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23 maggio 2024

La pacificazione sulla mafia e il ricordo (che manca) di Falcone


Oggi, sulle prime pagine dei principali quotidiani, è difficile trovare menzione di Capaci e dell'anniversario della morte del giudice Falcone.

Se fosse ancora vivo sarebbe tra i magistrati attaccati dalla politica, colpevole di indagare solo su una certa parte politica, colpevole di danneggiare l'imprenditoria siciliana e italiana (perché queste accuse gli furono veramente rivolte, dalla DC siciliana, perfino da colleghi nel Tribunale di Palermo).

Invece Falcone è stato ucciso 32 anni (in un attentato su cui ancora ci sono filoni di indagine aperti) fa e così oggi la sua memoria viene strumentalizzata, usata come bandierina dai partiti che fanno una finta lotta alla mafia, anzi alle mafie.

Questa maggioranza di governo per tramite la commissione Antimafia, come ha ben spiegato il servizio di Report sui nemici di Falcone e Borsellino, è preoccupata solo della strage di via D'Amelio, spingendo sulla pista del rapporto del Ros.

Tutto pur di nascondere i mandanti a volto coperto, il depistaggio di stato col finto pentito Scarantino, creato dai poliziotti del questore La Barbera.

Il messaggio di questi comportamenti dal governo, dai finti garantisti che si mobilitano solo per gli ufficiali del Ros, Contrada, i politici legati con rapporti pericolosi coi mafiosi? La mafia è stata sconfitta, non c'è (in linea con la sentenza della Cassazione sul processo per la trattativa stato mafia). 

La famosa convivenza con la mafia di cui parlava un ex ministro tanti anni fa, curiosamente il padre dell'attuale progetto del ponte sullo Stretto.

Per non disturbare questa convivenza la Rai ha deciso di non mandare in onda nessuno speciale su Falcone, sul pool di Palermo, sull'enorme sacrificio che il paese ha chiesto a questi magistrati, ai loro collaboratori nelle forze dell'ordine.

Trattativa Stato-Mafia: il processo che non si doveva fare

Il colpo di spugna
Tutto cancellato. Tutto inutile. Tutto da rifare. Si poteva trattare con la mafia. Si può trattare con la mafia. Si potrà trattare con la mafia. Lo Stato può scendere a patti col suo avversario ultrasecolare. Non c’è niente di male se lo fa a fin di bene. Cosa nostra resta l’unica organizzazione criminale con licenza di condizionare, intimidire, terrorizzare il suo nemico, alla quale non verrà mai meno la speranza di trovare interlocutori sugli spalti dell’altra sponda.
Che si chiuda un’epoca è pacifico. L’epoca segnata dalla volontà – quantomeno conclamata, quantomeno intrisa di retorica, quantomeno scolpita da milioni di parole – di diventare un’Italia moderna, che sia Europa sino in fondo, capace di saper fare da sola liberandosi per sempre dalla zavorra sporca che per centocinquant’anni l’ha resa socialmente ed economicamente zoppa.
 

Da Il colpo di spugna, di Saverio Lodato e Nino Di Matteo 

 

18 maggio 2024

Il colpo di spugna, di Saverio Lodato e Nino Di Matteo

 

Trattativa Stato-Mafia: il processo che non si doveva fare

Il colpo di spugna
Tutto cancellato. Tutto inutile. Tutto da rifare. Si poteva trattare con la mafia. Si può trattare con la mafia. Si potrà trattare con la mafia. Lo Stato può scendere a patti col suo avversario ultrasecolare. Non c’è niente di male se lo fa a fin di bene. Cosa nostra resta l’unica organizzazione criminale con licenza di condizionare, intimidire, terrorizzare il suo nemico, alla quale non verrà mai meno la speranza di trovare interlocutori sugli spalti dell’altra sponda.
Che si chiuda un’epoca è pacifico. L’epoca segnata dalla volontà – quantomeno conclamata, quantomeno intrisa di retorica, quantomeno scolpita da milioni di parole – di diventare un’Italia moderna, che sia Europa sino in fondo, capace di saper fare da sola liberandosi per sempre dalla zavorra sporca che per centocinquant’anni l’ha resa socialmente ed economicamente zoppa.

Giudicare e criticare nel merito una sentenza, perfino una sentenza della Cassazione si può e si deve fare, almeno finché saremo dentro una democrazia:

“Rivendico, adesso che la vicenda processuale si è conclusa, il mio diritto a parlare. Le sentenze si devono rispettare, ma si possono criticare” sono le parole di Nino Di Matteo.

La sentenza di cui si occupa questo breve saggio del storico di mafia Saverio Lodato (autore di diversi scritti sulla mafia) e del giudice Nino Di Matteo (che ha sostenuto l’accuso al processo di primo grado a Palermo sulla trattativa assieme ai colleghi Francesco Del Bene, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia) è quella della Cassazione del 27 aprile 2023, che ha messo definitivamente fine ad una stagione giudiziaria iniziata con le stragi di Palermo.

Quello che i giornali, spesso facendo cattiva informazione, hanno chiamato processo alla trattativa, dove però il reato contestato agli ufficiali dei carabinieri, mafiosi, uomini delle istituzioni e politici era quello di “minaccia a corpo dello Stato”.

Le stragi di via D’Amelio e di Capaci in cui morirono i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone assieme alle rispettive scorte (e la moglie di Falcone, Francesca Morvillo), le bombe fatte scoppiare dalla mafia a Milano, Firenze, Roma nella primavera estate rappresentano fasi in cui cosa nostra, l’ala militare facente riferimento a Riina e Bagarella, cercava di condizionare l’azione politica dei governi italiani? Le 91 pagine che hanno motivato la sentenza cancellano tutte le accuse assolvendo sia i carabinieri (assolti “per non aver commesso il fatto”) che i politici (Dell’Utri) che i mafiosi (salvati dalla prescrizione): i giudici hanno scritto, spazzando via anni di indagine e migliaia di pagine dei processi celebrati (in primo e secondo grado), non tenendo conto di altre sentenze passate in giudicato, che non c’è stata nessuna trattativa, né a fin di bene né per ricattare lo stato.

Non solo, allo Stato, alle istituzioni, questi messaggi di ricatto non sono proprio arrivati: si tratta delle bombe della mafia che dovevano far abbassare la guardia alle istituzioni, revocando il 41 bis, chiudendo le supercarceri dove detenere i mafiosi.

Visto, la trattativa era solo un teorema nelle teste dei soliti pm, una solenne “minchiata” (scusate l’espressione ma l’hanno usata altri), ma come si permettono questi giudici di mandare a processo i solerti uomini dello stato che hanno arrestato fior fior di mafiosi?

Gli stessi investigatori che si sono dimenticati di perquisire il covo di Riina (i sui segreti sono poi finiti nelle mani di Provenzano e di Matteo Messina Denaro). Che non sono riusciti a catturare Provenzano a Mezzojuso..

Ecco, in queste poco più di 109 pagine, si sente tutta l’indignazione, la frustrazione, di fronte a questa sentenza: troverete dentro, dettagliati in modo preciso, tutti gli errori di valutazione della Cassazione.

La trattativa c’è stata, prima di tutto: lo dicono gli stessi ufficiali del Ros (Mori e De Donno) quando parlano degli incontri con Ciancimino (referente politico dei corleonesi) mentre era ai domiciliari a Roma

Ecco Mori il 27.1.’98:
“Incontro per la prima volta 
Vito Ciancimino… a Roma, nel pomeriggio del 5 agosto 1992 (subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, all’insaputa della Procura di Palermo e del comandante dell’Arma, ndr). L’Italia era quasi in ginocchio perché erano morti due fra i migliori magistrati… non riuscivamo a fare nulla dal punto di vista investigativo e cominciai a parlare con lui: ‘Signor Ciancimino, cos’è questa storia, questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra parte c’è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’. La buttai lì, convinto che lui dicesse: ‘Cosa vuole da me, colonnello?’. Invece disse: ‘Si può, io sono in condizioni di farlo’… Ciancimino mi chiedeva se rappresentavo solo me stesso o anche altri. Certo, io non gli potevo dire: ‘Be’, signor Ciancimino, lei si penta, collabori che vedrà che l’aiutiamo’. Gli dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti’. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa… Il 18 ottobre, quarto incontro. Mi disse: ‘Guardi, quelli (Riina&C., ndr) accettano la trattativa’…”.
Anche De Donno, che aveva condotto da solo i primi incontri con Ciancimino subito dopo Capaci, parlò di “trattativa”: “Gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti di Cosa Nostra, al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di questa attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato, e Ciancimino accettò”.

Lo dicono le sentenze di Firenze (processo al boss Tartaglia), la sentenza Bagarella + 25: la trattativa tra pezzi dello stato e mafiosi c’è stata, senza avvisare l’autorità giudiziaria anzi, andando a sentire alcuni esponenti politici su richiesta dei mafiosi (come ad esempio l’allora senatore Violante).

Se la trattativa non c’è stata come spiegare la revoca (in una strana solitudine) fatta dal ministro Conso del 41 bis a 334 mafiosi?

