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26 febbraio 2024

Presadiretta – terra occupata

Le 30mila vittime civili palestinesi a Gaza, una prigione a cielo aperto. I 134 ostaggi israeliani ancora in mano di Hamas e la battaglia dei parenti contro l’azione del presidente Netanyahu. La violenza dei coloni in Cisgiordania, che si sta prendendo la terra dei coloni e il fallimento degli accordi di Oslo.

In Libano si vive nel terrore che il conflitto si allarghi, mentre stanno vivendo una crisi economica.

Infine l’Ucraina, dove i soldati al fronte dopo due anni di guerra sono stremati: le mogli scendono in strada per chiedere che tornino a casa.

Israele in ostaggio

Questi gli argomenti della puntata di Presadiretta di questa sera: un lungo racconto che comincia con la battaglia di Avichai Brodutch, sua moglie e i tre figli sono nelle mani di Hamas. Il 14 ottobre inizia la sua battaglia silenziosa e disperata per farli tornare a casa: la sua protesta si è allargata ad altri familiari, chiedono le dimissioni del primo ministro del loro paese.

Temono che il governo non stia dando priorità al ritorno a casa degli ostaggi: i familiari hanno incontrato il presidente Herzog, sconfortati per non aver ricevuto rassicurazioni.
Avichai è diventato simbolo della protesta, scontrandosi anche con un parlamentare del partito Likud: Hamas ha chiesto il rilascio di tutti i detenuti palestinesi, per rilasciare gli ostaggi, ma il governo israeliano ha scelto di non negoziare, portando avanti la battaglia a Gaza.

I familiari sono stati aiutati da un ex astronauta israeliano, che ha pagato i loro viaggi nel mondo, dove portano il loro messaggio di pace.

Il governo Netanyahu è concentrato nella distruzione di Gaza – racconta in televisione Avichai: dopo sei settimane anche la loro protesta ha portato ad un accordo di cessate il fuoco e allo scambio di prigionieri,5 soldatesse in cambio di quindici palestinesi nelle carceri israeliani, questo l’ultima ipotesi di accordo. Ma la guerra andrà avanti ancora.

Diplomazia parallela

Attorno alle famiglie degli ostaggi c’è l’attenzione di una buona parte della società del loro paese: anche loro sono entrati nei negoziati, con una forma di diplomazia parallela, assieme ad ex ambasciatori come Alon Diel che stanno supportando le famiglie che non si sono fidate della strategia ufficiale del governo.

Si deve parlare anche coi leader di Hamas, anche se lo odiamo, perché questo accordo va fatto con Hamas – racconta a Presadiretta Alon Diel: la morte di Rabin ha depotenziato gli accordi per i due stati, facendo crescere i movimenti estremisti.

I figli di Avichai sono tornati a casa: la vittoria per gli israeliani arriverà quando torneranno tutti a casa – racconta un altro familiare che aggiunge – servirà un accordo con Hamas.

Sono stati liberati 105 ostaggi fino ad oggi: anche l’ipotesi del nuovo scambio, le cinque soldatesse, non fermerà la guerra, l’ultimo baluardo di Hamas è Rafa, dove però vivono tanti civili, a ridosso della frontiera con l’Egitto.

Rafa è la destinazione finale della popolazione palestinese, che ha trasformato la città in una enorme tendopoli, senza servizi igienici e acqua, col terrore per le persone che stanno qui che ogni giorno sia l’ultimo.

Rafa doveva essere un rifugio sicuro, ma ora per Israele è l’ultimo bastione di Hamas: l’esercito entrerà anche qui e sarà un massacro per la popolazione.

Non sono risparmiati nemmeno ospedali, anche quello di Medici senza Frontiere: da Rafa arrivano a singhiozzo i camion con gli aiuti umanitari per i civili, ma non bastano per le esigenze minime della popolazione.

Ogni giorno estremisti israeliani si mobilitano per non far entrare cibo e aiuti a Rafa, ma sono anche assaltati dai disperati della striscia alla ricerca di qualcosa da mangiare.

La situazione a Rafa e in tutta la striscia è raccontata solo dai giornalisti palestinesi (molti dei quali uccisi per la guerra), altri giornalisti non sono ammessi: le loro testimonianze sono crude, come quelle dei bambini operati senza anestesia, eppure non fanno il giro del mondo, troppo scomode forse.

Solo chi ha i soldi, 5000 dollari, può scappare da Gaza: la guerra è un affare per tanti sciacalli che ne approfittano. Chi vuole andarsene non ha nemmeno un corridoio umanitario per sfuggire dalle bombe.

Terra occupata

In Cisgiordania si è aperto un altro conflitto: qui doveva sorgere lo stato palestinese, ma i loro territori oggi sono attaccati dai coloni israeliani.

Presadiretta ha raccolto la testimonianza di un ex soldato: case prese dai palestinesi e confiscate, una occupazione militare di territori che dovrebbero essere dei palestinesi. Le colonie sono insediate in modo strategico per separare i villaggi, si costruiscono nuovi avamposti, che domani diventano nuove colonie.

Gli attacchi dei coloni costringono i residenti palestinesi a scappare: un esproprio avvenuto con violenza e legalizzato dalla polizia e dall’esercito.

Ai pastori è impedito il ritorno alle loro case: dall’inizio del 2023 sono più di duemila gli attacchi, secondo una ricerca fatta da questa ONG solo nell’ultimo anno circa 110 chilometri quadrati della Cisgiordania sono stati annessi dai coloni ai loro avamposti illegali: negli ultimi cinque anni hanno di fatto preso il controllo del dieci per cento dell’area C.

La politica del governo israeliano li agevola nel costruire, la politica è quella di svuotare la terra dai palestinesi e di annetterla, di rubare questa terra.

In Cisgiordania si vive sotto un regime militare – racconta un ragazzo palestinese che vive nell’area C – tutti i permessi di costruzione sono negati, i coloni attaccano le persone, li minacciano.

LE colonie sono illegali, ma secondo Israele non c’è illegalità perché i palestinesi non sono cittadini di uno stato, quei territori che Israele vuole annettersi non sono considerati parte di un altro stato sovrano.

La fine dei palestinesi sarà quella degli indiani, confinati in tante piccole riserve isolate tra di loro?

L’esercito israeliano ha il potere di bloccare le strade, anche senza veri pericoli, bloccando la circolazione delle persone.

Tutto questo non fa che crescere la tensione contro gli israeliani: a Jenin si trova il campo profughi dei palestinesi che nel 1948 hanno dovuto abbandonare le loro terre, sui muri delle case sono presenti i segni dei proiettili perché ogni due giorni ci sono raid dell’esercito.

In uno di questi raid sono morti due bambini, di 13 e 15 anni, sparati dai soldati su una jeep. La loro colpa? Stavano lanciando degli oggetti sui soldati..

Le violenze si susseguono anche a Gerusalemme: dal 7 ottobre ai palestinesi è proibito l’accesso alla moschea, si sono susseguiti degli scontri tra l’esercito e dei civili.

Perché sono falliti gli accordi di Oslo?
Il 13 settembre del 1993 alla Casa Bianca Rabin e Arafat si stringono la mano in presenza del presidente Clinton: gli israeliani riconoscono l’OLP e il suo diritto a rappresentare i palestinesi.

Gli accordi sono nati ad Oslo: Israele non poteva negoziare direttamente con l’OLP, così si scelse un palazzo ad Oslo, racconta l’ex diplomatico Egeland, dove i negoziatori si incontrarono sotto le spoglie di un programma di ricerca.

L’ex viceministro Beilin racconta delle trattative, del riconoscimento reciproco, di un accordo definitivo che doveva arrivare dopo cinque anni.

“Basta sangue e lacrime” sono le parole di Rabin: ma dopo l’accordo scescero in campo gli estremisti, i religiosi ortodossi e la destra estrema.

L’attuale ministro della Difesa era in piazza in quei giorni, fu lui il responsabile del danneggiamento dell’auto di Rabin e a guidare la protesta c’era proprio Netanyahu.

Dopo le manifestazioni in piazza si arrivò ad un attacco ad una moschea, cui seguì la risposta di Hamas con attacchi suicidi in Israele contro i civili, Hamas si era sempre opposta agli accordi con Israele.

Il 4 novembre 1995 in una manifestazione a Tel Aviv, a difesa degli accordi, un estremista ortodosso uccide Rabin: fu un grave contraccolpo per il processo di pace, che si interruppe.

Alle elezioni del 1996 il paese svolta a destra con l’arrivo di Netanyahu: il suo governo abbandonò gli accordi di Oslo, che non erano concepiti come permanenti. Da quegli anni l’espansione in Cisgiordania si è espansa, i coloni da 130mila sono passati a 800 mila, la vita dei palestinesi è peggiorata, tutti i loro diritti sono stati ristretti.

