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11 aprile 2026

Anteprima inchieste di Report – la destra italiana e le mafie, gli allevamenti di polli, i voli del garante e la fondazione Taormina

Come vengono spesi i soldi in regione Sicilia

Manca l’acqua in Sicilia. Mancano le strade, i servizi ferroviari sono spesso a binario unico.

Ma i fondi per finanziare fondazioni – dove la politica ha piazzato i suoi uomini e le sue donne – non mancano mai. Giulia Presutti racconterà del caso della fondazione Taormina Arte. Perché l'arte e la cultura, per questa destra di governo, solo solo un tema di occupazione di poltrone e propaganda.

LAB REPORT: LA FONDAZIONE di Giulia Presutti

Collaborazione Samuele Damilano

La fondazione Taormina Arte è una in house della Regione Siciliana, che tramite l'Assessorato al Turismo e allo Spettacolo ha erogato in suo favore tre milioni e mezzo di euro nel 2025. Ha l'obiettivo di promuovere cinema, opera lirica e letteratura: i due appuntamenti principali sono il Taormina Film Festival e la kermesse letteraria Taobuk. Nel 2022 è stata nominata direttrice artistica della fondazione Beatrice Venezi, che - insieme alla Sovrintendente Ester Bonafede - ha ideato il cartellone di eventi per la stagione 2023. Durante la gestione Venezi-Bonafede, il compenso della Direttrice artistica è passato da 52mila euro lordi a 80mila euro lordi, mentre quello della Sovrintendente da 65mila a 100 mila. Circostante contestate dalla stessa Venezi.

Fra gli eventi da promuovere, la Fondazione è incaricata di finanziare Taobuk, festival letterario organizzato da un'associazione che fa capo ad Antonella Ferrara e che nel 2025 ha ricevuto 450 mila euro di fondi regionali. Ma come mai la Regione Siciliana ha emanato una legge per stanziare il finanziamento, che passa attraverso la Fondazione per poi arrivare all'associazione di Ferrara senza gara d’appalto?

I rapporti tra la destra italiana e le mafie

La presidente del Consiglio – quella che ogni volta ripete di aver scelto di fare politica dopo l’attentato a Paolo Borsellino – ha definito “fango” lo scoop di Report sui rapporti tra il pentito di mafia Gioacchino D’Amico (referente del clan senese in Lombardia) e il partito di Meloni, Fratelli d’Italia.


Attenzione, non stiamo parlando del selfie che Meloni si è fatta con D’Amico, ma dei rapporti di quest’ultimo con esponenti di FDI che l’avevano fatto entrate alla Camera. Dei rapporti d’affari dell’ex sottosegretario Delmastro con la figlia di un prestanome della Camorra.
E di tanti altri episodi che parlano dei rapporti – pericolosi? Ambigui? – tra esponenti del partito di maggioranza e personaggi legati alla mafia.
Ma non solo queste: tutte le proposte di legge e i decreti, compresa la riforma Nordio sulla separazione delle carriere di giudici e magistrati vanno nella stessa direzione, depotenziare gli strumenti in mano ai magistrati per combattere i reati dei colletti bianchi (intercettazioni, trojan, la Corte dei Conti con meno poteri). Questi sono spesso dei reati spia, perché indagandoci sopra spesso viene fuori la criminalità organizzata.

Solo palate di fango lanciate da una opposizione in difficoltà si è difesa Meloni alla Camera, nel suo comizio pre elettorale. Quel selfie con D’Amico? Ne faccio tanti.

Eppure ai tempi della foto, D’Amico, ufficialmente un imprenditore, era stato già condannato per truffa e associazione a delinquere, eppure questo non gli ha creato problemi nell’essere invitato in Parlamento dall’attuale sottosegretaria all’Istruzione Frassinetti.

Nelle intercettazioni D’Amico spiega che l’incontro tenuto alla Camera con Frassinetti era legato a degli appalti nel settore della sanificazione degli ospedali.

Ma lei pensa che io veramente incontri un mafioso” – ha ribattuto al giornalista di Report Giorgio Mottola la sottosegretaria Frassinetti. “Tecnicamente lei lo ha fatto” è stata la risposta.

Come ha fatto D’Amico a farsi la tessera di FDI? Ha fatto tutto online - ha risposto la segretaria di Paola Frassinetti Alice Murgia.

Ma dalle telefonate con la collaboratrice della sottosegretaria Frassinetti emerge che D’Amico progettava di candidarsi a sindaco del comune milanese di Busto Garolfo proprio con FDI e per questo coltiva rapporti anche con altri partiti come Grande Nord, il movimento politico fondato dai dissidenti della Lega Nord, rimasti fedeli a Bossi.

D’Amico - l’uomo che ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ‘ndrangheta e il clan di Michele ‘o pazzo - è salito a parlare dal palco del congresso federale del partito Grande Nord tenendo un discorso che parlava alla pancia delle partite Iva del nord: “perché esiste la criminalità? La criminalità esiste perché la gente ha fame e non è il reddito di cittadinanza a togliere la fame, ma è il lavoro, è l’impresa. Ci vogliono i sostegni per gli imprenditori, per le imprese..”

Le carte dell’inchiesta Hydra parlano chiaro: in Lombardia le tre mafie avrebbero instaurato un rapporto di collaborazione andando a parlare coi partiti politici che qui governano.

Ma nonostante i tanti gridi d’allarme lanciati dalla procura antimafia, la politica (e l’imprenditoria) ancora fa finta di nulla.

Ad Abbiategrasso, dove il sindaco non sa se nella sia città ci sia la mafia, sono stati tenuti diversi summit dove erano presenti tra i più pericolosi capi mafia della provincia di Milano come Antonio Messina, tra i principali fiancheggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro e Giuseppe Fidanzati, figlio del boss storico di Cosa Nostra a Milano, Gaetano Fidanzati. In questi summit erano presenti anche esponenti della camorra, come Gioacchino D’Amico: in una intercettazione su Paolo Errante Parrino, parla dei suoi rapporti con “zio Paolo” e con Messina Denaro. Secondo la Procura D’Amico è uno degli elementi centrali del consorzio mafioso che in provincia di Milano tra il 2019 e il 2022 ha riunito i vertici di cosa nostra, ndrangheta e camorra. Un potere che aveva impressionato persino Massimo Rosi, capo della locale di ndrangheta.


A quel congresso del Grande Nord tenuto nel 2019, D’Amico non era un imbucato: Monica Rizzi, esponente del partito, racconta che un suo compagno di partito lo aveva presentato come un referente di Fratelli d’Italia in contatto coi vertici del partito. Tanto è vero che D’Amico portò al congresso l’europarlamentare Carlo Fidanza che, dal palco, ringraziò pubblicamente “l’imprenditore” D’Amico.

La scheda del servizio: UN MAFIOSO PER AMICO di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Report torna con nuove rivelazioni e documenti inediti sul selfie scattato insieme a Giorgia Meloni dal pentito Gioacchino Amico, accusato di essere referente del clan Senese in Lombardia. Verranno trasmesse inoltre le testimonianze esclusive riguardanti le visite fatte dall’uomo a Montecitorio, dove, secondo una pista al vaglio dell’autorità inquirente, Amico avrebbe avuto a disposizione un accredito personale. Giorgio Mottola ha raggiunto inoltre alcuni dei boss accusati di far parte della nuova cupola lombarda e ha chiesto conto ai politici dei loro contatti con gli uomini dei clan.

I viaggi del collegio del garante

La procura di Roma ha indagato i 4 membri del collegio del garante della Privacy per corruzione, per aver ricevuto la tessera Volare, livello executive, fornitegli da Ita Airways proprio nel periodo in cui la compagnia era coinvolta in una controversia per regolare il trattamento dei dati personali di alcuni manager dell’azienda e dei dipendenti.

Le tessere avevano un valore di 6000 euro e permettevano l’accesso alla lounge.

