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23 ottobre 2021

Anteprima Presadiretta – il virus perfetto

Ultima puntata di questa stagione 2021 per Presadiretta dedicata alle origini del virus: è solo passato un anno dal lockdown, dalle bare per i morti di Bergamo portate via dai camion militari e, soprattutto, dalle prime settimane della pandemia, quando ancora non era chiaro di cosa stessimo parlando (è poco più di una influenza, Milano non si ferma..). E' passato solo un anno e in molti non vedono l'ora di mettersi tutto alla spalle: ma quello che non possiamo dimenticare è l'impreparazione nella gestione della pandemia, la dipendenza con paesi dell'est asiatico per l'approvvigionamento di mascherine e altri materiali, e l'assenza di un piano pandemico nazionale e anche a livello regionale.

Presadiretta, nel servizio di Lisa Iotti e Francesca Nava, si porrà alcune domande su questo virus: come mai a quasi due anni dalla pandemia che che ha fatto quasi 5 milioni di morti nel mondo, ha messo in ginocchio il mondo intero e non è ancora finita, non sappiamo ancora come si sia originato il virus chiamato Sars-Cov?

Il servizio mostrerà come le autorità cinesi hanno fatto di tutto per tenerci all'oscuro, hanno impedito alla speciale commissione dell'Oms che nel febbraio di quest'anno doveva indagare sulle origini del virus, di accedere ai loro dati grezzi, facendo di fatto fallire l'indagine internazionale.

Colin Butler – professore di epidemiologia all'Australian National University: “è stata fatta un'indagine farsa, un esercizio di propaganda politica, che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'Oms nel futuro”.

I giornalisti di Presadiretta hanno anche scoperto che i ricercatori cinesi hanno cancellato dai loro database 22mila sequenze di coronavirus, hanno negato che a Wuhan (la città da cui è partita la pandemia) si facessero esperimenti con virus dei pipistrelli.

Non solo, queste ricerche sui virus si facevano in laboratori dove si lavorava senza scafandri e in stanze non pressurizzate: lo si è scoperto da una tesi scovata da un giornalista di inchiesta indipendente, dove si parla di laboratori di livello BSL2, un livello troppo basso dove l'unica protezione è costituita dai guanti.

Ed ora – racconta Iacona nell'anteprima – persino l'OMS pensa che l'ipotesi di un incidente di laboratorio possa essere la causa della pandemia.

Queste le parole del direttore Tedros Ghebreyesus: “io ho lavorato in laboratorio e so che gli incidenti accadono, abbiamo bisogno di informazioni, informazioni dirette su quale fosse la situazione di questo laboratorio prima e all'inizio della pandemia.”

Solo dopo un anno siamo venuti a conoscenza di un incidente in un laboratorio di Pechino dove si stavano facendo ricerche sul nuovo coronavirus e lo siamo venuti a sapere soltanto per caso: da uno scambio di mail col professore Shan-Lu.

Ma Presadiretta ha una sua notizia in esclusiva è che le ricerche in Cina si facevano anche coi finanziamenti pubblici americani (arrivati all'organizzazione Eco Health Alliance guidata da Peter Daszak, uno degli zoologi più in vista che partecipò alla prima ispezione dell’Oms a Wuhan.

Forse erano finanziamenti per fare in Cina esperimenti sull'aumento della contagiosità dei virus che negli Stati Uniti fino al 2017 erano vietati? – si chiede Presadiretta

Scrive in un'anticipazione del Corriere

Dai documenti derubricati di recente risulta che Daszak avrebbe veicolato in Cina 3,7 milioni di dollari di fondi ottenuti dal governo Usa dal 2014 al 2020. Ma Daszak era anche a capo della Commissione della rivista Lancet sull’origine del virus. Quella stessa rivista pubblicò nel febbraio 2020 una lettera di un gruppo di scienziati che sosteneva la genesi naturale del Covid. Daszak si è dovuto dimettere prima dell’estate per il sospetto di un grave conflitto di interesse: da una parte passava soldi pubblici ai laboratori di Wuhan; dall’altra avrebbe dovuto indagare con rigore sugli esperimenti condotti in quello stesso istituto.

 

Il servizio farà anche il punto sulle indagini della magistratura di Bergamo sulla risposta italiana alla prima ondata della pandemia: il piano pandemico non aggiornato e comunque non attuato, la mancata zona rossa nella Val Seriana, le decisioni prese dal governo nazionale e dalle regioni. Quanto abbiamo pagato, in termini di malati e morti, tutto questo?

I parenti delle vittime del covid vogliono chiederne conto alla politica: “questi familiari che vengono qua [alle udienze del processo] a dimostrare che anche la politica in qualche caso ha ucciso più del virus” racconta la coordinatrice del team legale dei familiari delle vittime Consuelo Locati.

Era una pandemia che potevamo prevedere?

