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10 ottobre 2022

Presadiretta - la minaccia nucleare

Da Putin arrivano parole di guerra, oltre ai missili che stanno devastando l'Ucraina: mai come adesso l'Europa e il mondo sono vicini all'escalation militare.

Come siamo arrivati a questo? La puntata di Presadiretta cercherà di dare una risposta a questa domanda.

Putin nel discorso di annessione alle zone dell'Ucraina che si è annesso mettono fine al negoziato, parole a cui ha risposto Zelensky che ha bloccato i negoziati per legge.

Nessuno ha accettato al mondo il risultato del refendum nelle regioni conquistate a Lugansk e Kerson, è solo un modo per Putin per sfidare l'occidente, quella è la nostra terra.

Ma in Russia dietro le parole della propaganda il clima è diverso: crescono le diserzioni, i giovani non vogliono finire al fronte, manca l'equipaggiamento per i nuovi arrivati “portatevi da casa il sacco a pelo” racconta un istruttore.

A Putin non rimane che l'ultimo asso nella manica: “useremo tutti i mezzi a nostra disposizione, non è un bluff”. Tutti i mezzi anche il nucleare, dunque?
All'attacco al ponte di Kerch, nel giorno del compleanno di Putin è seguito l'attacco a Kiev: gli ucraini vogliono vedere le carte in mano a Putin.
L'ex collaboratore Kollyatov oggi esule racconta che Putin vuole negoziare, ma da una posizione di superiorità: oggi sta perdendo la guerra, se la perdesse veramente perderebbe anche il potere, rischiando la prigione se non peggio.

Putin sta rischiando il potere, per questo ora non sappiamo se può colpire o meno. I suoi collaboratori non sarebbero disposti a seguire i suoi ordini – continua Kollyatov.
Si rischia una rivoluzione in Russia, ma le elite attorno a Putin potrebbero organizzare un colpo di stato.

In questi scenari la possibilità di una bomba tattica non è irreale: la guerra rischia di uscire dall'Ucraina anche per gli attentati ai gasdotti sul mar Baltico. La guerra mondiale o europea è concretamente alle porte: da questi attentati chi ci ha guadagnato? Che senso ha avuto l'attacco a queste infrastrutture? Chi ha voluto lanciare questa minaccia?
L'Unione Europea ha preso sul serio una minaccia chiedendo ai paesi di preparare una risposta militare a seguito di questi attacchi, preparando nuovi aiuti militari all'Ucraina.
E la Nato come risponderà? Presadiretta ha intervistato il generale Tricarico: non si può giocare a poker con una persona come Putin, che è stato messo all'angolo da noi, per farlo morire nell'angolo. Non c'è mai stata la volontà di trattare.

Secondo il generale “La Nato è stata tradita da alcuni Paesi membri perché non sono state rispettate le regole costitutive della Nato. Bisognerebbe vedere le riunioni del Comitato Atlantico. Se c'è stata una concertazione vera. Io sono sicuro che non ci sia stata".

Tricarico ha anche criticato l'atteggiamento di Stoltenberg “che ha avuto un ruolo negativo in tutta questa vicenda - perché vorrei ricordare che Stoltenberg è solamente autorizzato a guidare le consultazioni, quindi lui può parlare solamente quando è autorizzato a farlo da tutti i Paesi membri”.

Lottiamo per la pace, chiede il papa, la pace la chiede anche il presidente Mattarella, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti del popolo ucraino.

Cosa sta succedendo in Russia?

Il simbolo della protesta in Russia è Elena Osipova, arrestata dalla polizia a Mosca: mi è stato chiaro fin dall'inizio di che pasta fosse fatto Putin, provenendo dai servizi segreti. Putin ha un piano, mettersi al di sopra di tutti, come Hitler, che sosteneva che la sua nazione fosse la migliore.

Elena ha dipinto un quadro dedicato ai bambini e alle vittime di Bucha: una quadro che esprime la vergogna per le violenze contro i civili.

Ma non è solo la pittrice a protestare, negli ultimi quindici giorni molti riservisti stanno scappando dalla Russia, in Georgia, in Finlandia, verso la Mongolia.

I ragazzi scappano temendo una mobilitazione per una guerra che non comprendono: le storie che racconta la propaganda sull'esercito Nato pronto ad invadere la Russia non convince nessuno. La Russia sta decadendo per colpa della corruzione.
In poco più di una settimana circa 500mila persone sono scappate dalla Russia, dall'inizio di quest'anno se ne sono andati almeno 1 milione di persone in totale.

Il Cremlino preferisce che le persone se ne vadano, perché così si allontanano possibili contestatori: ma il disagio e il dissenso si stanno diffondendo, arrivando a punte estreme, come il suicidio del rapper russo Ivan Petunin.

Altri video che Presadiretta mostrerà nel servizio, mostrano l’uccisione di un comandante dell’esercito da parte di un soldato di leva, l’esplosione a Volgograd di un centro di reclutamento, a cui un ragazzo ha dato fuoco.

I 300mila riservisti chiamati in servizio vengono solo da alcune regioni della Federazione Russa, sono gli uomini delle minoranze non slave, dalle regioni periferiche, le più povere, come Tagikistan, la Buriazia: “sono le vittime più sacrificabili” – racconta Agnese Rossi di Limes a Presadiretta – “agli occhi dei centri di potere che sono in mano ai russi etnici. Ma questa è un’arma a doppio taglio perché per gli stessi motivi molti di questi gruppi etnici si stanno rivoltando, non sentono questa guerra come la propria guerra. Dal 21 settembre si sono registrati oltre 100 proteste, solo in Daghestan sono state arrestate 101 persone che gridavano ‘questa non è la nostra guerra’”.

Ma questo dissenso interno potrebbe portare a delle spinte separatiste?
“Si, già ci sono, queste repubbliche hanno già iniziato a chiedere diversi gradi di autonomia. Queste faglie che si stanno creando nella federazione sono forse l’eredità più drammatica per i destini della Federazione. Qualcosa, cioè, che Putin o chi per lui, dovrà fare i conti a guerra finita.”

“E’ una vera e propria implosione del consenso ” racconta Anna Zafesova giornalista di origini russe che ha lavorato per le più importanti testate italiane: la mobilitazione parziale può essere veramente un punto di non ritorno per Putin, perché rompe il patto con la maggioranza silenziosa che finora ha appoggiato il regime in cambio di tranquillità e benessere.
“E’ probabile che la protesta crescerà perché cominceranno ad arrivare alle famiglie gli annunci che i loro cari sono caduti e poi nuove lettere di coscrizione. A questo aggiungiamo un disagio economico già presente e anche quello andrà a peggiorare. Quindi la gente avrà sempre meno da perdere, dalla prospettiva di rimanere in silenzio..”
Un golpe interno è verosimile?
“Io credo che un golpe interno sia estremamente verosimile e che in questo momento sia l’ipotesi più probabile. Putin è riuscito a mettersi in una situazione dove rende scontenti tutti: i falchi che sono estremamente scontenti della gestione fallimentare di questa guerra.
Quelli che vorrebbero una Russia più democratica, più europea, più pacifica. E adesso è riuscito a scontentare anche la maggioranza silenziosa. Possiamo affermare con una ragionevole certezza che in tanti stiano pensando a come fare un colpo di palazzo.”

Nonostante il clima di repressione la gente sta scendendo in piazza, a Mosca a in periferia dove è scattata la repressione interna: cresce la violenza della polizia, le persone arrestate sono state mandate in Ucraina a combattere. In Russia ci sono attivisti che si stanno battendo contro il regime: “noi apparteniamo alla generazione che deve fare la differenza”, con la dichiarazione di guerra Putin ha dichiarato guerra anche al suo paese.

Ospite in studio era presente il giornalista Ezio Mauro: su Repubblica ha scritto che oggi la leadership vacilla, anche perché è cambiato il sentimento popolare.
Non solo la popolazione ucraina si è schierata compatta attorno al suo paese e il Cremlino non era preparato a questo. I morti sono 55 mila in sei mesi, molto più che in Afghanistan, morti che non si possono nascondere alle famiglie e ai cittadini.

La mobilitazione sta creando una forte reazione in quella generazione che non ha legami ideologici col passato, ragazzi che non sentono il significato della guerra di Putin, nonostante la propaganda. È la generazione Z che sta sconfiggendo Putin dall'interno, ribellandosi alla coscrizione – racconta Mauro: oggi non sappiamo come andrà a finire la partita, il complesso militare potrebbe intervenire. È come se il potere volesse additare all'esercito come il colpevole, scaricando le colpe ai militari come errori tecnici e non politici, indirizzando l'opinione pubblica.
Ma all'inizio c'è stata una purificazione linguistica per proteggere i militari, la guerra non era una guerra: oggi il clima è cambiato, la politica non protegge più la parte militare e quest'ultima potrebbe sviluppare una propria teoria del potere.

Putin potrebbe cadere? È una scommessa al buio? Chi potrebbe arrivare alle sue spalle? Possiamo aspettare la caduta di Putin?

Non è detto che Putin cada – la risposta a queste domande di Mauro – il prolungarsi della guerra indebolisce il Cremlino, la risposta di Zelensky è in risposta all'atto di propaganda di Putin con l'annessione delle repubbliche del referendum fasullo.
Ha ragione il papa, si devono tenere aperte le porte del negoziato ma non possiamo trattare alle condizioni del Cremlino, non rispettando la volontà dei popoli.

