Visualizzazione post con etichetta Facebook. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Facebook. Mostra tutti i post

03 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - il laboratorio di Israele e le prossime elezioni americane

Stasera Report si occuperà della destra mondiale: quella di Israele, “come laboratorio della destra internazionale”, e di Gaza “usata come laboratorio per testare le armi”. Poi la destra di Trump e le elezioni americane, con un racconto dei rapporti inediti del candidato repubblicano con gli italo americani.

La guerra di Israele a Gaza

Per mesi abbiamo sentito dire, dai giornalisti, gli opinionisti, quelli che ne sanno insomma, che quella di Israele a Gaza era una guerra legittima, in risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, con la morte di migliaia di persone e il rapimento di 250 ostaggi.

E le morti civili? Da imputare ad Hamas, questo dicevano nei talk, se liberasse gli ostaggi finirebbe tutto.

Poi, di fronte alle immagini delle macerie, al numero di morti civili crescente, donne e bambini, questa narrazione tossica è diventata insostenibile.
A Gaza, se non è un genocidio, parola tabù fino a poco tempo fa, sta accadendo qualcosa di grave.
“Ho ordinato un assedio totale sulla striscia di Gaza, non ci sarà elettricità, benzina, cibo, chiuderemo tutto, stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza”: così parlava all’indomani della strage il ministro Gallant con l’annuncio dell’operazione Spada di ferro, l’operazione più sanguinosa messa in atto dall’esercito israeliano, partita con bombardamenti indiscriminati su Gaza e poi passata ad una invasione di terra che sembra non arrestarsi mai. Come aveva detto il ministro, i bombardamenti non stanno distinguendo civili e miliziani di Hamas. Siamo arrivati a 41mila vittime, secondo il ministero della salute di Gaza, la stragrande maggioranza di questi è gente comune, quasi 17 mila sono bambini e, tra questi, quasi duemila avevano meno di due anni.

La parola genocidio è stato un tema divisivo nel dibattito politico dei singoli paesi europei non solo in Italia: Giorgio Mottola ha intervistato il professor Raz Seagal - professore di storia dell’Olocausto, che racconta come gli attacchi contro di lui sono arrivati dopo un articolo sull’attacco di Israele a Gaza, definito un “caso da manuale di genocidio”.
Dopo questo articolo è scoppiato uno scandalo perché alcune associazioni ebraiche del Minnesota lo hanno attaccato sostenendo che la sua posizione sull’attacco lo rendeva incompatibile con l’incarico di direttore del centro studi per l’Olocausto, così pochi giorni dopo il rettore dell’università gli ha scritto ritirando l’offerta di lavoro.



Eppure le posizione di Raz Seagal, presentate nei suoi articoli scientifici sono condivise tra i sessanta più importanti studiosi di Olocausto. Lo scorso dicembre hanno pubblicato un documento in cui spiegano perché a Gaza si stia compiendo un genocidio.
La Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite definisce come autore di un genocidio chiunque compia almeno una di queste cinque azioni, con l’intento di distruggere nella sua interezza o in parte un gruppo etnico o religioso:
- se ne uccide i membri

- se li danneggia fisicamente o psicologicamente

- se infligge condizioni di vita tali da causarne la distruzione

- se ne limita la procreazione

- se ne deporta i figli

“A Gaza si assiste alla dinamica della violenza genocida declinata secondo queste cinque azioni : i massimi livelli militari e istituzionali del paese lo hanno annunciato fin dall’inizio in modo chiaro che il loro intento è distruggere Gaza. Sono partiti subito bombardamenti indiscriminati, Israele ha usato le proprie bombe più potenti nel sud di Gaza, nelle aree che aveva indicato come sicure. Migliaia di rifugiati erano adnati lì perché Israele aveva detto ‘andate lì’ e l’esercito poi li ha bombardati. E questo è proprio uno dei casi descritti dalla Convenzione internazionale, creare le condizioni per distruggere fisicamente un gruppo etnico, nella sua totalità o in parte. Non dimentichiamo che il ministro della difesa israeliano ha definito gli abitanti di Gaza come animali, l’indicazione di una intera popolazione civile come nemica è alla base di qualsiasi meccanismo genocidiario. ”
La posizione del professor Seagal e degli altri accademici è stata contestata da una larghissima parte del mondo ebraico e dell’occidente filo-israeliano. L’accusa di genocidio contro Israele viene infatti considerata come un pericoloso segnale di recrudescenza dell’antisemitismo internazionale.

Per mesi ci si è scontrati, anche qui in Italia sulla parola “genocidio”: “certo che non è genocidio, perché chi lo dice fa antisemitismo perché paragona Israele al nazismo” – queste le parole di Fiamma Neirenstein, per anni giornalista ma con anche un’esperienza politica nel Popolo della Libertà, oggi consulente del governo di Israele nella lotta contro l’antisemitismo.
Ci sono stati altri genocidi nel mondo ma – spiega la giornalista – “se lo si riferisce agli ebrei è chiaro che si tratta di criminalizzazione dello stato di Israele e la criminalizzazione degli ebrei è assimilabile all’antisemitismo”.
A spaventarla non sono solo gli episodi di antisemitismo, aumentati del 400% dopo il 7 ottobre, ma anche le manifestazioni in piazza a favore della Palestina.
In queste manifestazioni, spiega al giornalista di Report, si esprime anche odio verso gli ebrei: esprimere una critica allo stato e al governo di Netanyahu è antisemitismo, “sono vent’anni che spiego che l’antisemitismo che prima era religioso, poi è diventato razzista e poi è diventato odio per lo stato di Israele.”

Il servizio di Giorgio Mottola ha ricostruito l’attacco di Hamas del 7 ottobre, preparato con cura e che ha colto di sorpresa le forze militare che presidiavano i varchi delle recinzioni erette nel 2007 che rinchiudono il territorio di Gaza: è stata molto più che una azione terroristica – racconta il giornalista – alle 6 del mattino un migliaio di miliziani iniziano ad attraversare il confine occidentale della striscia, neutralizzano le difese israeliane, i carri armati di giardia e le torrette di avvistamento. Altri miliziani sono arrivati via mare, altri dal cielo con i deltaplani: dapprima attaccano le basi militari, sparando per uccidere i militari e prendendo i superstiti come ostaggi. Poi i miliziani si sono diretti verso sei centri urbani, uccidendo chiunque incontrassero per strada, una volta arrivati nei centri residenziali hanno iniziato a sparare contro le case, senza risparmiare nessuno, donne e bambini. L’obiettivo civile più importante è il Nova Fest, il rave party dove si erano radunati migliaia di giovani. È la mattanza dei ragazzi e delle ragazze, uccisi sul posto o rapiti. 1151 persone uccise di cui 274 i soldati e 859 i civili, tra loro 2 neonati e 46 sotto i diciannove anni. Gli ostaggi catturati sono stati 251 nascosti nei bunker di Hamas a Gaza.
LA risposta di Israele è arrivata subito, annunciata dalle parole del ministro Gallant, con l’operazione Spade di ferro, con una delle operazioni più sanguinose del paese. Coi bombardamenti, coi droni militari, con l’invasione dell’esercito per cancellare Hamas ed eliminare tutti i suoi miliziani. Ma al momento, ad essere cancellata, sembra essere la Striscia di Gaza, con bombardamenti che non discriminano miliziani e civili.