Come spiegare che i punti del “papello” in parte sono stati soddisfatti dallo italiano? Chiusura delle supercarceri, legge sui pentiti..?

Come spiegare l’avvicendamento al DAP col passaggio da Niccolò Conso ad Alberto Capriotti?

In quelle 91 carte i giudici della Cassazione rinfacciano ai giudici di primo grado e secondo grado, in modo abbastanza singolare, di aver voluto riscrivere la storia: si sono permessi di voler giudicare una serie di fatti (le bombe, gli incontri del Ros, i messaggi fatti arrivare ai boss da Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, le scelte fatte dai vari governi sul tema della lotta alla mafia) cercando di dar loro un filo logico mettendoli assieme, come facenti parte di un unico disegno. Quello della trattativa.

La Cassazione, raccontano i due autori in forma di intervista, è entrata nel merito del processo, andando a spiegare i singoli episodi spezzettandoli, come si faceva nei processi di mafia prima del maxi processo di Palermo istruito dal pool di Caponnetto (di cui Falcone e Borsellino facevano parte).

Racconta Di Matteo:

“sembra invece risentire di un antico vizio che troppe volte in passato aveva caratterizzato l’approccio giudiziario alle più complesse vicende di Mafia. E in proposito, esistono purtroppo precedenti negativi illustri. Qual è la sostanza della questione? La sostanza è che isolare i fatti l’uno dagli altri, parcellizzare la valutazione, ridurre e sfoltire per principio, concentrarsi sul particolare perdendo di vista il contesto, è prassi diffusa quando non si vogliono assumere decisioni delicate che rischiano di diventare dirompenti”.

Ma nelle motivazioni delle scelte della Suprema Corte non si è nemmeno tenuto conto delle deposizioni fatte nei processi: si scrive nelle motivazioni che le minacce dei mafiosi non erano arrivare fino al livello politico, contraddicendo quando raccontato a Palermo dallo stesso ex presidente della Repubblica Napolitano

“Napolitano accettò di essere interrogato dai giudici di Palermo. E qui voglio riportare testualmente la mia domanda e la risposta di Napolitano che, all’epoca delle stragi del 1993, era presidente della Camera dei Deputati.
Gli chiesi: 'Presidente, quali furono ai più alti livelli istituzionali e politici le reazioni più immediate a quelle stragi? Quali furono in quelle sedi, cioè ai più alti livelli istituzionali, le valutazioni più accreditate sulla matrice e la causale di quelle stragi che tanto profondamente avevano scosso il Paese?'.
Il presidente rispose: 'La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare, fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell’ala più aggressiva della Mafia, si parlava allora in modo particolare dei corleonesi, e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante,
per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut-aut, perché questi aut-aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese'.”

Nelle istituzioni, ai più alti livelli, quella minaccia veicolata dalle bombe, dalle rivendicazioni della Falange Armata, eccome se era arrivata ed era stata anche ben compresa: un altro ex presidente della Repubblica, Ciampi, nelle sue memorie arriva a scrivere che dopo le bombe del 27 luglio 1993, quando Palazzo Chigi si trovò isolato, arrivo a temere perfino un colpo di Stato.

Altro che trattativa a fin di bene, come scrissero i giudici della corte di Appello (che comunque definirono “improvvide” le azioni dei carabinieri, nella loro scelta sul male minore, l’ala moderata di Cosa Nostra).

Ecco, tutto questo è stato cancellato: è come se la visione “minimalista” dei giudici di Cassazione – secondo Di Matteo e Lodato – abbia voluto dare un messaggio tranquillizzante all’opinione pubblica, ci sono state delle stragi, ci sono stati dei morti, ma tutto si è risolto solo all’interno della cupola mafiosa, inutile cercare altrove, complicità nello Stato, nella politica.

Anche la sola ammissione dell’improvvida trattativa fatta dai giudici di appello poteva essere pericolosa, poteva lasciare nei cittadini una sensazione strana.

Per esempio ci si potrebbe chiedere da dove nasce l’iniziativa di creare il finto pentito Scarantino, poi smontata dal pentito vero Spatuzza. Forse dal bisogno di allontanare i sospetti dai Graviano e dunque da Dell’Utri, fino al governo del 1994, il primo della seconda Repubblica?

Non mi sento sconfitto – racconta a fine libro Di Matteo - “Ho cercato solo di fare il mio dovere, mettendo da parte ogni calcolo opportunistico e ogni ambizione di facile carriera. Per questo ancora oggi ho la serenità di chi, con tutti i limiti e i possibili errori, è consapevole di avere contribuito, con altri valorosi colleghi, a far emergere fatti gravi e importanti, a cercare di portare un po’ di luce nei labirinti più oscuri della nostra storia recente”.

Si chiude un’era, una speranza di poter fare chiarezza. La mafia, anzi le mafie, esistono ancora ma sono scomparse dall’agenda della politica. Addirittura la commissione Antimafia presieduta da un esponente di questa maggioranza di destra, ha deciso di voler approfondire le sue indagini SOLO sulla strage di via D’Amelio e SOLO sulla pista del rapporto mafia e appalti del ROS. Ma la tesi che questo rapporto sia alla base della morte del giudice Borsellino è stata già smontata dalle passate indagini. Ancora una volta, anziché seguire il filo unico che lega le stragi per capire il disegno complessivo, ci si concentra su un unico fatto.

Si vuole riscrivere la storia, a proprio piacimento, con tutti i rischi per la nostra democrazia che sappiamo. Aveva ragione Sciascia “Se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la Mafia, dovrebbe suicidarsi”.

Alla fine del libro-intervista, sono presenti diversi articoli scritti da Saverio Lodato e pubblicati su Antimafiaduemila, sulle sentenze di questo processo e sulle morti dei boss di mafia, protagonisti di questa stagione: Provenzano, il mafioso buono, quello con cui dialogare, che riuscì a vivere da latitante per 43 anni grazie al suo potere (non solo quello mafioso).

Riina, l’autore della sanguinaria “Spoon river” siciliana, le tanti morti per gli omicidi politici mafiosi da fine anni settanta (Giuliano, Mattarella, Chinnici, La Torre, Dalla Chiesa, Costa, Falcone, Borsellino..).

Infine Matteo Messina Denaro, anche lui latitante dal 1993, custode dei segreti di Riina e Provenzano, infine catturato nel 2023. Il boss a cui una certa stampa ha appiccicato la “maschera” del mafioso che si fa i selfie..

Altri articoli di Saverio Lodato pubblicati su Antimafiaduemila sul rapporto Stato mafia

Ai posteri l'ardua sentenza, di Cassazione di Saverio Lodato
Sentenza Trattativa, Di Matteo: ''È un dato di fatto, parte dello Stato cercò Riina''

Trattativa Stato-mafia, la Carnevalesca sentenza della Cassazione

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27 luglio 2023

30 anni - le bombe di Milano e Roma: la ricerca di nuovi equilibri

Accadde tutti in quei pochi mesi, settimane di 30 anni fa.

Le ultime bombe della mafia o, meglio, messe dai mafiosi per portare avanti una strategia eversiva che aveva a capo menti raffinatissime.

Il suicidio di Antonino Gioè, poco prima di parlare coi giudici.

Le bombe di Milano e Roma del 27 luglio 1993.

Il black out di Palazzo Chigi che, nelle memorie dell'allora presidente del Consiglio Ciampi, avevano fatto temere un colpo di Stato.

E poi, il suicidio di Raul Gardini, la maxi tangente Enimont, l'inchieste di Milano sulla corruzione nella politica.

Non fu un colpo di stato quello che avvenne trent'anni fa, ma qualcosa di simile ai messaggi tra corpi dello stato degli anni della strategia della tensione: pezzi di servizi, le menti raffinatissime legate alla criminalità organizzata, parti della politica cercavano nuovi equilibri.

Quelli poi arrivati con la discesa in campo di Berlusconi?

Di certo è sbagliato dire - come fanno tanti - che lo stato quella guerra contro la mafia l'ha vinta.

Vista la lunga latitanza concessa ai Messina Denaro, ai Provenzano, referenti di questo nuovo equilibrio, di questa nuova mafia, non si direbbe.

20 luglio 2023

La ricerca della notizia - Andrea Purgatori e la luce della verità

Ci sono giornalisti che si accontentano di fare da reggimicrofono al politico di turno e che non si lamentano se vengono rinchiusi nei vagoni del treno per una gita propagandistica a Pompei.

Ci sono poi altri giornalisti, che citando il bel film su Giancarlo Siani possiamo chiamare "giornalisti giornalisti" che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali, dei comunicati stampa, delle conferenza stampa del presidente del consiglio senza domande.

Sono giornalisti, e ce ne sono, che cercano la notizia, seguono le storie, senza preoccuparsi se questa notizia dia fastidio a qualcuno di potente.

Questo era Andrea Purgatori, un giornalista che, per esempio, non si sarebbe fermato al comunicato stampa sulla liberazione di Patrick Zaki da parte del regime del generale Al Sisi: Purgatori cercherebbe di capire quali altre partite si siano giocate sulle spalle dello studente bolognese.