Come racconta l’anteprima del servizio, Report è in grado di dimostrare che a chiedere le tessere Volare è stata Ada Fiaschi, attuale responsabile della protezione dei dati in Ita. Il 30 novembre 2022 scrive: “cara Giovanna mi è giunta per tramite il nostro DPO Stefano Aterno la richiesta di poter fare avere le tessere Volare a tutti e quattro i componenti del collegio del Garante, Pasquale Stanzione, Ginevra Cerina Feroni, Guido Scorza, Agostino Ghiglia. Se fosse possibile sarebbe un’attenzione verso un’autorità che ha un ruolo sempre più importante in un business come il nostro, che tratta di big data”.
All’epoca Stefano Aterno era responsabile della protezione dei dati personali in Ita ma anche socio dello studio E-Lex fondato da Guido Scorza.

Aterno ha risposto in modo vago alle domande della giornalista (se mi fate domande scritte.. io questa cosa non me la ricordo..), aggiungendo che alla fine ha invitato a contattare l’avvocato Fiaschi o qualcuno di Ita perché lui non aveva nessun potere, “io non mi sono mai messo a brigare per far avere le tessere a questi del collegio”.
La dottoressa Fiaschi ha scelto di non rispondere alle domande, per cercare di spiegare il senso di quella mail dove parlava dell’importanza delle tessere vista l’importanza del Garante che si occupa di dati, come la stessa Ita.

La scheda del servizio: LA FERMATA DEL GARANTE di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico

Report torna a occuparsi del Garante della Privacy con nuovi documenti esclusivi che sollevano interrogativi sulle modalità di gestione dell’Autorità e sulla sua effettiva indipendenza dai partiti politici e dalle big tech, come Meta, che trattano i dati di milioni di utenti. Ulteriori documenti inediti fanno luce anche sull’origine delle tessere “Volare” di Ita Airways, un benefit dal valore di circa 6mila euro l’una, concesse nel 2023 ai quattro membri del Collegio dell’Autorità dalla compagnia aerea, chiarendo chi le ha emesse e quale sarebbe la motivazione.

I polli gonfiati

Come vengono allevati i polli la cui carne troviamo sugli scaffali dei supermercati?

Sono tutti polli allevati a terra, con cura e rispetto per l’animale, come ci dicono le pubblicità?

Giulia Innocenzi mostrerà immagini di allevamenti intensivi dove i polli vengono gonfiati, come body builder, per essere subito pronti per il mercato.

La scheda del servizio: POLLO BUCATO di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

In Italia viene allevato mezzo miliardo di polli l'anno. Il 90% dei polli è di razza a rapida crescita, e cioè con una genetica che pompa la crescita abnorme del petto e riduce a circa 40 giorni il tempo necessario agli animali per andare al macello. Ma questa genetica porta con sé delle grandi criticità, che Giulia Innocenzi solleva grazie a delle immagini esclusive ottenute da un allevamento di polli riproduttori destinati a uno dei principali gruppi alimentari del nostro Paese.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 dicembre 2023

Assalto alla Lombardia, di Marco Sasso

Prologo

Dal 1995 ad oggi la partita per il controllo della Regione Lombardia, l’ex locomotiva d’Italia per modello economico e sociale, si è giocata in una sola parte del campo politico, il centrodestra.

Quella dell’eccellenza lombarda è stata tuttavia una falsa narrazione, uno storytelling vecchio e vuoto di contenuti di fronte all’impatto delle crisi globali, delle sfide del cambiamento climatico e della pandemia da Covid-19, se si confrontano i dati socioeconomici con altre regioni italiane ed europee. Il ciellino Roberto Formigoni, durante 18 anni di governo ininterrotto, ha piegato l’istituzione del Pirellone ai propri interessi personali e di appartenenza politica al mondo di Comunione e Liberazione, con leggi e delibere che hanno favorito l’esplosione dei privati nel mondo della sanità. Formigoni ha saputo per primo sfruttare l’indebolimento del patto costituzionale, facendolo diventare la base per un governo locale palesemente antistatale che punta alla distribuzione della sovranità a una pluralità di soggetti che tengono insieme il privato e il pubblico.

Negli ultimi trent’anni la giunta non ha saputo né voluto mediare tra gli interessi plurali della società che rappresenta e, attraverso i suoi “mandarini” di Palazzo, ha abdicato al suo ruolo pubblico di regolatore e decisore del mercato. Il paradigma è nel campo sanitario la legge regionale del 1997, che ha sancito un modello diverso da quello nazionale (in nome della libertà di scelta e della sussidiarietà tanto cara ai ciellini) e ha messo le basi per un ampio impoverimento del pubblico. Dagli anni ’90 i gruppi privati decollano e si trasformano in colossi: oltre al San Raffaele e alla Fondazione Maugeri, nel 1994 apre l’Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi, nel 1996 viene inaugurato l’Humanitas di Gianfelice Rocca, il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli inizia ad espandersi fino ad arrivare a 18 ospedali, tutti rigorosamente accreditati.

Ma il velo è stato sollevato con la pandemia e i lombardi si sono trovati con il cerino in mano di un servizio non all’altezza. La privatizzazione della sanità è il simbolo di una vita pubblica devastata dalle logiche del puro profitto e interamente subordinata agli affari di pochi che non ha invertito la rotta nemmeno con l’ultima riforma sanitaria targata Moratti. Anche quest’ultima legge regionale sdogana definitivamente la logica dell’equivalenza tra i due modelli, quello pubblico e quello privato, e l’ex vicepresidente si è limitata a inaugurare ex consultori pubblici trasformati in case di comunità.

Nemmeno i leghisti Roberto Maroni e Attilio Fontana hanno mai proposto un nuovo modello più vicino alle esigenze dei lombardi, perpetuando uno schema di gioco che prevede il controllo “militante” della macchina burocratica. Una regione spesso contro, che osteggia la Costituzione repubblicana e pretende di andare per la propria strada anche con i governatori leghisti al comando in tema di diritti e autonomia fiscale.

L’efficientismo di facciata del centrodestra ha mostrato tutti i suoi limiti con la pandemia da Covid-19 che ha causato oltre 40mila morti solo in Lombardia, con il triste record della provincia di Bergamo dove i decessi sono aumentati a marzo 2020 del 568% rispetto agli anni precedenti.

Il titolo non è stato scelto a caso: assalto è proprio la parola più corretta per raccontare quello che ha fatto il centro destra in regione Lombardia negli ultimi 20 anni, anzi, andando indietro fino al 1997, quando sono partite le politiche di privatizzazione della sanità con le leggi volute dall’ex presidente Formigoni. Un assalto, una completa e totale occupazione dei posti di potere in tutte le strutture in cui si articola la macchina di governo regionale, dalla sanità, all’istruzione, al settore dell’edilizia pubblica, ai trasporti, all’agricoltura. Un sistema di potete, quello della Lombardia, dove sembra di essere tornati indietro di secoli: le cariche e le nomine, dai direttori delle ASL fino all’ultimo dei funzionari sono assegnati secondo la tessera politica, dove la fedeltà politica alla Lega a Comunione Liberazione, a Forza Italia e, oggi, anche a Fratelli d’Italia (che nelle ultime politiche ha sorpassato gli alleati nella coalizione) va sopra ai principi di competenza, esperienza, professionalità.

Come nel vecchio medioevo con i Vassalli, Valvassori, Valvassini.
Una sorta di reddito di cittadinanza al contrario: risorse pubbliche spostate verso manager, dirigenti e funzionari pubblici arruolati per tessera di partito, distribuendo rendite di posizione e allevando una generazione di politici che da Milano oggi hanno fatto il salto politico e sono atterrati a Roma.

Il saggio di Marco Sasso è stato scritto tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023, prima delle elezioni regionali avvenute a febbraio 2023 che hanno visto ancora una volta prevalere, come avviene ininterrottamente dal 1995, il centro destra. Nelle intenzioni dell’autore, questo libro avrebbe dovuto aprire gli occhi ai cittadini lombardi, sbattendogli in faccia quella che è la realtà che sta dietro la macchina della propaganda (che paghiamo tutti noi cittadini, anche quelli che non votano Lega o FDI).
Purtroppo l’autore non c’è riuscito: nonostante quanto è successo nemmeno tanti mesi fa ai tempi del Covid, quando la Lombardia è stata la regione con più morti nel mondo, quando il ciclone dei contagi ma mandato in crisi ospedali, pronto soccorsi, quando medici e infermieri si sono trovasti senza dispositivi per proteggersi perché le ASST ne erano sprovviste, senza nemmeno un protocollo aggiornato per combattere la pandemia (o una influenza) perché quello esistente non era stato aggiornato.

