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28 luglio 2023

Il tradimento è delitto di Leonardo Palmisano

 


Tre anni prima

Il suo tempo stava finendo. Non era l’acqua gelida a togliergli il fiato, ma il pensiero che dagli abissi non sarebbe tornato. Crepare non se l’era immaginato così. Provò a muovere i piedi incassati tra gli scogli ma li sentì pesanti e desistette quasi subito. La corda alle caviglie gli prudeva. Anche le alghe lo solleticavano e un mocassino si staccò per risalire a galla

Non sai mai, arrivati alla fine dei romanzi di Leonardo Palmisano dove sta il confine tra romanzo e realtà. Tra quanto l’autore ha preso dalla cronaca, dalla sua conoscenza personale della criminalità organizzata in Puglia e nel sud d’Italia e quando invece sia frutto della sua fantasia. Fatto sta che, anche in quest’ultimo “Il tradimento è delitto” si rimane con una strana sensazione: il piacere di una lettura scorrevole, con dei personaggi dal carattere ben spiccato, ma anche il comprendere quando estesa e ramificata sia la rete delle organizzazioni criminali nel nostro paese, quando sia esteso il loro controllo sul territorio, sulle attività commerciali, nel mondo dell’imprenditoria.

Quanto sia labile il confine tra istituzioni e criminalità e quando sia difficile distinguere il bene dal male.

Nel prologo leggiamo di un uomo nei suoi ultimi istanti di vita, mentre sta morendo nelle acque poco lontane dalla riva. Ancora non sappiamo perché, cosa abbia fatto, se sia un suicidio. Ma ci arriveremo, alla fine, con qualche colpo di scena.

Ritroviamo anche in questo libro, ambientato nella Puglia, tra Bari, Laureto, Fasano, i protagonisti della serie a cominciare dal “bandito” Carlo Mazzacani, ultimo dei sopravvissuti della banda dei Santi, assieme al suo vice, il “gigante” Luigi Mascione.

Uno

Il bandito Mazzacani si alzò dal letto mentre Angela Savino, la sua agente immobiliare, si stava svegliando. Il bandito si grattò la pelata e si lisciò un baffo, come suo solito, poi indossò un orologio d’oro, infilò un paio di jeans e si assicurò alla cintola la Colt Python con impugnatura in madreperla..

Dopo che la loro banda fu liquidata dai sacristi, sono diventati una sorta di cani sciolti, nel mezzo delle guerre tra i clan rivali, le famiglie baresi contro i salentini, nel mezzo anche tra criminalità e le istituzioni, rappresentate dalla procuratrice capo della Direzione Regionale Antimafia di Puglia, la Drap, Teresa Buonamica.

Strano rapporto, quello tra il “bandito”, un cane sciolto nel mondo della criminalità, e la procuratrice: nel passato Mazzacani l’ha aiutata a modo suo in qualche caso, anche per fare pulizia di qualche mela marcia nello Stato. Vorrebbe tanto smetterla quella carriera di bandito, magari dedicarsi a qualcosa di pulito. Ma sembra destino che ogni volta debba andare ad infilarsi dentro qualche brutta e pericolosa storia.
Questo volta gli toccherà indagare su un suicidio avvenuto tre anni prima: si tratta di Riccardo Savino, il fratello dell’agente immobiliare con cui sta trattando l’acquisto di un vecchio castello (e con cui ha tradito Isabella Uda, la sorella di un suo amico, bandito dell’anonima sarda).

Secondo Angela, la sorella, Riccardo non si sarebbe mai ucciso: lavorava in una banca, era bravo a far soldi coi suoi investimenti. A lei ha scritto una lettera d’addio, dove parla di qualcuno che gli aveva affidato dei soldi, un qualcuno di cui avrebbe tradito la fiducia..

È stato mio zio a dirmi di cercarti, perché la pensa come me”, rispose la Savino. “Mio fratello è stato ucciso.”

Tuo zio è ’nu capo contrabbandiere.”

Un impiegato morto in mare tre anni prima, cresciuto da un contrabbandiere finito in disgrazia anni prima, una banca chiacchierata. E una donna che chiede ad un “bandito” di trovare chi gli ha ucciso il fratello. Non c’è molto per iniziare un’indagine, per capire se sia stato veramente un omicidio o meno, anche se qualcosa che non torna c’è: come mai Riccardo non aveva accettato il trasferimento vicino casa? Come mai la polizia ha archiviato così in fretta il caso? Tra l’altro ad occuparsene era stato proprio quel Curiale, ex capo della Dia, anche lui, come la banca, un poliziotto molto chiacchierato.