Al forum economico russo – il nuovo ordine mondiale di Putin

Francesca Nava si è fatta accreditare al forum economico di San Pietroburgo a cui hanno partecipato centinaia di paesi, nonostante fosse in corso la guerra.

La Russia sta costruendo il nuovo ordine mondiale, il nuovo muro nei confronti dell'occidente.

“L’era dell’ordine mondiale unipolare si è conclusa, è un errore pensare che dopo un periodo di cambiamenti turbolenti tutto possa tornare alla normalità e possa tornare come prima. Nulla sarà più come prima!” - sono queste le parole rivolte dal presidente Putin alla platea del forum economico di San Pietroburgo, dal titolo “nuove opportunità per il nuovo mondo”.

Erano presenti tanti paesi, dall'Afghanistan all'Egitto alla Cina.
Putin nel suo discorso ha attaccato l'America, il suo consigliere Kovicov è il tessitore di questo nuovo ordine che mette assieme Cina, India e paesi africani: la Russia ha già dimostrato la sua autosufficienza e la sua indipendenza economica, frutto della nostra (dei paesi europei, Germania in primis) dipendenza dal gas russo.

Secondo il disegno di Putin, Asia e Cina saranno al centro del mondo: il presidente Xi Jin Ping è intervenuto in teleconferenza, confermando l'amicizia e la partnership commerciale tra questi due paesi.
Il mondo non è più unipolare, come vorrebbe l'America – racconta Putin alla platea: una visione che piace ai paesi del Brics, tra cui India, che non ha aderito alle sanzioni contro la Russia. I paesi del Brics rappresentano una buona fetta del PIL mondiale.

L'ex ministro della cultura Medinskij, che ha guidato la coalizione di pace, ha risposto alle domande della giornalista: gli ucraini – racconta – erano d'accordo al 75% della bozza di pace, ma poi sono stati bloccati dagli americani.

Come si raggiunge la pace dunque?
Quando gli ucraini decideranno con la loro testa non con quella di Washington: “Siete voi che state trascinando il mondo in una nuova guerra fredda, non noi”.

L'ex ministro conclude l'intervista con parole dure: “perché questa guerra in Ucraina è così dura? Perché sono anche loro russi, quindi siamo russi contro russi. Il punto è che non sono loro a prendere delle decisioni o, alla fine, non sono soltanto loro (gli ucraini) che prendono le decisioni. Ed è esattamente questo il mondo che non ci piace, è questo il mondo che non sosterremo mai. Questo è quello che l’Occidente deve capire: è insito in ogni russo non arrendersi mai.”

Il Cremlino sta cercando di creare nuove generazioni di patrioti che, da adulti, non mettano in discussione la visione geopolitica di Putin: sin nella scuola i bambini devono essere educati al patriottismo, devono sapere che dovranno difendere un giorno la patria con le armi.

Non devono avere dubbi su quanto sta succedendo in Ucraina: si revisiona la storia, si edulcora la figura di Stalin, si favoleggia dei bei tempi in cui la Russia era potenza mondiale.
Putin e la sua classe dirigente ha come obiettivo di esaltare questi momenti storici, compresi gli anni di Stalin: si tratta di un vero e proprio indottrinamento dei bambini e che passa dal ministero della cultura russo.

Qualcosa che assomiglia ai Balilla di Mussolini o alla Hitler Jugend: bambini che sfilano alle manifestazioni, bambini tenuti lontano dalla cultura e dalle idee occidentali.

Si sta facendo un lavaggio del cervello ai bambini, anche perché le persone non hanno altre fonti di informazioni diverse da quelle volute dal Cremlino.

I canali non allineati, i giornali che raccontano il paese in modo non conforme sono chiusi: così i russi della strada parlano come Putin vuole che parlino.

La guerra era necessaria, Putin sta facendo quello che doveva essere fatto, nonostante le sanzioni non ci manca niente …

Da dove nasce questa presa della propaganda? Dai fallimenti delle democrazie occidentali, dalla nostra cattiva conoscenza di quella parte del mondo. Dal disprezzo della democrazia e delle sue regole da parte dei tanti partiti nazionalisti che stanno proliferando in Europa, specie in quelli dell'est.

La polarizzazione dello scontro in Polonia

I primi ministri ad essere andati a Kiev a dare solidarietà sono stati quelli Slovacchi e Polacchi: nessuna soluzione diplomatica, secondo questi paesi dell'est, secondo i loro presidenti, come Andrej Duda.

La Polonia è il paese che più di altri ha accolto i profughi ucraini con uno sforzo enorme a cui partecipa tutto il paese. È stata ancora la Polonia ad inviare carri armati e armamenti di ogni tipo all’esercito ucraino, assieme all’Inghilterra di Johnson (e Truss adesso) è stato il paese più direttamente impegnato nel sostenere l’Ucraina contro l’esercito di Putin.

Questo atteggiamento risale dai cinquant’anni di occupazione sovietica quando la Polonia faceva parte del Patto di Varsavia: ma c’è un evento molto più recente nella storia polacca che ha creato con la Russia di Putin una frattura che i polacchi considerano insanabile.

Il 10 aprile 2010 sul Tupolev presidenziale si trovano il presidente Kaczynski assieme a tutti i vertici militari e civili del governo polacco. Sono in viaggio verso Smolensk per commemorare l’eccidio di Katyn dove nel 1940 20mila ufficiali polacchi furono massacrati dall’esercito sovietico e gettati in fosse comuni, uno dei capitoli più neri della dominazione russa sulla Polonia.
L’aereo però si schianta poco prima dell’atterraggio uccidendo tutti i passeggeri, i vertici del paese polacco. Si trattò della tragedia peggiore dopo la seconda guerra mondiale: il primo ministro polacco dell’epoca, Donald Tusk, da sempre sostenitore della collaborazione economica con la Russia e che sarebbe poi diventato presidente del Consiglio Europeo, è l’unico a salvarsi perché al momento del disastro si trova già a Smolensk con Putin.
Le prime indagini fatte dai russi stabilirono che si trattò di un incidente, Donald Tusk accettò la versione russa e anche le condoglianze di Putin, siglate da uno storico e controverso abbraccio. Ma il Parlamento polacco non volle credere a questa versione, anche perché i russi si rifiutarono di restituire i resti dell’aereo, così incaricarono un deputato di istruire una nuova commissione di inchiesta. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso aprile, accusa senza appello la Russia ma suggerisce anche che il piano russo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio di Donald Tusk.
Le analisi citate nel rapporto proverebbero la presenza di esplosivo sui rottami dell’aereo avallando la tesi di un attentato organizzato da Mosca. La Russia ha rifiutato gli esiti del rapporto ma anche i polacchi sono divisi: il deputato Macierewicz e la commissione sono considerati troppo politicizzati e non imparziali.
Quell'abbraccio e quell'attentato è stata la più grande opera di disinformazione in Polonia – racconta Macierewicz: la commissione russa ha dato la colpa ai piloti polacchi, la nuova commissione ha stabilito i campioni di parti dell'aereo in Inghilterra, rivelando tracce di esplosivo. Questo attentato è servito a spazzar via il gruppo dirigente polacco, che si opponeva ai gasdotti russi, che erano favorevoli all'ingresso dell'Ucraina nella Nato.

Il partito che governa la Polonia è stato fondato dall'ex presidente Kaczynski, che dopo l'incidente di Smolensk ha acuito la sua ostilità nei confronti della Russia e nei suoi simboli durante gli anni della guerra fredda.

Il passato sovietico, i suoi monumenti, viene ora rimosso nella nuova Polonia libera, dove si parla decomunistizzazione: è compito dell'istituto di memoria nazionale, che considera i simboli del comunismo sovietico come la svastica dei nazisti.
Ma non è solo un discorso di simboli: anche l'economia si sta derussificando, nella penisola sulla Vistola hanno creato un canale per creare uno sbocco sul mare senza dover chiedere conto ai russi, nella vicina enclave di Kaliningrad.

La Polonia non vuole dipendere dal gas russo, sebbene compri ancora il gas dalla Germania: questo paese si sta anche proponendo come una potenza militare regionale, in special modo nei confronti del supporto all'Ucraina.

La Polonia confina con tre paesi coinvolti nella guerra: tutti gli altri paesi europei se vogliono aiutare l'Ucraina devono passare per la Polonia.

Questo paese sta creando nuove relazioni economiche e militari con altri paesi, anche in previsione della crisi causata dalla guerra: nonostante l'inflazione però le persone sono convinte del sostegno all'Ucraina, sono convinte di dover fermare la Russia.
Anche l'industria polacca vede la guerra da una posizione diversa rispetto a quella di altri paesi, perché sono un paese di terzisti, hanno meno bisogno di energia.

La guerra ha polarizzato le posizioni in campo, o si sta di qua o di la. Nessuna via di mezzo è possibile, nemmeno nella Polonia (modello di riferimento per nostri leader di partito) che rispetto ai diritti civili si colloca lontano dall'Europa.

Il paradiso fiscale in Serbia

Con l'arrivo delle sanzioni, sono crollati gli scambi e i voli tra la Russia e l'Unione Europea. Ma nei giorni delle sanzioni un paese europeo ha scelto di non rispettare le sanzioni: la Serbia ad esempio continua a fare affari con la Russia. Presadiretta ha intervistato il CEO di EventBetGaming, Starostenkov, venuto proprio in Serbia per lavoro: “sono arrivato qui a marzo, ho aperto un conto in banca e una società, è stato facile, poi ci siamo mossi per capire come ottenere i permessi e visti per far arrivare lavoratori dalla Russia.”

