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03 marzo 2020

I cinque canti di Palermo, di Giuseppe di Piazza


Le prime indagini di Leo Salinas.

In origine, nella prima versione di questo romanzo uscita per Bompiani, i canti erano quattro, come i quattro cantoni all'incrocio della piazza chiamata dei “Quattro canti” a Palermo, all'incrocio di due vie importanti, via Maqueda e corso Vittorio Emanuele.
Piazza da cui partano i quattro quartieri storici della città, Tribunali, Castellammare, Palazzo Reale, Monte di Pietà.
In questa nuova edizione il giornalista scrittore Giuseppe di Piazza ha aggiunto un nuovo racconto, “La doppia morte di un uomo perbene”, il quinto canto di Palermo, la città straziata dalle stragi di mafia che ne hanno insanguinato le strade tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni 80.

Ogni racconto si apre col ricordo che la voce narrante ha, al giorno dell'oggi, dei fatti accaduti in quegli anni, tra il 1981 e il 1984: chi era quella persona protagonista della storia, che ricordi ci ha lasciato o quali rimorsi sono rimasti dentro. Attorno, fatti di cronaca che il giovane giornalista racconta sul suo giornale, vivendoli in prima persona, sui luoghi dove era stata appena ammazzata una persona, dove era appena esplosa una bomba, lasciando ovunque macerie, pezzi di corpo e quel sangue che “sporcava” le suole delle scarpe.

Sono racconti in cui si scontrano due mondi quasi all'estremo: da una parte il mondo della cronaca che Leo Salinas, cronista abusivo o “biondino”, deve raccontare sul suo giornale, che esce nel primo pomeriggio.
L'ennesimo morto sparato, la rapina, la mattanza della mafia che in quegli anni aveva attaccato frontalmente lo Stato uccidendo magistrati, medici, poliziotti e carabinieri, un presidente di regione, un prefetto, un segretario di partito … oltre alla strage all'interno di Cosa nostra, col colpo di stato dei corleonesi che aveva decimato le famiglie palermitane.
La stima che fa lo scrittore Enrico Deaglio è di diecimila morti nel Sud, nel giro di una decina d'anni. Qualcosa meno di quanto persero la cita in Kosovo. Ma lì intervenne la Nato. A Palermo, invece, mandarono un po' di poliziotti e qualche carabiniere. Migliaia di persone vennero assassinate o fatte scomparse, cioè rapite e uccise, durante la seconda guerra di mafia [..]
lo Stato fatto a pezzi, una lista infinita di nomi che che ci costringono all'inchino: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Emanuele Basile, Mario D'Aleo, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ..