Secondo Nicoletta Dentico – direttrice del programma salute globale – non c'era pandemia più prevedibile, “non è colpa del virus se ha trovato una prateria di incompetenza, di impreparazione davanti a sé, nella quale ha attecchito facilmente.”

Un piano pandemico aggiornato avrebbe potuto attutire notevolmente l'impatto di questa pandemia – è l'opinione di Donato Greco, epidemiologo e membro del CTS: “quante esercitazioni sono state fatte negli ultimi quindici anni, quanta gente era pronta ad aprire mille posti letto in più.”

Proprio sul piano pandemico sta indagando la procura di Bergamo: davanti al tribunale civile di Roma 500 persone che hanno perso familiari durante la pandemia hanno citato in giudizio le più alte istituzioni dello Stato.

A Presadiretta raccontano perché questa scelta: “Le istituzioni dovrebbero essere dalla parte del cittadino e invece avere scoperto che il piano pandemico non era aggiornato dal 2006, aver assistito all'impossibilità di poter acquistare delle mascherine, siamo entrati in una guerra senza verificare quello che avevamo come munizioni.”

Presadiretta ha intervistato il direttore del dipartimento di microbiologia di Padova Andrea Crisanti, autore di una perizia per la procura di Bergamo (di cui è consulente tecnico) che sta indagando sulla gestione italiana alla pandemia e sull'ecatombe in Val Seriana: “io lo definirei un disastro” racconta a Presadiretta “secondo i nostri calcoli il 23 febbraio all'interno dell'ospedale di Alzano c'erano circa 70-75 persone già infette. La Lombardia non aveva i tamponi i quanto meno dicono di non avere i tamponi, ma la diagnosi di covid non si fa solo col tampone. La TAC, in combinazione con il quadro clinico avrebbe fornito un elemento importantissimo per fare una diagnosi presuntiva. E' mancata una indicazione per capire quello che stava succedendo in ospedale. Si sarebbero potuto rendere conto che stavano praticamente seduti su una bomba.”

Dall'anticipazione che trovate sul Fatto quotidiano:

Al centro della perizia, che verrà consegnata entro dicembre, ci sono gli studi e i calcoli matematici che dovranno fornire delle risposte ai quesiti dei magistrati bergamaschi su quanto avvenuto all’interno dell’ospedale di Alzano Lombardo (chiuso solo per poche ore il 23 febbraio 2020), sulle conseguenze e l’impatto della mancata zona rossa in Val Seriana e della mancata attuazione del piano pandemico nazionale, il cui aggiornamento era fermo al 2006. Con interviste e documenti esclusivi, lo speciale di PresaDiretta affronterà anche le altre ombre della pandemia ripercorrendo l’intera catena di comando che ha portato alle decisioni prese da Governo e Regioni nelle prime settimane dell’emergenza Covid, con un focus particolare sui piani pandemici regionali.

In tutti questi mesi la Cina ha testato più di 80mila campioni di animali nella città di Wuhan e nel resto del paese e più della metà di questi erano presi da animali selvatici ma in essi non hanno trovato alcuna traccia di Sars-Cov2. Lo stesso è stato fatto per i pipistrelli: decine di migliaia di test in tutta la provincia di Hubei dove si trova Wuhan e nessuno di loro aveva virus simili a Sars-Cov2.

Alina Chan è una Biologa Molecolare all'università di Boston: “hanno campionato i fornitori di animali che vendevano gli animali al mercato e non hanno trovato niente, chiaramente a volerci fidare delle parole della Cina.”

L'unica certezza che abbiamo in tutta questa storia piega di buchi neri – spiega la giornalista Francesca Nava – è che non c'erano pangolini o pipistrelli al mercato di Wuhan al contrario di quello che si è detto per mesi.

“Per cultura i cinesi non mangiano pipistrelli” racconta lo zoologo Chris Newman di Oxford - “quindi non ci saremmo aspettati di vederli in un mercato alimentare e anche i pangolini, che all'inizio erano sospettati di essere potenziali vettori, non erano in vendita in nessun mercato della città.”

I pipistrelli non erano nel mercato del pesce ma erano nei laboratori dell'istituto di virologia, il team di Wuhan è il solo al mondo ad essere riuscito ad allevarli in cattività allo scopo di creare un nuovo modello sperimentale per la ricerca scientifica.

Perché l'ipotesi che il virus potesse essere uscito da questi laboratori è stata messa subito da parte in favore dello spillover naturale?

Esistono dei conflitti di interesse nella comunità scientifica internazionale sulla ricerca per le origini del virus (ovvero, ci sono ricercatori che hanno paura che che la politica limiti le loro ricerche e i finanziamenti per i loro lavori)?

Cosa c'è dietro la guerra fretta tra Cina e Stati Uniti su quest'ultimo punto?