La sua società sviluppa software per giochi online, è una compagnia che opera a livello internazionale, i clienti esteri sono europei ed americani: come mai la scelta di arrivare in Serbia?

“Qui possiamo portare avanti i nostri rapporti con la Russia e con l’Europa, le banche occidentali non ci bloccano i pagamenti e questo significa continuare ad avere clienti in tutto il mondo.”

Quindi è venuto qui per evitare le sanzioni: a marzo la sanzioni avevano messo a rischio la sua società, i 6 ml di fatturato e i suoi 120 dipendenti.
Aprire la sua filiale in Serbia è stato il modo migliore per proteggere la sua attività e continuare a crescere: quella serba infatti diventerà la sede principale dell’azienda, hanno già trovato un ufficio più grande dove spostare i dipendenti ed allargarsi. E non sarà l’unica azienda russa che si trasferirà qui, altre aziende stanno arrivando in Serbia: imprenditori russi stanno comprando appartamenti in città per loro e per le famiglie, “dieci russi ogni giorno vengono da me a chiedere un appartamento” racconta un’agente immobiliare a Presadiretta. Il risultato è un aumento dei prezzi nel mercato immobiliare a Belgrado dove, in pochi mesi, è nata una comunità di russi espatriati con decine di gruppi su Telegram che organizzano ogni sera cene ed eventi.

Cene dove queste persone condividono le scelte su come gestire la burocrazia nel nuovo paese, come seguire le leggi serbe, “tanti di noi hanno dovuto spostarsi in fretta per non perdere il lavoro.”

Bojan Stanic, analista economico, racconta come dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi siano state aperte più di 350 aziende di capitale russo, stimano che siano oggi 20000 i russi arrivati in Serbia: “quando hanno iniziato ad avere problemi coi pagamenti e ad avere problemi coi clienti si sono spostati da noi.”

Oggi, inizio di ottobre, siamo a 1000 aziende e 50mila cittadini della federazione russa si sono trasferiti qui a cui si aggiungono altri imprenditori che hanno trasferito la società senza nemmeno spostarsi fisicamente in Serbia, come succede nei paradisi fiscali.

Nel quartiere commerciale della capitale, Nuova Belgrado, nel vecchio mercato regionale sono state registrate ben 62 società di capitale russe, ma i giornalisti di Presadiretta non ne hanno trovata nemmeno una.

La Serbia è diventata un’oasi per le aziende e i lavoratori russi che così riescono a sfuggire alle sanzioni del resto Belgrado ha sì condannato l’attacco all’Ucraina ma è l’unico stato in Europa che ha deciso di non imporre sanzioni.

L'oligarca serbo, Karic, è stato colpito dalle sanzioni: ma i serbi che hanno subito già le sanzioni negli anni 90 sanno come resistere, hanno il gas a poco prezzo che arriva dalla Russia, “le sanzioni faranno male all'Italia e all'Europa”.

La Serbia di Vucic vuole entrare in Europa, ma al contempo sbandiera la sua amicizia con la Russia di Putin, la politica delle due sedie, inseguire Europa e Russia per avere i maggiori vantaggi politici ed economici.
Vucic ha fatto un ulteriore accordo con la Russia nella scorsa primavera, uno schiaffo all'Europa che in quei mesi stava cercando fonti alternative: quel gas è un cappio al collo per la Serbia, come successo alla Germania e all'Italia che hanno preso per anni gas ad un buon prezzo.

Le posizioni filo russe stanno prendendo piede in Serbia, caso unico in Europa: i serbi scendono in piazza a favore dei fratelli russi, con le Z dipinte sulle strade. Qui la visione è all'opposto di quella polacca o ucraina: il sentimento che domina è quello anti occidentale, quello del partito di estrema destra Dveri. In Serbia si ricordano ancora i bombardamenti del 1999, a Belgrado, fatti dalla Nato: a 23 anni dalla guerra in Kosovo, la maggior parte delle persone considerano questa regione come parte della Serbia.

La guerra in Ucraina ha riacceso queste tensioni: l'Unione Europea ha fatto pressioni per la separazione del Kosovo, la Russia no e questo è visto come una ingerenza. Nonostante l'UE abbia investito 4 miliardi di euro in Serbia, in nuove strade, università. Ma sono soldi che non scaldano il cuore delle persone: il partito democratico serbo, fautore dell'ingresso in Europa ha perso i voti in questi anni a vantaggio dei partiti populisti.

La Serbia ha oggi un sistema non democratico, non c'è una magistratura indipendente: l'Unione Europea ha chiesto alla Serbia solo una cosa, la stabilità.

La guerra allontana la democrazia e i suoi principi, in tutti i sensi, anche nei paesi non in guerra.

La pace, nonostante tutto, è adesso: lo chiede il papa, lo chiedono i pacifisti, attaccati dai troppi falchi che ronzano attorno a questo conflitto.
Si deve sedersi attorno al tavolo anche col diavolo: il dialogo tra nemici va fatto ora, bisogna dire basta alla spirale della guerra. Il negoziato non è visto come una possibilità purtroppo, né dai paesi in guerra, aggressore e aggredito, ma nemmeno dall'Europa.

Bisogna smettere di fare gli spettatori, occorre gridare, occorre farsi sentire, scendere in piazza.

“La Russia ha perso la guerra, ora dobbiamo impedire l'escalation nucleare”: non sono le parole di un putiniano, sono quelle di Kissinger.

Anche perché se la Russia ha perso la guerra, a vincere sono le aziende che producono armi: come l'Italiana Leonardo cresciuta in borsa nel 60%. Le aziende del settore degli armamenti stanno vivendo un momento d'oro, che è iniziata all'inizio del millennio, spiegano gli analisti del Sipri.
La guerra in Ucraina ha fatto crescere i fatturati delle aziende delle armi, le stesse armi che si rivoltano anche contro di noi: sono le armi usate per controllare i flussi di migranti alle frontiere. 

Armi usate per bloccare i migranti alle frontiere, persone che scappano da quelle guerre alimentate dalle armi. 
Armi che la Croazia, ad es, ha comprato grazie a fondi europei: sarà questo al centro della prossima puntata di Presadiretta.

Anteprima Presadiretta – La minaccia nucleare

 


Si parla di nucleare con troppa leggerezza, come se le armi nucleari fossero semplicemente un livello superiore a quello attualmente usato nella guerra in Ucraina.
Dopo il nucleare, dopo la prima bomba, non ci sarà più nulla: più nulla in Ucraina, nazione già devastata da questa guerra assurda, ma più nulla anche nella Russia di Putin.

Cosa sta succedendo sul campo di battaglia in Ucraina? Quanto è profonda la sconfitta dell’esercito della Federazione russa? Perché i russi sono arrivati perfino a minacciare l’uso di armi tattiche nucleari? È un bluff o un rischio concreto? In soli otto mesi siamo arrivati sull’orlo del baratro e dobbiamo fermare questo orrore prima che sia troppo tardi.

La giornalista di Presadiretta Francesca Nava è andata nella Federazione per sentire cosa raccontano le persone e cosa ha in mente Putin.

“L’era dell’ordine mondiale unipolare si è conclusa, è un errore pensare che dopo un periodo di cambiamenti turbolenti tutto possa tornare alla normalità e possa tornare come prima. Nulla sarà più come prima!” - sono queste le parole rivolte dal presidente Putin alla platea del forum economico di San Pietroburgo. Dove era presente anche la Cina che, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, è pronta a lavorare con la Russia “per esplorare nuove iniziative di sviluppo”.

Basta col mondo a trazione occidentale, con l’America a decidere la politica economica e politica per tutti – questo il pensiero di Putin: “Asia e Cina sono i nuovi centri dello sviluppo globale.”

Ma saranno questi paesi, India, Cina, i paesi africani, i leader del nuovo ordine mondiale? A questa domanda, dalla cerchia di Putin rispondono che la Russia ha già dimostrato la sua autosufficienza e la sua indipendenza economica, frutto della nostra (dei paesi europei, Germania in primis) dipendenza dal gas russo. E aggiungono anche che la Russia ha dimostrato la sua protezione dalle pressioni esterne e da ogni forma di ricatto: le sanzioni ancora non hanno piegato (non del tutto) il paese. Al forum di Bratislava, il rappresentante dell’India spiegava come il suo paese rappresenti la quinta o sensta potenza economica più grande al mondo “abbiamo il diritto di esercitare il nostro ruolo, di valutare i nostri interessi di fare le nostre scelte!”.

“Siete voi che state trascinando il mondo in una nuova guerra fredda, non noi: perché questa guerra in Ucraina è così dura? Perché sono anche loro russi, quindi siamo russi contro russi. Il punto è che non sono loro a prendere delle decisioni o, alla fine, non sono soltanto loro (gli ucraini) che prendono le decisioni. Ed è esattamente questo il mondo che non ci piace, è questo il mondo che non sosterremo mai. Questo è quello che l’Occidente deve capire: è insito in ogni russo non arrendersi mai.” E’ questo un pezzo dell’intervista di un’analista russo a Presadiretta sull’invasione in Ucraina.

E ora che succederà?

“Succede che si andrà avanti a combattere”.

Non c’è solo la minaccia nucleare a preoccupare i cittadini italiani ed europei (oltre che le persone in Ucraina, già sotto il fuoco delle armi): ci sono anche gli effetti delle sanzioni sull’economia, la corsa al gas per trovare fonti alternative a Gazprom.