Le colonie si espandono, si usa l’arma della sicurezza di Israele per giustificare questa occupazione di territori in Cisgiordania: ma tutto questo non porterà ad alcuna sicurezza – racconta la relatrice dell’Onu Elena Basile che aggiunge che la fine del conflitto arriverà solo quando cesserà la fine dell’occupazione e la nascita di uno stato palestinese.

Ma oggi Netanyahu ha bloccato tutto, spiegando che in questo momento non c’è spazio per uno stato palestinese, a peggiorare le cose c’è il rischio che il conflitto si allarghi ad altri paesi, come in Libano.

La crisi in Libano

In Libano c’è una crisi economica e sociale che dura da cinque anni: anche qui c’è una guerra, di fatto, che costringe le persone a vivere una situazione di povertà, non potendo curarsi, non potendo mandare i propri figli a scuola.

Sono saliti i prezzi delle materie prime, il turismo è scomparso, le attività commerciali si stanno chiudendo una dopo l’altra. Anche ad Hamra Street, il cuore di Beirut.

La colpa è la paura che la guerra arrivi fino a qui: la paura colpisce tutti, cristiani e musulmani, per questo tutti i politici cercano di gettare acqua sul fuoco, anche in opposizione ai desideri di Hezbollah.

Ci sono quartiere nelle mani di Hezbollah, che controlla le strade, controlla la popolazione dando pacchi di aiuti alle famiglie.

La guerra è arrivata fin qui coi missili caduti in Libano che hanno ucciso leader di Hamas: nonostante questo Hezbollah ha scelto di non andare allo scontro diretto con Israele.

Anche qui, in Libano, la vita dei palestinesi è difficile, nei campi profughi come quello di Sabra e Chatila (dove avvenne la strage per mano delle falangi cristiano maronite protette dall’esercito israeliano), nei palazzi dove le persone sono ammassate. Non hanno documenti per andare all’estero, non riescono a lavorare, non possono curarsi perché non hanno soldi per pagarle.

Dipendono per tutto dagli aiuti dell’agenzia delle Nazioni Unite, UNRWA: è la povertà a spingere tanti nelle mani dei terroristi.

Guerra chiama guerra: gli scontri tra l’esercito israeliano e Hezbollah sono in crescita, continuano gli attacchi dei Houthi nel mar Rosso e i negoziati fanno fatica ad ottenere dei risultati.

Ucraina due anni di trincea

Iacona è stato in Ucraina nello scorso gennaio per incontrare le mogli dei soldati al fronte: tutte aspettano notizie dai loro cari, sperano in un loro ritorno a casa dopo due anni di battaglie.

Tutte sperano di cacciar via gli invasori, ma i soldati scomparsi, dispersi, devono tornare a casa, molti sono ancora prigionieri nelle mani dei russi.

Anastasia è una ragazza che si occupa di moda: con la sua pagina Facebook sta raccogliendo soldi per aiutare i soldati, come kit notturni e perfino armi o droni. Ai soldati mancano le armi per vincere la guerra come sperano in tanti.

L’equipaggiamento per i soldati, i droni, arrivano dagli aiuti dei civili, ma il problema è che mancano i soldati: la gente ha capito che l’interesse dell’Europa in questa guerra è calato, le armi che servirebbe non arrivano più come si aspettano.

Ci sono le critiche delle madri e delle mogli dei soldati, logorati da due anni due guerra: i soldati stanchi devono essere rimpiazzati, per non perdere la guerra.

È una critica a come viene portata avanti la guerra: servono forze fresche dai civili oggi a casa per portare avanti questa guerra di trincea.

Iacona è andato ad intervistare la moglie di uno dei tanti soldati al fronte, Anastasia, il marito si chiama Vitaly ed è al fronte da due anni: “in televisione si dice solo che tutto va bene, non parlano del fatto che l’esercito è esausto, che i soldati devono essere sostituiti, che ci sono così tanti morti e feriti, non dicono che ci sono brigate dove l’organico è dimezzato, invece bisogna raccontare al paese che l’esercito è stremato e che è il dovere di tutti arruolarsi per difendere l’Ucraina, questo bisogna dire in televisione. La propaganda non serve a nessuno: io non ho paura di nessuno, l’unica paura che ho è di perdere mio marito, tutto il resto non ha alcuna importanza, che venga pure a casa la polizia o i servizi segreti, io continuerò a difendere i nostri uomini che ora stanno combattendo per noi.”

Gli arruolamenti di massa dei primi giorni non ci sono più: servono più armi all’Ucraina, chiede l’ex presidente Poroshenko, anche per convincere gli stessi ucraini ad andare a combattere, col rischio che l’offensiva di Putin metta in crisi ancora di più l’esercito.

Da una parte la richiesta di armi dall’altra la crisi della diplomazia, in Ucraina e anche in Israele, le dichiarazioni dei leader politici stessi, che non fanno altro che incendiare ancora di più la situazione.

16 ottobre 2023

Anteprima Presa diretta - La guerra dei bambini

 

Oramai dovremmo coniare un altro termine per chiamare quelle che una volta erano le guerre. Non è guerra il termine giusto per descrivere i bombardamenti, i colpi di cannone che uccidono i civili. Che sia in Israele, a Gaza oppure in Ucraina.

I bambini uccisi sotto le bombe, i bambini finiti in Russia e mai più tornati, bambini uccisi e sequestrati da Hamas, bambini palestinesi che muoiono sotto i bombardamenti.

La guerra scoppiata a Gaza, dove si annuncia anche un’operazione militare nella striscia, ha messo ancor di più da parte la guerra in Ucraina, che purtroppo va avanti: Presadiretta darà tutti gli aggiornamenti sulla controffensiva, qual è la situazione al fronte, come stanno reagendo gli alleati dell’Ucraina. Oggi si vota in Polonia e dall’esito delle elezioni dipendono tante scelte sugli aiuti militari, ma anche in America si stanno ridiscutendo gli aiuti militari.

Presadiretta è stata anche in Russia, dove è sempre più difficile entrare per i giornalisti, per capire meglio la situazione all’interno di questo paese, oltre la propaganda di Putin.

Obiettivo di tutti i servizi e mettere assieme tutti i dossier sulle due guerre, che possono portare ad una escalation mondiale che dovrebbe preoccuparci tutti.


La scheda del servizio:

Lunedì 16 ottobre, alle 21.20 su Rai 3, PresaDiretta dedica una straordinaria puntata alla guerra e alle sue vittime più innocenti, i bambini. Con un reportage dall’Ucraina, devastata da un anno e mezzo di guerra, sulle tracce dei bambini rubati e deportati in Russia. Con un viaggio a Mosca, dove la propaganda di Putin e la riscrittura patriottica della storia russa si concentra soprattutto sulle giovani generazioni. Con un’ampia “finestra” sulla violenza che in queste ore sconvolge Israele e la Striscia di Gaza colpendo tutti senza distinzione, anche i bambini.

PresaDiretta è tornata in Ucraina per raccontare la guerra e la storia dei bambini rubati. Sarebbero centinaia, migliaia, i bambini e gli adolescenti separati dalle loro famiglie e trasferiti oltre confine, in Russia. PresaDiretta ha incontrato le famiglie che ancora li cercano; ha ascoltato le storie di quelli che sono riusciti a tornare a casa; ha parlato con Mykola Kuleba, il fondatore di Save Ukraine, l’Organizzazione che si occupa di cercare e trovare i minori deportati in Russia per riportarli indietro. Come andrà a finire questo drammatico braccio di ferro?

PresaDiretta è andata poi a Mosca, dove è riuscita a realizzare un’intervista esclusiva a Maria Lvova-Belova, Commissaria per i diritti dei bambini per la Federazione Russa, incriminata insieme a Putin dalla Corte Penale Internazionale per deportazione e trasferimento illegale di bambini dai territori ucraini. Ma perché i bambini sono così importanti in questa guerra? E quali sono le nuove strategie della propaganda del regime, tra lezioni patriottiche e le prime crepe?

“La guerra dei bambini” è un racconto di Riccardo Iacona, con Chiara Avesani, Antonella Bottini, Marcello Brecciaroli, Daniela Cipolloni, Francesca Nava, Eleonora Tundo, Pablo Castellani, Matteo Delbò, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


28 febbraio 2023

Presadiretta - Europa in vendita

Il Qatar si è infiltrato nel parlamento europeo? - è la domanda di una europarlamentare Aubry nell’intervista a Presadiretta: il servizio di questa sera cercherà di rispondere a questa domanda e anche ad altre, sulla politica industriale ed energetica europea.