22 febbraio 2021

Anteprima Presadiretta – l'onda lunga del Covid

 


E' passato un anno dalla scoperta del paziente uno a Codogno e dai primi morti, abbiamo visto passare tre ondate del virus, 90mila morti, ci siamo sentiti ripetere troppe volte che si doveva tornare alla sanità territoriale..
Ora siamo tutti aggrappati ai vaccini, per arrivare ad una immunità che copra la parte più debole della popolazione e che ci consenta di poter ripartire.

Ma ancora oggi muoiono troppe persone in terapia intensiva e sono sconosciuti i suoi effetti a lungo termine.

Questa sera Presadiretta si occuperà di alcuni aspetti di questa pandemia, come gli effetti a lungo termine del covid, dell'efficacia dei vaccini con le nuove varianti e, soprattutto, possiamo permetterci nel mentre di una pandemia mondiale, un sistema dei brevetti che lega i paesi alle multinazionali del farmaco?

La variante inglese è più infettiva del 50%, sembra poco ma questo si traduce nel fatto che i casi si raddoppiano ogni settimana, arrivando alla curva esponenziale dei contagi, col rischio di non riuscire più a circoscrivere il focolaio. Non solo, le mutazioni possono anche essere più letali, quella inglese lo è ad esempio del 20% secondo le stime riportate da Ewan Birney vicedirettore dell'EMBL a Cambridge.

Non in Italia non facciamo abbastanza per sequenziare i tamponi (che pure se ne fanno pochi) per rilevare queste mutazioni.

Per esempio, per i paesi poveri al momento esiste solo l'iniziativa Covax dell'Oms per la vaccinazione che prevede la copertura al 20% della popolazione entro giugno. Non si arriverà a coprire l'80% dei singoli paesi entro il 2021, ma solo nei prossimi anni e questo è un problema per tutti i paesi ricchi, ci sono pronostici per cui alcuni paesi raggiungeranno la copertura solo nel 2024 e questo è preoccupante – spiega Silvia Mancini di Medici senza frontiere.

Possiamo lasciare il destino del pianeta, dei 400 milioni di cittadini europei, nelle mani delle multinazionali della farmaceutica? Di fronte a questa pandemia possiamo ancora dire che viene prima il mercato e il profitto (considerando anche i soldi pubblici che hanno finanziato la ricerca)?

Presadiretta si occuperà delle persone che, secondo le statistiche, sono guarite dalla malattia ma ancora soffrono degli effetti a lungo termine del covid.

C'è chi sconta ancora i danni della terapia intensiva, come Claudio, che è stato intubato per 20 giorni e in terapia per un mese: dolori alle mani, impossibilità a dormire su un fianco e poi quel tremore alle mani.

Ci sono quelli che hanno avuto il covid e non sono finiti in ospedale, ma continuano a sentirne gli strascichi, come una continua stanchezza.

I medici stanno studiando adesso gli effetti del long covid, lo hanno fatto a Bergamo tra la prima e la seconda ondata, richiamando in ospedale 1500 pazienti: le prove respiratorie dicono che il 30% dei pazienti ha delle prove patologiche alterate, non scambiano bene i gas respiratori.

L'eredità è pesante soprattutto per chi ha avuto una polmonite grave ed è stato intubato: contrariamente a quanto si pensa, quelli che escono dalla terapia intensiva non sono affatto sani e salvi.

“La terapia intensiva non cura il covid ma fa guadagnare il tempo perché si stabilizzi la malattia e si possano recuperare quelle funzioni per trovare un giusto equilibrio. Non si torna come si era prima eh” - racconta un medico dell'ospedale papa Giovanni

Come mai il virus colpisce in modo così variabile? I ricercatori pensano che dipenda dal nostro DNA, che è uguale da persona a persona per il 99,9%, ma quello 0,1% di differenza ci rende uno diverso dall'altro.

Chi si ammala è per un “eccesso di risposta immune che gli viene da quei geni che ai Neanderthal servivano e noi no”: ma questo spiega le migliaia di morti a Nembro e Alzano?

Secondo una ricerca dell'agenzia della tutela della salute di Bergamo, in val Seriana quasi una persona su due ha già gli anticorpi del coronavirus.

Ma di fronte a questa infezione c'è stata una risposta non omogenea, c'è chi non si è ammalato e chi si è ammalato e infine chi è andato in terapia intensiva.

I ricercatori dell'Istituto Mario Negri stanno studiando il DNA di questa popolazione, per studiare questa malattia: il progetto si chiama Origin e ha come obiettivo risalire alle diverse forme di Covid, per provare quelle variazioni in quelle proteine, che sono importanti nella risposta al virus.

La scheda del servizio: “L’ONDA LUNGA DELL’EPIDEMIA”

A un anno esatto dal primo contagiato italiano, il cosiddetto “paziente uno” trovato a Codogno, PresaDiretta fa il punto sul virus Sars-Cov-2, per provare a capire cosa la scienza ha scoperto fin qui e quello che c’è ancora da capire.