Ma non tutti i paesi europei (e nemmeno tutti i paesi Nato) hanno rispettato le sanzioni: la Serbia ad esempio continua a fare affari con la Russia. Presadiretta ha intervistato il CEO di EventBetGaming, Starostenkov, venuto proprio in Serbia per lavoro: “sono arrivato qui a marzo, ho aperto un conto in banca e una società, è stato facile, poi ci siamo mossi per capire come ottenere i permessi e visti per far arrivare lavoratori dalla Russia.”

La sua società sviluppa software per giochi online, è una compagnia che opera a livello internazionale, i clienti esteri sono europei ed americani: come mai la scelta di arrivare in Serbia?

“Qui possiamo portare avanti i nostri rapporti con la Russia e con l’Europa, le banche occidentali non ci bloccano i pagamenti e questo significa continuare ad avere clienti in tutto il mondo.”

Quindi è venuto qui per evitare le sanzioni: a marzo la sanzioni avevano messo a rischio la sua società, i 6 ml di fatturato e i suoi 120 dipendenti. Aprire la sua filiale in Serbia è stato il modo migliore per proteggere la sua attività e continuare a crescere: quella serba infatti diventerà la sede principale dell’azienda, hanno già trovato un ufficio più grande dove spostare i dipendenti ed allargarsi. E non sarà l’unica azienda russa che si trasferirà qui, altre aziende stanno arrivando in Serbia: imprenditori russi stanno comprando appartamenti in città per loro e per le famiglie, “dieci russi ogni giorno vengono da me a chiedere un appartamento” racconta un’agente immobiliare a Presadiretta. Il risultato è un aumento dei prezzi nel mercato immobiliare a Belgrado dove, in pochi mesi, è nata una comunità di russi espatriati con decine di gruppi su Telegram che organizzano ogni sera cene ed eventi.

Cene dove queste persone condividono le scelte su come gestire la burocrazia nel nuovo paese, come seguire le leggi serbe, “tanti di noi hanno dovuto spostarsi in fretta per non perdere il lavoro.”

Bojan Stanic, analista economico, racconta come dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi siano state aperte più di 350 aziende di capitale russo, stimano che siano oggi 20000 i russi arrivati in Serbia: “quando hanno iniziato ad avere problemi coi pagamenti e ad avere problemi coi clienti si sono spostati da noi.”

Oggi, inizio di ottobre, siamo a 1000 aziende e 50mila cittadini della federazione russa si sono trasferiti qui a cui si aggiungono altri imprenditori che hanno trasferito la società senza nemmeno spostarsi fisicamente in Serbia, come succede nei paradisi fiscali.

Nel quartiere commerciale della capitale, Nuova Belgrado, nel vecchio mercato regionale sono state registrate ben 62 società di capitale russe, ma i giornalisti di Presadiretta non ne hanno trovata nemmeno una.

La Serbia è diventata un’oasi per le aziende e i lavoratori russi che così riescono a sfuggire alle sanzioni del resto Belgrado ha sì condannato l’attacco all’Ucraina ma è l’unico stato in Europa che ha deciso di non imporre sanzioni.

Cosa sta succedendo in questo momento in Russia? I telegiornali ci mostrano le manifestazioni di protesta contro Putin, contro il suo regime, che affama il paese e ingrassa gli oligarchi amici. Non è facile in Russia esprimere liberamente le proprie idee, per usare un eufemismo: su Telegram Ivan Petunin ha lasciato il suo ultimo messaggio, dove spiegava la sua scelta di non rispondere alla chiamata alla leva, “non posso e non voglio avere sulla mia coscienza il peccato di omicidio e per me uccidere un uomo in guerra è esattamente questo.” Il rapper russo si è tolto la vita per protesta contro la guerra di Putin.

Altri video che Presadiretta mostrerà nel servizio, mostrano l’uccisione di un comandante dell’esercito da parte di un soldato di leva, l’esplosione a Volgograd di un centro di reclutamento, a cui un ragazzo ha dato fuoco.

I 300mila riservisti chiamati in servizio vengono solo da alcune regioni della Federazione Russa, sono gli uomini delle minoranze non slave, dalle regioni periferiche, le più povere, come Tagikistan, la Buriazia: “sono le vittime più sacrificabili” – racconta Agnese Rossi di Limes a Presadiretta – “agli occhi dei centri di potere che sono in mano ai russi etnici. Ma questa è un’arma a doppio taglio perché per gli stessi motivi molti di questi gruppi etnici si stanno rivoltando, non sentono questa guerra come la propria guerra. Dal 21 settembre si sono registrati oltre 100 proteste, solo in Daghestan sono state arrestate 101 persone che gridavano ‘questa non è la nostra guerra’”.

Ma questo dissenso interno potrebbe portare a delle spinte separatiste?
“Si, già ci sono, queste repubbliche hanno già iniziato a chiedere diversi gradi di autonomia. Queste faglie che si stanno creando nella federazione sono forse l’eredità più drammatica per i destini della Federazione. Qualcosa, cioè, che Putin o chi per lui, dovrà fare i conti a guerra finita.”

“E’ una vera e propria implosione del consenso ” racconta Anna Zafesova giornalista di origini russe che ha lavorato per le più importanti testate italiane: la mobilitazione parziale può essere veramente un punto di non ritorno per Putin, perché rompe il patto con la maggioranza silenziosa che finora ha appoggiato il regime in cambio di tranquillità e benessere.
“E’ probabile che la protesta crescerà perché cominceranno ad arrivare alle famiglie gli annunci che i loro cari sono caduti e poi nuove lettere di coscrizione. A questo aggiungiamo un disagio economico già presente e anche quello andrà a peggiorare. Quindi la gente avrà sempre meno da perdere, dalla prospettiva di rimanere in silenzio..”
Un golpe interno è verosimile?
“Io credo che un golpe interno sia estremamente verosimile e che in questo momento sia l’ipotesi più probabile. Putin è riuscito a mettersi in una situazione dove rende scontenti tutti: i falchi che sono estremamente scontenti della gestione fallimentare di questa guerra. Quelli che vorrebbero una Russia più democratica, più europea, più pacifica. E adesso è riuscito a scontentare anche la maggioranza silenziosa. Possiamo affermare con una ragionevole certezza che in tanti stiano pensando a come fare un colpo di palazzo.”

Presadiretta è andata anche in Polonia, il paese che più di altri ha accolto i profughi ucraini con uno sforzo enorme a cui partecipa tutto il paese. È stata ancora la Polonia ad inviare carri armati e armamenti di ogni tipo all’esercito ucraino, assieme all’Inghilterra di Johnson (e Truss adesso) è stato il paese più direttamente impegnato nel sostenere l’Ucraina contro l’esercito di Putin.

Questo atteggiamento risale dai cinquant’anni di occupazione sovietica quando la Polonia faceva parte del Patto di Varsavia: ma c’è un evento molto più recente nella storia polacca che ha creato con la Russia di Putin una frattura che i polacchi considerano insanabile. Il 10 aprile 2010 sul Tupolev presidenziale si trovano il presidente Kaczynski assieme a tutti i vertici militari e civili del governo polacco. Sono in viaggio verso Smolensk per commemorare l’eccidio di Katyn dove nel 1940 20mila ufficiali polacchi furono massacrati dall’esercito sovietico e gettati in fosse comuni, uno dei capitoli più neri della dominazione russa. L’aereo però si schianta poco prima dell’atterraggio uccidendo tutti i passeggeri. Si trattò della tragedia peggiore dopo la seconda guerra mondiale: il primo ministro polacco dell’epoca, Donald Tusk, da sempre sostenitore della collaborazione economica con la Russia e che sarebbe poi diventato presidente del Consiglio Europeo, è l’unico a salvarsi perché al momento del disastro si trova già a Smolensk con Putin.

Le prime indagini fatte dai russi stabilirono che si trattò di un incidente, Donald Tusk accettò la versione russa e anche le condoglianze di Putin, siglate da uno storico e controverso abbraccio. Ma il Parlamento polacco non volle credere a questa versione, anche perché i russi si rifiutarono di restituire i resti dell’aereo, così incaricarono un deputato di istruire una nuova commissione di inchiesta. Il rapporto finale, pubblicato di recente, accusa senza appello la Russia ma auggerisce anche che il piano russo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio di Donald Tusk. Le analisi riportate nel rapporto proverebbero la presenza di esplosivo sui rottami dell’aereo avallando la tesi di un attentato organizzato da Mosca. La Russia ha rifiutato gli esiti del rapporto ma anche i polacchi sono divisi: il deputato Macierewicz e la commissione sono considerati troppo politicizzati e non imparziali.


Su La Stampa è uscita una anticipazione dell’intervista al generale Tricarico che andrà in onda stasera:

La Nato è stata tradita da alcuni Paesi membri perché non sono state rispettate le regole costitutive della Nato. Bisognerebbe vedere le riunioni del Comitato Atlantico. Se c'è stata una concertazione vera. Io sono sicuro che non ci sia stata". Così il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, presidente della Fondazione Icsa, intervistato a Presa Diretta nella puntata che andrà in onda domani alle 21.25 su Rai3. Sulla responsabilità di alcuni Paesi membri della Nato che avrebbero tradito l'articolo quattro dell'Alleanza - che dice che le decisioni devono essere prese all'unanimità - Tricarico sottolinea che «Stoltenberg che ha avuto un ruolo negativo in tutta questa vicenda - perché vorrei ricordare che Stoltenberg è solamente autorizzato a guidare le consultazioni, quindi lui può parlare solamente quando è autorizzato a farlo da tutti i Paesi membri - ha sempre straparlato, ha sempre buttato benzina sul fuoco, è sempre stato il ventriloquo di qualcun altro».