Il falso mito dell’eccellenza lombarda

Privato è bello (o così ci hanno raccontato)

L’aggressione ai beni comuni è stata il fil rouge della politica che ha segnato i 18 anni di “regno” del ciellino presidente Roberto Formigoni, che grazie al comunitarismo cattolico ha incrementato gli affari privati: a sua firma la legge regionale n. 31 del 1997 che rivoluziona – per la prima e unica volta in Italia – la sanità assumendo come principio ispiratore la sussidiarietà solidale per assicurare l’erogazione uniforme dell’assistenza. Formigoni è al governo della Lombardia da due anni quando viene emanato il provvedimento che contrassegnerà i successivi cinque lustri politici e il futuro delle cure di milioni di lombardi di oggi e di domani. Attraverso quel principio tanto caro ai seguaci di Gioventù studentesca e al mondo di Comunione e Liberazione, il privato entra prepotentemente nel Servizio sanitario regionale grazie all’accreditamento, formalmente per cooperare alla pari con le strutture pubbliche, nei fatti per essere supportato e foraggiato dal Servizio sanitario, riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia, i centri di eccellenza di ricerca o le Residenze socioassistenziali (Rsa), lasciando alla medicina pubblica la gestione dei settori meno redditizi come i servizi di emergenza-urgenza, quelli dedicati alle dipendenze da alcool e droghe e la psichiatria. In questa gara impari il pubblico si vedrà tagliare migliaia di posti letto sostituiti dalle strutture private accreditate. Tra decine di leggi e norme ad hoc, nella sostanza è stata assicurata agli imprenditori, in assenza di vincoli di programmazione della Regione Lombardia, la possibilità di orientare le proprie attività verso prestazioni con rapporto favorevole tra rischio e remunerazione.

Ancora una volta la macchina della propaganda che in regione Lombardia funziona molto bene (contro gli immigrati, contro l’islam, contro gli ambientalisti, contro le associazioni LGBQ+), ha prevalso contro la logica dei fatti. La propaganda che ci racconta come la sanità qui sia una eccellenza, una parola che Formigoni, condannato a 5 anni per corruzione, ripeteva davanti ai giornalisti: eccellenza e sussidiarietà, quel principio tanto caro ai suoi amici di Comunione e Liberazione, per cui nei suoi anni di governo si è svuotata la sanità pubblica, chiudendo presidi, ospedali, consultori, per far spazio al privato in convenzione. Perché bisognava dare ai cittadini lombardi la possibilità di scegliere tra pubblico e privato, mettendoli in una sorta di competizione falsata: da una parte si toglievano risorse al pubblico, dall’altro si drenavano fondi regionali per finanziare strutture private basate sulla logica del profitto che, nei mesi della pandemia, nemmeno si sono fatte carico del carico dei malati per covid.

Marco Sasso racconta del rapporto privilegiato che ha il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli, tra gli esperti che hanno scritto la riforma sanitaria del presidente Formigoni: tra accreditamenti, passando per l’acquisizione dell’ospedale San Raffaele, la trasformazione di ospedali privati in Irccs, istituti di ricerca che, sempre grazie a Formigoni, possono accedere a fondi per la ricerca, il Gruppo San Donato tra il 2001 e il 2021 riceve rimborsi pubblici per 17 miliardi di euro (che rappresentano l’80% dei suoi ricavi).

Se guardiamo i dati dei Livelli Minimi Essenziali, i LEA, la Lombardiasta al quarto posto, dietro ad altre regioni come Emilia Romagna dove, tra le altre cose, gli ospedali di prossimità distribuiti sul territorio, esistono da anni.
Finita la pandemia si è detto che, basta, bisognava rafforzare la medicina territoriale, che il modello ospedalo-centrico tanto amato dalle giunte di centro destra, aveva fallito: ma è stato solo un fuoco di paglia, nemmeno la riforma voluta da Letizia Moratti ha cambiato le cose. Come ha raccontato più volte Report nei suoi servizi, si sono solo fatte tante inaugurazioni delle case di comunità, senza mettere un euro (nemmeno dal PNRR) per inserire nuovo personale in strutture che già esistevano e che hanno solo cambiato nome.
Lo spiega bene l’autore mettendo uno dietro l’altro cifre e dati: la sanità in Lombardia costa più che nelle altre regioni, andando a smentire l’altra voce della propaganda secondo cui il privato cosa meno ed è più efficiente.
Ma quale eccellenza? Dove ti giri in Lombardia si trovano sempre più ambulatori privati o cliniche smart dentro le fermate della metropolitana, nei supermercati, alla faccia del diritto alla salute dei cittadini.

Nemmeno il covid è riuscito a cambiare l’approccio ideologico iperliberista (privato buono, pubblico cattivo) dietro queste scelte politiche: prima il privato, quello che è vicino al tuo partito o alla tua corrente. E non importa se questo calpesti i diritti delle persone: un capitolo del libro è dedicato alla legge 194 che concede a tutte le donne il diritto ad abortire in modo sicuro.

Per motivi essenzialmente solo ideologici (e oscurantisti), tutte le giunte regionali hanno fatto tutto il possibile per ostacolare questo diritto, cominciando dal bloccare l’uso della piccola RU 486, con la massiccia presenza di medici abortisti in strutture accreditate (una stortura della legge, quella dell’obiezione, che nessun governo ha cancellato).

A che serve cancellare una legge come la 194 (come anche la stessa presidente Meloni ha dichiarato) quando puoi ostacolarla con la burocrazia? Quando puoi cancellare i consultori, strutture nate a fine anni 70 per aiutare le donne nelle problematiche legate alla sessualità, sostituendoli con strutture private, pagate da noi, gestite da associazioni “pro vita”, dunque fortemente ideologizzate, che non applicano la legge?

Dove sta la sicurezza delle donne?

Nel cuore del potere lombardo

È notizia di questi giorni che in regione si stanno ultimando le nomine nel comparto della sanità, un settore che vale 22 miliardi di euro ogni anno, una bella fetta del bilancio regionale. Qui si gioca la vera partita del potere: il cuore del potre sta tutto nella partita delle nomine dove, per la prima volta, il partito di Giorgia Meloni potrebbe avere più posti di quelli degli altri partiti della coalizione, la Lega di Salvini e Forza Italia di Tajani, anche andando ad allearsi con i vecchi potenti di Comunione e Liberazione, andando perfino a riesumare personaggi spariti dalla scena politica come Lucchina (ex braccio destro di Formigoni) o Mantovani (ex vice presidente, passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia).
L’autore, nel capitolo “Nel cuore del potere” racconta tutte le vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti del centro destra in questi ultimi anni: non tutte hanno portato ad una condanna in via definitiva, come nel caso Formigoni per i regali e i soldi presi dalla fondazione Maugeri in cambio delle scelte in ambito sanitario, ma tutte raccontano la stessa cosa, ovvero che il l’interesse pubblico passa in secondo piano, dopo il profitto del privato.

Ma il capitolo racconta anche altro: le porte girevoli in regione, dove si danno incarichi a politici trombati alle elezioni nazionali, dove si assumono per consulenze ben remunerate giornalisti e personaggi senza esperienza ma solo con la tessera giusta in tasca. È una macchina che mangia tanti soldi nostri, quella regionale: la sobrietà non è una dote del “celeste”, come si faceva chiamare Formigoni, che nonostante il voto di povertà si è fatto costruire un nuovo palazzo, il Pirellone, con tanto di eliporto sul tetto (costato 50 ml di euro), con un ufficio arredato nel segno dello sfarzo e del lusso (dove per l’arredo si sono spesi 42 milioni di euro). Tutti soldi nostri, ricordiamocelo sempre.

Ma nemmeno Salvini ha dalla sua la dote della sobrietà: per la sua macchina della propaganda social, la bestia, ha investito milioni euro finiti nella società del suo guru, Luca Morisi, che veniva pagato due volte: direttamente dai gruppi parlamentari e poi anche per gli appalti che le ASL in regione concedevano alla sua società.

