra e sinistra.

Così, negli anni duemila, la ndrangheta non ha più bisogno di candidare i suoi politici, sono i politici di destra e sinistra che la vanno a cercare.

Accannamento – ovvero ottenere il massimo non facendo niente.

L'evoluzione della ndrangheta parte da lontano: negli anni settanta aiutò la latitanza di Franco Freda, l'esponente di Ordine Nuovo scappato da Catanzaro dove si teneva il processo per la strage di Piazza Fontana: anche in questa storia rientra l'avvocato Romeo.

Romeo e gli uomini della cosa aiutano i neofascisti per una strategia che ha origine tanti anni prima, strategia nata nell'ottobre del 1969 al summit di Montalto.

Qui si fronteggiarono i due gruppi della ndrangheta, i vecchi clan e i nuovi clan capeggiati dai De Stefano: il summit di Montalto è stato raccontato a Report da uno dei presenti, il collaboratore Carmelo Serba. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

Pochi mesi dopo il summit scoppiano i moti di Reggio Calabria, dove il ruolo della ndrangheta era preminente, oltre a quello dei neofascisti.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

I moti di Reggio dovevano anticipare il golpe Borghese, lo spiega Vincenzo Vinciguerra, l'ex esponente di Ordine Nuovo che ha scelto di parlare di questi eventi dopo essersi reso conto di come l'estrema destra fosse in realtà manovrata dall'alto da servizi, racconta come anche la ndrangheta avrebbe dovuto partecipare a questo golpe: “i moti di Reggio Calabria, degenerati con le tecniche di guerriglia urbana, precedevano quella che era la data del golpe Borghese.”

Anche il collaboratore Carmelo Serpa conferma quanto rivela Vinciguerra: sia la ndrangheta che cosa nostra avrebbero dovuto partecipare.

Un altro ndranghetista, Pasquale Nucera, parla del ruolo di Licio Gelli, capo della Loggia P2: “per avere il controllo del territorio delle logge, del territorio e delle votazioni, praticamente Gelli cosa ha fatto? Essendo le famose ndranghete calabresi a livello di clan e di famiglie, inseriva uno in ogni clan dentro la P2, uno per ogni locale”.

Licio Gelli, chiede il giornalista Mottola, ha contribuito allora a rifondare la ndrangheta negli anni 70? “Gelli ha rifondato il potere e che ancora dura.”

Nello stesso anno in cui viene costituita la loggia P2 di Gelli la ndrangheta si dota di una nuova struttura interna, la “santa”.

Con la santa – racconta il procuratore Gratteri – si è data la possibilità in origine solo a 33 ndranghetisti di avere la doppia affiliazione, di entrare a far parte di una loggia massonica deviata. Quindi interagire col mondo delle professioni, con un ceto sociale alto, con la classe dirigente, e quindi entrare nella stanza dei bottoni.

Con la santa i vertici della ndrangheta si fonde con la massoneria deviata, dando vita ad un nuovo sistema criminale, compiendo un vero e proprio passaggio di stato, da organizzazione statica, irrigidita da una miriade di clan e famiglie, attraverso la contaminazione con la massoneria, rompe i vincoli delle vecchie regole e si evolve verso una struttura incorporea, diventa invisibile e capace di permeare l'ambito dell'economia e della politica.

Sempre Pasquale Nucera spiega che dovevi essere santista per entrare nella massoneria: “la santa è un livello superiore che decide, è il cervello .. Un santista può dire alla polizia che lei è stato quello che ha sparato, senza portare peso ..”

Un santista può dialogare con la polizia e coi servizi: ma questa è solo una prima struttura, a cui negli anni se ne è affiancata una seconda, gli invisibili, persone non affiliate che avrebbero collaborato con boss e servizi e col mondo della politica.

L'infiltrazione della P2 ha consentito alla ndrangheta di conquistare sempre maggiore potere.

Potere, quello della P2, sopravvissuto alla sua fine, perché è confluito in altre logge, come quello della Fenice, di cui ne parla il collaboratore Vigiglio.

Fenice perché, come l'animale mitologico, risorge sempre dalle sue ceneri: la storia di questa loggia è collegata allo stato di San Marino, da qui proviene il conte Ugolini.

Grazie alle sue relazioni col governo italiano e coi servizi segreti di Pollari, il conte Ugolini riuscì a farsi nominare ambasciatore.

Secondo l'imprenditore Vigiglio, Ugolini aveva rapporti stretti con Pollari che avrebbe fatto parte della sua loggia, assieme a cardinali, industriali, banchieri, finanzieri.

Il potere della P2 passa alla loggia di Ugolini, una loggia coperta: potere economico, il controllo delle merci nei porti.

Gelli, prima della fine della P2, fondò la loggia Montecarlo, dentro cui aveva fatto parte anche Ugolini: secondo l'ex capitano di Marina Ugolini si occupava di riciclaggio, aveva avuto rapporti con politici importanti come D'Alema e Fini. E Gianni Letta: l'ex sottosegretario Letta era referente del sistema Ugolini in Calabria.

Letta, nel secondo governo Berlusconi, aveva la delega ai servizi segreti, come sottosegretario della presidenza del Consiglio. I servizi di Pollari, tra gli altri.

Tutto falso, spiega gentilmente lo stesso Letta a Mottola: di certo è che ha gestito per anni il potere vero di questo paese, ha gestito le nomine di peso in questo paese e oggi sta tessendo la tela per la nomina del nuovo presidente della Repubblica.

E' stato artefice del patto del nazareno ed è stato mandato da Berlusconi dal presidente della Cassazione prima della sua condanna per frode fiscale.

Nell'ultima parte del servizio si è parlato dei rapporti tra mafia e Berlusconi, raccontati dal pentito Nino Fiume: i soldi dei De Stefano arrivarono a Milano per la costruzione di Milano 2.