L’arresto di Eva Kaili e del suo compagno Giorgi, assistente dell’europarlamentare Cozzolino ha dato il via all’inchiesta Qatar gate, soldi in cambio di un cambio della politica europea nei confronti del Qatar e del Marocco. Quel 9 dicembre viene arrestato anche il padre della Kaili mentre si spostava con una valigia piena di soldi, soldi trovati anche dentro la casa della vicepresidente.
Anche l’ex europarlamentare Panzeri, poi a capo di una ong che si doveva occupare di diritti umani, viene arrestato in questa inchiesta: sia Panzeri che Giorgi si erano occupati e si occupavano del tema dei diritti nei paesi del terzo mondo, ma secondo gli inquirenti avrebbero lavorato per ripulire l’immagine del Qatar e nascondere le violazioni sui diritti dei lavoratori in questo paese.
Gli investigatori hanno ripreso uno scambio tra Panzeri e un ministro dell’emirato, prima dei campionati di calcio: nella costruzione degli stadi sono morte migliaia di persone, ma il Qatar si rifiuta di risarcire le famiglie.
Al parlamento europeo il ministro del lavoro è stato chiamato per difendere la posizione del suo paese, mentre le ONG come la Human Right Watch non hanno avuto spazio per denunciare le dure condizioni di lavoro.
Nella stessa seduta, il deputato Cozzolino difendeva il Qatar, non possiamo fermare le sue riforme raccontava alla platea. Stesso tono del discorso del deputato Tarabella, sempre del gruppo socialista.
Alessandra Moretti a Giulia Bosetti ha raccontato di essersi confrontata con Giorgi, prima della conferenza del ministro del lavoro, ma di non essere stata imbeccata sulle domande da fare: al ministro ha chiesto conto della dichiarazione contro i gay dell’ambasciatore del Qatar, senza aver avuto poi risposta.
In Europa l’influenza del Qatar si è sentita sin dal 2019, andando ad avvicinare diversi deputati, a cui venivano offerti viaggi, biglietti per i mondiali.
Il risultato è che nell’europarlamento non si parlava più dei diritti dei lavoratori, ma dell’importanza del Qatar come paese esportatore di gas: il soft power dell’emirato stava funzionando bene.

Le parole di Eva Kaili usate nel suo intervento del novembre 2022 sono state ispirate dall’emirato stesso: “le accuse contro il Qatar sono frutto di una campagna diffamatoria” diceva un report del Qatar e sono le stesse parole della Kaili.
La delegazione che doveva occuparsi dei diritti civili in Qatar è stata bloccata dall’ambasciatore: doveva andare in quel paese per parlare coi lavoratori. La deputata Neumann, capo di questa delegazione è invece riuscita ad andare in questo paese, dove rilasciò interviste favorevoli al paese.

Il dossier dei visti era molto importante per il Qatar: nel parlamento volevano bloccare la liberalizzazione dei visti, senza riuscirci. I qatarini hanno fatto pressioni diversi parlamentari, ma c’è di peggio, secondo Georges Malbrunot, autore di Qatar Papers, l’emirato avrebbe finanziato progetti in Europa, anche in Italia, passando per delle ONG, milioni di euro finiti a gruppi islamici per costruire moschee e diffondere l’islam.
Soldi, regali, investimenti: il fondo sovrano del Qatar ha investito a Milano, in piazza Gae Aulenti, la Torre Unicredit, grazie ai ricavi per la vendita del gas naturale.
Con questi soldi e questi regali, il Qatar si è rifatto l’immagine, nascondendo i suoi legami coi fratelli musulmani. Oggi il suo ruolo è diventato ancora più importante con la guerra in Ucraina, perché sta vendendo il suo gas liquefatto in Europa in sostituzione del gas russo.
Anche l’Italia ha firmato accordi con Doha, non solo per l’importazione del gas ma anche per progetti in comune con Eni.
Il Qatar è il sesto paese che compra armi dall’Europa e in particolare dall’Italia: c’è una relazione tra armi e gas, non vale solo per il Qatar, anche dopo il Qatar gate queste relazioni commerciali ed economiche non si sono fermate.
Quando l’Europarlamento ha impedito agli emissari qatarini di entrare in parlamento, c’è stata una dichiarazione dura, quasi minacciosa: state attenti, noi siamo un partner importante per i paesi europei.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno infatti del gas liquido e la corruzione e i diritti umani possono andare in secondo piano.

L’influenza del Marocco

Nell’inchiesta di Bruxelles c’è anche il Marocco: in Europa ci sono dossier importanti su questo paese, sul tema dell’agricoltura e della pesca in particolare.
In particolare si sono tolti i dazi ai prodotti dal Marocco: i loro prodotti hanno invaso il mercato italiano, noi non possiamo essere competitivi con questo paese, dove non ci sono controlli sui prodotti chimici e sul costo del lavoro.
L’Europa ha firmato l’accordo del libero scambio senza verificare la tracciabilità dei prodotti, sull’utilizzo di sostanze chimiche e sul diritto dei lavoratori: il servizio di Presadiretta ha raccontato delle dure condizioni di lavoro in questo paese, dove addirittura i caporali violentano le donne se vogliono essere pagate.

L’Europa ha firmato un accordo anche sul tema della pesca: questo accordo tocca la zona del Saharawi, una zona contesa che il Marocco rivendica. La corte di giustizia europea ha bocciato gli accordi di pesca nella zona del Sahara occidentale, sostenendo che bisognava coinvolgere il popolo del Saharawi: l’Europa è andata dunque contro i principi del diritto internazionale, senza che questo suscitasse qualche scandalo.
Il Marocco in Europa suscita una pressione alta, andando a contattare singolarmente i singoli deputati: Antonio Panzeri è stato uno dei principali sponsor di questi accordi nel 2017.
In una intervista del 2017 difendeva questi accordi, definendo il Marocco un garante dei diritti di queste persone, quelle che vivono nel Marocco occidentale.
Secondo la procura di Bruxelles, Panzeri sarebbe
stato l’uomo che avrebbe difeso gli interessi del Marocco nel parlamento europeo: i suoi viaggi in Marocco non erano per difendere i diritti umani, per la liberazione dei detenuti politici e dei desaparecidos. Ci sono stati 4500 casi di persone scomparse nella zona del Marocco occidentale: eppure l’Europa consente che il Marocco possa saccheggiare le acque reclamate dai Saharawi, finanziando la pesca per 150 ml.

Eppure nessuno ne parla da anni, perché il Marocco non vuole che si parli del Sahara occidentale: non vuole che si parli delle torture, dei detenuti politici, degli abusi.
In un documento riservato, l’ambasciatore marocchino scrive che avrebbe fatto uso della sua amicizia con Panzeri per migliorare l’immagine del paese, nascondendo le violazioni dei diritti umani al mondo.
Chi critica il Marocco, come l’europarlamentare Crespo, ha subito un furto in casa che è stata una minaccia subdola a lui e alla famiglia: ma senza prove non ha potuto fare nulla. L’impunità del Marocco è incredibile: per nascondere i campi profughi, il Marocco ha innalzato un muro nel deserto e riempito di mine il terreno, usano i droni per uccidere civili indifesi.

Solo a gennaio 2023 l’Europa ha condannato la violazione dei diritti umani da parte del governo di Rabat: ci sono voluti 25 anni e l’inchiesta sul Qatar gate, altrimenti nulla sarebbe cambiato.
Il Marocco è disposto a fare qualunque costa pur di nascondere i suoi crimini – racconta a Presadiretta l’attivista per i diritti Sultana Khaya.

Gli impatti della guerra sull’energia

Il Qatar gate arriva in un momento difficile per l’Europa che avrebbe bisogno di essere unita, in modo da avere un’unica politica energetica: invece ogni paese, col rincaro dell’energia a causa della guerra e delle speculazioni, ha portato ogni paese a fare le sue scelte.
In Italia a Città di Castello, gli operai del settore della ceramica di “Ceramiche noi” hanno deciso di incrementare i turni al mattino dove il costo dell’energia è inferiore, hanno deciso di lavorare gratis un sabato al mese, tutto pur di tenere in piedi la produzione.
Il costo dell’energia è cresciuto dieci volte tanto: se anche il 2023 dovesse essere uguale al 2022 coi rincari, tutti questi sacrifici saranno inutili.
Dopo la pandemia la guerra: i rincari dell’energia rendono difficile per queste aziende del settore della ceramica di essere competitivi con altri paesi.
Nel distretto di Faenza e Sassuolo in Emilia si produce il 90% delle ceramiche in Italia, oltre 400ml di metri quadrati di produzione essenziale per l’edilizia: con la volatilità del prezzo del gas che si è innescata nell’ultimo anno tutta questa produzione corre sul filo del rasoio. Ne parla a Presadiretta il presidente del settore ceramiche di Confindustria, che spiega come non tutte le imprese siano pronte a gestire questi rincari “il problema è di quel 20-25% di aziende che si indeboliscono perché perdere 20% o 25% di aziende è un disastro per un paese ”. Se il prezzo dell’energia tornasse a salire il comparto della ceramica non sarebbe pronto a pagare, perché le imprese hanno delle situazioni di cassa molto precarie.