Una forma di ritorno economico per l’uomo che ha portato milioni di follower al segretario della Lega passato da Roma ladrona a prima gli italiani..

Tanto quanto nella sanità, anche nell’istruzione la fanno da padrona i privati: il principio è sempre lo stesso, la sussidiarietà, ovvero dare a tutte le famiglie la “libera scelta” di mandare i figli in una struttura pubblica o in una privata (essenzialmente una cattolica).

Ovviamente è un principio che favorisce il privato, che in proporzione agli studenti che frequentano le sue scuole, prende molti più soldi rispetto al pubblico. Ancora altri numeri (che troverete leggendo questo libro): 24 ml date alle scuole private nella dote scuola, di fronte solo agli 8 ml dati alle famiglie con disabili.

Vita quotidiana in terra lombarda

L’ultimo capitolo è una lunga carrellata dentro la vita dei lombardi a cominciare dai trasporti regionali, un mondo che conosco molto bene essendo un pendolare di Trenord da più di venti anni.

Anche nel trasporto regionale vale la tessera di partito, nonostante lo stato impietoso dei trasporti, con treni affollati, in ritardo, con problemi di manutenzione. La regione avrebbe il ruolo di controllore su Trenord, che si prende ogni anno 950 ml di euro dalle nostre tasse per far funzionare i treni: ma è la stessa regione che in questi anni ha favorito il trasporto su gomma, costruendo e finanziando altre autostrade (oltre 400 km di nuove autostrade da qui al 2030) dimenticandosi del fatto che buona parte delle linee regionali sono ancora a binario unico.

Le precettazioni di queste settimana hanno acuito la tensione all’interno dell’azienda, portando ad una situazione di estrema difficoltà per i viaggiatori, sottoposti allo stress di treni soppressi o in ritardo.

Aler è invece l’azienda regionale che si dovrebbe occupare dell’edilizia pubblica: nonostante ci sia una grande fame di alloggi pubblici (e 20000 sfratti esecutivi nell’area metropolitana), molte delle case dell’ente regionale sono chiuse, sfitte, perché inagibili. Servirebbe almeno 1 miliardo per sistemale, ma i conti in rosso (700ml di debiti) impediscono ogni investimento.

Così l’azienda, dove a farla da padrone sono manager di area vicina al centro destra, è costretta a vendere le case. E chi rimane fuori dalle graduatorie deve arrangiarsi.

Nonostante la pianura padana sia la zona più inquinata d’Italia, nonostante l’inquinamento causato dal traffico su gomma, dagli allevamenti intensivi, dalle attività industriali, la regione ha da sempre preferito investire nel trasporto su gomma, andando anche a finanziare la famigerata Brebemi, l’autostrada che si doveva finanziare da sola in project financing e che invece rischiava di trasformarsi in un lungo campo da calcio.
Non solo, la regione ha ostacolato i piani del comune di Milano sull’Area C, sui divieti di circolazione dei mezzi più inquinanti: ogni anni circa 90000 persona sono vittime di malattie legate all’aria cattiva che si respira, ma nonostante questo si continua ad andare avanti a consumare suolo per nuove autostrade, nuovi capannoni per la logistica (col miraggio dei posti di lavoro, che non si sa quanto dureranno), a sottrarre suolo pubblico che viene ricoperto da cemento (nel solo 2020, l’anno del covid, sono stati cementificati 750 nuovi ettari di suolo). La Lombardia è, secondo i dati di Ispra, la prima regione per consumo di suolo.

E nei pochi campi rimasti, c’è il rischio che siano inquinati per lo sversamento di fanghi tossici: lo racconta il giornalista nel capitolo “la pianura padana infangata” dove racconta di come, sfruttando le maglie larghe della legge regionale sui fanghi ottenuti dalla depurazione di scarti industriali, la WTE SRL abbia inquinato i terreni di diversi campi nel bresciano.

Io ogni tanto ci penso, cioè, chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi”: così diceva un dipendente dell’azienda in una intercettazione. Chissà se ci pensano a questa pianura cementificata, infangata, in regione? E che ne dicono i vertici di Coldiretti, associazione da tempo vicina a questa maggioranza di destra?

C’è una alternativa a questa politica, a questo gruppo di potere, a questa gestione del potere in Lombardia? Nell’ultimo capitolo del libro l’autore fa un bilancio amaro della situazione: a sinistra c’è un vuoto, il PD non è ritenuto dai cittadini un partito a cui dare fiducia per combattere queste battaglia per la sanità pubblica, per la scuola pubblica e laica, per la difesa dell’ambiente e per la fine delle spartizioni politiche nelle nomine pubbliche.

Non solo, il famoso modello Sala non si discosta (sul consumo del suolo, sulla gestione del bene pubblico) dal modello di questa destra. Che rimane allora? Rimangono le tante associazioni sul territorio che portano avanti con grandi difficoltà queste battaglie, come Non una di meno, il Forum Salviamo il Paesaggio (come recita l’articolo della Costituzione), Dico 32, gli studenti di Fridays for future, Asgi e Naga, l’associazione che ha smascherato le terribili condizioni dentro il CPR di via Corelli a Milano.

Ci dobbiamo rassegnare alla padanizzazione dell’Italia, ora che questa coalizione di destra sta governando il paese, togliendo risorse alla sanità e depotenziando i servizi pubblici? Abbiamo cinque anni per leggere questo libro e comprendere cosa sta succedendo in Lombardia e in Italia.

La scheda del libro sul sito di Laterza, l’intervista all’autore e un estratto.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

15 ottobre 2023

Report – la collezione di Berlusconi e la fine della sanità pubblica

Il collezionista di Luca Bertazzoni

L’eredità di Berlusconi vale 4-5 miliardi, dopo la morte il controllo è nelle mani dei figli maggiori, la famiglia diventerà titolare del credito nei confronti di Forza Italia, ma sono soldi che non verranno chiesti indietro.

Nel testamento ci sono tre lasciti, al fratello alla Fascina e a Dell’Utri: dell’eredità ottenuta da Berlusconi nessuno ne ha voglia di parlare, i figli hanno chiesto di non pagare le tasse di secessione, usando una legge che lo consente (per chi eredita quote societarie). C’è il patrimonio immobiliare, infine un hangar di fronte alla villa di Arcore che contiene i quadri acquistati da Berlusconi stesso.

Acquisti comprati alle aste notturne che hanno fatto felici i venditori napoletani: voleva diventare il collezionista più grande d’Italia, oggi tutti i quadri sono custoditi in un hangar ad Arcore che contiene 25mila quadri e altri oggetti d’arte.

Molti di questi sono stati comprati da un venditore di Arzano, vicino Napoli: le prime telefonate ricevute furono scambiate per uno scherzo, racconta Giuseppe De Gregorio, il titolare della casa d’aste, ma poi è nato un rapporto di amicizia e di affari andato avanti per tre anni.

Quando a Napoli si sparse la voce che Berlusconi comprava opere, spuntarono tanti televenditori e galleristi più o meno improvvisati.

A volte, racconta un gallerista, Berlusconi prenotava tutte le opere presentate durante una televendita, spendendo da 20 a 30 mila a serata.

Quadri che poi Berlusconi voleva far periziare a Sgarbi, ma erano perizie impossibili: il cavaliere chiese aiuto all’ora al televenditore Lucas Vianini, che si insediò per due anni a Villa Gernetto. Nell’hangar di Arcore Vianini iniziò a catalogare tutte le opere: dal Napoleone in trionfo, l’amore per le sue città preferite da Parigi a Napoli. Berlusconi era felice quando introduceva i suoi ospiti in questo hangar, che è costato a Berlusconi 20 ml, “poteva fare una raccolta di 100 quadri bellissimi”.

Invece si è accontentato da tante imitazioni prese in un momento di bulimia notturna: Sgarbi racconta che ad un certo punto si è accorto che Berlusconi era stato circuito da questi venditori, tanto da parlarne coi figli.

Ora anche l’hangar finirà nelle mani dei figli: 25 mila croste dichiarate le chiama Sgarbi.