Uno dei passaggi più importanti del servizio riguarderà le armi che Israele usa a Gaza diventata laboratorio bellico della difesa israeliana: armi sperimentate sul campo, sulla pelle dei civili e che poi vengono vendute ad altri paesi, come l’Italia. Ad esempio l’intercettore mostrato nell’anteprima del servizio. Giorgio Mottola ha incontrato ad una “fiera delle armi” un rappresentante dell’ufficio stampa della Elbit System che lodava questo sistema antimissile che consente di localizzare da dove viene l’attacco e lanciare in risposta un missile intercettatore, ora stanno provando a venderlo all’Italia, caso mai anche noi venissimo attaccati, chessò, dalla Francia o dall’Austria. Negli ultimi dieci anni l’industria bellica israeliana ha aumentato del 100% le esportazioni, raggiungendo nel 2023 la cifra record di 12 miliardi di euro, quasi il doppio dell’Italia che è però un paese dieci volte più grande. Israele è il nono esportatore in armi nel mondo, ma in rapporto al numero di abitanti risulta il paese che guadagna più al mondo dall’export di armi (siamo a 1300 euro per abitante, mentre in Italia il rapporto è a 100 euro pro capite).
Shir Hever – economista del movimento BDS (il movimento europeo per il boicottaggio di Israele) racconta a Report come in molti paesi europei il rapporto dell’import export delle armi è 80-20, 80% per uso domestico e 20% per esportazione, in Israele è l’opposto, il 20% delle armi prodotte è per uso domestico, il resto è venduto all’estero.
“Secondo le convenzioni internazionali è vietato vendere o acquistare armi da paesi che sono sospettate di compiere crimini di guerra o peggio ancora che sono accusate di genocidio. Perciò formalmente è illegale comprare armi da Israele ”.
Nonostante questo alla fiera d’armi più grande d’Europa sono esposti pronti per essere venduti i prodotti delle principali aziende israeliane del settore della difesa, come SmartShooter, azienda che usa l’intelligenza artificale per potenziare le armi usate in guerra. Come i fucili montati di telecamera per garantire la massima precisione del tiro, per uccidere le persone. “Si può centrare l’obiettivo al primo colpo” viene garantito: sono armi vendute all’esercito di Israele che vengono usate a Gaza come a dire, sono armi provate sul campo, nel corso di un esercizio bellico reale. Sono armi vendute anche all’Italia: per i clienti è importante sapere che queste armi sono state testate con successo su un vero campo di battaglia: “se vai alla BMW e chiede se la loro macchina è la migliore ti diranno ‘certo è la migliore’, qui in questa fiera ognuno dira che il suo prodotto sia il migliore ma se un esercito l’ha sperimentato sul campo è come avere una recensione indipendente. Se l’esercito israeliano dice usiamo quest’arma sul campo, è fondamentale. Il miglior spot commerciale”.
L’operazione militare a Gaza costituisce il miglior spot commerciale possibile per la maggior parte dei produttori israeliani che stanno rifornendo armi all’esercito di Tel Aviv.
Non ho parole per commentare questa deriva bellicista.

Un altro passaggio del servizio riguarderà lo stretto rapporto tra la destra italiana e i movimenti a supporto dell’attuale governo di Tel Aviv come anche lo stretto rapporto tra la destra italiana con la destra europea: Nazione futura, think tank d’area di Fratelli d’Italia e dell’orbaniano Danube Institute sono, assieme alle fondazioni americane e israeliane, i promotori degli eventi europei dei movimento nazional conservatore che nel 2020 ha avuto il suo battesimo in Italia quando a fare gli onori di casa c’era Giorgia Meloni.

Nell’ultimo caso di “spionaggio”, l’inchiesta su Equalize l’agenzia de security milanese con forti agganci negli apparati di stato e con la politica, è emersa la collaborazione dei servizi israeliani: Report torna ai tempi del governo Renzi, quando l’ex presidente aveva proposto la creazione del’agenzia si cybersecurity nazionale, che doveva essere affidata a Carrai, amico e collaboratore di Renzi e anche console onorazio di Israele, “perché Israele ha tante cose sulla cybersecurity ha tante cose che potremmo copiare”.


Renzi aveva chiesto esplicitamente a Carrai come avrebbe gestito lui questa agenzia, dove avrebbe speso i primi fondi: quest’ultimo replica che la prima cosa da fare è l’adozione di software israeliani per il riconoscimento facciale che analizzando i dati delle telecamere riescono a capire se una persona sta per compiere un reato. Come quelli usati in Cisgiordania. Non è una richiesta casuale, all’epoca il cuore delle aziende di sicurezza di Carrai era in Israele, come israeliani erano i suoi soci, molti dei quali arrivavano dagli apparati di sicurezza.
“Marco Carrai, prima che diventassi presidente, collaborava coi servizi segreti italiani [non israeliani]” ha risposto l’ex presidente Renzi: è una notizia quella che da a Report, ma agli atti (delle inchieste su Renzi) risultano solo i rapporti tra l’imprenditore e dirigenti di Aisi e Aise, come il generale Luciano Carta e il dirigente Beniamino Nierenstain, figlio di Fiamma Nierenstain (nel corso del 2015).
Ma in base ai documenti di cui Report è in possesso, Carrai aveva rapporti stretti anche con Yossi Cohen, una delle figure apicali dei servizi segreti di Israele.
No – spiega Renzi – Cohen era nello staff di Netanyahu non era ancora capo del Mossad e l’ho incontrato io: quando nel 2016-17 è diventato capo del Mossad ha collaborato coi governi Gentiloni, Conte e Draghi.
Cohen, come riporta Il Guardian, avrebbe fatto delle pressioni e rivolto minacce contro un giudice della Corte Penale Internazionale che stava per chiedere l’arresto del premier israeliano per crimini di guerra.

Diversamente da come ricorda Renzi, Cohen era già direttore del Mossad quando Carrai va ad incontrarlo nel periodo della trattativa per diventare capo dell’agenzia di cybersecurity in Italia e il rapporto con Cohen va avanti anche negli anni successivi.
Nel 2019 Carrai scrive a Renzi una mail in cui Cohen, mentre ricopriva l’incarico di direttore del Mossad, si proponeva come intermediario con l’India per le aziende italiane.