Anche se questa ricerca della notizia, questo andare oltre la facciata della narrazione potrebbe dar fastidio.

Come poteva dar fastidio intestardirsi per non lasciar cadere nell'oblio la vicenda di Ustica: non si poteva far cadere nel dimenticatoio l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno. Quella di Purgatori poteva essere quasi scambiata per una ossessione, specie in questo paese dove l'indignazione dura meno di un orgasmo.

Purgatori ha tenuto accesso il faro della verità su questa brutta vicenda, spiegando perché le piste "consolatorie" e "assolutorie" come la bomba o il cedimento strutturale fossero false. Nonostante questo volesse dire mettersi contro i generali dell'Aeronautica, contro la dichiarazioni ufficiali della marina americana (sulla Saratoga, sugli aerei Nato in volo quella sera sul Tirreno).

Tutto questo per il solo fine del raccontare ai suoi lettori (e telespettatori) una storia credibile, reale: un dovere morale per un giornalista, un dovere che anche lo stato avrebbe dovuto portare avanti, nei confronti delle vittime.

Non è facile fare il giornalista giornalista in questo paese: è molto più facile stare dalla parte del potente, fare il reggimicrofono, sposare la narrazione ufficiale: ci sono meno problemi, meno rischi di querele o minaccia di querela. 

Non si tratta solo della cronaca giudiziaria, un tema molto caldo ancora oggi, con le vicende dei ministri Santanché o La Russa.

Mi riferiscono alle storie, che Atlantide - la trasmissione di Purgatori su La7 - aveva raccontato: come il racconto delle giornate del G8 a Genova nel luglio 2001, di cui cui oggi ricorre l'anniversario. La macellerie messicana fatta dal reparto celere della polizia alla scuola Diaz, le prove false portate dai poliziotti (con la complicità dei superiori) dentro la scuola per la narrazione governativa secondo cui nella scuola erano presenti black bloc.

La narrazione di comodo doveva essere chiara: la polizia ha semplicemente fatto il suo dovere, nella scuola c'erano dei violenti che sono stati fermati.

Eppure la verità, scomoda, era ben diversa, perché su Genova era calata la notte cilena, la notte della democrazia (il titolo della puntata di Atlantide), "una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea" come scrisse Amnesty.

Scomodo raccontare queste storie, come quelle dei rapporti tra pezzi delle istituzioni, parti dei servizi, esponenti della politica, con la mafia.

Chi ha seguito la puntata di ieri sera di Atlantide, finita a tarda notte, sulle stragi del 1993 in Italia ha chiaro il contesto: nei servizi, già andati in onda nella giornata a memoria del giudice Giovanni Falcone, si racconta il contesto di quei mesi. La strategia eversiva della mafia, suggerita da un'entità superiore che suggeriva strategia e obiettivi da colpire, la rivendicazioni della falange armata (che rimandavano a vecchi uffici dei servizi, attivi negli anni della strategia della tensione), il voler tenere sotto tensione il governo Ciampi, per preparare il terreno ad un nuovo soggetto politico..

Una verità complicata da spiegare ma ancora più difficile da ammettere: ancora oggi è tabù, per pezzi delle nostre istituzioni democratiche, parlare del G8 di Genova o dei rapporti tra stato e mafia. O del delitto Moro, delle stragi degli anni settanta.

Andrea Purgatori aveva questo coraggio, questa lucidità nel vedere il quadro d'insieme, questa capacità nel sapere raccontare queste storie. Perché un paese veramente democratico non ha paura nel cercare la verità.

19 luglio 2023

Quel filo nero delle stragi

Per quanto la propaganda si sforzi, alla fine tutte le bugie vengono fuori. Prima o poi.

Altro che "ho iniziato a fare politica dopo la morte di Borsellino", "non ho mai perso una fiaccolata con le associazioni antimafia": domani il governo e il suo presidente si limiteranno alle cerimonie ufficiali, con tanto di discorsi pieni di ipocrisia, per ricordare la morte del giudice Paolo Borsellino ucciso in via D'Amelio assieme agli uomini (e ad una donna) della sua scorta.

Se veramente questo governo volesse fare lotta alla mafia non cercherebbe di rimuovere il Concorso esterno in associazione mafiosa, nato col pool di Falcone e Borsellino (e Caponnetto, Di Lello, Guarnotta). Non attaccherebbe i magistrati un giorno si e l'altro pure.

Se veramente avessero intenzione di ricordare Borsellino cercherebbero di fare luce sui depistaggi di stato, fatti per creare un pentito come Scarantino e allontanare le indagini dei magistrati dai Graviano. E da Dell'Utri. E da Berlusconi.

C'è un peccato originale che impedisce a questo governo di fare vera lotta alla mafia, ai suoi interessi economici, fare luce sulla zona grigia tra criminalità, imprenditoria e mondo dei professionisti (e magari delle logge massoniche).

Si tratta del filo nero che lega le stragi di mafia con l'estrema destra, responsabile delle stragi degli anni settanta-ottanta, da Piazza Fontana a Bologna: ne ha parlato ieri l'ex magistrato Roberto Scarpinato nell'articolo "Via d’Amelio e i vulcani comunicanti delle stragi"

Un terzo robusto canale di collegamento è venuto alla luce con la condanna come ulteriore esecutore delle strage di Bologna di Paolo Bellini, esponente di Avanguardia nazionale, uomo dei servizi segreti, che fu in missione in Sicilia nel 1992, nello stesso periodo in cui era presente Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale già legato a D’Amato. È stato accertato che Bellini dialogò ripetutamente in quei mesi con Antonino Gioè, esecutore della strage di Capaci, uomo-cerniera tra la mafia e i servizi segreti, al quale, come ha dichiarato Giovanni Brusca, suggerì di alzare il livello dello scontro con lo Stato effettuando attentati contro i beni artistici nazionali: idea, questa, maturata già nel 1974 all’interno di Ordine Nuovo, formazione della destra eversiva i cui esponenti sono stati riconosciuti colpevoli delle stragi di Piazza Fontana (Milano, 1969) e Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e che, come è stato accertato, hanno goduto di protezioni statali ad altissimo livello. Nella motivazione della sentenza di condanna di Cavallini depositata il 7 gennaio 2021, la Corte di Assise di Bologna dedica quasi cento pagine alla rivisitazione dell’omicidio Mattarella, giungendo alla conclusione, anche alla luce di nuove acquisizioni, dell’esattezza della pista nera individuata da Falcone ed evidenziando le connessioni tra quell’omicidio e la strage di Bologna. Mi risulta personalmente che Falcone era fermamente intenzionato a riprendere quelle indagini se fosse stato nominato procuratore nazionale antimafia. Non gliene diedero il tempo, massacrandolo a Capaci.

Stessa sorte riservarono a Borsellino, affrettandosi prima che avesse il tempo di dichiarare alla Procura di Caltanissetta quanto aveva appreso da Falcone e da alcune fonti sulle collusioni mafiose di alcuni vertici dei servizi segreti e su riunioni di un gruppo di selezionati capi di Cosa Nostra per elaborare un complesso piano stragista. Il piano prevedeva come primo atto la strage di Capaci e vedeva la compartecipazione di altri potenti forze criminali, le stesse che avevano animato la strategia della tensione nei decenni precedenti. Circostanze di cui aveva preso nota nella sua agenda rossa. Una agenda che dunque doveva sparire prima di finire nelle mani dei magistrati che, seguendo il filo di Arianna tracciato in quelle pagine, da Palermo potevano forse risalire passo dopo passo sino a Bologna, facendo così uscire dagli armadi tanti scheletri della prima Repubblica. Che invece sono transitati nella seconda, contribuendo a sostenerne le fondamenta.

23 maggio 2023

Report – l’arresto di Messina Denaro, la latitanza, la trattativa

La verità, vi prego, sulla mafia, sull’arresto di Messina Denaro e su chi ne ha garantito la latitanza – viene da parafrasare il poeta Auden, per questa puntata di Report, all’indomani delle celebrazioni sulla morte del giudice Giovanni Falcone ucciso a Capaci 31 anni fa assieme alla moglie e ai componenti della scorta.

Sos Emilia Romagna

Ma l’anteprima della puntata è dedicata all’alluvione in Emilia Romagna, con le immagini dei campi allagati, gli allevamenti dove gli animali rischiano di affogare nell’acqua.
L’acqua nei campi ha raggiunto l’altezza di 1 metro e venti centimetri: significa la morte delle piante, dei laboratori, dei frigoriferi, di tutte le strutture nelle aziende agricole o negli allevamenti.
Andrea Benzenati – l’allevatore che ha aperto a Report il suo allevamento deve salvare le sue scrofe che sono rimaste nell’acqua fredda per più di 24 ore.

Passata l’emergenza arriverà poi il momento della conta dei danni.

La pupiata di Paolo Mondani

Nei vocali presi dal telefono di MMD si sente parlare il boss della sua vita privata: la cattura del boss è diventata una soap opera, le amanti che litigano, il paese omertoso sullo sfondo, la sua cartella clinica squadernata davanti a tutti.