Per trasmettere i suoi programmi in Calabria, usa la rete Tele Calabria 1: dopo una serie di omicidi mafiosi che colpirono i vertici della rete, Fininvest decide di comprare la rete e affida la conduzione ad un antennista dell'azienda, Sorrenti.

Sorrenti aveva avuto rapporti stretti col boss Piromalli tanto da entrare in affari con loro: il dirigente Fininvest faceva regalini ai Piromalli, per tenerseli buoni (dopo la morte dei vecchi proprietari di Tele Calabria 1).

Un altro evento importante nella storia della ndrangheta è quello avvenuto a Polsi nel 1991, di cui parla il boss Nucera, per definire i nuovi referenti politici.

A quell'incontro si parla di un partito degli uomini, il partito della ndrangheta: a quell'incontro sarebbe stato presente anche l'ex politico di Forza Italia Matacena.

Evento negato da Matacena, eletto poi in Forza Italia nel 1994, il cui primo intervento è stato contro il sequestro dei beni ai mafiosi e l'abolizione del 41 bis. Proprio alcuni dei punti presenti nel papello.

Oggi è a Dubai, Matacena, dove fa consulenze finanziarie e nell'immobiliare e può star tranquillo perché gli emirati non riconoscono il reato di concorso esterno.

22 novembre 2021

Anteprima Report – la cosa nuova, il vaccino Astrazeneca

La prossima puntata di Report si occuperà delle mafie in Italia: dopo le stragi del 1992 sarebbe avvenuta una trasformazione in “cosa nuova”, un'unica cupola che riunirebbe ndrangheta e cosa nostra che, attraverso la massoneria deviata, tesse rapporti con servizi segreti, politica e imprenditoria.

Chi è il politico che oggi starebbe giocando una partita importante per l'elezione del presidente della Repubblica?

Report ritornerà sul vaccino Astrazeneca, sui rischi di trombosi e dei nuovi studi su di esso.

La cosa nuova

Qual è il significato del verbo accannarsi? Nell'anticipazione del servizio che racconterà della trasformazione della cupola mafiosa dopo le stragi del 1992, si usa questo verbo per descrizione la strategia mafiosa:

Annacarsi è un verbo contraddittorio, vuol dire una cosa e il suo contrario. Incarna il metodo grazie al quale la 'ndrangheta sia riuscita a mantenere rapporti con istituzioni, massoneria deviata e servizi segreti.

Questa trasformazione è stata raccontata dal pentito calabrese Nino Fiume, che ha usato la metafora del treno: “c'è una ndrangheta che può essere paragonata a un treno con tanti vagoni, e ogni vagone ha il suo capo locale. Diciamo un treno locale, poi c'è un treno ad alta velocità, dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi, e che al di sopra di questo treno c'è gente che viaggia in aereo, e non si fa vedere.

All'insaputa anche dei passeggeri che stanno sul treno dirige gli scambi di rotta per quello che deve fare, quelli sono riservatissimi, se vogliamo chiamarli così”

Il servizio di Mottola racconterà di come la ndrangheta abbia cambiato pelle, una prima volta, a seguito di un incontro su una montagna in Aspromonte, a Montalto, nel 1969: il summit di Montalto è stato raccontato a Report da uno dei presenti, il collaboratore Carmelo Serba. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

Il summit di Montalto del 1969, prima di Piazza Fontana, prima della strategia della tensione, segna l'ingresso della ndrangheta in un disegno eversivo che punta a ribaltare la democrazia in Italia.

Nel summit la ndrangheta non stringe un accordo organico solo con l'estrema destra, come emerso nelle indagini sul Golpe Borghese c'è un terzo protagonista che ha avuto un ruolo importante di regia dell'operazione, la Loggia Propaganda 2 di Licio Gelli.

Licio Gelli, massoneria, estrema destra, sono i protagonisti di un episodio rimasto in parte oscuro nella nostra storia, il Golpe Borghese: un colpo di stato che avrebbe avuto alla testa l'ex gerarca Junio Valerio Borghese (nonché comandante della X Mas), a cui inizialmente aderiscono alcune delle massime cariche dell'esercito, del corpo forestale e dei servizi segreti.

Vincenzo Vinciguerra, l'ex esponente di Ordine Nuovo che ha scelto di parlare di questi eventi dopo essersi reso conto di come l'estrema destra fosse in realtà manovrata dall'alto da servizi, racconta come anche la ndrangheta avrebbe dovuto partecipare a questo golpe: “i moti di Reggio Calabria, degenerati con le tecniche di guerriglia urbana, precedevano quella che era la data del golpe Borghese.”

Anche il collaboratore Carmelo Serpa conferma quanto rivela Vinciguerra: sia la ndrangheta che cosa nostra avrebbero dovuto partecipare.

Un altro ndranghetista, Pasquale Nucera, parla del ruolo di Gelli: “per avere il controllo del territorio delle logge, del territorio e delle votazioni, praticamente Gelli cosa ha fatto? Essendo le famose ndranghete calabresi a livello di clan e di famiglie, inseriva uno in ogni clan dentro la P2, uno per ogni locale”.

Licio Gelli, chiede il giornalista Mottola, ha contribuito allora a rifondare la ndrangheta negli anni 70?

“Gelli ha rifondato il potere e che ancora dura.”

Nello stesso anno in cui viene costituita la loggia P2 di Gelli la ndrangheta si dota di una nuova struttura interna, la “santa”.

Con la santa – racconta il procuratore Gratteri – si è data la possibilità in origine solo a 33 ndranghetisti di avere la doppia affiliazione, di entrare a far parte di una loggia massonica deviata. Quindi interagire col mondo delle professioni, con un ceto sociale alto, con la classe dirigente, e quindi entrare nella stanza dei bottoni.