La scheda del servizio: Il laboratorio di Giorgio Mottola

Collaborazione di Silvia Scognamiglio e Greta Orsi

Immagini di Omar Awwad, Chiara D’Ambros, Carlos Dias e Alfredo Farina

Montaggio e grafiche di Giorgio Vallati

Report ricostruisce come Israele si sia trasformato nel laboratorio politico dell'estrema destra internazionale

Dopo l'attacco terroristico di Hamas contro postazioni militari e insediamenti civili israeliani il 7 ottobre dello scorso anno, in cui sono morte circa 2000 persone, il governo di Benjamin Netanyahu ha lanciato una campagna a tappeto per colpire Hamas nella Striscia di Gaza. A pagare sono stati soprattutto i civili: secondo le fonti sanitarie di Gaza i morti al momento sono oltre 43.000, almeno 17.000 sarebbero minori. La Corte internazionale di giustizia ha avviato un procedimento in cui lo Stato di Israele è accusato di genocidio. Report ha ricostruito come negli ultimi vent'anni Israele si sia trasformato nel laboratorio politico dell'estrema destra internazionale mentre a Gaza le industrie belliche e della cybersecurity israeliane testano le loro armi e i loro prodotti, che vengono poi rivenduti all'estero e anche in Italia.

I sostenitori italiani di Trump

Martedì si vota e mercoledì in Italia sapremo il nome del prossimo presidente americano: potrebbe esserci, nonostante i processi, nonostante le accuse sulle responsabilità per l’assalto al Campidoglio il giorno dell’insediamento di Biden, il ritorno di Donald Trump. Tra l’altro, l’ideologo della sua passata campagna elettorale e anche l’ideologo della nuova destra mondiale, Steve Bannon è stato rilasciato e ora potrà riprendere la sua campagna elettorale per i repubblicani. Potrebbero vincere loro, prendendo voti perfino dalla comunità afroamericana, sicuramente i voti arriveranno dagli italo americani: una volta erano il serbatoio di voti dei democratici, oggi, come racconterà il servizio di Report, in tanti nella comunità italiana votano per Trump (almeno ad ascoltare gli umori della piazza dove si festeggiava il Columbus Day). Un paradosso se si pensa che sono i figli e i nipoti di quanti, tanti anni fa, sono emigrati dal nostro paese per cercare fortuna “all’America”. Un po’ come oggi succede agli emigrati che dal sud del continente vogliono arrivare negli Stati Uniti dovendo affrontare il muro e le tante milizie sovraniste, pronte anche a sparare.
“Trump fa avere rispetto all’America, agli italiani a tutto”, dicono: ma il legame con la comunità degli italiani nasce molto prima di quanto l’ex presidente si buttasse in politica. Risale ai tempi in cui The Donald era un giovane palazzinaro e le famiglie mafiose italiane controllavano il business delle costruzioni.
Lo racconta a Report il giornalista investigativo David Cay Johnston: le relazioni con la mafia iniziano con sui padre, Fred Trump, che dopo la guerra ottenne enormi prestiti governativi per costruire complessi residenziali nei quartieri periferici di New York City. “All’epoca aveva bisogno di molto aiuto da parte dei mafiosi” continua il racconto “perché l’industria delle costruzioni era, e in una certa misura lo è ancora, controllata dalla mafia. Stringendo un’alleanza con Willie Tomasello, associato delle due più grandi famiglie mafiose di New York, i Genovese e i Gambino, Fred Trump riuscì a garantire che i suoi progetti fossero realizzati senza problemi coi sindacati delle costruzioni che erano sotto il controllo della mafia. E in cambio Fred Trump li pagava.”
A fare da ponte con la mafia sarebbe stato il suo avvocato Roy Cohn, all’epoca difensore di fiducia dei più grandi boss di N.Y. tra cui Antony Salerno.

A raccontare dei rapporti tra Trump e la mafia di N.Y è anche Murray Richman l’avvocato che per sessant’anni ha difeso tutte le famiglie mafiose della città e ha avuto a che fare coi principali boss della grande mela, proprio come Salerno, boss della famiglia Genovese in passato guidata da Lucky Luciano.
Trump era solito andarlo a trovare – racconta a Report Richman – Trump e Tony Salerno si conoscevano, l’avvocato Roy Cohn li ha messi in contatto.

Nel servizio verrà intervistato John Alite “ex killer della più potente famiglia mafiosa di New York, i Gambino di John Gotti, con alle spalle almeno 7 omicidi e un centinaio di pestaggi ”: anche lui è uno dei supporter dell’ex presidente Trump, aveva anche preso parte all’assalto di Capitol Hill.
Sta con Trump perché sa di avere una sua influenza politica, per quel milione di visualizzazione dei suoi video su Tik Tok.
Lo ammette candidamente, i pestaggi, l’aver sparate a delle persone poi dalla vocazione per i pestaggi è passato alla vocazione politica, con l’assalto al congresso nel 2020 dopo la vittoria di Biden. Cosa succederà se Trump non dovesse vincere? “Vedrai proteste in tutte le strade, come protesteranno queste persone? Alcune in modo violento, altre semplicemente protesteranno per strada, ma non sarà tutto a posto perché sarà la fine della libertà”.
Gira una foto di Alite con Trump che ha causato qualche imbarazzo a Trump, che si è difeso dicendo di non conoscere l’ex killer, ma non è vero. Alite ha incontrato Trump la prima volta negli anni 90, nei suoi casinò, si sono incontrati decine di volte, è stato persino nella villa di Mar-A-Lago.

Un altro sostenitore di Trump è Joe Merlino ex boss della mafia di Philadelphia, oggi influencer e podcaster. La gente lo ama, si fa fotografare con lui, è uno capace di influenza le scelte delle altre persone, per esempio a votare Trump “a tutti i costi”, “il più grande presidente degli Stati Uniti”, se dovesse perdere potrebbe tornare in Italia.
Nei suoi podcast parla di politica, di cibo e di “rats”: chi sono queste persone? Sono quelli che parlano e che lui cerca di smascherare. Si ritiene in ex mafioso? Assolutamente no, “non so niente della mafia, fbi è la mafia..”
Alla domanda del giornalista sugli affari di Trump nelle costruzioni e dei rapporti con le famiglie mafiose l’influencer inizia a cambiare tono, “ti ho detto che non volevo parlare di questa roba”.
Lasciate stare in pace Trump, ripete al giornalista di Report che, come si capisce dal video, non è persona gradita da questo gruppo di sostenitori del candidato repubblicano (con tanto di insulti..).
Un mafioso non perde il vizio di fare intimidazioni, una volta mafioso, sei sempre mafioso, a meno che diventi un pentito: “devo dirtelo, quello che hai fatto è molto poco professionale.. perché parlavi della mafia, cosa c’entra la mafia con tutto questo .. scopriremo chi sei e cosa stai facendo .. se c’è un modo per rovinarti lo faremo. Che ne dici?”.
Insomma, parlare di certi argomenti è tabù, tra i supporter di Trump: le minacce sono il prezzo per aver posto domande scomode agli influencer come Merlino.