Possibile che la sua rete di fiancheggiatori finisca con l’alter ego, il medico massone e l’autista?

Ancora mancano pezzi della cattura, non sappiamo chi abbia garantito la sua latitanza: il giudice Di Matteo parla di garanzie ad alto livello, in una provincia, Trapani, che non è una provincia qualsiasi. Qui si legano mafia, logge massoniche, servizi segreti.
Nelle logge si ritrovano mafiosi, politici che si ritrovano assieme. A Trapani si trovava la base dell’aeronautica usata da Gladio: dopo l’arresto di MMD si scoprì che il suo fiancheggiatore era il medico Tumbarello, i cui contatti cui servizi erano noti da anni, medico anche iscritto alla massoneria.

MMD aveva messo in piedi una rete massonica tutta sua: è stato l’architetto Tuzzolino a raccontarlo alla magistrata Principato. Alcune sue rivelazioni si sono rivelate false e ne hanno causato l’arresto, ma altre sono state riscontate: come quelle sui rapporti tra Messina Denaro e l’ex sottosegretario D’Alì, sul fatto che quest’ultimo fosse iscritto alla loggia La Sicilia, come un Gran Maestro.
Le indagini sulla massoneria si sono poi fermate: a queste super logge segrete appartenevano imprenditori trapanesi e politici che tutelavano la latitanza del boss.
Tuzzolini incontrò Messina Denaro più volte, in diversi incontri che gli diede una mano in un suo progetto a New York.
La Loggia La Sicilia era una diretta emanazione della P2 – racconta il servizio: sin dai tempi di Bontade la mafia era in contatto con la loggia di Gelli. Diversi pentiti hanno dettagliato di viaggi in Sicilia di Gelli in Sicilia, dove questi si incontrava coi boss mafiosi.
Dunque la rete di protezione di MMD (scoperta dalla pm Principato) è di derivazione da quella di Gelli: politici, giornalisti, professionisti, tutti dentro questa loggia itinerante, senza sede, che dava consigli e contatti per chi voleva investire all’estero.

Dentro questa loggia, raccontano i pentiti, anche l’ex senatore D’Alì, lo zio era iscritto alla loggia P2: oggi l’ex senatore è in carcere per la condanna di concorso esterno.

L’ex collaboratore Morsicato ha raccontato a Report dei familiari di MMD con cui era entrato in contatto: si sapeva che il boss era protetto da uomini dello stato. Lo stesso Tuzzolino spiega come nelle logge fossero presenti uomini delle forze dell’ordine e dei servizi.

Giovanni Savalle è un imprenditore che è stato considerato dalla GDF come il tesoriere di MMD: lo scorso anno è caduta l’accusa di essere in relazione col boss, per tramite di altri imprenditori, come Gianfranco Becchina. Secondo la DIA Becchina sarebbe a capo di una rete di trafficanti in opere d’arte. Altri rapporti con Maria Guttadauro, figlia di Filippo Guttadauro (sposato con la sorella di MMD), con Luca Bellomo (nipote del boss).. Buoni rapporti non solo coi parenti del boss ma anche con la politica, di destra o di sinistra: Totò Cuffaro gli aveva chiesto di candidarsi.

Tumbarello, il medico massone di MMD, era una fonte dei servizi: lo si sapeva da anni – racconta una fonte a Report che lavorava nella polizia giudiziaria: l’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino aveva proprio Tumbarello come tramite per raggiungere Messina Denaro. L’operazione Vaccarino era gestita dal Sisde e serviva per concordare la consegna spontanea del boss: una sorta di pre tavolo di trattativa.

Nelle lettere che MMD scrive a Vaccarino il boss spiega le sue condizioni, a modo suo: al centro della trattativa c’è l’ergastolo, il 41 bis.

Poi arriva la malattia e le abitudini del boss cambiano: è come se volesse lasciare delle briciole nel suo percorso per farsi arrestare, come il cellulare lasciato ad altre pazienti della clinica.

O era troppo fiducioso della rete di protezione oppure si è lasciato arrestare.

Il funzionario di polizia giudiziaria che è stato sentito da Report racconta della mancata cattura nel 2022: c’è un’ultima lettera con dentro dei pizzini, in cui MMD parla in codice “è andato tutto a scatafascio”, come se sapesse dell’indagine grazie ad una talpa.
Le indagini erano fatte da polizia e carabinieri, le cimici nella casa della sorella Rosalia erano state inserite dalla polizia e i carabinieri volevano inserirne una nel bagno
nel dicembre 2022.
Qui c’è un mistero, un pizzino che prima c’è, poi scompare: un pizzino dove si parla della malattia del capomafia, quel pizzino poi servì ai carabinieri per arrivare alla cartella clinica e poi arrivare alla cattura.
La sorella Rosalia si accorge dei movimenti di polizia e carabinieri, che si pestano i piedi: nel pizzino il boss dichiara di non voler usare la posta perché non sicura, ma rimane a Campobello, dove si sentiva sicuro.

“I servizi segreti non vogliono che Matteo Messina Denaro fosse catturato nel maggio 2022, col governo Draghi”: sarebbe cioè il secondo round di una trattativa partita tramite uno scambio di lettere (le lettere a Svetonio) tra il mafioso e l’ex sindaco Vaccarino.
Lettere dove si parla del 41 bis, che rimane ancora un nervo scoperto per la mafia: quelle lettere servivano a preparare il terreno per la consegna di Messina Denaro.

L’arresto del latitante era stato annunciato da Salvatore Baiardo: nel processo del 2020 Ndrangheta Stragista aveva parlato di aver incontrato coi Graviano l’ex presidente Berlusconi.

Massimo Giletti aveva ospitato a La7 Baiardo dove quest’ultimo aveva annunciato l’arresta di Messina Denaro come regalo al governo, “quando allo stato farà comodo..”
L’arresto dei corleonesi in cambio della fine del 41 bis?

Report ha chiesto conto a Baiardo di questa cattura annunciata? Chi lo ha detto a Baiardo?
A Report Baiardo parla di un coinvolgimento dei servizi, che avrebbero interloquito col boss.

A Omegna sarebbe stata scattata la foto di Graviano con Berlusconi e l’ex generale Delfino: ex generale del Sismi, indagato per gli attentati del 1993. Cosa ci faceva sul lago D’Orta assieme ai Graviano? Quelle foto esistono veramente?
“Se non va tutto come deve andare le foto escono nel libro” racconta poi a Mondani: le foto sono state mostrate a Paolo Berlusconi – racconta ancora Baiardo.
L’avvocato di Paolo Berlusconi racconta di insinuazioni, si tratta solo di una richiesta di denaro.

Dopo la chiusura della trasmissione di Giletti e dopo l’uscita della storia delle foto, Baiardo inizia a ritrattare tutto facendo dei video su Tik Tok.
Altro che foto, sono tutte fesserie..

Ma all’autorità giudiziaria Giletti racconta di questa foto polaroid dove ha riconosciuto Berlusconi, l’ex generale Delfino e poi un’altra persona che Giletti non ha riconosciuto.

In uno scambio di messaggi Baiardo fa riferimento ad una data, l’8 marzo, data in cui la Cassazione inizia a discutere dell’ostacolo ostativo: a che gioco sta giocando Baiardo e per conto di chi?

Strane coincidenze in questa storia: la profezia del veggente Baiardo che da Giletti annuncia il regalo al governo Meloni, l’arresto del latitante Messina Denaro il 15 gennaio.

E, anni prima, la profezia del generale Delfino che nel 1992 annuncia la cattura di Riina, come favore al ministro Martelli.

Graviano, in una deposizione, racconta di essere venuto a conoscenza del pentimento di Balduccio Di Maggio, di cui non avvisò però Riina.

Oggi Martelli racconta di una visita, nell’estate del 1992, del generale Delfino: “non si preoccupi, le portiamo noi Riina” gli disse.
Già a luglio qualcuno nello stato sapeva della disponibilità di Di Maggio nel consegnare proprio Riina?
Era stato Graviano a portare Di Maggio a Borgomanero – racconta Baiardo oggi: è stato poi Graviano a portare Di Maggio dal generale Delfino, vendendo così Riina allo stato.
Questo si incastra con le rivelazioni fatte da Spatuzza, quando a Roma Graviano felice, spiega al suo soldato che avevano aggiustato tutto con quello di canale 5 e col paesano di Palermo.

I fratelli Graviano erano ad un passo di Berlusconi, sempre smentiti da quest’ultimo.
E questo porta
a raccontare di due verbali della Dia dimenticati nel cassetto: nel 1996 Francesco Messina era alla Dia e indagava sulle stragi del '93 insieme al magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi, quando firmò due verbali con le rivelazioni di un confidente fino ad allora sconosciuto, Salvatore Baiardo. Quest’ultimo confessa a Francesco Messina di aver assistito nella sua casa tra il 1991 – 92 a conversazioni telefoniche tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri dalle quali si evinceva che i due avevano interessi economici comuni in Sardegna.