Mazzacani comprese che il ritrovamento del bancario doveva aver messo in subbuglio la cupola sacrista, soprattutto il più alto in capo, Antonio De Guido, nemico giurato dei baresi.

Più entra dentro questa storia, più Mazzacani inizia a mettere assieme i pezzi di una storia molto più complessa e pericolosa. Dietro quel morto ci sono milioni di euro appartenenti ai clan che dovevano passare per la banca per essere puliti e che sono spariti. Potrebbe scoppiare la guerra tra i due clan rivali, il capo della sacra corona unita, De Guido, e il suo rivale, Senese, legato alle famiglie di Bari.
Pur essendo un criminale pure lui, Mazzacani ha delle regole che tra i sacristi, tra i trafficanti di droga, tra questi nuovi criminali capaci di guardare oltre i confini, di “mettere a servizio” le loro competenze criminali, sono state superate:

Tengu nu pensiero, gigante beddhu. Noi teniamo tutto. L’alberi la vita, ma non ci basta. Santu core, non ci basta mai nienti.”

Vale anche per te questa regola?”
Mazzacani si lasciò scappare uno sbadiglio e una sentenza: “Pe’ tutti, vale. Pe’ tutti quelli che stipano lu fueco inthr’a lu sangue”.

Anche dall’altro lato del muro, dentro lo Stato, c’è una persona a cui non sono sfuggite queste indagini di Mazzacani e a cui appaiono chiare fin da subito le possibili relazioni: si tratta della procuratrice del Drap. Come Mazzacani teme la calma apparente tra i clan, che proprio questa indagine, scomoda per tanti boss, potrebbe scuotere: non è solo questo, a preoccupare la dottoressa Buonamica sono le relazioni tra i clan e questa banca, relazioni che erano arrivate fino alla banca d’Italia e all’UIF, secondo il principio del follow the money ..

La task force dell’Ufficio Informazioni Finanziarie allertava da tempo il governo italiano sulla quantità di denaro che i clan albanesi di Saranda infilavano in alcune banche pugliesi.

Al “bandito” Mazzacani servirà una strategia acuta per non far esplodere questa guerra, che vorrebbe dire tanti morti ammazzati per le strade: si ispirerà al protagonista di “Per un pugno di dollare” di Sergio Leone o al Samurai di Kirosawa, vedete voi.

Avrà trionfato la giustizia? Forse.

Si legge senza mai voler smettere, pagina dopo pagina, fino alle rivelazioni finali che raccontano di questo intreccio tra finanza, malavita internazionale e i clan che controllano il territorio.

Un intreccio che è come le spire di un serpente che avvolge e stritola il paese, le persone.

La scheda del libro sul sito di Fandango

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01 settembre 2020

Chi troppo vuole, di Leonardo Palmisano



Una scoperta improvvisa
Alle sette del mattino, una ruspa affondava la sua mascella dentata nella terra. Liquefatte dagli idranti dei pompieri, con un tonfo le zolle ricadevano e si appiccicavano alle scarpe degli uomini in divisa. Stecchi d’erba bruciata e fili fusi della corrente elettrica si confondevano in un groviglio fumante di plastica e fango.

Se volete comprendere le dinamiche della quarta mafia, la Sacra Corona Unita, in Puglia, le guerre tra i clan, i rapporti con i calabresi delle ndrine e con la politica locale e nazionale, dovete leggere i noir di Leonardo Palmisano.
Quest'ultimo, chi troppo vuole, è il terzo della serie: potete anche leggerlo da solo, l'autore ha messo dei rimandi ad episodi del passato per aiutare il lettore a non perdersi col passato dei personaggi. Ma vi invito a partire dal primo, “Tutto torna”, per passare poi a “Nessuno uccide la morte”.
Tutti e due, con questo, hanno come protagonista un criminale, un bandito vero e proprio, Carlo Mazzacani.
Imponente, gira con una Porsche con cui di certo non passa inosservato, specie con quella sua pelata e i due baffoni spioventi.
Carlo Mazzacani, assieme al suo compare Luigi Mascione, “il gigante”, è stato a capo di una banda chiamata dei “santisti”, staccata e indipendente dai sacristi e per questo avversati.
Attraverso le sue vicende, l'autore di porta dentro le faide tra i boss sacristi, le gelosie dei boss per la conquista del potere, tra criminali senza scrupoli e con tanta voglia di arrivare in cima, poliziotti “sporchi”, ma anche uomini dello Stato “puliti”.