Giampiero Calapà sul Fatto Quotidiano ha pubblicato una anticipazione del servizio

Report: l’impero di Trump costruito coi soldi della mafia

alle 20.30 in tv - “Incontrò il boss Tony Salerno”

Di Giampiero Calapà

Donald Trump ha sempre negato di aver incontrato e intrattenuto rapporti con le famiglie mafiose italo-americane di New York City. È una storia di cemento, acciaio, grattaceli, casinò, gangster e soldi, molti soldi, quella che racconta Report – stasera alle 20.30 su Rai3 – riscrivendo parte dell’epopea di The Donald proprio nell’imminenza del voto americano per la presidenza degli Stati Uniti.

Sarebbe già diventato presidente sconfiggendo Hillary Clinton, Trump, se non avesse avuto alle spalle un impero immobiliare da 3,9 miliardi di dollari? domanda Report, fornendo qualche risposta: “Una fortuna che nasce con il padre Fred che ha fondato la Trump Organization, maturata grazie anche ai proventi dei tre casinò costruiti negli anni Ottanta: Harrah’s at Trump Plaza; il casinò di Hilton; l’ultimo nel 1990, il Trump Taj Mahal, il casinò più grande al mondo realizzato con un investimento di un miliardo di dollari. Oggi tutti falliti, ma all’epoca furono la chiave delle fortune di Trump. Con il contributo di chi?”.

Il servizio di Sacha Biazzo fornisce alcune risposte. Al microfono della Rai parla il giornalista investigativo David Cay Johnston, già premio Pulitzer: “La relazione con la mafia italiana a New York iniziò con suo padre, Fred Trump. Dopo la guerra ottenne enormi prestiti governativi per costruire complessi residenziali nei quartieri periferici di New York. All’epoca aveva bisogno di un grande aiuto da parte dei mafiosi, perché l’industria delle costruzioni a New York era, e lo è ancora, controllata dalla mafia. Fred Trump strinse un’alleanza con Willy Tomasello, un associato delle due più grandi famiglie mafiose di New York, Genovese e Gambino. E così riuscì a garantire che i suoi progetti venissero realizzati senza problemi con i sindacati delle costruzioni che erano sotto il controllo della mafia. In cambio Fred Trump pagava la mafia”.

La scheda del servizio: Make America Italian Again di Sacha Biazzo

Montaggio e grafica di Monica Cesarani

I collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana

Report ha rintracciato una serie di possibili e mai esplorati collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana, attraverso nuove testimonianze di ex boss della mafia, investigatori, legali, e alcuni strettissimi collaboratori che in passato lavoravano con l'attuale candidato alla Casa Bianca. L'inchiesta svela come, dai tempi della costruzione della Trump Tower ad oggi, Trump non avrebbe mai smesso di dialogare, direttamente o indirettamente, con boss ed ex killer della mafia italo americana. Sarà proposta una prospettiva senza precedenti su come Trump, dai suoi primi affari a Manhattan fino all’attuale corsa elettorale, possa essere rimasto legato a figure di spicco delle famiglie mafiose. Un'inchiesta che porterà a interrogarsi sulla possibile influenza della mafia italo-americana nel determinare il futuro presidente degli Stati Uniti.

L’influenza dei social media sulla democrazia

I social in queste elezioni hanno un ruolo importante: Report racconterà del lavoro di Tanisha Long e della sua associazione, “Abolition Law Center” che si occupa di dare supporto alle persone che escono dal carcere, a Pittsburgh. Qui le persone finiscono direttamente dal Tribunale al carcere, senza vedere la luce. Il suo gruppo si batte da anni contro le terribili condizioni di vita dei detenuti del carcere di Allegheny, offrendo supporto e assistenza a chi non può permettersi la tutela legale e a chi, dietro le sbarre, ha subito abusi e violenze e cerca di ricostruirsi una vita una volta fuori.
“Questo carcere ha il più alto tasso di morti in carcere del paese, nella nostra contea i neri sono il 13% della popolazione, ma rappresentano il 60% dei detenuti”.
È fondamentale sensibilizzare i giovani su questi temi e per questo usano i social network, come Facebook: i contenuti postati prendono pochi like, da pochi mesi – racconta Tanisha – Meta filtra i contenuti con l’intelligenza artificiale tramite immagine e parole. Anche nelle foto, dove lei indossa la Kefiaf riceve meno like del solito, è una sorta di censura.
La nuova policy di Meta che limita la diffusione di contenuti politici penalizza gli attivisti social come Tanisha: su Facebook e Instagram ha portato avanti per anni le raccolte fondi per aiutare chi usciva di prigione.
Un giorno, mentre cercava di raccogliere tremila dollari per un suo assistito, il figlio era morto in prigione e volevano procurargli una lapide. Quando ha pubblicato un post dove spiegava che ra stata la polizia ad ucciderlo, nessuno donava. Allora ha cambiato strategia, creando un post dove invitata i follower a leggere un libro nella didascalia successiva c’era la raccolta fondi e ha funzionato: “i social media ci hanno aiutato ad aumentare il coinvolgimento delle persone anche fuori dalla nostra città”, come successo anche col video della morte di George Floyd.

La scheda del servizio: Meta-Politica di Lucina Paternesi

Collaborazione di Roberto Persia

Immagini di Alessandro Spinnato

Ricerca immagini di Tiziana Battisti

Montaggio di Francesca Pasqua e Michele Ventrone

Grafiche di Michele Ventrone

Meta ha deciso di tagliare la politica dai propri social network.

Da febbraio di quest’anno Meta ha deciso di implementare una nuova limitazione sui contenuti di tipo politico su Instagram e Threads, l’ultimo social nato in casa Zuckerberg. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica e l’assalto a Capitol Hill fomentato dalle fake news che circolavano su Facebook, Meta ha deciso di tagliare la politica dai propri social network. Ma chi decide cosa è politica? E quali sono le voci che rischiano di sparire dal dibattito pubblico? Viaggio in un’America spaccata in due che si appresta a scegliere il nuovo Presidente tra attivisti, influencer e giovani che reclamano spazi fisici e digitali per esprimere il proprio dissenso.

Fratelli, sorelle e parenti vari d’Italia

Report tornerà ad occuparsi della gestione del ministero della cultura col ministro Giuli: nei giorni passati il ministro ha nominato il suo nuovo capo di Gabinetto, sarà Valentina Gemignani a prendere il posto di Francesco Spano. Moglie del deputato catanese Basilio Catanoso con precedenti incarichi alle spalle nella pubblica amministrazione nel ministero delle Finanze.
Nel servizio si parlerà anche dell'incarico affidato ad Antonella Giuli, che per anni si è occupata della comunicazione del partito e a gennaio è stata assunto all'ufficio stampa della Camera. 

La scheda del servizio: La Sorella d'Italia di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Fabio Martinelli

Montaggio e grafiche Giorgio Vallati

Report torna con novità importanti sulle vicende che hanno coinvolto la recente gestione del Ministero della Cultura.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 febbraio 2020

Presadiretta – tutti spiati

Due servizi: l'utilizzo dei nostri dati da parte di società private che sanno tutto di noi e la moneta parallela usata, oltre all'euro, in Sardegna.