Con la santa la ndrangheta si fonde con la massoneria deviata, dando vita ad un nuovo sistema criminale, compiendo un vero e proprio passaggio di stato, da organizzazione statica, irrigidita da una miriade di clan e famiglie, attraverso la contaminazione con la massoneria, rompie i vincoli delle vecchie regole e si evolve verso una struttura incorporea, diventa invisibile e capace di permeare l'ambito dell'economia e della politica.

Sempre Pasquale Nucera spiega che dovevi essere santista per entrare nella massoneria: “la santa è un livello superiore che decide [..], è il cervello .. Un santista può dire alla polizia che lei è stato quello che ha sparato senza portare peso ”

La scheda del servizio: La cosa nuova di Paolo Mondani e Giorgio Mottola, Consulenza Lucio Musolino. Con la collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi, Immagini di Alfredo Farina, Carlos Dias, Cristiano Forti, Fabio Martinelli

Viaggio all'origine della 'ndrangheta: come ha fatto la mafia calabrese a diventare l'organizzazione criminale più potente e più ricca d'Italia e d'Europa. Con le testimonianze esclusive di ex affiliati, membri riservati e condannati, Report ricostruirà la storia della cupola segreta degli Invisibili: politici, imprenditori e professionisti che fanno parte della direzione strategica della 'ndrangheta e che hanno consentito alle cosche di mantenere rapporti con le istituzioni, la massoneria deviata e i servizi segreti. La rifondazione della 'ndrangheta contemporanea ha una data precisa: il 26 ottobre del 1969. Quel giorno sull'Aspromonte, a Montalto, si svolge un summit dei capi della mafia calabrese a cui partecipano i vertici della destra neofascista. Qualche mese dopo scoppiano i moti di Reggio Calabria e si prepara il golpe Borghese. È in queste occasioni che la storia della 'ndrangheta si incrocia con la P2 di Licio Gelli e nasce la Santa, la struttura segreta che consente alle cosche di avere rapporti diretti con le logge deviate. Da quel momento parte una scalata al potere che ha consentito alla 'ndrangheta di entrare nel cuore delle istituzioni italiane, orientando indagini, portando in Parlamento i propri uomini e facendo arricchire i propri imprenditori di riferimento.

Un aggiornamento sul vaccino Astrazeneca

Report ritorna sul vaccino Astrazeneca la cui somministrazione è stata cessata in Italia e nel resto dell'Europa dopo i casi di pazienti morti in seguito alle trombosi scatenate a seguito della sua inoculazione. Casi rari legati soprattutto a pazienti giovani, sotto i 50-60 anni, soprattutto perle donne.


Il professor Greinacher, immonologo all'università di Greifswald in Germania, già a marzo aveva scoperto come trattare i pazienti colpiti dai coaguli del sangue associati a trombocitopenia dopo la somministrazione di AstraZeneca: alla trasmissione racconta “abbiamo scoperto che il mal di testa precede la trombosi, e i pazienti curati in tempo con le immunoglubuline non sviluppano la trombosi al seno venoso cerebrale.”

Eppure il commissario straordinario per la vaccinazione e le regioni decidono di aprire gli open day over 18 per dare uno stimolo alla campagna vaccinale. Contro questi open day si scatenano le polemiche: il 30 maggio 24 medici vaccinatori volontari di Genova pubblicano sull'Huffington posto una lettera dal titolo eloquente “perché Astrazeneca non è un vaccino per giovani.”

Alcuni giorni dopo un appello simile esce dall'associazione Luca Coscioni, tra i firmatari ci sono la biologa Valeria Poli e l'immunologa Anna Rubartelli: “i giovani e soprattutto le giovani donne con vaccini adenovirali possono andare incontro a delle complicanze, rarissime, ma anche molto gravi, che è questa trombosi con trombocitopenia” racconta a Claudia di Pasquale Anna Rubartelli.

“I dati scientifici, da due mesi forse, da fine marzo, dicevano che questa complicanza più frequente nei giovani, più giovani erano, più era frequente.” aggiunge la dottoressa Poli.

“Se noi sappiamo che AstraZeneca da delle complicanze gravi, nelle fasce d'età più giovani, organizzare un open day con AZ ci sembra folle, per di più i ragazzi avevano una gran voglia di vaccinarsi perché volevano giustamente tornare alla vita normale” - sempre l'immunologa Rubartelli.

Sono rimaste sorprese allora quando tante regioni scelsero questa strada, perché sapevano quanto fosse una scelta insensata: “abbiamo sentito che dovevamo fare qualcosa perché si potevano potenzialmente rischiare delle vite” e così le due dottoresse hanno fatto un appello contro gli open day.

La scheda del servizio: Il caso Astrazeneca Gli Open Day over 18 di Claudia Di Pasquale, con la
collaborazione di Giulia Sabella e Cecilia Andrea Bacci, Immagini di Giovanni De Faveri

Report torna sul caso AstraZeneca e sui rari e inusuali effetti avversi come la VITT (trombosi con trombocitopenia indotta dal vaccino) ripartendo da chi, per primo, ha cercato e individuato i pericolosi anticorpi anti-PF4. È Andreas Greinacher, l'immunologo tedesco di fama mondiale che già il 20 marzo scorso aveva tenuto una conferenza stampa internazionale per condividere le sue scoperte su come riconoscere i sintomi e come trattare i pazienti colpiti da questa sindrome. In Italia cosa è successo? Chi si è trovato davanti un paziente colpito da VITT ha saputo sempre riconoscere i sintomi?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 ottobre 2021

Report – il caso AstraZeneca (e il diritto alla casa)

Il traffico di tir in Val Stura e il diritto alla casa di Chiara De Luca

Prima dell'inchiesta sul vaccino AstraZeneca, Report ha trasmesso il servizio sul traffico di Tir cheaffligge una serie paesi in Val Stura in Piemonte, paesini costruiti secoli fa e non pensati per il grande traffico.