Cosa sappiamo per esempio sulla mortalità nelle terapie intensive e come sta andando il tracciamento dei contagi? Lo hanno chiamato Long Covid, quell’insieme di patologie che rimangono anche quando il virus è andato via: come viene curato? Quali sono le prospettive terapeutiche della molecola Rna, quella sulla quale sono stati costruiti i vaccini di nuova generazione, ultima frontiera della ricerca genetica?

E ancora. La guerra contro il tempo della scienza attorno alle varianti del virus.

Un viaggio di PresaDiretta nella battaglia più difficile mai affrontata dal Servizio Sanitario Nazionale, attraverso centri di ricerca, laboratori e le corsie d’ospedale. E poi le interviste ai medici e agli scienziati impegnati nella guerra al virus, tra i più autorevoli al mondo. Come Craig Mello, Nobel per la Medicina per i suoi studi sulla molecola Rna e le sue potenzialità terapeutiche. O anche Ewan Birney Vicedirettore Generale del Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare (EMBL), il più importante istituto Europeo nel suo settore, che studia le varianti del virus grazie a uno dei più grandi database di sequenze del genoma al mondo.

E ancora, PresaDiretta affronta il problema della scarsità dei vaccini e dei ritardi nelle consegne da parte delle aziende produttrici. I piani vaccinali andranno modificati, ma quando si riuscirà a mettere al sicuro tutta la popolazione? Infine l’evoluzione della pandemia ci obbliga ad affrontare una questione cruciale: il mondo è pronto a liberalizzare i brevetti e a rivedere le norme che ne regolamentano l’esclusiva?

PresaDiretta ne parla tra gli altri, con Silvio Garattini, uno dei più importanti farmacologi italiani fondatore dell’Istituto Mario Negri e con Nicola Magrini direttore generale dell’Aifa.

“L’ONDA LUNGA DELL’EPIDEMIA” è un racconto di Riccardo Iacona con Daniela Cipolloni, Francesca Nava, Eleonora Tundo, Elisabetta Camilleri, Raffaele Manco, Fabrizio Lazzaretti

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

07 aprile 2020

Report – la zona grigia

A Report si torna a parlare dell'emergenza per il Coronavirus: il caso Bergamo, la provincia che ha contato più morti, perché non è stata decretata zona rossa?
Come è stata gestita l'emergenza in Campania e in Sicilia.
Infine immagini da Wuhan, come è stata gestita la crisi, ma a che prezzo?

La vestizione prima della visita ai malati dl Covid-19, come la signora anziana caduta in casa: immagini che fanno capire quanto sia importante proteggere la salute degli anziani, per dare umanità dietro alle cifre date durante le conferenze stampa.
Ecco come lavorano gli operatori del 118: con tute, guanti, occhiali.

E poi le immagini da Medicina, zona rossa per decreto regionale dell'Emilia: qui le forze dell'ordine controllano che nessuno esca o entri, i beni entrano sotto controllo della polizia.
Il sindaco ha deciso di chiudere tutto, per evitare contagi e morti: qui solo chi trasporta merci di prima necessità e ai medici è consentito spostarsi.
Il virus ha attaccato dove la socialità era più viva: nei bar, nei doposcuola, nel centro sociale.
Qui sono morti 14 anziani, qui è successo in piccolo quello che è successo a Bergamo: per salvarla, il direttore dell'AUSL decide di chiuderla, trasformarla in città fantasma, fino a quel momento era stato il governo a decidere coi dpcm la chiusura di città o zone.
Senza aspettare il governo, tutto per salvare la vicina città di Bologna: subito dopo la chiusura si è però gestita la situazione per gli anziani e per le persone bisognose, facendo ricorso ai volontari della protezione civile e a gruppi di assistenza domiciliare.

Dal 3 aprile Medicina non è più zona rossa ma si sta cercando il virus casa per casa, tramite le unità speciali di assistenza domiciliare, che fanno tampone per casa, prima che le persone rimangano a casa a “bagno maria” con la febbre.
Un esempio da seguire, che andrebbe esteso anche in altre città.

L'esempio che non è stato seguito però a Bergamo.
E nemmeno in Campania, dove nel comune di Santa Anastasia hanno imparato subito cosa succedeva a non fare subito i tamponi.
Qui alla casa di cura, meta di pellegrinaggio, hanno perso giorni prima di fare tamponi agli assistiti anziani, finché non si sono ammalati diversi ospiti.
Le autorità sono state allertate subito, ma solo sette giorni dopo sono arrivati i medici per fare i tamponi e tre anziani erano già morti. Dopo alcuni giorni sono arrivati i risultati dei tamponi: i contagiati erano già 32 (su 50 in totale), tra pazienti, religiosi e personale, che ora vivono blindati nella casa di cura.
Dal cancello della casa escono solo le bare delle persone che stanno morendo oppure entrano le ambulanze per prendersi i pazienti che stanno peggiorando.
Quando i pazienti sono anziani o con patologie pregresse, non sono in grado di deambulare: significa che gli infermieri li devono sollevare, avvicinandosi, prendendoli in braccio, senza quindi poter mantenere la distanza minima di sicurezza.
A mezzogiorno le note dell'Ave Maria, che escono dal monastero, avvolgono tutto il paese: ci si affida anche a questo, alla fede, pur di uscire da questo dramma.