Questo nuovo capitolo della serie comincia col ritrovamento di cinque cadaveri, in una baraccopoli nel foggiano dove sopravvivono (perché vivere sarebbe troppo) dei nigeriani sfruttati nei campi. Baraccopoli a cui qualcuno ha appiccato un incendio.
Cinque cadaveri di cui quattro sono uomini, da identificare. E poi c'è anche il cadavere di una donna, una ragazza dalla pelle ambrata, con accanto un sacco. Dentro, una testa.
E' quella di un altro boss sacrista, Gianni Palano, un uomo del capo della sacra corona Antonio De Guido, ora in carcere. Era stato ucciso in una delle tante faide tra famiglie: il cadavere era stato già trovato, ma mancava proprio la testa.

Cosa significa quel ritrovamento?
E' un segnale che qualcuno sta mandando a qualcun altro?
Se lo chiede alla direzione dell'antimafia regionale, la dottoressa Buonamica, cresciuta in quel territorio, di cui conosce la pericolosità delle mafie (pericolosità passata spesso sotto silenzio, ci si accorge delle mafie solo quando fanno rumore).
Se lo chiede il Questore, se lo chiede perfino il giovane e rampante ministro dell'interno, che è nato proprio a Foggia e che alle forze dell'ordine ha dato una precisa direttiva contro la criminalità: quella della ruspa per abbattere baraccopoli, focolai di criminalità e di illegalità.
Se lo chiede anche il boss della zona di Manfredonia, Filippo Giordano, detto il Tricheco, che proprio in quella baraccopoli “aveva impiantato una florida centrale per lo spaccio di marijuana e una decina di bordelli di ragazze nigeriane.”

Ma la notizia non fa in tempo a raffreddarsi che succede un altro delitto. Un delitto che fa rumore:
La mano del barbone si contrasse sulle guancette di legno della .38 Special. Il calpestio di un paio di scarpe da uomo coprì lo scatto del tamburo. I passi si avvicinavano e il barbone alzò la pistola puntando alla tempia del bersaglio. L’eco del colpo rimbombò nel portico esterno del Consiglio della Regione Puglia.

Un killer uccide il presidente della regione, nonché candidato alle prossime elezioni. Si chiama Marcellino Danza, una lunga carriera di politico alle spalle. E un proiettile in testa, ora.
Assieme al ritrovamento dei cinque cadaveri, oltre quello della ragazza, quello di Danza è un delitto destinato a scuotere le acque.
Perché ora il partito che governa la regione deve trovare un nuovo candidato. E questo significa nuovi giochi di corrente, giochi dentro cui una grande influenza sembra averla la sorella del morto, la contessa Danza, proveniente da una famiglia di massoni. Capace di spostare voti, anche a Roma:
.. il ministro era stato eletto nel collegio nord della Puglia con un’ottima percentuale ed era stato gratificato con un ruolo di prestigio nel governo, proprio grazie all’intercessione della famiglia Danza.

Per capirci qualcosa, la procuratrice chiede aiuto, ancora una volta, ai due banditi, Mascione e Mazzacani. Due criminali, certo, persone che hanno sparato, ucciso, ma che hanno anche un loro codice di comportamento. Due criminali che sono rimasti due cani sciolti, né sacristi, né affiliati ad altre famiglie e nemmeno alla 'ndrangheta, sempre più egemone nelle province pugliesi.

E quel cadavere, quella ragazza trovata morta, racconta qualcosa ai due: si chiamava Paula, era un rumena che era vissuta per anni in un campo rom e che poi aveva iniziato a prostituirsi.
Ma è quel segno lasciato sulla testa che dice qualcosa a Mazzacani:
Grigore è turnato”, disse Mazzacani fissando un punto lontano all’orizzonte.
Cosa vuoi fare?”, domandò il suo secondo. “Prima lu circamu, prima lu citimo.”