I tir attraversano questi paesi perché passare per l'autostrada per andare in Francia costerebbe i 300 euro del pedaggio, ma c'è anche il traffico dei camion che vanno e vengono dalla sede di una importante acqua minerale, Acqua Sant'Anna (anche se l'azienda sostiene che la maggior parte del traffico non è per la loro acqua).

L'azienda si è preoccupata della ricaduta del trasporto sulla salute dei cittadini di quei paesi?

Il canone pagato dall'azienda è di 2 ml di euro, di fronte a ricavi per 150ml: una sproporzione se si pensa che è una concessione di un bene pubblico, a cui si dovrebbe aggiungere anche il canone per l'occupazione del suolo pubblico, rivendicano le amministrazioni locali.

Richiesta indebita, sostiene l'azienda Sant'Anna che ha regalato ai cittadini della valle delle ceste con spumante, senza però placare la loro insofferenza e irritazione perché sono costretti ad indossare le mascherine tutti i giorni per non venire intossicati dagli scarichi dei motori diesel che si depositano sulle mura delle case e dei muri medioevali dei paesini.

A Demonte si respira la stessa qualità di aria di Torino, una delle città più inquinate d'Italia, per colpa del traffico a cui si deve aggiungere il rumore dei camion e i danni causati dalle vibrazioni causate dal loro passaggio, vibrazioni che stanno danneggiando le case in pietra di questi paesi, rendendo difficile la loro vendita per chi se ne volesse andare.

Altri danni sono stati rilevati sul ponte della Sturla continuamente attraversato dai tir: ci sono stati controlli da parte di Anas, che non ha rilevato problemi strutturali, ma le crepe sono visibili. Anas ha già fatto degli interventi, ma ha vietato il transito per i veicoli speciali e imposto una verifica periodica del ponte.

Ci sono altre possibilità per i camion? La variante di Demonte è stata bloccata dalla soprintendenza per la presenza di vecchi ruderi.

Da una parte l'interesse storico dall'altro l'economia della valle: e la sicurezza dei cittadini, chi ci pensa? E' una situazione che va avanti da 25 anni.

La speranza viene da una cittadina polacca dove c'è lo stesso problema ma i cittadini sono ricorsi alla corte europea dei diritti dell'uomo che ha condannato le autorità statali, con una sentenza senza precedenti, a pagare i danni perché ha visto non riconosciuto un diritto fondamentale, quello alla casa che viene violato non solo se entra un intruso ma anche se entrano odori, rumori, inquinamento.

Questione di segreti di Stato di Giorgio Mottola

Report e Giorgio Mottola tornano alla vecchia inchiesta sull'incontro tra Renzi e Marco Mancini, dirigente del DIS che, nel dicembre scorso, ambiva ad una promozione ai servizi nel pieno della crisi del governo Conte 2.

Renzi ha sostenuto di averlo incontrato per lo scambio di regali, Mancini non ha mai risposto alle richieste di chiarimenti di Report.

Non solo, Mancini attraverso i suoi legali ha chiesto di avere i contenuti delle conversazioni di Report con la fonte dello scoop documentando l'incontro all'autogrill, una professoressa che è chiaramente rimasta anonima.

Sarebbe un precedente gravissimo, nessuna fonte di Report sarebbe più al sicuro: gli avvocati di Mancini si riservano poi, dopo aver visionato tutte le informazioni, di decidere per una querela. Un paradosso, l'agente dei servizi che si è appellato al segreto di stato, chiede ai giornalisti di violare il loro segreto professionale.

Mottola ha incontrato Mancini all'università di Pavia, dove doveva tenere una lezione sul segreto di Stato di cui ha goduto ai tempi del processo per il rapimento di Abu Omar e Telecom Pirelli.

Il professore che ha invitato Mancini si chiama Venturi, un personaggio già entrato in una inchiesta di Report sul caso Diasorin.

Oltre a Renzi, Mancini si è incontrato con altri politici, Salvini e Di Maio: dopo la pubblicazione del video si è dovuto dimettere dal suo incarico al DIS.

Ma Mancini non intende parlare: l'ex procuratore Spataro si è dimesso da docente a Pavia, in polemica con la chiamata a Mancini.

Il caso AstraZeneca di Claudia Di Pasquale

Il 18 luglio in Inghilterra è scattato il freedom day, col risultato che oggi il paese si trova ad un passo da una nuova ondata di pandemia che potrebbe portare ad un nuovo lockdown con tanto di greenpass.

L'effetto gregge non basta, col virus dovremo fare i conti a lungo, così dice il dottor Pollard, padre del vaccino AstraZeneca (che ha seguito la fase dei trial).

Report e il conduttore Ranucci credono nei vaccini ma anche nel diritto di essere informati: siamo stati bravi a vaccinare, siamo oltre l'80% come vaccinati, il numero dei contagi è sotto controllo, dunque ora possiamo parlare del vaccino AstraZeneca, su cui l'Europa aveva puntato senza passare per novax.

AstraZeneca costava meno degli altri, aveva una efficacia oltre il 90%, si conservava a temperature meno basse: all'improvviso però non l'abbiamo voluto più, come mai?

C'è stata una approssimazione nella raccolta dei dati e una superficialità nella comunicazione dei casi di trombosi e nelle raccomandazioni sulle fasce d'età a cui somministrarlo.

Il vaccino AstraZeneca è stato sperimentato su un campione vasto di persone, ma i soggetti over 56 erano solo il 12% nei trial: il dottor Pollard ha spiegato questa scelta per un discorso di cautela, meglio testare prima il vaccino su persone non anziane.

Il vaccino è stato approvato a dicembre 2020, un mese prima dell'Unione Europea, prima ancora che l'azienda chiedesse l'approvazione cioè all'Ema: questo causò un'ondata di orgoglio nazionale, dopo la Brexit.