La casa di cara Santa Anastasia è solo un esempio di quello che sta succedendo dentro le case di cura in Italia non solo al sud: in Lombardia sta avvenendo uno scaricabarile tra le case di cura, i comuni e la regione governata dal leghista Fontana sulle responsabilità.
La sanità fiore all'occhiello non ha saputo gestire e proteggere gli anziani: perché la zona del bergamasco non è stata trasformata in zona rossa?
Forse perché anziché la zona rossa prevalsa la zona grigia del profitto, che ha causato diversi errori.

Il 23 febbraio è il giorno zero della pandemia nel bergamasco: la struttura di Alzano viene sigillata subito, l'escalation parte da qui, perché l'ospedale viene riaperto dopo qualche ora.
Come mai? Giorgio Mottola lo ha chiesto al sindaco di Nembro e ha anche raccolto l'intervista di un infermiere.
Quando sono scoperti i primi positivi è scattato il panico ed è scattato l'ordine di chiudere l'ospedale: i pazienti erano entrati in contatto con i contagiati, nell'immediato non è stata fatta alcuna bonifica dei locali, non c'è stata subito una suddivisione tra zone pulite e sporche.
L'ospedale è stato così riaperto senza separare positivi al covid dagli altri malati: così è partito il contagio che sarebbe iniziato anche prima dal 23 febbraio.

“Abbiamo visto arrivare in Pronto Soccorso delle polmoniti strane e non abbiamo mai pensato fossero dei Covid, nemmeno quando Codogno era già in zona rossa”: c'era i segnali, dunque, pazienti anche quarantenni, dall'inizio gennaio, con sintomi da Covid.
Ma poi quando il virs è stato riconosciuto, sono state prese delle misure con grave ritardo, sono stati aspettati due giorni prima di fare i tamponi e così, i positivi al Covid passano da 2 a un migliaio in pochi giorni.
Per Codogno sono bastati 50 contagiati per diventare zona rossa, come mai qui no?

Nei primi di marzo l'ISS pensava di trasformare la zona del bergamasco in zona rossa: sono preoccupati per come si stanno mettendo le cose nella zona di Val Seriana.
Il sindaco di Alzano racconta che erano pronti per la zona rossa, erano state allertate le forze dell'ordine, la prefettura aveva confermato la zona rossa... Invece poi non si chiudeva mai.

Anche Giorgio Gori è sicuro: la zona rossa era lì lì per arrivare, ma alla fine è arrivato l'esercito ma non la zona rossa.
Conte, andato in tv l'otto marzo, non annuncia la zona rossa per il bergamasco: solo un vincolo per evitare che le persone si spostino dai territori, solo una zona arancione, le fabbriche restano aperte.
I contagi erano già 927 quel giorno: Confindustria di Bergamo aveva esposto la sua posizione sin dalla fine di febbraio, pubblicando sui canali social un video in cui si diceva che Bergamo non avrebbe fermato la produzione.
Tutte le aziende “faranno affari come sempre”, perché Bergamo deve correre, non può fermarsi: qui ci sono aziende che hanno un peso importante sul PIL nazionale.
IL governo ha così ha scelto da che parte stare: al sindaco di Alzano sono arrivate tante telefonate da imprenditori che volevano evitare la zona rossa, che chiedevano di come svincolare il blocco. . “Confindustria deve farsi un esame di coscienza”.

Marco Bonometti, presidente di Confindustria, diffondeva il messaggio di abbassare i toni, perché il rischio di infezione era basso.
Oggi, col senno di poi, forse avranno capito l'errore di quella comunicazione, ma negano di aver fatto pressione.

E allora perché non si è fatta la zona rossa? Giulia Presutti lo ha chiesto ai vertici dell'Istituto Superiore della sanità, come Brusaferro.
Che però non ha risposto: noi trasferiamo pareri alla politica – hanno risposto - noi avevamo fatto la proposta, ma poi si è scelto di rendere la Lombardia zona arancione.

Ogni regione ha deciso di muoversi da sola, sono nate tante zone rosse per ordinanze regionali: in Campania come anche nel Lazio.