Si tratta di un killer che ha lavorato per la famiglia di De Guido e contro cui Mazzacani ha un conto aperto.
Quella di Mazzacani, con l'aiuto del suo amico Mascione, sarà una vendetta contro questo assassino, ma dovranno anche sciogliere il rebus che sta dietro a quelle morti.
Perché dietro il cadavere eccellente del candidato governatore, dietro quei morti fatti trovare nella baraccopoli c'è qualcuno che sta cercando di sparigliare le carte, negli equilibri interni alle famiglie mafiose, per prendersi tutto.
E, come dice il proverbio, “chi troppo vuole..”
Dottoressa, chi troppo vuole...”.
Nulla stringe”, completò la procuratrice e assentì convinta. Mazzacani si grattò la pelata e distolse lo sguardo dalla Buonamica.

C'è dentro tutto il dramma del sud (e forse non solo del sud) in questo romanzo, in cui farete fatica a destreggiarvi tra intrighi, doppiogiochisti, assassini senza scrupoli, una politica capace solo di coltivare il suo giro clientelare che non si fa problemi a raccattare voti anche dove non dovrebbe.
Un mondo senza eroi, nemmeno Mazzacani e Mascione lo sono. Un mondo dove i pochi eroi, come la giornalista di una testata locale, deve rischiare la pelle perché vuole raccontare la realtà criminale che sta attorno.
Quale società non ha bisogno di eroi?”, domandò il medico legale ricordando con un po’ di tristezza una celebre battuta di Brecht.
Teresa Buonamica alzò un sopracciglio e rispose: “Non questa”.

Gli altri libri con protagonista il bandito Mazzacani

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La scheda sul sito di Fandango

09 settembre 2019

Nessuno uccide la morte, di Leonardo Palmisano



Incipit
Qualche mese prima Durante l’estate precedente, il boss di Carovigno Antonio De Guido, sovrano indiscusso della Commissione (la cupola della Sacra Corona Unita), è stato neutralizzato dallo Stato grazie all’intervento del bandito Carlo Mazzacani. Approfittando dell'occasione, Oronzo Senese, boss di Fasano e storico rivale di Antonio De Guido, ha complottato contro le cosche joniche della 'ndrangheta per sottrarre Taranto all'egemonia di Elia Colucci, un camorrista vicino a De Guido e amico di lunga data del bandito Mazzacani.

In questo secondo romanzo, con protagonista Carlo Mazzacani, ex rapinatore della banda dei Santi, Leonardo Palmisano ci fa un ritratto di quanto sta succedendo in Puglia, degli scontri all'interno delle mafie che si sono suddivise la regione e che vivono in un fragile equilibrio.
Forse, se non avete letto il precedente romanzo, Tutto torna”, alcune dinamiche di questo romanzo potranno sfuggirvi: torna allora utile l'incipit che riassume tutta la storia passata, quando Mazzacani fu chiamato ad investigare su un rapimento di una ragazzina, la nipote del boss De Guido, capo della commissione della Sacra Corona Unita, all'interno della guerra tra le due famiglie.

Scoperto il responsabile del rapimento aveva contribuito alla cattura del boss sacrista De Guido, aveva assistito all'assassinio di un poliziotto corrotto della Dia e aveva ottenuto una sorta di libertà in cambio della promessa, da parte della procuratrice Buonamica (dell'antimafia pugliese), di rimanere tranquillo in Sardegna.

Ma a Taranto, a Bari, l'equilibrio tra le famiglie si regge su una tregua instabile: ci sono le mire degli ndranghetisti su Taranto, la città di Elia Colucci, amico di Mazzacani, ci sono le ambizioni del boss Senese, che cerca di far fuori i camorristi della famiglia di Laura Delli Russi, camorrista in affari con gli albanesi.
Per cercare forse un accordo, proprio Colucci, decide di andare a Crotone a parlare coi calabresi, nonostante la malattia di cui soffre, la Sla.
Era lì per mettere fine alla sanguinosa guerra tra i suoi e le ’ndrine joniche decise a prendersi Taranto a ogni costo.

Ma ad un certo punto Colucci sparisce, assieme alla persona che lo ha accompagnato, Matteo Maltempo, il suo compagno, legato ad una comunità hippie e ad una specie di santona, comunità che fa da copertura per il traffico di alcolici in una zona franca tra le famiglie mafiose.

Quella di Colucci è una scomparsa che fa rumore: fa rumore nello Stato, perché tutti (al Viminale, al DRAP, la direzione antimafia) sanno delle mire espansionistiche degli ndraghetisti.
All'interno della criminalità, perché ora Taranto è nelle mani del reggente Vittorio Peluso, il vice di Elia Colucci, che però in assenza del corpo del capo non può rivendicare nulla.