La scheda del servizio:

Cosa sta succedendo sul campo di battaglia in Ucraina? Quanto è profonda la sconfitta militare dell’esercito della Federazione Russa? Perché Putin è arrivato a minacciare l’uso di armi nucleari? E' un bluff o un rischio concreto? Dopo 7 mesi di guerra siamo sull’orlo del baratro, cosa possiamo fare per fermare questa pericolosissima escalation? Per cercare le risposte a queste domande “PresaDiretta” – nella puntata “La minaccia nucleare”, in onda lunedì 10 ottobre alle 21.25 su Rai 3 - è andata in Russia. E poi ha attraversato l’Europa per capire dove passano le faglie geopolitiche che stanno ridisegnando i nuovi equilibri mondiali. In studio, Riccardo Iacona con Ezio Mauro, giornalista e saggista, per riflettere sugli scenari che ci aspettano.

“PresaDiretta” ha raccontato le due facce che convivono nella Russia di oggi con testimonianze esclusive e le voci della gente comune.  Il volto di una Russia protagonista di un nuovo ordine mondiale con interessi economici e politici sempre più distanti dall’Occidente; un Paese dove la Guerra Fredda passa attraverso la propaganda per la de-occidentalizzazione e l’educazione patriottica per formare le nuove generazioni di russi. E poi c’è la faccia della Russia di chi si ribella all’idea di prendere parte a una guerra di invasione crudele e al regime autocratico imposto da Putin, con le testimonianze dei dissidenti, degli analisti, di chi fugge dal paese, dei soldati e delle loro mamme.

L’inviata di PresaDiretta Francesca Nava, unica giornalista per la Tv italiana, è riuscita questa estate a entrare in Russia e ad andare a San Pietroburgo e a partecipare allo Spief, il Forum Economico Internazionale. Incontro al quale hanno partecipato i rappresentanti dei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni: dall’Africa all’America latina, dalla Bielorussia all’Egitto, con Cina e India in prima fila. 130 Paesi, più della metà del mondo, con quasi 700 accordi economici siglati per miliardi di rubli, per capire cosa vuol dire Putin quando parla di “nuovo ordine mondiale”.
“PresaDiretta” è andata anche in Polonia, che dai primi giorni di guerra si è schierata in prima fila a fianco dell’Ucraina, che ha inviato armi e accolto milioni di profughi. Un paese dove la paura e la contrapposizione nei confronti della Russia, ha origini lontane.

E poi in Serbia, la nazione nel cuore dell’Europa che ha mantenuto e anzi rafforzato uno stretto legame politico ed economico con la Russia: in pochi mesi ha accolto decine di aziende e migliaia di lavoratori e di cittadini russi, diventando il punto debole nella strategia europea delle sanzioni.
“La minaccia nucleare” è un racconto di Riccardo Iacona con Antonella Bottini, Marcello Brecciaroli, Raffaele Marco Della Monica, Luigi Mastropaolo, Francesca Nava, Roberta Pallotta Irene Sicurella, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Andrea Vignali, Fabio Colazzo, Alessandro Marcelli. 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 aprile 2022

Report – il monito dei Hibakusha e l’ipocrisia delle sanzioni

Chi sono gli oligarchi russi in affari con imprenditori (anche italiani) a cui abbiamo affidato un assett strategico?

A seguire un servizio sullo scandalo dei passaporti ciprioti dati senza troppi controlli a investitori russi, anche usando lo studio legale del presidente dell'isola, infine l'aria che tira nei Balcani. Nell'anteprima, i testimoni dell'orrore nucleare

HIBAKUSHA TESORI VIVENTI di Pio D’Emilia, collaborazione Umberto Caiafa

“I cittadini giapponesi e i sopravvissuti alla bomba atomica hanno provato indignazione di fronte alle dichiarazioni di Putin circa la possibilità di usare le armi nucleari” – racconta a Report l’ex sindaco di Hiroshima Tadatoshi Akiba – “siamo rabbrividiti e come ex sindaco di Hiroshima ho voluto fare un appello a Putin e al mondo di abbandonare questa folle idea.”

L'ex sindaco ha coinvolto il presidente giapponese Abe per lanciare un appello a Putin contro l'arma nucleare: oggi le armi nucleari rischiano di distruggere l'umanità, mentre doveva essere il contrario – racconta a Report.

L’ex sindaco ha invitato tutti i leader del mondo a visitare il museo dell'atomica a Hiroshima, per avere coscienza di cosa sia, la guerra nucleare.

Nonostante questo orrore, oggi qualcuno vuole ricorrere nuovamente a questi ordigni: diventa preziosa la testimonianza dei sopravvissuti, noti come Hibakusha, le foto di quell'agosto 1945, i morti, i corpi devastati dalle radiazioni.

Sorprende che ci siano ministri, presidenti, che considerino l’arma nucleare come un’arma qualsiasi (come il ministro Lavrov): si rischia di minimizzare il pericolo e generale un effetto catena che porterà altri nuovi paesi a voler avere anche loro la bomba nucleare.

La memoria del male deve migliorare l'umanità: ma l'ex premier Shinzo Abe ha riaperto il dibattito sul nucleare, nonostante il suo paese abbia vissuto sulla propria pelle gli effetti di questi ordigni.

Oggi in Giappone esistono i parenti delle vittime della bomba nucleare, non tutti hanno accettato di mostrare gli effetti della bomba perché in Giappone sono considerati uno stigma: tutti però considerano una dannazione la bomba nucleare.

CORRISPONDENZE DALL’UCRAINA: IN FUGA DA MARIUPOL

Di Luca Bertazzoni – Carlos Dias, Collaborazione Giulia Sabella

Il servizio di Bertazzoni è stato girato vicino a Malaya Rohan, dove per giorni si è combattuto una violenta battaglia: la strada principale fa impressione tanto è deserta, ma nel paese oltre ai cadaveri delle persone uccise si incontrano le donne appena uscite dagli scantinati.

Al giornalista raccontano delle bombe cadute vicino alle case, in una zona dove non c'erano militari o altri obiettivi strategici. A Report le persone riportano anche casi di violenza.

Mariupol è oggi in mano ai russi: dentro la città non c'è elettricità né gas, le persone non hanno cibo per i bambini, mancano le medicine, le persone iniziano ad attaccarsi per il cibo – così racconta un testimone a Bertazzoni.

Le persone non riescono a fuggire da Mariupol, l'esercito russo non fa uscire molti bus dalla città: chi può, scappa nella città i Zaporizhzhia dove questi profughi sono accolti in strutture di accoglienza. Le persone che arrivano hanno bisogno anche di un supporto psicologico, oltre che di cure e cibo, ma la guerra è a soli 200km da questa città, e così i profughi verranno spostati successivamente verso l'Europa.

Scappare da Mariupol non è un'impresa facile: Bertazzoni ha raccolto la testimonianza di un profugo che raccontava le violenze subite dalle milizie filorusse del Donbass nei confronti dei civili “Mariupol era la mia città, ora è un cumulo di macerie e morti.”

Sarà difficile per chi è fuggito, tornare a Mariupol: la maggior parte degli edifici sono distrutti, le immagini dal cielo mostrano le tante, troppe fosse comuni.

LA GRANDE IPOCRISIA – Kremlin kids

di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella e di Lidia Galeazzo, Eva Georganopolou, Ilaria Proietti
Ricerche di Alessia Pelagaggi

Le sanzioni dovevano colpire le fortune degli oligarchi ma l'occidente non ha considerato i meccanismi, le scatole cinesi, l’offshore, gli studi legali, che consentono ai ricchi del pianeta di nascondere i loro beni con società fantasma e prestanome. L'Europa ha tollerato paesi come Malta e Cipro, specializzati per attirare beni dalla provenienza sconosciuta e gli oligarchi ne hanno approfittato subito.

Gli oligarchi hanno trovato una ciambella di salvataggio dei loro beni col contributo della stessa Europa: una fonte della Evraz, il gruppo russo che fa riferimento ad Abramovich, ha raccontato a Report dell'importanza strategica di Cipro e Malta. I russi vengono qui a creare società di comodo e intestarle a prestanome: basta pagare le cifre giuste per nascondere i segreti degli oligarchi russi.

In questa storia è coinvolto anche il presidente cipriota Anastasiades, che era a capo di uno studio legale rimasto invischiato nella passaportopoli cipriota, che oggi ha affidato lo studio alle figlie.

L’inchiesta ha portato poi all’uscita una lista di oligarchi russi che sono passati per gli studi legali ciprioti, piena di omissis senza i nomi delle persone, ma Report è riuscita a venire in possesso della lista completa con tutti i nomi: tra questi anche Usmanov, molto vicino a Putin, ex direttore di Gazprom, per 14 anni direttore generale della Gazprom, ha investito in Facebook e Ali Baba. Il suo aereo personale è un Airbus che nemmeno sta nel suo hangar in Costa Smeralda, dove ha investito molti dei suoi soldi.

Questa è la grande ipocrisia delle sanzioni: di fatto sono solo azioni di facciata che poco possono intaccare delle fortune degli oligarchi russi.

Sono ricchezze che una volta erano pubbliche, della vecchia Unione Sovietica di cui questi personaggi hanno messe le mani, anche per i contatti col potere politico e coi vecchi servizi segreti.

Nel cerchio magico di Putin troviamo Sechin, nominato commendatore al merito nel 2017, è un collaboratore stretto del presidente russo: Di Maio ha premiato diversi oligarchi, anche a pochi giorni dall'invasione dell'Ucraina.