Per ridurre il prezzo del gas il governo Meloni ha aggiunto 30 miliardi sul tavolo per tener fermi i prezzi del gas: ma non è abbastanza, come racconta la storia del petrolchimico in Sicilia, presso la Yara, azienda che produce fertilizzanti. La chiusura di questi impianti non è una buona notizia per l’industria italiana, perché Yara produceva l’ammoniaca per diverse imprese.

Produceva anche i fertilizzanti per gli agricoltori: alcuni di loro hanno deciso di aspettare prima di procedere con la distribuzione dell’urea sui campi, temendo un incremento dei costi.
Con l’ammoniaca si produce l’ADBlue, un additivo chimico usato nei motori dei camion: non si sta bloccando solo l’agricoltura, anche il settore dei trasporti si sta bloccando in Italia.
L’ammoniaca viene usata dallo stabilimento di Novara della Radici dove si producono i polimeri: senza ammoniaca, niente polimeri, quelli poi usati dentro le auto (per alleggerirne il peso).
Radici oggi subisce la concorrenza di altri paesi, come l’America, dove il costo del gas è inferiore: l’industria chimica ha 2800 imprese, la chimica ha creato maggiore occupazione in questi ultimi anni, ma sono posti di lavoro oggi a rischio.
Succede a Novara e anche in Val Brembana, dove non si erano fermati nemmeno col covid: hanno perso un terzo della produzione per colpa dei rincari del gas, se questi dovessero continuare a crescere sarebbe un problema.
Secondo l’analista Matteo Villa, il prezzo del gas è destinato ancora ad essere variabile, continuerà a crescere e a stabilizzarsi verso l’alto: tutto dipende dalla capacità di Norvegia e Algeria nel darci il gas ai livelli di cui ne abbiamo bisogno.

A rischio è la nostra industria: le misure del governo Meloni sono contingenti – spiega a Presadiretta il vicepresidente di Confindustria Baroni: rischiamo di perdere competitività in Europa.
Tutto questo perché poi in occidente siamo tutti disuniti come politiche energetiche, mentre in America non c’è stato alcuno shock energetico.
Il gas americano costa almeno il doppio di quello russo: i sussidi non bastano per gestire questo problema, spiega l’economista Brancaccio.
La deregolamentazione del sistema industriale è stata la causa di queste guerre – ha continuato l’economista: l’America oggi vuole smettere col liberalismo, ma puntando col protezionismo aggressivo, bloccando le esportazioni dai paesi nemici come la Cina.
Dietro la battaglia in Ucraina non ci sono solo i territori contesi, c’è anche una guerra economica dietro, come il conflitto tra debitori e creditori, ovvero Cina e Stati Uniti.

L’Europa non ha trovato una risposta comune al problema dei rincari del gas: ognuno fa per se, chi ha più soldi farà meglio degli altri. Nessun price cap: chi usa i propri soldi per aiutare la propria economia non fa aiuti di stato (condannati dalle leggi europee).
In Germania il governo ha deciso di spegnere le luci dei propri monumenti, per affrontare il primo inverno senza il gas russo: fino al 2021 era il maggior importatore del gas russo, questo inverno ha varato un aiuto di stato da 365 miliardi per aiutare le proprie imprese.
Ma anche questi soldi non bastano: anche in Germania esiste uno stabilimento del gruppo Radici ma è fermo per colpa dei rincari.
Il lungo inverno dell’Europa non durerà poco, ci aspetteranno almeno altri due inverni di crisi energetica: la Germania oltre agli, aiuti di Stato, ha investito in infrastrutture per i rigassificatori.

Ma molte aziende hanno dovuto fare delle scelte difficili: “Abbiamo dovuto cambiare completamente la nostra politica energetica” spiega a Presadiretta Heike Mennerich responsabile settore energia di Evonik (un’importante azienda nel settore Chimico in Germania): “l’anno scorso avremmo dovuto spegnere i nostri impianti a carbone per inaugurare due impianti a gas, ma il gas è venuto a mancare e abbiamo deciso di prolungare la vita degli impianti a carbone e questo alla fine ha consentito da salvare le riserve energetiche nostre e di tutta la regione, perché con il carbone abbiamo energia sicura aiutando tutta la Germania a ridurre il consumo di gas. Non è stata una scelta facile, abbiamo dovuto investire in manutenzione, ma era necessario.”

La Germania ha autorizzato l’incremento delle centrali a carbone, tutto pur di salvare le proprie aziende. Ma ci sono aziende tedesche che hanno deciso di andare via, come la Basf, che ha scelto di investire in Cina e disinvestire in Germania.
La vicenda Basf è un brutto segnale per il settore chimico, che richiede molta energia per funzionare: significa perdita di posti di lavoro e di competitività nei confronti di Cina e Stati Uniti.
Ma la deindustrializzazione è già arrivata nel settore delle auto: la Volkswagen ha deciso che non produrrà le sue batterie in Germania ma andrà dove il costo dell’energia è più basso, Asia o Stati Uniti.
Non avendo creato una politica economica comune in Europa, oggi rischiamo di perdere l’industria europea, non solo quella tedesca.

Gli Americani hanno investito 738 miliardi in incentivi per le aziende americane: per avere questi incentivi le imprese dovranno però rifornirsi solo da aziende americane, una forma di protezionismo tesa ad attirare aziende da altri paesi.

Forse ha ragione l’economista Emiliano Brancaccio: dietro questa guerra in Ucraina si può leggere anche una motivazione economica, per il dumping dell’alleato americano e la sua politica di protezionismo selvaggio che sta portando ad una de industrializzazione di settori industriali qui da noi.

Nel frattempo si sta preparando una nuova guerra con la Cina: l’America sta armando l’esercito di Taiwan in modo che possa resistere alla minaccia cinese e ad un possibile blocco navale.

Non è un caso che Taiwan sia un paese dove si producono i chip presenti nei nostri computer.

Si discute delle guerre ma non delle motivazioni e delle questioni economiche: per poter avviare un processo di pacificazione USA ed Europa dovrebbero rivedere questa onda protezionistica che sarà foriera di conflitti – è il parere dell’economista Brancaccio. Dall’altra parte anche la Cina dovrebbe predisposti a rivedere la sua economia: più politica e meno mercato senza regole.
L’Europa è crocevia di questi conflitti: l’Europa avrebbe l’interesse a diventare agente di pace ma si sta accodando ad un processo di militarizzazione dell’economia che non ha senso.

10 ottobre 2022

Presadiretta - la minaccia nucleare

Da Putin arrivano parole di guerra, oltre ai missili che stanno devastando l'Ucraina: mai come adesso l'Europa e il mondo sono vicini all'escalation militare.

Come siamo arrivati a questo? La puntata di Presadiretta cercherà di dare una risposta a questa domanda.

Putin nel discorso di annessione alle zone dell'Ucraina che si è annesso mettono fine al negoziato, parole a cui ha risposto Zelensky che ha bloccato i negoziati per legge.

Nessuno ha accettato al mondo il risultato del refendum nelle regioni conquistate a Lugansk e Kerson, è solo un modo per Putin per sfidare l'occidente, quella è la nostra terra.

Ma in Russia dietro le parole della propaganda il clima è diverso: crescono le diserzioni, i giovani non vogliono finire al fronte, manca l'equipaggiamento per i nuovi arrivati “portatevi da casa il sacco a pelo” racconta un istruttore.

A Putin non rimane che l'ultimo asso nella manica: “useremo tutti i mezzi a nostra disposizione, non è un bluff”. Tutti i mezzi anche il nucleare, dunque?
All'attacco al ponte di Kerch, nel giorno del compleanno di Putin è seguito l'attacco a Kiev: gli ucraini vogliono vedere le carte in mano a Putin.
L'ex collaboratore Kollyatov oggi esule racconta che Putin vuole negoziare, ma da una posizione di superiorità: oggi sta perdendo la guerra, se la perdesse veramente perderebbe anche il potere, rischiando la prigione se non peggio.

Putin sta rischiando il potere, per questo ora non sappiamo se può colpire o meno. I suoi collaboratori non sarebbero disposti a seguire i suoi ordini – continua Kollyatov.
Si rischia una rivoluzione in Russia, ma le elite attorno a Putin potrebbero organizzare un colpo di stato.