Poco dopo, viene ritrovato il cadavere di un ragazzo, ucciso e torturato in modo atroce: è proprio Maltempo, il compagno di Colucci. A questo punto parte la macchina delle indagini, che unisce sia la procuratrice calabrese Daniela Vadalà, che il capo della procura antimafia, Teresa Buonamica e il suo aiutante, l'agente Carlucci.
Cosa sua succedendo in Puglia, a Taranto e a Bari, nelle zone a confine?
Ci sono le mire espansionistiche del boss Senese, in contatto coi calabresi.
Che sta facendo fuori i camorristi della famiglia Delli Russi, facendo sequestrare i carici di erba che arrivano dall'Albania, per lasciare i tarantini a bocca asciutta.

La notizia della scomparsa di Colucci arriva fino in Sardegna, dove Mazzacani e l'amico Luigi Mascione sono ospiti di un capo dell'anonima sequestri, Pantaleo Uda.
Mazzacani non dimentica quando Colucci lo aiutò a sfuggire alla vendetta dei sacristi, a quando lo aiutò a liberare Mascione. Deve tornare a Taranto, e cercare di capire come stanno le cose.
Non vuole farsi ammazzare ne entrare nelle guerre tra le famiglie.
Vivere, Lui’. Vogghjiu campare senza farmi fottere da li calabresi. Senza farmi fottere da nessuno. Facimo ’nu giro e vidimo se troviamo Elia. Va bueno?”, disse Mazzacani guardando il suo secondo.

Ancora una volta, devono fare una indagine per una sparizione:

Stiamo diventando esperti in sparizioni, Carlo”, disse Mascione. 
Tre mesi fa cercavamo una bambina ed Elia ci ha aiutato a trovarla. Adesso cerchiamo lui.” 
Elia può essere morto, Lui’. Dobbiamo scoprire che è successo.

Un'indagine che è tenuta d'occhio, molto da vicino, dalla procuratrice Buonamica e dalla Dia, anche per un fortuito “incidente” che coinvolge la compagna di Mazzacani: quest'ultimo si trova costretto a lavorare con la procuratrice e con lo Stato.
Che fine ha fatto Colucci?
Chi lo ha fatto sparire?
Quanti ci metteranno gli ndranghetisti, che stanno mettendo le mani non solo sulla droga, ma anche sui terreni degli ulivi, che dopo la Xylella sono svenduti, per conquistare Taranto e un pezzo della Puglia?
I calabresi intendevano metterci le mani per convertirli a coltivazioni di altro genere. “Se voi sacristi non aveste fatto casini, adesso potremmo piantarci distese di marijuana.

Cosa nasconde la santona che comanda la comunità da cui veniva Maltempo?

E' una strana indagine, quella di Mazzacani, fatta a colpi di minacce e colpi di pistola, con la sua colt Python: un'indagine complicata in cui dovranno andare a scavare indietro nel tempo, fino ad arrivare ad un vecchio sgarro tra due famiglie ndranghetiste.
Da allora il crimine italiano si è evoluto. Il Lussemburgo è diventato un porto franco per capitali di provenienza italiana”.

La verità, su tutti questi misteri, li porterà fino in Lussemburgo, la piccola nazione in mezzo all'Europa diventata una sorta di centrale di riciclaggio per le ndrine, che qui hanno impiantato molte imprese e fatto molti investimenti dal commercio alla sanità.
Il senso del titolo di questo romanzo “Nessuno uccide la morte”, diverrà chiaro solo alla fine:
Carlo, ricorda questa cosa, ma ricordala per sempre: nessuno uccide la morte. Nessuno, nemmeno noi”.

Ma è tutto vero quello che ci racconta Leonardo Palmisano in questo giallo di criminali e del senso di amicizia tra criminali, pieno di azione tra Puglia, Algeria e il Lussemburgo?
Palmisano ci racconta di un pezzo del nostro Stato nelle mani dei boss, di faccendieri e di avvocati che parlano per conto dei clan e che possono disporre di uomini dello stato, far arrivare messaggi a detenuti, disporre alleanze e ordinare omicidi come meglio credono.

