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23 maggio 2021

Anteprima Report: il vertice delle stragi delle stragi

In occasione dell'anniversario di Capaci, l'attentato in cui furono uccisi il giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Report torna a parlare della trattativa stato mafia dedicando il suo primo servizio della prossima puntata per fare un punto su quello che sappiamo delle stragi terroristico mafiose avvenute nel biennio 1992-1993.

Non possiamo fermarci alla verità di comodo, assolutoria, secondo cui quelle stragi furono solo opera di mafia, la vendetta di Riina contro il suo nemico giudice: chi lo fa, compie l'ennesima opera di depistaggio, volontaria o meno, allontanandoci dalla verità su quel periodo storico.

L'attentatuni, la successiva strage di via D'Amelio contro Borsellino, non possono essere classificate solo come opera della mafia, dei sanguinari Riina e Provenzano. Perché, soprattutto la strage in cui perse la vita Borsellino, andava contro gli interessi di cosa nostra (successivamente sarebbe stata approvato il decreto Falcone col 41 bis).

Come è impossibile classificare come solo di mafia tutta la serie di “cadaveri eccellenti” che insanguinò la Sicilia a cavallo degli anni ottanta.

Magistrati, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Gaetano Costa. Giornalisti come Mario Francese. Il prefetto senza poteri Carlo Alberto dalla Chiesa e il presidente della regione Piersanti Mattarella. Il segretario della DC Reina e quello del PCI Pio La Torre (è sua la legge sul sequestro dei beni ai mafiosi, è sua la legge che condanna l'essere mafiosi, il reato 416 bis del c.p.), l'ex sindaco Insalaco.

Poliziotti come Ninni Cassarà, Beppe Montana e Boris Giuliano. Carabinieri come il capitano Basile. Tutti delitti dietro cui si intravede una convergenza di interessi tra mafia e pezzi dello stato.

Stessi interessi che, dopo la sentenza della Cassazione al maxi processo, dopo il crollo del Muro, negli anni in cui la prima Repubblica era al tramonto, dopo l'omicidio di Salvo Lima (ritenuto da Riina colpevole per non aver bloccato il maxi processo, un segnale alla politica) portarono uomini dello stato e mafiosi ad incontrarsi, “per vedere se si poteva fare qualcosa”.

La trattativa stato mafia, per i garantisti italiani sempre presunta, come se quei contatti, come se quei ricatti allo stato non esistessero.

“Signor Ciancimino ma cos'è questa storia, ormai c'è un muro contro muro, dove da una parte c'è cosa nostra e dall'altra c'è lo stato. Ma non si può parlare con questa gente? La buttai lì pensando che mi avrebbe risposto cosa vuole da me, colonnello .. Invece mi rispose si potrebbe, io sono in condizione di farlo”.

Sono le parole dell'ex generale Mario Mori, uno dei condannati in primo grado al processo per la trattativa (dove il reato non è la trattativa in sé, ma il ricatto ad organi dello Stato), a Vito Ciancimino, referente politico dei corleonesi dentro la DC siciliana. Solo una trappola dello stato, la giustificazione di Mori e degli altri imputati.

I magistrati (come Nino Di Matteo). l'hanno invece considerato un abbassarsi alle richieste della mafia, un cedere al ricatto nato dalla bomba di Capaci.

Ad un certo punto abbiamo avuto il sospetto che non si rispettassero le regole del codice di procedura penale, non ci fosse quella collaborazione leale tra la polizia giudiziaria e la magistratura inquirente” è il ricordo di Luigi Patronaggio, procuratore della repubblica ad Agrigento.

Borsellino fu informato della trattativa in corso dal Ros quasi per caso, lo ha ricordato anni dopo Liliana Ferraro, la magistrata che prese il posto di Falcone al ministero: la Ferraro fu informata dagli ufficiali del Ros, che cercavano una sponda politica per avere le spalle coperte per quanto stavano facendo, la Ferraro li invitò a contattare Borsellino stesso.

Tante sono ancora le domande a cui dare risposta: dietro Capaci c'è stata solo la mafia? Stessa domanda per la strage di via D'Amelio 57 giorni dopo, dove la presenza di persone non mafiose nella preparazione dell'attentato è riferita da Gaspare Spatuzza, il pentito che ha consentito di smontare il depistaggio di stato, col finto pentito Scarantino.

Se fu solo mafia a che servì la sceneggiata organizzata da Arnaldo La Barbera, avallata da magistrati su più gradi di giudizio (tra questi anche lo stesso Di Matteo)? Forse per allontanare gli investigatori dai Graviano e dai loro contatti politici?