Oggi il prefetto Messina è direttore del servizio centrale anticrimine e racconta a Mondani di quel verbale: “disse di aver assistito ad una conversazione telefonica tra Graviano e un tale Marcello, questo bisogna dirlo per onore della cronaca.”

Baiardo aveva capito tramite un commercialista di Palermo, Fulvio Lima parente del politico Salvo Lima (ucciso dalla mafia nel marzo 1992), che venivano trasferiti ingenti capitali proprio a Marcello Dell’Utri: “parlò di questo interessamento anche di Fulvio Lima a questo trasferimento di denaro, ma anche questo fu riferito all’autorità giudiziaria.”
La villa dove i Graviano stavano dopo le stragi del 1993 era ubicata a Punta Volpe (in Sardegna) ed è Baiardo che paga l’affitto per conto dei Graviano: “Baiardo raccontò di aver dovuto recapitare una valigia ai fratelli Graviano che si trovavano in vacanza in Sardegna e che questa valigia ad un certo punto fu recapitata in una villa che era nel comprensorio
vicino alla villa del prossimo presidente del Consiglio..”
Cosa aveva intuito Chelazzi (il pm fiorentino che indagò sulla bomba ai Georgofili) alla fine del suo percorso investigativo sulla strage di Firenze, sulla strage di Milano e sulle stragi del 1993?

“Io credo che lui avesse percepito chiaramente da tempo che dietro a questi fatti non c’era soltanto l’ala militare di cosa nostra corleonese.”

Baiardo è stato interrogato dal pm Tescaroli a Firenze sulle stragi di Firenze e Milano: erano stragi per spazzar via la vecchia mafia e far emergere la mafia nuova, l’ala di Provenzano.
Sulla trattativa stato mafia la Cassazione ha confermato le assoluzioni a politici e carabinieri, il fatto non è reato: ma nella sentenza di appello era stato scritto come Dell’Utri aveva tramato per favorire interessi dei mafiosi.
Oggi l’indagine sui mandanti esterni per queste stragi si sono riaperte, gli investigatori stanno cercando le tracce di denaro tra i Graviano e Berlusconi (secondo i Graviano erano investimenti fatti nelle sue aziende).

Sulla strage di via dei Georgofili il pentito Spatuzza ha detto che questi morti non ci appartengono: o mafiosi non avevano tutto quell’esplosivo poi fatto esplodere sotto la torre. Secondo il giudice Donadio altri (chi?) hanno messo altro esplosivo oltre a quello dei mafiosi: i periti, sentiti da Report, parlano di Tritolo, Pentrite, T4, esplosivi che si ritrovano anche per uso civile.
Un ex agente della polizia giudiziaria di Firenze ha raccontato di una indagine svolta: la Torre dei Pulci poteva essere un obiettivo diverso,
perché quella Torre era ospitato un centro forse collegato ai servizi (forse dietro al scelta di quell’obiettivo c’erano altre menti raffinatissime?).
Un ex carabiniere poi passato ad una società privata avvisò gli investigatori con una minaccia nemmeno troppo velata. L’indagine fu poi troncata da un importante magistrato.

A Milano e a Firenze diversi testimoni parlano di una bionda e di una bruna: di questi strani agenti parla l’ex compagna del poliziotto Peluso, Marianna Castro, che parla di una rete (di agenti o ex agenti) composta da "faccia da mostro" e dall'ex funzionario del Sisde Contrada.

Da Firenze a Milano: il 27 luglio 1993 in via Palestro a Milano esplode una bomba uccidendo 5 persone ferendone 12. I magistrati ritengono che ci sia un buco di 48 ore nella ricostruzione della preparazione della strage, perché nessuno dei collaboratori di giustizia sa dire cosa accadde dopo, come se i mafiosi avessero passato nelle mani di altri l’esecuzione.
Altri chi? Ma non era stata solo la mafia a preparare e gestire quelle bombe?
Il giornalista Fabrizio Gatti nel 2019 ha scritto
Educazione americana, la storia di un agente della Cia di stanza a Milano che gli rivela i retroscena della strage.
“Dice di chiamarsi Simone Pace, il suo nome convenzionale, quindi credo che sia anche il nome finto, racconta e rivela che in quegli anni degli attentati, così come prima e negli anni successivi esiste in Italia e anche a Milano una squadra clandestina della Cia, formata da cittadini italiani e americani. In particolare lui, nei mesi precedenti all’attentato di via Palestro viene coinvolto dal suo capo americano, che dice di chiamarsi Viktor, viene coinvolto in un sopralluogo in via Palestro.”

Ancora Gatti racconta che Viktor chiese a Pace di comprare dei componenti chimici per realizzare una bomba: poco distante dalla casa di Viktor stavano i due mafiosi che hanno portato l’esplosivo per Milano.

Pace si definiva un facilitatore della storia, uno che fa si che la storia segua un certo corso – spiega Gatti a Mondani.

La nostra storia è stata facilitata grazie alle bombe, alle stragi, dietro cui si ritrovano spesso le stesse facce: un paese che non teme la mafia, che non ha nulla a che spartire con mafia e terrorismo (di tutto i colori), che non teme i ricatti dei mafiosi DEVE sapere svelare questi misteri, queste facce.

Sarà questo il compito della prossima commissione antimafia? Sarà questo l'obiettivo di questo governo?

24 gennaio 2023

Report – la latitanza di Messina Denaro

Mi chiamo Matteo Messina Denaro – di Danilo Procaccianti

Matteo Messina Denaro è stato arrestato all’ingresso della clinica privata La Maddalena a Palermo, dopo 30 di latitanza.

28 anni fa aveva rinunciato di riconoscere la figlia per evitare di essere catturato oggi invece non si preoccupava di farsi i selfie con altre persone, andava al supermercato.

Si ipotizzava che avesse cambiato aspetto, che fosse all’estero e invece è stato arrestato a casa sua, senza cambiare faccia. Si è lasciato catturare per il tumore oppure sono cadute le protezioni che ne hanno consentito la latitanza?

Danilo Procaccianti faceva il ciclo di chemioterapia nella clinica più famosa di Palermo, il suo patron ha legami con la politica, da Cuffaro a Schifani.
Matteo Messina Denaro si era perfino scambiato il numero di telefono con altri pazienti: il comandante dei carabinieri di Trapani imputa il suo cambio di atteggiamento per la malattia, questo ha poi consentito ai carabinieri di catturarlo.
Come mai MMD non si è curato in un centro oncologico famoso? Come mai si è operato a Mazara? Il 13 novembre 2020 ad operarlo sarebbe stato il chirurgo Urso, uno molto bravo: nemmeno il chirurgo sapeva chi stava operando? Bisognerà stabilire il livello di responsabilità di questi medici racconta a Report il colonnello dei cc. Fabio Bottino.
Tanti medici dovranno spiegare il loro comportamento, come il dottor Tumbarello, il suo medico personale, che gli avrebbe preparato le carte per l’operazione, fatta a nome di Bonafede.
Il sindaco di Campobello dice che il medico è stato costretto: nessuno ha visto niente, nessuno sa. Eppure negli ultimi mesi MMD ha vissuto in uno stabile sulla strada principale di Campobello: nessuno ha visto niente?
Nemmeno nel supermercato dove si è sicuri che MMD ha fatto la spesa: nemmeno qui lo hanno riconosciuto e se qualcuno lo avesse anche riconosciuto deve aver pensato, “ma chi me lo fa fare?”.
Nessuno ha visto i soldi per comprare la casa dove abitava negli ultimi mesi, nemmeno i carabinieri che hanno riempito di cimici il bar vicino casa lo avevano visto.
Può aver avuto delle protezioni negli anni passati – ammette il colonnello Bottino - anche a livello istituzionale. Di certo nel 2021 i carabinieri avevano ricevuto da una fonte anonima l’informazione secondo cui MMD era stato visto vicino a Torretta Granitola: lo racconta a Report il giornalista Marco Bova che spiega come Torretta Granitola fosse uno dei luoghi delle scorrerie passate del boss.
Tanti boss avevano casa nel trapanese, Brusca, Riina e poi Matteo Messina Denaro: qui i boss si sentivano al sicuro. Certo le protezioni istituzionali non si possono escludere.
La storia della latitanza è piena di sabotaggi, talpe anche all’interno dello Stato, come un corpo infestato dai virus come la massoneria.

Lo stato del latitante – di Giorgio Mottola

Per anni di MMD non si sono avute mai tracce, la voce, le impronte, pur di rimanere fuori da tutto, era capace di tutto raccontano oggi i magistrati Scarpinato (oggi senatore) e Principato.

Eppure oggi aveva cambiato atteggiamento: secondo l’ex giudice Scarpinato era arrivato al boss il messaggio che era arrivato il momento di farsi catturare, un messaggio molto dall’alto.
I magistrati sono stati vicino alla cattura del boss, ma poi sono stati bloccati in vario modo: un auto della polizia fermata dalla stradale, fino alla storia delle talpe nella DDA.