Una moneta per amica

In Sardegna si sono inventati una moneta parallela, il Sardex, moneta virtuale che si basa sullo scambio di servizi da parte di utenti e imprese del circuito.

Gli euro si usano per bollette e affitti: le medie imprese lavorano in rete e i dati della fatturazione, cresciuta del 15% in alcuni casi, hanno dato conferma della bontà del progetto.

Questa rete è nata in una delle zone con maggiore disoccupazione, il Medio Campidano: con questa rete si sono aiutate le imprese, che vengono esaminate per poter aderire, che vengono messe in contatto tra loro e con gli utenti.



Sardex si basa sui principi della circolazione della moneta, sulla moderazione dell'offerta dei servizi (non possono iscriversi troppi avvocati in una stessa zona per non creare eccesso di offerta): in dieci anni ha contribuito allo sviluppo di aziende sane e competitive, che ora attraggono maggiori investimenti dalle banche.



La rete include servizi complessi: una mensa compra il cibo per la mensa e i genitori pagano in Sardex per la retta; si pagano in Sardex le sponsorizzazioni di una squadra di calcio che ora è passata in Promozione.



Sardex cresce insieme alle storie delle imprese e delle persone che la usano: “Una moneta chiamata fiducia” è il titolo di un libro dedicato a questa moneta virtuale molto radicata sul territorio e che oggi è studiata anche all'estero.



Tutti spiati (?) di Danilo Procaccianti



Un'altra moneta di cui parlerà Presadiretta sono i nostri dati: siamo spiati tutti i giorni, tutte le ore, da tutti i device che abbiamo in casa. I nostri dati, che arrivano gratis alle aziende, vengono comprate dai data broker per influenza perfino la politica e non solo i nostri gusti.



Danilo Procaccianti è partito dalla casa di Matteo, appassionato di smart-home, una casa dove i device comandano tapparelle, antifurto, aspirapolvere.

Peccato che il tracciato della casa, registrato dall'aspirapolvere, arrivi alla società che lo produce che può anche usarlo: Matteo è costretto a concedere dei suoi dati per usare un prodotto che ha pagato.



Amazon per Alexa, Samsung per la smart TV, Google per Android: sanno tutto di Matteo e incrociando i dati, possono fare previsioni sui suoi prossimi acquisti che gli arrivano come suggerimenti.

LA casa di Matteo lo spia, ne prende le parole, le usa: siamo connessi sempre a internet grazie a device che paghiamo anche meno del prezzo di produzione, perché si ripagano coi dati che ci catturano.



Anna Maria Mandalari è una scienziata che lavora a Londra: ha dimostrato che molti dei dispositivi che usiamo, anche quelli per la sicurezza, ci spiano.

Mandano pacchetti a diversi siti fuori dall'Italia, usando anche traffico criptato: c'è una telecamera che fa port-scanning, mentre è attiva, per capire se ci sono altri dispositivi da cui estorcere dati.



LA telecamera di Xiaomi invia i dati raccolti, l'ora, il video ripreso, in modo non criptato in Cina: meno costano e più spiano di fatto.

Se non si accettano i termini di utilizzo di questi dispositivi, non si possono usare: la smart TV per esempio si collega a Facebook, anche se al suo interno non c'è installato Facebook e lo stesso vale per Netflix.



Ci sono dispositivi che si indossano, come la giacca di Levi's dove, nel suo polsino si può inserire un device che si collega ad una app. Tocchi il polsino e puoi comandare lo smartphone, farti un selfie e ascoltare musica.



Ci sono termometri social dove, ti registri la temperatura e i dati finiscono online.

Ci sono sex toys che mandavano all'azienda produttrice i dati di utilizzo del vibratore.



A cosa servono questi dati? Per creare un nostro profilo, che identifichi il singolo, anche non solo per nome e cognome, ma come persona che fa delle operazioni, che ha dei gusti e che in futuro potrebbe voler comprare o fare qualcosa.



Tracciature che avvengono tramite i cookie: etichette che raccontano le nostre abitudini su internet, usati anche per monitorarci in tempo reale, vedere i siti che abbiamo visto in modo molto intrusivo.



E' come se girassimo ogni giorno con un braccialetto elettronico, che traccia quello che facciamo: è quanto fa oggi Google, con la sua timeline, i luoghi visitati, per quanto tempo, i mezzi di trasporto usati per spostarci.

E sono informazioni che abbiamo dato noi a Google.



Alcuni giornalisti del NY Times sono entrati in possesso delle informazioni sugli spostamenti di centinaia di persone: tra queste anche un agende dei servizi segreti americani, uno di quelli adibiti alla sicurezza di Trump.

Nemmeno il presidente degli USA è al sicuro, figuratevi come lo siamo noi.



Lo sa Google e lo sanno le altre App collegate, senza che noi lo sapessimo: anni fa era emerso che delle App raccoglievano informazioni sulle mestruazioni e sulle abitudini sessuali delle donne che si erano registrate. Informazioni che poi erano inviate a Facebook.



Tik tok è stata scaricata da più di 1 miliardi di persone, compreso Salvini: si creano video con della musica in sottofondo, in modo semplice.

Dietro questa App c'è l'interesse dei brand, dei marchi, ma c'è anche un'azienda cinese: i garanti della privacy di tutto il mondo hanno lanciato l'allarme, contestando il fatto che l'azienda non ha protetto minori di 13 anni dall'uso di questa app.



Prendono i nostri dati e ci costringono anche a fare degli spostamenti: è quello che succede ai giocatori di Pokemon Go, una app di realtà aumentata, che indirizza i giocatori verso certi edifici, verso certi locali che magari pagano la società produttrice per far arrivare un certo numero di persone.

Persone che sono considerate come marionette: si parla di capitalismo della sorveglianza, racconta la sociologa Zuboff, perché in questo mondo l'ultimo prodotto da sfruttare siamo noi.

Paghiamo per farci dominare, per orientare i nostri comportamenti, siamo ad un passo dal grande fratello: per i capitalisti della sorveglianza noi siamo solo utenti anonimi.



La nostra democrazia è a rischio, perché abbiamo perso la nostra sovranità e i nostri comportamenti sono influenzati dalle società della rete: lo ha raccontato l'inchiesta sullo scandalo Cambridge Analytica.



Attraverso gli algoritmi, che incrociano i dati che lasciamo sui social, le società della rete sanno tutto di noi, la nostra personalità, i nostri gusti, le nostre scelte in campo politico.

Il referendum sulla Brexit è stato condizionato da questi meccanismi: Cambridge Analytica ha usato i dati 8 milioni di profili di Facebook per influenzare il voto di milioni di elettori, non solo in Inghilterra ma anche in America, bombardati con messaggi ad hoc personalizzati.