In questi scenari la possibilità di una bomba tattica non è irreale: la guerra rischia di uscire dall'Ucraina anche per gli attentati ai gasdotti sul mar Baltico. La guerra mondiale o europea è concretamente alle porte: da questi attentati chi ci ha guadagnato? Che senso ha avuto l'attacco a queste infrastrutture? Chi ha voluto lanciare questa minaccia?
L'Unione Europea ha preso sul serio una minaccia chiedendo ai paesi di preparare una risposta militare a seguito di questi attacchi, preparando nuovi aiuti militari all'Ucraina.
E la Nato come risponderà? Presadiretta ha intervistato il generale Tricarico: non si può giocare a poker con una persona come Putin, che è stato messo all'angolo da noi, per farlo morire nell'angolo. Non c'è mai stata la volontà di trattare.

Secondo il generale “La Nato è stata tradita da alcuni Paesi membri perché non sono state rispettate le regole costitutive della Nato. Bisognerebbe vedere le riunioni del Comitato Atlantico. Se c'è stata una concertazione vera. Io sono sicuro che non ci sia stata".

Tricarico ha anche criticato l'atteggiamento di Stoltenberg “che ha avuto un ruolo negativo in tutta questa vicenda - perché vorrei ricordare che Stoltenberg è solamente autorizzato a guidare le consultazioni, quindi lui può parlare solamente quando è autorizzato a farlo da tutti i Paesi membri”.

Lottiamo per la pace, chiede il papa, la pace la chiede anche il presidente Mattarella, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti del popolo ucraino.

Cosa sta succedendo in Russia?

Il simbolo della protesta in Russia è Elena Osipova, arrestata dalla polizia a Mosca: mi è stato chiaro fin dall'inizio di che pasta fosse fatto Putin, provenendo dai servizi segreti. Putin ha un piano, mettersi al di sopra di tutti, come Hitler, che sosteneva che la sua nazione fosse la migliore.

Elena ha dipinto un quadro dedicato ai bambini e alle vittime di Bucha: una quadro che esprime la vergogna per le violenze contro i civili.

Ma non è solo la pittrice a protestare, negli ultimi quindici giorni molti riservisti stanno scappando dalla Russia, in Georgia, in Finlandia, verso la Mongolia.

I ragazzi scappano temendo una mobilitazione per una guerra che non comprendono: le storie che racconta la propaganda sull'esercito Nato pronto ad invadere la Russia non convince nessuno. La Russia sta decadendo per colpa della corruzione.
In poco più di una settimana circa 500mila persone sono scappate dalla Russia, dall'inizio di quest'anno se ne sono andati almeno 1 milione di persone in totale.

Il Cremlino preferisce che le persone se ne vadano, perché così si allontanano possibili contestatori: ma il disagio e il dissenso si stanno diffondendo, arrivando a punte estreme, come il suicidio del rapper russo Ivan Petunin.

Altri video che Presadiretta mostrerà nel servizio, mostrano l’uccisione di un comandante dell’esercito da parte di un soldato di leva, l’esplosione a Volgograd di un centro di reclutamento, a cui un ragazzo ha dato fuoco.

I 300mila riservisti chiamati in servizio vengono solo da alcune regioni della Federazione Russa, sono gli uomini delle minoranze non slave, dalle regioni periferiche, le più povere, come Tagikistan, la Buriazia: “sono le vittime più sacrificabili” – racconta Agnese Rossi di Limes a Presadiretta – “agli occhi dei centri di potere che sono in mano ai russi etnici. Ma questa è un’arma a doppio taglio perché per gli stessi motivi molti di questi gruppi etnici si stanno rivoltando, non sentono questa guerra come la propria guerra. Dal 21 settembre si sono registrati oltre 100 proteste, solo in Daghestan sono state arrestate 101 persone che gridavano ‘questa non è la nostra guerra’”.

Ma questo dissenso interno potrebbe portare a delle spinte separatiste?
“Si, già ci sono, queste repubbliche hanno già iniziato a chiedere diversi gradi di autonomia. Queste faglie che si stanno creando nella federazione sono forse l’eredità più drammatica per i destini della Federazione. Qualcosa, cioè, che Putin o chi per lui, dovrà fare i conti a guerra finita.”

“E’ una vera e propria implosione del consenso ” racconta Anna Zafesova giornalista di origini russe che ha lavorato per le più importanti testate italiane: la mobilitazione parziale può essere veramente un punto di non ritorno per Putin, perché rompe il patto con la maggioranza silenziosa che finora ha appoggiato il regime in cambio di tranquillità e benessere.
“E’ probabile che la protesta crescerà perché cominceranno ad arrivare alle famiglie gli annunci che i loro cari sono caduti e poi nuove lettere di coscrizione. A questo aggiungiamo un disagio economico già presente e anche quello andrà a peggiorare. Quindi la gente avrà sempre meno da perdere, dalla prospettiva di rimanere in silenzio..”
Un golpe interno è verosimile?
“Io credo che un golpe interno sia estremamente verosimile e che in questo momento sia l’ipotesi più probabile. Putin è riuscito a mettersi in una situazione dove rende scontenti tutti: i falchi che sono estremamente scontenti della gestione fallimentare di questa guerra.
Quelli che vorrebbero una Russia più democratica, più europea, più pacifica. E adesso è riuscito a scontentare anche la maggioranza silenziosa. Possiamo affermare con una ragionevole certezza che in tanti stiano pensando a come fare un colpo di palazzo.”

Nonostante il clima di repressione la gente sta scendendo in piazza, a Mosca a in periferia dove è scattata la repressione interna: cresce la violenza della polizia, le persone arrestate sono state mandate in Ucraina a combattere. In Russia ci sono attivisti che si stanno battendo contro il regime: “noi apparteniamo alla generazione che deve fare la differenza”, con la dichiarazione di guerra Putin ha dichiarato guerra anche al suo paese.

Ospite in studio era presente il giornalista Ezio Mauro: su Repubblica ha scritto che oggi la leadership vacilla, anche perché è cambiato il sentimento popolare.
Non solo la popolazione ucraina si è schierata compatta attorno al suo paese e il Cremlino non era preparato a questo. I morti sono 55 mila in sei mesi, molto più che in Afghanistan, morti che non si possono nascondere alle famiglie e ai cittadini.

La mobilitazione sta creando una forte reazione in quella generazione che non ha legami ideologici col passato, ragazzi che non sentono il significato della guerra di Putin, nonostante la propaganda. È la generazione Z che sta sconfiggendo Putin dall'interno, ribellandosi alla coscrizione – racconta Mauro: oggi non sappiamo come andrà a finire la partita, il complesso militare potrebbe intervenire. È come se il potere volesse additare all'esercito come il colpevole, scaricando le colpe ai militari come errori tecnici e non politici, indirizzando l'opinione pubblica.
Ma all'inizio c'è stata una purificazione linguistica per proteggere i militari, la guerra non era una guerra: oggi il clima è cambiato, la politica non protegge più la parte militare e quest'ultima potrebbe sviluppare una propria teoria del potere.

Putin potrebbe cadere? È una scommessa al buio? Chi potrebbe arrivare alle sue spalle? Possiamo aspettare la caduta di Putin?

Non è detto che Putin cada – la risposta a queste domande di Mauro – il prolungarsi della guerra indebolisce il Cremlino, la risposta di Zelensky è in risposta all'atto di propaganda di Putin con l'annessione delle repubbliche del referendum fasullo.
Ha ragione il papa, si devono tenere aperte le porte del negoziato ma non possiamo trattare alle condizioni del Cremlino, non rispettando la volontà dei popoli.

Al forum economico russo – il nuovo ordine mondiale di Putin

Francesca Nava si è fatta accreditare al forum economico di San Pietroburgo a cui hanno partecipato centinaia di paesi, nonostante fosse in corso la guerra.

La Russia sta costruendo il nuovo ordine mondiale, il nuovo muro nei confronti dell'occidente.

“L’era dell’ordine mondiale unipolare si è conclusa, è un errore pensare che dopo un periodo di cambiamenti turbolenti tutto possa tornare alla normalità e possa tornare come prima. Nulla sarà più come prima!” - sono queste le parole rivolte dal presidente Putin alla platea del forum economico di San Pietroburgo, dal titolo “nuove opportunità per il nuovo mondo”.

Erano presenti tanti paesi, dall'Afghanistan all'Egitto alla Cina.
Putin nel suo discorso ha attaccato l'America, il suo consigliere Kovicov è il tessitore di questo nuovo ordine che mette assieme Cina, India e paesi africani: la Russia ha già dimostrato la sua autosufficienza e la sua indipendenza economica, frutto della nostra (dei paesi europei, Germania in primis) dipendenza dal gas russo.

Secondo il disegno di Putin, Asia e Cina saranno al centro del mondo: il presidente Xi Jin Ping è intervenuto in teleconferenza, confermando l'amicizia e la partnership commerciale tra questi due paesi.
Il mondo non è più unipolare, come vorrebbe l'America – racconta Putin alla platea: una visione che piace ai paesi del Brics, tra cui India, che non ha aderito alle sanzioni contro la Russia. I paesi del Brics rappresentano una buona fetta del PIL mondiale.