E, all'opposto, il desiderio di assaggiare la vita di quei vent'anni, gli amori per le belle ragazze piene di fascino e di mistero.
Lilly, Sophie, Rosalia, Francesca .. e poi Serena, la pericolosa coinquilina fidanzata dell'amico Fabrizio, con le sue avances. L'amore, la passione, il sesso, la musica degli anni settanta, dai Black Sabbath ai Pink Floyd, la buona cucina siciliana, i sogni e le gite al mare:
Non c’era niente di straordinario: in quei tempi si moriva. Non avevamo altra difesa se non trovarci un cantuccio dove nasconderci dalla realtà… Non c’era consapevolezza, non sapevamo di combattere una guerra: contavamo i caduti, sentivamo le unghie della morte conficcarsi ogni giorno di più nelle nostre vite.
Sono racconti in cui si parla di mafia, di vittime e di carnefici, di persone in cerca di giustizia, da quello Stato che non sapeva sempre proteggere i più deboli e perfino da un giornalista capace di raccontare la verità su un giornale.
Un giornalista capace di appassionarsi ad una storia dalla soluzione troppo semplice o forse troppo comoda.
Non era (e forse non è nemmeno ora) facile vivere in quella Palermo, dove il quotidiano L'Ora (dove ha lavorato l'allora giovane cronista Giuseppe di Piazza) metteva in prima pagina il contatore delle morti per le strade e dove era sempre facile riconoscere il buono dal cattivo, il malacarne dalla persona coraggiosa. Dove il mestiere del giornalista si faceva ancora andando a sporcarsi le scarpe con la polvere e col sangue, usando le cabine telefoniche per comunicare con la redazione, usando tutte le conoscenze e le amicizie per raccogliere una confidenza, un'intervista.
Sullo sfondo, Palermo, le sue strade, i suoi vicoli, la vita delle persone, la sua bellezza tragica e struggente:
Si conviveva. Buoni e cattivi, vittime e carnefici. Figlie d’impiegati perbene e figli di mafiosi sanguinari. La linea di confine, a Palermo, non è mai stata tracciata”.
Marinello
un western
Palermo, giugno 1982
Il poliziotto aveva staccato dal turno di notte. Lavorava al reparto Volanti, ma in realtà faceva parte di una squadra segreta, detta Catturandi. I cacciatori di mafiosi. Il nostro rapporto era al confine tra la conoscenza e l'amicizia. Bastava poco perché tornasse al campo neutro della prima o decollasse verso il cielo della seconda.
Mi aveva dato appuntamento al bar davanti alla questura. Si chiamava Salvo, aveva 23 anni, a mia stessa età. Un'età ingiusta per parlare di morte, di autopsie, di tortura. Eppure.
«Hai presente gli Spataro?».
La famiglia più vincente tra i vincenti, in quel sanguinoso 1982. Mafia antica che si era saputa riciclare, alleandosi in fretta con i feroci corleonesi.
Due giovani ragazzi che, come Giulietta e Romeo cinquecento anni dopo, sfidano le famiglie per il loro amore. Per scappare dal loro destino, per scappare dove non si parla siciliano.
Marinello Spataro, che non voleva fare il killer per la sua famiglia e Rosalba, figlia di una famiglia borghese, tranquilla..

Sophie
Un amore
Palermo, luglio 1983
Un oggetto spugnoso della dimensione di una piccola mela. Era lì davanti, sull'asfalto, tra rottami che fumavano, calcinacci, pietre. Mi chinai per capire cosa fosse: era un calcagno. Una parte di piede staccata e spellata dall'esplosione. Riconobbi la struttura dell'osso, ebbi un conato di vomito. Intorno a me rumori forti, le sirene delle auto della polizia e carabinieri che continuavano ad accorrere, il movimento degli uomini quando, di fronte a un fatto imprevedibile, non sanno dove andare, cosa dire.
Si apre con lo scenario sinistro di via Pipitone negli attimi successivi la strage del giudice Rocco Chinnici, questo racconto che ha come protagonista una donna bellissima e fragile, una Ginevra da proteggere, Sophie.
Una bella donna, ma con un mistero dentro, come un “macchina con gli interni neri”.
E un dilemma, che peserà ancora nella coscienza dell'io narrante, sulla scelta giusta da fare con questa ragazza.

Vito
Un matrimonio
Palermo, ottobre 1983
«La Cronaca?»
«Dica.»
«Uno he si chiama Vito Carriglio ha fatto scomparsi i suoi tre bambini.»
«Chi parla?»
«Non ha importanza. Lei pigliò l'appunto?»
La mia penna si muoveva scoordinata sul foglio. Scrissi prima Carriglio. Poi, sotto, Vito. Con la mia grafia da medico, le paroe sembravanouno schizzo di Pollock.
«Allora, ha scritto?»
«Si, però..»
Clic.
L'uomo aveva una voce da noce secca: rugosa, dura.
Una storia di orrore, quotidiano, familiare. All'interno di una famiglia mafiosa (e qui l'autore è bravo a spiegare la mentalità delle donne nella logica mafiosa).
Un “malacarne”, capace solo di picchiare la moglie, che per punirla, rapisce i bambini.
E Leo Salinas che, ancora una volta, si ritrova ad essere testimone dell'orrore.