Presadiretta ha intervistato Brittany Kaiser, ex dipendente di questa società fondata da Steve Bannon, braccio destro di Trump e ideologo della destra sovranista: la vittoria di Trump ha influenzato la vittoria di Trump, “questa è la tragedia della nostra democrazia nel 2016”. Messaggi per condizionare potenziali elettori di destra e per scoraggiare al voto elettori di Hillary Clinton.



Fake news, notizie false, che hanno perfino nascosto la realtà di tutti i giorni: il numero dei rifugiati che sarebbero arrivati in Inghilterra, del costo del rimanere nell'Unione, tutto grazie ad annunci che sono apparsi su Facebook per poi sparire, annunci visibili solo dai singoli utenti.



Il fondatore Zuckerberg ha sempre negato rapporti con Cambridge Analytica, non ha mai sospeso annunci a pagamento anche dopo lo scandalo.



Era in piedi una vera e propria infrastruttura per condizionare elezioni nel mondo e che coinvolgeva governi e servizi segreti: anche partiti italiani hanno contattato C.A., uno di questi avrebbe forse fatto un progetto pilota.



Di certo il Movimento 5 Stelle si è mosso in anticipo: ha profilato i propri utenti su Facebook ben prima che lo facesse C.A. E' questo quello che raccontano ex dipendenti della Casaleggio Associati come Nicola Biondo o Marco Canestrari.



Casaleggio Associati ha avuto in mano i dati personali di 30mila persone, che nel 2013 hanno dato consenso positivo all'uso di una App per le primarie.

E' partita un'inchiesta del garante della privacy sull'uso dei dati personali, alla Casaleggio Associati e alla piattaforma Rousseau e vedremo come procederà: di certo Casaleggio jr ha incontrato nel 2018 Steve Bannon e anche Farage.



Come funziona la piattaforma Rousseau



“Io ho creato degli Avatar in carne e ossa” sono le parole di Gianroberto Casaleggio, confidate a Nicola Biondo. Gli avatar sono i profili degli utenti profilati e ben noti da Casaleggio e che poi sono diventati i deputati a 5 stelle.

I dati segreti della Casaleggio sono poi finiti nella cassaforte dell'associazione Rousseau che ha dentro Davide: un partito politico, di governo, ha di fatto un unico fornitore per i servizi informatici, che non potrà mai essere cambiato.



Noi eleggiamo i deputati del movimento, ma che ruolo ha Casaleggio?

Tutta la comunicazione del movimento passa per Casaleggio e per Rousseau, dopo il 2016: erano i messaggi contro il PD, contro i suoi esponenti locali, che le associazioni locali dovevano usare a scatola chiusa.



Come a scatola chiusa è la piattaforma stessa, sviluppata a codice sorgente chiuso, come fosse un segreto aziendale.

Quanto sono sicuri i dati dei sostenitori e degli attivisti del M5S dentro la piattaforma, visto che nessuno può controllarne la sicurezza?

Possono avvenire violazione di dati privati?

Il voto sulla piattaforma è tracciabile?



Cosa è successo durante i tilt registrati ai tempi delle elezioni del 2018 per le parlamentarie? Per la scelta del capo politico, Di Maio?

Gli unici che parlano sono i fuoriusciti o persone che sono state cacciate dal movimento.

Il movimento 5 stelle non fa congressi, non ci sono elezioni interne pubbliche, non c'è tutta questa trasparenza di cui si parlava all'inizio.

Una sola persona, Davide Casaleggio, ha in mano un potere enorme che ha declinato la richiesta di intervista di Presadiretta.

Presadiretta ha raccontato dei rischi di tracciatura quando si va in palestra (le nostre informazioni fisiche, i dati del nostro corpo), quando si usano le tessere fedeltà nei supermercati (sanno quanto e quando spendiamo).

I dati oggi valgono più del petrolio - racconta il data analyst di Oracle, una dele società che oggi fanno data broker.
Prendono dati raccolti da milioni di device e che son venduti per pubblicità.
Sono dati personali che escono dai nostri device, siamo noi che li concediamo gratis a queste società e che poi vengono salvati in CED super sicuri come il SuperNap a Vicenza.  

Riuscirà il regolamento GDPR a porre un freno a questa situazione?

16 ottobre 2018

Presadiretta – iperconnessi

Questa sera parliamo di smarthone, la nostra scatola nera – così ha esordito Iacona nell'ultima puntata della stagione di Presadiretta: non c'è aspetto della nostra vita che non passi dal nostro smartphone.
Ha cambiato la nostra vita, il modo in cui fare business e ha arricchito le compagnie web.

Che fine ha fatto la web tax?
Il deputato PD Boccia ha dato la colpa all'ex presidente Renzi, che ha bocciato la sua proposta.
Il pd ha sposato la tesi delle compagnie americane: se tassate le imprese del web, loro non vengono ad investire in Italia.
Una sciocchezza, ha spiegato Boccia: queste imprese ci vedono come consumatori e basta, non vengono in Italia per investire.
Le compagnie web hanno una base imponibile che va dai 50 ai 60 miliardi, per una imposta che potrebbe arrivare a 7-8 miliardi l'anno (sulla base di una legge europea).

Juncker non è credibile quando parla di web tax, ha proseguito Boccia: ha fatto accordi con queste imprese, per fare dumping.
Boccia ha raccontato di contatti da parte di ambasciatori americani, una cosa che in America indignerebbe se fatta al contrario.
Anche il M5S era favorevole a questa proposta, finché Grillo (che aveva idee simili a Renzi) non scomunicò la scelta dei suoi deputati.
Ora c'è una tassa per ogni transazione: ma non è la soluzione, la soluzione giusta è far pagare le imposte, come qualunque altra impresa. Google, Air bnb, Facebook..

Le proposte del governo non sono tutte da buttare, la diagnosi che fanno della società non è da buttare: il pd deve riconnettere le istituzioni ai luoghi del bisogno e questa manovra ha questa ambiguità. Perché è una manovra a debito, ma se raccontiamo che risolviamo i problemi degli italiani a debito, diciamo una sciocchezza. Servirebbe avere coraggio e mettere tutte le risorse per ridurre le tasse sul lavoro: il governo non ha coraggio perché sta frammentando le risorse in tanti rivoli per soddisfare tutti.

Iperconnessi di Lisa Iotti

Siamo noi a possedere lo smartphone o è lui a possedere noi?
Dalla mattina alla sera, quante ore passiamo a guardare lo schermo del ns smartphone?
Non ci rendiamo conto del tempo che ci passiamo assieme: ci sono persone che la prima cosa che fanno è postare una foto per testimoniare della propria esistenza.
O guardare le foto di una star del web. O guardano il meteo a Bora Bora per sognare.
Siamo super informati per questo?
Riusciamo a non farci risucchiare da questo mondo?
No.
Nemmeno riusciamo più a leggere le pagine di un libro, troppo noioso rispetto al caos della rete.
Le persone che hanno sostenuto il test per Presadiretta sono state al telefono dalle 3 alle 4 ore, in un giorno.