L'ex ministro della cultura Medinskij, che ha guidato la coalizione di pace, ha risposto alle domande della giornalista: gli ucraini – racconta – erano d'accordo al 75% della bozza di pace, ma poi sono stati bloccati dagli americani.

Come si raggiunge la pace dunque?
Quando gli ucraini decideranno con la loro testa non con quella di Washington: “Siete voi che state trascinando il mondo in una nuova guerra fredda, non noi”.

L'ex ministro conclude l'intervista con parole dure: “perché questa guerra in Ucraina è così dura? Perché sono anche loro russi, quindi siamo russi contro russi. Il punto è che non sono loro a prendere delle decisioni o, alla fine, non sono soltanto loro (gli ucraini) che prendono le decisioni. Ed è esattamente questo il mondo che non ci piace, è questo il mondo che non sosterremo mai. Questo è quello che l’Occidente deve capire: è insito in ogni russo non arrendersi mai.”

Il Cremlino sta cercando di creare nuove generazioni di patrioti che, da adulti, non mettano in discussione la visione geopolitica di Putin: sin nella scuola i bambini devono essere educati al patriottismo, devono sapere che dovranno difendere un giorno la patria con le armi.

Non devono avere dubbi su quanto sta succedendo in Ucraina: si revisiona la storia, si edulcora la figura di Stalin, si favoleggia dei bei tempi in cui la Russia era potenza mondiale.
Putin e la sua classe dirigente ha come obiettivo di esaltare questi momenti storici, compresi gli anni di Stalin: si tratta di un vero e proprio indottrinamento dei bambini e che passa dal ministero della cultura russo.

Qualcosa che assomiglia ai Balilla di Mussolini o alla Hitler Jugend: bambini che sfilano alle manifestazioni, bambini tenuti lontano dalla cultura e dalle idee occidentali.

Si sta facendo un lavaggio del cervello ai bambini, anche perché le persone non hanno altre fonti di informazioni diverse da quelle volute dal Cremlino.

I canali non allineati, i giornali che raccontano il paese in modo non conforme sono chiusi: così i russi della strada parlano come Putin vuole che parlino.

La guerra era necessaria, Putin sta facendo quello che doveva essere fatto, nonostante le sanzioni non ci manca niente …

Da dove nasce questa presa della propaganda? Dai fallimenti delle democrazie occidentali, dalla nostra cattiva conoscenza di quella parte del mondo. Dal disprezzo della democrazia e delle sue regole da parte dei tanti partiti nazionalisti che stanno proliferando in Europa, specie in quelli dell'est.

La polarizzazione dello scontro in Polonia

I primi ministri ad essere andati a Kiev a dare solidarietà sono stati quelli Slovacchi e Polacchi: nessuna soluzione diplomatica, secondo questi paesi dell'est, secondo i loro presidenti, come Andrej Duda.

La Polonia è il paese che più di altri ha accolto i profughi ucraini con uno sforzo enorme a cui partecipa tutto il paese. È stata ancora la Polonia ad inviare carri armati e armamenti di ogni tipo all’esercito ucraino, assieme all’Inghilterra di Johnson (e Truss adesso) è stato il paese più direttamente impegnato nel sostenere l’Ucraina contro l’esercito di Putin.

Questo atteggiamento risale dai cinquant’anni di occupazione sovietica quando la Polonia faceva parte del Patto di Varsavia: ma c’è un evento molto più recente nella storia polacca che ha creato con la Russia di Putin una frattura che i polacchi considerano insanabile.

Il 10 aprile 2010 sul Tupolev presidenziale si trovano il presidente Kaczynski assieme a tutti i vertici militari e civili del governo polacco. Sono in viaggio verso Smolensk per commemorare l’eccidio di Katyn dove nel 1940 20mila ufficiali polacchi furono massacrati dall’esercito sovietico e gettati in fosse comuni, uno dei capitoli più neri della dominazione russa sulla Polonia.
L’aereo però si schianta poco prima dell’atterraggio uccidendo tutti i passeggeri, i vertici del paese polacco. Si trattò della tragedia peggiore dopo la seconda guerra mondiale: il primo ministro polacco dell’epoca, Donald Tusk, da sempre sostenitore della collaborazione economica con la Russia e che sarebbe poi diventato presidente del Consiglio Europeo, è l’unico a salvarsi perché al momento del disastro si trova già a Smolensk con Putin.
Le prime indagini fatte dai russi stabilirono che si trattò di un incidente, Donald Tusk accettò la versione russa e anche le condoglianze di Putin, siglate da uno storico e controverso abbraccio. Ma il Parlamento polacco non volle credere a questa versione, anche perché i russi si rifiutarono di restituire i resti dell’aereo, così incaricarono un deputato di istruire una nuova commissione di inchiesta. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso aprile, accusa senza appello la Russia ma suggerisce anche che il piano russo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio di Donald Tusk.
Le analisi citate nel rapporto proverebbero la presenza di esplosivo sui rottami dell’aereo avallando la tesi di un attentato organizzato da Mosca. La Russia ha rifiutato gli esiti del rapporto ma anche i polacchi sono divisi: il deputato Macierewicz e la commissione sono considerati troppo politicizzati e non imparziali.
Quell'abbraccio e quell'attentato è stata la più grande opera di disinformazione in Polonia – racconta Macierewicz: la commissione russa ha dato la colpa ai piloti polacchi, la nuova commissione ha stabilito i campioni di parti dell'aereo in Inghilterra, rivelando tracce di esplosivo. Questo attentato è servito a spazzar via il gruppo dirigente polacco, che si opponeva ai gasdotti russi, che erano favorevoli all'ingresso dell'Ucraina nella Nato.

Il partito che governa la Polonia è stato fondato dall'ex presidente Kaczynski, che dopo l'incidente di Smolensk ha acuito la sua ostilità nei confronti della Russia e nei suoi simboli durante gli anni della guerra fredda.

Il passato sovietico, i suoi monumenti, viene ora rimosso nella nuova Polonia libera, dove si parla decomunistizzazione: è compito dell'istituto di memoria nazionale, che considera i simboli del comunismo sovietico come la svastica dei nazisti.
Ma non è solo un discorso di simboli: anche l'economia si sta derussificando, nella penisola sulla Vistola hanno creato un canale per creare uno sbocco sul mare senza dover chiedere conto ai russi, nella vicina enclave di Kaliningrad.

La Polonia non vuole dipendere dal gas russo, sebbene compri ancora il gas dalla Germania: questo paese si sta anche proponendo come una potenza militare regionale, in special modo nei confronti del supporto all'Ucraina.

La Polonia confina con tre paesi coinvolti nella guerra: tutti gli altri paesi europei se vogliono aiutare l'Ucraina devono passare per la Polonia.

Questo paese sta creando nuove relazioni economiche e militari con altri paesi, anche in previsione della crisi causata dalla guerra: nonostante l'inflazione però le persone sono convinte del sostegno all'Ucraina, sono convinte di dover fermare la Russia.
Anche l'industria polacca vede la guerra da una posizione diversa rispetto a quella di altri paesi, perché sono un paese di terzisti, hanno meno bisogno di energia.

La guerra ha polarizzato le posizioni in campo, o si sta di qua o di la. Nessuna via di mezzo è possibile, nemmeno nella Polonia (modello di riferimento per nostri leader di partito) che rispetto ai diritti civili si colloca lontano dall'Europa.

Il paradiso fiscale in Serbia

Con l'arrivo delle sanzioni, sono crollati gli scambi e i voli tra la Russia e l'Unione Europea. Ma nei giorni delle sanzioni un paese europeo ha scelto di non rispettare le sanzioni: la Serbia ad esempio continua a fare affari con la Russia. Presadiretta ha intervistato il CEO di EventBetGaming, Starostenkov, venuto proprio in Serbia per lavoro: “sono arrivato qui a marzo, ho aperto un conto in banca e una società, è stato facile, poi ci siamo mossi per capire come ottenere i permessi e visti per far arrivare lavoratori dalla Russia.”

La sua società sviluppa software per giochi online, è una compagnia che opera a livello internazionale, i clienti esteri sono europei ed americani: come mai la scelta di arrivare in Serbia?

“Qui possiamo portare avanti i nostri rapporti con la Russia e con l’Europa, le banche occidentali non ci bloccano i pagamenti e questo significa continuare ad avere clienti in tutto il mondo.”