La stiamo perdendo! di Claudia Di Pasquale

Lo scorso anno il presidente Fontana e l’assessore Moratti hanno inaugurato in Lombardia diverse case di comunità: Report aveva dedicato un servizio a queste strutture, scoprendo che spesso erano vuote, senza medici, con la guardia medica che non sempre era presente.

A Borgo Palazzo, ad esempio in provincia di Bergamo: i medici di continuità assistenziale presenti nella struttura non sono in grado di coprire tutti i turni, si parla di un medico che deve coprire 200 mila pazienti.

Dovrebbero essere in 220 i medici, uno ogni 5000 abitanti, invece sono molti meno, esponendoli anche a rischi legali che molti di loro non vogliono affrontare.

Arriveranno ora 2 miliardi dal PNRR dedicati alle case di comunità, anche le Hub, quelle aperte 24 ore al giorno: la Lombardia è quella che ne ha inaugurate di più, ma capire qual è la situazione è difficile, perché l’assessore Bertolaso ha mandato un sms alle ASST, invitando a non dare informazioni a Report, sapendo che stava preparando un’inchiesta.
Report, nel passato servizio sulle case di comunità, aveva scoperto che i medici non erano presenti nelle strutture, facendo venire meno la funzione per cui sono previste: oggi hanno smesso di inaugurarle queste case. Cosa è cambiato in un anno?

A Zanica niente medici, lo stesso a Zogno e a Soriate: a Dalmine è stata aperta una casa di comunità, ma anche qui nessuno risponde al citofono della guardia medica.

Chiamando al numero unico 116117, rispondono che non c’è servizio da nessuna parte nella zona: a Bergamo non c’è presidio medico la notte.

In Val Brembana, il sindaco di San Pellegrino si è lamentato di non sapere i turni della guardie mediche: ci sono sedi di guardia medica che sono state aperte per pochi giorni al mese, oggi si pensa di tagliarle ancora e di ricorrere alle televisite.

Alla ATS di Bergamo non hanno voglia di rispondere alle domande di Report: rivolgetevi all’ufficio di comunicazione risponde il DG della ATS.

E dunque come la mettiamo con le inaugurazioni delle case di comunità? Quella di Ponte San Pietro è stata aperta dove c’erano già servizi, hanno creato nuovi ambienti per certificare che fosse una casa di comunità, ma il punto prelievi è al buio e il punto infermieristico è chiuso.

Tutto chiuso, tutto materiale nuovo, ma mancano i requisiti per essere accreditato come presidio: ma a Ponte San Pietro c’è il policlinico del gruppo San Donato, sempre il San Donato ha aperto l’ambulatorio ad accesso diretto, impropriamente chiamato pronto soccorso perché si occupa solo di casi lievi: l’accesso diretto, senza fila, costa però 149 euro.
La
giornalista di Report ha raccolto la testimonianza di Stefania Popi: nel 2022 il padre inizia a sentirsi male, febbre, tosse stizzosa, sensazione di soffocare, inappetenza, un peggioramento generale. Per capire cosa avesse il medico di base ha prescritto più volte il ricovero in ospedale e Stefania ha portato più volte il padre al Pronto Soccorso, ma non è mai riuscita a farlo ricoverare.

L’Humanitas per più volte ha rifiutato il ricovero, e così alla fine hanno deciso di farlo ricoverare a pagamento, sempre in Humanitas: in cinque giorni hanno finalmente scoperto finalmente cosa avesse il padre. Aveva una endocardite, una brutta infezione che doveva essere necessariamente curata in ospedale per tanto tempo. I 5 giorni di ricovero a pagamento sono costati 13 mila euro alla signora Popi: non potendosi permettere altri giorni in ospedale, Stefania fa dimettere il padre e lo riporta al pronto soccorso dell’Humanitas per farlo finalmente accedere al servizio sanitario pubblico.
Per spostare il padre ha dovuto pagare l’ambulanza, pagando altri 120 euro, per farlo scendere al primo piano e percorrere pochi metri fino al pronto soccorso.

Intanto a Milano Bertolaso annuncia l’aumento delle guardie mediche: peccato che questi ambulatori chiudano al massimo a mezzanotte. In via Monreale, nella ex sede del consultorio ne è stata aperta una: i lavori di ristrutturazione sono costati 1 ml, realizzando postazioni per CUP e per le funzioni di scelta e revoca.
Ma andando al CUP si scopre che qui è tutto chiuso, la guardia medica attivata l’estate è a scartamento ridotto, la domenica fino alle 21. Di fronte alla casa di comunità c’è la clinica San Siro del gruppo San Donato dove basta pagare e c’ è tutto. Report ha intervistato la signora Maria Luisa che era incinta e il Ssn non era in grado di offrirle una visita ginecologica, con la motivazione di una lista chiusa, bloccata, non prenotabile. Nemmeno al San Raffaele (sempre san Donato), dove però a pagamento si sceglie anche la tariffa.

Altra inaugurazione a Crema, questo gennaio: manca ascensore, parcheggio, ma va bene così: la sede a Crema è ancora nel mezzo dei lavori di ristrutturazione, che finiranno nel 2024, ma l’inaugurazione è stata fatta lo stesso. Come anche a Casal Maggiore, dove la casa di comunità non è aperta sette giorni su sette e dove mancano i medici.

La Corte dei Conti regionale nel rapporto dice che su 89 case di comunità solo 19 avevano il pediatra e meno della metà i medici di base.

L’assessore risponde che dipende da come uno vuole vedere le cose: le case sono state inaugurate dove erano presenti già strutture ambulatoriali.

Oppure sono case di comunità aperte in una struttura privata, si paga l’affitto al privato, ma in via temporanea: è quello che è successo a Baggio o a Soresina.

E che dice il presidente Fontana?
Alle domande di Report nemmeno lui risponde: 51 case di comunità inaugurate, anche quella di Soncino dove è stato inaugurato un ospedale di comunità dal ministro Giorgetti e dall’onorevole Comaroli.

Ma Comaroli è a capo di una fondazione che prende soldi dalla ASST per gestire la casa di comunità: è questo il futuro delle case di comunità, ovvero essere gestite da privati, magari legati alla politica regionale?
La deputata Comaroli racconta che non paga l’affitto al comune, per usare le strutture dove svolge le sue funzioni: il marito della Comaroli è vicesindaco del comune di Soncino, amministrato da Forza Italia, che ha concesso questa concessione per 30 anni alla deputata…

Sembra un feudo elettorale - il commento di Claudia di Pasquale: anziché potenziare il pubblico, anziché prendere nuovi medici, oggi si usa la scusa della mancanza del pubblico per colmarla col privato. Che gestisce gli ospedali di comunità, che prenderà i soldi del PNRR che la stessa politica dovrà decidere dove mettere questi fondi.

La previsione di spesa sanitaria è in diminuzione rispetto al PIL: dal 6,2 arriveremo al 6,1% nel 2026, la Germania investe circa l’11%. I numeri sono questi e parlano chiaro.

Ma si parla già di ridurre ospedali e case di comunità: rimarranno solo pronto soccorsi a pagamento?

In Liguria la situazione è ancora peggiore: il territorio è vasto e montuoso e la chiusura degli ospedali e dei presidi costringe i malati a muoversi per le cure.

Ad Albenga c’è sempre stato un ospedale con pronto soccorso, oggi è tutto chiuso, dentro trovi senza tetto, criminalità.

È stato venduto negli anni 2000 dall’imprenditore Nucera, oggi è sotto la tutela di un curatore fallimentare: la regione aveva deciso di costruire un ospedale moderno vicino l’aeroporto, costato 152 ml di euro. Fu inaugurato da Burlando, ma costruito dal centro destra che poi però ha iniziato subito a demolirlo: il nuovo ospedale è stato chiuso, la gestione dei reparti è stata affidata a dei privati, altri reparti sono stati chiusi.

Potrebbero esserci 200 posti letto ma ce ne sono 70: l’assessore ligure racconta che si pensa di affidarlo a dei privati, “lei vede i privati come fossero dei demoni” si difende l’assessore.

Anche qui, come in Lombardia, la politica sta facendo passare l’idea che sia normale che il privato colmi le lacune del pubblico, volute dalla politica.