Rosalia
Una figlia

Palermo, febbraio 1984

«Dottore, deve venire a vedere. Passo.»
«Vela 2, che cosa c'è?»
«Un 10-79. E' assurdo. Passo.»
«Dammi la posizione.»
«Piazza Giulio Cesare. Passo.»
«Scusa, Vela 2, dove sarebbe?»
«Dottore, va', la stazione. Passo.»
Il responsabile della cronaca politica, Pippo Suraci, alzò gli occhi dalla sua Olympia, smise di pestare i tasi e, rivolto a nessuno, disse: «Ma che è successo alla stazione?». Poi ricominciò a scrivere.
Un delitto difficile da decifrare, un signor nessuno, strangolato e decapitato. Un ladro che rubava “onestamente” (un ossimoro buono solo in un mondo imperfetto come questo) che si ritrova ucciso in quel modo.
E due occhi scuri che chiedono a Leo Salinas di dare una risposta: sono gli occhi della figlia del morto, Rosalia.
Perché “scippare la testa ad un padre toglie la dignità alla figlia.”

La doppia morte di un uomo perbene
L'autunno palermitano arrivo d'improvviso, alle 18.56 di quel pomeriggio di novembre del 1981, con un rovescio d'acqua che bagnò strade, guardini riarsi, persiane. Il dottor Mario Italo Serpotta l'aveva previsto e, al mattino presto, esaminando i soprabiti appesi nell'armadio all'ingresso, non diede retta al tepore nell'aria , che da un giorno all'altro l'avrebbe invogliato a uscire solo con la giacca..
Un medico, con simpatie fasciste, di quel fascismo che secondo la propaganda del ventennio significava ordine e pulizia, sparato in una mattina d'autunno, da un commando mafioso.
Un'esecuzione a cui subito viene appiccicato il perché.
Il dottor Mario Italo Serpotta è stato ucciso dalla mafia perché aveva fatto un favore di troppo ad una famiglia, ad un boss..
Una mascariata forse, che però diventa quella verità di comodo che non si toglie più via, come certe macchie: una “storia imprigionata in un labirinto di bugie”.
Diciassette anni dopo, la tenacia della figlia, e del non più “biondino” Leo, riusciranno a dare una dignità a quella morte.

Gli altri libri di Giuseppe di Piazza

La scheda del libro sul sito dell'editore Harper Collins
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

21 maggio 2019

Il movente della vittima di Giuseppe Di Piazza




Palermo, autunno 1984

Minico posò la pistola sul tavolino, scomponendo con il calcio la primiera di tre sette e asso di denari che pochi minuti prima gli era valsa la vittoria. Una partita bella, giocata sul filo dei punti, molto combattuta. Alla fine Minico, dopo aver incassato i complimenti, aveva sparato al suo avversario.

Secondo romanzo per il giornalista Giuseppe Di Piazza, con protagonista (forse un suo alter ego) Leo Solinas “biondino”, ovvero l'ultimo arrivato nella redazione di un quotidiano (che esce nel pomeriggio) che abbiamo incontrato per la prima volta nel giallo, Malanottata.
Siamo sempre a Palermo, dove lamattanza dei corleonesi per scalzare le famiglie storiche di mafia ha lasciato per terra quasi mille morti, non solo tra mafiosi delle famiglie perdenti, Bontade e Inzerillo.
Ma anche tra i tanti servitori dello Stato, lasciati soli dallo stesso stato che doveva proteggerli.
Magistrati, medici, giornalisti, politici, prefetti ..
Senza che questo suscitasse una minima reazione da parte del resto dell'Italia.

Forse il delitto di cui si deve occupare questa volta Leo, chiamato dai colleghi “Occhi di sonno”, non è cosa di mafia: perché Domenico Cascino detto Minico, cameriere dell'hotel Aziz, l'uomo che ha ucciso l'avvocato Prestia, non è uomo di mafia.
Ha ucciso l'anziano avvocato e si è consegnato ai poliziotti, senza spiegare i motivi del delitto..