Quindi è venuto qui per evitare le sanzioni: a marzo la sanzioni avevano messo a rischio la sua società, i 6 ml di fatturato e i suoi 120 dipendenti.
Aprire la sua filiale in Serbia è stato il modo migliore per proteggere la sua attività e continuare a crescere: quella serba infatti diventerà la sede principale dell’azienda, hanno già trovato un ufficio più grande dove spostare i dipendenti ed allargarsi. E non sarà l’unica azienda russa che si trasferirà qui, altre aziende stanno arrivando in Serbia: imprenditori russi stanno comprando appartamenti in città per loro e per le famiglie, “dieci russi ogni giorno vengono da me a chiedere un appartamento” racconta un’agente immobiliare a Presadiretta. Il risultato è un aumento dei prezzi nel mercato immobiliare a Belgrado dove, in pochi mesi, è nata una comunità di russi espatriati con decine di gruppi su Telegram che organizzano ogni sera cene ed eventi.

Cene dove queste persone condividono le scelte su come gestire la burocrazia nel nuovo paese, come seguire le leggi serbe, “tanti di noi hanno dovuto spostarsi in fretta per non perdere il lavoro.”

Bojan Stanic, analista economico, racconta come dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi siano state aperte più di 350 aziende di capitale russo, stimano che siano oggi 20000 i russi arrivati in Serbia: “quando hanno iniziato ad avere problemi coi pagamenti e ad avere problemi coi clienti si sono spostati da noi.”

Oggi, inizio di ottobre, siamo a 1000 aziende e 50mila cittadini della federazione russa si sono trasferiti qui a cui si aggiungono altri imprenditori che hanno trasferito la società senza nemmeno spostarsi fisicamente in Serbia, come succede nei paradisi fiscali.

Nel quartiere commerciale della capitale, Nuova Belgrado, nel vecchio mercato regionale sono state registrate ben 62 società di capitale russe, ma i giornalisti di Presadiretta non ne hanno trovata nemmeno una.

La Serbia è diventata un’oasi per le aziende e i lavoratori russi che così riescono a sfuggire alle sanzioni del resto Belgrado ha sì condannato l’attacco all’Ucraina ma è l’unico stato in Europa che ha deciso di non imporre sanzioni.

L'oligarca serbo, Karic, è stato colpito dalle sanzioni: ma i serbi che hanno subito già le sanzioni negli anni 90 sanno come resistere, hanno il gas a poco prezzo che arriva dalla Russia, “le sanzioni faranno male all'Italia e all'Europa”.

La Serbia di Vucic vuole entrare in Europa, ma al contempo sbandiera la sua amicizia con la Russia di Putin, la politica delle due sedie, inseguire Europa e Russia per avere i maggiori vantaggi politici ed economici.
Vucic ha fatto un ulteriore accordo con la Russia nella scorsa primavera, uno schiaffo all'Europa che in quei mesi stava cercando fonti alternative: quel gas è un cappio al collo per la Serbia, come successo alla Germania e all'Italia che hanno preso per anni gas ad un buon prezzo.

Le posizioni filo russe stanno prendendo piede in Serbia, caso unico in Europa: i serbi scendono in piazza a favore dei fratelli russi, con le Z dipinte sulle strade. Qui la visione è all'opposto di quella polacca o ucraina: il sentimento che domina è quello anti occidentale, quello del partito di estrema destra Dveri. In Serbia si ricordano ancora i bombardamenti del 1999, a Belgrado, fatti dalla Nato: a 23 anni dalla guerra in Kosovo, la maggior parte delle persone considerano questa regione come parte della Serbia.

La guerra in Ucraina ha riacceso queste tensioni: l'Unione Europea ha fatto pressioni per la separazione del Kosovo, la Russia no e questo è visto come una ingerenza. Nonostante l'UE abbia investito 4 miliardi di euro in Serbia, in nuove strade, università. Ma sono soldi che non scaldano il cuore delle persone: il partito democratico serbo, fautore dell'ingresso in Europa ha perso i voti in questi anni a vantaggio dei partiti populisti.

La Serbia ha oggi un sistema non democratico, non c'è una magistratura indipendente: l'Unione Europea ha chiesto alla Serbia solo una cosa, la stabilità.

La guerra allontana la democrazia e i suoi principi, in tutti i sensi, anche nei paesi non in guerra.

La pace, nonostante tutto, è adesso: lo chiede il papa, lo chiedono i pacifisti, attaccati dai troppi falchi che ronzano attorno a questo conflitto.
Si deve sedersi attorno al tavolo anche col diavolo: il dialogo tra nemici va fatto ora, bisogna dire basta alla spirale della guerra. Il negoziato non è visto come una possibilità purtroppo, né dai paesi in guerra, aggressore e aggredito, ma nemmeno dall'Europa.

Bisogna smettere di fare gli spettatori, occorre gridare, occorre farsi sentire, scendere in piazza.

“La Russia ha perso la guerra, ora dobbiamo impedire l'escalation nucleare”: non sono le parole di un putiniano, sono quelle di Kissinger.

Anche perché se la Russia ha perso la guerra, a vincere sono le aziende che producono armi: come l'Italiana Leonardo cresciuta in borsa nel 60%. Le aziende del settore degli armamenti stanno vivendo un momento d'oro, che è iniziata all'inizio del millennio, spiegano gli analisti del Sipri.
La guerra in Ucraina ha fatto crescere i fatturati delle aziende delle armi, le stesse armi che si rivoltano anche contro di noi: sono le armi usate per controllare i flussi di migranti alle frontiere. 

Armi usate per bloccare i migranti alle frontiere, persone che scappano da quelle guerre alimentate dalle armi. 
Armi che la Croazia, ad es, ha comprato grazie a fondi europei: sarà questo al centro della prossima puntata di Presadiretta.

05 settembre 2022

Anteprime Presadiretta – I signori del gas

 Puntata quanto mai attuale quella di stasera: si parlerà di gas, di energie fossili, di chi ha guadagnato (e continuerà a guadagnare) dai rincari e dalle speculazioni sul prezzo dell’energia. Ma si affronteranno anche altri temi: i rigassificatori sono l’unica soluzione per scindere la dipendenza dal gas russo? E il famoso gas autarchico è veramente una soluzione per i nostri problemi?

Parlare di gas ed energia significa parlare di geopolitica, del futuro di questo paese, di programmazione industriale, di tutela dei posti di lavoro (penso all’industria dell’auto) e dell’ambiente.

Al listino di Amsterdam il prezzo del gas è cresciuto fino a dieci volte rispetto allo scorso anno, un flusso di denaro che ha continuato ad arrivare anche alla Russia, che ha continuato a guadagnare miliardi vendendoci il suo combustibile dall’inizio della guerra. Sono soldi che alimentano la guerra e la devastazione in Ucraina: nei primi tre mesi di quest’anno la Russia ha raddoppiato i guadagni rispetto al 2021.

Dalla crisi del gas qualcuno ci perde (per i rincari delle bollette, perché i costi per la produzione superano i ricavi delle imprese) ma qualcuno ci guadagna: Presadiretta è andata nell’impianto più grande di esportazione di gas liquido al mondo. Navi che lasciano il porto negli Stati Uniti e che il 75% portano gas liquido verso l’Europa.
Qualche politico lo ha chiamato gas della libertà, perché ci renderebbe liberi dalla dipendenza da quello russo: non è l’opinione di alcuni esperti interpellati dalla trasmissione, “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

Tra l’altro i due rigassificatori che Snam ha acquistato non risolveranno i problemi energetici di questo inverno e garantiranno un flusso di gas pari a 5 mld di metri cubi (solo l’impianto di Piombino): l’impianto di Ravenna sarà pronto nel 2024, quello di Piombino (che si farà nonostante l’opposizione del sindaco della città) non sarà pronto prima di aprile.

Nello stesso comunicato con con cui annunciava l’acquisto della nave, a luglio, Snam spiegava che “l’avvio di Golar Tundra come Fsru, è atteso durante la primavera del 2023”. Chi lavora al dossier, considera questi tempi un record (va anche aperto il bando per trovare i fornitori), il dubbio è che che alla fine si arrivi all’estate.

Come si intuisce, in ogni caso, Piombino non servirà per l’anno termico 2022/23, che si chiude ad aprile. Eppure il governo sembra ignorare questo fatto. Giovedì in Cdm, illustrando il piano italiano per fare a meno del gas russo, Cingolani ha ribadito ai colleghi che se Piombino non verrà realizzato, “c’è il rischio concreto di andare in emergenza nel marzo 2023”. 
Carlo di Foggia – Il fatto quotidiano 3 settembre

La parola d’ordine se non vogliamo rimanere senza gas è diversificare: i vertici di Eni, accompagnati da Draghi e dal ministro Di Maio, sono andati in Algeria per garantirci una certa quantità di gas. Ma quanto ci costerà e quanto è sicura questa fonte?
I prezzi a cui venderanno il gas aumenteranno – spiega al giornalista di Presadiretta il ministro algerino – “ci sarà una revisione del 10%, del 20% o del 30%”. Perché questo è il mercato: se gli Stati Uniti vendono il loro gas all’Europa a 70$, perché l’Algeria dovrebbe vendere a 12$ - racconta l’ex ministro dell’energia Attar? Come gli Stati Uniti, anche l’Algeria non ha mai guadagnato così tanto dal gas.