I caso gravi da Albenga vengono spostati per 15 km fino all’ospedale Santa Corona a Pietra Ligure: al pronto soccorso le barelle affollano il corridoio, e si viene invitati ad andare nella casa della salute che dovrebbe essere aperte tutti i giorni. Ma in realtà sono vuote: la regione non dà più contributi alla casa della salute di Albenga, col risultato che deve rimanere chiusa.

La situazione più critica è quella di Savona dove c’è solo un punto nascita, tanto che partorienti devono far nascere i bambini in autostrada. Tutto normale per l’assessore, che a Report spiega che costruiranno nuove strutture per ginecologia solo quando avranno mezzi.

La signora Sabrina ha subito sulla sua pelle i tagli alla sanità: il padre ha il morbo di Crohn, una grave infiammazione cronica dell’intestino, veniva curato ad Albenga, poi a Pietra Ligure e poi è dovuto andare fino a Savona, a un’ora di macchina, due e mezzo se c’è traffico.

Il sindacato ha denunciato le lunghe d’attesa: 220 giorni per una colonscopia, 170 per una tac all’addome. L’assessore risponde a Report che i cittadini liguri non sono privati dei servizi, dando la colpa al covid. Ma sono i cittadini, che devono aspettare un anno per una visita per un’ernia, a pagare questi tagli: la regione Liguria è all’ultimo posto per il recupero degli interventi post covid, nonostante la regione abbia ricevuto dallo Stato un finanziamento da 13 ml di euro, per ridurre le liste di attesa.

In Liguria chi può, si sposta di regione per curarsi: per la mobilità extra territoriale la regione spende 52 ml di euro.

A La Spezia l’ospedale Sant’Andrea serve una comunità vasta di pazienti: Report ha mostrato lo stato di alcune sale, ammuffite dall’umidità.

Il reparto di neurologia ha delle crepe ma è tutto l’ospedale che non sta bene: la regione assicura che stanno facendo manutenzione, in modo rattoppato e aggiunge che costruiranno un nuovo ospedale fuori la città: del nuovo Felettino se ne parla dal 1993, sono state posate tante prime pietre, l’ultima quella di Toti nel 2016. L’appalto è stato aggiudicato dalla ditta Pessina, che però si è subito fermata nei lavori: la loro proposta di variante è stata bocciata dalla regione, che oggi è in causa col costruttore, chiedendo dei danni.

Il nuovo ospedale, con un nuovo bando, ha un costo superiore a quello vecchio per quasi 100 ml (264 ml, rispetto ai 177 del vecchio progetto): chi ha vinto il bando si prenderà anche il servizio, che verrà pagato dall’ATS.

La società che ha vinto l’appalto è sotto indagine a Trento: ma all’assessorato sono tranquilli, ci penserà la magistratura.

A Genova c’è l’ospedale Galliera: il pronto soccorso è affollato, perché da 1800 posti letto si è passati a 413 posti. Ci sono padiglioni che sono stati trasformati in ambulatori per attività di intramoenia. Anche qui si parla del nuovo Galliera, che prenderà il posto del padiglione C: i posti letto sono 404, ma si teme che qui apriranno servizi privati, centri commerciali, appartamenti.

Nel frattempo il costo del nuovo Galliera è aumentato, non ci sono soldi per fare manutenzione al vecchio Galliera.

Nella val Polcevera doveva nascere il nuovo ospedale di vallata, ma alla fine qui si realizzerà un nuovo polo della logistica: per realizzare un ospedale che non si farà sono state chiuse delle strutture.

Si parla anche di un nuovo ospedale sulla collina degli Erzeni: ma quell’area è oggi usata come area di parcheggio dei furgoni e dei container della società di logistica che era interessata al progetto.

A Rapallo hanno inaugurato un nuovo ospedale: il pronto soccorso è chiuso perché, rispondono dall’assessorato, non serve per l’ospedale.

Senza le risorse si rischia di fare la fine di Napoleone – spiega l’assessore: ma le risorse del PNRR non basteranno a soddisfare le richieste dei cittadini. Perché come in Lombardia, anche in Liguria, mancano medici e infermieri, ma nel piano regionale non si parla di questo problema.

La scusa perfetta è sempre la stessa, manca il personale: ma la colpa è sempre degli stessi politici in regione e a Roma, che non vogliono investire nella sanità pubblica.

I fondi del PNRR verranno spesi per progetti vecchi e costosi, come il Galliera a Genova o il nuovo ospedale a La Spezia.

A Bordighera c’è solo un punto di primo intervento: qui Adriano e Laura si sono rivolti per un problema della madre, che il medico dell’ospedale ha diagnosticato come problema gastro intestinale. Ma dopo pochi giorni la signora muore.

Il medico si stava specializzando in urologia, la norma consente che ci siano specializzandi nel punto di primo intervento: la signora ha ricevuto solo un elettrocardiogramma, servivano altri esami e i figli hanno fatto causa.

Il punto è preso in gestione da una società privata che fa capo al gruppo Sansavini: sarà la magistratura a far luce su quanto successo.

L’erosione del servizio pubblico parte da lontano, da De Lorenzo, alla Bindi fino alle chiusure degli ospedali nata con la riforma Lorenzin: oggi il governo ha di fronte due scelte, o finanziare il taglio all’Irpef o finanziare la sanità pubblica, cosa sceglierà?

Anteprima inchieste di Report – i quadri degli Agnelli, la collezione di Berlusconi e la fine della sanità pubblica

Questa sera si parla di quadri: quelli del tesoro di Gianni Agnelli oggi conteso dagli eredi dell’avvocato e che dovrebbero essere tutelati dal nostri ministero dei Beni Culturali.

Poi i quadri di Berlusconi, comprati dalle televendite online (avete presente la parodia di Guzzanti?).

Infine il servizio che dovrebbe interessare tutti quanti: la fine della sanità pubblica, sottoposta governo dopo governo ad una eutanasia che la sta spegnendo un pezzo alla volta. La pandemia e il covid non ci hanno insegnato proprio nulla.

Il tesoro di Gianni Agnelli

Che fine ha fatto la collezione d’arte di Gianni Agnelli? Non è una domanda oziosa: queste opere sono finite nel mezzo di un contenzioso legale tra Margherita Agnelli e i suoi figli.


Report ha intervistato l’ex legale di Margherita Agnelli Emanuele Gamna: l’avvocato possedeva un gran numero di quadri e di enorme valore estetico che si trovavano a Torino, nella residenza di Saint Moritz, nell’appartamento che sta davanti al Quirinale “e a quanto mi ricordo dovevano esserci dei caveau a Londra o a Ginevra”. Si parla di quadri di Klimt che, solo loro, valgono più di 100 ml l’uno: Report è venuta in possesso della lista completa delle opere da cui i Klimt risulterebbero essere cinque e non solo due. Lista che – ammette lo stesso avvocato Gamna, non è mai circolata (come ne siete venuti in possesso?).

Per vedere l’elenco completo delle opere possedute dagli Agnelli Report è andata a Ginevra dall’altro legale che gestì le trattative tra Margherita e Marella, Jean Patry: davanti al giornalista apre la cassaforte che contiene la carte coi beni nelle case degli Agnelli. Anche la casa di Parigi, in Corsica: tutti i fogli hanno entrambe le firme, Marella e Margherita Agnelli.
Tutte le opere sarebbero finite nelle mani di Margherita Agnelli: dall’avvocato Jean Patry Manuele Bonaccorsi ha scoperto un’ulteriore lista, non firmata, di opere che sarebbero rimaste nella proprietà di Marella Caracciolo che, dopo la sua morte, sarebbero state ereditate dai nipoti Elkann.

Per trovarne conferma Report è andata sulle alpi svizzere, dove viveva negli ultimi anni Marella: le opere erano custodite in depositi, quando la casa era chiusa, perché erano molto preziose – racconta a Report una persona che quelle opere le aveva viste davvero.
Una sola questione privata? No, perché la procura di Milano ha aperto un’indagine sulla sparizione di alcune di queste opere della collezione Agnelli. I legali degli Elkann avevano scoperto che nell’inventario dei beni negli immobili di Roma e Torino mancava una pagina – racconta a Bonaccorsi il giornalista del Corriere Mario Gerevini – la famosa pagina 75 dove erano indicati diversi dipinti di Monet, Jerome, De Chirico, Balla, Balthus (La chambre). Un piccolo giallo dunque: non solo c’è da capire di chi siano le opere, ma dove siano finite e se siano uscite dall’Italia. Esistono degli accordi bilaterali tra Italia e Svizzera per restituire quelle opere che sono state illecitamente esportate, ma l’accordo vale solo per i beni archeologici, non vale per i quadri, anche se alla fonte dell’esportazione dell’opera ci sia un furto, un’azione di ricettazione o altri reati.