Così oggi tutti hanno l'alibi pronto: Fontana e Gallera aspettavano il governo, il governo non commenta, i sindaci danno la colpa alle pressioni delle industrie. Un gioco delle parti, sulla pelle delle persone che vivono e abitano in una zona industriale, che ha rapporti con la Cina tra l'altro.

Alla Tenaris nello stabilimento di Dalmine lavorano 7000 persone, Brembo fa affari con la Cina, nei suoi stabilimenti lavorano 3000 dipendenti; ABB è leader nelle tecnologie per la robotica, conta 6000 dipendenti.

E poi c'è la Persico, la cui fabbrica costruisce parti per scafi di barche: la sua sede è a Nembro, il suo presidente, Persico, era preoccupato per la chiusura della zona per l'infezione.
Persico era preoccupato per l'aspetto produttivo – ammette il sindaco di Nembro: ma ha chiamato anche al sindaco Gori.
Qui gli operai hanno lavorato fino al 23 marzo, dove il governo ha deciso di chiudere la produzione non essenziale: si sono persi giorni preziosi in cui il numero di infetti è salito a più di seimila.
Aziende come la Tenaris, che produce tubi per esplorazioni petrolifere, hanno lavorato come se niente fosse, unico accorgimento stare ad un metro di distanza (norma impossibile da rispettare, nelle mense ci si ammassava, niente mascherine a parte i primi giorni).
Qui ci sono stati dei morti, altri sono in terapia intensiva.
Per le pulizie veniva dato il Vetril ...

Il 23 marzo il governo ha deciso di chiudere le fabbriche, nell'intero territorio nazionale, escludendo le imprese che producono beni e servizi essenziali.
Lo decide il codice Ateco, ma nel giorno successivo molte aziende nel bergamasco si fanno riconoscere come essenziali, a tutti i costi.
Il 30 marzo i contagi salgono al 8000, mentre nella zona un migliaio di aziende rimangono aperte: nella ABB, i vertici aziendali avevano proposto un flash mob, abbracciano l'azienda.
Alla ABB erano tutti a lavorare: la produzione andava avanti.

Gli imprenditori del bergamasco negano alcuna pressione nei confronti del governo: così hanno scritto a Report.

Ai pazienti non è stato fatto il tampone, così i contagi sono saliti: in Lombardia si è deciso di fare il tampone solo negli ospedali, così escludendo gli ammalati in casa, non si conosce il numero reale di contagiati (e nemmeno il numero dei morti).

Ad Alzano ci sono stati 101 morti, per Covid solo 54. L'anno scorso erano solo 9.
A Nembro i morti sono stati 145, l'anno scorso 14.
A Bergamo i morti sono stati 553, l'anno scorso i morti erano stati 125: stiamo vedendo solo la punta dell'iceberg, non vediamo i morti invisibili, le persone che muoiono a casa senza tampone, oppure gli anziani che muoiono nelle case di cura.
Nessun tampone nemmeno dentro le RSA bergamasche e nella Lombardia.
Un'ecatombe silenziosa.

Un'ecatombe che si poteva contenere se, il 23 febbraio, si fosse deciso di sigillare le strutture della valle, per tener fuori il virus: ma la regione Lombardia ha consigliato vivamente di tenerle aperte, per non creare il panico.
Ma era un consiglio sbagliato, senza che arrivassero tamponi e mascherine.
Iniziano a morire anziani e infermieri, così.

Come mai in Lombardia è stata adottata questa politica sui tamponi?
Fontana parla di speculazioni vergognose, si nasconde dietro i protocolli dell'ISS e dall'organismo scientifico che segue il governo.
Ha seguito i protocolli per i tamponi ma non sull'istituzione della zona rossa e comunque in Lombardia non si fanno i tamponi su tutti i sintomatici.

Il caso di Vo Euganeo.

Giorgio Mottola è andato in Veneto a Vo Euganeo che, insieme a Codogno, è stato uno dei due focolai del virus: quando sono spuntati gli infetti la strategia messa in atto dalla regione è stata diversa da quella adottata in Lombardia, tutti gli abitanti di Vo Euganeo sono stati a tampone e si è realizzata così una mappa precisa dei contagiati.
Giorgio Mottola ha intervistato Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di virologia di Padova:
“Se si fosse adottata la stessa strategia impiegata a Vo, subito, al giorno zero avremmo visto un'altra storia (il riferimento è a quanto successo in Lombardia a Bergamo)”: la sua intuizione di fare il tampone in massa è stata felice, perché ha consentito di scoprire che il coronavirus si presentava anche in coloro che non avevano sintomi.
Il dato epidemiologico – racconta il virologo – dice che per ogni persona con sintomi, ne esistono altre tre asintomatiche: per questa ragione Cristanti ha avviato l'uso dei tamponi in tutto il Veneto, non solo ai malati, ma anche ai familiari e a tutte le persone con cui sono stati in contatto le persone positive al test.
In questo modo però Cristanti ha contravvenuto alle indicazioni dell'OMS e alle direttive del ministero della salute: “secondo le direttive del ministero, la prima persona entrata in ospedale per il virus, che non era stata in contatto con persone provenienti dalla Cina né con persone infette. Quindi noi la diagnosi l'abbiamo fatta contraddicendo questa direttiva che era fondamentalmente sbagliata, come i fatti hanno poi dimostrato”.

