Milano, ottobre 2009
Non vi parlo del Grand Hotel o del Four Seasons, né tanto meno di un residence in Ripamonti. Nemmeno di un motel finto lusso tipo quelli che affacciano sulla Paullese, pieni di puttane e agenti di commercio arrapati. Il posto dove sto io è molto peggio, anche se, alla lunga, come a tutto, ti ci abitui o perlomeno ti adatti. Si chiama istinto di sopravvivenza…
Il drago, al
secolo Lorenzo Visconti, è una persona che o la ami o la odi. Niente
vie di mezzo.
Ha uno strano modo questo ex ispettore di polizia
con la passione per la boxe e per la sua Ducati Monster nel farsi
voler bene: tutte le persone che gli stanno attorno devono
assecondare i suoi istinti, compresa la capacità nel sapersi ficcare
nei guai se il suo istinto gli dice di farlo.
In testa ho un pensiero fisso che le chiacchiere del mio collega hanno solo riacutizzato. Sto lavorando da settimane a un caso di speculazione edilizia: un nuovo palazzo in via Melchiorre Gioia, a due passi dalla sede della Regione. I finanziamenti per l’Expo sono arrivati a pioggia
Ed è per questo
che è finito al Due, ovvero il carcere di San Vittore a Milano:
erano gli anni in cui Milano si preparava per Expo, tanti soldi
stavano arrivando sulla città per renderla più bella, europea.
Compresi i soldi per costruire il palazzo chiamato Amazzonia Urbana
(ricorda un po’ il Bosco Verticale): aveva cercato di vederci
chiaro sulle mazzette che giravano attorno a quel cantiere, ma si era
fatto incastrare come un fesso dai pupari che manovrano tutto a
Milano. Se non puoi uccidere un poliziotto, cerca di “mascariarlo”
come poliziotto corrotto: ed è questa l’accusa per cui Il Drago
era finito dietro le sbarre.
Ora, otto mesi dopo, tornato
a respirare l’aria della libertà, in attesa del processo, l’unico
lavoro (per modo di dire) che è riuscito a trovare è quello del
recupero crediti, a suon di sberle e cazzotti, per Coppolo, uno
strozzino che almeno presta denaro a manager e gente benestante, non
a poveracci.
Ma l’istinto di sbirro è rimasto, anche se non
si indossa più la divisa: quando Lana Serrano, poliziotta e amica (e
forse anche più che un’amica) gli racconta della strana morte di
Micol, seppure riluttante decide di fare una sua indagine, come
investigatore privato senza permesso.
Ti pare che una di diciassette anni per ammazzarsi scavalca una cancellata e poi, con tutta calma, si taglia i polsi?
Effettivamente è strano che una per suicidarsi si tagli le vene nei giardini di Palestro. La polizia vorrebbe archiviare tutto come un suicidio, ma Lana, e poi anche Lorenzo Visconti, intuiscono che dietro si nasconde ben altro.
Fino a quel momento non avevo idea di chi fosse quell’uomo alto con lo sguardo di ghiaccio e la faccia segnata da rughe profonde. Ricordo la data, il 5 ottobre 2009..
In questo romanzo, primo della serie del Drago, scopriamo come si sia formata la sua “squadra investigativa” formata da Jamel, un immigrato francese con origini algerine e una laura in ingegneria attaccata nel bagno. E il maresciallo Rodrigo Barillà, del nucleo per la tutela dell’ambiente. Un’amicizia che si è cementata con qualche cazzotto e qualche intimidazione nemmeno troppo velata.
Grazie
soprattutto alle conoscenze informatiche di Jamel, Il Drago riuscirà
a portare avanti le sue due indagini: la prima, sul palazzo
dell’Amazzonia Verticale, per capire chi lo abbia incastrato e
fargliela pagare.
La seconda, il suicidio, che poi si scoprirà
essere un omicidio, di Micol. Una delle tante ragazzine vittime
dell’illusione che siano i soldi a darti la felicità. Soldi a
qualunque costo…
Questo romanzo, ripubblicato per
Piemme, inaugura la serie di Paolo Roversi con questo personaggio che
si ispira chiaramente al genere hard boiled. Personaggi cattivi,
ruvidi, anche con un certo senso di giustizia, la “legge del
Drago”, disposti a rischiare la pelle per applicare la loro
giustizia. E anche di andare oltre i limiti della legge.
Il Drago aveva
quella luce negli occhi: una strana determinazione, ecco. Lui non
desiderava solo risolvere il caso, lui voleva beccare il bastardo che
aveva ucciso Micol per farlo a pezzi.
Ma qui, in questa
storia, non troviamo i “buoni” come nei classici romanzi
polizieschi: d’altronde la Milano che ci racconta Roversi sembra
una giungla dove vige la legge dei “duri”. Vinci se hai i soldi,
se hai le protezioni giuste.
La città di Expo, ma anche della
corruzione che fa girare le mazzette per costruire i palazzi di vetro
che svettano sempre più in alto, la città dove gira la droga e il
sesso. Dove tutto sembra essere a mercato. Sbirri, magistrati,
imprenditori, politici. Tutti, o forse no. Uno come il Drago non è
in vendita.
La scheda del
libro sul sito di Piemme
editore
Il blog dell’autore Paolo Roversi
I link
per ordinare il libro su Ibs
e Amazon

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