In Inghilterra sono partiti con la vaccinazione degli anziani: ma a marzo 2021 iniziano a venire segnalati da altri paesi europei casi di coaguli di sangue in pazienti in cui era stato inoculato AZ. La reazione da parte dell'agenzia del farmaco inglese è stata chiara: non c'erano dati significativi per dire che il farmaco causava problemi per i coaguli. Poi si scoprì che questi casi erano noti, in Inghilterra ma la loro agenzia del farmaco li aveva tenuti nascosti fino a marzo, perché erano persi nel database della farmaco vigilanza in modo sparso, senza una corretta e omogenea classificazione.

La combinazione osservata nei pazienti era piastrine basse e coaguli di sangue: l'età media dei pazienti analizzati era di 44 anni, racconta la dottoressa Sue Pavord dell'Oxford University Hospital, che poi ha riportato questi casi al dottor Pollard che oggi sta lavorando con AZ per modificare il vaccino per evitare questi effetti.

Questi effetti avversi per i vaccini adenovirali erano noti, in parte, dopo gli studi fatti in Australia ben 15 anni fa: in base all'analisi dei casi di trombosi, secondo la dottoressa Pavord AstraZeneca è un vaccino da non dare ai giovani perché i benefici del vaccino scendono con lo scendere dell'età e con la diminuzione del rischio di infettarsi.

Ema aveva fatto notare che i trial di AZ non erano stati fatti su un campione sufficientemente vasto di persone oltre i 55 anni: eppure il vaccino è stato consigliato per tutti, è questo il suo peccato originale.

Le segnalazioni sui casi di trombosi arrivano da tutta l'Europa ma non dall'Inghilterra: è stata l'ostinazione di una giornalista del Telegragh che si è posta questa domanda, scoprendo in realtà che i primi casi erano presenti anche nel Regno Unito ma non erano stati catalogati in modo corretto. Sono casi rari, ma alla fine la commissione inglese consiglia un vaccino diverso per gli under 30.

In Italia invece la vaccinazione con un lotto di questo farmaco si bloccò a marzo dopo la morte di un militare, appena vaccinato.

La procura di Siracusa dispone l'autopsia parla di una reazione avversa dell'organismo di una persona che non aveva patologie pregresse, sebbene fosse risultato positivo al covid: in via precauzionale il lotto somministrato al militare di Augusta viene bloccato in Italia.

Un altro caso avvenne in Sicilia ad una professoressa, Zelia Guzzo: nonostante la perizia sostenesse una connessione tra vaccino e decesso, l'inchiesta viene archiviata.

Così il ministero nei giorni successivi decide di cambiare il consenso informato, segnalando questi casi rari di trombosi.

Augusta Turiaco muore a fine marzo per una trombosi, dopo essere stata vaccinata: nel suo sangue sono stati ritrovati i marcatori anti-pf4.

La storia l'ha raccontata a Report il fratello, medico, che ha contattato il dottor Greinacher (un medico tedesco che a marzo aveva lavorato su altri casi di trombosi, vaccinati da AZ) che lo ha invitato a cercare questi marcatori: ma questa analisi sul sangue non può essere fatta a Messina e dovrà essere fatto a Padova.

Ma cosa sono i marcatori anti-pf4?

Greifswald è una cittadina in nord della Germania con un importante ospedale universitario, il suo dipartimento di medicina trasfusionale è un punto di riferimento internazionale diretto dal professor Andreas Greinacher: alla giornalista ha mostrato le piastrine con cui fare il test Elisa, il test che misura la presenza degli anticorpi anti PF4, sono anticorpi pericolosi perché attivano le piastrine provocando possibili disordini trombotici.

Grazie a questo test il professor Greinacher e il suo gruppo hanno trovato i pericolosi anticorpi anti PF4 nei campioni dei pazienti che avevano sviluppato, a pochi giorni dalla vaccinazione con AstraZeneca, trombosi associate a trombocitopenia, cioè associate a piastrine basse.

Quando a marzo sono emersi i primi case, tutta l'Europa ha iniziato a chiamare il dottor Greinacher:

A marzo scorso hanno ricevuto i primi campioni dall'Austria e in 24 48 ore hanno trovato gli anticorpi antipf4: a quel punto la domanda era come trattare questi pazienti. Abbiamo quindi testato un farmaco che si trova in tutti gli ospedali, le immunoglobuline e hanno funzionato.

La stessa sera del 17 marzo abbiamo reso pubblici i nostri risultati per consentire ai medici di curare i loro pazienti in modo corretto”.

Avete analizzato 11 casi: qual era l'età media di questi 11 pazienti e quali i sintomi?
“L'età andava dai venti alla fine dei cinquant'anni e i sintomi erano piastrine basse, un forte mal di testa, dolore allo stomaco, a causa di complicazioni trombotiche al cervello o all'addome. Saper riconoscere i sintomi è fondamentale, un trattamento precoce può ridurre il rischio di morte probabilmente di due terzi.”

Si può dire che esiste una correlazione tra il vaccino AstraZeneca e questi rari e inusuali casi di trombosi associata a trombocitopenia?

Si, è chiaro e inequivocabile, è un effetto avverso e raro correlato ai vaccini a vettore adeno virale: noi pensiamo che la causa sia una proteina presente nel virus del vaccino.”

Quando ha iniziato a pensare che poteva esserci una relazione causale?
“Nella seconda settimana dei nostri studi, dopo aver visto dieci dei nostri pazienti che avevano tutti reazioni simili, nel marzo scorso.”

Il 15 marzo il governo tedesco sospende il vaccino AZ, su consiglio dell'agenzia del farmaco tedesca: una scelta forse presa anche sulla base dell'emozione del momento, tanto che il 18 marzo l'Ema da nuovamente parere positivo e così le vaccinazioni di AZ riprendono anche in Germania, ma alle persone con più di 60 anni.

Ma la fiducia in questo vaccino era crollata, racconta un pediatra tedesco, perché la raccomandazione data all'inizio era diversa e le persone erano confuse, sebbene il problema di AZ era sui giovani: va aggiunto che era stata Ema ad aver autorizzato il vaccino sopra i 18 anni eche in quei primi mesi del 2021 c'era carenza di vaccini mRNA come Pfizer.