Lei è stato fuorilegge sin dall'inizio, ha commentato il giornalista: “ho imparato una cosa, che nella scienza bisogna sfidare lo status quo se si vuole andare avanti”.
Gli effetti della strategia dei tamponi quali sono stati?
La curva di crescita degli infetti in Veneto è cresciuta molto meno velocemente rispetto a quella della Lombardia e non è la sola differenza: il 26 febbraio Veneto e Lombardia avevano gli stessi dati sui contagi, contrariamente a quanto si è verificato nell'ospedale di Bergamo, a Padova non si sono registrati casi di medici e infermieri contagiati all'interno della struttura sanitaria.

A Padova si fa il tampone prima di accedere all'ospedale, senza impegnativa, per il personale sanitario si sono adottate misure di prevenzione più stringenti. Si misura la temperatura ad inizio lavoro, se questa sale oltre il 37,5, vengono inviati nei reparti infettivi.

Veneto e Lombardia hanno adottato due misure diverse: in Veneto ci sono più ospedali pubblici, ci sono più strutture territoriali, mente in Lombardia, dopo la riforma Formigoni, gli ospedali pubblici sono in competizione col privato, togliendo posti di letto al pubblico, che andavano al privato.

Nel bergamasco le cliniche private sono del gruppo San Donato, oggi presieduto da Alfano, l'altro gruppo Humanitas è del gruppo Rocca.
La sanità privata si è data da fare solo dopo l'otto marzo, quando si sono chiusi i reparti non essenziali: ma hanno chiesto una deroga al rimborso delle prestazioni alla regione.
Siamo privato, ma ricordatevi che ci dovete pagare.

C'è poi stata la riforma dei medici di base, che secondo Giorgetti non servono: riforma voluta da Maroni che ha depotenziato i medici di base (per far ingrassare il privato), trasformandoli in gestori.

Quando sarà finito tutto questo dovremo ricordarci degli invisibili, dei lavoratori precari nella sanità, perché c'è il profitto da tenere alto, come il PIL, un indicatore che cresce coi morti e coi terremoti.
Ricordiamoci degli evasori che oggi possono comprarsi le aziende in crisi perché hanno portato i soldi all'estero.

IL PIL non calcola l'abnegazione al sacrificio di medici e infermieri, la felicità dei nostri figli, tutto ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta.

Dalla Lombardia in Campania.

Dopo l'aviaria avremmo dovuto preparare dei piani per contenere gli effetti del virus: tenere da parte scorte e kit per la diagnostica, il piano della Campania risale al 2006.

LA Campania è la regione del sud tra le più esposte al rischio del crollo del sistema sanitario, nel caso in cui dovesse crescere il contagio: Federico Ruffo ha intervistato telefonicamente un infermiere dell'Ospedale del Mare a Napoli, che ammette di un potenziale omicidio colposo di massa, di cui si sentono in parte responsabili, come degli untori, quando tornano a casa dalle loro mogli e figli e parenti, chiunque.

Lo staff del governatore De Luca ha realizzato un video che mostra il presidente mentre visita il cantiere di un nuovo ospedale dove saranno pronti dieci nuovi posti per curare il virus, all'ospedale Loreto Mare.
Insieme a lui il direttore della ASL Napoli 1, ed Enrico Coscioni il consulente per la sanità di De Luca, che ha tenuto per sé l'assessorato alla sanità.
Indossano tutti mascherine FPP2 e FPP3, le migliori per combattere il contagio: ma sono quasi le uniche che girano all'interno degli ospedali per medici e infermieri.
Le mascherine che la regione fornisce ai presidi e ai medici di base sono solo quelle chirurgiche: alcune nemmeno vanno bene per i medici.
Qui in Campania si rischia il collasso nel caso crescano i casi: ci sono 400 posti per la rianimazione, altri non se ne possono garantire.

Al San Giovanni Bosco, le tende pre-triage sono poste dopo il pronto soccorso, vicino al parcheggio del personale. Sono solo di bellezza.
I pazienti devono andare dentro le tende con una ambulanza, una cosa poco pratica, così i medici le tende non le usano.