Ma è successo lo stesso anche col governo Renzi, con l'oligarca Usmanov, il portavoce di Putin Peskov è stato premiato col governo Gentiloni.

Erano oligarchi che si occupavano di gas e petrolio o di banche: è una cosa vergognosa che l'Italia abbia dato onorificenze a questi personaggi, che potrebbero finire alla sbarra per crimini di guerra.

Usmanov nella sua villa in Costa Smeralda aveva iniziato dei lavori, ma con la guerra i contratti sono saltati: gli oligarchi portano soldi, per questo sono ben accolti dai sindaci del luogo, “ben vengano i vari Usmanov” dicono.

Dopo gli arabi, i russi, ora chi arriverà a colonizzare l'isola, i cinesi? Oggi i beni di Usmanov, cittadino onorario di Arzachena, sono congelati ma il sindaco lo considera un mecenate, per le donazioni fatte: durante la pandemia aveva donato 500mila euro. Le sanzioni non hanno cambiato il giudizio del sindaco di Arzachena, che rimane un filantropo per i soldi che ha portato.

Ma ha dato lustro alla città o ha solo portato soldi per abbellire le sue ville?

Dietro Usmanov c'è una società offshore, con altre holding nel Belize: nessuno di quelli che ha preso soldi da Usmanov si è mai fatto problemi chiedendosi da dove arrivano i suoi soldi.

Oggi le sanzioni stanno bloccando l'indotto in Costa Smeralda, perché le attività di ricreazione si bloccano: un problema per i gestori delle discoteche sull’isola.

Usmanov oltre alla passione per la Costa Smeralda, aveva investito anche nella catena di pizzerie di Briatore a Roma: la società di Briatore, Crazy Pizza, è divisa tra soci a livello internazionale, tutti in paesi offshore: nella società si ritrovano i due finanzieri D'Avanzo e Cerchione, che Report aveva già incontrato nel passato, in una inchiesta sui veri proprietari del Milan.

Oggi sono soci di Briatore in Crazy Pizza, poi c'è un iraniano che vive a Montecarlo, Moshiri, uomo di riferimento di un oligarca russo, cioè Usmanov.

E, scavando in questi investitori, si trova anche un arabo, che di solito non investono assieme agli iraniani: “Briatore dovrebbe prendere il nobel della pace” è il commento dell'esperto di riciclaggio Bellavia. A dicembre entra un altro socio, schermato da una fiduciaria: si tratta del nuovo editore de l'Espresso, Iervolino.

Tutte operazioni fatte prima delle sanzioni: Report ha scritto ai soci di Crazy Pizza, i quali negano che Usmanov sia tra i soldi della società.

Usmanov è sanzionato perché si ritiene che con le sue ricchezze abbia contribuito alla guerra in Ucraina: è un investitore che ha messo soldi in tanti paesi in Europa, ma ha interessi anche a Cipro dove, con una società sull'isola, si può prendere il passaporto europeo.

In mano ai russi c'è anche l'aeroporto civile di Grosseto, che è ospitato dentro un aeroporto militare, quello del 4o stormo dell’Aeronautica militare, da cui decollano gli Eurofighter per la ricognizione del nostro spazio aereo.

Si tratta di un aeroporto strategico, è posseduto dalla Seam, una società mista pubblico-privata: il privato ILCA SRL ha il 35% e nomina il presidente del CDA, la regione ha il 7% delle quote mentre la provincia il 25%. Chi è il proprietario di ILCA?

Il presidente della provincia di Grosseto nell’intervista a Report, ammette di non conoscerne il nome, è una società che fa capo ad altre società, al cui capo c’è Aeon: in realtà il vero proprietario non è Aeon, ma la Plutoworld che ha sede a Nicosia.

il proprietario è il russo Roman Trotsenko che proprio per questa acquisizione ha preso dal nostro ambasciatore l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia. Ma forse l’ambasciata italiana doveva premiare qualcun altro.

A Nicosia si trova l’AD della società Plutoworld che possiede l’aeroporto tramite la Ilca SRL, l’armeno cipriota Aristakesyan: la società Plutoworld è intestata a Roman Trotsenko oppure alla moglie? Sono informazioni che l’amministratore non è autorizzato a dare. Alla fine Report ha scoperto che la quota di maggioranza dell’aeroporto è intestata alla moglie Sofia Trotsenko che si occupa di arte contemporanea e musei.

Il nome di Roman era presente sulle carte solo tra il 2014 e il 2015, nei mesi dell’invasione della Crimea, prima delle sanzioni: forse intestarlo alla moglie è un modo per salvare le quote dalle sanzioni.

A Grosseto ha investito anche Lupo Rattazzi, che è vicepresidente del CDA: a Report racconta del suo stupore nell'apprendere della vendita delle quote da parte del presidente della provincia ad un cittadino straniero, extracomunitario, ovvero Trotsenko.

Roman Trotsenko controlla diversi aeroporti in Russia: non è stato inserito nell'elenco delle sanzioni, ma è considerato vicino a Putin.

Oggi Trotsenko è considerato ancora un benefattore dal sindaco della città di Grosseto e in effetti anche lui è stato beneficiario di una onorificenza dall'Italia.

Come mai la provincia di Grosseto ha venduto un assett strategico ad un oligarca russo (nonostante le quote siano della moglie)?

Lo scandalo dei passaporti d'oro a Cipro è finito nel 2020, quando nell'isola è stata istituita una commissione di inchiesta, che ha indagato anche sullo studio legale del presidente, Anastasiades.

I paperoni russi si sono spostati a Cipro nel 2003, quando Putin aveva iniziato a colpire gli oligarchi russi a lui ostili: si sono spostati nell'isola che è piena di studi dove creare società per coprire i propri beni.

Sull'isola c'è la sede legale la società di Usmanov, ma qui sono stati trovati i conti correnti dell’ex capo della campagna pubblicitaria di Trump Paul Manafort, coinvolto nel Russiagate. Wilmor Ross segretario al commercio dell’amministrazione Trump aveva quote nella banca di Cipro, un istituto noto per le misure di antiriciclaggio molto lasche e di cui era azionista anche il magnate russo Vekselberg vicino a Putin. Ma qui troviamo anche gli oligarchi ucraini amici di Zelenski: anche il presidente ucraino ha una società a Cipro con cui detiene una villa da 4 milioni acquistata in Versilia. Il governo cipriota ha concesso quasi 8000 passaporti europei a investitori stranieri, cinesi, russi, ucraini, dietro cui si nascondono parecchie ombre.

La commissione di indagine sui passaporti è stata gestita dall'ex presidente della Corte Costituzionale Nicolatos: al giornalista di Report ha raccontato di averne revocate almeno il 53%, ma aggiunge anche quanto non sia facile revocare tutte le nazionalità concesse illegalmente, che nei passaporti analizzati erano presenti anche posizioni criminali e che alla fine l’inchiesta si fosse chiusa puntando il dito anche contro lo studio legale del presidente Anastasiades.

Davanti la commissione di indagine il presidente si era difeso spiegando di non aver più un ruolo nello studio, dove però lavorano le sue figlie.

Anche il revisore generale di Cipro ha voluto indagare sullo scandalo dei passaporti ma ha trovato parecchi ostacoli: il portavoce dell’ufficio del Revisore, Marios Petrides, racconta di una nota del ministero degli Interni, che diceva che ci potevano essere alcune questioni legate al riciclaggio di denaro, candidati di alto profilo a rischio, frode, evasione fiscale e così via.

Al revisore generale sono arrivate pressioni e minacce per questo lavoro di controllo, sui giornali è uscita la notizia che il governo stava pensando di licenziare il Revisore Generale dalle sue funzioni.

Quando il lavoro è stato terminato, la commissione Nicolatos ha dovuto cancellare i nomi degli imprenditori coinvolti: dentro c’erano molti russi con molti soldi – ricorda oggi Nicolatos.

Report ha ottenuto a Londra una copia della relazione senza la censura dei nomi, dalle mani di un collaboratore di uno stesso oligarca (che voleva verificare la sua reputazione dopo lo scandalo). Nella lista sono presenti i due soci di Abramovich, come anche un ex parlamentare della Duma.

Grazie ai passaporti europei, ai trust, gli oligarchi russi non hanno perso alcun soldo dal 2013 racconta a Report la fonte di Evraz.

Saprà Cipro applicare alla lettera le sanzioni contro la Russia, oppure avrà con questo paese un atteggiamento più accomodante?

I figli del Cremlino

A marzo Putin ha lanciato una fatwa contro i suoi dissidenti, tacendo sui suoi, che sono passati per Londra, ad esempio, per portare in Europa i loro soldi e riciclarli.

Il sistema di riciclaggio, che consente di eludere i controlli, in Europa, anche contro le fortune di quello che oggi è consentito il nuovo Hitler.

Il sistema finanziario occidentale sta aiutando gli oligarchi russi a nascondere i loro beni: la caccia al tesoro è iniziata a Londra, dove hanno investito in ville, quotidiani, squadre di calcio.

Ci sono poi i Kremlin Kids: i figli degli oligarchi sono dei prestanome in società per conto dei genitori e proteggerli dalle sanzioni.

È uno schema simile a quello della mafia: le relazioni in questo sistema sono di tipo familiare, anche i matrimoni sono importanti e pensati per proteggere le fortune di queste famiglie.

La Repubblica Serba è legata ai Russi, sin dai tempi del bombardamento di Belgrado: l'adesione all'Europa è bloccata da questo rapporto e dalla dipendenza dalla Serbia del gas russo. In Serbia ha vinto un governo di destra, col presidente Vucic e in Parlamento sono entrate forze di estrema destra.