Come in Italia, anche in Germania gli anziani si rifiutavano il vaccino AZ, così molti medici di base si sono rivolti al governo per capire cosa fare.

Anziché buttarli, le dosi di AZ sono finite a paesi come Ucraina e Siria.

Tutte i land tedeschi si sono ritrovati con dose di AZ non utilizzate: sono state inviate ai paesi del terzo mondo, sperando che i medici in questi paesi sappiano discriminare a chi darlo o meno.

Anche in Italia si era puntato su AZ: all'inizio era raccomandato per gli under 55, poi era stato sospeso tre giorni, ma ad aprile il CTS aveva raccomandato AZ agli over 60 che però non lo volevano più.

Come nel resto dell'Europa, anche in Italia avevamo scorta di AZ ma non di quelli mRNA: così Figliuolo chiede al CTS di estendere AZ anche agli under 50, così si da l'autorizzazione agli open day, dove si può vaccinare a partire dai 18 anni.

Gli open day per gli over 18 sono stati organizzati per compensare il fatto che gli over 60 non volevano usare AZ?

All'inizio gli open day sono un successo, fino alla morte di Anna Canepa in Liguria, appena vaccinata con AZ in un open day: c'è correlazione col vaccino? L'indagine della magistratura è finita pochi giorni fa e sostiene che la sua morte è legata alla vaccinazione.

Ma il vaccino di AZ è stato autorizzato dal CTS - è la difesa del presidente Toti: il CTS cita una relazione fatta dall'EMA in collaborazione con il Winton Centre for Risck, dell'università di Cambridge.

Ma la relazione faceva riferimento ad una precisa fascia di età, non ai giovani, dove la probabilità di casi di coaguli dopo la prima dose è circa 2 ogni centomila dosi. Anche la regione Sicilia si è attenuta alle indicazioni del CTS.

Report ha chiesto un parere a Guido Rasi, ex direttore EMA : sarebbe stato meglio non usare il vaccino AZ sui giovani, non si dovevano fare gli open day liberalizzando questo vaccino per gli over 18.

In questa storia c'è stato anche un problema con Aifa che ha fornito i dati sugli eventi avversi senza distinguere per tipologia di evento, età, sesso, prima o seconda iniezione.

A Report Aifa ha scritto che le sospette trombosi trombocitopeniche da vaccino (Vitt) sono 41 (ne hanno escluse altre 11) e cioè tre su un milione di somministrazioni di AZ.

Ma nelle donne under 60 sono due ogni 100 mila prime dosi, con punte di 4 su 100 mila tra le 30/39enni che difficilmente finiscono in rianimazione o muoiono di Covid. A A Report Guido Rasi, oggi consulente a titolo gratuito del generale Francesco Paolo Figliuolo, ha spiegato che i dati di aprile sconsigliavano gli “open day” con Az per i giovani. E su Aifa che “non fornisce tutti i dati”, Rasi ha risposto: “Se l’Aifa non è in grado di farli o non ha, o è sottostaffata – e lo è – o non vuole farli, io non posso dirlo”.

Anche il professor Nocentini ha analizzato i dati trombotici, usando la banca dati pubblica europea: secondo la sua ricerca abbiamo un evento trombotico ogni novemila vaccinazioni.

Nel frattempo emergono altri eventi avversi, su altri vaccinati, come un insegnante di educazione fisica, che si è trovato con un valore di piastrine a mille, dopo la vaccinazione.

Ad aprile il professore ha segnalato ad Aifa il caso, senza avere ancora risposta: la trombocitopenia auto immune non era però un effetto segnalato nell'informativa.

La commissione europea ha prima fatto causa ad AZ per il ritardo nella consegna, poi si è fatta consegnare tutte le dosi, nonostante molti paesi in Europa non lo stiano usando: saranno usate per delle donazioni ai paesi a basso reddito. Una beneficenza ipocrita, perché è un vaccino che gli europei non vogliono, perché proprio l'Europa sta bloccando la proposta di diversi paesi nel togliere i brevetti sui vaccini.

In caso di effetti collaterali, chi pagherà? L'Europa ha firmato un contratto non trasparente, né sulle clausole, né sui costi. Si è fatta imporre le clausole dalle multinazionali del farmaco.

AZ è un vaccino che si conserva bene, costa poco, è efficace, i benefici sono superiori ai rischi individuali: è un peccato perdere questa risorsa nella lotta al covid.

Ma siamo stati poco trasparenti e poco lineari nella comunicazione, col risultato di aver alimentato la propaganda no-vax, aver speso male soldi pubblici e ora non possiamo certo cavarcela, come Europa, donando le dosi di questo vaccino che non vuole nessuno ai paesi poveri.

25 ottobre 2021

Anteprime Report – la nuova stagione 2021 (il caso Astrazeneca, il segreto di Stato, i malati di Lourdes..)

Presadiretta cede lo spazio del lunedì sera a Report, l'altra (e unica) trasmissione di inchiesta della RAI che quest'anno compie 25 anni: come di consueto, sono diversi i temi toccati dai servizi, si parte dal vaccino Astrazeneca, agli incontri di Mancini all'autogrill, il caso dei fedeli della madonna di Lourdes e i problemi di traffico in un paese in Val Stura.

Il caso Astrazeneca

Come abbiamo fatto a buttare via un vaccino prezioso come Astrazeneca? Nel servizio si racconterà degli errori di comunicazione (sulla fascia d'età consigliata per il vaccino), degli errori nella raccolta e di omologazione dei dati.