L’elenco di queste opere avrebbe dovuto essere noto al nostro ministero dei Beni Culturali, che ha l’obbligo di tutelare i beni artistici: Report ha incontrato il sottosegretario Sgarbi a cui ha mostrato l’elenco delle 637 opere, chiedendo di quante ne fosse a conoscenza il suo ministero e se quest’ultimo abbia notizie sulla loro attuale locazione.
“I proprietari delle opere d’arte possono fare quello che vogliono” è l’opinione del sottosegretario, il ministero non è un organo di polizia, gli Agnelli potrebbero anche distruggerle secondo Sgarbi.

Secondo la legge italiana – la risposta dello storico Montanari – chi distrugge un’opera d’arte è punito con una detenzione da 2 a 5 anni. Il bene culturale ha un valore, per lo stato italiano, e dunque anche per Sgarbi, che va oltre il possesso fisico del quadro, della tela, del colore. È un bene della collettività vincolato dall’articolo 9 della Costituzione.
Tra queste opere c’è anche un Monet, che veniva esibito dagli Agnelli a Villa Frescot e che nel 2013 è stato venduto ad un’asta a New York, per 10 ml di dollari. Ma nelle liste del ministero non risulta, a quanto afferma Report, nessun permesso di esportazione.

L’ultima persona ad aver visto il Monet potrebbe essere stato proprio Restellini, di una pinacoteca “discussa” che racconta a Report di altri quadri di Gianni Agnelli, che dovevano essere esposti fuori dall’Italia e per cui attendeva l’autorizzazione da parte del ministero: quadri che sarebbero poi stati messi sull’aereo senza aspettare alcuna carta.
A Report Restellini dice che quello esposto nella sua pinacoteca non era “quel” Monet, “Glaçons, effet blanc”: siccome però non ne esistono due copie di questo quadro di Monet, o Sotheby’s avrebbe venduto un falso oppure il quadro sarebbe stato esportato illegalmente.

Del tesoro degli Agnelli ne ha parlato la scorsa settimana Ettore Boffano sul Fatto Quotidiano:

Eredità Agnelli, Balthus, Canova&C.: mosca cieca dello Stato sul “museo” di famiglia

Dov’è conservato oggi quello che potrebbe costituire il più grande museo privato d’Italia, messo assieme da Gianni Agnelli? Almeno 636 opere il cui valore supererebbe il miliardo di euro. Ma soprattutto, che cosa sa davvero di quel tesoro – e della sua collocazione attuale – il nostro ministero della Cultura, che avrebbe diritto a porlo sotto tutela rispetto a eventuali trasferimenti o vendite all’estero? Una prima risposta potrebbe arrivare proprio questa mattina a Milano quando, nel Palazzo di Giustizia, il gip deciderà se archiviare o prorogare le indagini, affidate al pm Eugenio Fusco, sulla presunta sparizione di opere appartenute al “signor Fiat”. La procura ha aperto l’inchiesta dopo un esposto di Margherita Agnelli per “il furto e la ricettazione” di alcuni quadri che la figlia dell’Avvocato sostiene essere di sua proprietà e che non avrebbe ritrovato, dopo la morte della madre Marella, in tre dimore passate nel suo pieno possesso: l’attico romano davanti al Quirinale, la residenza torinese di Villa Frescot e quella storica di Villar Perosa.

Nuovi elementi su questa vicenda saranno invece svelati durante la prossima puntata di Report, in onda domenica 15 ottobre su Rai3, con un servizio di Manuele Bonaccorsi e Federco Marconi che hanno ricostruito da documenti inediti il tesoro artistico di colui che fu l’uomo più potente d’Italia, finito nello scontro dinastico tra la moglie Marella (e con lei i nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann) e la figlia Margherita. Non si tratta di opere qualsiasi: la Melanconia di una strada di Giorgio De Chirico (valore almeno 30 milioni), due Balthus (la Chambre e il Nude Profile), e poi Monet, Sargent, Gèrôme, Indiana, Bacon, Balla (La scala degli addii). “Diverse dozzine di quadri” ha sostenuto, in un’intervista al Fatto e a Report, Andrea Galli, l’investigatore privato svizzero che da anni lavora per Margherita Agnelli.

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Insomma: che i figli non vogliano far sapere alla madre dove si trovino le opere d’arte probabilmente ereditate dalla nonna Marella è comprensibile. Che non lo sappiano gli uffici pubblici deputati alla tutela dei beni culturali – e dunque i cittadini italiani – è invece incredibile. Se i quadri, siano essi nella disponibilità dei fratelli Elkann o della madre, fossero all’estero e senza che il ministero ne fosse a conoscenza, sarebbe una gravissima perdita per l’Italia. E che cosa aspetta dunque il ministro sovranista Sangiuliano ad accertare come stanno davvero le cose e a difendere “il patrimonio storico e artistico della Nazione”, come recita la Costituzione?

La scheda del servizio: Compra l'arte e mettila da parte di Manuele Bonaccorsi e Federico Marconi

Collaborazione di Madi Ferrucci

Immagini di Davide Fonda e Cristiano Forti

Montaggio di Raffaella Paris, Giorgio Vallati e Sonia Zarfati

Grafica di Giorgio Vallati

La collezione di opere d'arte, di straordinario valore, dell'avvocato Gianni Agnelli rimasta fino ad oggi nascosta.

Una lista di oltre 600 capolavori dell'arte moderna e contemporanea, da Monet a Picasso, da Bacon a Balthus, fino a Canova e Balla. È l'immenso patrimonio della collezione di Gianni Agnelli, finita al centro della disputa sull'eredità tra la figlia Margherita e i nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann. Attraverso l'incrocio di decine di documenti inediti, raccolti tra l'Italia e la Svizzera, Report è riuscita a compilare per la prima volta l'elenco completo della ricchissima collezione d'arte della famiglia. Cosa ne sapeva il ministero dei Beni Culturali, che avrebbe il compito di sottoporre a tutela le opere d'arte più importanti? Secondo le informazioni raccolte da Report, molto poco. Alcune opere importantissime negli anni sono sparite nel nulla, sotto il naso delle soprintendenze. E potrebbero essere finite all'estero, negli appartamenti svizzeri o americani degli eredi, battute in aste internazionali o nascoste nei porti franchi svizzeri. Sulla loro scomparsa indaga oggi la Procura di Milano.

L’eutanasia del servizio sanitario

Ospedali vecchi, fatiscenti, reparti inutilizzati, pronto soccorsi affollati, presidi di guardia medica chiusi. Medici che scappano dal pubblico, dove mancano anche infermieri, mentre il privato si arricchisce. Gli investimenti previsti dal PNRR riusciranno a risollevare le sorti del servizio sanitario nazionale? – si chiede Report nell’anteprima del servizio.

Questo non è il primo servizio di Report sul ssn: lo scorso anno aveva indagato sulle case e sugli ospedali di comunità, inaugurate in pompa magna dalla coppia Fontana – Moratti (ancora assieme prima delle elezioni regionali) in Lombardia per scoprire che dietro la facciata non c’era nulla.
Stessa storia nel Veneto, dove sulle brochure si parla di 45 case di comunità nella provincia di Verona, mentre quelle veramente finanziate dal PNRR erano solo 15. Il resto è affidato solo alle buone intenzioni. Sempre a Verona, dei 19 ospedali di comunità sulla carta, solo 6 sono quelli finanziati dal PNRR. Ospedali, come quello di Bussolengo, dove – come spiegava il servizio - erano presenti solo infermieri e non medici, inaugurato (o attivato, perché si gioca anche sulle parole) a novembre 2020 ma rimasto ancora chiuso.