Se fu solo mafia, come mai quelle telefonate tra l'ex ministro Mancino (che Scalfaro mise al posto di Scotti dopo Capaci), e il presidente Napolitano per il processo dove era imputato per falsa testimonianza?

Chi indicò a Riina e all'ala stragista di cosa nostra gli obiettivi per gli attentati in Italia? E perché le stragi cessarono nel 1994, col fallito attentato all'Olimpico a Roma?

Cosa sappiamo di cosa nostra oggi? Falcone ebbe bisogno di un mafioso come Buscetta per farsi raccontare l'organizzazione di cosa nostra, i suoi meccanismi, i suoi ragionamenti.

Chi è il vero capo dei capi oggi? E' ancora Matteo Messina Denaro? E chi protegge la sua latitanza dopo tutti questi anni?

Le stesse forze che per anni hanno protetto Riina nel suo covo a Palermo (fino a che qualcuno lo ha venduto allo stato, come Riina stesso fa capire) o che hanno protetto Provenzano nella sua latitanza finita nel 2006?


Stava per essere arrestato, Provenzano, nel 1996, quando si nascondeva in un casolare nella località di Mezzojuso: era stato il collaboratore Luigi Ilardo ad indicare il posto al colonnello Michele Riccio, del Ros.

Il Ros di Mori potrebbe arrestare Provenzano, sa dove si nasconde, eppure non fa nulla: “il casolare non lo troviamo” dicono al Ros (che ricorda un po' quando lo stato non sapeva dell'esistenza di una via Gradoli a Roma, nei giorni del sequestro Moro, ma questa forse è un'altra storia).

Per tre volte Ilardo e Riccio diedero le coordinare del covo ma il Ros non entrò mai in azione e Provenzano rimase in clandestinità per altri 11 anni.

Carabinieri distratti, Mori e De Donno, non perquisirono il covo di Riina per un disguido con la procura, non fecero il blitz contro Provenzano. Nessun reato, hanno stabilito i giudici nei processi che li hanno coinvolti. Solo sbadati.

Il processo sulla trattativa ha fatto luce, finalmente, sulle connessioni tra mafia e politica, argomento che ancora oggi è tabù: Borsellino ne aveva parlato in una intervista, pochi giorni prima di morire, fatta a due giornalisti francesi di Canal +, dove parlava dei rapporti tra mafia, Mangano e Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia.

Intervista ritrovata anni dopo dallo stesso Ranucci e di cui ne ha parlato recentemente in occasione del ricordo del giornalista Premio Morrione: si parla di Mangano e del suo ruolo di pontiere tra la mafia e l'imprenditoria che la mafia cercava per riciclare i grandi capitali fatti col traffico della droga.

Ranucci ricorda la difficoltà nel parlare di queste connessioni nel 2000, alla vigilia delle elezioni che avrebbero dato la vittoria proprio a Berlusconi, il premier con più consenso nella storia della repubblica.

Secondo Roberto Morrione è questa una delle cause della sua morte, l'accelerazione voluta da Riina (e non solo): ne parla in una puntata de Il raggio verde, la trasmissione di Santoro, nel 2001.

“E' stata ritenuta questa intervista, lo cito testualmente dagli atti processuali, una delle concause che hanno accelerato l'attentato nella persona di Paolo Borsellino.”

Durante questa trasmissione ci fu la telefonata in diretta di Berlusconi a Santoro che fu l'annuncio della sua cacciata dalla Rai, assieme a Biagi e Luttazzi.

Lei è un dipendente pubblico, si contenga..

Io non sono un suo dipendente”

Ci piace tanto l'informazione libera, il giornalismo di inchiesta, il giornalismo cane da guardia contro i soprusi di chi ha il potere. Tranne quando fa le pulci a casa nostra.

Tranne quando parla di argomenti ancora tabù, come i rapporti tra mafia e politica, tra mafia e pezzi dei servizi, tra pezzi dello stato ed estremisti di destra foraggiati dalla massoneria coperta come la Loggia P2.

Un antistato che è stato protagonista in altri fatti di sangue della nostra storia, dalle stragi fasciste degli anni '70 alla bomba alla stazione di Bologna fino alle stragi del biennio 1992-1993, quando un mondo finiva (quello della contrapposizione dei blocchi est ovest, quello dei partiti della prima repubblica) e tutto doveva cambiare affinché nulla cambiasse.