I ricercatori hanno studiato la simbiosi con questi dispositivi: ci sono più schede mobile che persone al mondo, siamo terzi al mondo in Italia come diffusione degli smarthone, mediamente lo tocchiamo 2917 volte al giorno. Meglio perdere una valigia che lo smartphone …

Senza smartphone arriva la nomofobia, la paura di rimanere senza collegamento, senza questo compagno: a NY il sindaco De Blasio ha fatto installare nelle strade colonnine con porte usb, per ricaricare anche in strada.
Le nuove auto sono estensione dei cellulari: vedere sullo schermo dell'auto quello del cellulare.
Siamo su internet una media per 6 ore al giorno: una montagna di relazione da cui non è possibile staccarsi, perché ogni giorno si creano nuovi contenuti, mail, foto, messaggi.

Com'è l'uomo nuovo, l'uomo cellularis?
Tornare indietro ad un mondo senza internet è impossibile, nessuno lo vuole. Ma lo smarthone ha rivoluzionato la nostra vita in modo prepotente, perché sta cambiando anche le nostre capacità cognitive, senza che ce ne accorgiamo.
Diventeremo come i pesci rossi?
In America la percentuale di persone morte attraversando senza guardare è salita del 230%, ad Anversa hanno creato corsie apposta per chi legge messaggi.
In Cina e Germania hanno creato dei semafori a terra per aiutare le persone che camminano guardando per terra.
In Svizzera hanno realizzato un video choc, che mostra un ragazzo investito mentre attraversa con le cuffiette senza controllare i veicoli.

C'è chi guida mentre si sta al telefono: le nostre reazioni cambiano se sei disattento dallo squillo del cellulare, anche solo lanciare uno sguardo rischia di farci andare fuori strada.
Yannick era una ragazza olandese: è morta proprio perché un guidatore ha risposto ad un messaggio e non si è accorto della ragazza.
Perdere la vita per una cosa stupida: ci sono moltissime Yannick nel mondo, raccontano i genitori.
Ogni anno muoiono 250mila persone, per un costo di 20mila miliardi l'anno. Non ce lo possiamo permettere.

E l'uso degli smartphone sta cambiando la nostra postura: non siamo più persone erette, ma chini sul display, creando tensione sul collo e le spalle.
La gente cammina guardando a terra e il loro mondo si restringe: cambia il mondo e anche la nostra testa, la nostra capacità di concentrazione.
Siamo tutti multitasking, vero, ma a costo di uno stress al cuore, con una caduta dell'attenzione.
Il tempo davanti ad uno schermo oggi è in media di 40 secondi: con questo periodo di attenzione non riesci a fare alcun pensiero profondo e le persone sono meno produttive.

Mentre stiamo scrivendo, ci fermiamo per guardare il cellulare, chattare, rispondere ad una mail: perdiamo ore di lavoro, ore di tempo.
Dobbiamo continuamente spezzare l'attenzione per spostare il focus: switchiamo ogni frazione di secondo il punto dell'attenzione, col risultato che secondo uno studio di Microsoft abbiamo la soglia inferiore a quella del pesce rosso (otto secondi; il pesce rosso nove).

I cambiamenti sono a livello biologico, all'interno del cervello: pensiamo meno e pensiamo in modo più semplice.
Il professor Merzenich ha studiato la plasticità del cervello: ogni giorno possiamo modificare il nostro cervello, in meglio e in peggio, dicono i suoi studi.
È un macchina in grado di rimodellarsi e a sapersi orientare: le nuove tecnologie stanno cambiando il cervello perché assegniamo alla macchina un compito che dovrebbe essere del cervello, non facciamo più lo sforzo di orientarci in uno spazio nuovo.

Il professore sostiene che si dovrebbero studiare meglio gli effetti di queste tecnologie: all'università di San Diego i ricercatori si sono chiesti se avere lo smartphone vicino, avesse già un effetto sulle persone.
Il test fanno su qualche centinaio di persone che avevano il cellulare lontano hanno fatto test migliori, perché il loro cervello non era risucchiato dallo smartphone.
Risucchia parte della nostra attenzione, riduce le nostre risorse cognitive e la capacità di risolvere problemi complessi.

Quando il nostro smartphone squilla, si accende anche la ghiandola surrenale, è una reazione istintiva che deriva dall'uomo primitivo: maggiore ansia, che a lungo termine danneggia il nostro organismo.
Si tratta di stress inutile: lo smartphone è una trappola, dunque, una finta evoluzione.
Ad ogni notifica siamo costretti a dare retta al dispositivo, il cervello è come se avvertisse un segnale di pericolo, e noi dobbiamo controllare mail e messaggi per questo pericolo.

E questa provoca a catena, il controllare in modo compulsivo nuovi messaggi, perché siamo sempre in attesa di novità: come un allarme che continua a scattare.
L'effetto finale è come quello della dipendenza dalle droghe: meglio chattare che fare sesso? Che mangiare qualcosa di buono?
Meglio un like, una piccola gratifica.

Usare internet sviluppa le cellule frontali del cervello, che è continuamente “eccitato” dalla marea di informazioni: ma sono informazioni che rischiano di formattare il cervello.
Cambia anche il modo di leggere, che tu abbia davanti un libro o una pagina web: si fa zig zag sulle pagine, piene di stimoli, pieni di link che rischiano di farti perdere la comprensione del testo.

Tullio De Mauro aveva detto il 71% degli italiani ha una incompleta capacità di comprendere un testo di media complessità.
Persone incapaci di affrontare ragionamenti complessi: chi lavora nei social le sanno queste cose, per acchiappare i potenziali utenti.

Nir Eyal è uno studioso del web, che ha scritto un libro su come prendere all'amo le persone coi social: i guru della rete hanno studiato psicologia, hanno ideato i loro prodotti (linkedin, whatapp) secondo questi criteri.
Fare cose semplici, dando loro una ricompensa “variabile”: così si acchiappano le persone.

Come i piccioni del professor Skinner: si crea l'abitudine perché si aspetta la prossima ricompensa, scorrendo la bacheca o la tweet list su twitter.
Dove si mescolano cose stupide con cose interessanti: si cattura lo sguardo della persona per monetizzare l'attenzione.
La nuova valuta del mercato digitale è l'attenzione: la pubblicità in rete nel 2017 ha superato quella televisiva e in 5 anni arriverà a 464 miliardi di dollari.

James Williams è un ex Google stategist: ha parlato a Lisa Iotti della capacità di Google di modellare le persone, di spingere loro a fare qualcosa che non avevano intenzione di fare.
È un potere che nemmeno le nazioni hanno.
Stesso discorso fatto da Jaron Lanier, ex microsoft.
Ci sono algoritmi che ti convincono di passare tempo sulla piattaforma, ti consigliano il prossimo video da vedere, i post su facebook, i commenti più vigorosi.
O quelli di odio che catturano più dei commenti pacati.