Claudia di Pasquale è tornata in Lombardia ad intervistare l’assessore Bertolaso chiedendo conto delle case ed ospedali di comunità, inaugurate lo scorso anno (e finanziate coi fondi del PNRR), che ancora oggi sono rimaste semivuote.

C’è chi dice che sono semivuote e chi dice che sono semi piene” risponde Bertolaso: sono semipiene se si considera che sono state inaugurate proprio in zone dove erano già erogati quei servizi (di fatto, per i cittadini, non è aumentata l’offerta del servizio sanitario), case inaugurate anche in strutture private.
Miracoli non ne sanno fare – ammette l’assessore che aspetta la disponibilità di più personale medico e di infermieri disposti a lavorare nel pubblico in Italia e in Lombardia.

Eccola la famosa collaborazione tra pubblico e privato di cui tanto si vanta il presidente Fontana: il pubblico è in difficoltà, interviene a pagamento il privato. Anche a Bergamo, la provincia più colpita dal Covid che oggi sconta tanti problemi con la sanità.

Cosa risponde il presidente alle segnalazioni di Report? Lo sapremo stasera.

Quello che sappiamo già è che Bertolaso si era già preparato al servizio di Report: il suo ufficio stampa aveva fatto circolare questo messaggio da far girare a tutte le ASST “Report sta preparando un servizio sulle Case di Comunità contattando varie ASST. La linea che vorremmo tenere è di non dare loro dati o informazioni”.

Gli effetti dei tagli sulla sanità sono stati evidenti durante la pandemia del Covid, quando abbiamo scoperto di essere senza dispositivi, posti letto, protocolli per gestire le pandemie. Oppure quando questi tagli ci toccano sul personale: la giornalista di Report ha raccolto la testimonianza di Stefania Popi: nel 2022 il padre inizia a sentirsi male, febbre, tosse stizzosa, sensazione di soffocare, inappetenza, un peggioramento generale. Per capire cosa avesse il medico di base ha prescritto più volte il ricovero in ospedale e Stefania ha portato più volte il padre al Pronto Soccorso, ma non è mai riuscita a farlo ricoverare. Così alla fine hanno deciso di farlo ricoverare a pagamento, sempre in Humanitas: in cinque giorni hanno finalmente scoperto cosa avesse il padre. Aveva una endocardite, una brutta infezione che doveva essere necessariamente curata in ospedale per tanto tempo. I 5 giorni di ricovero a pagamento sono costati 13 mila euro: non potendosi permettere altri giorni in ospedale, Stefania fa dimettere il padre e lo riporta al pronto soccorso dell’Humanitas per farlo finalmente accedere al servizio sanitario pubblico. Per spostare il padre ha dovuto pagare l’ambulanza, pagando altri 120 euro, per farlo scendere al primo piano e percorrere pochi metri fino al pronto soccorso.

La scheda del servizio: La stiamo perdendo! di Claudia Di Pasquale

Collaborazione di Gofferdo De Pascale e Raffaella Notariale

Immagini di Giovanni De Faveri, Alfredo Farina, Andrea Lilli, Fabio Martinelli, Marco Ronca e Paco Sannino

Montaggio di Daniele Bianchi e Andrea Masella

Una fotografia della situazione della sanità pubblica oggi nel nostro Paese.

La sanità pubblica è a pezzi, i vecchi ospedali sono fatiscenti, quelli nuovi sono semivuoti, interi reparti vengono chiusi per mancanza di personale, mentre le liste d'attesa sono infinite. Trent’anni di tagli alla sanità hanno lasciato un segno indelebile. Neanche la lezione del Covid sembra essere servita. L'ancora di salvataggio lanciata dal Pnrr potrà salvare il Sistema sanitario nazionale? Basterà potenziare la medicina territoriale con la costruzione di case di comunità per garantire ai cittadini il diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione? Dalla Lombardia alla Liguria Report farà una fotografia di come sta messa oggi la sanità pubblica e di qual è la direzione che ormai ha preso il nostro Paese.

I quadri di Berlusconi

Oltre che politico, presidente di una squadra di calcio, editore e tante altre cose, Berlusconi era anche un collezionista di quadri che comprava anche dalle aste televisive.

Sul Fatto Quotidiano ne è uscita una anticipazione a firma Gianni Barbacetto

Lui si mette compulsivamente a comprare”, racconta Sgarbi, “con la Fascina probabilmente, o da solo. Comincia a dire: ‘Sono Berlusconi’. E gli mettono giù il telefono perché pensano che sia uno scherzo”. Ma poi gli acquisti venivano conclusi. “E alla fine, cosa spettacolare, prende un grande magazzino”, continua il critico d’arte oggi sottosegretario alla Cultura. “Un hangar, e lì dentro con macchinette per muoversi, riscaldamento eccetera, mette, che so, 300 paesaggi, 400 battaglie, 150 temi storici, 100 madonne…”. È nata così la raccolta di Silvio Berlusconi, 25 mila tra quadri e altri oggetti d’arte. Racconta Giuseppe De Gregorio, il titolare della Galleria Newarte di Arzano, vicino a Napoli: “Squilla il telefono su un quadro da 150 euro: ‘Questo dipinto lo prendo io’. Dico: ‘Ok, mi dà il nome e cognome?’. E lui dice: ‘Silvio Berlusconi’. Educatamente stacco. Lui ha richiamato subito, stavo quasi per rispondere male. Lui dice: ‘Vabbè, ho capito: segnati il numero’”. Era il centralino di Arcore. “Poi è nato un rapporto di amicizia, correttezza e lealtà”. Un rapporto anche d’affari, durato tre anni. A un certo punto, a Napoli si sparge la voce che Berlusconi sta comprando migliaia di quadri in tv. Spuntano allora come funghi tanti improvvisati telemercanti d’arte, che a volte trasmettono da sgabuzzini. Il più fortunato è Lucas Vianini, di Tele Market. Ora ha aperto una sua galleria a Salò, sul lago di Garda. “Normalmente i quadri si svelano nell’arco delle quattro ore e lui invece capitava che li prenotasse tutti e che rimanessimo con un palinsesto di due ore da riempire senza più opere”. A Sgarbi, Silvio chiedeva consigli e valutazioni sul valore dei quadri. “Voleva che io facessi delle perizie che erano impossibili… Perché non c’era niente da scrivere, nel senso che se uno prende una copia di una veduta di Canaletto, è una copia, che devi scrivere?”. Al posto di uno Sgarbi riluttante, Berlusconi incarica come curatore della sua collezione il televenditore Lucas Vianini che si trasferisce a Milano. “Sì, in una dependance all’interno di Villa Gernetto, questa reggia monumentale nel cuore della Brianza, dove ho vissuto oltre due anni”. È Vianini che inizia a catalogare le opere stivate nell’hangar. Silvio ne era fierissimo, quando le mostrava agli ospiti. Sgarbi era più dubbioso: “Con 20 milioni, in quei tre o quattro anni poteva fare una raccolta di cento quadri bellissimi”. Invece ne ha presi 25 mila. E diceva, felice: “Che meraviglia, è la più grande raccolta del mondo”. “Una cosa un po’ infantile”, commenta Sgarbi.

La scheda del servizio: Il collezionista di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

Immagini di Alfredo Farina, Davide Fonda, Cristiano Forti e Marco Ronca

Montaggio di Igor Ceselli

Grafica di Giorgio Vallati

La "quadreria del Presidente” le 25mila opere d’arte acquistate da Berlusconi.

Secondo il sottosegretario Vittorio Sgarbi, negli ultimi anni di vita Silvio Berlusconi avrebbe speso più di 20 milioni di euro in opere d’arte, molte delle quali acquistate telefonando direttamente ai centralini delle televisioni locali durante alcuni programmi di televendite. Le telecamere di Report sono entrate in uno show room di Arzano, piccolo comune a pochi chilometri da Napoli, dove l’ex Presidente del Consiglio avrebbe comprato circa 5mila quadri. Le 25mila opere d’arte acquistate da Berlusconi sono custodite in un hangar di fronte a Villa San Martino, ad Arcore. Report mostrerà in esclusiva le immagini della “quadreria del Presidente”.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.