Come il maresciallo Ciuro, braccio destro di Ingroia e poi condannato per 4 anni per aver rivelato delle indagini contro la mafia al boss Aiello, medico e imprenditore nel settore della sanità ai tempi della presidenza Cuffaro.

Grazie a questo sabotaggio delle indagini MMD era sempre davanti agli investigatori.

Giorgio Riolo (ex ROS) è stato condannato assieme a Borzacchelli (ex carabiniere): avrebbero passato informazioni riservate dell’antimafia ad Aiello, condannato per mafia anche lui.
Ma ci sono stati anche errori degli investigatori nella caccia al boss: Teresa Principato racconta la storia del capo mafia Sutera, che si incontrava con MMD periodicamente. Il procuratore capo (Messineo), prima di concludere la cattura di Messina Denaro esprime dei dubbi sulle intercettazioni e decide di catturare Sutera, togliendolo di mezzo.

Era la pista più calda per arrivare a MMD: oggi Messineo racconta che non si poteva aspettare, perché c’era l’obbligatorietà penale. È una storia di rivalità tra magistrati o un sabotaggio delle indagini? A Teresa Principato qualche dubbio viene ancora oggi, accuse oggi respinte dall’ex procuratore Messineo.

La nuova pista su cui si concentra Principato fu la massoneria: un massone assoldato nella loggia di Castelvetrano racconta alla procuratrice di professionisti iscritti a questa loggia coperta, La Sicilia.
Ma il nuovo capo della procura di Palermo, Lo Voi interrompe il lavoro della Principato col pentito Tuzzolino.

Alfonso Tumbarello è il medico di MMD: la sua vicenda si intreccia con quella dell’ex sindaco Vaccarino, quest’ultimo in una udienza del 2012 aveva raccontato che aveva chiesto un incontro col fratello del boss. Il Sisde gli aveva chiesto un link per incontrare il boss e questo tramite era proprio Tumbarello: Mario Mori aveva chiesto a Vaccarino di fargli da tramite e da questo è nato il libro “Lettere a Svetonio”, un canale di comunicazione tra un pezzo dello stato e il boss?

Come mai non si è seguito mai questa pista che Vaccarino aveva raccontato in un udienza pubblica nel 2012?

La massoneria aveva avuto un ruolo nella latitanza di MMD: nel 2017 facendo una inchiesta su irregolarità del CNR nel trapanese, Report aveva raccolto delle tracce che portavano al capo mafia.

Lo Stato del latitante di Giulio Valesini

La vecchia tonnara di Capo Granitola, un vigilantes che sorveglia questa struttura affinché non venga vandalizzata: Report in un servizio del 2017 sul CNR si era già imbattuta in personaggi che poi si scoprì essere prestanome di MMD e che oggi si scoprono legati ai suoi covi.
La vecchia responsabile del CNR, Laura Giuliano, aveva denunciato le irregolarità dei conti nel CNR, aveva anche raccolto una confidenza di un medico secondo cui Capo Granitola era la casa di Matteo Messina Denaro.

Si arrivò ad un audit su queste irregolarità ma a questi controlli non arrivarono tutti i documenti: alla fine la Giuliano fu spinta ad andarsene, abbandonando il CNR.

La procura di Napoli ascoltò Laura Giuliano: che cosa ne è stato fatto della sua deposizione?
Giulio Valesini ha raccolto la testimonianza di un signore che vide Matteo Messina Denaro davanti la sede del CNR di Capo Granitola.

Tra gli uomini politici che hanno protetto la latitanza di MMD c’è Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’interno del secondo governo Berlusconi.

Lo stato del senatore di Walter Molino

I Messina Denaro erano campieri nei vigneti dei D’Alì: presidente della provincia di Trapani, sottosegretario agli interni nel secondo governo Berlusconi dal 2001 al 2006, senatore fino al 2018.

Dopo 5 processi è stato condannato a sei anni di carcere per mafia: giusto un mese dopo è stato arrestato il boss.
Teresa Principato vede nel rapporto tra D’Alì e i Messina Denaro la chiave di tutto: dal ministero dell’Interno controllava la polizia e conosceva le indagini in Sicilia.

Non solo: quando lo stato cercava di mettere le mani nei beni dei boss, coi sequestri, poi succedeva che i beni tornassero alla mafia.

L’ex prefetto Sodano cercò di cambiare questo modo di agire ma fu cacciato come prefetto su ordine dell’ex ministro Pisanu, su pressioni di D’Alì.
Al processo contro D’Alì, la famiglia di Sodano non fu ammessa: oggi i familiari raccontano a Report il rammarico di essere stati abbandonati dalle istituzioni, avevano scritto tante lettere di denuncia ma non sono mai stati ascoltati.

Alfonso Tumbarello era iscritto ad una loggia del trapanese ma era anche candidato a sindaco di Campobello, sponsorizzato proprio da D’Alì: il ruolo delle logge nelle protezioni dei mafiosi è stato raccontato dall’ex giudice Scarpinato, che ha ricordato la storia della loggia scontrino, costola della P2. Nel trapanese era presente una base Gladio coinvolta nel traffico dei rifiuti.

In comune a Trapani di cosa si discute oggi? Dell’arresto di Matteo Messina Denaro? No, oggi si parla di un ex bomber del Trapani calcio.

In questo palazzo stanno crescendo giovani politici cresciuti sotto la protezione di D’Alì, come il consigliere Guaiana, che non rinnega l’amicizia dell’ex sottosegretario.

Sottosegretario che non solo si occupò del prefetto Sodano, ma allontanò dal suo incarico il commissario Linares che stava proprio indagando sulle logge nel trapanese.

Trapani era la Svizzera della mafia, raccontava Falcone.

Lo stato del latitante – la trattativa di Paolo Mondani

Per anni lo stato non si è interessato a Matteo Messina Denaro: eppure quest’ultimo era considerato come un figlio da Riina, assieme a Giuseppe Graviano.
Mondani ne ha parlato col procuratore Paci: Messina Denaro dopo l’arresto di Riina si è adattato alla nuova cosa nostra, ha iniziato a fare affari dimenticandosi delle bombe, con grande cruccio di Riina stesso.
A Report Salvatore Baiardo (amico dei Graviano) aveva raccontato che Graviano pensa ancora di uscire dal carcere: Giuseppe e Matteo si vedevano spesso, anche in vacanza.
Per uscire dal carcere Graviano aspettava la fine dell’ergastolo ostativo e del 41 bis: l’arresto di Messina Denaro rientra in una partita di scambio, tra cosa nostra e lo stato?

Le dichiarazioni di Baiardo diventano interessanti sotto questo aspetto: nella trattiva stato mafia del 1993 l’ergastolo era proprio al centro della questione.

Ma oggi qual è lo scopo delle dichiarazioni di Baiardo? Sono una nuova trattativa?
La trattativa è esistita, lo scrive la stessa sentenza di assoluzione degli alti ufficiali del Ros, dove si scrive che Provenzano fu lasciato libero per un interesse dello stato nel combattere l’ala stragista della mafia.

Secondo il giudice Di Matteo, le dichiarazioni di Baiardo possono essere la volontà da parte di cosa nostra di riprendere un dialogo con un pezzo dello stato. Magari con la fine dell’ergastolo ostativo, che di fatto favorisce l’omertà dei mafiosi.
Invece Messina Denaro non consegnerà i suoi documenti segreti, che gli hanno consentito per anni di ricattare lo stato: la storia della falange armata, il ruolo delle lettere a Svetonio scritte col sindaco Vaccarino con la supervisione del Sisde. La storia delle bombe di Firenze e Milano, che hanno provocato dieci morti tra cui una bambina di pochi giorni.

02 gennaio 2023

Report – la pista nera sulle stragi del 1992-93, i tamponi del presidente

Report lo scorso 23 maggio aveva parlato della presenza della destra eversiva dietro le stragi del 1992-93 e stasera si aggiungeranno altri dettagli.

Poi una inchiesta in Veneto sui tamponi veloci con delle intercettazioni imbarazzanti sul governatore Zaia.

LA GRANDE TRUFFA di Danilo Procaccianti

Il dottore Rigoli era considerato l’Elon Musk da parte del presidente Zaia: oggi è sotto inchiesta dalla procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio perché avrebbe giurato il falso sulla valutazione dei tamponi rapidi adottati dalla regione Veneto nel 2020.
Erano kit certificati CE, risponde oggi a Report, “quindi non dovevo validare la specificità”.

Ma chi ha valutato i tamponi rapidi, dunque? Report lo scorso anno si era già occupata della sanità in Veneto e dei morti per Covid per la seconda ondata: l’attenzione si era accesa sui tamponi rapidi scelti dalla regione Veneto, dovevano essere usati sia negli ospedali che nelle RSA. Il servizio era stato seguito con attenzione dalla procura di Padova: nell’inchiesta sono emerse intercettazioni su Zaia, che in ogni caso non è indagato.
Il Veneto assieme ad altre sei regioni era capofila per l’acquisto dei tamponi rapidi, per 128 ml: il manager Flor della sanità veneta dice che le altre regioni comunque hanno fatto una validazione scientifica, ma non è vero, le altre regioni sono andate a rimorchio del professor Rigoli che aveva affermato di averli testati, come dice anche in una delle tante conferenze stampa col presidente.