E' una storia che intriga Leo, alle prese con l'essere considerato l'ultima ruota del carro al giornale (dunque il primo a dover uscire), ma anche con le sue indecisioni in fatto di femmine. La sensazione di essere usato da tutte: Serena, la provocante ragazza del suo amico Fabrizio, con cui condividono la casa.
Giulia, la collega bella e brillante venuta da fuori.
E poi c'è Lili, che considera come un porto a cui attraccare quando c'è bisogno di quiete. Quella quiete e quella tranquillità da cui però lo stesso Leo scappa.

Meglio tuffarsi in questo omicidio dunque, che sembra troppo semplice: chi è questo avvocato Prestia, che viveva da recluso in quell'albergo (con un passato importante) da venti anni?
Perché Minico, il cameriere che lo accudiva, lo ha ucciso, si è lasciato catturare e perché ora se ne sta zitto?
Troppo semplice, troppo facile la pista passionale, una storia tra uomini finita male: così Leo (che sarebbe Leone, come si chiamava il nonno) inizia a muoversi, coi suoi contatti nella Mobile, per dare risposte sensate a queste domande.

Riesce a parlare con la madre di Minico, scoprendo che dal Borgo (un quartiere povero di Palermo) si erano trasferiti da poco in una zona residenziale. Con uno stratagemma riesce perfino ad entrare all'Ucciardone, assieme all'avvocato d'ufficio e a parlare con Minico.
Altri tasselli si aggiungono al quadro: Minico era fidanzato con la figlia del capo mafia del Borgo, Saro Marchese. E' forse un delitto di mafia, allora?
Che segreti nascondeva il rapporto tra l’avvocato Gianguido Prestia e Minico Cascino? Quale deriva aveva preso la loro relazione?

Quel delitto non è una storia di passione finita male, no. Leo intuisce che quel ragazzo così timido, così strano, sarebbe diventata la sua storia da raccontare: una storia che nel libro ci viene raccontata tramite brevi flash back, attraverso quei 12 mesi in cui Minico ha servito il vecchio avvocato.
Un rapporto che piano piano è diventata amicizia, confidenza: Minico racconta all'avvocato del suo rapporto difficile con Cetta, la figlia del boss che lo considerava come un niente.

E l'avvocato gli racconta del suo passato, un passato importante come uomo di fiducia di una famiglia mafiosa, un amore importante, Eleonora, fino a quell'incidente in Tribunale..
In fondo, tutti e due accomunati da un destino di reclusione:
Gli occhi segnati dall’età incrociarono quelli giovani del ragazzo palermitano, che aveva dentro di sé un’altra condanna: vivere da schiavo in un mondo che grondava volgarità, con una fidanzata destinata a diventare la sua carnefice..

Quel delitto così semplice troverà, grazie al lavoro da giornalista di Leo, un movente, il movente della vittima, che scopriremo essere un ultimo guizzo di una persona che aveva capito che era arrivato il suo momento..

Il movente della vittima non è solo un bel giallo ambientato nella Palermo degli anni '80, omaggio alla gioventù dell'autore, giovane cronista dell'Ora di Palermo.
Nelle pagine di questo romanzo si raccontano alcune vicende della lotta alla mafia, del troppo sangue che è scorso sulle strade della città per il golpe dei corleonesi di Riina e Provenzano: sangue dei mafiosi ma anche sangue di magistrati, poliziotti, giornalisti che non avevano girato la testa dall'altra parte.

Palermo, che gli avevano chiamato “Al Aziz”, la splendida, era tramutata nella città del sacco, la speculazione edilizia messa in piedi a fine anni sessanta dalle famiglie mafiose, grazie alla complicità di una classe politica (la DC di Salvo Lima e Ciancimino) collusa e grazie al lavoro di professionisti come l'avvocato Prestia (personaggio inventato ma molto reale) che si erano prodigati di lasciare liberi i mafiosi per la solita “insufficienza di prove”.
Un potere che le prime rivelazioni di Tommaso Buscetta (e degli altri pentiti che seguirono) stava iniziando a scalfire e che poi avrebbe portato al maxi processo.