Oggi è il giorno in cui si celebreranno le vittime di Capaci, ostentando i santini di Falcone e di Borsellino, dimenticandosi di tutto il fango che da vivo è stato gettato addosso al giudice.

Il giudice che attaccava la DC perché comunista, che cercava solo la celebrità, il giudice che attaccava la classe imprenditoriale siciliana.

Il giudice che fu bocciato alla successione di Caponnetto, al ruolo di alto commissario per la lotta alla mafia, da consigliere del CSM. Il giudice che si era fatto da solo l'attentato all'Addaura per prendersi la nomina di procuratore aggiunto.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.

23 maggio 2020

Il sacrificio di Falcone, l'esigenza di verità

Una volta messo sull'altarino, una volta creata l'icona, poi diventa difficile riportare fatti e persone alla realtà.
Mi riferisco alla storia personale e professionale del giudice Giovanni Falcone di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, a Capaci, l'attentatuni che lo uccise assieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo .


C'è l'icona Falcone, il giudice che lottò contro la mafia, riservato, che non parlava con la stampa, che non seguiva la cultura del sospetto.
E poi c'è la storia vera di un magistrato che, in vita, subì ogni genere di accuse, perfino da ambienti dell'antimafia (penso alle accuse del sindaco Orlando): dalle lettere del corvo che lo accusavano di usare i pentiti per fare omicidi di stato alle accuse di disturbare la quiete pubblica per il suono delle sirene della scorta.

Falcone, che viveva sotto scorta sin dall'inizio degli anni '80, quanto entrò nell'Ufficio Istruzione a Palermo (ufficio poi cancellato dalla riforma penale del 1989) doveva guardarsi le spalle da Cosa Nostra e anche dai nemici all'interno dello Stato. Bocciato al ruolo di capo ufficio Istruzione, dopo Caponnetto, bocciata la sua candidatura al CSM, bocciato al ruolo di capo della Procura Nazionale Antimafia (da lui voluta quando fu chiamato al ministero della Giustizia da Martelli).

Falcone, con Borsellino, dovette rispondere di fronte al CSM per delle sue dichiarazioni alla stampa quando, dopo il maxi processo, il famoso pool antimafia fu smantellato.
Falcone che fu accusato, davanti a milioni di italiani, da un giovane democristiano Salvatore Cuffaro al Costanzo Show, di fare indagini solo per attaccare la Democrazia Cristiana.
Indagini politiche.

Il metodo Falcone, che poi era il metodo del Pool, inventato dal giudice Chinnici (e ripreso da quanto aveva fatto Caselli a Torino contro il terrorismo), aveva per la prima volta fotografato la mafia, le dato una struttura, aveva capito il suo modo di ragionare, di prendere delle decisioni.
Aveva messo assieme tanti episodi criminali che una volta venivano giudicati singolarmente, senza riuscire a comprenderli.

Anche grazie al contributo di pentiti come Buscetta, Contorno, Mannoia (l'ala perdente di Cosa nostra, distrutta dal golpe dei corleonesi di Riina e Provenzano) il pool di Palermo portò alla sbarra e alla condanna per ergastolo, decine di mafiosi importanti.

Non solo, aveva capito il gioco grande del potere, di come dietro molti dei delitti politici avvenuti in Sicilia e a Palermo dalla fine degli anni settanta (una scia di sangue unica in Italia e al mondo) non c'era solo Cosa nostra. Gladio, massoneria, il mondo finanziari e il mondo politico.
E quelle “menti raffinatissime”capaci di colpire l'immagine di un giudice scomodo, fargli arrivare certi messaggi: i cadaveri lasciati davanti alle caserme dei carabinieri come successo al prefetto Dalla Chiesa, le lettere del corvo, l'attentato fallito all'Addaura (che si era fatto da solo, scrissero i calunniatori).

Non c'erano solo personaggi singolari come Totò Riina, il congato Bagarella, Bernardo Provenzano.
Ce lo dicono i buchi neri rimasti, a 28 anni di distanza, sulla strage di Capaci (e sulle stragi successive, da quella di via D'Amelio a quelle in continente nel 1993).
Non può essere stata la mafia a lasciare quei pizzini vicino al cratere sull'autostrada con numeri che riportano al Sisde.
Non può essere stata la mafia ad entrare nel pc di Falcone (e nel suo palmare) a cancellare i dati.
Come non può essere stata la mafia ad inventarsi il depistaggio di Stato con Scarantino.