Ci fa sentire parte di una tribù, che comporta una polarizzazione del pensiero: l'algoritmo cerca un feedback immediato (come certi politici nostrani) e questo si ottiene con emozioni forti, come paura o indignazione.
Questo porta le persone ad essere più irascibili, non più intenzionato a confrontarsi con gli altri.

Non è che Google vuole modificare la democrazia: ma il loro business è questo, su questi principi basano il loro guadagno e noi siamo le loro cavie.

Ramsay Brown è il fondatore di Boundless mind: anche qui parlano di algoritmi di dipendenza, che si basano sugli studi della neuroscienza e su come le persone interagiscono coi social.
Ogni riga di codice modifica il nostro comportamento: twitter ti da poche righe per esprimere un pensiero e questo è già una condizione.

“Stiamo ricablando il tuo cervello” ammettono: i circuiti delle tue emozioni sono cambiati dal tuo telefono, in modo che noi possiamo prevedere.
Noi possiamo prevedere,ricablare e manipolare il cervello delle persone.

Facebook ha fatto un esperimento su alcuni suoi utenti, senza averli avvisati: ha selezionato le notizie che apparivano in bacheca, come se fossero delle cavie da manipolare.
Uno studio per migliorare i servizi, così si è difesa Facebook, che ha deciso di non rispondere alle domande di Lisa Iotti.

Questi algoritmi stanno portando miliardi di dollari dentro queste compagnie di internet: Facebook ha fatturato 40 miliardi di dollari, Google 110 miliardi di dollari.
Come se ne esce da questa rete di ricompense, ben nascosti nella sfera dell'inconscio?
Faremo la fine dei pesci rossi?

Safe Drive Pod è una società che produre una app che disabilita il cellulare mentre si è alla guida. Per la nostra sicurezza.
Usare la tecnologia per salvarci da queste tecnologie.
E poi il decalogo: non rispondere subito ai messaggi, togliere le notifiche, niente cellulare quando si mangia, non usare lo smartphone come baby sitter, non usarlo in riunione quando ci si annoia, non cercare l'informazione precisa se non la sai, mai guardare lo smartphone di notte, andare in posti dove non c'è rete.

C'è anche la soluzione drastica: togliere del tutto i nostri account sui social.
Così l'industria tecnologica sarà costretta a cambiare: questa l'idea di Jaron Lanier.

E poi limitare l'uso dei cellulari nelle scuole, togliere lo smartphone nelle classi,

Lisa Iotti ha intervistato Simona Panzeri, la responsabile comunicazione di Google: possiamo cambiare modello di business di Google, basato sulla cattura della nostra attenzione?
Si può cambiare, la nostra pubblicità è targhetizzata sulla persona, basta sulla sua navigazione.
Dovremmo pagare un abbonamento, come sta succedendo su Youtube, per vedere video senza pubblicità.
È possibile disabilitare gli annunci correlati alla nostra navigazione.
Nessuna manipolazione dunque.

Servirebbe un cloud pubblico, sostiene Boccia: il rischio è che i signori del web oltre ai dati privati avranno in mano i dati della sanità e dell'anagrafe, potranno prevedere le nostre azioni.
E magari ci indicheranno la strada da prendere.
Regole chiare per ogni business: Facebook è un editore o no?
Se non lo è, le fake news le deve rimuovere subito.
Stessa cosa per Amazon che rischia di essere il primo distributore e anche la prima banca.

Internet era nata per unire: oggi invece siamo divisi e si coltiva molta rabbia.
Lo stato deve regolare i fenomeni sul piano fiscale e sulle regole, sulla privacy e sulla sicurezza: chi è contrario o è ingenuo oppure fa da sponda a chi fa business.

Come ci comportiamo quando attaccati all'esca ci sono progetti politici? Cosa succede quando propaganda politica e analfabetismo digitale si incontrano?
L'Italia è seconda, dopo la Turchia, come analfabetismo funzionale, nemmeno sappiamo leggere il libretto del nostro cellulare.
Non sappiamo distinguere tra percezione e realtà, prendiamo decisioni sulla base di quello che crediamo di sapere, ma sono decisioni manipolate.

Alla università di S Orsola hanno dimostrato che una buona parte di persone non è in grado di distinguere il vero dal falso. Ed è ancora più vero per gli adolescenti.
Che non sanno nemmeno più scrivere o scrivono senza punteggiatura.
La scrittura diventa una questione orale: chi scrive non pensa all'interlocutore.
Si ragiona per preconcetti, non si va più alla ricerca del significato di un termine sconosciuto.
Sono le testimonianze della professoressa Faitelli, di Roma.
Secondo questi principi si creano le fake news: stiamo costruendo una generazione che non legge e non comprende.
È una generazione sull'orlo della peggior crisi degli ultimi decenni: hanno risultati peggiori dei loro coetanei degli anni 2000.

Se i cellulari stanno prendendo la mia memoria, dove sta la mia memoria – si chiede il professor Eustache a Parigi: perdiamo la memoria a lungo termine, quella rielaborata dal cervello e dunque la nostra identità.
Abbiamo bisogno del sonno, di momenti di riposo nel giorno, in cui facciamo scorrere i nostri pensieri: durante queste pause creiamo la nostra memoria, quella che ci permette di avere delle opinioni e di fare delle scelte.
La memoria è quello che fa si che noi siamo noi stessi.

Abbiamo milioni di informazioni a disposizione e questo ci da la sensazione che siamo più intelligenti: ci manca l'umiltà di dover cercare le cose, porci delle domande, essere riflessivi.
Cerchiamo online a gran velocità e stiamo diventando creature solo reattive, non persone che ragionano in modo razionale.

“Il vaso di Pandora è stato aperto” ci dice il professor Merzenich: per cambiare le cose dobbiamo essere consapevoli del rischio e di essere manipolabili.
Cittadini manipolabili da politici che oggi usano la rabbia e il cinismo per crescere di popolarità: succede in America e anche in altre nazioni.
Dove crescono politici che esaltano la sovranità: l'ex sviluppatore Lanier vede una correlazione tra l'aumento dei social con il crescere dei populismo.

Tutto passa attraverso lo smartphone, anche le scelte politiche, senza filtri intermedi, quando vince chi urla più forte, allora il rischio fascismo è vicino.
Anche qui, dove i nostri politici sono i re dei social.
E i partiti sono macchine acchiappa attenzioni, giocano sulle emozioni e alimentano paure e rabbia.
Non facciamoci acchiappare all'amo, usiamo il nostro cervello.

Elena Stramentinoli ha raccontato poi la guerra sul lavoro, il dumping tra paesi europei, in cui ci si ruba il lavoro puntando su salari sempre più bassi.
Una gara truccata che si basa sull'esistenza di paradisi fiscali, come ci ha raccontato la storia del caso Embraco.
Fino a dove vogliamo arrivare?