Il libro è un omaggio a Palermo la una città che Leo attraversa in lungo e in largo per il suo lavoro, raccontandoci delle sue mille facce, del cibo di strada (come pane e panelle, come i crocché, come le arancine), dei volti delle persone, che parlano un dialetto genuino e reale, che aveva saputo accogliere (e arruffianarsi) ogni invasore
Il Sud aveva la pregevole abitudine di rendere omaggio agli ospiti. La pizza Margherita a Napoli, la torta Savoia a Palermo, la cassata in tutta la Sicilia per i palati arabi, la cioccolata con lo zucchero a Modica per gli spagnoli e i loro retaggi sudamericani.
Popolo gentile. «Popolo ruffiano» diceva mio padre. «Noi ci siamo sempre ingraziati gli invasori: li facevamo felici con poco, gli lasciavamo credere di averci conquistato e, piano piano, eravamo noi a farli nostri.

La scheda del libro sul sito dell'editore Harper Collins
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18 maggio 2019

Il massacro dei servitori dello Stato - da Il movente della vittima di Giuseppe Di Piazza

L'ultimo romanzo del giornalista di Giuseppe di Piazza è ancora ambientato a Palermo, nell'autunno 1984: un inserviente dell'Hotel Aziz uccide un anziano avvocato con un colpo di pistola.
All'arrivo dei poliziotti, nemmeno tenta di fuggire, si fa prendere senza dire una parola.
Del caso, come giornalista, se ne deve occupare Leo Salinas, che lavora per un  quotidiano del pomeriggio: Leo è un giornalista che non è nemmeno praticante, un biondino si dice nell'ambiente.
Ma che negli ultimi tre anni ha assistito al golpe dei corleonesi, la mattanza con cui Riina e Provenzano hanno fatto fuori le famiglie dei palermitani.
Tre anni che per Palermo erano stati un massacro. Lo scontro tra corleonesi e vecchia mafia si era concluso con il trionfo dei primi, e con un numero di morti - – tra cadaveri per strada e fatti scomparsi – che sfiorava i mille.
Nell'elenco delle vittime figuravano moltissimi servitori dello Stato: poliziotti, carabinieri, giudici, prefetti, medici, politici onesti .. Avevano provato a opporsi allo strapotere mafioso, ma l'Italia li aveva ignorati, rendendoli bersagli comodi. 
 
[Da Il movente della vittima, di Giuseppe Di Piazza Harper Collins Editore]

Mille morti tra le famiglie degli Inzerillo, Bontade e di Buscetta, il boss dei due mondi che in quel 1984 stava collaborando coi giudici, per insegnare loro come parla e ragiona la mafia.

Ma tra i morti anche uomini dello Stato che lo stato aveva lasciato soli in questa lotta.
Il segretario regionale del PCI Pio La Torre.
Il segretario della DC Michele Reina.
Il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il procuratore capo Gaetano Costa.
Il giudice istruttore Cesare Terranova.
Il capo della Mobile Boris Giuliano.
Il presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella.
Il capitano dei carabinieri Emanuele Basile.
Il medico Paolo Giaccone.
L'agente Calogero "Lillo" Rizzetto.
Il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto.
Il giornalista Giuseppe Fava.

08 marzo 2018

Malanottata di Giuseppe di Piazza



Palermo, agosto 1984
«Non si può amare una puttana.»
«Che ne sai?»
«Lo so.»
«Il tuo è un pregiudizio.»
«Paghi e lei dice di amarti. Questa è una certezza, non un pregiudizio.»
«Veruska non era così.»
«Ma dài, fammi il piacere» dice Serena, alzando gli occhi al cielo.
«Lei amava» provo a difendermi.
«Sei patetico solo a pensarlo. Se poi ci credi pure, mi preoccupi.»