Per combattere questa guerra occorre sporcarsi le mani, accettare un male minore per raggiungere un obiettivo strategicamente più importante.
Non può venire in mente, leggendo le pagine sul bandito Mazzacani, che non è un eroe ma solo un bandito con delle regole, il personaggio dei romanzi di Massimo Carlotto, l'Alligatore e la sua banda, Max la Memoria e Beniamino Rossino (“uno degli ultimi rappresentanti della malavita vecchio stampo”).
Buona lettura!

Il precedente romanzo con Mazzacani, “Tutto torna”.

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26 luglio 2018

Tutto torna: il primo caso del bandito Mazzacani – Leonardo Palmisano



Incipit
Due settimane prima La pioggia s’inchiodava al parabrezza dell’Audi Q7 nera. I tergicristalli assecondavano il ritmo del temporale, senza riuscire davvero a pulire gli sputi di sabbia sahariana mista ad acqua che cadevano dal cielo. Sul sedile posteriore Antonio De Guido – meglio noto come Zì Nino o più semplicemente Nino – giocava a briscola online contro un avversario sconosciuto, accarezzando la piccola testa bruna di Maria, la sua unica nipote.

No, non avete capito male: il personaggio che in questo romanzo ha il compito dell'investigatore è proprio un bandito: “Carlo Mazzacani – quarantacinque anni, un metro e ottanta di muscoli un poco appassiti”.
Un bandito che una volta aveva una sua banda, la banda dei Santi, criminali ma non mafiosi, ben diversi dai santisti pugliesi della Sacra Corona Unita, a cui aveva fatto perfino concorrenza, fino al giorno in cui il suo braccio destro non era stato ucciso in uno scontro a fuoco, chiudendo definitivamente la loro storia.

Ora che è scampato alla morte e al carcere (grazie alla collaborazione col capo della DIA, il commissario Curiale), come ricordo di quel periodo si è lasciato i baffi lunghi.

..la cupola della complicata architettura sacrista, erano in agitazione da un paio di mesi. Da quando Vito Pennetta, ’nu strunzu di Brindisi, si era messo in testa di entrare nella consorteria forzando la serratura.

Ma il periodo di pace per Mazzacani, per gli equilibri all'interno commissione e con gli altri gruppi criminali, sono destinato a finire.
La nipote del boss Antonio De Guido viene rapita mentre è in macchina col nonno: chi si è potuto permettere un gesto del genere? E' un tentativo di intimidirlo e di compromettere la sua immagine di capo supremo?
Settimane prima era stato ritrovato il corpo (senza testa) di un suo prestanome nella provincia di Brindisi: un omicidio che portava la firma proprio di un killer della vecchia banda dei Santi.

A mettersi sulle tracce della bambina rapita non c'è solo il vecchio boss, zi Nino, ma si muove anche l'ambiguo commissario Curiale, un poliziotto con forti agganci dentro il ministero dell'Interno che tutti i successi in carriera, che costringe Mazzacani ad indagare nel mondo della criminalità, mettendo pure a rischio la sua pelle.
Tutto torna: torna il momento di rimettersi in azione, prima che qualcuno non lo faccia diventare comodo capro espiatorio per il rapimento e la morte del boss Palano (il senza testa).
E per scoprire cosa sta dietro questi movimenti in commissione e il rapimento, Mazzacani chiede l'aiuto del suo ex compare nella banda, Luigi Mascione, “il gigante”.

Si guardarono. Erano i superstiti di una grande banda di rapinatori. Due morti viventi tenuti sotto chiave dalla polizia e dalla mala.

Dentro la commissione sacrista, un organismo simile a quello che esisteva per la mafia siciliana, i vecchi e consolidati equilibri che vedevano i De Guido egemoni alla guida delle famiglie sono ora in crisi: la colpa sono le ambizioni del giovane boss Pennetta, che non solo vorrebbe entrare nell'elite mafiosa ma vorrebbe prendere anche il posto di Zi Nino. E forse è proprio lui ad essere coinvolto proprio in quel rapimento.
E non solo: dietro queste tensioni tra le famiglie c'è un nuovo business che sta partendo, la coltivazione della Marijuana da parte dello Stato per produrre un farmaco di nuova concezione, il Cansativ.
La droga verrebbe coltivata su campi di proprietà delle famiglie mafiose sotto il controllo dell'esercito, per essere sintetizzata in laboratori chimici vicini ad un politico che a Roma sta portando avanti il progetto. Oltre ai politici a Roma (rispettivamente del governo e dell'opposizione), in questo affare sono coinvolti anche i vertici militari con la benedizione della 'ndrangheta (che sul business della droga di Stato ha la vista lunga, come dicono le cronache recenti).