Nell’agosto 2020 la regione Veneto riporta un documento dove si dice che i test rapidi erano certificati dallo Spallanzani, ma si riferiva ad altri test, non per quelli usati in Veneto.
“I prodotti sono idonei per una attività di screening” scrive Rigoli all’azienda 0 del Veneto che si occupa degli acquisti: questi sarebbero arrivati direttamente alla regione dalle mani del dottor Rigoli. Secondo la procura i test non sono stati proprio testati, dal professore, che si difende dicendo di averne testati alcuni: in un primo interrogatorio con gli investigatori aveva detto che nessun test era stato fatto, poi ha ritrattato, affermando che ad agosto aveva fatto dei test, sebbene a giugno 2021 i test dalla Abbott non erano arrivati.
La regione avrebbe provveduto ad un affidamento diretto per 2ml di euro per i test della Abbott: la direttrice dell’Azienda 0 preferisce non rispondere alle domande di Report, risponderà nelle sedi opportune.

I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive.

Sapeva Rigoli della cattiva efficacia di questi test? Io non li avevo provati, erano certificati CE, continua a ripetere oggi. Ma dovrebbe spiegare anche ai veneti ciò che ha scelto.

La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.

Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso grezzo del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.

Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

“Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”

Se il parere è falso lo devono stabilire i magistrati: quello che è certo è che il Veneto ha usato il doppio dei tamponi rapidi, un dipendente dell’Abbott racconta di aver portato direttamente ad agosto i tamponi, dopo che Rigoli ne aveva certificato la bontà con la regione Veneto. Dopo il Veneto si erano aggregate altre regioni. Oggi hanno qualcosa da dire i protagonisti della vicenda?

Crisanti aveva redatto uno studio dove mettera nero su bianco che la loro efficacia era al 70%, non al 90%, ne sconsigliava l’uso nelle RSA.
Nella seconda ondata il Veneto si è preoccupato di attaccare il dissenso dei medici contro le scelte della regione: i medici dovevano comportarsi come soldatini. Zaia aveva querelato un esponente politico del gruppo “Il Veneto che vogliamo”, usando i soldi pubblici. Alla fine la querela è finita in archiviazione, anche contro Crisanti.

Crisanti era stato attaccato dopo il suo studio sui tamponi rapidi che contrastava la politica regionale sui tamponi: lo studio esiste ed era stato pubblicato su
una rivista scientifica.
Meglio dire che lo studio non c’è altrimenti l’azienda ci fa causa – dice il manager della sanità Flor a Report.
Esiste poi una intercettazione in cui Zaia parla preoccupato dell’inchiest
a ma anche dall’esposto presentato da Zaia contro lo scienziato Crisanti. Questo esposto aveva suscitato anche la reazione del senato accademico dell’università di Padova: “è un anno che prendiamo la mira a questo .. stiamo per portarlo allo schianto … [Crisanti] sta passando per il salvatore della patria e io sto passando per il mona ...” sono le parole al telefono del presidente Zaia riferito a Crisanti e ai problemi che gli stava causando, anche dopo la lettera degli accademici.
Oggi Crisanti per non creare problemi si è dimesso dall’università di Padova.

Se la certificazione del dottor Rigoli fosse falsa, dovremmo chiederci se è stata una scelta autonoma.

STATO D'ONORE – Facce da mostro di Paolo Mondani

Dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe una struttura politico, massonico, eversiva che avrebbe avuto lo scopo di portare al governo una formazione filo atlantica.

Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.

Roberto Scarpinato racconta a Report di quanto il trentennale si sia svolta in chiave di riduzione, di cancellazione della storia: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, i cattivi non ci sono più, possiamo ora smantellare la legislazione antimafia messa in piedi in quegli anni. Questo stato non vuole trovare la verità sulle stragi del 1992-93 conclude Scarpinato.
Report aveva raccontato il maggio scorso degli incontri tra Delle Chiaie e i boss mafiosi, dei viaggi a Palermo, raccogliendo le dichiarazione di brigadiere, di un confidente della mafia, Lo Cicero.

Si poteva arrestare il capo di cosa nostra prima degli eccidi, racconta oggi Lo Cicero che all’epoca aveva parlato già con Borsellino (che dunque sapeva del ruolo di Delle Chiaie).

Dopo il servizio Paolo Mondani è stato pedinato e intercettato, come se i criminali fossero i giornalisti di Report.
Dietro la strategia stragista del 1992-93, pianificata nei primi anni 90 tra destra eversiva, massoni c’è Delle Chiaie?
Report in questo servizio ha sentito Armando Palmeri, braccio destro del boss di Alcamo ex collaboratore di giustizia: prima della strage di Palermo due uomini dei servizi avevano chiesto al clan e al boss Milazzo di organizzare una strage, attentati per destabilizzare lo Stato.
I due uomini dei servizi – racconta Palmeri - erano accompagnati dal dottor Lauria, poi diventato senatore di FI negli anni novanta: Milazzo, il capomafia aveva rifiutato e a Palmeri aveva detto che erano i servizi deviati la vera mafia, loro erano i burattini.

Prima della strage di Capaci Milazzo viene ucciso, pochi giorni dopo viene uccisa la sua fidanzata che forse sapeva qualcosa dei suoi segreti: Milazzo fu ucciso da Nino Gioè, un altro uomo d’onore particolare, secondo una informativa dei carabinieri del 67 era una persona buona per operazioni particolari, di natura riservata, lavori da servizi deviati.
Gioè assieme a Brusca faceva parte del commando di Capaci: oggi Palmeri dice che a premere il pulsante per la bomba non è stato Brusca, che aveva in mano solo un giocattolo “è stata una operazione militare.”
Il boss Di Carlo, cugino di Gioè, ha affermato che era un uomo dei servizi, come anche Paolo Bellini, oggi implicato anche nella strage di Bologna.

Gioè è morto suicida in carcere, prima di iniziare una collaborazione coi magistrati, uno strano suicidio di cui aveva parlato in una intercettazione anche l’ex magistrato Loris D’Ambrosio.

Gioè aveva parlato anche di traffici di materiale radioattivo, per alimentare il piano di destabilizzazione voluto dai servizi segreti.
La Commissione Parlamentare antimafia ha approvato una relazione dove si parla di un traffico di materiale fissile andato avanti fino al 1993, con la Libia, che partiva da Alcamo.
Un traffico per cui è stato condannato un agente della CIA, un traffico di uranio in cui erano coinvolti mafiosi, agenti segreti: persone dello stato parallelo, che usano la criminalità organizzata come manovalanza.
Il commissario Peri. Della stazione di Alcamo, aveva indagato su questi traffici come anche sull’incidente del DC8 a Montagna Longa nel 1972: 115 morti, per un incidente che dietro potrebbe nascondere un episodio della strategia della tensione.
Il commissario Peri stava indagando sui 115 morti dell’incidente di Montagna Longa del 72, sui sequestri e sugli omicidi avvenuti a Trapani
(come i due carabinieri uccisi ad Alcamo nel 77). sui rapporti tra mafia, la destra eversiva e la massoneria: la sua indagine finì male, il procuratore di Trapani ne screditò il lavoro, la sua indagine fu archiviata dal giudice Cassata.
Peri morì nel 1982 mentre il giudice Cassata era stato scoperto negli archivi di Gelli.

Anni dopo queste indagini furono riprese da Falcone che indagò sugli omicidi politici sull’isola, mettendo assieme loggia P2 e mafia.
Report è poi passata alle stragi del 1992-93, soffermandosi sul ruolo di Bellini, infiltrato del ROS dentro la mafia per scoprire un traffico di opere d’arte. Ma poi alla fine quale fu il suo lavoro? Forse quello di spostare la strategia mafiosa contro le opere d’arte, come poi avvenuto con le bombe a Firenze e Roma?
Palmeri oggi ai magistrati afferma di aver riconosciuto uno dei due uomini dei servizi, ma non ha voluto aggiungere altro per l’inchiesta in corso.

L’ex giudice Scarpinato si è poi soffermato sull’incontro dei boss mafiosi nel 1991: si pianificavano le stragi per destabilizzare il paese e preparare la discesa in campo di nuove formazioni politiche che dovevano prendere il posto dei partiti della prima repubblica.

In quei mesi si registra l’attività di Delle Chiaie e di Domenico Romeo: quest’ultimo accompagnò Delle Chiaie per la sua attività politica in Sicilia, come conferma oggi a Report.

Alberto Lo Cicero, autista del boss Troia, a pochi mesi della strage di Capaci aveva raccontato ai carabinieri la presenza di personaggi di spicco proprio a Capaci, perché doveva succedere qualcosa di importante.
Lo Cicero vede a Capaci anche Delle Chiaie, sempre nell’imminenza della strage: Maria Romeo è la ex compagna di Lo Cicero e oggi a Report afferma che è stato Delle Chiaie l’organizzatore delle stragi, assieme ad una parte dei boss mafiosi.