Leo Salinas è un aspirante giornalista, un “biondino”, uno di quelli che si fanno dieci ore di lavoro al giorno in attesa di un contratto da praticante, che lavora da due anni per un tabloid palermitano che si occupa tra le altre cose di cronaca nera. E di mafia, chiaramente, perché siamo a Palermo negli anni 80, negli anni successivi la mattanza dei corleonesi.

Una mattina di marzo viene svegliato dal capocronista:
«Chi è?» risposi con voce da narcotizzato, accendendo il lumetto.
«Occhi di sonno, arruspigghiati. Saro sono. Il capo ti vuole.»
«Che è successo?»

E' successo che una ragazza, una bellissima ragazza che si chiama Veruska, è stata picchiata violentemente e sfregiata con l'acido.
Era venuta dalla Cecoslovacchia in Italia alla ricerca del suo sogno, sogno che era nato guardando Raffaella Carrà ballare Tuca Tuca uno dei pochi programmi permessi dalla tv comunista: andare in televisione anche lei e diventare famosa.

Perché bella era bella, Veruska, di una bellezza semplice e naturale. Di una bellezza che non passava inosservata, specie mentre girava tra i tavolini del Lord Jim, un locale alla moda della Palermo bene.

«Ma che dici? Veramente non sai chi è Veruska?» mi chiese il giovane agente della volante. 
«Non scherzo.» 
«È una buttana di lusso. La più buttana di più lusso che c’è a Palermo»

Dove Veruska incontrava i suoi clienti: perché questo era, una escort di alto bordo diremmo oggi, oppure in dialetto palermitano, una pulla.

Ma era una pulla che amava, che sapeva amare i suoi clienti, col suo sorriso, coi suoi giochetti: vendeva amore e felicità per duecentomila lire a notte.
Si sono innamorati, quasi contemporaneamente, di una ragazza cecoslovacca che andava pazza per Raffaella Carrà. Una ragazza che non metteva limiti alla propria vita,..

Soldi che servivano ai tanti fortunati clienti di vivere un sogno, almeno per una notte. Soldi che servivano a lei per raggiungere il suo di sogno.
Un sogno che non potrà più raggiungere, perché qualcuno ha deciso di picchiarla a morte.

Questo assassino andrebbe cercato nella lista delle persone che incontrava tutte le notti: una lista che coinvolge anche persone importanti e su cui si mette alla ricerca sia Leo, “Occhi di sonno” (per le poche ore di sonno che passa) con la sua Vespa 125 GTR, sia gli investigatori della Mobile e il suo capo, Gualtieri

Gualtieri aveva con me un rapporto di strana fiducia. Si lasciava andare a confidenze e a giudizi che certe volte mi lasciavano di stucco. Un poliziotto che aveva quasi il doppio della mia età, venuto dal Nord,..

Con alcuni di questi, Leo entra anche in contatto: un parente di una sua ex, che chiama zio, un gallerista.
Il profumo di terra smossa entrò forte nelle mie narici, percorrendo lo sterrato che mi avrebbe condotto alla villa padronale. Sembrava di essere altrove, in un’epoca dimenticata. La mia Vespa era l’unico elemento meccanico in un paesaggio rurale settecentesco. Il tufo della villa mi accolse ricordandomi che il tempo, a Palermo, è pura convenzione. Pensai a Serena: avrei dovuto dirle di venire a vedere quella facciata, lo scalone a doppia rampa quasi identico a quello di Villa Boscogrande, un chilometro più in là, che Luchino Visconti, nel suo Gattopardo, aveva utilizzato come residenza del principe Fabrizio Salina.

Lo zio, uno dei tanti baroncini dell'isola e che ancora difendeva il suo agrumeto dal cemento selvaggio (anche perché con la mafia si era accordato), gli racconta dei sogni di Vera, della sua collana con grani rossi da cui non si separava (e che ora era scomparsa.. che fine ha fatto?), della sua spontaneità, anche nel fare l'amore.
In tanti si erano innamorati di Vera, in tanti avevano cercato di comprarsela, ma lei non era di nessuno.