C’è anche un altro aspetto, legato al gas algerino: quando dipendi da un paese straniero su un tema come l’energia, si creano delle situazioni di forza come dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”



Nel frattempo il rischio di rimanere senza gas è reale: lo ha spiegato il vicepresidente della commissione Timmermans “se Putin chiude i gasdotti completamente state sicuri che lo farà nel momento in cui potrà farci più male”.

Non è solo il costo del gas: l’aumento del prezzo ha fatto crescere il costo di tutte le materie prime, mettendo a rischio tutta l’industria manifatturiera italiana, ma sono anche previste interruzioni della produzione dell’acciaio, lo racconta da Ravenna il direttore della stabilimento del Gruppo Marcegaglia. Quando è arrivata la guerra il gruppo ha iniziato a riempire i magazzini da mezzo mondo, ma il prezzo dell’acciaio è cresciuto del doppio, a questo si devono aggiungere i costi dell’energia. Una volta l’energia era il 15-20% del costo totale, oggi supera tutti gli altri costi. Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..



La strada del gas, a cui siamo rimasti testardamente attaccati in questi mesi di pandemia prima e di guerra poi, va in direzione contraria a quanto dovremmo fare per cercare di salvare il pianeta dal problema del riscaldamento globale.
È uscito oggi un articolo su l’Espresso a firma dei giornalisti Simone Alliva, Antonio Fraschilla e Chiara Sgreccia che parla dei ritardi nella transizione ecologica: l’Italia è il peggior paese in Europa per consumo del suolo, emissioni di co2, inquinamento e consumo di energie fossili. Complice la guerra, siamo andati in direzione contraria a quanto avremmo dovuto fare per attuare la decarbonizzazione e la fine del fossile. Nell’articolo si parlano dei decreti attuativi che mancano ancora, per i parchi eolici, per le comunità energetiche, per accellerare la costruzione di nuovi impianti di fotovoltaico nelle ex aree industriali (che andrebbero bonificate).

Così mentre in Italia si discute di rigassificatori e centrali nucleari, dove per evitare la catastrofe e l’emergenza si spera nel buon senso degli italiani (sulla temperatura in casa, sulla cottura degli spaghetti, tutte cose di buon senso certo), dall’estero arrivano notizie che raccontano altro.
In Messico è stato installato il parco solare più grande al mondo, arrivando ad installare 18990 pannelli in un giorno per un impianto che darà energia a 1,3 ml di case.
Negli Stati Uniti prevedono un boom per le energie rinnovabili grazie al “climate bill”, la nuova legge dell’amministrazione Biden che prevede “ incentivi finanziari per far evolvere l'economia americana nella direzione delle energie rinnovabili, limita i prezzi di alcuni farmaci e istituisce un'aliquota fiscale minima per le grandi imprese. ”

Presadiretta ha intervistato l’ex generale Russel Honoré, diventato eroe nazionale quando, dopo il disastro provocato dall’uragano Katrina, guidò i soccorsi rimettendo in piedi la città.
Adesso vive in Luisiana e ha fondato la Green Army, un gruppo di volontari con una missione, combattere l’inquinamento: si è schierato contro gli investimenti per trasportare gas liquefatto perché “questa industria sta distruggendo la nostra acqua, la nostra terra. Sappiamo tutti ormai che l’effetto del metano, in termini del riscaldamento dell’atmosfera, è 80 volte superiore a quello della CO2 nei primi venti anni dal rilascio.”
Che insegnamenti ha avuto dall’emergenza per Katrina?
“Non possiamo approfittarci di madre natura, che può distruggere qualsiasi cosa costruita dagli esseri umani, ma continuiamo ad essere stupidi, a costruire nuovi impianti in mezzo ai territori devastati dagli uragani. Non ha senso! L’Europa può andare avanti con l’energia del vento, del sole, ed è il momento per l’Europa di cambiare: c’è un proverbio cinese che dice, per ogni sfida c’è un’opportunità. Questa guerra può svegliare il mondo.”

E il gas italiano, quello per cui la destra, Salvini e Meloni, chiede di riprendere l’estrazione?

Secondo i dati dello stesso ministero della transizione ecologica le stime del gas nel nostro sottosuolo si aggirano tra i 60-60 miliardi di metri cubi:

Le riserve. L’Italia non ha però così tanti giacimenti con gas pronto a essere estratto. Gli ultimi dati, pubblicati dal ministero della Transizione ecologica, sono del 2021: si dividono in riserve certe (possono essere prodotte con probabilità maggiore del 90%), probabili (la percentuale è del 50%) e possibili (probabilità inferiore di molto al 50%). Il totale delle riserve ad oggi è di 39 miliardi di metri cubi di gas certo, 44 miliardi di metri cubi probabile e 26 miliardi possibile. Il totale, considerando tutto, è 110 miliardi di metri cubi. È ragionevole però prendere in considerazione un valore intorno ai 60-70 miliardi. Meno del consumo nazionale di gas di un anno (75 miliardi di metri cubi).

I giacimenti. Il gas è distribuito in centinaia di giacimenti sparsi su tutto il territorio per i quali servirebbero altrettanti pozzi e piattaforme. Questo implicherebbe costi molto elevati per le aziende petrolifere (hanno bisogno di identificare le posizioni migliori per produrre un buon margine di guadagno in tempi normali) e un margine ridotto o perdite sostenibili ad oggi (l’idea è vendere il gas nazionale a prezzo calmierato alle imprese). Si dovrebbe contare sui giacimenti più grandi, per i quali c’è bisogno di superare divieti ambientali, vincoli legislativi, iter autorizzativi (altrimenti sarebbero probabilmente già stati svuotati) e installazioni o integrazioni dell’infrastruttura. Solo poi su quelli più piccoli e quasi in esaurimento.

Nel caso dei primi, bene che vada non si riuscirebbe a intervenire in poco tempo. Nel caso dei pozzi già esistenti, invece, molti – seppur considerati ancora produttivi – sono quasi esauriti: la pressione al loro interno si è ridotta e produrre è più costoso per le aziende (come dismetterli peraltro), ma è anche da questi che potrebbe arrivare qualche contributo.
Virginia della Sala – Fatto Quotidiano del 3 settembre 2022

Estrarre gas nel nostro sottosuolo, o nell’Adriatico, costa troppo, è svantaggioso economicamente, funziona giusto in campagna elettorale.

La scheda del servizio:

La seconda puntata di PresaDiretta, in onda in diretta lunedì 5 settembre alle 21.20 su Rai3, è dedicata alla crisi del gas. Nel pieno della tempesta scatenata dal prezzo del gas che continua a salire senza controllo, PresaDiretta analizza gli effetti delle scelte energetiche del nostro Paese. Come faranno le imprese a sostenere le bollette e la carenza di materie prime? Che autunno ci aspetta? Ci stiamo rendendo indipendenti dal gas russo, ma i nostri nuovi partner offrono garanzie democratiche? E c’è un legame tra i profitti dell’industria energetica e le guerre? 
PresaDiretta compie un viaggio tra le fabbriche del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, per raccogliere il grido di allarme degli imprenditori. Come faranno le nostre imprese a sostenere i picchi del costo del gas e a rimanere competitive? L’industria italiana è già entrata in una spirale pericolosa: riduzione dei consumi, rallentamento della produzione e conseguente carenza di materie prime. Che effetto avrà tutto questo sulle esportazioni, sugli appalti pubblici e nei cantieri già aperti dove le spese lievitano?  
La ricerca della diversificazione e dell’autonomia da Gazprom, intanto, hanno aperto nuove strade di approvvigionamento. E’ il boom del gas liquido americano, il gnl estratto attraverso la contestata e impattante tecnica del fracking. PresaDiretta è tornata negli Stati Uniti a vedere come funziona il gigantesco mercato del gnl verso l’Europa e a capire quanto ci costerà. 
E poi in Algeria, il nuovo partner privilegiato per la fornitura del gas all’Italia. Che garanzie ci offre davvero questo Paese? 
Una recente ricerca poi, ha messo in relazione le robuste entrate nei bilanci della Federazione russa legate all’export di petrolio e del gas con un massiccio aumento della spesa militare. Qual è allora il legame tra l’industria energetica e la spesa per gli armamenti? 
Ospiti in studio di Riccardo Iacona: Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte e Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, esperto di energia. Insieme parleranno di come affrontare l’emergenza gas, di cosa rischiano le nostre imprese e di come affrontare l’autunno che ci aspetta.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.