L’ammiraglio chiuse il fascicolo. “Di che si tratta?” “Mi sta chiedendo di violare il segreto militare, ammiraglio.” “Come suo superiore glielo domando.” “In tal caso… si tratta di una sostanza derivata dalla marijuana.”
L'utilizzo ufficiale del farmaco fa solo da paravento per il vero fine che hanno in mente questi personaggi, che intendono in realtà vendere la droga di stato ai libici, sfruttando le missioni di ricognizione nel Mediterraneo.

A quale scopo?” 
“Non lo ha ancora capito, ammiraglio? Il farmaco sarà testato a bordo.” 
L’ammiraglio sgranò gli occhi. “Sui migranti?”.

È un gioco in cui tutti mentono, fanno il doppio gioco e dove sono pronti a tradire pur di raggiungere i loro fini. Un gioco criminale in cui ci sono i mafiosi senza regole, avidi di potere e poi vecchi banditi come Mazzacani (che ricorda i vecchi banditi della serie dell'Alligatore di Carlotto) il gigante.
Due cattivi che ora si trovano schiacciati in mezzo tra la polizia e il vecchio boss De Guido
Il capomafia diede un calcio alla sabbia, che si sparse verso il canneto. “Ti salvo la vita se ritrovi mia nipote”, disse all’improvviso. Mazzacani ebbe un sussulto.Se la trovo, tutto si deve azzerare. Voglio essere lasciato in pace per sempre.” Nino De Guido si prese del tempo prima di accettare. “Va bueno.” Carlo Mazzacani

E i buoni che fine han fatto in questo romanzo?
Sulle tracce di Mazzacani, zi Nino e degli altri boss si muove anche la procuratrice Buonamica, a capo della DRAP, la direzione antimafia regionale:
Teresa Buonamica aveva sgobbato sui libri per diventare un buon magistrato. Aveva sgomitato e si era fatta valere col sudore. La vita umile l’aveva portata a intuire i pregi e i difetti dei delinquenti che aveva incontrato sulla sua strada. Mazzacani era forse il più singolare.

Tra il poliziotto Curiale di cui comprende i rapporti con la criminalità, dove finisce l'infiltrazione nelle bande e la collaborazione, e il bandito Mazzacani, la procuratrice arriva a fidarsi più del bandito, comprendendone la sua capacità di sapersi trasformare, da contrabbandiere a rapinatore ad informatore suo malgrado della polizia.

“Tutto torna” è un noir durissimo, non solo per la violenza di cui sono capaci le mafie (non solo la sacra corona, ma anche la Camorra, la ndrangheta calabrese, la mafia albanese) e che in questo romanzo non ci viene risparmiata. E che non viene risparmiata nemmeno alle persone più indifese come i bambini.
È duro perfino il dialetto usato dai personaggi, che ricorda molto l'albanese parlato dall'altra sponda dell'Adriatico.
È duro per l'intreccio del male, per l'assenza di qualsiasi morale, di qualsiasi scrupolo che emerge dal racconto: l'egemonia della ndrangheta e la sua pericolosa capacità di avvicinare la politica per comprarsi pezzi dello Stato.
E' duro per la sensazione di abbandono che emerge dalle pagine del libro, per chi vive in queste regioni, dove la giustizia e il rispetto delle leggi sono ogni giorno messe in discussione.
Non solo per il piombo dei banditi e il loro senso di impunità.
Tra i luoghi in cui si svolge l'azione (e che l'autore mostra in una cartina ad inizio libro, chiamandoli i “luoghi di Mazzacani”) c'è anche la povera Taranto, il quartiere Tamburi ammorbato dai veleni dell'Ilva:

Mazzacani capì col naso di essere nei pressi di Taranto. L’odore di gomma bruciata che l’Ilva spandeva sull’ultimo tratto di statale era inconfondibile.

Tutto torna.
E tornerà a trovarci anche il bandito Mazzacani, che non è né un eroe né un buono. Personaggio inventato, ma non troppo, dall'autore Leonardo Palmisano, giornalista esperto di mafie, di migranti, di trafficanti che in questo romanzo ha voluto raccontare tutto quello che ha visto nella sua professione.

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