La scheda del servizio: POLVERIERA BALCANI

Di Walter Molino 
Collaborazione Federico Marconi

La Serbia, racconta il servizio di Report, sta un po' in Europa e un po' con la Russia.

Anche qui troviamo partiti filo russi, nazionalisti che fanno grande uso di simboli religiosi (come anche la Lega di Salvini), come il partito Dveri il cui leader Bosko Obradovic su questa vicenda ha idee molto dirette: “Crediamo che la Nato dovrebbe pagare i danni di guerra alla Serbia per tutto quello che è stato fatto nel 1999 durante i bombardamenti”.

Alle passate elezioni il partito di Vucic ha preso il 59% dei voti, non sanciti da alcuna commissione indipendente ma direttamente dal suo partito.

Il partito di Vucic controlla le elezioni, controlla la stampa, l'informazione e la televisione: la TV di Stato Serba è stata bombardata dalla Nato, dove sono morte 17 persone.

Vucic si comporta peggio di Milosevic, eppure è accettato dall'Europa, forse finché i suoi interessi non collideranno con quelli dell'Europa o degli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina potrebbe fare da scintilla alle tensioni etniche in Serbia e in Bosnia, tra ortodossi e musulmani.

La Russia, sfruttando l'assenza dell'Europa nei Balcani, ha tutto l'interesse a destabilizzare questa regione, radicalizzando gli scontri tra le etnie (come quella del leader secessionista della Repubblica Srpska Mirolad Dodik, spalleggiato da Putin) in uno scontro vicino alle nostre frontiere.

L'Europa deve essere pronta ad affrontare queste tensioni prima che sia troppo tardi, per non ritrovarci ad una nuova guerra nei Balcani, come successo a partire dal 1991.

25 aprile 2022

Anteprima inchieste di Report – la rete russa in Europa e le tensioni nei Balcani

Putin come Hitler, Putin il pazzo, Putin che vuole invadere tutta l’Europa, con Putin non si tratta, non si può essere equidistanti tra Russia e Ucraina: questa guerra da una parte sta assorbendo tutta l’attenzione dei media (com’è giusto, sebbene tutti gli altri problemi, dal covid alle disuguaglianze siano ancora lì), dall’altra sta polarizzando la discussione.

Nei servizi di Report, oltre a raccontare le storie dal fronte, si parlerà dell’ipocrisia occidentale, dei conti aperti nei Balcani e dell’importante testimonianza dei sopravvissuti dell’atomica ad Hiroshima.

La rete russa in Europa

Dall’Austria, all’Italia alla Francia (dove ieri si è votato per il ballottaggio tra Macron e Le Pen per le presidenziali), Report racconterà come è stato messo in pratica il soft power del Cremlino che ha investito 420ml di euro per intrattenere attraverso società offshore e società fantasma rapporti coi politici dei governi dei paesi europei. Rapporti finalizzati al condizionamento delle elezioni in questi paesi, anche passando attraverso l’uso delle spie.

Il servizio di Emanuele Bellano racconterà dell’incontro avvenuto nel 2013 in un ristorante di Varsavia tra Bartlomiej Sienkiewicz, all’epoca ministro degli interni polacco, con Marek Belka, allora presidente della Banca Centrale della Polonia.

Il manifesto degli interni polacco manifesta al banchiere i suoi timori per la situazione economica: “abbiamo una situazione pessima del bilancio dello Stato che non fa che peggiorare. La spirale della crisi economica rischia di far affossare tutto il sistema. Mancano i soldi e attualmente i tagli sono insufficienti. ”

Registrato da una cimice sotto il tavolo il presidente della banca centrale polacca promette al ministro un aiuto per far uscire il paese dalla crisi, ma in cambio chiede un sacrificio: “potrebbe essere messa in campo un’azione speciale della banca centrale, però per questa eventualità il governo dovrebbe dire addio al ministro delle Finanze Rostowski. E nominarne un altro che sia gradito alla banca centrale. ”

La conversazione, uscita poi sui giornali, tra il ministro e il governatore della banca centrale ha causato uno scandalo che ha coinvolto il partito Piattaforma Civica di Donald Tusk, allora al governo.

Il primo ministro Tusk – racconta a Report un giornalista polacco - due settimane dopo lo scoppio dello scandalo ha detto che quello era un piano scritto in un alfabeto estero, facendo riferimento alla Russia, suggerendo che tutto lo scenario delle intercettazioni nei ristorando fosse organizzato dalla Russia.

Dalla Polonia ad Ibiza, isole Baleari: in un resort di lusso i due principali esponenti del partito di estrema destra austriaco FPOE incontrano una giovane donna russa che racconta loro di essere la nipote di un importante oligarca russo.

I due uomini sono Christian Heinz Strache, all’epoca capo del partito FPOE: alla donna promette che, in caso di una futura partecipazione al governo, è che la società Strabad che costruisce infrastrutture in Austria non avrebbe più ricevuto commesse dallo Stato: “in questo modo si libera un gran numero di appalti pubblici. Ecco, dille di creare una società come Strabad, così poi tutti i contratti pubblici che ora riceve Strabad, li riceverà lei.”

L’altro uomo nel resort è il vice di Stracche, Johann Gudenus: i due politici nel video sembrano promettere alla donna russa gli appalti pubblici che fino ad allora venivano gestiti dal colosso delle infrastrutture Strabag in cambio del supporto della loro imminente campagna elettorale. Nell’incontro la donna russa sostiene di essere interessata a comprare, per conto di suo zio, il più importante tabloid austriaco, per condizionare in vista delle elezioni, l’opinione pubblica.

Cosa che Strache sembra apprezzare: “se lei riesce a compare il partito per tempo e il giornale spinge il nostro partito per due tre settimane, prima delle elezioni, allora sì, non prenderemo il 27%, ma il 34%.”

Per anni e non solo in Italia, gli oligarchi russi sono stati accolti (e anche i loro soldi) con grande entusiasmo: oggi gli stiamo sequestrando gli averi, per le sanzioni. Ma il loro potere, come quello di Putin, lo abbiamo costruito anche noi quando, per anni, non abbiamo voluto vedere il mostro per quello che era.

Report farà un grande viaggio nel mondo di questi oligarchi, partendo da Alisher Usmanov, premiato dall'Italia come Commendatore, Ordine al Merito della Repubblica Italiana, oggi sotto sanzioni Ue.

Il secondo personaggio chiave è Sofia Trotsenko, nome di primo piano nella scena culturale di Mosca, è la proprietaria della quota di maggioranza dell'aeroporto civile di Grosseto, che però è ospitato dentro un aeroporto militare, quello del 4o stormo dell’hAeronautica militare, da cui decollano gli Eurofighter per la ricognizione del nostro spazio aereo.

Si tratta di un aeroporto strategico, è posseduto dalla Seam, una società mista pubblico-privata: ik privato ILCA SRL ha il 35% e nomina il presidente del CDA, la regione ha il 7% delle quote mentre la provincia il 25%. Chi è il proprietario di ILCA? Il presidente della provincia di Grosseto nell’intervista a Report, ammette di non conoscerne il nome, è una società che fa capo ad altre società, al cui capo c’è Aeon: il proprietario è il russo Roman Trotsenko che proprio per questa acquisizione ha preso dal nostro ambasciatore l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia. MA forse l’ambasciata italiana doveva premiare qualcun altro: Report è andata a Cipro dove ha sede legale la Plutoworld (che a sua volta possiede la Aeon) assieme ad altre società, tra cui la Lukoil la più grossa società petrolifera russa.

A Nicosia si trova l’AD della società Plutoworld che possiede l’aeroporto tramite la Ilca SRL, l’armeno cipriota Aristakesyan: la società Plutoworld è intestata a Roman Trotsenko oppure alla moglie? Sono informazioni che l’amministratore non è autorizzato a dare. Alla fine Report ha scoperto che la quota di maggioranza dell’aeroporto è intestata alla moglie Sofia Trotsenko che si occupa di arte contemporanea e musei.

Il nome di Roman era presente sulle carte solo tra il 2014 e il 2015, nei mesi dell’invasione della Crimea, prima delle sanzioni: forse intestarlo alla moglie è un modo per salvare le quote dalle sanzioni.

E’ a Cipro che troviamo i protagonisti di questi affari, come Nicos Anastasiades: è il presidente della Repubblica di Cipro e negli scorsi anni ha fatto molte pressioni per allentare le sanzioni contro la Russia. Cipro è l’isola degli affari e dei soldi: qui il segretario al commercio dell’amministrazione Trump aveva quote nella banca di Cipro, un istituto noto per le misure di antiriciclaggio molto lasche e di cui era azionista anche il magnate russo Vekselberg vicino a Putin. Ma qui troviamo anche gli oligarchi ucraini amici di Zelenski: anche il presidente ucraino ha una società a Cipro con cui detiene una villa da 4 milioni acquistata in Versilia. Il governo cipriota ha concesso quasi 8000 passaporti europei a investitori stranieri, cinesi, russi, ucraini, dietro cui si nascondono parecchie ombre.

L’ex presidente della Corte Suprema dell’isola ha raccontato di averne revocate almeno il 53%, ma ammette quanto non sia facile revocare tutte le nazionalità concesse illegalmente. L’anno scorso è stato chiamato a guidare una commissione di indagine sui passaporti facili: l’inchiesta si è chiusa puntando il dito anche contro lo studio legale del presidente Anastasiades.