AL Ruggi di Salerno la tenda, unica, è vicino all'ingresso.
All'Ospedale del Mare, le tende sono usate per fare i tamponi a parte del personale e oggi sono sgonfie. In questo ospedale mancano presidi basilari, il personale usa solo mascherine chirurgiche, che non proteggono in entrata.
Le maschere sono della Goeldlin, non proteggono le vie respiratorie nemmeno dalla polvere sta scritto sulla confezione.
Come sono arrivate nell'ospedale campano? Sono una donazione del proprietario, un gesto di generosità che però non aiuta i medici.
Medici che attengono i dispositivi e anche i tamponi: nell'area di Napoli sono tre gli ospedali che li fanno, ma tutti si concentrano attorno al San Paolo.
Ma la macchina sta sotto sforzo, fa 700 tamponi al giorno, dunque per dare una risposta occorrono anche dieci giorni.
Servirebbero maggiori macchine negli altri ospedali, maggior personale, altri posti letto.

In Campania non si conosce nemmeno il patrimonio immobiliare di tutte le ASL: tra gli ospedali attivi figura anche lo Scalese, un ospedale chiuso, il San Gennaro, dove tutto è pronto ma non c'è nessuno.
Nella zona sud della Campania la situazione è peggiore: a Vallo della Lucania c'è un solo posto e mancano le ambulanze per il trasporto.

Nella zona del salernitano gli ospedali più vicini e attrezzati sono quelli di Scafati e il Ruggi, ma parliamo di un territorio dove è difficile spostarsi.
De Luca ha ereditato un buco di miliardi, non tutti i problemi sono colpa sua: ma né lui né il direttore della Asl1 ha ritenuto opportuno rispondere alle domande di Report.
La Campania ha 3000 contagiati, l'unica via è limitare i contagi, fare i tamponi a chi ha i sintomi, mappare i contagi.

In Sicilia il governatore Musumeci chiede polizia ed esercito per contrastare il virus: ma qui è stato fatto tutto quello che non si doveva fare, per gestire l'emergenza.
Lo ha raccontato Claudia Di Pasquale nel suo servizio: a Siracusa è morto il direttore del parco archeologico, che non aveva alcun sintomo pregresso.
L'architetto Rizzuto è andato all'ospedale dove ha fatto il tampone, senza alcun esito: è dovuto tornare a casa, con la febbre, mentre il tampone ha impiegato 12 giorni per essere analizzato.
Un amico dell'architetto, che è anche deputato all'ARS, ha chiamato l'assessore regionale della sanità: il direttore del parco è morto per corona virus in ospedale, la procura ha aperto l'inchiesta.
Il direttore dell'ASL di Siracusa afferma che il paziente non aveva voluto farsi il tampone.

Il 25 marzo muore una collaboratrice di Rizzuto, altri vengono contagiati, alcuni vengono ricoverati.
Ad alcuni hanno fatto il tampone, ma perché lo hanno chiesto loro stessi: nessuna quarantena obbligatoria, che avrebbe fermato il contagio.
Nessun provvedimento è stato preso per i custodi del museo, nonostante alcuni di loro avessero già dei sintomi: oggi alcuni dei custodi sono stati ricoverati.

Il focolaio di Siracura poteva essere evitato: pare di no, a Siracura l'ASL ha girato un video in cui si volevano rassicurare i cittadini, siamo pronti a gestire il contagio..
Eppure al Pronto Soccorso, secondo la giornalista, ci sarebbe promiscuità tra pazienti Covid e pazienti non contagiati.
Eppure ci sono medici di medicina d'urgenza che sono stati contagiati: secondo una circolare della ASL, in medicina d'urgenza potevano essere portati i pazienti grigi, positivi al Covid, basta che stavano a due metri dai pazienti normali.
Vietato l'uso delle mascherine, per non creare allarmismo.

In Sicilia avevano un mese di tempo, per prepararsi alla gestione del virus, ma hanno perso tempo.
Nel frattempo che arrivino i militari, per gestire la situazione, verrà approvato l'emendamento per togliere le responsabilità penali e civili dei manager delle ASL, come quelli che abbiamo visto nei servizi.

E in Cina, nel frattempo?

La vita è ricominciata in Cina: ma qui le misure di contenimento per l'infezione sono molto dure, c'è la possibilità di uscire ma solo per poche ore, si controlla la temperatura sull'autobus, nei supermercati, dove si fa la fila per entrare.
Per muoversi si deve essere tracciati, con la APP sul cellulare che sa cosa hai fatto, come ti sei mosso: se il tuo codice è verde, puoi muoverti per qualche ora, altrimenti torni alla quarantena.

All'interno del mercato, dove tutto è partito, i negozi sono stati disinfettati ma ancora non è prevista la riapertura del mercato al resto della città, dove molti negozi ancora sono chiusi non avendo ancora ricevuto l'autorizzazione a riaprire.
Ma si possono ancora trovare piccoli negozi dove si tengono animali vivi in condizioni igieniche poco rassicuranti: questa è la situazione ora in Cina, a due mesi dal lockdown, dove ancora non si capisce bene se l'emergenza è finita o se c'è il rischio di una nuova epidemia.