Delle Chiaie era l’aggancio tra la mafia e lo Stato – dice la Romeo: era quello che portava in Sicilia la voce di Roma, come per esempio l’ex deputato Lo Porto del movimento sociale.
Lo Porto oggi ricorda il boss Troia, una persona generosa dice: sapeva che fosse figlio di mafiosi, non sapeva che fosse lui stesso mafioso.
Degli incontri tra Lo Porto e Troia parla Marta Granà: Troia incontrava imprenditori, oltre all’onorevole Lo Porto.

Il 5 ottobre 1992 il comandante della sezione giudiziaria di Palermo Cavallo, aveva redatto un documento in cui parlava di una fonte confidenziale che rivelava come nell’aprile del 1992 Delle Chiaie era venuto a Palermo, si era incontrato col boss Troia e aveva cercato l’esplosivo per la strage: questo documento non era stato reso noto ai magistrati – racconta oggi Scarpinato, che aggiunge che questo filone di indagine non è stato seguito dai carabinieri.
L’informativa dell’allora capitano Cavallo, si parlava di Delle Chiaie, dell’eplosivo preso da una cava di un parente di Troia: questa era stata inviata a diversi magistrati come Aliquò e Tinebra senza che sia nata una indagine.
Da queste piste, di queste dichiarazioni su Delle Chiaie non se ne è fatto nulla. Sparito, come le registrazioni che la Romeo aveva consegnato ai carabinieri.
I due Troia, il boss e il proprietario della cava, vennero poi arrestati nel 1993 e nel 1998, ma non per la strage di Capaci.
Anche l’onorevole Lo Porto è stato arrestato nel 1969, per aver sparato in un poligono assieme all’esponente della destra estrema Concutelli, l’assassino del giudice Occorsio.

Dopo il fallimento del progetto politico delle Leghe, ispirato dal maestro P2 che doveva balcanizzare la politica italiana, si cambiò strategia.
IL pentito Sparacio racconta ai pm di Firenze del lavoro di Delle Chiaie su questa strategia, indicando gli obiettivi da colpire al boss Nino Mangano (che era stato incontrato a Roma). Ma la procura di Firenze non aveva avvertito i pm di Palermo che non erano a conoscenza di queste deposizioni.
Delle Chiaie aveva dato indicazioni alla mafia su come muoversi, nel gennaio febbraio del 1993: il leader di Avanguardia Nazionale era in contatto con la mafia da anni, racconta oggi Sparacio che aveva la cultura per indicare quali obiettivi culturali scegliere a casa dell’imprenditore Michelangelo Alfano.
Anche l’attentato a Costanzo sarebbe nato da Delle Chiaie, scelto perché in trasmissione aveva offeso i mafiosi, poi un attentato contro De Gennario (nominato capo della DIA nel 1992), che Bagarella e Mangano avevano già come obiettivo.
Il quartier generale di Delle Chiaie, occupato dal 1991 è oggi tornato un possesso del comune di Roma: anche dopo lo scioglimento negli anni settanta la sua attività politica è andata avanti.

Ne parla Massimo Pizza ex agente Sismi: alla procura di Palermo Pizza aveva parlato delle leghe meridionali, espressione della mafia, di incontri di inizio anni novanta tra famiglie di ndrangheta che si erano incontrate coi mafiosi e coi politici (corrente andreottiana), con esponenti della massoneria (del finto ordine di Malta), dell’estrema destra (Delle Chiaie e Menicacci).
Delle Chiaie, racconta Pizza, doveva occuparsi della parte militare di questa destabilizzazione.

Dell’incontro del 1991 ne parla anche D’Andrea segretario della Lega Meridionale: Delle Chiaie aveva avuto input da uomini dello Stato (dal ministero dell’interno) per portare d’avanti questo progetto di destabilizzazione.

Il piano di destabilizzazione aveva ricevuto fondi da imprenditori e banchieri, si parla di 100 miliardi di lire, anche da imprenditori mafiosi: questi soldi sono parcheggiati sotto il controllo del vescovo di Monreale, tramite Lima vengono drenati verso lo Ior, parte dei soldi saranno usati da politici vicino ad Andreotti.

Un altro capitolo del servizio è stato la trattativa Stato mafia: Ciancimino fu avvicinato dal ROS per la trattativa e ne parlò con D’Andrea, èerché entrambi facevano parte della Lega Meridionale. Lo Stato temeva che Ciancimino e la mafia parlasse del suo lavoro fatto per lo Stato – racconta oggi Antonio D’Andrea. Lavoro sporco si intende.

Il piano di destabilizzazione avrebbe avuto la benedizione di Cossiga e Andreotti, oltre che di Gelli.

Solo nel 2021 lo Stato si è riappropriato del locale in Torre Spaccata di Delle Chiaie, morto nel 2018. Sono spariti i verbali su delle Chiaie a Palermo, così come per anni lo Stato si è dimenticato della pista nera sulle stragi di mafia.

Paolo Mondani è tornato anche sull’omicidio del maresciallo Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca, una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

Lombardo tra febbraio e marzo 95 trascorre l’ultima settimana a Milano parlando con Cangemi: nel 1994 quest’ultimo aveva parlato alla Boccassini dei soldi dati da Berlusconi alla mafia, dei rapporti tra Dell’Utri con la mafia.
Lombardo aveva trovato la verità sulla morte di Borsellino,
racconta oggi la figlia, ricordando una sua telefonata alla vedova del giudice. Era un carabiniere che raccoglieva informazioni dai mafiosi, anche i latitanti come Provenzano, tanto che la figlia oggi si chiede, come mai non l’hanno arrestato?
Quello del maresciallo Lombardo è uno strano suicidio per le perizie fatte sulla lettera trovata accanto al suo corpo: era inquieto da settimane perché veniva accusato di essere contiguo con la mafia, accuse dall’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando.
Stava convincendo il boss Badalamenti a parlare, cosa che poi non avvenne anche per il mancato sostegno da parte dei superiori.
L’arma trovata accanto al corpo ha una rigatura diversa da quella del bossolo che ha ucciso il maresciallo.
Un ex carabiniere della caserma Bonsignore ricorda quella sera del marzo 1995: fu allontanato dalla macchine del maresciallo, che era circondata da altri ufficiali.

Non è stata fatta l’autopsia sul cadavere, non era stata trovata una goccia di sangue sui finestrini, sul tetto dell’auto: la scena del suicidio sembra dipinta – racconta l’ex carabiniere.
Un suicidio strano, come quello di Gioè, oggi i familiari chiedono nuove indagini sulla sua morte.

La Procura della Repubblica di Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili nella notte tra il 26- 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la commissione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

“Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo – risponde il magistrato – dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.
La procura di Firenze ha sentito il capomafia Graviano che aveva raccontato di incontri con Berlusconi, smentiti da quest’ultimo. I suoi racconti si sono interrotti nel 2021, quando il parlamento ha cambiato la norma dell’ergastolo ostativo. Oggi questi boss che non hanno collaborato con lo Stato potranno uscire dal carcere, tenendosi i loro segreti.

È una norma che disincentiva la collaborazione con lo stato: il collaboratore per essere amesso al programma di collaborazione deve indicare tutti i beni non ancora confiscati, il boss che non collabora non ha questo obbligo.
Oggi la procura di Palermo deve indagare sulla struttura parallelo del Sisde, che dentro aveva personaggi come faccia di mostro e Contrada, racconta Marianna Castro compagna del poliziotto Giovanni Peluso: a Paolo Mondani racconta che ad uccidere Falcone sono stati i servizi, non i mafiosi.
Racconta anche del viaggio fatto da Peluso assieme a “faccia da mostro” a Milano all’indomani della strage al PAC, stessa storia successa con la bomba di Firenze.
Nei commando delle stragi di Milano e Firenze erano presenti delle donne, racconta oggi Donadio, questo escluderebbe la sola presenza dei mafiosi, come si è detto per anni.
Il lavoro dell’ex magistrato Donadio aveva concluso i suoi lavori nel 2013: i suoi lavori erano spariti dentro la sede della procura nazionale antimafia.
14 faldoni spariti che contenevano le piste più promettenti sulla strage di Falcone: la pista nera, il ruolo di Delle Chiaie e tutto quanto raccontato da Report nella scorsa puntata.
Questa sparizione fu scoperta dal pm Di Matteo, che fu incaricato di costruire un pool per indagare su queste stragi.
Avanguardia Nazionale era l’anello di congiunzione tra chi aveva organizzato le stragi italiane e la parte militare dell’eversione degli anni settanta: questo è quanto emerge oggi dopo le indagini su Bologna e Brescia.
Delle Chiaie aveva anche organizzato una campagna di depistaggio per inquinare l’informazione pubblica sulle stragi della strategia della tensione, con l’aiuto di avvocati e giornalisti. Che poi è quello che è successo in questi anni quando si parla di trattativa stato mafia o di Capaci.
La politica si chiude a riccio attorno al racconto dei buoni contro i cattivi, che salva la faccia allo stato e anche ai mafiosi.