Il servizio di Claudia Di Pasquale partirà da Greifswald, una cittadina in nord della Germania con un importante ospedale universitario, il suo dipartimento di medicina trasfusionale è un punto di riferimento internazionale diretto dal professor Andreas Greinacher: alla giornalista ha mostrato le piastrine con cui fare il test Elisa, il test che misura la presenza degli anticorpi anti PF4, sono anticorpi pericolosi perché attivano le piastrine provocando possibili disordini trombotici.
Grazie a questo test il professor Greinacher e il suo gruppo hanno trovato i pericolosi anticorpi nei campioni dei pazienti che avevano sviluppato, a pochi giorni dalla vaccinazione con Astrazeneca, trombosi associate a trombocitopenia, cioè associate a piastrine basse.

“A marzo scorso hanno ricevuto i primi campioni dall'Austria e in 24 48 ore hanno trovato gli anticorpi antipf4: a quel punto la domanda era come trattare questi pazienti. Abbiamo quindi testato un farmaco che si trova in tutti gli ospedali, le immunoglobuline e hanno funzionato.

La stessa sera del 17 marzo abbiamo reso pubblici i nostri risultati per consentire ai medici di curare i loro pazienti in modo corretto”.

Qual era l'età media di questi 11 pazienti e quali i sintomi?
“L'età andava dai venti alla fine dei cinquant'anni e i sintomi erano piastrine basse, un forte mal di testa, dolore allo stomaco, a causa di complicazioni trombotiche al cervello o all'addome. Saper riconoscere i sintomi è fondamentale, un trattamento precoce può ridurre il rischio di morte probabilmente di due terzi.”

Si può dire che esiste una correlazione tra il vaccino Astrazeneca e questi rari e inusuali casi di trombosi associata a trombocitopenia?

“Si, è chiaro e inequivocabile, è un effetto avverso e raro correlato ai vaccini a vettore adeno virale: noi pensiamo che la causa sia una proteina presente nel virus del vaccino.”

Quando ha iniziato a pensare che poteva esserci una relazione causale?
“Nella seconda settimana dei nostri studi, dopo aver visto dieci dei nostri pazienti che avevano tutti reazioni simili, nel marzo scorso.”

Dopo che la questione Astrazeneca è scoppiata sui giornali, molte persone si sono rifiutate di fare questo vaccino col risultato che le dosi sono rimaste nei magazzini delle regioni: la regione Emilia Romagna alla fine ha restituito alla struttura commissariale 131mila dosi di AZ.

La Val d'Aosta è la regione con la minor % di vaccinati tra i 50-60 anni, qui le persone di questa fascia d'età inizialmente si sono vaccinate con questo vaccino, dopo di che AZ non è stato più utilizzato – racconta l'assessore alla sanità – per la bassa adesione delle persone in questa fascia d'età. Qui solo il 53% dei sessantenni si è vaccinato con AZ, solo il 12 nella fascia dei settantenni: questo vaccino è stato allora messo a disposizione per gli open day, per smaltire le giacenze per gli over 18.

Lo stesso ha fatto a giugno la regione Sicilia, open day per gli over 18 ma anche lei è in fondo alla classifica per i vaccinati tra gli over sessanta, nella fascia tra 60-79 anni solo il 20% ha ricevuto AZ, gli altri quasi solo vaccini mRNA.

Centomila dosi non utilizzate di AZ sono state restituite alla struttura commissariale, che gli ha restituito altri vaccini, Pfizer o Moderna: la struttura queste dose le ha mandate in Lombardia e Puglia, in quest'ultima mancavano i vaccini per le seconde dosi. Altre regioni come il Lazio hanno scelto di non usare AZ, spiega l'assessore D'Amato.

Sul Fatto Quotidiano trovate un'anteprima del servizio: 

L’ombra si allunga anche sulla nostra agenzia del farmaco, Aifa, che spesso fornisce i dati sugli eventi avversi senza distinguere per tipologia di evento, età, sesso, prima o seconda iniezione. A Report Aifa ha scritto che le sospette trombosi trombocitopeniche da vaccino (Vitt) sono 41 (ne hanno escluse altre 11) e cioè tre su un milione di somministrazioni di AZ. Ma nelle donne under 60 sono due ogni 100 mila prime dosi, con punte di 4 su 100 mila tra le 30/39enni che difficilmente finiscono in rianimazione o muoiono di Covid. Dice a Report Guido Rasi, ex direttore Ema oggi consulente a titolo gratuito del generale Francesco Paolo Figliuolo, che i dati di aprile sconsigliavano gli “open day” con Az per i giovani. E su Aifa che “non fornisce tutti i dati”, Rasi risponde: “Se l’Aifa non è in grado di farli o non ha, o è sottostaffata – e lo è – o non vuole farli, io non posso dirlo”.

La scheda del servizio – Il caso Astrazeneca di Claudia Di Pasquale, in collaborazione di Cecilia Bacci e Giulia Sabella, immagini di Giovanni De Faveri, Cristiano Forti e Francesco Di Trapani, grafica di Giorgio Vallati, montaggio di Daniele Bianchi e Andrea Masella

Il caso Astrazeneca.
Era il vaccino su cui l'Italia aveva deciso di puntare, ormai abbiamo smesso di usarlo dopo aver cambiato più volte le raccomandazioni di somministrazione. Report proverà a comprendere quali errori sono stati commessi nella gestione della comunicazione, cosa sappiamo oggi degli inusuali e rari effetti avversi di Astrazeneca, qual è la bilancia rischi benefici e come è stata usata per guidare le scelte sulla salute pubblica. Per capire questa storia Claudia Di Pasquale è andata in Germania, paese che a marzo ha fatto da apripista per la sospensione di Astrazeneca, e in Inghilterra dove è stato sviluppato questo vaccino.