Ascoltando il lamento nella voce di Bruno Capizzi di Montegrano compresi che Veruska non era una donna da giudicare, ma una specie di sentenza inappellabile.

Il gallerista, infatti, racconta a Leo, di un anziano ammiratore che la voleva riempire di soldi:

«Dal suo umore. Negli ultimi giorni era un po’ nero. Aveva un pensiero che la tormentava.»
«Gliene ha parlato?»
«Ha accennato a un vecchio molto ricco, con una casa in campagna, che voleva darle molti soldi.»

Intuiamo qualcosa della vita di questa ragazza bella e sfortunata, leggendo le pagine del suo diario, che si alternano al racconto dell'inchiesta, narrato in prima voce da Leo.
Scrivere della sua vita nel suo diario era una delle poche passioni di Vera: nelle pagine sono presenti due uomini in particolare, il ragazzo gentile e il ragazzo che voleva diventare avvocato

«Allora me ne vado. Però così non è giusto, Veruska.»
«Cosa non è giusto?»
«Devi smetterla di lavorare, io posso pensare a te, la mia famiglia è molto potente, posso cancellarti dalla mente dei palermitani»

Mentre Leo è alla ricerca di questa lista di amanti sperando di trovare in essa un motivo, un perché, un possibile assassino, viene scoperto il cadavere di un uomo, vestito bene, nel quartiere di Brancaccio.
Sarà anche un “biondino”, come si dice in gergo nel mondo del giornalismo, ma Leo è uno di quelli in gamba, che sa ragionare sui fatti: un uomo, vestito bene, con una specie di pochette nella tasca, ucciso come un mafioso in un quartiere mafioso?
C'è qualcosa che stona.

Perché questa persona è stata uccisa proprio in quel modo, con quel marchio che porta dritto alla mafia?
C'entra qualcosa il delitto di Brancaccio con la morte di Veruska? E dove cercare le ragioni della morte della giovane ragazza ceca? Delitto passionale o forse anche questo è un delitto mafioso, perché magari erano venuta a conoscenza di storie che non doveva conoscere, frequentando persone della borghesia mafiosa?

L'inchiesta di Occhi di sonno arriverà a far luce sulle ultime ore di Vera, sulla sua ultima e triste “Malanottata”.

Malanottata” non è solo un giallo che si muove per le strade di Palermo e che si legge tutto d'un fiato: è anche un racconto di una professione, quella del giornalista che va a caccia della notizia, seguendo le piste e le persone, bevendosi anche un caffè dopo l'altro, perché è un modo per entrare in empatia con le persone.
Ma, si racconta anche del rapporto di Leo con le donne, della sua eterna indecisione sulle donne, sul suo lasciarsi usare da loro. Dalla fidanzata Lilli e dalla coinquilina Serena, fidanzata del suo amico.
C'è Palermo, le vie piene di macchine e piene di vita, il dialetto dei siciliani, il detto e il non detto (“La Sicilia è la capitale mondiale dell’allusione, del non detto, del detto al contrario perché ognuno capisca da solo il vero senso dei sì..”)
E, come una cappa sulla città, una mafia che è presente, che si sente anche se non si vede.

Lo spunto per questo libro arriva, in parte, da un omicidio vero, raccontato all'autore dall'ex procuratore antimafia Piero Grasso: l'assassino di una giovane prostituta che era stato vendicato dalla mafia che aveva poi ucciso l'assassino, per dimostrare alle persone che in Sicilia era la mafia ad amministrare la giustizia.
Ecco, contro questa idea di giustizia, di una regione abbandonata alla mafia, si sono battuti magistrati come Grasso, come Caselli e come Falcone e Borsellino.
E questa battaglia è stata raccontata da giornalisti coraggiosi, come Giuseppe di Piazza, che negli anni settanta era stato testimone della guerra di mafia.

La scheda del libro sul sito di Harper Collins.
Qui potete sfogliare le prime pagine del libro.
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