Ancora oggi mettere in discussione la verità ufficiale su Capaci (e sulla strage in cui morirono Borsellino e la sua scorta, e sulla trattativa non più “presunta”) è fonte di notevoli polemiche.
A Capaci è stata solo la mafia, lo Stato ha vinto la sua battaglia e oggi la mafia molto meno potente.
Una verità falsa che dopo tanti annidà solo fastidio (se non peggio, facendo sollevare brutti sospetti di non voler toccare certi argomenti ancora tabù, come il rapporto mafia politica e imprenditoria).

E' un dovere dello Stato fare giustizia sulla strage di Capaci, nonostante siano passati tutti questi anni. E' un dovere nei confronti delle vittime.
E' un dovere nei confronti del paese che non può più convivere con certi segreti, zone grigie.
Zone grigie che sopravvivono ancora oggi: ce lo dice la latitanza di Messina Denaro (iniziata in quel 1992), la sua rete di prestanome, tra cui l'imprenditore Nicastri (e i suoi rapporti con Arata Sr).

22 maggio 2012

Ho vinto io (ma non ha ancora vinto la giustizia)



Forse ha ragione Rosaria Schifani, la splendida donna che ha dovuto imparare troppo giovane cosa sia la ferocia della mafia per la perdita del marito, l'agente Vito Schifani.
Morto a Capaci nell'attentatuni, assieme alla scorta del giudice Falcone.
Ho vinto io, dice Rosaria, nel bel documentario di Felice Cavallaro: io che sono riuscita ad andare avanti, andandomene da Palermo ma rimandovi con la testa.
Io che ho cresciuto un figlio, che oggi ha vent'anni e sta frequentando l'accademia della guardia di Finanza.
Io che ho camminato sulle mie gambe, con la vicinanze delle altre persone che come me hanno sofferto per la mafia: il figlio di Rocco Chinnici, la moglie del giudice Paolo Borsellino ..
Io che ho tenuto in piedi una famiglia senza ricorrere ai soldi dei delitti. 

Nel documentario, rosaria ha attraversato le tappe della sua tragedia personale: il luogo dell'attentatuni , la villa bunker di Riina all'Uditore, la cucina dove Ninetta (la moglie di totò Riina) preparava da cucinare mentre il marito decideva della morte di altre persone.
Nella caserma di Lungaro, con i ragazzi delle scorte, nei luoghi dove Vito passava le giornate. Nel palazzo di Giustizia, dove lavoravano Falcone e Borsellino (e gli altri magistrati del pool): il palazzo dei veleni, dei timori nell'affrontare veramente la lotta alla mafia (e chi l'ha fatto lo ha pagato con una vita di sacrifici ).
Infine le lapidi agli angoli di Palermo che ricordano gli uomini dello stato che sono diventati degli eroi: Mattarella, Zucchetto, Giuliano, La Torre, Chinnici ...
Forse, come il marito, non volevano diventare eroi, ma semplicemente fare il loro dovere, di uomini dello stato. Come Vito, volevano fare i poliziotti che la sera tornano a casa.

Rivolgendosi ai mafiosi, nella chiesa dove si tennero i funerali della scorta di Falcone, Rosaria diceva  "io vi perdono, ma vi dovete inginocchiare" ..
Avete ucciso, avete fatto del male, avete fatto degli orfani che non conosceranno mai il padre: ma ora dovete inginocchiarvi alla giustizia.
Qualcuno dei mafiosi l'ha fatto.

Ma è ancora presto per dire "c'era una volta la mafia": oggi Emanuele, il figlio di Rosaria ha venti anni e forse un giorno riuscirà a dirlo. C'era una volta la mafia, i mafiosi e quella zona grigia fatta da amministratori, medici, avvocati, colletti bianchi che ha permesso alla mafia l'impunità e la penetrazione dentro lo Stato.
E c'erano anche uomini coraggiosi come tuo padre Vito Schifani che sapeva quello che rischiava ogni giorno.
Come anche Giovanni, Antonio, Rocco, e tutti gli altri.

Come ha raccontato nell'introduzione Carlo Lucarelli (che a seguire il documentario ha raccontato i misteri attorno alla morte dei due magistrati Falcone Borsellino), verrà un giorno in cui potremo celebrare questi eroi, loro malgrado: oggi il dovere della memoria è qualcosa di più. E' portare avanti la lotta per la verità e la giustizia anche oggi, in questo paese curioso "dove raccontare il passato riesce ad essere anche il futuro".