Davanti la commissione il presidente ha spiegato di non aver più un ruolo nello studio, dove però lavorano le sue figlie. Nella lista analizzata dall’ex presidente della Corte Nicolatos erano presenti anche molte posizioni criminali. Anche il revisore generale di Cipro ha voluto indagare ma ha trovato parecchi ostacoli: il portavoce dell’ufficio del Revisore, Marios Petrides, racconta di una nota del ministero degli Interni, che diceva che ci potevano essere alcune questioni legate al riciclaggio di denaro, candidati di alto profilo a rischio, frode, evasione fiscale e così via.

Al revisore generale sono arrivate pressioni e minacce per questo lavoro di controllo, sui giornali è uscita la notizia che il governo stava pensando di licenziare il Revisore Generale dalle sue funzioni.

Quando il lavoro è stato terminato, la commissione Nicolatos ha dovuto cancellare i nomi degli imprenditori coinvolti: dentro c’erano molti russi con molti soldi – ricorda oggi Nicolatos. Report ha ottenuto a Londra una copia della relazione senza la censura dei nomi, dalle mani di un collaboratore di uno stesso oligarca. Nella lista sono presenti i due soci di Abramovich

Report ha incontrato a Cipro un top manager di Evraz, il conglomerato minerario russo da 13 miliardi di dollari che ha raccontato alla trasmissione perché Cipro piace così tanto ai paperoni russi.

La scheda del servizio: LA GRANDE IPOCRISIA

di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella e di Lidia Galeazzo, Eva Georganopolou, Ilaria Proietti

Ricerche di Alessia Pelagaggi

Per rispondere alla guerra in Ucraina, l'occidente ha cercato di colpire l'establishment russo nelle sue finanze. Oltre a banche e prodotti russi, a finire sotto sanzioni sono stati i cosiddetti oligarchi. Cioè quegli uomini d'affari, spesso con un passato nelle forze di sicurezza o nel KGB, che hanno fatto le loro fortune appropriandosi dei beni pubblici russi grazie alla loro lealtà a Putin. Report racconterà come questi oligarchi sono però un prodotto in buona parte occidentale. Così sono diventati ancor più potenti e intoccabili in patria. Sino a due mesi fa i ricconi di Mosca e San Pietroburgo facevano girare un sacco di soldi e i colletti bianchi di mezzo mondo facevano affari d'oro fornendogli consulenze milionarie. Alcuni Paesi come Cipro o il Regno Unito, con leggi fin troppo favorevoli e avvocati specializzati, hanno dato a questi uomini - e ai loro familiari - un passaporto europeo e la possibilità di costruire impenetrabili schermi che rendono difficilissimo attaccarne le ricchezze. Altri Paesi come l'Italia hanno corteggiato per anni il turismo di lusso dei russi e i loro investimenti in Sardegna e in Toscana. Oggi rischiamo di danneggiare la nostra stessa economia e non riuscire nemmeno a scalfire gli interessi degli oligarchi, proprio perché grazie all'occidente hanno da tempo preso precauzioni. La caccia al tesoro è iniziata. Ma chi è il vero pirata?

Dal fronte ucraino

Luca Bertazzoni ha seguito i soldati ucraini che si muovevano verso Malaya Rohan, un piccolo paesino appena liberato dall’occupazione dei russi, a 20 km da Kharkiv dove si è combattuto per giorni: sul terreno i resti dei carrarmati e dei blindati russi testimoniano la violenza della battaglia.

Le donne che, dopo mesi sottoterra, sono uscite all’aria aperta, mostrano al giornalista i pezzi delle bombe russe cadute attorno alle loro case, in un paese dove non c’erano forze ucraine, solo civili.

La scheda del servizio: CORRISPONDENZE DALL’UCRAINA: IN FUGA DA MARIUPOL

Di Luca Bertazzoni – Carlos Dias con la collaborazione di Giulia Sabella

Gli inviati di Report in Ucraina sono arrivati a Zaporizhzhia, a 200 km da Mariupol, la città martire della guerra in Ucraina. Qui hanno incontrato le persone che sono riuscite a scappare dal centro abitato da mesi assediato e bombardato, ormai nelle mani dei russi. Un audio della Croce Rossa Internazionale e le testimonianze dei profughi raccontano le drammatiche condizioni di quel che resta della città che affaccia sul Mar d’Azov.

I conti aperti col passato – I Balcani

Cosa sta accadendo nei Balcani dopo l’invasione dell’Ucraina?

Qui, nei primi anni 90, dopo la caduta del muro di Berlino e a dieci anni dalla morte di Tito, si è consumata una delle più gravi guerre civili a due passi dai nostri confini.

Anche in quella guerra c’erano di mezzo nazionalismi, milizie paramilitari e a pagare il prezzo più alto furono i civili uccisi dalle armi o per vendetta tra le tante etnie che costituivano la vecchia Jugoslavia. Culmine di questi massacri fu la strage di Srebrenica, oggi ricordata dal memoriale a Potocari con le migliaia di croci bianche a testimoniare le 8000 vittime bosniache di religione musulmana: uomini che avrebbero dovuto essere protetti dai caschi blu dell’Onu e che invece furono sterminati dalle milizie serbe e seppelliti in fosse comuni.


Il più grave genocidio avvenuto in Europa. Sotto i nostri occhi.

Le tensioni in questa regione dell’Europa non si sono mai sopite, come non è passato in Serbia il ricordo dei bombardamenti Nato: al governo ora c’è una maggioranza di destra di cui fa parte il partito di estrema destra Dveri il cui leader Bosko Obradovic su questa vicenda ha idee molto dirette: “Crediamo che la Nato dovrebbe pagare i danni di guerra alla Serbia per tutto quello che è stato fatto nel 1999 durante i bombardamenti”

L’integrità statale della Bosnia è invece minacciata dal leader secessionista della Repubblica Srpska Mirolad Dodik, spalleggiato da Putin: a proposito di queste tensioni, Shida Abdurahmanovic, una sopravvissuta al genocidio di Srebrenica, racconta al giornalista di Report: “Abbiamo paura. Se in Ucraina non finisce come vuole la Russia, in Bosnia potrebbe succedere di nuovo qualcosa”.

La scheda del servizio: POLVERIERA BALCANI

Di Walter Molino

Collaborazione Federico Marconi

A trent’anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, il conflitto in Ucraina alimenta la tensione nell’area balcanica. L’integrità statale della Bosnia Erzegovina è minacciata dalle mire secessioniste di Milorad Dodik, leader della Repubblica Srpska spalleggiato da Vladimir Putin. In Serbia il conservatore Aleksandar Vučić è stato appena rieletto Presidente della Repubblica con quasi il 60% delle preferenze e in Parlamento sono entrate nuove formazioni della destra radicale. Adesso è chiamato a sciogliere l’equivoco che ha attraversato la campagna elettorale e riguarda il futuro del Paese: da un lato gli interessi commerciali e la richiesta pendente di entrare nell’UE, dall’altro il tradizionale legame con la Russia e il revanscismo nazionalista. Nessuno però ha dimenticato i bombardamenti NATO del 1999 e la condanna unanime di un intero popolo che sente di avere ancora molti conti aperti con il passato.

I sopravvissuti dell’atomica

Mi sorprende ogni volta la leggerezza con cui, i potenti della terra, parlano dell’arma nucleare:

non solo Putin, di cui conosciamo bene il cinismo e il suo essere spietati nei confronti dei nemici.

La guerra fredda si è retta per anni sull’equilibrio del terrore, la paura che l’avversario usasse l’atomica e scatenasse una guerra che avrebbe portato alla fine del mondo. Almeno per noi umani.

L’uso o la minaccia dell’uso dell’atomica ha sollevato l’indignazione dei sopravvissuti all’atomica di Hiroshima, noti come Hibakusha: “tutti gli Hibakusha e la maggior parte dei giapponesi hanno provato indignazione di fronte alle dichiarazioni di Putin circa la possibilità di usare le armi nucleari” – racconta a Report l’ex sindaco di Hiroshima Tadatoshi Akiba – “siamo rabbrividiti e come ex sindaco di Hiroshima ho voluto fare un appello a Putin e al mondo di abbandonare questa folle idea.”

La scheda del servizio: HIBAKUSHA TESORI VIVENTI

di Pio D’Emilia

collaborazione Umberto Caiafa

Quando ho sentito che c’è di nuovo qualcuno, in questo nostro mondo, che pensa seriamente di ricorrere di nuovo alle armi nucleari sono rabbrividito. E ho deciso di agire”. Tadatoshi Akiba, storico sindaco di Hiroshima, dopo le minacce di Putin di ricorrere a un bombardamento nucleare, si è dato da fare e nonostante i suoi 80 anni ha lanciato una campagna di firme e un appello a tutti i leader delle potenze nucleari di riunirsi a Hiroshima per un vertice “pacifista”. “Per esperienza so che chiunque abbia visitato il nostro museo della bomba è rimasto inorridito. Voglio che i nostri leader lo visitino, e vediamo se poi qualcuno avrà il coraggio di premere di nuovo quel maledetto bottone”. Le immagini conservate nel museo sono ancora scolpite nella memoria degli HIBAKUSHA, i sopravvissuti della bomba. Ce ne sono ancora circa 130 mila, di prima, seconda e addirittura terza generazione. Report ha raccolto la testimonianza degli ultimi sopravvissuti di Hiroshima sugli effetti della bomba atomica. Dopo di loro, non ci sarà memoria di cosa quella bomba ha significato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.