L'esperto dei segreti di Stato

Quattro mesi dopo aver raccontato dell'incontro tra l'ex dirigente dei servizi Marco Mancini col senatore Renzi, Giorgio Mottola incontra nuovamente Mancini nel porticato dell'università di scienze politiche a Pavia:

- finalmente ci conosciamo di persona

- non so fino a che punto finalmente per lei

Nei mesi precedenti Mancini non aveva mai risposto alle richieste di intervista, ma a settembre alla redazione arriva un atto ufficiale del suo avvocato in cui viene chiesta la copia delle conversazioni che abbiamo avuto con le fonti (riservate) del servizio che raccontava dell'incontro all'autogrill di Fiano Romano con Renzi.
Eppure, racconta Mottola, nemmeno in parlamento Mancini ha mai dato una spiegazione convincente sui suoi incontri con esponenti politici.

Mancini era a Pavia per una lezione universitaria proprio sul tema del segreto di Stato e ha scelto nuovamente di non rispondere alle domande della trasmissione.

La scheda del servizio: L'uso del segreto di Giorgio Mottola, collaborazione di Norma Ferrara, immagini di Giovanni De Faveri

Report ritorna sull'incontro all'autogrill di Fiano Romano che ha scatenato polemiche in Parlamento e nei servizi segreti con un'intervista esclusiva allo 007 che si è appartato a parlare con Matteo Renzi durante la crisi di governo.

La storia dei pellegrini della madonna di Lourdes

In Italia siamo riusciti a truffare persino i pellegrini che andavano a pregare a Lourder: milioni di euro delle offerte dei fedeli sono stati distratti dalle casse per comprare ville e auto di lusso (e anche un filmino a luci rosse).

I soldi dei malati di Lourdes sono finiti in un conto per pagare il mutuo per una villa in Sardegna, a Villa Simius: i soldi dell'Unitalsi (un associazione cattolica tra le più importanti) sono stati usati per il mutuo e per pagare i domestici della villa.

Cristiana Maddaluni, ex segretaria Unitalsi, è l'unica ad aver ammesso la colpa e patteggiato la pena: lei andava in banca a cambiare assegni dal conto dell'Unitalsi intestati a lei e che lei versava sul conto. La Maddaloni non si è mai messa in tasca un euro, ma ci si chiede come mai in tanti anni nessuno si sia mai accorto di niente, i carabinieri nella loro indagine parlano di “blande” attività di verifica, sviate dai due protagonisti della vicenda, Pinna e Trancalini.

Ad accorgersi di questa truffa è stata una collaboratrice del tesoriere dell'associazione (e presidente della sezione Lazio) che nel 2018 denuncia ai carabinieri i conti che non tornano, delle irregolarità sui versamenti per i pellegrinaggi

La scheda del servizio: La banda dei miracoli di Daniele Autieri, collaborazione di Federico Marconi, immagini di Dario D'India, Alfredo Farina e Ahmed Bahaddou, montaggio di Andrea Masella, grafica di Michele Ventrone

Il 4 ottobre scorso il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma rinvia a giudizio quattro persone e ne condanna una quinta a poco meno di due anni di reclusione.

Le accuse vanno dall’appropriazione indebita al riciclaggio, ma quello che più colpisce sono le vittime di questa vicenda: i malati, i pellegrini, i volontari, i fedeli di Lourdes, tutti quelli che,negli ultimi dieci anni, si sono affidati all’Unitalsi, la più importante associazione cattolica che da oltre un secolo organizza i viaggi dei malati nel Santuario francese.

I principali accusati sono Alessandro Pinna e Emanuele Trancalini, per anni presidenti della sezione romana di Unitalsi, rinviati a giudizio per aver distratto dalle casse dell’Associazione quasi 2 milioni di euro, parte dei quali, secondo l'accusa, sarebbero stati riutilizzati per acquistare una villa in Sardegna, attraverso centinaia di assegni girati su conti correnti di amici, parenti, collaboratori e complici.

Intorno ai due uomini emerge una rete di silenzi, tradimenti, connivenze e complicità: chi sapeva e non ha denunciato, chi ha tentato una mediazione invece di denunciare, e chi ha provato a nascondere l’intera vicenda per evitare che un nuovo scandalo colpisse un pilastro dell’associazionismo cattolico.

Il diritto alla casa, anche in Val Stura

Report racconterà l'epopea di tre cittadini che vivono in Val Stura che sono costretti da 25 anni a subire il passaggio di mille tir al giorno, un po' vanno in Francia, altri vanno a caricare le bottiglie di una importante azienda di acque minerale (le fonti di Vinadio): sono costretti da dieci anni a vivere con le mascherine, non per il virus ma per gli effetti dei camion. Non riescono nemmeno a vendere le loro case per andarsene perché il passaggio dei tir causa delle crepe e incidono sulle infrastrutture di queste case. La speranza viene da una cittadina polacca dove c'è lo stesso problema ma i cittadini sono ricorsi alla corte europea dei diritti dell'uomo che ha condannato le autorità statali, con una sentenza senza precedenti, a pagare i danni perché ha visto non riconosciuto un diritto fondamentale, quello alla casa che viene violato non solo se entra un intruso ma anche se entrano odori, rumori, inquinamento.

Ci sarebbe un altro percorso per i tir per arrivare in Francia, ma è a pagamento e dunque nessun camionista spende 300 se può permettersi di passare gratis per un comune

La scheda del servizio L'acqua cheta che rovina i ponti di Chiara De Luca, immagini di Chiara D'Ambros, Davide Fonda, Andrea Lilli, Fabio Martinelli, montaggio e grafica di Giorgio Vallati

Bassa Valle Stura, in provincia di Cuneo: ogni giorno circa mille tir attraversano il centro di alcuni comuni montani. La maggior parte di questi tir transita da e verso le Fonti di Vinadio, meglio conosciute come acqua Sant’Anna. Questo transito sta rendendo difficile la vivibilità in questi comuni per l'inquinamento acustico e ambientale. L’Arpa con un monitoraggio ha paragonato la qualità dell’aria di uno dei comuni più colpiti da questo passaggio a quella di una città come Torino tra le più inquinate d’Italia.